CAPITOLO XXIV.

CAPITOLO XXIV.Già s'era fatto tardi. Luigi erasi indugiato più forse che non solesse nel riposto stanzino della contessa. Nell'alto silenzio della notte, i sontuosi arazzi del gabinetto di Candida entro il superbo palazzo dei conti di Staffarda avevano udito suonare voci di rampogna e di sdegno (imperocchè l'amore fra quei due già ne fosse venuto allo stadio dei rimbrotti, delle accuse da parte di lei, delle impazienze e peggio da quella di lui; e vi narrerò di poi le fasi di questo periodo ed i torti e le colpe e — dirò fin d'ora la parola — l'infamia dell'indegno amatore), poscia voci più miti di perdono e di supplicazione sulle labbra della misera donna e per ultimo di tenerezza e di passione più concitata quanto più era stata lungamente repressa da altri sentimenti.Ad un tratto si grattò alla porta. I due amanti sussultarono. Era cosa tanto nuova che in quei loro colloqui venissero disturbati! Tacquero un momento stando in sospeso ad ascoltare se il segno si ripetesse. In quella udirono l'orologio del campanile vicino suonar lentamente la mezzanotte. L'ultimo tocco aveva appena finito di battere che all'uscio fu dato un picchio abbastanza vibrato. Candida sorse di slancio, si racconciò in fretta i panni un po' disordinati, ed invece di domandare chi fosse si precipitò verso la porta e l'aprì con mano che tremava un pochino.Sì trovò in faccia la cameriera:— Che cosa c'è? Domandò la contessa con qualche corruccio.E la fante sollecita:— Il signor conte fa domandare alla contessa se vuole riceverlo.Candida si volse pallida ed agitata verso il suo amante.— Mio marito! Diss'ella frettolosamente. Egli non viene mai qui a quest'ora..... Parti!Gli occhi di Gian-Luigi balenarono cupamente e nella fronte si incavò quella sua ruga caratteristica.— Ah! il conte: diss'egli incrociando le braccia al petto; ben venga il signor conte. Vorrebbe egli per azzardo far da marito di tragedia?Candida gli fu accosto in un baleno e con atto pieno d'avvenenza e d'amorevolezza gli gettò le braccia al collo.— Parti, te ne prego: diss'ella.La cameriera s'inoltrò d'un passo nel gabinetto, ed abbassando la voce, soggiunse:— Il signor conte è qui nell'altra stanza, e il signor dottore non può a meno d'incontrarlo.La contessa impallidì vieppiù.— Va nella mia camera: diss'ella affrettatamente a Luigi. Il conte non avrà gran cosa da dirmi e saprò sbarazzarmene tosto.Gian-Luigi fece un sogghigno pieno di superbia e d'ironia.— Fuggire! Diss'egli. Nascondermi! Nè l'un nè l'altro. Venga avanti il signor conte, e se ha cose da dire a Lei che io non possa ascoltare, allora mi ritirerò tranquillamente per la uscita comune.— È mezzanotte: disse timidamente la contessa.— Gli è che abbiamo saputo trovar abbastanza soggetti interessanti di conversazione da far passare il tempo senza badarci. Questo fa onore al nostro spirito, contessa.Candida esitò un momentino, parve voler ancora dire alcuna cosa; ma ad un tratto prese la sua decisione, e voltasi alla cameriera le disse con accento affatto sicuro e tranquillo:— Introducete il conte.Poi si gettò a sedere abbandonatamente sulla sua poltroncina vicino al fuoco, al quale volgendo le spalle stava dritto Luigi colla più agiata disinvoltura di questo mondo.Io non vi dirò che il cuore di Candida non battesse un po' più concitato nell'udire sul pavimento dell'altra stanza il passo del conte che si avvicinava; ma il suo aspetto era tranquillo, e quando l'uscio si aprì, ella volse verso chi entrava un viso forse un po' pallido, ma per l'affatto sicuro nella sua indifferenza.Il conte s'inoltrò con un sorriso poco naturale, ma garbatissimo, sulle sue labbra tirate. La sua fronte calva pareva più gialliccia dell'ordinario riflettendo la luce delle due lampade che ardevano sul camino. Nell'occhio grifagno c'era molto più del solito di quell'ironia scettica e maligna che formava la base del suo carattere. Gli sguardi del conte e di Gian-Luigi s'incrociarono; erano gli sguardi di due uomini che non hanno timore. Stettero un attimo così fissi l'un nell'altro, come due lame in un assalto prima che uno dei duellanti si decida a trarre una botta. Prolungato per un minuto quello sguardo si faceva una sfida, una minaccia, un insulto: era uno di quelli sguardi, dopo i quali bastano poche parole per condurre due uomini sul terreno a cimentare in un duello la vita.Gian-Luigi, a niun patto, avrebbe voluto esser egli il primo a chinare gli occhi. Sentiva entro il petto un orgoglio immenso dare rincalzo al suo coraggio per non cedere neppure un minuzzolo alla superba guardatura del conte. Il cranio pelato di quell'uomo che tutti conoscevano abilissimo nell'arte di uccidere il suo simile ed il cachinno insolente ed altezzoso di quella mordace ironia, solevano imporne a tutta la gente; il trovatello Gian-Luigi, il figliuolo di nessuno, il compagno d'infanzia di Maurilio, allevato nella più umile e nella più misera delle condizioni, non ne provò la menoma soggezione. Amedeo Filiberto di Staffarda che per lungo uso di mondo e trattare d'uomini, s'intendeva a giudicare, dalla fisionomia e dal contegno di qualcheduno, della fermezza e del valore del suo animo; il conte conchiuse fra sè che quel giovane non era tale da poter essere nè dominato, nè soverchiato.In questo modo passarono due minuti secondi di grave silenzio, lunghissimi per la contessa, la quale con ansia stava mirando a sua volta quella tacita lotta di sguardi di quei due uomini innanzi a lei.Fu il conte che primo sviò gli occhi da quelli dell'avversario e ruppe il silenzio.— Ah! gli è Lei, dottore: diss'egli colla sua gentilezza aristocratica, in cui nella compiuta forbitezza appariva pur sempre una tinta di superiorità. Perdoni a' miei occhi miopi, se non l'ho tosto riconosciuto.Gian-Luigi fece un lieve inchino senza rispondere.Candida tirò più libero il fiato. Le parole del conte ed il modo con cui le aveva dette non erano già d'un uomo che si acconci a cedere per paura, ma di tale che crede miglior convenienza lo evitare uno scandalo.— Come mai, conte, a quest'ora? Domandò la donna con un'apparenza scherzosa, in cui pure si sarebbe potuto sentir tuttavia la traccia delle sue inquietudini.— Che? Rispose il conte. È egli per ventura così tardi?Guardò l'orologio che faceva muovere il suo pendolo sulla mensola del camino, e per vederci l'ora avanzò la testa fin da essere presso presso a quella di Gian-Luigi, il quale non si mosse, come se i suoi piedi avessero piantate le radici sulla lastra di piombo che innanzi al focolare difendeva il tappeto del pavimento dalle faville che potessero mandare gli scoppi della legna.— To'...... È passata mezzanotte: soggiunse il conte. Credevo fosse di meno. Vuol dire che il tempo mi è volato via rapidamente questa sera, come fors'anco per voi, contessa.Candida arrossì un pochino.— Sì davvero: diss'ella pigliando un parafuoco per ripararsi la faccia, più che dal calore dei tizzi che ardevano nel focolare, dalla luce delle lampade che pioveva dallo sporto del camino. Il dottor Quercia ha avuto la bontà di sacrificarmi la sera per tenermi compagnia.Il conte si volse di nuovo verso Gian-Luigi e gli fece un saluto del capo che pareva quasi un ringraziamento, ed in cui l'ironia era di guisa dissimulata e così fine che un uomo accorto nonpoteva a meno di sentirla, ma uno mediocremente educato non avrebbe potuto in nessun modo rilevarla.Gian-Luigi corrispose con un altro saluto uguale; ma entro sè rodevasi maladettamente di quella situazione in cui si trovava, che sentiva ridicola e la più impacciosa che mai. Avrebbe dato non so che perchè la maliziosa gentilezza del conte si voltasse in un buono scoppio di collera.Amedeo Filiberto disse allora alla moglie, con quel suo satirico sorriso:— È un sacrifizio che la galanteria del signor dottore avrà trovato leggiero.Prese la mano di Candida e gliela baciò mentre essa lo guardava tutto stupita.— È un sacrifizio: soggiuns'egli, col tono d'un Don Giovanni dei tempi di Luigi XV di Francia: che sarei disposto a fare ancor io molto volentieri, se pensassi che potesse tornarvi ugualmente gradito.Candida levò dalla mano del marito la sua che egli teneva ancora, si tirò indietro colla poltrona, come per allontanarsi, e non rispose.— Duolmi se io sono venuto disturbatore del vostro colloquio: riprese il conte colla medesima bonarietà maliziosa: ma che volete, contessa cara? Ho gran desiderio, e dirò anzi gran bisogno di aver con voi uno di quei confidenti ed affettuosi colloquii che sono una delle maggiori gioie del matrimonio, e —ma foi!— non ho voluto ritardarmi questo regalo, perchè se sono del parere di quell'antico non so chi, il quale soleva rimandare gli affari al giorno di poi, credo invece che le dolci soddisfazioni conviene procurarsele tosto, senza ritardo, appena si può.Ciò detto, diresse il suo sguardo grifagno su Gian-Luigi, che stava sempre al medesimo posto. Quello sguardo diceva apertamente:— Conviene che mi cediate il luogo. È questo, se non altro, il mio diritto di marito, e intendo di valermene.Gian-Luigi comprese. Ben sapeva che gli toccava ritirarsi, e fin dal primo momento che il conte era entrato, egli andava pensando come far ciò senza mostra alcuna di debolezza. Ora esitò tuttavia un momentino. Gli passò per la mente di rispondere un'impertinenza che obbligasse il conte ad uscire da quel garbo artifizioso che gli faceva, per così dire, una corazza adamantina; oppure di fare il sordo affine di spingere il marito di Candida a più aperto parlare che desse a lui pretesto di venirne a lotta dichiarata. Capì che avrebbe avuto assai torto sì a far questo che a far quello. Inoltre la irritata suscettività del suo amor proprio non fu tanto cieca da non lasciargli ricordare che il suo interesse gli sconsigliava fortemente una palese e scandalosa rottura col conte. Si staccò egli dal camino e andò lentamente a prendere il suo cappello, che aveva deposto sopra unguéridon.Il conte si pose tosto a quel medesimo luogo che il giovane aveva abbandonato, come se anco materialmente volesse significare ch'egli intendeva rivendicato il suo posto di marito sulle invasioni dell'amante.Gian-Luigi venne colla stessa andatura lenta fin presso alla signora, e tendendole una mano con famigliarità da amico, le disse:— Buona notte, signora contessa.— Buona notte: s'affrettò a rispondere Candida, stringendo forte la mano di lui, come per segreta intelligenza, come per ringraziarlo di cedere a quel modo, timorosa ch'ella era stata alquanto non volesse il giovane ribellarsi al pulito congedo intimatogli dal conte. Quando ci rivedremo? Domani è mia sera di palchetto al Regio; spero che non la mancherà di venirmi a far visita.— Me ne farò un dovere: rispose Gian-Luigi. S'inchinò poscia leggermente verso il conte, il quale abbassò il capo con mossa molto superba. Il giovane uscì meno contento di sè di quanto avrebbe voluto, sentendo che in quello scontro ad armi cortesi egli aveva avuto il dissotto, e mulinando come avrebbe potuto conseguire una rivincita quale convenisse non solo all'amor proprio, ma al suo interesse ed ai suoi disegni.Il conte e la contessa rimasero soli; ella sempre seduta giuocherellando col parafuoco di cui servivasi a riparare il suo volto dagli sguardi del marito, egli dritto dinanzi al camino, dove poco anzi stava l'amante.Per un poco non parlarono nè l'uno nè l'altra.—Charmant garçonquel dottorino: disse poi il marito mettendo le mani dietro le reni come per riscaldarsele alla vampa.Candida non rispose.— A proposito! Di che cosa è egli dottore? Di leggi, no. Di medicina o di chirurgia, o di tuttedue?Aspettò un momento la risposta della moglie, che non venne.— Voi non sapreste dirmelo, contessa? Soggiunse egli facendo piombare il suo sguardo addosso alla donna che pareva assorta nella contemplazione delle figure chinesi trapunte sulla seta del parafuoco.Candida crollò le spalle.— Non andate già sognando, io spero, che discorriamo di medicina e di chirurgia. Che cosa volete dunque ch'io sappia? So che gli è un giovane molto a garbo... e mi basta.Alla contessa era venuto di botto tutto il suo coraggio. Fino a che i due uomini erano stati a fronte, ella aveva dovuto fare uno sforzo per vincere la inquietudine che la occupava; ora ch'ellasola trovavasi in faccia a quel marito, di cui nulla avea potuto in essa ispirare nè rispetto nè simpatia, nè alcun sentimento di affezione o di gratitudine, ora la si sentiva forte e di subito s'era trovata pronta ad accettare la lotta su qualunque terreno la volesse il conte impegnare.Questi riprese con accento più ironico che mai.— Sicuro! Molto a garbo! È quel che dicevo io:charmant garçon. Sa trattare quasi come s'ei fosse qualcheduno, e parlandogli uno può anche obliare che non si sa chi sia.Candida arrossì fino alla radice de' capelli.