CAPITOLO XXVII.

CAPITOLO XXVII.Pensatevi qual rimanesse il marchese di Baldissero quando Maurilio gli ebbe rivelato che il possessore dell'altra metà di quella lettera che Nariccia aveva stracciato per servirsi a dare un contrassegno di riconoscimento dell'abbandonato figliuolo della contessina Aurora, era il giovane conosciuto in Torino sotto il nome di dottor Quercia; che quindi quest'esso era il fanciullo smarrito che le circostanze avevano fatto supporre un istante fosse egli stesso, Maurilio.Il marchese ben sapeva ciò che ignorava l'infermo, tenuto segregato dal mondo fino allora, mercè il delirio, cioè l'arresto degli assassini dellacoccae di Quercia come capo dei medesimi. Sperò che un errore eziandio fosse quello che facesse credere e dire al malato sì fatale novella; ricorse ad autorevoli informazioni sul conto del giovane arrestato e ne riportò la certezza della verità delle cose dettegli da Maurilio, ed ebbe tra mano anzi quello squarcio di carta che combaciava compiutamente col mezzo foglio trovato presso Nariccia e ne costituiva la lettera integrale: squarcio che insieme con tutte le altre carte era stato sequestrato presso Gian-Luigi.In una perplessità straordinaria d'animo e di mente, il marchese non sapeva a che partito appigliarsi, e l'idea glie n'era venuta di aprirsi con Don Venanzio e consultare le ispirazioni di quell'anima santa di vecchio prete, quando egli medesimo, il buon parroco, fece domandare a S. E. il favore di un colloquio.Egli era entrato nel palazzo già da un quarto d'ora ed era stato nella stanza del giovane infermo dove un vivace discorso aveva avuto luogo fra loro soli. Quella mattina la sua bella fisionomia piena di candore e di benevolenza era turbata da una pena, da una dolorosa mostra di contrarietà. La cagione si era ch'egli era stato testimonio d'un triste fatto che molto lo aveva amareggiato: ed ecco quale.Già sappiamo come la povera Margherita, la vecchia nutrice di Gian-Luigi che lo amava più della pupilla degli occhi suoi, udito al villaggio l'arresto del suo diletto, e saputo che il parroco ne veniva in città chiamatovi dalla circostanza del male violento ond'era stato assalito Maurilio, aveva voluto ad ogni modo venirne alla capitale ancor essa, e qui la si era citata a comparire innanzi al giudice istruttore come testimonio e subirne gl'interrogatorii.Questi parevano una gran cosa alla povera vecchia campagnuola, e presentandosi innanzi alla faccia burbera del giudice, la tremava tutta. Avrebbe tremato in ogni modo ed in ogni occasione; ma tremava tanto più ora che trattavasi della sorte del suo caro, e che a quest'esso poco tempo prima aveva dato promessa di fare quello che non aveva mai fatto in vita sua, quello che non avrebbe creduto mai di pur pensare di fare: dire il falso. Le varie circostanze della favola fattale imparare da Gian-Luigi le si ingarbugliavano nella testa con indicibile confusione; e fu assai peggio, quando il giudice le ebbe fatto prestare il solenne giuramento di dire la verità. La s'imbrogliò talmente, parlò con tanto tremore, la si lasciò tirare in tante contraddizioni che il giudice inquirente concepì su di lei i maggiori sospetti. Pure per quella prima volta essa la passò liscia ed uscì da quella stanza di tribunale più morta che viva, ma sciolta.Ma frattanto avvenne che di tutte le informazioni prese d'altra parte sul conto dell'infanzia di Gian-Luigi nessuna concordasse con quelle della vecchia, la quale tutti asserivano essere andata a prendere all'ospizio il bambino senz'altro amminicolo. Ben poteva la donna aver tenute celate a tutti quelle circostanze che ora rivelava al tribunale intorno all'origine del fanciullo, ma era poco credibile checodesto avesse taciuto eziandio al suo parroco e confessore Don Venanzio, e questi aveva affermato saper nulla di nulla del romanzo raccontato dalla vecchia, ed anzi, interrogato se lo credesse possibile, aveva ingenuamente confessato di no, e che egli aveva la persuasione che il medico del villaggio non aveva mai avuto attinenza di sorta col bambino dell'ospizio, finchè vistolo intelligente e piacevole, quando grandicello, avevalo preso a ben volere e proteggere, che una fiaba credeva pure la novella della vistosa somma che il medico avrebbe ricevuto dall'incognita famiglia e passata a Gian-Luigi, il quale aveva avuto sì nell'eredità del medico un lascito ch'egli si era affrettato a consumare.Aggiungasi che la Margherita, struggendosi dal desiderio di vedere il suo figliuolo, chiesto inutilmente di poterlo visitare, s'aggirava presso che tutto il giorno nei dintorni della carcere dove lo sapeva rinchiuso, guardando attentamente ogni finestra, ogni sbarra, ogni buco, ogni mattone della muraglia di quel cupo edificio, quasi sperando la faccia di lui le avesse da comparire ad ogni momento o qua o colà, o dovess'ella vedere una via di passaggio da giungere sino a lui, provando se non altro una certa dolcezza a guardare il luogo dov'egli si trovava, ad essergli così il più vicino che le fosse possibile. Ora Barnaba, che di persona e per mezzo di agenti fidati vigilava con tanta cura intorno al prigioniero, ebbe presto contezza di tali diportamenti di questa vecchia, e dell'esser suo, e quando avvenne il tentativo di fuga da lui mandato a vuoto, egli la denunziò al Tribunale come complice. Il giudice istruttore determinò assicurarsi di lei, confonderla come per ispergiura mercè un confronto con Don Venanzio, e procedere contro di lei per falsa testimonianza e per complicità nel tentativo d'evasione delmedichino. E così avvenne che la mattina dopo la sventata fuga, mentre Don Venanzio riceveva invito di recarsi fra un'ora al Tribunale, la vecchia, senza tanti complimenti, era mandata a prendere e condurre in sala di custodia da duearcieri.Il confronto con Don Venanzio fu per la misera donna il peggior tormento che avesse ancora provato mai. Mentire, e mentire innanzi al suo parroco!... Il suo aspetto, la sua voce, il contegno dicevano ch'ella si faceva uno sforzo a sostenere le menzogne precedentemente fatte. Se Gian-Luigi avesse potuto avere comunicazione con lei, ben le avrebbe risparmiato questa colpa e questo supplizio che a lui diventavano inutili. Egli s'era preparato quel mezzo di difesa soltanto contro i sospetti che cominciavano a sorgere sulle fonti ond'egli si procacciava denaro, e per illudere la famiglia Benda che avesse cercato informazioni fin nel villaggio dov'egli era stato allevato; ma ora in faccia all'evidenza delle prove dei suoi delitti, ond'egli era schiacciato, a che cosa serviva tutto questo? A un bel nulla; tanto che egli, l'accusato, non aveva detto pur una parola di ciò, e rinchiusosi in un assoluto silenzio, non aveva voluto rispondere pur una parola alle mossegli interrogazioni, per quante minaccie o lusinghe glie ne venisser fatte.Ma la povera Margherita, che ne sapeva ella di tutto ciò? Aveva promesso al suo Giannino di dir così. Credeva salvarlo così facendo, e lo faceva anche colla paura, anche colla certezza di dannarsi l'anima per lo spergiuro.Ad un punto il buon Don Venanzio, che ebbe pietà delle angoscie di quella infelice, disse:— Può esser benissimo che tutto ciò ch'essa dice sia vero, ed io non ne abbia mai saputo nulla..... Io ho sempre stimato questa donna incapace di affermare, e tanto più con giuramento, una cosa che non sia.— Bene! disse il giudice istruttore: avete già giurato che quello che dite voi è la verità. Non dovete avere difficoltà di sorta a ripetere questo giuramento adesso in presenza del vostro parroco.La vecchia tentò schermirsene. Tremava tutta. Guardava intorno spaventata, come per cercare un buco dove nascondersi, o meglio, come timorosa di vedere saltar fuori Satanasso in persona ad acciuffarla. Pronunziare un falso giuramento in faccia al suo pastore! in faccia a quel sant'uomo!... Ma pure si trattava del suo figliuolo!... Si fece forza: provò a stento di levar la mano per metterla sul Vangelo, ma non ci valse: il braccio le cadde, un gemito che pareva un singhiozzo uscì dal suo petto dove parve si rompesse qualche cosa, ed ella si lasciò cascare in ginocchio per terra mezzo svenuta, balbettando:— Non posso, non posso... Mio Dio! non posso.Il giudice si drizzò con mossa solenne, e con voce e parola più solenni ancora, fece alla meschina prostrata a terra una filippica violenta, in cui, oltre la vendetta divina, minacciò la collera di quella umana da tradursi in manette, carcere, processo e galera.La infelice gemeva miseramente, la faccia contro terra, annientata, schiacciata sotto il peso della propria colpa e sotto quello più grave ancora del pensiero ch'ella perdeva Gian-Luigi.Don Venanzio le si fece presso per sollevarla e confortarla di alcune parole.— La lasci stare: disse severamente il giudice. Questa mostra di pentimento possa essere sincera e disporne l'animo alla rivelazione di tutta la verità. Ella se ne vada, signor parroco; è libero: questa donna dovrà essere trattenuta in carcere.Il vecchio sacerdote, commosso, addoloratissimo, disse non molte parole in difesa della disgraziata: ma le disse con tanto sentimento e calore, ma la sua canizie, l'aria sua di solenne virtù loro davano tanta efficacia, che il giudice ne fu tocco, e con accento molto più umano e cortese soggiunse:— Credo a quanto Ella mi dice, reverendo; credo che c'è più ignoranza che malizia in questa poveretta... ed userò per lei i maggiori possibili riguardi. Ma bisogna assolutamente ch'io la esamini ancora di meglio, e la prego a volersi ritirare.Don Venanzio uscì, non senza inquietudine sulla sorte della Margherita e si pose a passeggiare nella strada innanzi alla porta del tribunale, attendendo il risultamento dell'interrogatorio.— Alzatevi: disse il giudice alla vecchia.Margherita gemeva e singhiozzava sempre nella medesima postura; e, sia che non udisse o non avesse forza da ubbidire, non si mosse.— Fate il piacere, soggiunse il giudice, parlando al segretario che era lì per iscrivere il verbale: alzatela voi.Il segretario venne di mala voglia presso ella giacente, e come quegli a cui non garbava di molto toccare e brancicare i luridi e stracciati panni onde ella era vestita, la scosse bruscamente ad una spalla, dicendole con voce graziosa come era l'atto:— Or via, alzatevi, su, e non ci fate perder la pazienza.La vecchia parve non darsene per intesa.Allora il segretario la prese sotto le ascelle, e con quel garbo che vi potete immaginare, la tirò su, e siccome ella vacillava sulle gambe mal ferme, la gittò a sedere sur una seggiola che era lì presso.In questo movimento un oggetto pesante cadde per terra, mandando un suono metallico; il segretario lo raccolse e lo porse al giudice: era un rotolo di napoleoni da far la somma di mille lire: quello che Gian-Luigi aveva mandato alla povera donna per mezzo di Don Venanzio. Margherita, da quando lo aveva ricevuto, lo aveva sempre portato con sè, come una memoria del suo diletto: venuta ora a Torino, tanto più lo aveva seco recato nella speranza di potere spendere quella somma in benefizio del suo diletto.Nel suo precipitare a terra, nell'essere scrollata dal segretario, il rotolino le era uscito del seno ed era caduto sul pavimento.Ma la vista di quell'oro cambiò del tutto le disposizioni d'animo del giudice cui le parole di Don Venanzio avevano reso piuttosto benigno alla misera vecchierella. Come spiegare il possesso di tal somma presso quella povera donna così stracciata negli abiti e che si sapeva vivere al villaggio elemosinando? Ella, interrogata, non tacque che quell'oro le veniva da Gian-Luigi e fu creduto il prezzo pagatole per la sua falsa testimonianza e per cooperare all'evasione. Margherita fu condotta alle carceri.Quando ciò seppe Don Venanzio pensò subito ricorrere alla valida protezione del marchese di Baldissero, e giunto al palazzo avrebbe tosto domandato d'essere ammesso alla presenza dell'autorevole personaggio, se un domestico non lo avesse avvisato che Maurilio era molto impaziente di vederlo e già aveva mandato due volte a cercare di lui.Il parroco, prima di recarsi dal marchese, volle sapere che cosa avesse il giovane malato che dal giorno prima soltanto era tornato in cognizione di sè.Maurilio quella mattina, come ogni altra dacchè giaceva infermo, era stato visitato dai suoi amici, Romualdo, Selva e Vanardi, i quali molto si rallegrarono trovandolo di nuovo conscio di se stesso, e colla mente non meno vivace, pronta, potente di quello che fosse prima. Benchè il poveretto avesse avuto questo deplorabile miglioramento di tornare alla coscienza di sè, dei suoi dolori, delle sue sciagure, aveva però tuttavia un ardor febbrile negli occhi, un'irrequieta agitazione nelle membra stanche da parergliene rotte e peste, onde bene appariva che per essere cessato il delirio, non era punto sminuito di gran cosa il male. I suoi amici vollero rimanersi in silenzio presso di lui, e gli dissero tacesse egli pure perchè non si stancasse ad udire e parlare; ma egli aveva troppo desiderio di interrogare e di sapere di tal cosa, intorno a cui tutta notte s'era aggirato con tormentosa insistenza il suo pensiero. Voleva che gli amici suoi cercassero di Gian-Luigi, lo conducessero al suo letto quanto più presto fosse possibile; voleva che dalle sue labbra il suo compagno d'infanzia apprendesse la ventura che gli capitava, ventura ch'egli aveva quasi rimorso d'avergli per un poco momentaneamente rubato, e che si assegnava come una specie d'espiazione di tosto comunicargli.Quando udirono espresso da Maurilio questo desiderio di vedere il dottor Quercia, gli amici si guardarono in viso alquanto imbarazzati, non sapendo se convenisse dire all'infermo la verità o tacerla; ma insistendo egli, nè conoscendo essi quali attinenze corressero fra il loro compagno e il capo dellacocca, non credettero ci fosse pericolo, nè inconveniente alcuno a dirgli come stessero le cose in realtà. Narrarono dunque sommariamente e la scoperta del segreto covo di quella banda, che da più tempo era il terrore della città, e l'arresto di Quercia come capo della medesima, e di tutti i principali componenti della scellerata congrega.Queste novelle, com'è facile immaginarsi, fecero una grandissima impressione in Maurilio. La sua pena, il suo rammarico, il dolersene furono tutti per Gian-Luigi; pensò che se prima fosse stato scoperto il segreto della nascita di lui, avrebbe egli evitato quell'infelice e vergognoso destino; pensò al cordoglio che doveva provarne il marchese, pensò eziandio a Virginia che non avrebbe forse potuto ignorare quello essere suo fratello. Ma poi il pensiero d'una sventura più personale e quindi una più tormentosa ansia lo assalsero. Gli era stato detto che fra i soci di quella banda si contavano ed eranostati presi i più noti e tremendi malfattori; si volse a Selva e domandò se di questo novero era un certo Michele Luponi dettoStracciaferro.