CAPITOLO XXI.

CAPITOLO XXI.«Ero in una confusione ed in una perplessità da non dirsi. Mi domandavo come avrei potuto guadagnarmi la vita, e non trovavo risposta. Una gran vergogna de' fatti miei mi possedeva tutto. Guardavo con occhio smarrito i brutti cenci che mi servivano da vesti, e mi dicevo che erano quelli dei più vili pezzenti. Tale doveva essere adunque la mia sorte? Sentivo tante cose nel mio cervello, mi pareva avere entro il capo una tanta ricchezza d'idee, e non mi avevano da servire anulla, e non avrei saputo spremerne nemmanco il mezzo onde guadagnarmi per un giorno l'esistenza?«Camminai dritto innanzi a me colla testa confusa, sbalordita, senza direzione, ma con una smania ardentissima di allontanarmi, di fuggire da tutto e da tutti. Quasi un anno ti ho detto aver passato in casa di Nariccia: si era quindi nuovamente nella brutta stagione, e il freddo vento mi flagellava le guancie, m'intirizziva le membra da que' cenci mal coperte. Io correva e per iscaldarmi e per togliermi il più presto possibile a quei luoghi. Ero debole ed ero digiuno, ma la disperazione mi dava forza, e la passione dell'animo non mi lasciava sentire il bisogno. Che strada io abbia allora tenuta, non seppi mai; ma cadevano gli ultimi raggi del giorno ed io mi trovava presso alle prime case del villaggio dove ero stato allevato.«A quella vista mi riscossi come destandomi improvviso da un sogno. Mi passai la mano sulla fronte, e mi parve esser rinato al tempo della mia infanzia dolorosa sì, ma cui pur tuttavia invidiava il mio presente; quando la carcere, l'ospedale, l'antro d'un usuraio non mi avevano ancora rivelate tante brutte e incancrenite piaghe del corpo sociale. L'animo mio fu sollevato e con più sciolto passo m'avviai per penetrar nel paese. Ma di colpo mi arrestai, come se una mano di ghiaccio mi si fosse posata sul cuore a trattenermi. Dove avrei rivolto i miei passi? Il povero tugurio di Menico non era più mia casa. Neppure l'ospitalità del fenile non mi vi sarebbe stata concessa più. E Don Venanzio? Egli sì che mi avrebbe accolto, egli aperto le braccia. Come una dolce visione mi passò innanzi alla mente l'aspetto della pulita cameretta dalle bianche pareti col crocifisso d'avorio tendente le braccia sulla croce nera; mi parve sentire il tepido ambiente di quella stanza aliarmi come una carezza sul volto. Mi pungeva la fame. Là avrei trovato ricetto, là ristoro, là sollecitudine amorosa. Ma che cosa avrei detto a quel buon prete? Qual ragione addotta della mia venuta, dell'avere abbandonato la casa di Nariccia? Mentire non sapevo e non volevo a niun conto: e dire la verità era troppa vergogna, non me ne sentivo affatto affatto il coraggio.«No, no, non volli comparire colla fronte del reo innanzi a quell'uomo che è la virtù cristiana incarnata; ma per quanto deciso io fossi a non lasciarmene scorgere, un vivo impulso, un grandissimo bisogno io sentiva di veder lui — il buon sacerdote — di vederne almanco la casa, i luoghi ad esso diletti, de' quali egli è come l'anima avvivatrice che li santifica.«Era caduta compiutamente la notte. In quella mesta sera d'inverno, muto e deserto era il villaggio; si sarebbe detto disabitato, se qualche riga di luce non fosse filtrata da qualche finestra socchiusa, se qualche cane entro i serrati cortili non avesse qua e là tristamente abbaiato. M'appressai cautamente alla casa parrocchiale, ed il cuore mi batteva, e gli occhi mi si inumidivano. La finestra del tinello a pian terreno non aveva chiuse che le invetrate, e per queste lo sguardo poteva penetrare entro la stanza. Mi alzai in punta dei piedi aggrappandomi alle sbarre dell'inferriata che difendeva esternamente la finestra e cacciai nell'interno lo sguardo cupido e desioso.«Don Venanzio era appunto là, al posto in cui soleva, dove l'avevo visto tante volte, con quella medesima capigliatura tutto bianca, con quel medesimo volto tutto bontà, con quella medesima mossa, leggendo nel medesimo breviario. Sulla tavola, a cui il parroco appoggiava il suo gomito, era steso il medesimo tappeto di lana intessuta con cotone a fogliami ed a fiori; tutti i mobili erano tali e quali li avevo visti fin dalla mia infanzia e sempre a quel medesimo posto; ai piedi del parroco stava sdraiatoMorettoil vecchio can volpino, compagno quasi indivisibile al suo padrone. Tutto era come prima colà, nulla era mutato; e in me invece, quanto cambiamento, quante rovine! Non avevo ancora diciott'anni, ed il destino pareva avermi in una resa impossibile l'esistenza del passato e chiusomi innanzi la porta d'ogni speranza per l'avvenire. Un gran desiderio mi prese di quella quiete, di quella pace esteriore che era compagna e simbolo di quella della coscienza; e sentii una cocente amarezza nel dirmi che forse io l'aveva perduta per sempre. Profondo rammarico fu il mio, pensando che a tale esistenza aveva voluto prepararmi e condurmi l'amoroso mio educatore, e che io l'aveva rifiutata e che da me l'avevano respinta irrevocabilmente le audacie del mio spirito. A quell'ora sarei stato lì ancor io, compagno nella vita e nell'opera a quel sant'uomo, forse sollievo, forse anco ne' suoi vecchi anni consolazione invocata. Ed invece?....«Oh se avessi creduto a quel Dio, cui adorava Don Venanzio, ed in quella forma colla quale il buon parroco credeva! Per me al contrario, sempre più muto pur troppo era diventato il cielo; e la lettura degli enciclopedisti aveva spinto il mio dubbio verso lo scetticismo. A mala pena credevo ancora a quelle apparizioni che mi avevano servito come d'irrefragabile riprova d'una vita dell'anima superstite a quella del corpo; e siccome da assai tempo sembrava il mio buono spirito avermi ancor esso abbandonato, mi prendevo a dire le vedute di quel soave fantasma, nient'altro che illusioni del mio cervello.«Mentre stavo ancora tutto intento a mirare per entro quella stanza, od un lieve rumore che io facessi muovendomi, o fosse il meraviglioso istinto proprio della sua razza che facesse avvertireal cane la presenza di qualcheduno,Morettoalzò il muso verso la finestra, e vistomi forse, mandò alcuni abbaiamenti di lieto saluto, e venne a quella volta tutto festante. Lasciai le sbarre dell'inferriata e ratto mi nascosi nell'ombra. Udii la simpatica voce di Don Venanzio che diceva:«— C'è qualcheduno,Moretto? Chi è là?«Mi allontanai con infinita amarezza. In tutto il mondo era là soltanto che vi esisteva un affetto per me, e non osavo presentarmi, e dovevo strapparmene ed andar lontano.«Quella notte dormii dentro una di quelle capanne che si fanno sotto i pagliai. La mattina era l'alba appena che io già camminava sulla strada che mi riconduceva a Torino. La vista del mio villaggio, la vista sopratutto della casa di Don Venanzio mi aveva fatto del bene. Una nuova risolutezza era entrata in me. Ero persuaso affatto e per sempre che non avevo nessuno al mondo a cui chiedere aiuto, che dovevo tutto fare, tutto procacciarmi da me, colle mie sole forze, e volevo provare arditamente a cimentarmi colla vita.«Il sole era levatosi da poco sull'orizzonte, ed io non aveva proprio più forze da andare avanti. Il giorno precedente non avevo preso altro alimento che quello d'un po' d'acqua bevuta ai rigagnoli della campagna, rompendo la crosta superiore del ghiaccio: ed ora lo stimolo della fame erasi fatto intollerabile.«Girai lo sguardo intorno, e vidi non molto lontano dalla strada un casolare sul cui tetto fumava direi quasi allegramente il comignolo del camino, mi diressi con coraggio a quella volta. I villani stavano giusto per sedere al desco su cui esalavano un odoroso vapore le scodelle schierate pel pasto mattutino, mentre la massaia con in mano l'asta d'una gran padella stava curva sopra una vivace fiamma di fascine a friggere un'enorme frittata.«Il mio aspetto miserissimo e le mie vesti dissero senza bisogno d'altro il motivo che mi spingeva, e destarono la diffidenza degli uomini e la compassione delle donne. È raro, anzi quasi direi non succeder mai, che una famiglia di nostri villici ad un povero sopraggiunto all'ora del pasto, rifiuti una scodella di minestra. Gli uomini non vollero negarmi questa carità, ma non vedevano di buon occhio che mi assidessi al focolare domestico; le donne più pietose mi fecero posto sorridendo presso al fuoco fiammante, al cui calore sentivo in realtà immenso bisogno di riconfortare il mio povero corpo intirizzito.«Prima di accettare dalle mani del capo di casa la scodella ammanitami, dissi ad alta voce:«— Vi ringrazio della vostra carità, brava gente; ma io vi prego che non sia a titolo d'elemosina che mi concediate quel cibo onde pure tanto abbisogno; penso che ciascuno deve guadagnarsi coll'opera il suo sostentamento, e vi domando come un favore che mi diate poscia alcun lavoro, per cui io possa almeno in parte compensarvi di quanto fate per me.«Mostrarono tutti una qualche sorpresa; gli uomini sorrisero, le donne mi guardarono con una certa benigna ironia, quasi volessero dire e queste e quelli che di poco o nulla era capace un miseruzzo della mia fatta.«— Bene, bene; disse bonariamente il capo casa: cominciate per mangiare e poi vedremo a che cosa siete buono.«Servii quel giorno ai più umili lavori della stalla, in cui c'era da rigovernare il letame, e ci posi tanta buona volontà che ognuno ebbe a rimanere di me soddisfatto. Ma il domani potei rendere a quella buona famiglia un servizio ben più importante e ad essa ben più gradito. La madre veniva sollecitando uno de' figliuoli a scrivere una lettera al primogenito della famiglia, il quale da due anni era soldato e di cui da più mesi non avevano ricevuto notizia, e vivevano perciò inquieti. Il figliuolo se ne schermiva, perchè, quantunque fosse il solo che sapesse scrivere, e' lo sapeva tanto poco che gli tornava uno stento ed una fatica a cui egli preferiva qualunque più aspro travaglio materiale. Udito codesto, mi proffersi a scriver io la lettera come la buona donna desiderava, e tutti ne furono sì contenti che per poco non parve io avessi compito a loro vantaggio un miracolo.«Povera gente! Vivono e muoiono nella più crassa ignoranza; come non sarebbero essi vittime di superstizioni e pregiudizii che ne deturpano anche le più generose e favorite nature?