— Vi sono dei nobili, diss'ella con accento irritato, i quali hanno i più numerosi quarti scritti nelle pergamene, e non sanno la creanza, e non hanno lo spirito di questo giovane che, come voi dite, nessuno sa chi sia.Il conte s'inchinò con ironica galanteria verso la moglie.— Avete ragione: diss'egli. A certuni non basta l'esser nati di nobil sangue per aver nobili modi, come del pari, ai più non basta l'aver acquistato dei titoli per aver preso addirittura con essi la vera nobiltà.Candida sentì l'aspra botta tirata contro suo padre e si morse le labbra.— Ad ogni modo: diss'ella vivacemente di ripicco; quando uno ha del merito personale, per piacermi nella sua compagnia, io non istò a domandargli il suo albero genealogico.Amedeo Filiberto tornò ad inchinarsi come prima.— E voi fate molto bene. Ma il mondo è più curioso e più esigente di voi, e quando vede un cotale mettersi innanzi sulla scena del mondo vuol sapere d'ordinario d'onde venga, che cosa faccia, di dove tragga i mezzi delle spese che non va risparmiando. E allorchè si viene a scoprire — imperocchè badate bene contessa che tosto o tardi quel benedetto mondo riesce a scoprir tutto, e se trova troppa difficoltà a scoprire il vero, inventa, che è peggio, ed inventando anche, molte volte indovina; — allorchè si viene a scoprire che il brillante giovane di cui si comincia ad occupare l'attenzione del pubblico non ha famiglia di sorta, è capitato non si sa di dove, come un fungo sorto improvviso di terra, non ha capitali nè tenute da dargli la rendita che spende, giuoca come un disperato...— Anche voi giuocate, signor conte: interruppe con vibrato accento la moglie.Il conte si tirò su della persona colla più superba mossa del mondo.— Vi prego di non offendermi con siffatti confronti. Io dietro la mia passione del giuoco posso mettere il patrimonio degli Staffarda...— E quello di vostra moglie: disse Candida vivamente scoccandogli un'occhiata più maliziosa ancora della interruzione.Fu la volta del conte di mordersi le labbra. Stette un poco, e poi riprese a dire senza rilevare la frecciata:— Quando, dicevo, un giovane senza mezzi di fortuna la sciala da ricco, vivendo in una intimità poco onorevole con una donna cui per rispetto alle vostre orecchie non voglio qui qualificare.....La contessa sussultò come riscossa da una violenta offesa. Si drizzò della persona che teneva abbandonata sul seggiolone, ed esclamò vivacemente:— Non è vero, non è vero; questa è un'infame calunnia.Il conte con una impertinente placidità le fe' cenno colla mano di calmarsi, e poi disse con accento tranquillamente sardonico:—Pour Dieu!contessa, voi prendete fuoco più d'un zolfino. Ora io vi prego di due cose: prima di ascoltarmi con un po' di pazienza e non interrompermi, se volete che più presto io ne venga a capo; secondo di ritener bene che un conte Langosco non si fa mai eco d'una infame calunnia, per ripetere la vostra non troppo misurata espressione.Candida si lasciò ricadere contro lo schienale della poltrona, come rassegnata ad udire le parole del marito.— Or dunque, continuò questi, avevo l'onore di dirvi che il mondo curioso, pettegolo, mormoratore, maledico, anche calunniatore so volete, vedendo di queste cose e sentendole e ripetendole, si fa troppo agevolmente il concetto che quel cotale in siffatte condizioni si guadagni le sue rendite collaprotezionedella donna perduta, che piuma i merli ricchi in favore dell'amico povero...Candida non disse nulla, ma il parafuoco aveva dei movimenti convulsi nelle sue mani, e il suo piedino batteva con febbrile agitazione sui fiori del ricco tappeto.Il marito si curvò verso di lei con una cortesia ed un'amenità che le tornavano più irritanti di qualunque altra cosa.— Ritenete bene, contessa, che io qui ora non affermo nè contesto nulla di nulla. Ripeto quello che dice il mondo e non altro.La contessa non si contenne oltre.— Il mondo, interruppe ella con voce che invano voleva render calma: il mondo dice altresì che fra quei merli di cui lamentavate poc'anzi la sorte d'esser piumati da quella donna, si trova eziandio il conte Amedeo Filiberto.Ed egli a rispondere con cinica tranquillità:— Voi spostate la quistione, cara contessa. È possibile che il mondo, dicendo ciò che voi avete ripetuto adesso, non dica nemmanco una bugia. Ma siete troppo intelligente per non capire come in questa commedia la parte onorevole sia di chi lascia le proprie spoglie, non di chi vive delle altrui.....— Io non so vederci nulla d'onorevole per nessuno: disse seccamente la giovine donna.Il marito s'inchinò di nuovo a suo modo.—Soit!... Ma, se vi piace, non divaghiamo oltre, per non prolungare fino al mattino questo colloquio che è per me un favore, ma che dubito possa essere per voi di molto divertimento. Quando adunque il mondo vede un giovane come quello di cui abbiamo detto, usare con troppa frequenza intorno ad una dama che è uno dei più begli ornamenti d'una sfera sociale a cui egli non appartiene, il mondo incomincia a domandarsi che razza di attinenze possa aver luogo fra quei due, poi biasima l'imprudenza della donna che si mette a repentaglio di voci maligne per causa di una relazione che non è degna di lei, poi ride del marito che la permette.Candida era divenuta color del fuoco, ma lo sdegno e l'amore davano forza e coraggio al suo animo. Ebbe l'ardimento di guardar bene in faccia suo marito e gli disse con voce ferma e vibrata:— Voi volete dire che mi sono compromessa?— Il cielo me ne guardi! Per chi mi prendete voi, madama? La moglie del conte di Staffarda non può essere compromessa mai! Sapete bene che vi copre il mio blasone — e la mia spada.Fu la volta di Candida d'inchinarsi leggermente.— Ma, continuava il conte, non voglio,palsambleu!che si rida di me. Vi ricordate, contessa, il colloquio che avemmo insieme in quel fortunato giorno che voi consentiste ad essere mia moglie? Io vi dissi: libertà intera per tuttedue, ma guardiamoci dalle ignobili catastrofi del mondo borghese, rispettiamo il nostro nome a vicenda...La contessa proruppe con impeto sotto l'impressione del traboccante sdegno:— E l'avete voi rispettato, signor conte? Vi rispondano le vostre ballerine, le vostre mantenute, le vostre orgie notturne, in cui gettate non solo le vostre, ma anche le mie sostanze — quelle sostanze per cui unicamente mi avete fatto regalo del vostro nome.— Ah contessa: esclamò egli colla solita calma: voi uscite di misura. Questiemportemensnon sono da voi. Badate che correte rischio di cadere in una discussione da bottegaio...Ma la donna sempre sotto l'impulso di quella concitazione:— Eh! che cosa m'importa la roba mia? Quel che mi cale è la mia libertà. Non sono io più padrona di accogliere chi mi pare e piace? Vorreste voi far delle esclusioni nel mio salotto e impormi la presenza o l'assenza di questi o di quelli?Il conte levò in alto una delle sue belle mani affilate in atto di protesta.— Dio mi guardi! Diss'egli.— Ed io vi dico, seguitava la contessa, che ciò non vorrei tollerare a niun patto... A niun patto, capite?S'alzò in piedi quasi di balzo, e piantandosi in faccia al marito in atto pieno di risoluzione, soggiunse:— Oh volete che vi parli affatto schietto? Quella libertà che mi avete promessa mi è più cara di quelle fortune che vi ho recate in dote; queste vi lascio manomettere senza opposizione, ma la prima non lo permetterò mai. Alla conoscenza, alla relazione, all'amicizia di quel giovane ci tengo più che a tutto il resto, e non sono disposta a rinunciarvi nè per farvi piacere, nè dietro vostro ordine. A me non salta neppure in mente d'imporre a voi di simili sacrifizi; lasciatemi quindi fare anche me a modo mio. In ogni caso, ve lo dichiaro apertamente, sono disposta a spingere le cose a qualunque estremo — anche ad una separazione.—Tudieu!contessa, esclamò il marito colla sua cinica freddezza, come vi scaldate! Queste cose potreste dirle senza incollerirvi come unabourgeoise. E poi che smania è la vostra di ficcarvi sempre in mezzo la quistione del danaro?Fi donc!Non è degno di voi codesto..... Una separazione fra di noi! Mai più affediddio! Sapete qual è l'intesa delle mie parole? Quella di trovar modo insieme noi due, da buoni amici, di evitare ogni scandalo. Io sono venuto qui, l'anima piena di pacifiche intenzioni per darvi qualche buon consiglio in proposito. Pensatevi se vorrei mandare la cosa ad un punto in cui lo scandalo avverrebbe il massimo possibile ed irrimediabile. No, no, signora contessa. Voi siete sotto la protezione del nome di Langosco, e non voglio che la perdiate, non voglio che mi priviate del vantaggio che ora posseggo di dare un bravo colpo di spada al primo cialtrone che osasse pronunciare una parola men che misurata sul vostro conto... Ma voi, benedette donnine, non avete mai la prudenza più necessaria: prudenza nello scegliere bene, prudenza nel regolarvi.La contessa fece un atto come se volesse interrompere; ma egli non le lasciò dire.— Capisco, soggiunse: quanto alla scelta non c'è più da parlarne; è troppo tardi. Lasciamola lì. Ma quanto al modo di fare, ah contessa, permettete ch'io vi dica che vi siete mostrata d'una ingenuità affatto puerile. Quel cotale accoglietelo quanto vi piace ahuis clos, ma non trascinatevelo dietro a farne mostra nel mondo,que diable!— Che cosa ne vorreste conchiudere? Domandò Candida guardando sempre risolutamente in faccia il marito.— Voglio conchiuderne che allora provvederete di meglio a voi medesima ed alla mia dignità, quando farete che il signor dottore —si docteur il y a— conversi con voi così sovente come vipiace, in segreto, ma il mondo non vi vegga mai più insieme, e ch'e' non si trovi mai sul mio passaggio, nè nel vostro salotto, nè altrove.La contessa tacque alquanto sotto l'evidente effetto d'un po' di mortificazione.— Signore, diss'ella poi, dopo un poco: le spiegazioni della mia condotta...Il marito l'interruppe con quel suo atto della destra, di cui pareva compiacersi perchè metteva in mostra tutta la bellezza della sua mano.— Ah! non ne voglio avere nessuna. Che cosa mi credete? Un marito da moderno dramma francese? Salvate le apparenze, io non vi domando altro. Avrei potuto prima darvi quel consiglio che ho accennato poc'anzi: ma ora.....Si curvò nelle spalle ed allargò tuttedue le braccia come per dire: è fatta e pazienza!—Enfin, continuò egli, possano le cose volgere il meglio possibile a seconda del vostro capriccio, senza che mi mettiate nella necessità di farvi vedova di me — o di lui.Candida si sentì l'anima offesa assai più da quel cinismo che non sarebbe stata dai più crudeli rimbrotti. Una profonda amarezza l'invase. Guardò alla sfuggita il sogghigno di quell'uomo corrotto a cui la Chiesa e la legge avevano unito tutta la sua vita, e le parve non che attenuata, ma quasi legittimata la sua colpa.Ella tornò a sedere con una scioltezza quale avrebbe potuto avere in un colloquio indifferente colla persona che meno le ispirasse soggezione; ed aggiustandosi le sottane, disse al marito con accento di leggerezza in cui non avrebbe avuto torto chi avesse creduto scorgervi una tinta di disprezzo:— E gli è per dirmi tutte queste belle cose da sermone che voi siete venuto in un'ora così insolita ad invadere il mioboudoir?— No: rispose il conte: precisamente non è per questo. L'occasione ha mosse le mie parole. Certo non è ch'io non creda quell'argomento abbastanza di rilievo per dar ragione alla mia insolita comparsa; ma il vero è che io veniva per un'altra bisogna di cui mi occorre parlarvi.— Ah ah! Esclamò la contessa guardando fisso il marito, mentre questi pareva tutto intento a scacciare colla punta affilata delle sue dita dalla rivoltura ricamata del panciotto nero qualche grano di polvere che non c'era. Che cos'è questa bisogna?... Ma volete voi star lì dritto come un piuolo tutta notte? Sedetevi una volta.Il conte tirò presso al fuoco una poltroncina e vi si gettò su abbandonatamente.