— Sicuro! gli fu risposto: una specie d'animalaccio bruto, forte come un toro, crudele come una tigre. È uno dei più scellerati e dei più terribili. Prima di poter essere preso accoppò una mezza dozzina di guardie. La forca, quel mostro l'ha meritata non una, ma un centinaio di volte.Maurilio abbandonò la testa sul cuscino e chiuse gli occhi. Se avesse potuto diventar più scialba la sua faccia di color cadaverico, avrebbe impallidito. Non disse una parola, non fece un atto, ma nei muscoli del viso, intorno alla bocca, avvenne una lieve contrazione che era l'effetto d'uno spasimo interno inesprimibile. Quel mostro era suo padre! Pensò tosto di contar tutto a Don Venanzio, di cercare nelle confidenze a quel sant'uomo un sollievo, nelle ispirazioni di quell'anima onesta un consiglio; epperò, aspettatolo con impazienza, quando il vecchio sacerdote fu venuto, lo accolse colla vivacità d'un desiderio soddisfatto che pareva una speranza, che pareva quasi una gioia, e volle tosto esser solo con lui.Gli disse ogni cosa. Don Venanzio, esterrefatto, meravigliato, sgomentito da questo fatale garbuglio di casi, impallidito e tremante per emozione, levò le palme al cielo ed esclamò col fervore del credente:— Oh divina Provvidenza! Oh imperscrutabili vie del Signore! Riconosco la tua mano potente, supremo Iddio! Dio della pietà, ma Dio pure della giustizia! Dio che perdona chi si pente, ma che colpiste cogli effetti della stessa sua opera scellerata il reo. Nariccia abbandonando il fanciullo, creò col suo delitto un assassino, e quest'assassino fu a dargli morte. Un orribil delitto punì un delitto infame. Curviamoci ed adoriamo!...— Che cosa si deve fare? domandò Maurilio palpitando.Il vecchio prete nascose fra le mani la sua faccia turbata, e stette un istante in silenzio.— Pregare che Iddio ci ispiri: disse poi levando al cielo i suoi occhi umidi di pianto. Pregare che Iddio si plachi!... La giustizia umana è uno stromento anch'essa di quella divina... uno stromento molte volte inefficace od anche fallace, ma conviene rispettarlo e sottoporvisi. Dietro lei c'è la mano onnipossente del Signore dei mondi.Gli occhi febbrili di Maurilio lampeggiarono più vivamente.— Mio padre, io voglio vederlo: disse. Voglio conoscere quell'organismo umano imbestialito, in fondo al quale è soffocata o sonnecchia l'anima, soggiogata dagl'istinti della materia. Chi sa che da quello sciagurato letargo io non la possa tuttavia destare! Chi sa che da quella rupe, io non possa, percotendo, sprigionare ancora una scintilla! Da tanti anni ladro ed assassino!... O cielo! o cielo!... Ed ebbe pure un'infanzia! Ed ebbe forse desiderio e bisogno di miti affetti e impulsi generosi, ed aspirazioni al bene!.... Li ho pur io, che sono suo figlio.... E la sventura gli ha col dolore e coll'ira offuscata la mente; e la società l'ha colle sue crudeli ingiustizie corrotto. Lo so ben io che sono passato per la trafila della miseria!.... Quanti scellerati questa non crea!.... La va a cercarli nelle schiere della plebe e di complicità coll'ignoranza li getta in braccio al vizio, li educa con infame amore al delitto. Miseria! Miseria... Una società che non combatte questo umano flagello con tutti i mezzi che le si possono parare è risponsabile essa stessa del male che nel suo seno si compie..... Che cosa ha pei poveri questa moderna accozzaglia d'uomini che noi crediamo regolata da leggi civili? La Chiesa da una parte che loro addita un tardo compenso alle miserie della vita presente in una indefinita felicità quasi impossibile ad arrivarsi in una vita avvenire, il carnefice e il codice penale dall'altra parte che colpiscono troppo spesso alla cieca. Punire! Va benissimo. È forse un diritto che ha la società; ma perchè non si pensa al dovere sacrosanto che le incombe di prevenire? E noi questa la chiamiamo civiltà?.... Verrà un tempo, ed io voglio sperarlo, in cui questa nostra epoca sembrerà ai posteri progrediti altrettanto barbara quanto sembra a noi quella feudale, quella del predominio della forza bruta.Don Venanzio vedendo l'esaltazione assalire il malato e crescere via via, lo volle interrompere e indurre alla calma: il giovane gli si rivolse con maggiori l'impeto ed il calore.— E la vostra religione che fa ella in proposito? Nulla che valga, od ascetica inculca un rinunciamento ai beni del mondo, impossibile alla natura umana, fuori che a qualche morbosa eccezione, e che se si propagasse, sarebbe distruttore d'ogni coltura, d'ogni progresso, d'ogni ricchezza, val quanto dire d'ogni società; o complice, benedice ai ricchi e li esime dai loro doveri verso i miseri; o timida, inintelligente soccorritrice di questi ultimi, non sa trovar rimedio che nell'antieconomica virtù dell'elemosina che umilia e fa sottomesso chi la riceve, che si converte in fin dei conti in premio dell'ozio e in incoraggiamento all'impostura.....— Tranquillizzati, non ti affaticare con questi, per ora troppo gravi pensieri, la mente: disse con pietoso accento il parroco. Più tardi potrei teco discorrere anche di ciò, dirizzare colle deboli forze della mia intelligenza le storte idee che tu hai in proposito, mostrarti quanto conferirebbe al miglioramento sociale la nostra santa religione, se fosse ben intesa ed applicata da tutti..... Ma ora non è occasione opportuna da ciò. Sta in quiete.....— In quiete! disse l'infelice sobbalzando in letto sotto un evidente ripigliare della sua febbre. Com'èpossibile? Mio padre è un assassino..... E sta per essere condannato a morte..... Ha ucciso e lo uccideranno, lui..... Sempre la legge del taglione!... Il sangue ch'egli ha sparso ed il suo che spargeranno devono ricadere su di me... Già lo sento... Già mi piomba addosso l'eredità del delitto e dell'infamia.Si diede ad agitarsi nel letto con moti convulsi; il prete spaventato corse alla porta per domandare i domestici venissero in suo soccorso a contenere lo spasimante; ma una gentile, pietosa apparizione si mostrò ai suoi occhi. Era Virginia che veniva ella medesima a saper novelle del malato. Aveva appreso che questi non era suo fratello, ma la pietà del suo cuore non consentiva ch'ella per ciò di botto cessasse dall'interessarsi e sentì compassione per lui. L'amore medesimo, quasi complemento delle egregie facoltà di quell'anima eletta, l'amore che la fanciulla aveva in cuore la rendeva ancora più facile ed inchinevole ai generosi sentimenti, alle pietose ispirazioni, al desiderio di recar bene a chi più potesse. Le disordinate parole dal misero a lei dette parecchi giorni prima, quando la sua infermità lo aveva assalito, ella aveva perdonate, aveva attribuite al delirio soltanto, aveva quasi del tutto obliate. Udito la buona novella che dalla sera innanzi Maurilio era tornato in possesso della sua cognizione, ella veniva a rallegrarsene, a fargliene coraggio con una sua parola, colla sua presenza, prova irrefragabile d'un generoso interessamento. Quella stessa mattina inoltre ella aveva compita l'opera pietosa di visitarlo, verso un altro infermo, Francesco Benda, e riferirò fra poco i modi, e le circostanze, e gli effetti di quella sua visita alla disgraziata famiglia, della quale sarà questa appunto un'occasione per dire le novelle; ed all'anima sua così squisitamente dilicata parve un dovere quella medesima pietà che l'amore l'aveva spinta ad usare verso Francesco, usarla eziandio verso l'infelice che dolorava sotto il medesimo tetto da lei abitato, le sembrò che così legittimasse quasi quella sua visita all'officina Benda, alla quale aveva dato per pretesto soltanto il desiderio di vedere e confortare l'amica compagna d'educandato e la novella amica, l'infelice Maria.Quando il vecchio parroco si vide dinanzi la bella persona della nobile donzella, giunse le mani come per pregare, in atto che gli era abituale ogni qual volta una profonda commozione lo possedesse, ed esclamò:— Misericordia! Ho paura che sia da capo col delirio, questo poveretto, e che ci siamo rallegrati troppo presto.La fanciulla entrò più ratta, come sollecitata da queste parole, e venne risoluta presso il giacente.All'intelligenza di Maurilio avveniva come al sole in quelle giornate di primavera, in cui le nubi grosse e scure, ma interrotte, passeggiano pel cielo e ad intervalli passano davanti all'astro di splendore e ne offuscano i raggi, spandendo una mesta e cupa oscurità su tutta la natura; e ad un tratto poi ne lasciano giunger libera alla terra la luce, che pare ancor più viva, più brillante, più calda. Egli sentiva a quando a quando salirgli al cervello una vera nube, come un ammasso di vapori sanguigni, che tutta gli ottenebrava la mente; in mezzo a questi vapori scorgeva immagini inesprimibili di cose tanto strane che erano impossibili, forme e sembianze che non appartenevano alla creazione terrena, e gli pareva come se dal fondo di quella tenebra uscisse una granfia che afferrasse la sua ragione nel suo cervello e la tirasse a sè facendola distendersi come un filo sempre più sottile, che non tenesse più che per un picciol capo alle meningi della sua cavità cerebrale, e l'avvolgesse, questo filo, nel labirinto di quelle forme mostruose della notte tanto da perdercelo; poi ad un tratto, la nebbia vaporosa spariva, il filo sfuggiva alla mano misteriosa, che si affondava nell'ombra, e per gioco di elasticità ritornava a raggomitolarsi tutto nella sostanza grigia del suo cervello; la intelligenza lucida, potente, maggiore che nelle condizioni ordinarie della sua vita, brillava al di sopra della pienamente riacquistata coscienza.La vista della fanciulla parve fare più splendida che mai in Maurilio questa luce d'intelletto. Vide più chiaro, più lontano e più giusto; comprese con ambito più vasto le varie manifestazioni del vero, conobbe meglio in sè e fuori di sè; dietro gli adombramenti delle forme discernè la sostanza; capì la ragione e l'idea degli uomini e dei fatti; giudicò e seppe.Il suo volto, in cui le grossolane sembianze dell'uomo inferiore della plebe erano pure animate dal tocco divino del Prometeo che è l'ingegno, s'illuminò d'un barlume ineffabile, come brulla montagna del carezzevole raggio rosato dell'aurora; nel suo pallore di cadavere, il fronte parve divenuto fosforescente come diamante impregnato di luce solare, gli occhi ebbero lo sguardo d'aquila del genio, le labbra il sorriso dei beati; la sua bruttezza si trasfigurò in un'espressione di sovrumano idealismo.Virginia! esclamò egli con voce che aveva essa pure una nuova e straordinaria melodia, che era un grido dell'anima, che pareva la suprema aspirazione d'un morente: con quella voce con cui Goethe all'agonia domandava la luce; poi chiuse gli occhi, volendo sottrarsi alla troppa e troppo acuta dolcezza di quella visione di bellezza divina, volendo fare che dalla retina degli occhi s'imprimesse nell'intima compage del cervello l'immagine di quella testa angelica dall'aureola delle chiome d'oro, tutto leggiadria, benignità e splendore.— Gran Dio! esclamò la donzella curvandosi sul giacente: egli è svenuto.Maurilio bevve colle orecchie l'armonia di queste parole, rialzò le ciglia a berne cogli occhi assetati la dolcezza dello sguardo pietoso che cadeva su di lui, come si berrebbe una manna celeste.— No, diss'egli: ben vorrei esser morto in quest'istante, ma è troppo lieta fortuna perchè mi sia concessa.Fece scorrere il suo sguardo animato da Virginia a Don Venanzio che lo stavan mirando con interesse.