«Per quella famiglia c'erano due esseri che raccoglievano tutto l'odio di cui era capace, odio che essa pur dissimulava sotto le sembianze del più umile rispetto. Questi due esseri erano: uno il padrone della terra ch'eglino coltivavano, ed il quale senza spargere su di essa la menoma goccia di sudore, toglieva dei frutti della medesima la miglior parte, l'altro il Governo, cui non conoscevano altrimenti che per l'alto prezzo del sale cui dovevano pagare, per le contravvenzioni loro accagionate e dovute pagare per violazione alle leggi della caccia, e finalmente per quello che giudicavano il peggior eccesso della tirannia: lo aver loro tolto quel figliuolo, il cui lavoro era più utile, per trascinarlo lontano chi sa a qual vita, chi sa con quali effetti per quell'infelice temporali e spirituali, del corpo e dell'anima!«Questo della coscrizione, è veramente il più duro e terribile tributo che la società abbia inventato a danno delle famiglie e dell'individuo — e in definitiva anche a danno di se medesima.«La famiglia si alleva con mille stenti, conmille cure un figliuolo, e quando questo comincia ad essere in grado di compensare col frutto del suo lavoro i sacrifizi che ha costato ai suoi, di corrispondere degnamente col suo all'affetto dei genitori, di restituire alla vecchiaia del padre e della madre quei beneficii di amorosi riguardi con cui padre e madre allevarono la sua infanzia, allora appunto intravviene il Governo che afferra questo figliuolo, lo strappa alle braccia, all'affetto, ai bisogni della famiglia, nulla si cura delle tendenze, degli studi precedenti, della vocazione del medesimo, ed impiccatolo in un cravattino duro, insaccatolo in uncappotto, lo caccia sotto la ferrea prepotenza d'un istruttore militare burbero, grossolano, il più spesso manesco, ad imparare le delizie dell'un-doi.«Questo povero diavolo, sceverato sino allora dagli urti e dalle malizie del mondo per la soave cerchia della famiglia, stretto coll'amore tenace dei campagnuoli alla sua terra, ai suoi campi, attaccato alla sua officina, ai suoi studi, deve ad un tratto rinunciare a tutte le sue abitudini, guastare il suo avvenire, interrompendo la sua carriera, trovasi a contatto con una turba di compagni cui la vita soldatesca ha già svezzati da ogni domestica delicatezza, in cui sono rappresentati tutti i vizi sociali che fermentano e prosperano nelle agglomerazioni, a cui pare qualità di buon armigero ostentare un certo cinismo nella corruzion dei costumi, nell'assenza di gentilezza. Trasportato in paese lontano dal suo, obbligato a faticoso esercizio d'un mestiere faticoso, minutamente pesante, composto di atti di cui non vede l'utilità, oppresso da una disciplina che offende la sua libera personalità, costretto ad una vita innaturale, a cui tutto il più spesso in lui ripugna, l'infelice giovane soffre finchè o soccombe, ed il caso non è raro pur troppo[8], o vi si assuefa, avendo perciò obliterate alcune e delle più preziose qualità del suo animo; così bene che l'esercito avendo preso al villaggio un giovane onesto, morigerato, laborioso, buon figliuolo, che sarebbe buon marito e buon padre, gli rende poi molte volte un uomo vizioso, giuocatore, libertino, scaldapanche d'osteria, inavvezzo al lavoro, prepotente, rissoso, desolazione della famiglia e spargitore di funeste cattive abitudini fra la gioventù[9].«Ed ecco quindi come anche la società ne riesce ad avere un danno più grave di quel che paia. Avrebbe potuto contare un buon operaio, un onesto agricoltore, un lavorante, insomma, che avrebbe concorso alla produzione della ricchezza comune; invece ne ha fatto per tanto tempo un consumatore improduttivo, e ne' più de' casi si è preparato un membro cancrenoso che diffonde il guasto intorno a sè.«Quando il bisogno urgente della patria lo vuole, allora va benissimo che si passi sopra ad ogni altra considerazione, e tutti quelli che valgono accorrano a recare il braccio ed il sangue in difesa della sicurezza comune, ma in tempi ordinarii, quel sistematico sottrarre una parte della gioventù agli utili lavori, che è la coscrizione annuale, mi pare la più ingiusta barbarie che abbia saputo inventare la nostra vantata ma troppo manchevole civiltà. Più progrediti di noi l'Inghilterra e gli Stati Uniti d'America che non conoscono questo tremendo tributo, cui introdusse l'ambiziosa sete di dominio di Napoleone, e cui condannò pur tuttavia egli stesso negli ozi di S. Elena.«Ma lasciamo codesto. Quasi una settimana io restai in casa di quei buoni campagnuoli, e quando mi partii, e' mi fecero mille sollecitazioni perchè rimanessi con loro, che un boccon di pane non mi sarebbe mancato più mai. Il mio destino mi traeva qui. Quando ci arrivai una delle prime persone in cui m'imbattei fu Graffigna.«— Lo stupido animale che siete! Egli mi disse venendomi incontro con un'aria quasi minacciosa. Non solamente rifiutate la fortuna per voi, ma impedite che altri la colga. Voi aveteavvertito Nariccia, e quel caro amico che il diavolo attanagli, ha fatto cambiare tutte le serrature. È una cattiva azione la vostra.«— Sì, risposi sogghignando con disprezzo, come fu buona la vostra di farmi scacciare di là.«Egli si strinse nelle spalle.«— Vi rincresce forse aver abbandonato quel dabbene scellerato d'un avaro che vi faceva vivere di stenti? Ho agito pel vostro vantaggio. Sicuro! Voi, contento di quel poco pane, vi sareste anneghittito come un minchione che siete, caro martuffino dell'amor mio, e non sareste mai più stato buono da nulla. Invece ora il bisogno vi aguzzerà l'ingegno e vi farà capire la morale del mondo. Sarete quanto prima dei nostri, ve lo predico io.«— Mai! Dissi con tutta la forza del mio accento.«Graffigna scrollò le spalle.«— Peuh! Avete dei redditi da vivere? Vi è capitata qualche eredità dal mondo della luna?«— Lavorerò.«Egli ruppe in una risata secca e stridente:«— Lavorare! Esclamò. Che cosa? Che mestiere è il vostro? E la forza dove la prenderete? Se non ci avete altra rivalsa, mi aspetto a vedervi morir di fame. Gira, gira, tirerete la vita coi denti, afferrerete il diavolo per la coda e finirete per essere dei nostri, ve lo dico io.«— Ed io vi dico che voi non vi conosco, che non ho nulla da che fare con voi, e vi prego quindi a non parlarmi più, a non venirmi oltre fra i piedi.«E con queste parole io lo lasciai.«Girai tutti i fondachi di parecchie strade, ad ognuno dicendo che cercavo lavoro; non mi si chiedeva neppure che cosa fossi capace di fare, ma mi si rigettava, il più spesso di mala grazia. Stanco e scoraggiato, non sapevo più oramai a qual santo votarmi, quando in una di quelle strade che percorrevo vidi arrivare con gran fracasso un grosso carrozzone carico di viaggiatori e di bagagli. Una frotta di facchini si precipitava intorno a coloro che ne discendevano per offerirsi a portarne i rispettivi bagagli. Pensai che questo era intanto un modo di guadagnarmi qualche cosa; ma come aprirmi la strada in mezzo a quegli omaccioni che facevan ressa per contendersi la preda? E ci fossi anche arrivato, avrei potuto caricarmi di un pesante fardello com'erano i bauli e le casse che vedevo i facchini trasportare sulle loro spalle?«Stavo guardando mestamente sfilarmi dinanzi e i viaggiatori che s'affrettavano verso le loro case e i facchini che li seguivano col loro carico, quando mi passò accosto uno di questi arrivati, la cui fisionomia o non mi era nuova, o mi era simpatica di tanto da ispirarmi fiducia più che non altri. Egli recava in sua mano un piccolo sacco da viaggio, ed a parecchi che gli avevano chiesto se volesse farlo portare da loro, aveva risposto con impazienza di no. Ebbi tanto ardire da fare un passo verso di lui, ed additandogli il sacco dirgli in tono pieno di supplicazione che me lo desse a portare; ma in quella il rossore mi saliva sino sulla fronte. Fosse il mio accento, il rossore, o l'aspetto, il fatto è che quel signore si fermò ad osservarmi.«— Tu non sei di Torino? Mi diss'egli.«— Signor no.«— E ci sei venuto colla famiglia?«— Non ho famiglia.«— Come? Nessuno?«— Sono affatto solo.«Senza dir altro quel brav'uomo mi pose il sacco nelle mani.«— Seguimi.«Mi condusse in una delle principali strade ed entrò in una bottega da libraio che appariva aggiustata ed aperta di fresco. A quel punto riconobbi chi egli fosse, e dove l'avessi già visto. L'avevo veduto in casa di Nariccia, ed era quel libraio che aveva dato in pegno le casse di libri. Anzi queste benedette casse erano là ancor esse in mezzo a quella bottega, come se recatevi da poco tempo. Quell'eccellente uomo di libraio, come appresi di poi, aveva di nuovo avuta prospera la sorte, e dalbaracconeera passato ad una bottega considerevole, al di sopra della quale, negli ammezzati, aveva preso l'alloggio per la sua famiglia. Pagato tutto il suo debito a Nariccia, ne aveva ottenuta la restituzione del pegno; e quel giorno egli tornava da un piccol viaggio che aveva dovuto imprendere in una delle primarie città di provincia per cagione del suo commercio.«Appena entrato egli nella bottega, un giovinetto, che stava dietro il banco, s'alzò con impeto e venne a gettarsi nelle braccia di lui, dicendo:«— Buon giorno, babbo. Hai tu fatto buon viaggio?«Il libraio lo abbracciò e baciò con molta tenerezza, e poi gli domandò della madre e dei fratelli. Il giovanetto rispose che erano sopra nell'alloggio, e allora tutti due sollecitamente s'avviarono verso la scala che dalla retrobottega conduceva al piano superiore. Ma mentre il figliuolo, correndo, saliva ad annunziare tutto festoso che era giunto il padre, questi s'arrestava ricordandosi di me, e, prendendomi il sacco di mano, accennava volermi dare qualche moneta in pagamento; ma poi, come cambiando avviso, ripose di nuovo in tasca la borsa che ne aveva tratta, e mi disse:«— Aspetta qui un momento. Vado ad abbracciare i miei figli e mia moglie e poi verrò a discorrerla teco.«Fui lasciato solo in quella bottega dove da tutte parti non vedevo che libri. Essi esercitavano su me una specie di fascino. Avrei voluto ad un tratto poterli esaminar tutti. Un ladro introdotto nella bottega d'un gioielliere piena di ori e diamanti, e lasciatovi solo, non ha più vive tentazioni di quella che io sentiva a quel punto. Quel sapere a cui anelava con tanto ardore l'anima mia, mi appariva là raccolto e fatto concreto in quei libri schierati nelle scancìe onde tutte le pareti erano coperte, rammontati in quelle casse aperte nel mezzo della stanza.«Mi accostai a queste ultime. Al di sopra di una era appunto un volume che stavo leggendo e non avevo ancor finito quando venni scacciato da Nariccia. Lo presi in mano, quasi per atto meccanico, involontario; e pochi istanti dopo io era assorto nella lettura, avendo obliato tutto il resto del mondo.