— Come volete, contessa. Già, gli è una cosa spiegata in due parole. Sedendomi temevo di ispirarvi la paura d'una lunga conferenza; rassicuratevi, non è per tutta la notte che avrò l'onore di trattenervi, ma durante cinque soli minuti. Ecco di che si tratta. Il nostro intendente è il più onesto degl'intendenti. Quando si caccia in capo di rendermi i suoi conti mi annoia per un'ora con cifre interminabili alle quali io non capisco nulla. Questo benedett'uomo mi è venuto testè a far tanto di capo per certe faccende che io non so spiegarvi e che son certo, ancorchè ve le spiegassi, voi non sapreste capire. Non siamo di quel legno di cui si fanno i computisti, noi.Bref!conchiuse, dopo avermi fatto sbadigliare senza pietà, che occorre un certo atto per aver certi capitali a pagare certe partite, sotto il qual atto è necessaria, non che la mia, anche la vostra firma. Quell'originale mi proponeva di venire egli stesso da voi a dimostrarvi la qualità dell'affare e la necessità del medesimo. Vi ho voluto risparmiare tanto fastidio.Allons donc!gli dissi: queste son cose in cui non si ha da intromettere nessuno fra il conte e la contessa. Ed ecco il perchè io son qua. Ho domandato all'intendente: — Senza tante chiacchere, voi mi affermate in parola di galantuomo che codesto è necessario e che gl'interessi della contessa non ne sono menomamente lesi? — Egli me l'affermò. — Bene, io soggiunsi allora, quando sulla fede della vostra parola avrò ancora io affermato il medesimo alla contessa, ella mi crederà del pari, e sarà un affar finito. Evoilà!Tacque e si diede a lisciarsi e ripulirsi le unghie con un piccolo ferruccio che trasse dal taschino del panciotto. La contessa rimase un istante senza rispondere. Era evidente che la sottoscrizione di quella carta da parte sua equivaleva ad un qualche sacrificio di sue sostanze per trovare nuovo modo di procurar denari alla prodigalità del conte. Ella ebbe un momento il pensiero di non far così ad occhi chiusi; di mettere in campo la sua ignoranza degli affari per proporre al marito spiegasse la cosa al barone La Cappa, e dire ch'essa allora soltanto avrebbe firmato, quando il padre vi consentisse. Ma non osò. Ebbe paura prima del sogghigno con cui il conte le avrebbe fatto capire che quello era un diportarsi, come diceva egli, dabourgeois: poi rapidamente avvisò come quella domanda inchiudeva quasi un tacito patto che il conte veniva proponendole: di accordarle maggiore ancora quella libertà ch'essa invocava dietro il compenso della sua firma. Come ardire di rifiutarsi a quella domanda dopo ciò che era avvenuto e che s'era detto poc'anzi fra loro due?Dopo due minuti di silenzio Candida disse bruscamente:— E voi avete lì quella carta?Il conte s'inchinò in segno affermativo.— Date qui. Prese il foglio che il marito le porse ed andò ad un piccolo tavoliere elegantemente intarsiato, su cui c'erano un bellissimobuvarded un calamaio lucente d'oro.— Dove ho da firmare? Domandò essa, senza gettare neppure un'occhiata su quanto era scritto in quella carta.— Lì al fondo: rispose il conte alzandosi egli pure e venendo presso a lei. Così va bene.Candida gli restituì il foglio aperto, colla sua firma; il marito lo prese e lo accostò al fuoco per farvi asciugare l'inchiostro.— Or dunque, diss'egli, non mi resta più che tornare a domandarvi perdono dell'avervi recato sì inopportuno disturbo.Ripiegò il foglio e se lo mise in tasca, poscia prese la mano di Candida e glie la baciò con fredda galanteria.— Buona notte, contessa: e ricordatevi sempre che in ogni qualunque caso vi occorra il consiglio o l'aiuto d'un amico, io sarò sempre tutto per voi.Girò sui suoi talloni e se ne partì, senza che Candida, la quale gli aveva abbandonato la sua mano affatto passivamente, pensasse pure a rispondergli, nè dirgli una parola.Quando fu sola, la contessa si lasciò ricadere su quella poltrona su cui era seduta prima. Aveva l'anima confusa e turbata, ed insieme un vuoto tremendo in essa. Non si sentiva appoggiata da nessuna parte, non sentiva appo nessuno il caldo d'un vero affetto. Fra quell'amante e quel marito si trovava in mezzo a due egoismi che la sfruttavano. Una profonda melanconia l'assalse; si conosceva isolata nella vita, delusa in ogni sua aspettazione.Il conte rientrò nel suo appartamento, lieto di avere dalla firma di sua moglie nuovo mezzo a fare rovinosi imprestiti, che a lui troppo oramai oberato, e colla inalienabilità del suo patrimonio, non si volevano più accordare da nessun usuraio.Il domani Gian-Luigi riceveva il seguente bigliettino scritto dalla contessa in francese:«Non venite stassera al teatro Regio. Ho il dolor di capo, ci vado di cattivo umore; sono persuasa che la mia acconciatura mi starà male. Vi vedrò al solito luogo, all'ora solita, domani».Ilmedichinospiegazzò quella cartolina profumata fra le mani e lasciò sfuggire una espressione di contrarietà che andava sino alla collera. Candida aveva ceduto alla volontà del conte che le aveva imposto questo sfratto del giovane borghese dal palchetto frequentato dal fiore il più sopraffino dell'aristocrazia? Questo sfratto era egli il precursore d'un altro più grave ancora dal superbo palazzo degli Staffarda? La contessa si era ella indotta a rinunciare pubblicamente all'attinenza d'un amico non titolato per non compromettere l'orgoglio nobiliare della schiatta, contenta di abbandonarsi pienamente in segreto nelle braccia d'un amante plebeo? Se ciò era, la cosa non conveniva niente affatto al nostro eroe. Egli, per certi suoi calcoli, ci teneva non solo ad essere, ma a comparire l'amante di una delle prime dame della città; ad aver libera entrata nelle sale aristocratiche d'una famiglia fra le più illustri ed antiche e godervi d'un trattamento di pari a pari — o poco meno — con tutti i superbi blasonati che premevano coi piedi i tappeti di quelle sale. Ciò avrebbe messo suggezione alla curiosità ed alle ipotesi della gente; avrebbe dato a lui ed alle sue cose una onorabilità indiscutibile e posto in iscacco persino quell'Argo cieco molte volte in gran parte de' suoi occhi, ma pur tuttavia sempre più curioso d'ogni curiosità femminile, voglio dire la polizia.Ma s'egli si lasciava allontanare così di piano, e chiudere l'uscio della sala in faccia da quella stessa mano che gli apriva l'usciolo segreto delboudoir, questo suo intento era irremissibilmente perduto. Inoltre non voleva Gian-Luigi che il conte potesse pur pensare ch'egli si fosse tenuto lontano per paura o suggezione di lui. Gli veniva in mente il sogghigno che avrebbe fatto il marito della contessa quando non avesse visto a comparire di tutta sera quel giovane ch'egli il giorno prima aveva già fatto partire dallo stanzino della moglie, e Gian-Luigi sentiva il suo sangue, più orgoglioso d'ogni altro mai, rimescolarglisi addosso. Egli aveva concepito l'audace disegno d'imporsi anche al conte, e mentre già parevagli per lo addietro essere bene progredito per quella via, ecco che ad un tratto e' se ne sarebbe lasciato sopraffare.Si vestì con aggraziata eleganza e nel pomeriggio si recò al palazzo Langosco un po' prima dell'ora in cui la contessa soleva aprire il suo salotto alle visite. Il domestico a cui si presentò gli disse che la contessa, poco bene di salute, quel giorno non avrebbe accolto nessuno. Gian-Luigi non si mostrò nè stupito, nè offeso il meno del mondo. Chiese vedere la cameriera della contessa per sapere più esatte le notizia della preziosa salute della padrona. La fante — che era sempre quella medesima — fu chiamata, ed essa e ilmedichinosi raccolsero a parlar sotto voce nella strombatura d'una finestra.— Dimmi il vero, cominciò Gian-Luigi, l'ordine di non ricevere, riguarda me soltanto.— No: rispose la cameriera, la quale colla famigliarità del suo contegno ben mostrava come fosse in intima attinenza col giovane: riguarda tutti.— Quest'ordine è stato il conte a darlo, oppure la contessa?— La contessa. Il conte non s'immischia mai in quanto fa o non fa sua moglie.— E il motivo di quest'ordine?— Non so. Veramente la contessa sta poco bene. È ancora in letto, e di tutto il giorno non ha preso che unconsumato.— Sai tu s'ella vada al teatro questa sera?— Credo che non lo sappia ancora nemmanco ella stessa. La sarta le ha portato l'abito e la modista gli ornamenti della pettinatura. S'è fatto mettere innanzi ogni cosa e la sta guardandoli, senza aver detto ancora nulla di ciò che voglia fare.— Bisogna che tu la spinga per quanto più potrai ad andarci. E se ci riesci mi farai piacere. Domattina poi, quando ella ci sia stata, conviene che tu venga da me a dirmi con qual umore essa è tornata a casa, che ha detto, che ha fatto, se alcuna cosa è successo fra lei e suo marito.La cameriera guardò con occhio sfavillante Gian-Luigi e disse con maliziosa modestia:— Avrò da andare a casa sua, soltanto se la contessa sarà stata a teatro?Il giovane sorrise.— Ah biricchina! Vienci ad ogni modo. E siccome può essere che più per tempo io abbia qualche occupazione, fa di venirci verso le dieci che io procurerò d'esser libero affatto per poterti dare un'udienza come ti piace.E in ciò dire fece scivolare uno scudo nella mano grassetta della giovane, la quale sorrise tutto lieta e della mancia e più ancora delle parole del belmedichino.Questi uscì, si recò altiro di pistola, dove si esercitò per un'ora, fu al caffè Fiorio dove mostrò al bigliardo una valentìa maggiore ancora del solito, andò a pranzo da Trombetta, e fece meravigliare i commensali dellatavola da pastodella vivacità e dell'allegria del suo umore e del suo ingegno; poscia, fumato un sigaro d'Avana passeggiando lentamente fra la calca dei portici, andò a casa a vestirsi coll'abito nero, ed entrò verso le nove co' suoi guanti paglierini freschi freschi alle mani nel caldo ambiente della platea del Teatro Regio.Un timore aveva egli nell'animo: quello che Candida non fosse andata al teatro. Ma questo timore fu dileguato di subito. Gettò egli tosto un'occhiata al palco di second'ordine che apparteneva alla contessa, e la vide abbagliante di bellezza e di gioie, in tutta la pompa d'una sfarzosissima acconciatura.Candida vide tosto ancor essa, appena giunto, il suo amante nella platea. Gli occhi di lei si volgevano spesso alla porta d'entrata; ella avea scritto a Luigi di non venire, e pur non sapeva se in quel momento le fosse più caro ch'egli obbedisse a quel cenno o meno. La disobbedienza non sarebb'ella stata un segno del vivo desiderio di vederla, e quindi un segno d'amore? Forse, dov'egli non si fosse mostrato, questo sentimento sarebbe stato quello che avrebbe finito di predominare nell'animo della contessa, la quale avrebbe preso il facile rassegnarsi di lui per prova d'una quasi indifferenza; eppure al momento in cui i suoi occhi furono come per influsso magnetico chiamati alla platea dalla presenza di lui, Candida provò una viva contrarietà. I suoi lineamenti si atteggiarono rapidamente ad una espressione di dispetto e gli occhi lanciarono una fiamma di rimprovero al sopraggiunto per volgersi quindi altrove, mentre nell'aspetto e nelle parole essa si metteva ad ostentare un'allegria che non aveva prima, e degnava di sorrisi e risatine, che non meritavano punto, i discorsi dei visitatori del suo palco.Gian-Luigi non apparve niente affatto mortificato di questa poco lusinghiera accoglienza; fece un suo superbo sorriso, e ripulito ben bene da ogni appannatura i cristalli del suo elegante cannocchiale che aveva preso, salendo la scala, dal custode che li tiene in guardia a comodo degli abbonati, si diede con attenzione ad esaminare la sala.Il teatro era affollato da uno di quei pubblici eleganti che ora ci si vedono raramente, ma che allora, sotto il regno di Carlo Alberto, era il pubblico solito agli spettacoli di quella massima scena torinese. I due primi ordini di loggie erano riservati solamente all'aristocrazia, la quale mandava in gran pompa le sue dame cariche di titoli, di quarti e di diamanti; al terzo ordine cominciava a potersi insinuare la borghesia, quella più ricca e che avesse uno zampino nelle cariche dello Stato, magistratura o ministeri; nel quarto e quinto potevano introdursi, non senza stento il commercio e l'industria, cedendo il passo però all'ozio ed alla nullità ammantati sotto il comodo titolo d'avvocato, comprato con una facile laurea. Occhi belli e brutti, gioie ed ori, colori smaglianti e spalle nude, fiori artificiali e guancie imbellettate brillavano da tutte parti. Le regine della moda e della bellezza attiravano su di sè maggiormente l'attenzione, e gli abiti neri e le spalline lucenti della platea se le additavano a vicenda dicendo il nome. Alle bellezze nobiliari dei primi ordini faceva però quella sera concorrenza assai potente una strana bellezza che sfoggiava uno sfarzo impertinente in una mossa piena d'audacia nelle alte sfere del quarto ordine, e molti erano i cannocchiali che si appuntavano sino a quel rimoto cielo a contemplare quell'astro non ordinario di tali plaghe, che ci si mostrava come una stravagante cometa.Era una donna giovane, sola, con apparenza tutt'altro che di modestia. Aveva una massa enorme di capelli d'un biondo che tirava sul rosso i quali facevano intorno al suo volto non brutto, ma più provocante che bello, un'aureola d'oro; aveva certi occhi di colore indefinibile, che ora ti parevano azzurri e limpidi come un cielo sereno, ora d'uno scuro verzigno come un mare commosso. Avevaforme voluttuose che si vedeva compiacersi ella di mettere in mostra con procace atteggio. Le labbra carnose, rosse del color di sangue che spiccia fresco dalla vena, spiravano una voluttà che quasi direi feroce e potevano essere indizio ad un osservatore per giudicar male degli istinti di quella creatura. Si vedeva insomma che essa apparteneva a quella razza di donne-vampiri, che, senza ispirar mai un vero amore, pur tuttavia s'impadroniscono del senso, dell'anima, del cervello di quanti uomini sono troppo deboli e troppo incauti per non romper tosto la prima maglia della rete