— Non temete di nulla... Sento, so che ho ancora da compire qualche cosa su questa terra, prima d'abbandonarla... Qualche cosa di ignorato, che non troverà eco nessuna nei rumori del mondo; ma che pure, non sarà forse men grande delle opere famose di glorificati eroi... Far felice alcuno, fare che risplenda a menti offuscate il vero, non è forse opera di missione divina?... Ed io farò felice voi, o Virginia; ed io devo scioglier dai ceppi delle passioni della materia due anime... Non morirò dunque ancora... Mi rialzerò di qua, non dubitate, per abbandonare questo miserabile ed odiato involucro, allora soltanto, quando avrò compito il mio ufficio... Ah! non sarà questo la superba missione che ho sognato un istante, quando parve il destino volermi porre in mano la potenza... Che importa? Nessuno ha diritto di lamentarsi della sua sorte; perchè, come saprebbe egli a quali precedenti di vite anteriori e d'altri mondi corrisponde la sua attuale esistenza?... Se io non sarò passato disutile affatto; se le mie sofferenze avranno portato per frutto una sola ombra di vantaggio, un sol momento di bene ad un mio simile, sarò pago abbastanza, sarà spiegata abbastanza anche alla corta vista del mio scontento egoismo, la ragione di questa breve vicenda nella mia vita immortale.Parlava calmo, pacato, lento; ma con una vibrazione contenuta di voce che rivelava un'energia interiore, con una certa solennità che imponeva, quasi come un'autorevolezza. Virginia sentiva la sua compassione far luogo ad un sentimento poco meno che di deferenza e di rispetto; Don Venanzio insieme alla tenerezza ed all'ammirazione che gl'ispiravano i concetti del suo pupillo, provava un sentimento di dolore, perchè comprendeva che in quella superiorità morale ed intellettiva più chiaramente manifestantesi, in quella profetica rassegnazione, era l'effetto della mano della morte che già aveva tocco quell'organismo, che lasciava penetrare a quello spirito incarnato un guizzo della luce stessa dell'infinito.Maurilio si rivolse al domestico, che stava appiè del letto ad aspettare gli ordini, e gli disse con accento di dolce preghiera:— Fatemi il piacere, tiratemi un pocolino più in su.Il servitore lo prese sotto alle braccia e lo sollevò alquanto; in questo movimento uno dei guanciali andò per traverso, e quando il giacente fece per abbandonar di nuovo sovr'esso il suo capo fu la mano di Virginia che sollecita e lieve raddrizzò il cuscino; e in quell'atto cortese la fine, liscia, profumata pelle della mano di lei incontrò e toccò la fronte ardente del giovane. Un lieve sussulto scosse a lui le membra, uno sguardo d'ineffabile dolcezza, di supremo diletto ringraziò la pietosa fanciulla.— Don Venanzio, diss'egli poi, il marchese può aver bisogno di lei, ed ella ha pur bisogno di parlare al marchese.— È vero, rispose il parroco, che in quel momento si ricordò eziandio della povera Margherita.— Non indugi adunque di più.Il prete si mosse per uscire, Virginia accennò volerlo seguitare.— Un istante: disse vivacemente Maurilio e con accento di caldissima preghiera. Vorrei dirle due parole, Virginia.Ella si fermò senza esitazione, non esprimendo nè cogli atti, nè cogli sguardi, nè in modo nessuno il menomo dubbio o diffidenza.— Eccomi: disse con semplicità, tornando ad accostarsi all'infermo.Il domestico s'era ritirato in fondo alla camera e stava colà come se quello non fosse fatto suo. Maurilio, abbassando la voce in modo che il suono delle parole giungesse solamente all'orecchio della donzella, così prese a dire:— Ella mi ha da perdonare gli atti e le parole che ora mi ricordo aver usati con lei, l'altro dì quando primamente mi fu tolta la volontà dalla mano della follia.— Le ho tutto perdonato: disse dolcemente Virginia a cui quel discorso rincresceva, e che stimava doverlo interrompere anche in vantaggio del malato. Non se ne preoccupi dell'altro, e non parliamone più.Ma il giovane, facendo cenno col capo lo lasciasse continuare chè tutto aveva bisogno d'esprimere il suo pensiero, riprese dopo un poco:— Potrei scusare il mio trascorso coll'alterazione mentale che mi assalse; ma non voglio, perchè ho il debito e m'incombe aver il coraggio di dirle la verità. Quello che mi sfuggì dalle labbra a quel punto, usciva proprio fuor dell'anima mia, è il segreto della mia esistenza. Sono anni ed anni, o Virginia, ch'io v'amo d'un amore impossibile ad esprimersi.Virginia fece un movimento.— Non mi sfugga, soggiunse ratto il giacente; non m'imponga tacere. È un uomo che deve morire fra poco quello che vi parla. Lo stampo della morte consacra solennemente ogni affetto, e questo è santo come santa è l'anima vostra. La confessione d'un moribondo si deve ascoltare con animo pacato e pietoso; l'orgoglio umano, i pregiudizi terrenidevono tacere innanzi ad un amore che sta per nascondersi dietro una tomba. Uditemi, Virginia, in nome del cielo! Sarà l'unica volta che vi avrò fatto penetrare nell'anima mia. Avrò così aggiustata definitivamente questa partita de' miei affetti terreni, e non ve ne parlerò più mai. Io vi parlerò come se ad ascoltarmi qui fossero la vostra madre che voi perdeste — e la mia, che non conobbi mai! — E forse i loro spiriti qui sono e ci assistono. La vostra fierezza e la vostra purità non avranno da essere turbate pur da un'ombra di corruccio.La donzella appoggiò, come per sorreggersi, la sua destra bianca, sottile, dalle dita affusolate sopra la spalliera d'una seggiola vicina, e con dignitosa semplicità, con nobile fiducia, disse benignamente:— Parlate!E il giovane, con un fuoco che l'interna passione ispirava pure alla sua debolezza, con un impeto di parola, che era come un residuo del suo delirio, ma temperato dalla soavità dell'affetto, così parlò:— Vi ho amata quando ero appena al limite dell'infanzia, sulla soglia della turbolenta adolescenza della creta e del pensiero. Vi ho amata, non perchè foste bella soltanto, ma perchè la vostra bellezza mi incarnava dinanzi la più alta espressione di quell'ideale a cui, inconsciamente ancora a quel tempo, ma pure con ardentissimo anelito già aspirava l'anima mia. Ho amato il vero, quella parte del divino concessa alla nostra natura nelle sue manifestazioni più pure, più splendide, nella poesia, bellezza intellettuale, nella virtù, bellezza morale, in voi, bellezza di forme che le altre due vestiva ed incarnava..... Non arrossite, non vi corrucciate: vi parlo come parlerei all'angelo mio custode; non c'è ombra di intendimento interessato in me, non voglio commovervi nè lusingarvi; vo' dirvi quel che foste per me, quel che siete, quel che potete essere nel mondo... Era naturale, era fatale ch'io così vi amassi. Voi rappresentate tutto ciò che vi ha di bello e di superiore nell'umana famiglia, circondato dallo splendore delle distinzioni, dell'eleganza, dell'autorità e delle grandezze sociali: voi siete il risultamento più completo e più perfetto dello stato attuale della coltura e del progresso dell'umanità, fisico, morale, intellettivo, estetico, economico. Il pensiero, il lavoro, i travagli dell'uomo di tutti i secoli trascorsi hanno cospirato per crear voi e disporvi intorno l'ambiente opportuno. Siete il frutto dell'intelligenza applicata a tutti i rami dell'attività umana; la civiltà vi ha fatto un piedestallo e voi raggiate sovr'esso, personificazione di quanto di buono e di bello seppe arrivare e conseguire il secolo. Io sono la plebe, la povera plebe che guarda da lontano il banchetto imbandito ai ricchi, e muor di fame invidiando: banchetto non di cibi materiali soltanto, ma di amore e di pace, di sapere e di fama, di potenza e di virtù. La plebe che col suo lavoro e co' suoi stenti concorre all'opera del progresso e non ne fruisce che poco o nulla, che ha, nell'oscurità delle sue grandi masse ignorate, dato sforzi, sudori e vite per ottenere il tesoro di agi sociali del secolo XIX, e vive tuttavia nella barbarie di due secoli addietro; la plebe che contenuta, domata, ignorante, con un barlume soltanto o con false idee de' suoi diritti, sta accalcata, premuta alla base della società, ma s'agita talvolta e tiene il collo levato verso lo splendore della luce, essa fitta nelle tenebre!... Io son la plebe; ma soffrii più di essa, perchè fui conscio delle mie condizioni e potei scrutare la ragione de' miei dolori. Seppi quel che volevo e capii sempre l'impossibilità di ottenerlo. Conobbi dove era la beatitudine e mi seppi sempre condannato a non arrivarla... Avverrà egli un giorno che la plebe possa giungere alla conquista dell'Eden sociale? Certo che sì, in un tardo, ma immancabile avvenire; e sarà quando il figliuolo di nessuno — come io — coll'ingegno, col valore, col lavoro, potrà ottenere l'amore della più bella, della più nobile donzella — come voi — e gli usi e i pregiudizi sociali non grideranno allo scandalo, non ne faranno alla fanciulla una vergogna.Tacque un istante per riposarsi. Virginia disse, commossa, con quella sua voce d'oro:— Ah! gli usi e i pregiudizi sociali sono una tirannia a cui nessuno può sottrarsi: e non è la volontà d'una debole fanciulla che possa rompere queste catene di ferro.La poveretta pensava al suo amore per Francesco, contrastato, ed ella pur troppo temeva senza rimedio nessuno, dalla boria aristocratica della sua famiglia.Maurilio la indovinò, la comprese e con un mesto sorriso ripigliò a parlare:— La sorte volle che fra noi, così lontani — voi al fastigio, io all'ultimo gradino della piramide sociale — si stabilisse in breve un'attinenza di domestico affetto.... Oh la deve cessare, lo so: si affrettò a soggiungere vedendo un lieve moto nelle fattezze della fanciulla, al quale egli attribuì più superbo significato che non avesse: ma frattanto, permettetemi ch'io me ne profitti per parlarvi in vostro vantaggio.... in vantaggio d'un'altra persona che vi sta a cuore.... per parlarvi come un fratello, quale un istante fui creduto essere per voi.Gli sguardi del malato erano così supplichevoli, la sua voce era improntata d'un affetto che aveva qualche cosa di materno, per guisa che Virginia represse la volontà d'imporgli silenzio cui le suggeriva l'orgoglio, e credette far opera di pietà verso quel misero, cedendo alla curiosità ond'era punta eziandio di ascoltare le parole che Maurilio sarebbe per dirle, e col silenzio annuì che il giovane continuasse.— Io sono la plebe; Francesco Benda è la borghesia....Al nome di colui ch'essa amava, le guancie di Virginia si suffusero d'un lieve rossore e gli occhi si chinarono lentamente.— La borghesia è plebe incivilita mercè l'agiatezza e l'educazione; è parte di quel gran serbatoio comune del popolo, venuta su, trattasi fuori dalla bolgia dell'ignoranza e della miseria grazie la fortuna, l'intelligenza, l'operosità maggiore, arrivata a spartire colla classe superiore una gran quantità dei beni sociali, se non tutti, a godere i precipui vantaggi della civiltà. Ma tuttavia anch'essa, la borghesia, anela ad ascendere pur sempre: lo splendore dell'idealismo sociale incarnato nella grandezza e nell'autorità, la attrae sempre più su: aspira ad un'uguaglianza assoluta cogli eredi delle grandezze antiche, col capitale di educazione e di tradizioni raccolto dagli antenati.... Francesco Benda, il figliuolo degl'industriali arricchiti, ama Virginia di Castelletto discendente d'una illustre prosapia di prodi. È la legge del progresso: e l'effettuarsi di questo vuole che cotal maritaggio si compia. Bisogna che l'aura, il profumo, il raggio della poesia aristocratica si unisca alla prosa dell'attività, dell'audacia, della scienza positiva del ceto medio. Ne verrà un miglioramento morale, sociale, e fisico eziandio della razza umana. Plebe e nobiltà sono troppo ancora distanti: il loro maritaggio è tuttavia mostruoso: ma fra l'aristocrazia e il mezzo ceto, se gli è difficile sempre, non è più impossibile. Le anime elette di questo e di quella, hanno oramai dall'educazione e dalle condizioni economiche, ricevuto la patente d'uguaglianza. Voi, Virginia, e Francesco rappresenterete questo fatto colla vostra unione; le difficoltà della quale io conferirò ad appianare. Come? Non so ancora: ma ho la coscienza che il mio concorso aiuterà il conseguimento della vostra felicità. Fra voi, il povero plebeo, cadendo, colmerà lo spazio che ancora vi disgiunge. La vostra felicità sarà passata sul mio cadavere.— Signore: interruppe qui Virginia: è un tristo augurio che voi mi fate. Le circostanze straordinarie che avvennero tra noi vi hanno messo in grado di parlarmi e mi hanno consigliata ad ascoltare da voi cose che non avrei dovuto, che non avrei tollerato da nessuno, fuori da chi avesse legittima autorità su di me. Avete voluto con soverchia audacia penetrare nel segreto del mio cuore: volete ora disporre del mio destino e far pesare su di me la risponsabilità di avvenimenti che spero non si effettueranno, ma che in ogni modo non dipendono dal mio arbitrio. Qualunque sieno i casi, quali che esser possano i miei sentimenti ed affetti, una cosa sola potete ritener per sicura, ed è che la mia condotta sarà ispirata sempre dalla coscienza dei miei doveri, della mia dignità, dalla sommissione ai voleri di coloro cui debbo obbedire, ed alle leggi della convenienza.Maurilio rispose con un mesto sorriso:— Non è un uomo che ora vi parla, è un'idea. Attribuite pure l'audacia dei miei discorsi al residuo del delirio, ed ascoltatemi, pietosa come siete, con generosa tolleranza, per compassione della mia follia; ma le cose ch'io vi dico serbatele nella vostra memoria e richiamatevele alla mente il dì che avrete bisogno di conformare a quei principii gli atti della vostra vita. No, non è vero ch'io voglia addossare a voi la responsabilità di fatti che sono un effetto necessario di quello svolgersi del dramma umano nella esistenza particolare dei singoli individui e nella complessiva della massa, del quale non possiamo abbracciare le forme generali e lo scopo finale. Chiamatelo caso, chiamatelo destino, chiamatelo piuttosto Provvidenza, noi siamo attori che traduciamo in atto, ciascuno per la sua parte maggiore o minore, il concetto di quell'autore. Il nostro dovere, l'importante è di rappresentarla questa parte il meglio che ci sia possibile: l'esserne conscii e il travagliarvisi intorno deliberatamente, è il privilegio degli esseri eletti. Voi siete tra questi; voi siete un tipo; voi sentite, forse ancora in confuso, la vostra missione: io, dall'orlo della tomba, illuminata la mente da lampi di luce eterea che già mi guizzano tra la materia che si scioglie, io vengo a definirvi colla mia parola, a farvi concrete le forme vaghe della vostra ispirazione. Ponete mente, voi siete la grazia, la bellezza, l'ultimo portato dell'educazione civile, l'arte, la poesia, l'ideale; Francesco è la ricchezza economica, il progresso materiale, la tendenza all'egoismo del benessere, l'attività meccanica che nella lotta colle difficoltà affacciate dalla natura sempre ribelle, anche soggiogata, dimentica agevolmente la luce superiore, diventa sorda alla voce di doveri più vasti che non son quelli avvertiti dalla comune, d'impulsi più sublimi che non quelli delle pedisseque virtù delle anime volgari. Voi avete da essere nella sua vita quella luce; voi avete da far risuonare al suo cuore quella voce. L'uomo che avrà l'immensa felicità di possedervi deve pagarla alla Provvidenza, deve farsene degno coll'essere un'anima superiore. Francesco è un'anima generosa, ma debole: voi l'avete da temperare col vostro amore alla forza delle grandi idee, alla sublimità dei grandi sacrifizi, alla potenza delle grandi volontà. Di quel ferro fatene acciaio. Fategli guardare in alto: sempre più su, sempre più su, excelsior, coll'animo, coll'intelletto; ma fategli tendere la mano al basso. Voi siete la beneficenza; siate di più ancora: siate il genio del mondo novello; e l'uomo che ha l'amor vostro bandisca il vangelo della nuova redenzione, lavori per l'effettuamento della nuova civiltà.Si sollevò sui cuscini con più forza di quello che si sarebbe creduto, e la vasta fronte parve corsa da una lieve fiamma fugace, mentre gli occhi parevano riflettere un raggio di sole.