«Fui interrotto ad un punto da una mano che si posò sopra la mia spalla. Mi riscossi, alzai la testa, mi vidi innanzi la faccia tutto stupita del libraio, e lasciai cadere il libro, coprendomi di rossore sino alla fronte.«— Che stai tu facendo costì con quel libro in mano, e così assorto che non senti nemmanco la gente venirti addosso?«— Mi scusi: diss'io balbuziando; leggevo e...«— Tu leggevi? Mi stupisce già che tu sappia leggere, mi stupisce di poi che tu legga di questi libri. Quello è il trattato di economia politica di Say. Ora sai tu pure che bestia sia l'economia politica?«Cedetti ad un impulso d'orgoglio e colla mia risposta gli feci conoscere che lo sapevo e che non ero digiuno di qualche idea intorno a quella disciplina, di cui, alla nostra Università, ancora oggidì non si trova neanche registrato il nome[10].«Il libraio allargava tanto d'occhi.«— Ma chi sei tu dunque? E come in quest'arnese? Qual mistero nascondi tu sotto quei miserabili cenci?«Io esitai. Il primo mio avviso fu di dire a quel brav'uomo tutta la verità. In me il subitaneo impulso è sempre il migliore; gli è colla riflessione e col ragionamento che imparo a credere più conveniente la simulazione o i miseri consigli della diffidenza. L'offendere la verità è un peccato che quasi sempre si volge in danno di quel medesimo che lo commette. Anche dal lato dell'interesse, la sincerità è un buon partito da adottarsi: io ne ho fatto in tal occasione l'esperienza a mie spese. Se avessi detto le cose come erano realmente a quell'eccellente uomo, egli di certo avrebbe avutomi compassione ciò nullameno, e io non mi sarei messo nel brutto caso di perdere un giorno la sua simpatia e la sua stima; come avvenne pur troppo. Ma l'esitazione condusse tosto in me il timore e la vergogna. Non osai confessare le ragioni che dal mio villaggio mi condussero a Torino, quelle che dalla casa di Nariccia mi trassero sul selciato delle vie. Temei che se il libraio sapesse il vero, mai più non mi avrebbe accordato alcun interesse, come parevami da tanti indizi più che disposto a fare. Mi venne alla mente in quel punto la favola immaginata sul mio conto da Gian-Luigi per introdurmi da Nariccia, e la dissi macchinalmente, quasi ripugnante la mia volontà, condannandomi meco stesso di ciò pur nel parlare.«La mia oscitanza e il mio imbarazzo apparvero certamente a quel bravo sig. Defasi (chè così chiamavasi) la timidità naturale e la pena impacciosa di un giovanetto che si trova con tali condizioni infelici nel mondo; epperò, compassionatomi assai e confortatomi a sperar bene nell'avvenire e nell'aiuto della Provvidenza, mi domandò che cosa volessi fare e quali progetti più mi arridessero. Risposi che ero fermo nella volontà di guadagnarmi la vita con qualunque sorta di lavoro anche il più umile, purchè onesto; ed egli, lodatomi assai di queste buone intenzioni, mi disse che tornassi poscia il domani da lui che avrebbe pensato ad alcun modo di darmi intanto qualche occupazione, e datomi, del piccolo servigio che gli avevo reso, un largo compenso che potesse bastare ad ogni mio bisogno per quella giornata, mi congedò con affettuose parole.«Il primo mio pensiero, uscendo dalla bottega del sig. Defasi, fu quello di rifocillare il mio povero corpo affamato. Entrare in un'osteria un po' ammodo, con quei panni addosso, non osavo; più fiate passai e ripassai innanzi alle lucenti invetrate su cui stava scritto in caratteri d'oro restaurant, e la eleganza di quelle sale, che a me pareva allora la più sontuosa del mondo, mi toglieva ogni coraggio di pure approssimarmi a quelle tavole di marmo, a cui vedevo, traverso i cristalli, seduti signori riccamente vestiti.«Mi ricordai ad un punto che non molto lontano dalla casa di Nariccia, nelle strette vie della parte più antica della città, eravi una bettola, della quale le apparenze, gli accorrenti e tutto erano in quelle più umili condizioni che alle mie si convenissero; e mi diressi allora con passo deciso a quella volta. Quella brutta e sporca bettolaccia — sporca moralmente e fisicamente — rividi stassera dopo assai tempo. Làdentro condussi a sfamarsi, come sei anni sono c'ero entrato io, quel povero bambino che ti ho detto aver trovato colà, in quelle luride viuzze, sul fango del lordo selciato. Al momento di porre di nuovo il piede in quel covo, uno strano superstizioso timore mi assalse. Fra quel tempo di cui ora ti narro e questo in cui vivo circondato dalla vostra amicizia mi pare sia avvenuta fortunatamente una soluzione di continuità. La tua carità, salvandomi dal suicidio, la vostra carità di tutti, facendomi intorno quasi un ambiente di famiglia, hanno scavato sto per dire un abisso tra quelle prime prove della vita e queste che attualmente mi toccano. Entrando in quella povera e sconcia osteria, mi sembrò per un momento ch'io movessi incontro a quel destino che oso sperare mi abbia abbandonato e mi esponessi al pericolo ch'esso mi riafferrasse. Dovetti superare una istintiva ripugnanza, quasi ammonimento di minacciante sventura.«Quella bettolaccia, che ora ritrovai tal quale, era frequentata dalla peggiore ciurmaglia in cui si reclutano i ribelli all'ordine sociale, ladri ed assassini. I miei cenci non erano in disaccordo colla povertà del luogo e colla qualità degli avventori. Alla miseria ed all'ambiente di essa ero ausato quant'altri mai, perchè mi trovassi colà come a mio posto. Per pochi soldi ebbero ristoro i miei bisogni. Per più tempo di seguito presi poscia colà i miei pasti, finchè un giorno mi si fece innanzi in quella fetida, fumosa atmosfera, la faccia maliziosa e malvagia di Graffigna. Egli riprese da capo le solite insinuazioni sarcastiche e le tentazioni. Risposi seccamente che avevo trovato onesto lavoro ed onesto guadagno; abbandonai issofatto quel lurido antro, e da quel giorno non ci entrai più.«L'onesto lavoro e l'onesto guadagno l'avevo trovato per davvero in casa del signor Defasi. La fortuna questa volta mi aveva sorriso, e dalla casa di Nariccia conducendomi a quella del libraio aveva cambiato la mia vita in tal guisa, che gli era come avermi fatto passare dai rigori i più crudi d'un triste inverno alla mite e soave temperie d'una fiorente primavera.«Tornato dal sig. Defasi, com'egli mi aveva detto di fare, il giorno dopo quel nostro incontro, io n'era stato accolto con ancora maggiore umanità. In breve egli aveva assestato fra noi le cose a mio sommo vantaggio. La buona piega presa dal suo avviato commercio gli consentiva di avere un commesso, e mi proponeva di esser quello. Ragionevole era lo stipendio; e per mettermi in grado di provvedere alle mie prime necessità, ebbi una conveniente anticipazione di alcune mesate del medesimo. Egli non poteva prendermi seco ad abitare. Dovetti adunque cercarmi un alloggio, che trovai in quelle vicinanze in un'allegra soffitta, contro i vetri della quale veniva sollecitamente a percuotere coi suoi raggi dorati il sol nascente. Là vivevo solo, ma non sentivo la solitudine, imperocchè quasi tutte le ore del giorno passassi nel fondaco, e in quelle poche della sera e della mattina avessi meco la compagnia de' più alti spiriti che furono nell'umanità, i quali, i portati della loro immaginazione, della scienza, fecero concreti nelle pagine di libri immortali....«Ah! che felice tempo fu quello ch'io passai nella bottega del libraio e nella mia povera soffitta! La mia intelligenza si aprì allora a tutti i più severi ammaestramenti, e con quell'ardore che possiede la mia natura si gettò sopra tutte le parti del sapere e in ognuna fece bottino, confusamente, incompiuto, disordinato, ma con tanto trasporto dell'anima!... Oh! le sere ch'io passava studiando al lume della lucernetta, sere beate, in cui pareva che nel mio pensiero si ripercotesse tutto il pensiero dell'umanità, che innanzi alla mia mente venissero a schierarsi tutte le idee che sono e furono e saranno patrimonio dell'intelligenza di questa audace stirpe d'Adamo! Oh le mattinate che io stavo meditando in faccia al sole sorgente nella sua aureola dorata, con sotto i piedi le miserie della città sonnecchiante, sopra il capo l'infinito! Chi me le rende quelle ore? Chi può dirne la soavità e la bellezza?«Coll'erudizione qua e là afferrata, senza metodo e senza logica distribuzione accatastata nel mio cervello, sobbolliva pure, non soffocata, ma forse anco fatta più viva, una potente fiamma di poesia; quella fiamma che avevo sentito desta fin dai primi giorni, innanzi ai meravigliosi spettacoli della natura; quella fiamma che non aspettava se non la forza meravigliosa d'un affetto divino per diventar luce raggiante ed illuminare i misteri del mio cuore, i segreti della vita, le tenebre dell'universo....«O poesia! Come t'amai e come t'amo, figliuola divina, che sei il sole morale nell'universo infinito delle intelligenze! E quanto ti debbo di gioie tremende, di superbi conati onde l'anima s'innalza, di voluttà supreme nella vita mentale! Ben disse un poeta che tu sei un elisire, di cui basta una goccia nel sangue d'un uomo a dargli più devozione alla patria, più amore alla sua donna, maggior grandezza all'esistenza. Coloro che entro le vene ne hanno due goccie, sono i forti nella sfera politica, regnano nell'eloquenza, e dettano le ammirevoli pagine della miglior prosa; ma quegli in cui questo elisire è il liquore stesso della vita, quegli è il re del pensiero nel primo dei linguaggi.«Poesia ed amore!... Due termini della grandezza dell'anima umana!...»Qui Maurilio s'interruppe; nascose un istanteil volto fra le palme, e quando lo rialzò mostrò all'amico i tratti sconvolti e le guancie pallide più che non fossero prima.— Ed ora, diss'egli, ho da svelarti il mio più caro e più importante segreto.... Ma debbo io svelartelo?Giovanni gli prese una mano e gli disse con molto affetto.— L'ho indovinato, il tuo segreto. Tu ami! Maurilio fu riscosso da un subito tremito, quasi convulso.— Sì: rispose curvando il capo.— Parla, dimmi tutto.....— No..... non ancora..... Sono stanco, ho bisogno di rifletterci, lascia che io raccolga ancora le mie idee..... La notte è passata..... Questa sera ripiglierò il mio racconto, e ti dirò ogni cosa.Un orologio suonò in quella con lenti rintocchi le sette ore.Giovanni balzò con impeto giù del letto.— Già le sette! E Francesco mi attende! Per fortuna ho buone gambe e, quantunque la sua casa sia così lontana, in due minuti sono da lui.Corse fuori di casa. Mario era partito. Maurilio, rimasto solo nella stanza, appoggiò la testa alla sponda del letto e chiuse gli occhi, come dormisse. Ed era un sogno diffatti quello che si svolgeva nel suo eccitato cervello, ma un sogno da sveglio.