gettata su di loro, e fisicamente e moralmente li depauperano, li spogliano, come d'ogni avere, così d'ogni generoso affetto, d'ogni virtù; Dalile che fanno un debole e vile d'ogni più vigoroso Sansone.Il contegno di questa donna era tutto una provocazione ai sensi e dirò anzi ai vizi degli uomini, una sfida all'onestà delle donne, in una calma che si sarebbe potuta dire cinismo; una calma da paragonarsi a quella d'una tigre in riposo, pronta a balzare al primo svegliarsi d'un istinto di sangue. Sotto alla pioggia di luce del lampadario che gettava i raggi delle sue fiammelle su quelle forme da etaira greca, le carni sode, leggermente abbrunate della sirena avevano dei riflessi, che quasi direi metallici, pieni d'incanto inesplicabile. Vestita d'un color di fiamma viva, ella spiccava sulla doratura monotona di tutto il teatro, come una nota acuta in un canto grave e solenne. Era, per dir così, una piacevole disarmonia. L'acconciatura di lei appariva come il portato d'un'arte selvaggia, istintiva, ma tanto più efficace; ed aveva intanto il merito rarissimo di uscir fuori dello stampo comune. Possibile che non piacesse, ma impossibile che su di lei non si fermasse l'attenzione di chicchessia.Ilmedichinoche seguendo la direzione dei cannocchiali della platea scoprì ancor egli la bizzarra, brillante figura di quella donna, la quale sporgeva fuori del parapetto il suo busto audacemente scollacciato, fece un moto di contentezza e schiuse le labbra ad un sorriso. Aveva riconosciuto laLeggera.Ella vide pure Gian-Luigi in platea; i loro due cannocchiali s'incontrarono e si scambiarono un saluto da intimi amici ed un segno d'intelligenza. LaLeggerafece un cenno che invitava a salire da lei ilmedichino, e questi rispose con un leggero atto di acconsentimento.Ora la contessa, quantunque guardasse in apparenza in tutt'altra parte, per uno di quei meravigliosi sguardi delle donne che vedono ciò appunto a cui non volgono gli occhi, la contessa si accorse di questo scambio di segni e ne sentì una penosa puntura al cuore. I suoi sospetti intorno alle relazioni fra Luigi e quella donna non erano punto svaniti; ed ecco quei semplici cenni, ad un tratto confermarglieli ed afforzarglieli. Un dubbio crudele subitamente l'assalse; non era per lei che Luigi era venuto al teatro; era per quella donna ch'essa sentiva fatale al suo destino. Vide tosto dopo Luigi partirsi dalla platea, e pochi minuti di poi laLeggerarivolgersi all'interno del suo palchetto, dare un saluto e una stretta di mano a qualcuno, e rimanere colle spalle voltate al pubblico per confabulare vivamente con chi era entrato e stava indietro nella loggia affine di non esser visto. Candida non dubitò punto che Luigi trovavasi colà. Senza comprenderne il perchè i visitatori della contessa s'accorsero che l'umore di lei diventava più bizzarro e più forzata la sua falsa allegria.— Che? Tu qui! Disse Gian-Luigi, entrando nel palchetto dellaLeggera. E non s'avvisa nemmanco la gente, di guisa che se un azzardo non mi avesse menato in teatro io non ne avrei saputo nulla!LaLeggeraguardò il giovane bene in faccia con que' suoi occhi color di mare.— Ebbene? E con ciò?— Con ciò voglio dire che se avessi avuto bisogno di vederti non avrei saputo dove prenderti.— Il bisogno di vedermi, tu ce l'hai quando io ho da esserti utile a qualche cosa.Ilmedichinoprese la mano inguantata della donna e la strinse, mentre i suoi occhi mandavano sulle giovanili, seducenti attrattive di lei l'omaggio di accesi desiderii.— Oibò! oibò! Diss'egli in tono di galanteria. Possibile che mi giudichi così male! Ho bisogno di vederti quando mi occorre ricrearmi l'animo nell'amor tuo.LaLeggerascosse l'abbondante sua fulva capelliera.— Ah! ti conosco, bel mobile: soggiunse. Amore tu per una donna? Eh via! Cerchi in noi povere creature uno spasso od uno stromento, a seconda, ma del resto....Con una crollatina di spalle espresse, meglio che non avrebbe fatto colle parole, la fine della sua frase.— Ah Zoe! Tu fai le parti alla rovescia e attribuisci a me colle donne ciò che tu usi fare degli uomini.I loro occhi s'incontrarono, e sorrisero in quella ambedue come riconoscendosi e confessandosi pari.— Lasciamola lì: rispose Zoe, aggiustandosi al seno proeminente l'orlo della veste scollacciata. Forse gli è appunto perchè sei tale che mi piaci.... Imperocchè, brutto mostro che sei, tu mi piaci.Gian-Luigi s'inchinò con quel suo sorriso ironico, superbo e pur leggiadro.— Ho lasciato detto a casa, continuò la donna, che se tu ci venivi, ti avvisassero che io era qui.Ilmedichinofece un cenno col capo come per indicare che ciò era bene e ne andava soddisfatto; poi domandò, quasi passando ad altro ordine di idee:— Da chi ti sei fatto offrire questo palchetto?— Da San Luca.— L'hai nelle branche?Zoe scosse leggermente le spalle con atto che diceva: — Ne farei quel che voglio.— Benissimo. È ricco, vanaglorioso, superbo ed imbecille. È fatto apposta....— Per che cosa? Domandò come risentita laLeggera.— Per quello che ne vuoi far tu: rispose freddamente Gian-Luigi.Ella fece il suo solito moto di spalle e guardò in platea.— Quell'animale piumato, te lo raccomando anzi specialmente. Non lo posso soffrire. Osa aver certe arie con me che meritano una lezione; e siccome avrei bisogno di mettere un centimetro di lama od una mezz'oncia di piombo nel corpo di qualcheduno, sono lì esitante nella scelta del mio piastrone o del mio bersaglio fra il conte di San Luca e il marchesino di Baldissero meno vuoto di cervello, e superbo del pari.LaLeggerasi volse vivamente verso il suo compagno.— No, il marchesino. È un bel giocattolo; una scatola magica inesauribile di confetti....— Vuoi dire dimarenghi?— Perchè guastarla?— Tu mi decidi... Veramente avrei quasi preferito il marchesino, perchè ne avrei ottenuto una maggiore importanza del fatto. Dopo uno scontro avvenuto il più cavallerescamente possibile, in cui avrei dimostrato chiaro come quel lampadario che ho risparmiata la vita di quel nobile discendente di sì illustre stirpe; dopo uno scontro simile il marchesino sarebbe diventato mio amico e la sua famiglia mia protettrice obbligata; ma bah! anche San Luca appartiene a quell'aristocrazia che sta tutta unita come una congrega od una consorteria, e nella famiglia Baldissero d'altronde troverò altro modo meno tragico di introdurmi in buona vista. Per non guastarti un giuocattolo a cui ci tieni, mi appiglierò a quella testa vuota di San Luca.— Vuoi fargli molto male? Domandò la donna coll'indifferenza con cui avrebbe domandato: piove o fa bel tempo?— Anzi poco: rispose Gian-Luigi giocherellando col suo cannocchiale. Ecco il programma. Una ferita ad un braccio, due giorni di febbre, quindici di malattia; undéjeunerda Trombetta ed amiconi per la vita.— Sai tu perchè ho voluto venire a teatro questa sera? Disse Zoe ad un tratto, come saltando in altro discorso.— Veramente tu non sei di quelle che non abbiano un fine riposto in tutte le azioni loro, anche le più indifferenti. Se mi ci mettessi ad osservare e studiare, forse potrei giungere a scoprire da me questa ragione: ma per ora non ho tempo ed ho altro onde occuparmi. Se vuoi ch'io sappia questa ragione, dimmela; e se non vuoi, avanzati la pena di dirmi una bugia.— Sono venuta per vedere la tua contessa.— Ah!— Non l'avevo ancora vista che di sfuggita in campagna, e ci tengo a conoscere com'è fatta una donna onesta che cammina sulle nostre traccie e ci ruba gli amanti. È una bellissima figura. Tu devi farle piangere lagrime molto amare. Mi desterebbe compassione se non mi muovesse dispetto. Ah! quante stupide pur troppo ci sono che guastano il mestiere di donna!... Se non isbaglio, San Luca le faceva la corte.— Glie la fa ancora.— Gli è forse per codesto che vuoi bucargli la pelle?— Se ti dicevo che avrei avuto più caro aver da fare con Baldissero!— Ma anche questi bazzica molto intorno alla Langosco.Gian-Luigi alzò le spalle con espressione di suprema indifferenza.— La ragione te l'ho già fatta capire... A proposito, San Luca è già stato qui a vederti?— Non ancora.— E il conte di Staffarda?— Nemmeno.— Benissimo. Converrà che tu faccia in modo da trarli senza fallo a casa tua dopo il teatro.— Li inviterò a cena. Ho già tutto disposto, e il tavoliere del Faraone sarà là ad aspettarli.— Brava!— Necessariamente anche tu vuoi essere invitato?— Sì, ci tengo a questo favore.— Hai bisogno di guadagnare?— Voglio anzi perdere.... E desidero trovarmi insieme a quei due.— Vuoi fare una scena in casa mia?— Non isgomentarti. Sarà una scena di commedia. Se non mi riesce di trarre San Luca a pie' del muro altrove, convien bene che lo cimenti a casa tua.Si sentì in quella una mano che si posava sulla maniglia della serratura all'uscio del palchetto.— Viene qualcheduno: disse affrettatamente Gian-Luigi. Siamo dunque intesi. Io conto su te.L'uscio si aprì e comparve il cranio pelato del conte Langosco di Staffarda.Gian-Luigi si alzò, strinse la mano a Zoe, e scambiato un lieve saluto del capo col conte, uscì dalla loggia. Quando fu nel corridoio, trasse ditasca un taccuino, ne strappò un foglietto e col toccalapis vi scrisse le seguenti parole, in francese ancor esse:«Non venite domani al convegno, non ci sarò. Se avete vergogna o fastidio di me, non io son quello che voglia impormi o farvi arrossire. Tenetevi la vostra boria e rinunciate all'amore. Io mi sento uguale a qualunque dei più superbi fra i vostri visitatori, e mi sento degno di voi. Se non lo credete non avrò la debolezza di volervene persuadere, e mi allontanerò per sempre.»Ripiegò questo pezzetto di carta e lo pose nel taschino del panciotto. Poi discese rapidamente le scale, prese il suo pastrano al guardarobe, uscì di teatro e corse sollecito sino alla bottega del confettiere Bass. Vi comprò un'elegante scatola da dolci, e mentre la si riempiva, col pretesto di assaggiarne uno, fece cascare molto destramente in fondo ad essa la cartolina ripiegata che aveva presa fra le dita. Pagò senza ribatter parola le trenta lire che il confettiere gli domandò per prezzo, e presa la scatola tornò a corsa in teatro.Pochi minuti dopo entrava nel palchetto di second'ordine, dove tutte due le panche erano occupate dai visitatori che si stringevano intorno alla contessa di Staffarda.All'entrare del giovane che nella società elegante era conosciuto sotto il nome di dottor Quercia, nessuno di quanti si trovavano in quel palchetto fece il menomo cenno di saluto, e sogguardato appena chi fosse, non prestarono meglio attenzione a lui di quel che facevano al domestico quando veniva a porgere il cannocchiale incrostato di madreperla alla padrona.Gian-Luigi non fu niente del tutto impacciato per questa accoglienza. Guardò bene l'un dopo l'altro in volto i presenti, fra cui notò non senza soddisfazione che c'erano eziandio il marchesino di Baldissero e il conte San Luca, quindi insinuandosi fra le gambe dei seduti tanto da poter porgere la mano a Candida, disse ad alta voce con accento rispettoso ma sicuro e con qualche tinta di amichevole domestichezza:— Contessa, la saluto.Candida fin dal primo momento che aveva visto Luigi entrare in teatro andava domandandosi s'egli si presenterebbe nella sua loggia. Il desiderio di pur vederla poteva averlo spinto a venire e il timore di scontentarla avrebbe potuto tenerlo dal recarsi a farle visita. Glie ne sarebbe stata riconoscente se così avesse fatto. Ma quando poi s'accorse che il dottore era andato nel palco dellaLeggera, ella si disse con irritazione concentrata che di certo egli non avrebbe più avuto l'audacia di introdursi nel palchetto di lei, che se mai avesse tanta temerità, non si potrebbe a meno che accoglierlo come un impudente importuno a cui si fa capire quello non esser luogo per lui.Col meraviglioso istinto di donna innamorata, ella aveva tosto sentito all'aprirsi dell'uscio che chi entrava era egli; e una fiamma le era salita al volto, per dissimulare la quale la povera donna non aveva trovato di meglio che mettersi rapidamente il cannocchiale agli occhi e guardare con tutta attenzione un punto qualunque in platea, dove la non ci vedea nulla. Ella pensava intanto ad un tratto: non rispondere al saluto del giovane, mostrare di non accorgersi della sua presenza, oppure dirgli alcuna di quelle parole con uno di quei certi toni che servono a dare formale congedo al più audace uomo di questo mondo. Il suo cuore le palpitava penosamente e le tempia le battevano con frequenza tormentosa.Luigi era lì, ad un passo dal suo cuor palpitante, chinato verso di lei; la voce di lui le aveva suonato all'orecchio, le stava dinanzi il guanto paglierino della mano ch'egli le aveva porto; ed ella non sapeva ancora, o meglio non sapeva più che cosa avesse da fare. Meccanicamente abbassò il cannocchiale dagli occhi, volse un quarto della faccia verso Gian-Luigi e senza punto guardarlo rispose con un'altezzosa freddezza:— Buon giorno, dottore.Poi si chinò verso il cavaliere che aveva seduto innanzi a sè a dirgli con molto interesse una cosa di nessuna importanza.L'accoglimento fattogli non era tale da metter molto a suo agio ilmedichino; ma egli pur tuttavia, non apparve punto punto sconcertato. Al primo istante la sua fronte ratto si solcò di quella ruga che noi già conosciamo, ma poi tosto, per lo sforzo della sua potente volontà, si rispianò più placidamente che mai, e la sua fisionomia continuò ad essere la più serena e graziosa che si possa vedere.