— Guardatevi dintorno in questa società, che sitravaglia nella gestazione dolorosa dell'avvenire. Quante cose da fare! Tutto vacilla: la fede, l'autorità, la coscienza umana. Una casta, a nome dello spirito, ha troppo disprezzata e maltrattata la materia: questa s'insorge e dà la battaglia della negazione allo spirito, in nome della libertà. Gli errori cozzano innanzi alla verità sbalordita. Gl'infimi, dal ghiacciato fango dove giacciono oppressi levano in su la testa, si drizzano in punta di piedi e vogliono arrampicarsi alle più tepenti aure della ricchezza. I derelitti gettano in faccia alla civiltà del secolo la tremenda questione; «Perchè abbiamo sofferto sinora? Perchè soffriamo?» La risposta autoritativa delle religioni dommatiche non basta più ad acquetarli. Un miasma di materialismo inasprisce le piaghe sociali e manda al parosismo la febbre della miseria.... Convien provvedere, convien provvedere.... La quistione politica non è che vicenda di transizione. È la tendenza del predominio della borghesia; ma l'avvenimento di questa non sarà che una sosta nella lotta sociale, dove essa non pensi alla redenzione della plebe e non l'effettui.Si strinse colle mani la fronte e tacque un istante; le carni gli ardevano ed affannoso aveva il respiro. Virginia fece un atto come per venirgli pietosamente in aiuto; ma egli lasciò cadersi le braccia e mostrò spento nelle pupille il raggio, svanita la fosforescenza della fronte diventata color della morte.— Oh meschinità ed impotenza della parola! disse egli con voce sorda, soffocata, in cui ogni vibrazione era spenta. S'io potessi tradurre in linguaggio umano le mie idee! S'io potessi dar forma alle mie visioni!... Mi avete voi potuto comprendere? Potrete voi completare nella vostra intelligenza il concetto da me appena accennato?... Ah perchè non posso trasmettere in altrui quello che s'agita dentro il mio cervello? Perchè non son io Francesco?..... Perchè sono condannato a morire?...Ricascò sui guanciali e chiuse gli occhi così che parve già fatto cadavere.La nobile fanciulla si curvò su di lui, impietosita, palpitante; e gli fece scendere sull'anima la rugiada di dolci parole di speranza e di conforto. Egli sorrise mestamente a quella melodia soave.— Addio bellezze dell'esistenza terrena; susurrò colle tremole labbra sfiorate da un sorriso: addio poesia della mia vita!... Sì, sono condannato a morire..... Bere sino alla feccia il calice delle amarezze, e morire.Il misero pensava all'ignominia di suo padre, il quale pure ei voleva conoscere.— Perdonatemi, Virginia, e compatitemi... E non dimenticate le mie parole!... Forse non vi parlerò più..... Ma son lieto d'aver potuto manifestarvi un cantuccio dell'anima mia..... E siate benedetta voi che avete per pietà inchinato il vostro orgoglio alla pazienza di ascoltarmi. Ora sento offuscarsi di nuovo la mia mente turbata: addio; lasciatemi alle tenebre che m'invadono..... e siate felice!Virginia s'allontanò pensosa, commossa, a passo lento. La rozza figura del giovane plebeo aveva preso ai suoi occhi proporzioni mai più credute di grandezza. Essa lo aveva indovinato; traverso le confuse parole aveva capito il pensiero, aveva travisto la luce dell'idea. Si fermò innanzi al ritratto di sua madre e stette assai tempo contemplandolo, assorta in profonda riflessione. Quando si riscosse si passò le piccole mani sulla fronte: gli occhi mandavan faville.— Esser la luce, la coscienza, l'ideale dell'uomo che si ama! esclamò. Essere il genio del mondo novello!... Oh! il mio Francesco sarà un grand'uomo!Don Venanzio vide sul volto del marchese le traccie d'una tal desolazione e d'un tale abbattimento, che avventurandosi ad una maggiore famigliarità di quella che mai avesse ardito usare coll'illustre personaggio, gli si avvicinò con premura, gli prese una mano e disse con tono di amichevole conforto:— Coraggio, signor marchese.— Ah! se sapesse!..... mormorò lo zio di Virginia.— So tutto; disse affrettatamente il parroco; e narrò che veniva dalla stanza di Maurilio, da cui aveva appreso la fatale novella, e come quello sciagurato che da pochi dì andava per le bocche di tutti col nome dimedichinoegli avesse conosciuto bambino ed istrutto in compagnia di Maurilio.Il marchese si nascose nelle mani la faccia.— Ah! come Iddio ha punita la mia famiglia e me stesso: disse gemendo. Togliere ad una moglie il suo sposo, rubare ad una madre il frutto delle sue viscere, condannare alla miseria ed alla vergogna un innocente bambino furono orribili colpe... ma orribile pure è il castigo del cielo!... Ed ora che fare, mio Dio! che fare?Don Venanzio parlò col buonsenso della sua anima religiosa ed onesta.— Bisogna rendere omaggio al vero; bisogna obbedire alla manifesta volontà di Dio che per suoi imperscrutabili fini ha voluto appunto che in questa occasione si scoprisse il segreto: bisogna che quello sciagurato sappia tutto.— Come! La pensa a quello che dice? disse il marchese levando in sussulto la testa, vorrebbe che l'onore della famiglia fosse posto in balìa di quel cotale?...— La verità ha un diritto maggiore di quello dell'onor d'una casa; quell'infelice medesimo non può ulteriormente lasciarsi nell'ignoranza dell'esser suo. Chi le dice non sia uno de' maggiori e de' principali castighi che gli abbia riserbato la Provvidenza pel suo traviamento, quello di apprendere, quando caduto al fondo dell'infamia, che avrebbepotuto essere ricco, glorioso, felice, dove avesse camminato sempre senza inciampare nel cammino della virtù?Il marchese curvò il capo e tacque alcun tempo, assorto in una profonda e dolorosa meditazione.— Forse Ella ha ragione, Don Venanzio: disse poi con accento di scoraggiato abbandono; ma io sono in mezzo ad impulsi diversi, a sentimenti contrarii, a doveri contraddittorii, e non so bene qual seguire, qual condotta trascegliere. Quel miserabile può egli dirsi che abbia ancora qualche diritto verso la mia famiglia? Non gli ha egli persi tutti coll'infamia della sua vita?— Ma di chi la colpa s'ei precipitò a quel modo?— È vero, è vero.... Ma non ho io il dovere di conservare inviolato l'onore del nome che devo trasmettere a' miei figli? Poichè tutto s'ignorò finora, poichè tutto si può seppellire.... non ho io il diritto di fare che si continui ad ignorare?Il buon prete stette un momento, perplesso ancor egli: il marchese incalzò:— Se quell'infelice medesimo conoscesse le condizioni in cui mi trovo, vedendo dall'una parte un inutile lustro gettato sulla sua ignominia a dispendio del decoro d'un glorioso casato, dall'altra il silenzio e l'oscurità continuati intorno alla sua origine, oh certo vorrebbe darmi ragione di appigliarmi a questo secondo partito...S'interruppe come sovraccolto da una nuova idea.— Don Venanzio, soggiunse egli poi affrettatamente e senza guardare in faccia il vecchio sacerdote: quel disgraziato è ben padrone della sua sorte, in lui sta bene il diritto di rinunziare ad un nome e ad un grado?— Oh sì.Il marchese tacque di nuovo un poco meditando.— Ella mi ha detto avere stupito di trovare uno scellerato in quell'uomo ch'Ella aveva giudicato capace dei più alti destini.— Sì.— Non è dunque spenta nella sua anima ogni generosità, ogni nobile sentire?— Non credo.Altra pausa; poi con voce più bassa e testa più china, il marchese soggiunse:— Voglio andare io stesso ad apprendere la verità a quello sventurato.... Ella mi vi accompagnerà, Don Venanzio.... Farò giudice colui medesimo di quel che si debba.Il parroco parlò allora della povera Margherita; il marchese promise l'avrebbe raccomandata, e nello stesso tempo, quando avrebbe chiesto di poter avere un colloquio senza testimoni colmedichino, avrebbe ottenuto facoltà a Don Venanzio di visitare la vecchia incarcerata.All'influenza del marchese non fu difficile il conseguire per lo stesso giorno successivo la permissione di quell'abboccamento coll'imputato Gian-Luigi Quercia.Ma di quella sera frattanto, una dolorosa scena aveva luogo nella famiglia Baldissero.Si era al finir del pranzo. Durante questo non si era quasi parlato mai: il marchese era cupo, Virginia era triste e preoccupata, la marchesa superbamente fastidiosa, il marchesino ancora in broncio con tutti. Appena se poche parole erano state pronunziate in grazia a Don Venanzio che in mezzo a quelle cere imbrunite mostrava afflitta eziandio la sua bella fisionomia di uomo senza peccato. All'ultimo bicchierino di Bordeaux, Ettore, come per protestare contro la comune musoneria, sciolse il scilinguagnolo ed entrò di pieno nell'argomento che era sulle bocche di tutti, ma che allora, per diversa cagione, suscitava particolarmente l'interesse di Virginia, che quel giorno medesimo era stata a vedere Maria, del marchese e di Don Venanzio, che avevano avuto il colloquio or ora riferito; parlò delmedichino.— E' pare veramente, disse, che vi sieno in giuoco delle suste potenti per sottrarlo alla sorte che si merita. Ieri sera ebbe luogo un tentativo d'evasione che fu per un filo se non riuscì. (Contò le cose com'erano andate). L'agente di Polizia che venne in momento tanto opportuno ad arrestarlo, fu nominato sott'ispettore delle carceri e specialmente incaricato della custodia di quel mariuolo: il capoguardiano e il custode che fuggiva con lui sono ai ferri: l'ispettore medesimo, caduto in sospetto, è per intanto sospeso dall'impiego. È sperabile che quello sciagurato non isfugga al suo destino: e ci ho gusto. L'infame supplizio il miserabile lo ha meritato mille volte più d'ogni altro. Pensare che osava comparire nelle società di garbo...— Non nella nostra: disse con tono secco la marchesa.— Ma pur tuttavia oggi che la società è così mêlée ci avvenne di costeggiarlo le tantissime volte. Pensare che ci tendeva inguantata quella mano la quale giuocava di baro, rubava ed assassinava!... Pensare che l'ho avuto io di fronte in una quistione d'onore e che l'ho trattato come uomo onorevole! Esso merita cento morti.— E la sua condotta verso la povera Maria Benda? esclamò con indignazione Virginia. Quello è uno dei peggiori suoi assassinii, se non è il pessimo. Chi può vedere quella vittima infelice e non sentirsi schiantar l'anima?... No, non v'è punizione di leggi terrene, non v'è maledizione di Dio che basti per tanta scelleraggine.Il marchese era divenuto pallido pallido e guardava con occhi sbarrati ora la nipote, ora Don Venanzio.— Ah! la misericordia di Dio è grande: disse questi colla sua voce mite e commossa: e dove noi non veggiamo che ragione di maledire, il Supremo Giudice sa le cause di compatire e di perdonare. Non anticipiamo i giudizi del Signore!— Lasciamo stare la giustizia di Dio: disse Ettorecon quel suo fare fra l'impazienza e la leggerezza, in cui un impertinente sussiego era appena temperato dall'urbanità delle maniere. Quanto alla giustizia umana, se havvi caso in cui la debba essere implacabile, è certo questo. Uno scellerato che ruba la considerazione della gente, che non è spinto al delitto dall'urgenza del bisogno, ma da empie passioni, che si trafora nelle famiglie a rubarvi onore e denaro... Ma la morte è troppo poco... Ha torto a mio avviso la nostra filantropia moderna che abolì le tenaglie roventi e il supplizio della ruota...Il padre di Ettore si drizzò di scatto più pallido ancora, e si levò di tavola. Tutti ne imitarono lo esempio e lo seguirono nel vicino salotto. Colà il marchesino che non s'accorse dell'emozione di suo padre, e che ad ogni modo non ne avrebbe capita la ragione, continuò come se di nulla fosse il suo discorso.— Bisogna farli soffrire quella gente: la morte sì, ma dopo buoni tormenti...— Siete voi senza cuore, Ettore? esclamò il marchese con accento di rimprovero doloroso.— Per quella canaglia, sì: rispose col medesimo tono Ettore: e tanto più per quel cotale. E' mi ha sempre sovranamente spiaciuto.... Se fosse stato mio pari, gli è da tempo che avrei voluto dare anche a lui una buona lezione.... Ma io sentiva per istinto che quello era degli uomini che sono indegni anche del nostro odio, un vil verme che si disprezza e si calpesta.Il marchese fece un passo verso suo figlio con mossa così vibrata e con aspetto così turbato che tutti gli si voltarono a guardarlo, ansiosi di botto delle parole che stavano per uscire dalle sue labbra. Le porte del salotto erano chiuse, e niun altro orecchio estraneo alla famiglia poteva udire, fuor quello di Don Venanzio.— Sapete chi è quel vil verme? disse il marchese con voce bassa, ma tremola; sapete chi è quello scellerato, ladro, assassino, falsario, che voi volete attenagliare ed arrotare?..... Egli è vostro cugino, Ettore, è il figliuolo di mia sorella, è il tuo fratello, Virginia....