«Ero in una confusione ed in una perplessità da non dirsi. Mi domandavo come avrei potuto guadagnarmi la vita, e non trovavo risposta. Una gran vergogna de' fatti miei mi possedeva tutto. Guardavo con occhio smarrito i brutti cenci che mi servivano da vesti, e mi dicevo che erano quelli dei più vili pezzenti. Tale doveva essere adunque la mia sorte? Sentivo tante cose nel mio cervello, mi pareva avere entro il capo una tanta ricchezza d'idee, e non mi avevano da servire anulla, e non avrei saputo spremerne nemmanco il mezzo onde guadagnarmi per un giorno l'esistenza?

«Camminai dritto innanzi a me colla testa confusa, sbalordita, senza direzione, ma con una smania ardentissima di allontanarmi, di fuggire da tutto e da tutti. Quasi un anno ti ho detto aver passato in casa di Nariccia: si era quindi nuovamente nella brutta stagione, e il freddo vento mi flagellava le guancie, m'intirizziva le membra da que' cenci mal coperte. Io correva e per iscaldarmi e per togliermi il più presto possibile a quei luoghi. Ero debole ed ero digiuno, ma la disperazione mi dava forza, e la passione dell'animo non mi lasciava sentire il bisogno. Che strada io abbia allora tenuta, non seppi mai; ma cadevano gli ultimi raggi del giorno ed io mi trovava presso alle prime case del villaggio dove ero stato allevato.