— Contessa: soggiuns'egli col più soave accento della sua bella voce: ecco qui alcuni confetti di Bass che desiderano far conoscenza col corallo delle sue labbra[12].Candida prese con mano disdegnosa la scatola che Luigi le porgeva e la lasciò cadere nella tasca che c'era nell'interno del parapetto.— Grazie! Diss'ella asciuttamente.Luigi si ritrasse in fondo alla loggia.Siccome non c'era più luogo a sedersi, l'uso voleva che quello dei visitatori il quale da maggior tempo trovavasi nel palchetto partisse per lasciar posto, ma nessuno si mosse, e Luigi dovetterestare in piedi presso all'uscio, senza che alcuno gli rivolgesse la parola.Sotto la placida espressione della sua figura, Gian-Luigi era come il leonequærens quem devoret, scorrendo cogli occhi le varie faccie dei presenti, affine di trovare sopra una di esse il pretesto per isfogare il suo interno dispetto e far pagare a qualcheduno l'inflittagli umiliazione, insistendo sopratutto nel fissare il conte San Luca, il quale, meno ancora degli altri, pareva darsi per inteso della presenza di lui.Finalmente colui che sedeva in prospetto della contessa strinse la mano alla signora, si alzò e partissi. Un altro, ed era il turno di San Luca, passò a sedere sopra il seggio presso al parapetto rimasto vuoto; ciascuno si avanzò d'un grado verso la contessa, e Luigi potè sedersi sopra l'ultimo sgabello presso l'uscio. Si continuò a non rivolgergli la parola, e quando egli volle intromettersi nei discorsi che si tenevano, le cose ch'egli disse furono lasciate cadere come se non fossero state udite da alcuno. Ilmedichinosentiva aver bisogno di molta prudenza e dissimulava; ma frattanto cercava di far nascere qualche occasione di conflitto con San Luca, e in modo che a costui restasse tutto il torto.Era il tempo del ballo e si applaudiva con frenesia la prima ballerina. Il conte San Luca batteva ancor esso le mani con entusiasmo cui non frenava neppure la presenza della contessa.— Cara, carina,charmante! Esclamava egli colla sua voce mezzo blesa, biascicando gli erre. Ma guardi, contessa, quanta grazia, che precisione, cheaplomb! E come va a tempo! Le dico che è unatempistadi prim'ordine.E per mostrare che la ballerina andava a tempo di musica, egli colla mano segnava fuor di misura la battuta sul velluto del parapetto.— Già non ci sono che le francesi per ballare così bene. Si vede subito a primo colpo d'occhio che quella silfide lì è francese.Gian-Luigi si sporse per far arrivare la sua voce sino al contino San Luca.— Scusi, conte, gli disse, ma il suo colpo d'occhio ha torto. Quella furba d'una ballerina, sapendo come la scuola francese possa pretendere maggior valore nella nostra smania di non istimare che le cose forestiere, ha preso nome e linguaggio francese, ma è nata bravamente in un villaggio di Lombardia, allieva della scuola di Milano e recatasi poi a perfezionarsi nell'arte e nei costumi fra le corifee della Senna.San Luca si volse in fretta a vedere chi fosse a contraddirlo, ma trattandosi del dottore pensò superfluo e non conveniente il pur rispondergli. Tornò a dirizzare la parola alla contessa.— È una ragazza piena di spirito, sa contessa... Di quello spirito eziandio che si trova solamente nelle donne parigine...— Ah davvero? Esclamò con ironia la contessa.—Pardon!Voglio dire nelle donne di quel genere lì... Quello spirito leggiero emousseuxcome il loro vino di Sciampagna.— Ho l'onore di ripeterle, signor conte, disse a voce più alta Gian-Luigi, ch'ella si sbaglia. Quella ragazza lì non è punto francese; lo so di sicuro. E s'ella desidera, io son pronto a fare qualunque scommessa più le piaccia a questo proposito.San Luca continuò come se nessuno avesse parlato.— Il barone di San Silvestro fa ogni sorta di follie per quella furbacchiona lì. Dicono che le ha offerto una rendita di due mila lire il mese se la voleva abbandonare le scene e dedicarsi interamente a far felice l'amore cinquantenne di lui. Ella ha risposto che preferiva continuare a volare in punta di piedi sulle tavole del palco scenico e mangiarne quattro di mila lire al mese ai suoi molteplici adoratori.Gian-Luigi lasciò che il conte pigliasse fiato; e poi con voce calma, tranquilla ma ferma ed elevata da superare il bisbiglio delle conversazioni di tutto il teatro e i suoni dell'orchestra, disse:— Ella forse non ha badato, signor conte, che le ho diretto la parola e che sono ancora in credito d'una risposta?Il contino, così direttamente interpellato, rivolse un superbo cipiglio verso chi gli parlava.— Che? Pronunziò egli a mezze labbra. Ella dice? Siamo così lontani, che le sue parole non arrivano fino a me.L'intenzione di questa frase era notata con evidente affettazione nella pronuncia.Gian-Luigi rispose colla maggior calma e colla maggiore urbanità:— La pregherò allora di farmi conoscere qual sia la distanza alla quale sono accessibili le sue orecchie.— Signore!... Esclamò il contino che divenne rosso come un galletto.Candida fu sollecita ad intromettersi.— Conte San Luca, diss'ella, mi saprebbe dire chi è quella signora vestita in azzurro, là, quasi di faccia, al terz'ordine?San-Luca rispose alla contessa e non disse più altra parola al dottor Quercia: questi da parte sua non disserrò più le labbra.Poco dopo, entrato un altro visitatore, fu la volta di San-Luca a dipartirsi. Passando innanzi a Gian-Luigi per dar luogo a colui che entrava e faceva ad inoltrarsi per salutar la signora, il contino dovette accostarsi almedichinoe perdisavventura gli pestò un piede. Gian-Luigi alzò la faccia verso San-Luca come aspettandone una parola di scusa, e poichè questa non veniva, egli disse forte colla medesima calma:— Le faccio osservare, signor conte, che quella cosa cui Ella ha calpestato con sì poca destrezza è il mio piede.San-Luca non se ne diede per inteso il meno del mondo ed uscì. Luigi soggiunse allora a voce alta che tutti potessero udir bene:— Ho sempre creduto sinora che chi facesse come ha fatto adesso il conte di San-Luca e non si scusasse commettesse atto da villano.Il contino certo udì queste parole, perchè l'uscio si riaprì di nuovo a metà, come s'egli volesse rientrare; ma poi, cambiato avviso, continuò il suo cammino.Luigi non parlò più. Aspettò con santa pazienza che il suo turno venisse di andarsi a sedere in prospetto alla contessa, e quando esso fu arrivato invece di passare sul seggio che gli competeva, porse la mano alla signora e ne tolse commiato.Candida gli diede la punta delle sue dita.— Ah! esclamò egli, come ricordandosi subitamente di qualche cosa. Debbo ancora dare una risposta a quanto ella mi fece l'onore di domandarmi ieri.E chinatosi verso di lei, le disse sollecito sotto voce:— Nella scatola c'è un biglietto; bisogna assolutamente che lo leggiate.Poscia abbandonò il palchetto così calmo, sicuro e indifferente in apparenza come quando era entrato.Al fondo delle scale dei palchi, in quel piccolo atrio che mette in platea, ilmedichinotrovò il conte San-Luca che discorreva vivamente col marito di Candida; e s'avanzò verso di loro colla maggiore agiatezza del mondo.San-Luca si tirò su della persona con mossa piena di superba minaccia, e guardando disdegnosamente Gian-Luigi, gli disse:— Giusto lei che si aspettava. Ella ha bisogno d'imparare come si tratta con i pari miei ed io avrò la compiacenza di mostrarglielo. Il mio amico, il conte di Staffarda, ha ben voluto farmi il favore d'incaricarsi di dirgliene il modo.Gian-Luigi s'inchinò con aria leggermente ironica.— Ne godo, rispos'egli. Così imparerò quella giusta distanza a cui ho fatto allusione poc'anzi nella loggia della contessa.Il contino represse un atto di dispetto, strinse la mano a Langosco, fece un cenno di saluto col capo al suo avversario e partì.Ilmedichinoed il marito di Candida rimasero fronte a fronte, e si guardarono per un poco ambedue negli occhi. Il conte si ricordava del contegno tenuto la sera innanzi da quel giovane e non dubitava del suo coraggio; Luigi che diffatti non temeva nulla, divisava d'essere modesto e temperato pur tuttavia, per guadagnarsi i suffragi dello stesso padrino del suo avversario.Cominciò a parlare il giovane:— Duolmi, assai che il conte di San-Luca mi abbia prevenuto in due maniere; prima inviando a chieder da me quelle spiegazioni che io era in diritto e nella precisa intenzione di chiedere a lui; secondo incaricando di ciò colui appunto, al quale io aveva in animo di rivolgermi per domandare consiglio e il suo potente sostegno.— Me? disse il conte tutto stupito, mettendosi una mano sul petto. Era suo proposito di richiedermi di farle da padrino?Gian-Luigi s'inchinò.— Non la avrei pregata subito d'essermi padrino, perchè codesto suppone già il duello come necessario, ed io mi sarei lusingato che coll'intervento della S. V. il contino di San-Luca avrebbe inteso ragione, ed uno scontro si sarebbe potuto evitare.— Oh oh! Esclamò il conte. Avrebbe forse più caro d'evitarlo?— Signor sì: rispose fermamente Luigi pur con evidentissima audacia nello sguardo: perchè se molto è l'onore per me nel cimentarmi col signor conte, credo poi che la cosa in fondo non valga la spesa di mettere a repentaglio la vita di due uomini, di cui uno d'illustre prosapia e l'altro non voglioso affè di tirar giù così presto il telone sulla commedia della sua vita.— Di modo che: disse lentamente il conte di Staffarda, serrando le ciglia per gettare uno sguardo acuto ed incisivo sul giovane che gli stava dinanzi; di modo che lei rifiuterebbe uno scontro...— Non dico questo: interruppe vivamente Gian-Luigi. Dico che se a me, come si doveva, fosse stata lasciata l'iniziativa in questo affare — imperocchè io sono l'offeso dai diportamenti del signor conte — io avrei mandato non a recare un cartello di sfida, ma a domandare a chi mancò di creanza verso di me le opportune spiegazioni...— Il conte di San-Luca non dà spiegazioni di fatta alcuna: disse asciuttamente Langosco.— Ha torto; ribattè pacato ilmedichino. Perchè quando si oltraggia qualcheduno senza ragione, si deve dichiarare che la cosa è successa involontariamente, o si confessa che si è un prepotente...— La prego di risparmiarmi i suoi apprezzamenti. Noi siamo qui ora per altra bisogna. Accetta ella una disfida?— Non la rifiuto e non l'accetto. Dico che c'è campo da trattare.— Noi non trattiamo. Se non vuole una disfida, è ella disposta a fare le sue scuse al conte di San-Luca?Un vivo rossore corse al volto delmedichino; pure si contenne calmo e diede lentamente la risposta.— Farei queste scuse, quando fossi persuaso che il torto è dalla mia parte; ma siccome invece è chiaro che tutto il torto è da parte di colui ch'ella rappresenta, non posso far io una cosa che a lui in verità toccherebbe di fare. Permetta, signor conte, che io le parli colla franchezza cui mi pare che la non breve consuetudine facciano lecita al suo compagno di caccia e di sollazzi: un duello io non lo desidero, perchè ho l'onore di assicurarle che in un duello io sarei vincitore, e l'aver ferito o peggio, il conte di San-Luca è un troppo pericoloso onore per me. Quindi io sarò disposto a finir la contesa pacificamente affatto.... ma ad una condizione: che non mi si domandi nulla che altri non farebbe, che ella stessa, signor conte, non vorrebbe fare...— Eh! io non farei nemmanco tante chiacchere: disse con impazienza il conte Amedeo.Gian-Luigi prese subitamente un aspetto più superbo e più fiero di quello del suo interlocutore.— Non facciamone più. I padrini del conte di San-Luca sono Ella e?....— Il marchesino di Baldissero.— Va benissimo. Li metterò tosto in rapporto coi miei...... To' per farla più presto, potranno trovarsi tutti quanti dopo lo spettacolo in casa laLeggera. In due parole tutto sarà combinato per domattina e a noi medesimi comunicati i presi accordi. Sta bene così?— Sta bene: rispose il conte.Si salutarono gravemente e si separarono, questo ultimo per salire nel palchetto di sua moglie, ilmedichinoper entrare in platea. Qui, trovati due ufficiali suoi conoscenti, li informò di tutto, ottenne che gli servissero da secondi, diede loro per mandato di scegliere la pistola, poichè a lui come a sfidato si apparteneva la scelta dell'arma, e finito il teatro li condusse con sè nella suntuosa abitazione dellaLeggera, che faceva risplendere alla luce di centinaia di lumi la sfarzosa farragine dei suoi arredi di prezzo e dei suoi mobili di lusso.