Pensatevi qual rimanesse il marchese di Baldissero quando Maurilio gli ebbe rivelato che il possessore dell'altra metà di quella lettera che Nariccia aveva stracciato per servirsi a dare un contrassegno di riconoscimento dell'abbandonato figliuolo della contessina Aurora, era il giovane conosciuto in Torino sotto il nome di dottor Quercia; che quindi quest'esso era il fanciullo smarrito che le circostanze avevano fatto supporre un istante fosse egli stesso, Maurilio.

Il marchese ben sapeva ciò che ignorava l'infermo, tenuto segregato dal mondo fino allora, mercè il delirio, cioè l'arresto degli assassini dellacoccae di Quercia come capo dei medesimi. Sperò che un errore eziandio fosse quello che facesse credere e dire al malato sì fatale novella; ricorse ad autorevoli informazioni sul conto del giovane arrestato e ne riportò la certezza della verità delle cose dettegli da Maurilio, ed ebbe tra mano anzi quello squarcio di carta che combaciava compiutamente col mezzo foglio trovato presso Nariccia e ne costituiva la lettera integrale: squarcio che insieme con tutte le altre carte era stato sequestrato presso Gian-Luigi.

In una perplessità straordinaria d'animo e di mente, il marchese non sapeva a che partito appigliarsi, e l'idea glie n'era venuta di aprirsi con Don Venanzio e consultare le ispirazioni di quell'anima santa di vecchio prete, quando egli medesimo, il buon parroco, fece domandare a S. E. il favore di un colloquio.

Egli era entrato nel palazzo già da un quarto d'ora ed era stato nella stanza del giovane infermo dove un vivace discorso aveva avuto luogo fra loro soli. Quella mattina la sua bella fisionomia piena di candore e di benevolenza era turbata da una pena, da una dolorosa mostra di contrarietà. La cagione si era ch'egli era stato testimonio d'un triste fatto che molto lo aveva amareggiato: ed ecco quale.

Già sappiamo come la povera Margherita, la vecchia nutrice di Gian-Luigi che lo amava più della pupilla degli occhi suoi, udito al villaggio l'arresto del suo diletto, e saputo che il parroco ne veniva in città chiamatovi dalla circostanza del male violento ond'era stato assalito Maurilio, aveva voluto ad ogni modo venirne alla capitale ancor essa, e qui la si era citata a comparire innanzi al giudice istruttore come testimonio e subirne gl'interrogatorii.

Questi parevano una gran cosa alla povera vecchia campagnuola, e presentandosi innanzi alla faccia burbera del giudice, la tremava tutta. Avrebbe tremato in ogni modo ed in ogni occasione; ma tremava tanto più ora che trattavasi della sorte del suo caro, e che a quest'esso poco tempo prima aveva dato promessa di fare quello che non aveva mai fatto in vita sua, quello che non avrebbe creduto mai di pur pensare di fare: dire il falso. Le varie circostanze della favola fattale imparare da Gian-Luigi le si ingarbugliavano nella testa con indicibile confusione; e fu assai peggio, quando il giudice le ebbe fatto prestare il solenne giuramento di dire la verità. La s'imbrogliò talmente, parlò con tanto tremore, la si lasciò tirare in tante contraddizioni che il giudice inquirente concepì su di lei i maggiori sospetti. Pure per quella prima volta essa la passò liscia ed uscì da quella stanza di tribunale più morta che viva, ma sciolta.

Ma frattanto avvenne che di tutte le informazioni prese d'altra parte sul conto dell'infanzia di Gian-Luigi nessuna concordasse con quelle della vecchia, la quale tutti asserivano essere andata a prendere all'ospizio il bambino senz'altro amminicolo. Ben poteva la donna aver tenute celate a tutti quelle circostanze che ora rivelava al tribunale intorno all'origine del fanciullo, ma era poco credibile checodesto avesse taciuto eziandio al suo parroco e confessore Don Venanzio, e questi aveva affermato saper nulla di nulla del romanzo raccontato dalla vecchia, ed anzi, interrogato se lo credesse possibile, aveva ingenuamente confessato di no, e che egli aveva la persuasione che il medico del villaggio non aveva mai avuto attinenza di sorta col bambino dell'ospizio, finchè vistolo intelligente e piacevole, quando grandicello, avevalo preso a ben volere e proteggere, che una fiaba credeva pure la novella della vistosa somma che il medico avrebbe ricevuto dall'incognita famiglia e passata a Gian-Luigi, il quale aveva avuto sì nell'eredità del medico un lascito ch'egli si era affrettato a consumare.

Aggiungasi che la Margherita, struggendosi dal desiderio di vedere il suo figliuolo, chiesto inutilmente di poterlo visitare, s'aggirava presso che tutto il giorno nei dintorni della carcere dove lo sapeva rinchiuso, guardando attentamente ogni finestra, ogni sbarra, ogni buco, ogni mattone della muraglia di quel cupo edificio, quasi sperando la faccia di lui le avesse da comparire ad ogni momento o qua o colà, o dovess'ella vedere una via di passaggio da giungere sino a lui, provando se non altro una certa dolcezza a guardare il luogo dov'egli si trovava, ad essergli così il più vicino che le fosse possibile. Ora Barnaba, che di persona e per mezzo di agenti fidati vigilava con tanta cura intorno al prigioniero, ebbe presto contezza di tali diportamenti di questa vecchia, e dell'esser suo, e quando avvenne il tentativo di fuga da lui mandato a vuoto, egli la denunziò al Tribunale come complice. Il giudice istruttore determinò assicurarsi di lei, confonderla come per ispergiura mercè un confronto con Don Venanzio, e procedere contro di lei per falsa testimonianza e per complicità nel tentativo d'evasione delmedichino. E così avvenne che la mattina dopo la sventata fuga, mentre Don Venanzio riceveva invito di recarsi fra un'ora al Tribunale, la vecchia, senza tanti complimenti, era mandata a prendere e condurre in sala di custodia da duearcieri.

Il confronto con Don Venanzio fu per la misera donna il peggior tormento che avesse ancora provato mai. Mentire, e mentire innanzi al suo parroco!... Il suo aspetto, la sua voce, il contegno dicevano ch'ella si faceva uno sforzo a sostenere le menzogne precedentemente fatte. Se Gian-Luigi avesse potuto avere comunicazione con lei, ben le avrebbe risparmiato questa colpa e questo supplizio che a lui diventavano inutili. Egli s'era preparato quel mezzo di difesa soltanto contro i sospetti che cominciavano a sorgere sulle fonti ond'egli si procacciava denaro, e per illudere la famiglia Benda che avesse cercato informazioni fin nel villaggio dov'egli era stato allevato; ma ora in faccia all'evidenza delle prove dei suoi delitti, ond'egli era schiacciato, a che cosa serviva tutto questo? A un bel nulla; tanto che egli, l'accusato, non aveva detto pur una parola di ciò, e rinchiusosi in un assoluto silenzio, non aveva voluto rispondere pur una parola alle mossegli interrogazioni, per quante minaccie o lusinghe glie ne venisser fatte.

Ma la povera Margherita, che ne sapeva ella di tutto ciò? Aveva promesso al suo Giannino di dir così. Credeva salvarlo così facendo, e lo faceva anche colla paura, anche colla certezza di dannarsi l'anima per lo spergiuro.

Ad un punto il buon Don Venanzio, che ebbe pietà delle angoscie di quella infelice, disse:

— Può esser benissimo che tutto ciò ch'essa dice sia vero, ed io non ne abbia mai saputo nulla..... Io ho sempre stimato questa donna incapace di affermare, e tanto più con giuramento, una cosa che non sia.

— Bene! disse il giudice istruttore: avete già giurato che quello che dite voi è la verità. Non dovete avere difficoltà di sorta a ripetere questo giuramento adesso in presenza del vostro parroco.

La vecchia tentò schermirsene. Tremava tutta. Guardava intorno spaventata, come per cercare un buco dove nascondersi, o meglio, come timorosa di vedere saltar fuori Satanasso in persona ad acciuffarla. Pronunziare un falso giuramento in faccia al suo pastore! in faccia a quel sant'uomo!... Ma pure si trattava del suo figliuolo!... Si fece forza: provò a stento di levar la mano per metterla sul Vangelo, ma non ci valse: il braccio le cadde, un gemito che pareva un singhiozzo uscì dal suo petto dove parve si rompesse qualche cosa, ed ella si lasciò cascare in ginocchio per terra mezzo svenuta, balbettando:

— Non posso, non posso... Mio Dio! non posso.

Il giudice si drizzò con mossa solenne, e con voce e parola più solenni ancora, fece alla meschina prostrata a terra una filippica violenta, in cui, oltre la vendetta divina, minacciò la collera di quella umana da tradursi in manette, carcere, processo e galera.

La infelice gemeva miseramente, la faccia contro terra, annientata, schiacciata sotto il peso della propria colpa e sotto quello più grave ancora del pensiero ch'ella perdeva Gian-Luigi.

Don Venanzio le si fece presso per sollevarla e confortarla di alcune parole.

— La lasci stare: disse severamente il giudice. Questa mostra di pentimento possa essere sincera e disporne l'animo alla rivelazione di tutta la verità. Ella se ne vada, signor parroco; è libero: questa donna dovrà essere trattenuta in carcere.

Il vecchio sacerdote, commosso, addoloratissimo, disse non molte parole in difesa della disgraziata: ma le disse con tanto sentimento e calore, ma la sua canizie, l'aria sua di solenne virtù loro davano tanta efficacia, che il giudice ne fu tocco, e con accento molto più umano e cortese soggiunse:

— Credo a quanto Ella mi dice, reverendo; credo che c'è più ignoranza che malizia in questa poveretta... ed userò per lei i maggiori possibili riguardi. Ma bisogna assolutamente ch'io la esamini ancora di meglio, e la prego a volersi ritirare.

Don Venanzio uscì, non senza inquietudine sulla sorte della Margherita e si pose a passeggiare nella strada innanzi alla porta del tribunale, attendendo il risultamento dell'interrogatorio.

— Alzatevi: disse il giudice alla vecchia.

Margherita gemeva e singhiozzava sempre nella medesima postura; e, sia che non udisse o non avesse forza da ubbidire, non si mosse.

— Fate il piacere, soggiunse il giudice, parlando al segretario che era lì per iscrivere il verbale: alzatela voi.

Il segretario venne di mala voglia presso ella giacente, e come quegli a cui non garbava di molto toccare e brancicare i luridi e stracciati panni onde ella era vestita, la scosse bruscamente ad una spalla, dicendole con voce graziosa come era l'atto:

— Or via, alzatevi, su, e non ci fate perder la pazienza.

La vecchia parve non darsene per intesa.

Allora il segretario la prese sotto le ascelle, e con quel garbo che vi potete immaginare, la tirò su, e siccome ella vacillava sulle gambe mal ferme, la gittò a sedere sur una seggiola che era lì presso.

In questo movimento un oggetto pesante cadde per terra, mandando un suono metallico; il segretario lo raccolse e lo porse al giudice: era un rotolo di napoleoni da far la somma di mille lire: quello che Gian-Luigi aveva mandato alla povera donna per mezzo di Don Venanzio. Margherita, da quando lo aveva ricevuto, lo aveva sempre portato con sè, come una memoria del suo diletto: venuta ora a Torino, tanto più lo aveva seco recato nella speranza di potere spendere quella somma in benefizio del suo diletto.

Nel suo precipitare a terra, nell'essere scrollata dal segretario, il rotolino le era uscito del seno ed era caduto sul pavimento.

Ma la vista di quell'oro cambiò del tutto le disposizioni d'animo del giudice cui le parole di Don Venanzio avevano reso piuttosto benigno alla misera vecchierella. Come spiegare il possesso di tal somma presso quella povera donna così stracciata negli abiti e che si sapeva vivere al villaggio elemosinando? Ella, interrogata, non tacque che quell'oro le veniva da Gian-Luigi e fu creduto il prezzo pagatole per la sua falsa testimonianza e per cooperare all'evasione. Margherita fu condotta alle carceri.

Quando ciò seppe Don Venanzio pensò subito ricorrere alla valida protezione del marchese di Baldissero, e giunto al palazzo avrebbe tosto domandato d'essere ammesso alla presenza dell'autorevole personaggio, se un domestico non lo avesse avvisato che Maurilio era molto impaziente di vederlo e già aveva mandato due volte a cercare di lui.

Il parroco, prima di recarsi dal marchese, volle sapere che cosa avesse il giovane malato che dal giorno prima soltanto era tornato in cognizione di sè.

Maurilio quella mattina, come ogni altra dacchè giaceva infermo, era stato visitato dai suoi amici, Romualdo, Selva e Vanardi, i quali molto si rallegrarono trovandolo di nuovo conscio di se stesso, e colla mente non meno vivace, pronta, potente di quello che fosse prima. Benchè il poveretto avesse avuto questo deplorabile miglioramento di tornare alla coscienza di sè, dei suoi dolori, delle sue sciagure, aveva però tuttavia un ardor febbrile negli occhi, un'irrequieta agitazione nelle membra stanche da parergliene rotte e peste, onde bene appariva che per essere cessato il delirio, non era punto sminuito di gran cosa il male. I suoi amici vollero rimanersi in silenzio presso di lui, e gli dissero tacesse egli pure perchè non si stancasse ad udire e parlare; ma egli aveva troppo desiderio di interrogare e di sapere di tal cosa, intorno a cui tutta notte s'era aggirato con tormentosa insistenza il suo pensiero. Voleva che gli amici suoi cercassero di Gian-Luigi, lo conducessero al suo letto quanto più presto fosse possibile; voleva che dalle sue labbra il suo compagno d'infanzia apprendesse la ventura che gli capitava, ventura ch'egli aveva quasi rimorso d'avergli per un poco momentaneamente rubato, e che si assegnava come una specie d'espiazione di tosto comunicargli.

Quando udirono espresso da Maurilio questo desiderio di vedere il dottor Quercia, gli amici si guardarono in viso alquanto imbarazzati, non sapendo se convenisse dire all'infermo la verità o tacerla; ma insistendo egli, nè conoscendo essi quali attinenze corressero fra il loro compagno e il capo dellacocca, non credettero ci fosse pericolo, nè inconveniente alcuno a dirgli come stessero le cose in realtà. Narrarono dunque sommariamente e la scoperta del segreto covo di quella banda, che da più tempo era il terrore della città, e l'arresto di Quercia come capo della medesima, e di tutti i principali componenti della scellerata congrega.