«A quella vista mi riscossi come destandomi improvviso da un sogno. Mi passai la mano sulla fronte, e mi parve esser rinato al tempo della mia infanzia dolorosa sì, ma cui pur tuttavia invidiava il mio presente; quando la carcere, l'ospedale, l'antro d'un usuraio non mi avevano ancora rivelate tante brutte e incancrenite piaghe del corpo sociale. L'animo mio fu sollevato e con più sciolto passo m'avviai per penetrar nel paese. Ma di colpo mi arrestai, come se una mano di ghiaccio mi si fosse posata sul cuore a trattenermi. Dove avrei rivolto i miei passi? Il povero tugurio di Menico non era più mia casa. Neppure l'ospitalità del fenile non mi vi sarebbe stata concessa più. E Don Venanzio? Egli sì che mi avrebbe accolto, egli aperto le braccia. Come una dolce visione mi passò innanzi alla mente l'aspetto della pulita cameretta dalle bianche pareti col crocifisso d'avorio tendente le braccia sulla croce nera; mi parve sentire il tepido ambiente di quella stanza aliarmi come una carezza sul volto. Mi pungeva la fame. Là avrei trovato ricetto, là ristoro, là sollecitudine amorosa. Ma che cosa avrei detto a quel buon prete? Qual ragione addotta della mia venuta, dell'avere abbandonato la casa di Nariccia? Mentire non sapevo e non volevo a niun conto: e dire la verità era troppa vergogna, non me ne sentivo affatto affatto il coraggio.

«No, no, non volli comparire colla fronte del reo innanzi a quell'uomo che è la virtù cristiana incarnata; ma per quanto deciso io fossi a non lasciarmene scorgere, un vivo impulso, un grandissimo bisogno io sentiva di veder lui — il buon sacerdote — di vederne almanco la casa, i luoghi ad esso diletti, de' quali egli è come l'anima avvivatrice che li santifica.

«Era caduta compiutamente la notte. In quella mesta sera d'inverno, muto e deserto era il villaggio; si sarebbe detto disabitato, se qualche riga di luce non fosse filtrata da qualche finestra socchiusa, se qualche cane entro i serrati cortili non avesse qua e là tristamente abbaiato. M'appressai cautamente alla casa parrocchiale, ed il cuore mi batteva, e gli occhi mi si inumidivano. La finestra del tinello a pian terreno non aveva chiuse che le invetrate, e per queste lo sguardo poteva penetrare entro la stanza. Mi alzai in punta dei piedi aggrappandomi alle sbarre dell'inferriata che difendeva esternamente la finestra e cacciai nell'interno lo sguardo cupido e desioso.

«Don Venanzio era appunto là, al posto in cui soleva, dove l'avevo visto tante volte, con quella medesima capigliatura tutto bianca, con quel medesimo volto tutto bontà, con quella medesima mossa, leggendo nel medesimo breviario. Sulla tavola, a cui il parroco appoggiava il suo gomito, era steso il medesimo tappeto di lana intessuta con cotone a fogliami ed a fiori; tutti i mobili erano tali e quali li avevo visti fin dalla mia infanzia e sempre a quel medesimo posto; ai piedi del parroco stava sdraiatoMorettoil vecchio can volpino, compagno quasi indivisibile al suo padrone. Tutto era come prima colà, nulla era mutato; e in me invece, quanto cambiamento, quante rovine! Non avevo ancora diciott'anni, ed il destino pareva avermi in una resa impossibile l'esistenza del passato e chiusomi innanzi la porta d'ogni speranza per l'avvenire. Un gran desiderio mi prese di quella quiete, di quella pace esteriore che era compagna e simbolo di quella della coscienza; e sentii una cocente amarezza nel dirmi che forse io l'aveva perduta per sempre. Profondo rammarico fu il mio, pensando che a tale esistenza aveva voluto prepararmi e condurmi l'amoroso mio educatore, e che io l'aveva rifiutata e che da me l'avevano respinta irrevocabilmente le audacie del mio spirito. A quell'ora sarei stato lì ancor io, compagno nella vita e nell'opera a quel sant'uomo, forse sollievo, forse anco ne' suoi vecchi anni consolazione invocata. Ed invece?....

«Oh se avessi creduto a quel Dio, cui adorava Don Venanzio, ed in quella forma colla quale il buon parroco credeva! Per me al contrario, sempre più muto pur troppo era diventato il cielo; e la lettura degli enciclopedisti aveva spinto il mio dubbio verso lo scetticismo. A mala pena credevo ancora a quelle apparizioni che mi avevano servito come d'irrefragabile riprova d'una vita dell'anima superstite a quella del corpo; e siccome da assai tempo sembrava il mio buono spirito avermi ancor esso abbandonato, mi prendevo a dire le vedute di quel soave fantasma, nient'altro che illusioni del mio cervello.

«Mentre stavo ancora tutto intento a mirare per entro quella stanza, od un lieve rumore che io facessi muovendomi, o fosse il meraviglioso istinto proprio della sua razza che facesse avvertireal cane la presenza di qualcheduno,Morettoalzò il muso verso la finestra, e vistomi forse, mandò alcuni abbaiamenti di lieto saluto, e venne a quella volta tutto festante. Lasciai le sbarre dell'inferriata e ratto mi nascosi nell'ombra. Udii la simpatica voce di Don Venanzio che diceva:

«— C'è qualcheduno,Moretto? Chi è là?

«Mi allontanai con infinita amarezza. In tutto il mondo era là soltanto che vi esisteva un affetto per me, e non osavo presentarmi, e dovevo strapparmene ed andar lontano.

«Quella notte dormii dentro una di quelle capanne che si fanno sotto i pagliai. La mattina era l'alba appena che io già camminava sulla strada che mi riconduceva a Torino. La vista del mio villaggio, la vista sopratutto della casa di Don Venanzio mi aveva fatto del bene. Una nuova risolutezza era entrata in me. Ero persuaso affatto e per sempre che non avevo nessuno al mondo a cui chiedere aiuto, che dovevo tutto fare, tutto procacciarmi da me, colle mie sole forze, e volevo provare arditamente a cimentarmi colla vita.

«Il sole era levatosi da poco sull'orizzonte, ed io non aveva proprio più forze da andare avanti. Il giorno precedente non avevo preso altro alimento che quello d'un po' d'acqua bevuta ai rigagnoli della campagna, rompendo la crosta superiore del ghiaccio: ed ora lo stimolo della fame erasi fatto intollerabile.

«Girai lo sguardo intorno, e vidi non molto lontano dalla strada un casolare sul cui tetto fumava direi quasi allegramente il comignolo del camino, mi diressi con coraggio a quella volta. I villani stavano giusto per sedere al desco su cui esalavano un odoroso vapore le scodelle schierate pel pasto mattutino, mentre la massaia con in mano l'asta d'una gran padella stava curva sopra una vivace fiamma di fascine a friggere un'enorme frittata.