Già s'era fatto tardi. Luigi erasi indugiato più forse che non solesse nel riposto stanzino della contessa. Nell'alto silenzio della notte, i sontuosi arazzi del gabinetto di Candida entro il superbo palazzo dei conti di Staffarda avevano udito suonare voci di rampogna e di sdegno (imperocchè l'amore fra quei due già ne fosse venuto allo stadio dei rimbrotti, delle accuse da parte di lei, delle impazienze e peggio da quella di lui; e vi narrerò di poi le fasi di questo periodo ed i torti e le colpe e — dirò fin d'ora la parola — l'infamia dell'indegno amatore), poscia voci più miti di perdono e di supplicazione sulle labbra della misera donna e per ultimo di tenerezza e di passione più concitata quanto più era stata lungamente repressa da altri sentimenti.

Ad un tratto si grattò alla porta. I due amanti sussultarono. Era cosa tanto nuova che in quei loro colloqui venissero disturbati! Tacquero un momento stando in sospeso ad ascoltare se il segno si ripetesse. In quella udirono l'orologio del campanile vicino suonar lentamente la mezzanotte. L'ultimo tocco aveva appena finito di battere che all'uscio fu dato un picchio abbastanza vibrato. Candida sorse di slancio, si racconciò in fretta i panni un po' disordinati, ed invece di domandare chi fosse si precipitò verso la porta e l'aprì con mano che tremava un pochino.