Queste novelle, com'è facile immaginarsi, fecero una grandissima impressione in Maurilio. La sua pena, il suo rammarico, il dolersene furono tutti per Gian-Luigi; pensò che se prima fosse stato scoperto il segreto della nascita di lui, avrebbe egli evitato quell'infelice e vergognoso destino; pensò al cordoglio che doveva provarne il marchese, pensò eziandio a Virginia che non avrebbe forse potuto ignorare quello essere suo fratello. Ma poi il pensiero d'una sventura più personale e quindi una più tormentosa ansia lo assalsero. Gli era stato detto che fra i soci di quella banda si contavano ed eranostati presi i più noti e tremendi malfattori; si volse a Selva e domandò se di questo novero era un certo Michele Luponi dettoStracciaferro.

— Sicuro! gli fu risposto: una specie d'animalaccio bruto, forte come un toro, crudele come una tigre. È uno dei più scellerati e dei più terribili. Prima di poter essere preso accoppò una mezza dozzina di guardie. La forca, quel mostro l'ha meritata non una, ma un centinaio di volte.

Maurilio abbandonò la testa sul cuscino e chiuse gli occhi. Se avesse potuto diventar più scialba la sua faccia di color cadaverico, avrebbe impallidito. Non disse una parola, non fece un atto, ma nei muscoli del viso, intorno alla bocca, avvenne una lieve contrazione che era l'effetto d'uno spasimo interno inesprimibile. Quel mostro era suo padre! Pensò tosto di contar tutto a Don Venanzio, di cercare nelle confidenze a quel sant'uomo un sollievo, nelle ispirazioni di quell'anima onesta un consiglio; epperò, aspettatolo con impazienza, quando il vecchio sacerdote fu venuto, lo accolse colla vivacità d'un desiderio soddisfatto che pareva una speranza, che pareva quasi una gioia, e volle tosto esser solo con lui.

Gli disse ogni cosa. Don Venanzio, esterrefatto, meravigliato, sgomentito da questo fatale garbuglio di casi, impallidito e tremante per emozione, levò le palme al cielo ed esclamò col fervore del credente:

— Oh divina Provvidenza! Oh imperscrutabili vie del Signore! Riconosco la tua mano potente, supremo Iddio! Dio della pietà, ma Dio pure della giustizia! Dio che perdona chi si pente, ma che colpiste cogli effetti della stessa sua opera scellerata il reo. Nariccia abbandonando il fanciullo, creò col suo delitto un assassino, e quest'assassino fu a dargli morte. Un orribil delitto punì un delitto infame. Curviamoci ed adoriamo!...

— Che cosa si deve fare? domandò Maurilio palpitando.

Il vecchio prete nascose fra le mani la sua faccia turbata, e stette un istante in silenzio.

— Pregare che Iddio ci ispiri: disse poi levando al cielo i suoi occhi umidi di pianto. Pregare che Iddio si plachi!... La giustizia umana è uno stromento anch'essa di quella divina... uno stromento molte volte inefficace od anche fallace, ma conviene rispettarlo e sottoporvisi. Dietro lei c'è la mano onnipossente del Signore dei mondi.

Gli occhi febbrili di Maurilio lampeggiarono più vivamente.

— Mio padre, io voglio vederlo: disse. Voglio conoscere quell'organismo umano imbestialito, in fondo al quale è soffocata o sonnecchia l'anima, soggiogata dagl'istinti della materia. Chi sa che da quello sciagurato letargo io non la possa tuttavia destare! Chi sa che da quella rupe, io non possa, percotendo, sprigionare ancora una scintilla! Da tanti anni ladro ed assassino!... O cielo! o cielo!... Ed ebbe pure un'infanzia! Ed ebbe forse desiderio e bisogno di miti affetti e impulsi generosi, ed aspirazioni al bene!.... Li ho pur io, che sono suo figlio.... E la sventura gli ha col dolore e coll'ira offuscata la mente; e la società l'ha colle sue crudeli ingiustizie corrotto. Lo so ben io che sono passato per la trafila della miseria!.... Quanti scellerati questa non crea!.... La va a cercarli nelle schiere della plebe e di complicità coll'ignoranza li getta in braccio al vizio, li educa con infame amore al delitto. Miseria! Miseria... Una società che non combatte questo umano flagello con tutti i mezzi che le si possono parare è risponsabile essa stessa del male che nel suo seno si compie..... Che cosa ha pei poveri questa moderna accozzaglia d'uomini che noi crediamo regolata da leggi civili? La Chiesa da una parte che loro addita un tardo compenso alle miserie della vita presente in una indefinita felicità quasi impossibile ad arrivarsi in una vita avvenire, il carnefice e il codice penale dall'altra parte che colpiscono troppo spesso alla cieca. Punire! Va benissimo. È forse un diritto che ha la società; ma perchè non si pensa al dovere sacrosanto che le incombe di prevenire? E noi questa la chiamiamo civiltà?.... Verrà un tempo, ed io voglio sperarlo, in cui questa nostra epoca sembrerà ai posteri progrediti altrettanto barbara quanto sembra a noi quella feudale, quella del predominio della forza bruta.

Don Venanzio vedendo l'esaltazione assalire il malato e crescere via via, lo volle interrompere e indurre alla calma: il giovane gli si rivolse con maggiori l'impeto ed il calore.

— E la vostra religione che fa ella in proposito? Nulla che valga, od ascetica inculca un rinunciamento ai beni del mondo, impossibile alla natura umana, fuori che a qualche morbosa eccezione, e che se si propagasse, sarebbe distruttore d'ogni coltura, d'ogni progresso, d'ogni ricchezza, val quanto dire d'ogni società; o complice, benedice ai ricchi e li esime dai loro doveri verso i miseri; o timida, inintelligente soccorritrice di questi ultimi, non sa trovar rimedio che nell'antieconomica virtù dell'elemosina che umilia e fa sottomesso chi la riceve, che si converte in fin dei conti in premio dell'ozio e in incoraggiamento all'impostura.....

— Tranquillizzati, non ti affaticare con questi, per ora troppo gravi pensieri, la mente: disse con pietoso accento il parroco. Più tardi potrei teco discorrere anche di ciò, dirizzare colle deboli forze della mia intelligenza le storte idee che tu hai in proposito, mostrarti quanto conferirebbe al miglioramento sociale la nostra santa religione, se fosse ben intesa ed applicata da tutti..... Ma ora non è occasione opportuna da ciò. Sta in quiete.....

— In quiete! disse l'infelice sobbalzando in letto sotto un evidente ripigliare della sua febbre. Com'èpossibile? Mio padre è un assassino..... E sta per essere condannato a morte..... Ha ucciso e lo uccideranno, lui..... Sempre la legge del taglione!... Il sangue ch'egli ha sparso ed il suo che spargeranno devono ricadere su di me... Già lo sento... Già mi piomba addosso l'eredità del delitto e dell'infamia.

Si diede ad agitarsi nel letto con moti convulsi; il prete spaventato corse alla porta per domandare i domestici venissero in suo soccorso a contenere lo spasimante; ma una gentile, pietosa apparizione si mostrò ai suoi occhi. Era Virginia che veniva ella medesima a saper novelle del malato. Aveva appreso che questi non era suo fratello, ma la pietà del suo cuore non consentiva ch'ella per ciò di botto cessasse dall'interessarsi e sentì compassione per lui. L'amore medesimo, quasi complemento delle egregie facoltà di quell'anima eletta, l'amore che la fanciulla aveva in cuore la rendeva ancora più facile ed inchinevole ai generosi sentimenti, alle pietose ispirazioni, al desiderio di recar bene a chi più potesse. Le disordinate parole dal misero a lei dette parecchi giorni prima, quando la sua infermità lo aveva assalito, ella aveva perdonate, aveva attribuite al delirio soltanto, aveva quasi del tutto obliate. Udito la buona novella che dalla sera innanzi Maurilio era tornato in possesso della sua cognizione, ella veniva a rallegrarsene, a fargliene coraggio con una sua parola, colla sua presenza, prova irrefragabile d'un generoso interessamento. Quella stessa mattina inoltre ella aveva compita l'opera pietosa di visitarlo, verso un altro infermo, Francesco Benda, e riferirò fra poco i modi, e le circostanze, e gli effetti di quella sua visita alla disgraziata famiglia, della quale sarà questa appunto un'occasione per dire le novelle; ed all'anima sua così squisitamente dilicata parve un dovere quella medesima pietà che l'amore l'aveva spinta ad usare verso Francesco, usarla eziandio verso l'infelice che dolorava sotto il medesimo tetto da lei abitato, le sembrò che così legittimasse quasi quella sua visita all'officina Benda, alla quale aveva dato per pretesto soltanto il desiderio di vedere e confortare l'amica compagna d'educandato e la novella amica, l'infelice Maria.

Quando il vecchio parroco si vide dinanzi la bella persona della nobile donzella, giunse le mani come per pregare, in atto che gli era abituale ogni qual volta una profonda commozione lo possedesse, ed esclamò:

— Misericordia! Ho paura che sia da capo col delirio, questo poveretto, e che ci siamo rallegrati troppo presto.

La fanciulla entrò più ratta, come sollecitata da queste parole, e venne risoluta presso il giacente.

All'intelligenza di Maurilio avveniva come al sole in quelle giornate di primavera, in cui le nubi grosse e scure, ma interrotte, passeggiano pel cielo e ad intervalli passano davanti all'astro di splendore e ne offuscano i raggi, spandendo una mesta e cupa oscurità su tutta la natura; e ad un tratto poi ne lasciano giunger libera alla terra la luce, che pare ancor più viva, più brillante, più calda. Egli sentiva a quando a quando salirgli al cervello una vera nube, come un ammasso di vapori sanguigni, che tutta gli ottenebrava la mente; in mezzo a questi vapori scorgeva immagini inesprimibili di cose tanto strane che erano impossibili, forme e sembianze che non appartenevano alla creazione terrena, e gli pareva come se dal fondo di quella tenebra uscisse una granfia che afferrasse la sua ragione nel suo cervello e la tirasse a sè facendola distendersi come un filo sempre più sottile, che non tenesse più che per un picciol capo alle meningi della sua cavità cerebrale, e l'avvolgesse, questo filo, nel labirinto di quelle forme mostruose della notte tanto da perdercelo; poi ad un tratto, la nebbia vaporosa spariva, il filo sfuggiva alla mano misteriosa, che si affondava nell'ombra, e per gioco di elasticità ritornava a raggomitolarsi tutto nella sostanza grigia del suo cervello; la intelligenza lucida, potente, maggiore che nelle condizioni ordinarie della sua vita, brillava al di sopra della pienamente riacquistata coscienza.

La vista della fanciulla parve fare più splendida che mai in Maurilio questa luce d'intelletto. Vide più chiaro, più lontano e più giusto; comprese con ambito più vasto le varie manifestazioni del vero, conobbe meglio in sè e fuori di sè; dietro gli adombramenti delle forme discernè la sostanza; capì la ragione e l'idea degli uomini e dei fatti; giudicò e seppe.

Il suo volto, in cui le grossolane sembianze dell'uomo inferiore della plebe erano pure animate dal tocco divino del Prometeo che è l'ingegno, s'illuminò d'un barlume ineffabile, come brulla montagna del carezzevole raggio rosato dell'aurora; nel suo pallore di cadavere, il fronte parve divenuto fosforescente come diamante impregnato di luce solare, gli occhi ebbero lo sguardo d'aquila del genio, le labbra il sorriso dei beati; la sua bruttezza si trasfigurò in un'espressione di sovrumano idealismo.

Virginia! esclamò egli con voce che aveva essa pure una nuova e straordinaria melodia, che era un grido dell'anima, che pareva la suprema aspirazione d'un morente: con quella voce con cui Goethe all'agonia domandava la luce; poi chiuse gli occhi, volendo sottrarsi alla troppa e troppo acuta dolcezza di quella visione di bellezza divina, volendo fare che dalla retina degli occhi s'imprimesse nell'intima compage del cervello l'immagine di quella testa angelica dall'aureola delle chiome d'oro, tutto leggiadria, benignità e splendore.

— Gran Dio! esclamò la donzella curvandosi sul giacente: egli è svenuto.

Maurilio bevve colle orecchie l'armonia di queste parole, rialzò le ciglia a berne cogli occhi assetati la dolcezza dello sguardo pietoso che cadeva su di lui, come si berrebbe una manna celeste.

— No, diss'egli: ben vorrei esser morto in quest'istante, ma è troppo lieta fortuna perchè mi sia concessa.

Fece scorrere il suo sguardo animato da Virginia a Don Venanzio che lo stavan mirando con interesse.

— Non temete di nulla... Sento, so che ho ancora da compire qualche cosa su questa terra, prima d'abbandonarla... Qualche cosa di ignorato, che non troverà eco nessuna nei rumori del mondo; ma che pure, non sarà forse men grande delle opere famose di glorificati eroi... Far felice alcuno, fare che risplenda a menti offuscate il vero, non è forse opera di missione divina?... Ed io farò felice voi, o Virginia; ed io devo scioglier dai ceppi delle passioni della materia due anime... Non morirò dunque ancora... Mi rialzerò di qua, non dubitate, per abbandonare questo miserabile ed odiato involucro, allora soltanto, quando avrò compito il mio ufficio... Ah! non sarà questo la superba missione che ho sognato un istante, quando parve il destino volermi porre in mano la potenza... Che importa? Nessuno ha diritto di lamentarsi della sua sorte; perchè, come saprebbe egli a quali precedenti di vite anteriori e d'altri mondi corrisponde la sua attuale esistenza?... Se io non sarò passato disutile affatto; se le mie sofferenze avranno portato per frutto una sola ombra di vantaggio, un sol momento di bene ad un mio simile, sarò pago abbastanza, sarà spiegata abbastanza anche alla corta vista del mio scontento egoismo, la ragione di questa breve vicenda nella mia vita immortale.