«Il mio aspetto miserissimo e le mie vesti dissero senza bisogno d'altro il motivo che mi spingeva, e destarono la diffidenza degli uomini e la compassione delle donne. È raro, anzi quasi direi non succeder mai, che una famiglia di nostri villici ad un povero sopraggiunto all'ora del pasto, rifiuti una scodella di minestra. Gli uomini non vollero negarmi questa carità, ma non vedevano di buon occhio che mi assidessi al focolare domestico; le donne più pietose mi fecero posto sorridendo presso al fuoco fiammante, al cui calore sentivo in realtà immenso bisogno di riconfortare il mio povero corpo intirizzito.

«Prima di accettare dalle mani del capo di casa la scodella ammanitami, dissi ad alta voce:

«— Vi ringrazio della vostra carità, brava gente; ma io vi prego che non sia a titolo d'elemosina che mi concediate quel cibo onde pure tanto abbisogno; penso che ciascuno deve guadagnarsi coll'opera il suo sostentamento, e vi domando come un favore che mi diate poscia alcun lavoro, per cui io possa almeno in parte compensarvi di quanto fate per me.

«Mostrarono tutti una qualche sorpresa; gli uomini sorrisero, le donne mi guardarono con una certa benigna ironia, quasi volessero dire e queste e quelli che di poco o nulla era capace un miseruzzo della mia fatta.

«— Bene, bene; disse bonariamente il capo casa: cominciate per mangiare e poi vedremo a che cosa siete buono.

«Servii quel giorno ai più umili lavori della stalla, in cui c'era da rigovernare il letame, e ci posi tanta buona volontà che ognuno ebbe a rimanere di me soddisfatto. Ma il domani potei rendere a quella buona famiglia un servizio ben più importante e ad essa ben più gradito. La madre veniva sollecitando uno de' figliuoli a scrivere una lettera al primogenito della famiglia, il quale da due anni era soldato e di cui da più mesi non avevano ricevuto notizia, e vivevano perciò inquieti. Il figliuolo se ne schermiva, perchè, quantunque fosse il solo che sapesse scrivere, e' lo sapeva tanto poco che gli tornava uno stento ed una fatica a cui egli preferiva qualunque più aspro travaglio materiale. Udito codesto, mi proffersi a scriver io la lettera come la buona donna desiderava, e tutti ne furono sì contenti che per poco non parve io avessi compito a loro vantaggio un miracolo.

«Povera gente! Vivono e muoiono nella più crassa ignoranza; come non sarebbero essi vittime di superstizioni e pregiudizii che ne deturpano anche le più generose e favorite nature?

«Per quella famiglia c'erano due esseri che raccoglievano tutto l'odio di cui era capace, odio che essa pur dissimulava sotto le sembianze del più umile rispetto. Questi due esseri erano: uno il padrone della terra ch'eglino coltivavano, ed il quale senza spargere su di essa la menoma goccia di sudore, toglieva dei frutti della medesima la miglior parte, l'altro il Governo, cui non conoscevano altrimenti che per l'alto prezzo del sale cui dovevano pagare, per le contravvenzioni loro accagionate e dovute pagare per violazione alle leggi della caccia, e finalmente per quello che giudicavano il peggior eccesso della tirannia: lo aver loro tolto quel figliuolo, il cui lavoro era più utile, per trascinarlo lontano chi sa a qual vita, chi sa con quali effetti per quell'infelice temporali e spirituali, del corpo e dell'anima!

«Questo della coscrizione, è veramente il più duro e terribile tributo che la società abbia inventato a danno delle famiglie e dell'individuo — e in definitiva anche a danno di se medesima.

«La famiglia si alleva con mille stenti, conmille cure un figliuolo, e quando questo comincia ad essere in grado di compensare col frutto del suo lavoro i sacrifizi che ha costato ai suoi, di corrispondere degnamente col suo all'affetto dei genitori, di restituire alla vecchiaia del padre e della madre quei beneficii di amorosi riguardi con cui padre e madre allevarono la sua infanzia, allora appunto intravviene il Governo che afferra questo figliuolo, lo strappa alle braccia, all'affetto, ai bisogni della famiglia, nulla si cura delle tendenze, degli studi precedenti, della vocazione del medesimo, ed impiccatolo in un cravattino duro, insaccatolo in uncappotto, lo caccia sotto la ferrea prepotenza d'un istruttore militare burbero, grossolano, il più spesso manesco, ad imparare le delizie dell'un-doi.

«Questo povero diavolo, sceverato sino allora dagli urti e dalle malizie del mondo per la soave cerchia della famiglia, stretto coll'amore tenace dei campagnuoli alla sua terra, ai suoi campi, attaccato alla sua officina, ai suoi studi, deve ad un tratto rinunciare a tutte le sue abitudini, guastare il suo avvenire, interrompendo la sua carriera, trovasi a contatto con una turba di compagni cui la vita soldatesca ha già svezzati da ogni domestica delicatezza, in cui sono rappresentati tutti i vizi sociali che fermentano e prosperano nelle agglomerazioni, a cui pare qualità di buon armigero ostentare un certo cinismo nella corruzion dei costumi, nell'assenza di gentilezza. Trasportato in paese lontano dal suo, obbligato a faticoso esercizio d'un mestiere faticoso, minutamente pesante, composto di atti di cui non vede l'utilità, oppresso da una disciplina che offende la sua libera personalità, costretto ad una vita innaturale, a cui tutto il più spesso in lui ripugna, l'infelice giovane soffre finchè o soccombe, ed il caso non è raro pur troppo[8], o vi si assuefa, avendo perciò obliterate alcune e delle più preziose qualità del suo animo; così bene che l'esercito avendo preso al villaggio un giovane onesto, morigerato, laborioso, buon figliuolo, che sarebbe buon marito e buon padre, gli rende poi molte volte un uomo vizioso, giuocatore, libertino, scaldapanche d'osteria, inavvezzo al lavoro, prepotente, rissoso, desolazione della famiglia e spargitore di funeste cattive abitudini fra la gioventù[9].

«Ed ecco quindi come anche la società ne riesce ad avere un danno più grave di quel che paia. Avrebbe potuto contare un buon operaio, un onesto agricoltore, un lavorante, insomma, che avrebbe concorso alla produzione della ricchezza comune; invece ne ha fatto per tanto tempo un consumatore improduttivo, e ne' più de' casi si è preparato un membro cancrenoso che diffonde il guasto intorno a sè.

«Quando il bisogno urgente della patria lo vuole, allora va benissimo che si passi sopra ad ogni altra considerazione, e tutti quelli che valgono accorrano a recare il braccio ed il sangue in difesa della sicurezza comune, ma in tempi ordinarii, quel sistematico sottrarre una parte della gioventù agli utili lavori, che è la coscrizione annuale, mi pare la più ingiusta barbarie che abbia saputo inventare la nostra vantata ma troppo manchevole civiltà. Più progrediti di noi l'Inghilterra e gli Stati Uniti d'America che non conoscono questo tremendo tributo, cui introdusse l'ambiziosa sete di dominio di Napoleone, e cui condannò pur tuttavia egli stesso negli ozi di S. Elena.

«Ma lasciamo codesto. Quasi una settimana io restai in casa di quei buoni campagnuoli, e quando mi partii, e' mi fecero mille sollecitazioni perchè rimanessi con loro, che un boccon di pane non mi sarebbe mancato più mai. Il mio destino mi traeva qui. Quando ci arrivai una delle prime persone in cui m'imbattei fu Graffigna.

«— Lo stupido animale che siete! Egli mi disse venendomi incontro con un'aria quasi minacciosa. Non solamente rifiutate la fortuna per voi, ma impedite che altri la colga. Voi aveteavvertito Nariccia, e quel caro amico che il diavolo attanagli, ha fatto cambiare tutte le serrature. È una cattiva azione la vostra.

«— Sì, risposi sogghignando con disprezzo, come fu buona la vostra di farmi scacciare di là.

«Egli si strinse nelle spalle.

«— Vi rincresce forse aver abbandonato quel dabbene scellerato d'un avaro che vi faceva vivere di stenti? Ho agito pel vostro vantaggio. Sicuro! Voi, contento di quel poco pane, vi sareste anneghittito come un minchione che siete, caro martuffino dell'amor mio, e non sareste mai più stato buono da nulla. Invece ora il bisogno vi aguzzerà l'ingegno e vi farà capire la morale del mondo. Sarete quanto prima dei nostri, ve lo predico io.

«— Mai! Dissi con tutta la forza del mio accento.

«Graffigna scrollò le spalle.