Sì trovò in faccia la cameriera:

— Che cosa c'è? Domandò la contessa con qualche corruccio.

E la fante sollecita:

— Il signor conte fa domandare alla contessa se vuole riceverlo.

Candida si volse pallida ed agitata verso il suo amante.

— Mio marito! Diss'ella frettolosamente. Egli non viene mai qui a quest'ora..... Parti!

Gli occhi di Gian-Luigi balenarono cupamente e nella fronte si incavò quella sua ruga caratteristica.

— Ah! il conte: diss'egli incrociando le braccia al petto; ben venga il signor conte. Vorrebbe egli per azzardo far da marito di tragedia?

Candida gli fu accosto in un baleno e con atto pieno d'avvenenza e d'amorevolezza gli gettò le braccia al collo.

— Parti, te ne prego: diss'ella.

La cameriera s'inoltrò d'un passo nel gabinetto, ed abbassando la voce, soggiunse:

— Il signor conte è qui nell'altra stanza, e il signor dottore non può a meno d'incontrarlo.

La contessa impallidì vieppiù.

— Va nella mia camera: diss'ella affrettatamente a Luigi. Il conte non avrà gran cosa da dirmi e saprò sbarazzarmene tosto.

Gian-Luigi fece un sogghigno pieno di superbia e d'ironia.

— Fuggire! Diss'egli. Nascondermi! Nè l'un nè l'altro. Venga avanti il signor conte, e se ha cose da dire a Lei che io non possa ascoltare, allora mi ritirerò tranquillamente per la uscita comune.

— È mezzanotte: disse timidamente la contessa.

— Gli è che abbiamo saputo trovar abbastanza soggetti interessanti di conversazione da far passare il tempo senza badarci. Questo fa onore al nostro spirito, contessa.

Candida esitò un momentino, parve voler ancora dire alcuna cosa; ma ad un tratto prese la sua decisione, e voltasi alla cameriera le disse con accento affatto sicuro e tranquillo:

— Introducete il conte.

Poi si gettò a sedere abbandonatamente sulla sua poltroncina vicino al fuoco, al quale volgendo le spalle stava dritto Luigi colla più agiata disinvoltura di questo mondo.

Io non vi dirò che il cuore di Candida non battesse un po' più concitato nell'udire sul pavimento dell'altra stanza il passo del conte che si avvicinava; ma il suo aspetto era tranquillo, e quando l'uscio si aprì, ella volse verso chi entrava un viso forse un po' pallido, ma per l'affatto sicuro nella sua indifferenza.

Il conte s'inoltrò con un sorriso poco naturale, ma garbatissimo, sulle sue labbra tirate. La sua fronte calva pareva più gialliccia dell'ordinario riflettendo la luce delle due lampade che ardevano sul camino. Nell'occhio grifagno c'era molto più del solito di quell'ironia scettica e maligna che formava la base del suo carattere. Gli sguardi del conte e di Gian-Luigi s'incrociarono; erano gli sguardi di due uomini che non hanno timore. Stettero un attimo così fissi l'un nell'altro, come due lame in un assalto prima che uno dei duellanti si decida a trarre una botta. Prolungato per un minuto quello sguardo si faceva una sfida, una minaccia, un insulto: era uno di quelli sguardi, dopo i quali bastano poche parole per condurre due uomini sul terreno a cimentare in un duello la vita.

Gian-Luigi, a niun patto, avrebbe voluto esser egli il primo a chinare gli occhi. Sentiva entro il petto un orgoglio immenso dare rincalzo al suo coraggio per non cedere neppure un minuzzolo alla superba guardatura del conte. Il cranio pelato di quell'uomo che tutti conoscevano abilissimo nell'arte di uccidere il suo simile ed il cachinno insolente ed altezzoso di quella mordace ironia, solevano imporne a tutta la gente; il trovatello Gian-Luigi, il figliuolo di nessuno, il compagno d'infanzia di Maurilio, allevato nella più umile e nella più misera delle condizioni, non ne provò la menoma soggezione. Amedeo Filiberto di Staffarda che per lungo uso di mondo e trattare d'uomini, s'intendeva a giudicare, dalla fisionomia e dal contegno di qualcheduno, della fermezza e del valore del suo animo; il conte conchiuse fra sè che quel giovane non era tale da poter essere nè dominato, nè soverchiato.

In questo modo passarono due minuti secondi di grave silenzio, lunghissimi per la contessa, la quale con ansia stava mirando a sua volta quella tacita lotta di sguardi di quei due uomini innanzi a lei.

Fu il conte che primo sviò gli occhi da quelli dell'avversario e ruppe il silenzio.

— Ah! gli è Lei, dottore: diss'egli colla sua gentilezza aristocratica, in cui nella compiuta forbitezza appariva pur sempre una tinta di superiorità. Perdoni a' miei occhi miopi, se non l'ho tosto riconosciuto.

Gian-Luigi fece un lieve inchino senza rispondere.

Candida tirò più libero il fiato. Le parole del conte ed il modo con cui le aveva dette non erano già d'un uomo che si acconci a cedere per paura, ma di tale che crede miglior convenienza lo evitare uno scandalo.

— Come mai, conte, a quest'ora? Domandò la donna con un'apparenza scherzosa, in cui pure si sarebbe potuto sentir tuttavia la traccia delle sue inquietudini.

— Che? Rispose il conte. È egli per ventura così tardi?

Guardò l'orologio che faceva muovere il suo pendolo sulla mensola del camino, e per vederci l'ora avanzò la testa fin da essere presso presso a quella di Gian-Luigi, il quale non si mosse, come se i suoi piedi avessero piantate le radici sulla lastra di piombo che innanzi al focolare difendeva il tappeto del pavimento dalle faville che potessero mandare gli scoppi della legna.

— To'...... È passata mezzanotte: soggiunse il conte. Credevo fosse di meno. Vuol dire che il tempo mi è volato via rapidamente questa sera, come fors'anco per voi, contessa.

Candida arrossì un pochino.

— Sì davvero: diss'ella pigliando un parafuoco per ripararsi la faccia, più che dal calore dei tizzi che ardevano nel focolare, dalla luce delle lampade che pioveva dallo sporto del camino. Il dottor Quercia ha avuto la bontà di sacrificarmi la sera per tenermi compagnia.

Il conte si volse di nuovo verso Gian-Luigi e gli fece un saluto del capo che pareva quasi un ringraziamento, ed in cui l'ironia era di guisa dissimulata e così fine che un uomo accorto nonpoteva a meno di sentirla, ma uno mediocremente educato non avrebbe potuto in nessun modo rilevarla.

Gian-Luigi corrispose con un altro saluto uguale; ma entro sè rodevasi maladettamente di quella situazione in cui si trovava, che sentiva ridicola e la più impacciosa che mai. Avrebbe dato non so che perchè la maliziosa gentilezza del conte si voltasse in un buono scoppio di collera.

Amedeo Filiberto disse allora alla moglie, con quel suo satirico sorriso:

— È un sacrifizio che la galanteria del signor dottore avrà trovato leggiero.

Prese la mano di Candida e gliela baciò mentre essa lo guardava tutto stupita.

— È un sacrifizio: soggiuns'egli, col tono d'un Don Giovanni dei tempi di Luigi XV di Francia: che sarei disposto a fare ancor io molto volentieri, se pensassi che potesse tornarvi ugualmente gradito.

Candida levò dalla mano del marito la sua che egli teneva ancora, si tirò indietro colla poltrona, come per allontanarsi, e non rispose.

— Duolmi se io sono venuto disturbatore del vostro colloquio: riprese il conte colla medesima bonarietà maliziosa: ma che volete, contessa cara? Ho gran desiderio, e dirò anzi gran bisogno di aver con voi uno di quei confidenti ed affettuosi colloquii che sono una delle maggiori gioie del matrimonio, e —ma foi!— non ho voluto ritardarmi questo regalo, perchè se sono del parere di quell'antico non so chi, il quale soleva rimandare gli affari al giorno di poi, credo invece che le dolci soddisfazioni conviene procurarsele tosto, senza ritardo, appena si può.

Ciò detto, diresse il suo sguardo grifagno su Gian-Luigi, che stava sempre al medesimo posto. Quello sguardo diceva apertamente:

— Conviene che mi cediate il luogo. È questo, se non altro, il mio diritto di marito, e intendo di valermene.

Gian-Luigi comprese. Ben sapeva che gli toccava ritirarsi, e fin dal primo momento che il conte era entrato, egli andava pensando come far ciò senza mostra alcuna di debolezza. Ora esitò tuttavia un momentino. Gli passò per la mente di rispondere un'impertinenza che obbligasse il conte ad uscire da quel garbo artifizioso che gli faceva, per così dire, una corazza adamantina; oppure di fare il sordo affine di spingere il marito di Candida a più aperto parlare che desse a lui pretesto di venirne a lotta dichiarata. Capì che avrebbe avuto assai torto sì a far questo che a far quello. Inoltre la irritata suscettività del suo amor proprio non fu tanto cieca da non lasciargli ricordare che il suo interesse gli sconsigliava fortemente una palese e scandalosa rottura col conte. Si staccò egli dal camino e andò lentamente a prendere il suo cappello, che aveva deposto sopra unguéridon.

Il conte si pose tosto a quel medesimo luogo che il giovane aveva abbandonato, come se anco materialmente volesse significare ch'egli intendeva rivendicato il suo posto di marito sulle invasioni dell'amante.

Gian-Luigi venne colla stessa andatura lenta fin presso alla signora, e tendendole una mano con famigliarità da amico, le disse:

— Buona notte, signora contessa.

— Buona notte: s'affrettò a rispondere Candida, stringendo forte la mano di lui, come per segreta intelligenza, come per ringraziarlo di cedere a quel modo, timorosa ch'ella era stata alquanto non volesse il giovane ribellarsi al pulito congedo intimatogli dal conte. Quando ci rivedremo? Domani è mia sera di palchetto al Regio; spero che non la mancherà di venirmi a far visita.

— Me ne farò un dovere: rispose Gian-Luigi. S'inchinò poscia leggermente verso il conte, il quale abbassò il capo con mossa molto superba. Il giovane uscì meno contento di sè di quanto avrebbe voluto, sentendo che in quello scontro ad armi cortesi egli aveva avuto il dissotto, e mulinando come avrebbe potuto conseguire una rivincita quale convenisse non solo all'amor proprio, ma al suo interesse ed ai suoi disegni.

Il conte e la contessa rimasero soli; ella sempre seduta giuocherellando col parafuoco di cui servivasi a riparare il suo volto dagli sguardi del marito, egli dritto dinanzi al camino, dove poco anzi stava l'amante.

Per un poco non parlarono nè l'uno nè l'altra.

—Charmant garçonquel dottorino: disse poi il marito mettendo le mani dietro le reni come per riscaldarsele alla vampa.

Candida non rispose.

— A proposito! Di che cosa è egli dottore? Di leggi, no. Di medicina o di chirurgia, o di tuttedue?

Aspettò un momento la risposta della moglie, che non venne.

— Voi non sapreste dirmelo, contessa? Soggiunse egli facendo piombare il suo sguardo addosso alla donna che pareva assorta nella contemplazione delle figure chinesi trapunte sulla seta del parafuoco.

Candida crollò le spalle.

— Non andate già sognando, io spero, che discorriamo di medicina e di chirurgia. Che cosa volete dunque ch'io sappia? So che gli è un giovane molto a garbo... e mi basta.

Alla contessa era venuto di botto tutto il suo coraggio. Fino a che i due uomini erano stati a fronte, ella aveva dovuto fare uno sforzo per vincere la inquietudine che la occupava; ora ch'ellasola trovavasi in faccia a quel marito, di cui nulla avea potuto in essa ispirare nè rispetto nè simpatia, nè alcun sentimento di affezione o di gratitudine, ora la si sentiva forte e di subito s'era trovata pronta ad accettare la lotta su qualunque terreno la volesse il conte impegnare.

Questi riprese con accento più ironico che mai.

— Sicuro! Molto a garbo! È quel che dicevo io:charmant garçon. Sa trattare quasi come s'ei fosse qualcheduno, e parlandogli uno può anche obliare che non si sa chi sia.

Candida arrossì fino alla radice de' capelli.

— Vi sono dei nobili, diss'ella con accento irritato, i quali hanno i più numerosi quarti scritti nelle pergamene, e non sanno la creanza, e non hanno lo spirito di questo giovane che, come voi dite, nessuno sa chi sia.

Il conte s'inchinò con ironica galanteria verso la moglie.