Parlava calmo, pacato, lento; ma con una vibrazione contenuta di voce che rivelava un'energia interiore, con una certa solennità che imponeva, quasi come un'autorevolezza. Virginia sentiva la sua compassione far luogo ad un sentimento poco meno che di deferenza e di rispetto; Don Venanzio insieme alla tenerezza ed all'ammirazione che gl'ispiravano i concetti del suo pupillo, provava un sentimento di dolore, perchè comprendeva che in quella superiorità morale ed intellettiva più chiaramente manifestantesi, in quella profetica rassegnazione, era l'effetto della mano della morte che già aveva tocco quell'organismo, che lasciava penetrare a quello spirito incarnato un guizzo della luce stessa dell'infinito.

Maurilio si rivolse al domestico, che stava appiè del letto ad aspettare gli ordini, e gli disse con accento di dolce preghiera:

— Fatemi il piacere, tiratemi un pocolino più in su.

Il servitore lo prese sotto alle braccia e lo sollevò alquanto; in questo movimento uno dei guanciali andò per traverso, e quando il giacente fece per abbandonar di nuovo sovr'esso il suo capo fu la mano di Virginia che sollecita e lieve raddrizzò il cuscino; e in quell'atto cortese la fine, liscia, profumata pelle della mano di lei incontrò e toccò la fronte ardente del giovane. Un lieve sussulto scosse a lui le membra, uno sguardo d'ineffabile dolcezza, di supremo diletto ringraziò la pietosa fanciulla.

— Don Venanzio, diss'egli poi, il marchese può aver bisogno di lei, ed ella ha pur bisogno di parlare al marchese.

— È vero, rispose il parroco, che in quel momento si ricordò eziandio della povera Margherita.

— Non indugi adunque di più.

Il prete si mosse per uscire, Virginia accennò volerlo seguitare.

— Un istante: disse vivacemente Maurilio e con accento di caldissima preghiera. Vorrei dirle due parole, Virginia.

Ella si fermò senza esitazione, non esprimendo nè cogli atti, nè cogli sguardi, nè in modo nessuno il menomo dubbio o diffidenza.

— Eccomi: disse con semplicità, tornando ad accostarsi all'infermo.

Il domestico s'era ritirato in fondo alla camera e stava colà come se quello non fosse fatto suo. Maurilio, abbassando la voce in modo che il suono delle parole giungesse solamente all'orecchio della donzella, così prese a dire:

— Ella mi ha da perdonare gli atti e le parole che ora mi ricordo aver usati con lei, l'altro dì quando primamente mi fu tolta la volontà dalla mano della follia.

— Le ho tutto perdonato: disse dolcemente Virginia a cui quel discorso rincresceva, e che stimava doverlo interrompere anche in vantaggio del malato. Non se ne preoccupi dell'altro, e non parliamone più.

Ma il giovane, facendo cenno col capo lo lasciasse continuare chè tutto aveva bisogno d'esprimere il suo pensiero, riprese dopo un poco:

— Potrei scusare il mio trascorso coll'alterazione mentale che mi assalse; ma non voglio, perchè ho il debito e m'incombe aver il coraggio di dirle la verità. Quello che mi sfuggì dalle labbra a quel punto, usciva proprio fuor dell'anima mia, è il segreto della mia esistenza. Sono anni ed anni, o Virginia, ch'io v'amo d'un amore impossibile ad esprimersi.

Virginia fece un movimento.

— Non mi sfugga, soggiunse ratto il giacente; non m'imponga tacere. È un uomo che deve morire fra poco quello che vi parla. Lo stampo della morte consacra solennemente ogni affetto, e questo è santo come santa è l'anima vostra. La confessione d'un moribondo si deve ascoltare con animo pacato e pietoso; l'orgoglio umano, i pregiudizi terrenidevono tacere innanzi ad un amore che sta per nascondersi dietro una tomba. Uditemi, Virginia, in nome del cielo! Sarà l'unica volta che vi avrò fatto penetrare nell'anima mia. Avrò così aggiustata definitivamente questa partita de' miei affetti terreni, e non ve ne parlerò più mai. Io vi parlerò come se ad ascoltarmi qui fossero la vostra madre che voi perdeste — e la mia, che non conobbi mai! — E forse i loro spiriti qui sono e ci assistono. La vostra fierezza e la vostra purità non avranno da essere turbate pur da un'ombra di corruccio.

La donzella appoggiò, come per sorreggersi, la sua destra bianca, sottile, dalle dita affusolate sopra la spalliera d'una seggiola vicina, e con dignitosa semplicità, con nobile fiducia, disse benignamente:

— Parlate!

E il giovane, con un fuoco che l'interna passione ispirava pure alla sua debolezza, con un impeto di parola, che era come un residuo del suo delirio, ma temperato dalla soavità dell'affetto, così parlò:

— Vi ho amata quando ero appena al limite dell'infanzia, sulla soglia della turbolenta adolescenza della creta e del pensiero. Vi ho amata, non perchè foste bella soltanto, ma perchè la vostra bellezza mi incarnava dinanzi la più alta espressione di quell'ideale a cui, inconsciamente ancora a quel tempo, ma pure con ardentissimo anelito già aspirava l'anima mia. Ho amato il vero, quella parte del divino concessa alla nostra natura nelle sue manifestazioni più pure, più splendide, nella poesia, bellezza intellettuale, nella virtù, bellezza morale, in voi, bellezza di forme che le altre due vestiva ed incarnava..... Non arrossite, non vi corrucciate: vi parlo come parlerei all'angelo mio custode; non c'è ombra di intendimento interessato in me, non voglio commovervi nè lusingarvi; vo' dirvi quel che foste per me, quel che siete, quel che potete essere nel mondo... Era naturale, era fatale ch'io così vi amassi. Voi rappresentate tutto ciò che vi ha di bello e di superiore nell'umana famiglia, circondato dallo splendore delle distinzioni, dell'eleganza, dell'autorità e delle grandezze sociali: voi siete il risultamento più completo e più perfetto dello stato attuale della coltura e del progresso dell'umanità, fisico, morale, intellettivo, estetico, economico. Il pensiero, il lavoro, i travagli dell'uomo di tutti i secoli trascorsi hanno cospirato per crear voi e disporvi intorno l'ambiente opportuno. Siete il frutto dell'intelligenza applicata a tutti i rami dell'attività umana; la civiltà vi ha fatto un piedestallo e voi raggiate sovr'esso, personificazione di quanto di buono e di bello seppe arrivare e conseguire il secolo. Io sono la plebe, la povera plebe che guarda da lontano il banchetto imbandito ai ricchi, e muor di fame invidiando: banchetto non di cibi materiali soltanto, ma di amore e di pace, di sapere e di fama, di potenza e di virtù. La plebe che col suo lavoro e co' suoi stenti concorre all'opera del progresso e non ne fruisce che poco o nulla, che ha, nell'oscurità delle sue grandi masse ignorate, dato sforzi, sudori e vite per ottenere il tesoro di agi sociali del secolo XIX, e vive tuttavia nella barbarie di due secoli addietro; la plebe che contenuta, domata, ignorante, con un barlume soltanto o con false idee de' suoi diritti, sta accalcata, premuta alla base della società, ma s'agita talvolta e tiene il collo levato verso lo splendore della luce, essa fitta nelle tenebre!... Io son la plebe; ma soffrii più di essa, perchè fui conscio delle mie condizioni e potei scrutare la ragione de' miei dolori. Seppi quel che volevo e capii sempre l'impossibilità di ottenerlo. Conobbi dove era la beatitudine e mi seppi sempre condannato a non arrivarla... Avverrà egli un giorno che la plebe possa giungere alla conquista dell'Eden sociale? Certo che sì, in un tardo, ma immancabile avvenire; e sarà quando il figliuolo di nessuno — come io — coll'ingegno, col valore, col lavoro, potrà ottenere l'amore della più bella, della più nobile donzella — come voi — e gli usi e i pregiudizi sociali non grideranno allo scandalo, non ne faranno alla fanciulla una vergogna.

Tacque un istante per riposarsi. Virginia disse, commossa, con quella sua voce d'oro:

— Ah! gli usi e i pregiudizi sociali sono una tirannia a cui nessuno può sottrarsi: e non è la volontà d'una debole fanciulla che possa rompere queste catene di ferro.

La poveretta pensava al suo amore per Francesco, contrastato, ed ella pur troppo temeva senza rimedio nessuno, dalla boria aristocratica della sua famiglia.

Maurilio la indovinò, la comprese e con un mesto sorriso ripigliò a parlare:

— La sorte volle che fra noi, così lontani — voi al fastigio, io all'ultimo gradino della piramide sociale — si stabilisse in breve un'attinenza di domestico affetto.... Oh la deve cessare, lo so: si affrettò a soggiungere vedendo un lieve moto nelle fattezze della fanciulla, al quale egli attribuì più superbo significato che non avesse: ma frattanto, permettetemi ch'io me ne profitti per parlarvi in vostro vantaggio.... in vantaggio d'un'altra persona che vi sta a cuore.... per parlarvi come un fratello, quale un istante fui creduto essere per voi.

Gli sguardi del malato erano così supplichevoli, la sua voce era improntata d'un affetto che aveva qualche cosa di materno, per guisa che Virginia represse la volontà d'imporgli silenzio cui le suggeriva l'orgoglio, e credette far opera di pietà verso quel misero, cedendo alla curiosità ond'era punta eziandio di ascoltare le parole che Maurilio sarebbe per dirle, e col silenzio annuì che il giovane continuasse.

— Io sono la plebe; Francesco Benda è la borghesia....

Al nome di colui ch'essa amava, le guancie di Virginia si suffusero d'un lieve rossore e gli occhi si chinarono lentamente.

— La borghesia è plebe incivilita mercè l'agiatezza e l'educazione; è parte di quel gran serbatoio comune del popolo, venuta su, trattasi fuori dalla bolgia dell'ignoranza e della miseria grazie la fortuna, l'intelligenza, l'operosità maggiore, arrivata a spartire colla classe superiore una gran quantità dei beni sociali, se non tutti, a godere i precipui vantaggi della civiltà. Ma tuttavia anch'essa, la borghesia, anela ad ascendere pur sempre: lo splendore dell'idealismo sociale incarnato nella grandezza e nell'autorità, la attrae sempre più su: aspira ad un'uguaglianza assoluta cogli eredi delle grandezze antiche, col capitale di educazione e di tradizioni raccolto dagli antenati.... Francesco Benda, il figliuolo degl'industriali arricchiti, ama Virginia di Castelletto discendente d'una illustre prosapia di prodi. È la legge del progresso: e l'effettuarsi di questo vuole che cotal maritaggio si compia. Bisogna che l'aura, il profumo, il raggio della poesia aristocratica si unisca alla prosa dell'attività, dell'audacia, della scienza positiva del ceto medio. Ne verrà un miglioramento morale, sociale, e fisico eziandio della razza umana. Plebe e nobiltà sono troppo ancora distanti: il loro maritaggio è tuttavia mostruoso: ma fra l'aristocrazia e il mezzo ceto, se gli è difficile sempre, non è più impossibile. Le anime elette di questo e di quella, hanno oramai dall'educazione e dalle condizioni economiche, ricevuto la patente d'uguaglianza. Voi, Virginia, e Francesco rappresenterete questo fatto colla vostra unione; le difficoltà della quale io conferirò ad appianare. Come? Non so ancora: ma ho la coscienza che il mio concorso aiuterà il conseguimento della vostra felicità. Fra voi, il povero plebeo, cadendo, colmerà lo spazio che ancora vi disgiunge. La vostra felicità sarà passata sul mio cadavere.

— Signore: interruppe qui Virginia: è un tristo augurio che voi mi fate. Le circostanze straordinarie che avvennero tra noi vi hanno messo in grado di parlarmi e mi hanno consigliata ad ascoltare da voi cose che non avrei dovuto, che non avrei tollerato da nessuno, fuori da chi avesse legittima autorità su di me. Avete voluto con soverchia audacia penetrare nel segreto del mio cuore: volete ora disporre del mio destino e far pesare su di me la risponsabilità di avvenimenti che spero non si effettueranno, ma che in ogni modo non dipendono dal mio arbitrio. Qualunque sieno i casi, quali che esser possano i miei sentimenti ed affetti, una cosa sola potete ritener per sicura, ed è che la mia condotta sarà ispirata sempre dalla coscienza dei miei doveri, della mia dignità, dalla sommissione ai voleri di coloro cui debbo obbedire, ed alle leggi della convenienza.

Maurilio rispose con un mesto sorriso:

— Non è un uomo che ora vi parla, è un'idea. Attribuite pure l'audacia dei miei discorsi al residuo del delirio, ed ascoltatemi, pietosa come siete, con generosa tolleranza, per compassione della mia follia; ma le cose ch'io vi dico serbatele nella vostra memoria e richiamatevele alla mente il dì che avrete bisogno di conformare a quei principii gli atti della vostra vita. No, non è vero ch'io voglia addossare a voi la responsabilità di fatti che sono un effetto necessario di quello svolgersi del dramma umano nella esistenza particolare dei singoli individui e nella complessiva della massa, del quale non possiamo abbracciare le forme generali e lo scopo finale. Chiamatelo caso, chiamatelo destino, chiamatelo piuttosto Provvidenza, noi siamo attori che traduciamo in atto, ciascuno per la sua parte maggiore o minore, il concetto di quell'autore. Il nostro dovere, l'importante è di rappresentarla questa parte il meglio che ci sia possibile: l'esserne conscii e il travagliarvisi intorno deliberatamente, è il privilegio degli esseri eletti. Voi siete tra questi; voi siete un tipo; voi sentite, forse ancora in confuso, la vostra missione: io, dall'orlo della tomba, illuminata la mente da lampi di luce eterea che già mi guizzano tra la materia che si scioglie, io vengo a definirvi colla mia parola, a farvi concrete le forme vaghe della vostra ispirazione. Ponete mente, voi siete la grazia, la bellezza, l'ultimo portato dell'educazione civile, l'arte, la poesia, l'ideale; Francesco è la ricchezza economica, il progresso materiale, la tendenza all'egoismo del benessere, l'attività meccanica che nella lotta colle difficoltà affacciate dalla natura sempre ribelle, anche soggiogata, dimentica agevolmente la luce superiore, diventa sorda alla voce di doveri più vasti che non son quelli avvertiti dalla comune, d'impulsi più sublimi che non quelli delle pedisseque virtù delle anime volgari. Voi avete da essere nella sua vita quella luce; voi avete da far risuonare al suo cuore quella voce. L'uomo che avrà l'immensa felicità di possedervi deve pagarla alla Provvidenza, deve farsene degno coll'essere un'anima superiore. Francesco è un'anima generosa, ma debole: voi l'avete da temperare col vostro amore alla forza delle grandi idee, alla sublimità dei grandi sacrifizi, alla potenza delle grandi volontà. Di quel ferro fatene acciaio. Fategli guardare in alto: sempre più su, sempre più su, excelsior, coll'animo, coll'intelletto; ma fategli tendere la mano al basso. Voi siete la beneficenza; siate di più ancora: siate il genio del mondo novello; e l'uomo che ha l'amor vostro bandisca il vangelo della nuova redenzione, lavori per l'effettuamento della nuova civiltà.