«— Peuh! Avete dei redditi da vivere? Vi è capitata qualche eredità dal mondo della luna?

«— Lavorerò.

«Egli ruppe in una risata secca e stridente:

«— Lavorare! Esclamò. Che cosa? Che mestiere è il vostro? E la forza dove la prenderete? Se non ci avete altra rivalsa, mi aspetto a vedervi morir di fame. Gira, gira, tirerete la vita coi denti, afferrerete il diavolo per la coda e finirete per essere dei nostri, ve lo dico io.

«— Ed io vi dico che voi non vi conosco, che non ho nulla da che fare con voi, e vi prego quindi a non parlarmi più, a non venirmi oltre fra i piedi.

«E con queste parole io lo lasciai.

«Girai tutti i fondachi di parecchie strade, ad ognuno dicendo che cercavo lavoro; non mi si chiedeva neppure che cosa fossi capace di fare, ma mi si rigettava, il più spesso di mala grazia. Stanco e scoraggiato, non sapevo più oramai a qual santo votarmi, quando in una di quelle strade che percorrevo vidi arrivare con gran fracasso un grosso carrozzone carico di viaggiatori e di bagagli. Una frotta di facchini si precipitava intorno a coloro che ne discendevano per offerirsi a portarne i rispettivi bagagli. Pensai che questo era intanto un modo di guadagnarmi qualche cosa; ma come aprirmi la strada in mezzo a quegli omaccioni che facevan ressa per contendersi la preda? E ci fossi anche arrivato, avrei potuto caricarmi di un pesante fardello com'erano i bauli e le casse che vedevo i facchini trasportare sulle loro spalle?

«Stavo guardando mestamente sfilarmi dinanzi e i viaggiatori che s'affrettavano verso le loro case e i facchini che li seguivano col loro carico, quando mi passò accosto uno di questi arrivati, la cui fisionomia o non mi era nuova, o mi era simpatica di tanto da ispirarmi fiducia più che non altri. Egli recava in sua mano un piccolo sacco da viaggio, ed a parecchi che gli avevano chiesto se volesse farlo portare da loro, aveva risposto con impazienza di no. Ebbi tanto ardire da fare un passo verso di lui, ed additandogli il sacco dirgli in tono pieno di supplicazione che me lo desse a portare; ma in quella il rossore mi saliva sino sulla fronte. Fosse il mio accento, il rossore, o l'aspetto, il fatto è che quel signore si fermò ad osservarmi.

«— Tu non sei di Torino? Mi diss'egli.

«— Signor no.

«— E ci sei venuto colla famiglia?

«— Non ho famiglia.

«— Come? Nessuno?

«— Sono affatto solo.

«Senza dir altro quel brav'uomo mi pose il sacco nelle mani.

«— Seguimi.

«Mi condusse in una delle principali strade ed entrò in una bottega da libraio che appariva aggiustata ed aperta di fresco. A quel punto riconobbi chi egli fosse, e dove l'avessi già visto. L'avevo veduto in casa di Nariccia, ed era quel libraio che aveva dato in pegno le casse di libri. Anzi queste benedette casse erano là ancor esse in mezzo a quella bottega, come se recatevi da poco tempo. Quell'eccellente uomo di libraio, come appresi di poi, aveva di nuovo avuta prospera la sorte, e dalbaracconeera passato ad una bottega considerevole, al di sopra della quale, negli ammezzati, aveva preso l'alloggio per la sua famiglia. Pagato tutto il suo debito a Nariccia, ne aveva ottenuta la restituzione del pegno; e quel giorno egli tornava da un piccol viaggio che aveva dovuto imprendere in una delle primarie città di provincia per cagione del suo commercio.

«Appena entrato egli nella bottega, un giovinetto, che stava dietro il banco, s'alzò con impeto e venne a gettarsi nelle braccia di lui, dicendo:

«— Buon giorno, babbo. Hai tu fatto buon viaggio?

«Il libraio lo abbracciò e baciò con molta tenerezza, e poi gli domandò della madre e dei fratelli. Il giovanetto rispose che erano sopra nell'alloggio, e allora tutti due sollecitamente s'avviarono verso la scala che dalla retrobottega conduceva al piano superiore. Ma mentre il figliuolo, correndo, saliva ad annunziare tutto festoso che era giunto il padre, questi s'arrestava ricordandosi di me, e, prendendomi il sacco di mano, accennava volermi dare qualche moneta in pagamento; ma poi, come cambiando avviso, ripose di nuovo in tasca la borsa che ne aveva tratta, e mi disse:

«— Aspetta qui un momento. Vado ad abbracciare i miei figli e mia moglie e poi verrò a discorrerla teco.

«Fui lasciato solo in quella bottega dove da tutte parti non vedevo che libri. Essi esercitavano su me una specie di fascino. Avrei voluto ad un tratto poterli esaminar tutti. Un ladro introdotto nella bottega d'un gioielliere piena di ori e diamanti, e lasciatovi solo, non ha più vive tentazioni di quella che io sentiva a quel punto. Quel sapere a cui anelava con tanto ardore l'anima mia, mi appariva là raccolto e fatto concreto in quei libri schierati nelle scancìe onde tutte le pareti erano coperte, rammontati in quelle casse aperte nel mezzo della stanza.

«Mi accostai a queste ultime. Al di sopra di una era appunto un volume che stavo leggendo e non avevo ancor finito quando venni scacciato da Nariccia. Lo presi in mano, quasi per atto meccanico, involontario; e pochi istanti dopo io era assorto nella lettura, avendo obliato tutto il resto del mondo.

«Fui interrotto ad un punto da una mano che si posò sopra la mia spalla. Mi riscossi, alzai la testa, mi vidi innanzi la faccia tutto stupita del libraio, e lasciai cadere il libro, coprendomi di rossore sino alla fronte.

«— Che stai tu facendo costì con quel libro in mano, e così assorto che non senti nemmanco la gente venirti addosso?

«— Mi scusi: diss'io balbuziando; leggevo e...

«— Tu leggevi? Mi stupisce già che tu sappia leggere, mi stupisce di poi che tu legga di questi libri. Quello è il trattato di economia politica di Say. Ora sai tu pure che bestia sia l'economia politica?

«Cedetti ad un impulso d'orgoglio e colla mia risposta gli feci conoscere che lo sapevo e che non ero digiuno di qualche idea intorno a quella disciplina, di cui, alla nostra Università, ancora oggidì non si trova neanche registrato il nome[10].

«Il libraio allargava tanto d'occhi.

«— Ma chi sei tu dunque? E come in quest'arnese? Qual mistero nascondi tu sotto quei miserabili cenci?

«Io esitai. Il primo mio avviso fu di dire a quel brav'uomo tutta la verità. In me il subitaneo impulso è sempre il migliore; gli è colla riflessione e col ragionamento che imparo a credere più conveniente la simulazione o i miseri consigli della diffidenza. L'offendere la verità è un peccato che quasi sempre si volge in danno di quel medesimo che lo commette. Anche dal lato dell'interesse, la sincerità è un buon partito da adottarsi: io ne ho fatto in tal occasione l'esperienza a mie spese. Se avessi detto le cose come erano realmente a quell'eccellente uomo, egli di certo avrebbe avutomi compassione ciò nullameno, e io non mi sarei messo nel brutto caso di perdere un giorno la sua simpatia e la sua stima; come avvenne pur troppo. Ma l'esitazione condusse tosto in me il timore e la vergogna. Non osai confessare le ragioni che dal mio villaggio mi condussero a Torino, quelle che dalla casa di Nariccia mi trassero sul selciato delle vie. Temei che se il libraio sapesse il vero, mai più non mi avrebbe accordato alcun interesse, come parevami da tanti indizi più che disposto a fare. Mi venne alla mente in quel punto la favola immaginata sul mio conto da Gian-Luigi per introdurmi da Nariccia, e la dissi macchinalmente, quasi ripugnante la mia volontà, condannandomi meco stesso di ciò pur nel parlare.

«La mia oscitanza e il mio imbarazzo apparvero certamente a quel bravo sig. Defasi (chè così chiamavasi) la timidità naturale e la pena impacciosa di un giovanetto che si trova con tali condizioni infelici nel mondo; epperò, compassionatomi assai e confortatomi a sperar bene nell'avvenire e nell'aiuto della Provvidenza, mi domandò che cosa volessi fare e quali progetti più mi arridessero. Risposi che ero fermo nella volontà di guadagnarmi la vita con qualunque sorta di lavoro anche il più umile, purchè onesto; ed egli, lodatomi assai di queste buone intenzioni, mi disse che tornassi poscia il domani da lui che avrebbe pensato ad alcun modo di darmi intanto qualche occupazione, e datomi, del piccolo servigio che gli avevo reso, un largo compenso che potesse bastare ad ogni mio bisogno per quella giornata, mi congedò con affettuose parole.