Si sollevò sui cuscini con più forza di quello che si sarebbe creduto, e la vasta fronte parve corsa da una lieve fiamma fugace, mentre gli occhi parevano riflettere un raggio di sole.

— Guardatevi dintorno in questa società, che sitravaglia nella gestazione dolorosa dell'avvenire. Quante cose da fare! Tutto vacilla: la fede, l'autorità, la coscienza umana. Una casta, a nome dello spirito, ha troppo disprezzata e maltrattata la materia: questa s'insorge e dà la battaglia della negazione allo spirito, in nome della libertà. Gli errori cozzano innanzi alla verità sbalordita. Gl'infimi, dal ghiacciato fango dove giacciono oppressi levano in su la testa, si drizzano in punta di piedi e vogliono arrampicarsi alle più tepenti aure della ricchezza. I derelitti gettano in faccia alla civiltà del secolo la tremenda questione; «Perchè abbiamo sofferto sinora? Perchè soffriamo?» La risposta autoritativa delle religioni dommatiche non basta più ad acquetarli. Un miasma di materialismo inasprisce le piaghe sociali e manda al parosismo la febbre della miseria.... Convien provvedere, convien provvedere.... La quistione politica non è che vicenda di transizione. È la tendenza del predominio della borghesia; ma l'avvenimento di questa non sarà che una sosta nella lotta sociale, dove essa non pensi alla redenzione della plebe e non l'effettui.

Si strinse colle mani la fronte e tacque un istante; le carni gli ardevano ed affannoso aveva il respiro. Virginia fece un atto come per venirgli pietosamente in aiuto; ma egli lasciò cadersi le braccia e mostrò spento nelle pupille il raggio, svanita la fosforescenza della fronte diventata color della morte.

— Oh meschinità ed impotenza della parola! disse egli con voce sorda, soffocata, in cui ogni vibrazione era spenta. S'io potessi tradurre in linguaggio umano le mie idee! S'io potessi dar forma alle mie visioni!... Mi avete voi potuto comprendere? Potrete voi completare nella vostra intelligenza il concetto da me appena accennato?... Ah perchè non posso trasmettere in altrui quello che s'agita dentro il mio cervello? Perchè non son io Francesco?..... Perchè sono condannato a morire?...

Ricascò sui guanciali e chiuse gli occhi così che parve già fatto cadavere.

La nobile fanciulla si curvò su di lui, impietosita, palpitante; e gli fece scendere sull'anima la rugiada di dolci parole di speranza e di conforto. Egli sorrise mestamente a quella melodia soave.

— Addio bellezze dell'esistenza terrena; susurrò colle tremole labbra sfiorate da un sorriso: addio poesia della mia vita!... Sì, sono condannato a morire..... Bere sino alla feccia il calice delle amarezze, e morire.

Il misero pensava all'ignominia di suo padre, il quale pure ei voleva conoscere.

— Perdonatemi, Virginia, e compatitemi... E non dimenticate le mie parole!... Forse non vi parlerò più..... Ma son lieto d'aver potuto manifestarvi un cantuccio dell'anima mia..... E siate benedetta voi che avete per pietà inchinato il vostro orgoglio alla pazienza di ascoltarmi. Ora sento offuscarsi di nuovo la mia mente turbata: addio; lasciatemi alle tenebre che m'invadono..... e siate felice!

Virginia s'allontanò pensosa, commossa, a passo lento. La rozza figura del giovane plebeo aveva preso ai suoi occhi proporzioni mai più credute di grandezza. Essa lo aveva indovinato; traverso le confuse parole aveva capito il pensiero, aveva travisto la luce dell'idea. Si fermò innanzi al ritratto di sua madre e stette assai tempo contemplandolo, assorta in profonda riflessione. Quando si riscosse si passò le piccole mani sulla fronte: gli occhi mandavan faville.

— Esser la luce, la coscienza, l'ideale dell'uomo che si ama! esclamò. Essere il genio del mondo novello!... Oh! il mio Francesco sarà un grand'uomo!

Don Venanzio vide sul volto del marchese le traccie d'una tal desolazione e d'un tale abbattimento, che avventurandosi ad una maggiore famigliarità di quella che mai avesse ardito usare coll'illustre personaggio, gli si avvicinò con premura, gli prese una mano e disse con tono di amichevole conforto:

— Coraggio, signor marchese.

— Ah! se sapesse!..... mormorò lo zio di Virginia.

— So tutto; disse affrettatamente il parroco; e narrò che veniva dalla stanza di Maurilio, da cui aveva appreso la fatale novella, e come quello sciagurato che da pochi dì andava per le bocche di tutti col nome dimedichinoegli avesse conosciuto bambino ed istrutto in compagnia di Maurilio.

Il marchese si nascose nelle mani la faccia.

— Ah! come Iddio ha punita la mia famiglia e me stesso: disse gemendo. Togliere ad una moglie il suo sposo, rubare ad una madre il frutto delle sue viscere, condannare alla miseria ed alla vergogna un innocente bambino furono orribili colpe... ma orribile pure è il castigo del cielo!... Ed ora che fare, mio Dio! che fare?

Don Venanzio parlò col buonsenso della sua anima religiosa ed onesta.

— Bisogna rendere omaggio al vero; bisogna obbedire alla manifesta volontà di Dio che per suoi imperscrutabili fini ha voluto appunto che in questa occasione si scoprisse il segreto: bisogna che quello sciagurato sappia tutto.

— Come! La pensa a quello che dice? disse il marchese levando in sussulto la testa, vorrebbe che l'onore della famiglia fosse posto in balìa di quel cotale?...

— La verità ha un diritto maggiore di quello dell'onor d'una casa; quell'infelice medesimo non può ulteriormente lasciarsi nell'ignoranza dell'esser suo. Chi le dice non sia uno de' maggiori e de' principali castighi che gli abbia riserbato la Provvidenza pel suo traviamento, quello di apprendere, quando caduto al fondo dell'infamia, che avrebbepotuto essere ricco, glorioso, felice, dove avesse camminato sempre senza inciampare nel cammino della virtù?

Il marchese curvò il capo e tacque alcun tempo, assorto in una profonda e dolorosa meditazione.

— Forse Ella ha ragione, Don Venanzio: disse poi con accento di scoraggiato abbandono; ma io sono in mezzo ad impulsi diversi, a sentimenti contrarii, a doveri contraddittorii, e non so bene qual seguire, qual condotta trascegliere. Quel miserabile può egli dirsi che abbia ancora qualche diritto verso la mia famiglia? Non gli ha egli persi tutti coll'infamia della sua vita?

— Ma di chi la colpa s'ei precipitò a quel modo?

— È vero, è vero.... Ma non ho io il dovere di conservare inviolato l'onore del nome che devo trasmettere a' miei figli? Poichè tutto s'ignorò finora, poichè tutto si può seppellire.... non ho io il diritto di fare che si continui ad ignorare?

Il buon prete stette un momento, perplesso ancor egli: il marchese incalzò:

— Se quell'infelice medesimo conoscesse le condizioni in cui mi trovo, vedendo dall'una parte un inutile lustro gettato sulla sua ignominia a dispendio del decoro d'un glorioso casato, dall'altra il silenzio e l'oscurità continuati intorno alla sua origine, oh certo vorrebbe darmi ragione di appigliarmi a questo secondo partito...

S'interruppe come sovraccolto da una nuova idea.

— Don Venanzio, soggiunse egli poi affrettatamente e senza guardare in faccia il vecchio sacerdote: quel disgraziato è ben padrone della sua sorte, in lui sta bene il diritto di rinunziare ad un nome e ad un grado?

— Oh sì.

Il marchese tacque di nuovo un poco meditando.

— Ella mi ha detto avere stupito di trovare uno scellerato in quell'uomo ch'Ella aveva giudicato capace dei più alti destini.

— Sì.

— Non è dunque spenta nella sua anima ogni generosità, ogni nobile sentire?

— Non credo.

Altra pausa; poi con voce più bassa e testa più china, il marchese soggiunse:

— Voglio andare io stesso ad apprendere la verità a quello sventurato.... Ella mi vi accompagnerà, Don Venanzio.... Farò giudice colui medesimo di quel che si debba.

Il parroco parlò allora della povera Margherita; il marchese promise l'avrebbe raccomandata, e nello stesso tempo, quando avrebbe chiesto di poter avere un colloquio senza testimoni colmedichino, avrebbe ottenuto facoltà a Don Venanzio di visitare la vecchia incarcerata.

All'influenza del marchese non fu difficile il conseguire per lo stesso giorno successivo la permissione di quell'abboccamento coll'imputato Gian-Luigi Quercia.

Ma di quella sera frattanto, una dolorosa scena aveva luogo nella famiglia Baldissero.

Si era al finir del pranzo. Durante questo non si era quasi parlato mai: il marchese era cupo, Virginia era triste e preoccupata, la marchesa superbamente fastidiosa, il marchesino ancora in broncio con tutti. Appena se poche parole erano state pronunziate in grazia a Don Venanzio che in mezzo a quelle cere imbrunite mostrava afflitta eziandio la sua bella fisionomia di uomo senza peccato. All'ultimo bicchierino di Bordeaux, Ettore, come per protestare contro la comune musoneria, sciolse il scilinguagnolo ed entrò di pieno nell'argomento che era sulle bocche di tutti, ma che allora, per diversa cagione, suscitava particolarmente l'interesse di Virginia, che quel giorno medesimo era stata a vedere Maria, del marchese e di Don Venanzio, che avevano avuto il colloquio or ora riferito; parlò delmedichino.

— E' pare veramente, disse, che vi sieno in giuoco delle suste potenti per sottrarlo alla sorte che si merita. Ieri sera ebbe luogo un tentativo d'evasione che fu per un filo se non riuscì. (Contò le cose com'erano andate). L'agente di Polizia che venne in momento tanto opportuno ad arrestarlo, fu nominato sott'ispettore delle carceri e specialmente incaricato della custodia di quel mariuolo: il capoguardiano e il custode che fuggiva con lui sono ai ferri: l'ispettore medesimo, caduto in sospetto, è per intanto sospeso dall'impiego. È sperabile che quello sciagurato non isfugga al suo destino: e ci ho gusto. L'infame supplizio il miserabile lo ha meritato mille volte più d'ogni altro. Pensare che osava comparire nelle società di garbo...

— Non nella nostra: disse con tono secco la marchesa.

— Ma pur tuttavia oggi che la società è così mêlée ci avvenne di costeggiarlo le tantissime volte. Pensare che ci tendeva inguantata quella mano la quale giuocava di baro, rubava ed assassinava!... Pensare che l'ho avuto io di fronte in una quistione d'onore e che l'ho trattato come uomo onorevole! Esso merita cento morti.

— E la sua condotta verso la povera Maria Benda? esclamò con indignazione Virginia. Quello è uno dei peggiori suoi assassinii, se non è il pessimo. Chi può vedere quella vittima infelice e non sentirsi schiantar l'anima?... No, non v'è punizione di leggi terrene, non v'è maledizione di Dio che basti per tanta scelleraggine.

Il marchese era divenuto pallido pallido e guardava con occhi sbarrati ora la nipote, ora Don Venanzio.

— Ah! la misericordia di Dio è grande: disse questi colla sua voce mite e commossa: e dove noi non veggiamo che ragione di maledire, il Supremo Giudice sa le cause di compatire e di perdonare. Non anticipiamo i giudizi del Signore!

— Lasciamo stare la giustizia di Dio: disse Ettorecon quel suo fare fra l'impazienza e la leggerezza, in cui un impertinente sussiego era appena temperato dall'urbanità delle maniere. Quanto alla giustizia umana, se havvi caso in cui la debba essere implacabile, è certo questo. Uno scellerato che ruba la considerazione della gente, che non è spinto al delitto dall'urgenza del bisogno, ma da empie passioni, che si trafora nelle famiglie a rubarvi onore e denaro... Ma la morte è troppo poco... Ha torto a mio avviso la nostra filantropia moderna che abolì le tenaglie roventi e il supplizio della ruota...

Il padre di Ettore si drizzò di scatto più pallido ancora, e si levò di tavola. Tutti ne imitarono lo esempio e lo seguirono nel vicino salotto. Colà il marchesino che non s'accorse dell'emozione di suo padre, e che ad ogni modo non ne avrebbe capita la ragione, continuò come se di nulla fosse il suo discorso.

— Bisogna farli soffrire quella gente: la morte sì, ma dopo buoni tormenti...

— Siete voi senza cuore, Ettore? esclamò il marchese con accento di rimprovero doloroso.

— Per quella canaglia, sì: rispose col medesimo tono Ettore: e tanto più per quel cotale. E' mi ha sempre sovranamente spiaciuto.... Se fosse stato mio pari, gli è da tempo che avrei voluto dare anche a lui una buona lezione.... Ma io sentiva per istinto che quello era degli uomini che sono indegni anche del nostro odio, un vil verme che si disprezza e si calpesta.

Il marchese fece un passo verso suo figlio con mossa così vibrata e con aspetto così turbato che tutti gli si voltarono a guardarlo, ansiosi di botto delle parole che stavano per uscire dalle sue labbra. Le porte del salotto erano chiuse, e niun altro orecchio estraneo alla famiglia poteva udire, fuor quello di Don Venanzio.

— Sapete chi è quel vil verme? disse il marchese con voce bassa, ma tremola; sapete chi è quello scellerato, ladro, assassino, falsario, che voi volete attenagliare ed arrotare?..... Egli è vostro cugino, Ettore, è il figliuolo di mia sorella, è il tuo fratello, Virginia....


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