«Il primo mio pensiero, uscendo dalla bottega del sig. Defasi, fu quello di rifocillare il mio povero corpo affamato. Entrare in un'osteria un po' ammodo, con quei panni addosso, non osavo; più fiate passai e ripassai innanzi alle lucenti invetrate su cui stava scritto in caratteri d'oro restaurant, e la eleganza di quelle sale, che a me pareva allora la più sontuosa del mondo, mi toglieva ogni coraggio di pure approssimarmi a quelle tavole di marmo, a cui vedevo, traverso i cristalli, seduti signori riccamente vestiti.

«Mi ricordai ad un punto che non molto lontano dalla casa di Nariccia, nelle strette vie della parte più antica della città, eravi una bettola, della quale le apparenze, gli accorrenti e tutto erano in quelle più umili condizioni che alle mie si convenissero; e mi diressi allora con passo deciso a quella volta. Quella brutta e sporca bettolaccia — sporca moralmente e fisicamente — rividi stassera dopo assai tempo. Làdentro condussi a sfamarsi, come sei anni sono c'ero entrato io, quel povero bambino che ti ho detto aver trovato colà, in quelle luride viuzze, sul fango del lordo selciato. Al momento di porre di nuovo il piede in quel covo, uno strano superstizioso timore mi assalse. Fra quel tempo di cui ora ti narro e questo in cui vivo circondato dalla vostra amicizia mi pare sia avvenuta fortunatamente una soluzione di continuità. La tua carità, salvandomi dal suicidio, la vostra carità di tutti, facendomi intorno quasi un ambiente di famiglia, hanno scavato sto per dire un abisso tra quelle prime prove della vita e queste che attualmente mi toccano. Entrando in quella povera e sconcia osteria, mi sembrò per un momento ch'io movessi incontro a quel destino che oso sperare mi abbia abbandonato e mi esponessi al pericolo ch'esso mi riafferrasse. Dovetti superare una istintiva ripugnanza, quasi ammonimento di minacciante sventura.

«Quella bettolaccia, che ora ritrovai tal quale, era frequentata dalla peggiore ciurmaglia in cui si reclutano i ribelli all'ordine sociale, ladri ed assassini. I miei cenci non erano in disaccordo colla povertà del luogo e colla qualità degli avventori. Alla miseria ed all'ambiente di essa ero ausato quant'altri mai, perchè mi trovassi colà come a mio posto. Per pochi soldi ebbero ristoro i miei bisogni. Per più tempo di seguito presi poscia colà i miei pasti, finchè un giorno mi si fece innanzi in quella fetida, fumosa atmosfera, la faccia maliziosa e malvagia di Graffigna. Egli riprese da capo le solite insinuazioni sarcastiche e le tentazioni. Risposi seccamente che avevo trovato onesto lavoro ed onesto guadagno; abbandonai issofatto quel lurido antro, e da quel giorno non ci entrai più.

«L'onesto lavoro e l'onesto guadagno l'avevo trovato per davvero in casa del signor Defasi. La fortuna questa volta mi aveva sorriso, e dalla casa di Nariccia conducendomi a quella del libraio aveva cambiato la mia vita in tal guisa, che gli era come avermi fatto passare dai rigori i più crudi d'un triste inverno alla mite e soave temperie d'una fiorente primavera.

«Tornato dal sig. Defasi, com'egli mi aveva detto di fare, il giorno dopo quel nostro incontro, io n'era stato accolto con ancora maggiore umanità. In breve egli aveva assestato fra noi le cose a mio sommo vantaggio. La buona piega presa dal suo avviato commercio gli consentiva di avere un commesso, e mi proponeva di esser quello. Ragionevole era lo stipendio; e per mettermi in grado di provvedere alle mie prime necessità, ebbi una conveniente anticipazione di alcune mesate del medesimo. Egli non poteva prendermi seco ad abitare. Dovetti adunque cercarmi un alloggio, che trovai in quelle vicinanze in un'allegra soffitta, contro i vetri della quale veniva sollecitamente a percuotere coi suoi raggi dorati il sol nascente. Là vivevo solo, ma non sentivo la solitudine, imperocchè quasi tutte le ore del giorno passassi nel fondaco, e in quelle poche della sera e della mattina avessi meco la compagnia de' più alti spiriti che furono nell'umanità, i quali, i portati della loro immaginazione, della scienza, fecero concreti nelle pagine di libri immortali....

«Ah! che felice tempo fu quello ch'io passai nella bottega del libraio e nella mia povera soffitta! La mia intelligenza si aprì allora a tutti i più severi ammaestramenti, e con quell'ardore che possiede la mia natura si gettò sopra tutte le parti del sapere e in ognuna fece bottino, confusamente, incompiuto, disordinato, ma con tanto trasporto dell'anima!... Oh! le sere ch'io passava studiando al lume della lucernetta, sere beate, in cui pareva che nel mio pensiero si ripercotesse tutto il pensiero dell'umanità, che innanzi alla mia mente venissero a schierarsi tutte le idee che sono e furono e saranno patrimonio dell'intelligenza di questa audace stirpe d'Adamo! Oh le mattinate che io stavo meditando in faccia al sole sorgente nella sua aureola dorata, con sotto i piedi le miserie della città sonnecchiante, sopra il capo l'infinito! Chi me le rende quelle ore? Chi può dirne la soavità e la bellezza?

«Coll'erudizione qua e là afferrata, senza metodo e senza logica distribuzione accatastata nel mio cervello, sobbolliva pure, non soffocata, ma forse anco fatta più viva, una potente fiamma di poesia; quella fiamma che avevo sentito desta fin dai primi giorni, innanzi ai meravigliosi spettacoli della natura; quella fiamma che non aspettava se non la forza meravigliosa d'un affetto divino per diventar luce raggiante ed illuminare i misteri del mio cuore, i segreti della vita, le tenebre dell'universo....

«O poesia! Come t'amai e come t'amo, figliuola divina, che sei il sole morale nell'universo infinito delle intelligenze! E quanto ti debbo di gioie tremende, di superbi conati onde l'anima s'innalza, di voluttà supreme nella vita mentale! Ben disse un poeta che tu sei un elisire, di cui basta una goccia nel sangue d'un uomo a dargli più devozione alla patria, più amore alla sua donna, maggior grandezza all'esistenza. Coloro che entro le vene ne hanno due goccie, sono i forti nella sfera politica, regnano nell'eloquenza, e dettano le ammirevoli pagine della miglior prosa; ma quegli in cui questo elisire è il liquore stesso della vita, quegli è il re del pensiero nel primo dei linguaggi.

«Poesia ed amore!... Due termini della grandezza dell'anima umana!...»

Qui Maurilio s'interruppe; nascose un istanteil volto fra le palme, e quando lo rialzò mostrò all'amico i tratti sconvolti e le guancie pallide più che non fossero prima.

— Ed ora, diss'egli, ho da svelarti il mio più caro e più importante segreto.... Ma debbo io svelartelo?

Giovanni gli prese una mano e gli disse con molto affetto.

— L'ho indovinato, il tuo segreto. Tu ami! Maurilio fu riscosso da un subito tremito, quasi convulso.

— Sì: rispose curvando il capo.

— Parla, dimmi tutto.....

— No..... non ancora..... Sono stanco, ho bisogno di rifletterci, lascia che io raccolga ancora le mie idee..... La notte è passata..... Questa sera ripiglierò il mio racconto, e ti dirò ogni cosa.

Un orologio suonò in quella con lenti rintocchi le sette ore.

Giovanni balzò con impeto giù del letto.

— Già le sette! E Francesco mi attende! Per fortuna ho buone gambe e, quantunque la sua casa sia così lontana, in due minuti sono da lui.

Corse fuori di casa. Mario era partito. Maurilio, rimasto solo nella stanza, appoggiò la testa alla sponda del letto e chiuse gli occhi, come dormisse. Ed era un sogno diffatti quello che si svolgeva nel suo eccitato cervello, ma un sogno da sveglio.


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