— Avete ragione: diss'egli. A certuni non basta l'esser nati di nobil sangue per aver nobili modi, come del pari, ai più non basta l'aver acquistato dei titoli per aver preso addirittura con essi la vera nobiltà.

Candida sentì l'aspra botta tirata contro suo padre e si morse le labbra.

— Ad ogni modo: diss'ella vivacemente di ripicco; quando uno ha del merito personale, per piacermi nella sua compagnia, io non istò a domandargli il suo albero genealogico.

Amedeo Filiberto tornò ad inchinarsi come prima.

— E voi fate molto bene. Ma il mondo è più curioso e più esigente di voi, e quando vede un cotale mettersi innanzi sulla scena del mondo vuol sapere d'ordinario d'onde venga, che cosa faccia, di dove tragga i mezzi delle spese che non va risparmiando. E allorchè si viene a scoprire — imperocchè badate bene contessa che tosto o tardi quel benedetto mondo riesce a scoprir tutto, e se trova troppa difficoltà a scoprire il vero, inventa, che è peggio, ed inventando anche, molte volte indovina; — allorchè si viene a scoprire che il brillante giovane di cui si comincia ad occupare l'attenzione del pubblico non ha famiglia di sorta, è capitato non si sa di dove, come un fungo sorto improvviso di terra, non ha capitali nè tenute da dargli la rendita che spende, giuoca come un disperato...

— Anche voi giuocate, signor conte: interruppe con vibrato accento la moglie.

Il conte si tirò su della persona colla più superba mossa del mondo.

— Vi prego di non offendermi con siffatti confronti. Io dietro la mia passione del giuoco posso mettere il patrimonio degli Staffarda...

— E quello di vostra moglie: disse Candida vivamente scoccandogli un'occhiata più maliziosa ancora della interruzione.

Fu la volta del conte di mordersi le labbra. Stette un poco, e poi riprese a dire senza rilevare la frecciata:

— Quando, dicevo, un giovane senza mezzi di fortuna la sciala da ricco, vivendo in una intimità poco onorevole con una donna cui per rispetto alle vostre orecchie non voglio qui qualificare.....

La contessa sussultò come riscossa da una violenta offesa. Si drizzò della persona che teneva abbandonata sul seggiolone, ed esclamò vivacemente:

— Non è vero, non è vero; questa è un'infame calunnia.

Il conte con una impertinente placidità le fe' cenno colla mano di calmarsi, e poi disse con accento tranquillamente sardonico:

—Pour Dieu!contessa, voi prendete fuoco più d'un zolfino. Ora io vi prego di due cose: prima di ascoltarmi con un po' di pazienza e non interrompermi, se volete che più presto io ne venga a capo; secondo di ritener bene che un conte Langosco non si fa mai eco d'una infame calunnia, per ripetere la vostra non troppo misurata espressione.

Candida si lasciò ricadere contro lo schienale della poltrona, come rassegnata ad udire le parole del marito.

— Or dunque, continuò questi, avevo l'onore di dirvi che il mondo curioso, pettegolo, mormoratore, maledico, anche calunniatore so volete, vedendo di queste cose e sentendole e ripetendole, si fa troppo agevolmente il concetto che quel cotale in siffatte condizioni si guadagni le sue rendite collaprotezionedella donna perduta, che piuma i merli ricchi in favore dell'amico povero...

Candida non disse nulla, ma il parafuoco aveva dei movimenti convulsi nelle sue mani, e il suo piedino batteva con febbrile agitazione sui fiori del ricco tappeto.

Il marito si curvò verso di lei con una cortesia ed un'amenità che le tornavano più irritanti di qualunque altra cosa.

— Ritenete bene, contessa, che io qui ora non affermo nè contesto nulla di nulla. Ripeto quello che dice il mondo e non altro.

La contessa non si contenne oltre.

— Il mondo, interruppe ella con voce che invano voleva render calma: il mondo dice altresì che fra quei merli di cui lamentavate poc'anzi la sorte d'esser piumati da quella donna, si trova eziandio il conte Amedeo Filiberto.

Ed egli a rispondere con cinica tranquillità:

— Voi spostate la quistione, cara contessa. È possibile che il mondo, dicendo ciò che voi avete ripetuto adesso, non dica nemmanco una bugia. Ma siete troppo intelligente per non capire come in questa commedia la parte onorevole sia di chi lascia le proprie spoglie, non di chi vive delle altrui.....

— Io non so vederci nulla d'onorevole per nessuno: disse seccamente la giovine donna.

Il marito s'inchinò di nuovo a suo modo.

—Soit!... Ma, se vi piace, non divaghiamo oltre, per non prolungare fino al mattino questo colloquio che è per me un favore, ma che dubito possa essere per voi di molto divertimento. Quando adunque il mondo vede un giovane come quello di cui abbiamo detto, usare con troppa frequenza intorno ad una dama che è uno dei più begli ornamenti d'una sfera sociale a cui egli non appartiene, il mondo incomincia a domandarsi che razza di attinenze possa aver luogo fra quei due, poi biasima l'imprudenza della donna che si mette a repentaglio di voci maligne per causa di una relazione che non è degna di lei, poi ride del marito che la permette.

Candida era divenuta color del fuoco, ma lo sdegno e l'amore davano forza e coraggio al suo animo. Ebbe l'ardimento di guardar bene in faccia suo marito e gli disse con voce ferma e vibrata:

— Voi volete dire che mi sono compromessa?

— Il cielo me ne guardi! Per chi mi prendete voi, madama? La moglie del conte di Staffarda non può essere compromessa mai! Sapete bene che vi copre il mio blasone — e la mia spada.

Fu la volta di Candida d'inchinarsi leggermente.

— Ma, continuava il conte, non voglio,palsambleu!che si rida di me. Vi ricordate, contessa, il colloquio che avemmo insieme in quel fortunato giorno che voi consentiste ad essere mia moglie? Io vi dissi: libertà intera per tuttedue, ma guardiamoci dalle ignobili catastrofi del mondo borghese, rispettiamo il nostro nome a vicenda...

La contessa proruppe con impeto sotto l'impressione del traboccante sdegno:

— E l'avete voi rispettato, signor conte? Vi rispondano le vostre ballerine, le vostre mantenute, le vostre orgie notturne, in cui gettate non solo le vostre, ma anche le mie sostanze — quelle sostanze per cui unicamente mi avete fatto regalo del vostro nome.

— Ah contessa: esclamò egli colla solita calma: voi uscite di misura. Questiemportemensnon sono da voi. Badate che correte rischio di cadere in una discussione da bottegaio...

Ma la donna sempre sotto l'impulso di quella concitazione:

— Eh! che cosa m'importa la roba mia? Quel che mi cale è la mia libertà. Non sono io più padrona di accogliere chi mi pare e piace? Vorreste voi far delle esclusioni nel mio salotto e impormi la presenza o l'assenza di questi o di quelli?

Il conte levò in alto una delle sue belle mani affilate in atto di protesta.

— Dio mi guardi! Diss'egli.

— Ed io vi dico, seguitava la contessa, che ciò non vorrei tollerare a niun patto... A niun patto, capite?

S'alzò in piedi quasi di balzo, e piantandosi in faccia al marito in atto pieno di risoluzione, soggiunse:

— Oh volete che vi parli affatto schietto? Quella libertà che mi avete promessa mi è più cara di quelle fortune che vi ho recate in dote; queste vi lascio manomettere senza opposizione, ma la prima non lo permetterò mai. Alla conoscenza, alla relazione, all'amicizia di quel giovane ci tengo più che a tutto il resto, e non sono disposta a rinunciarvi nè per farvi piacere, nè dietro vostro ordine. A me non salta neppure in mente d'imporre a voi di simili sacrifizi; lasciatemi quindi fare anche me a modo mio. In ogni caso, ve lo dichiaro apertamente, sono disposta a spingere le cose a qualunque estremo — anche ad una separazione.

—Tudieu!contessa, esclamò il marito colla sua cinica freddezza, come vi scaldate! Queste cose potreste dirle senza incollerirvi come unabourgeoise. E poi che smania è la vostra di ficcarvi sempre in mezzo la quistione del danaro?Fi donc!Non è degno di voi codesto..... Una separazione fra di noi! Mai più affediddio! Sapete qual è l'intesa delle mie parole? Quella di trovar modo insieme noi due, da buoni amici, di evitare ogni scandalo. Io sono venuto qui, l'anima piena di pacifiche intenzioni per darvi qualche buon consiglio in proposito. Pensatevi se vorrei mandare la cosa ad un punto in cui lo scandalo avverrebbe il massimo possibile ed irrimediabile. No, no, signora contessa. Voi siete sotto la protezione del nome di Langosco, e non voglio che la perdiate, non voglio che mi priviate del vantaggio che ora posseggo di dare un bravo colpo di spada al primo cialtrone che osasse pronunciare una parola men che misurata sul vostro conto... Ma voi, benedette donnine, non avete mai la prudenza più necessaria: prudenza nello scegliere bene, prudenza nel regolarvi.

La contessa fece un atto come se volesse interrompere; ma egli non le lasciò dire.

— Capisco, soggiunse: quanto alla scelta non c'è più da parlarne; è troppo tardi. Lasciamola lì. Ma quanto al modo di fare, ah contessa, permettete ch'io vi dica che vi siete mostrata d'una ingenuità affatto puerile. Quel cotale accoglietelo quanto vi piace ahuis clos, ma non trascinatevelo dietro a farne mostra nel mondo,que diable!

— Che cosa ne vorreste conchiudere? Domandò Candida guardando sempre risolutamente in faccia il marito.

— Voglio conchiuderne che allora provvederete di meglio a voi medesima ed alla mia dignità, quando farete che il signor dottore —si docteur il y a— conversi con voi così sovente come vipiace, in segreto, ma il mondo non vi vegga mai più insieme, e ch'e' non si trovi mai sul mio passaggio, nè nel vostro salotto, nè altrove.

La contessa tacque alquanto sotto l'evidente effetto d'un po' di mortificazione.

— Signore, diss'ella poi, dopo un poco: le spiegazioni della mia condotta...

Il marito l'interruppe con quel suo atto della destra, di cui pareva compiacersi perchè metteva in mostra tutta la bellezza della sua mano.

— Ah! non ne voglio avere nessuna. Che cosa mi credete? Un marito da moderno dramma francese? Salvate le apparenze, io non vi domando altro. Avrei potuto prima darvi quel consiglio che ho accennato poc'anzi: ma ora.....

Si curvò nelle spalle ed allargò tuttedue le braccia come per dire: è fatta e pazienza!

—Enfin, continuò egli, possano le cose volgere il meglio possibile a seconda del vostro capriccio, senza che mi mettiate nella necessità di farvi vedova di me — o di lui.

Candida si sentì l'anima offesa assai più da quel cinismo che non sarebbe stata dai più crudeli rimbrotti. Una profonda amarezza l'invase. Guardò alla sfuggita il sogghigno di quell'uomo corrotto a cui la Chiesa e la legge avevano unito tutta la sua vita, e le parve non che attenuata, ma quasi legittimata la sua colpa.

Ella tornò a sedere con una scioltezza quale avrebbe potuto avere in un colloquio indifferente colla persona che meno le ispirasse soggezione; ed aggiustandosi le sottane, disse al marito con accento di leggerezza in cui non avrebbe avuto torto chi avesse creduto scorgervi una tinta di disprezzo:

— E gli è per dirmi tutte queste belle cose da sermone che voi siete venuto in un'ora così insolita ad invadere il mioboudoir?

— No: rispose il conte: precisamente non è per questo. L'occasione ha mosse le mie parole. Certo non è ch'io non creda quell'argomento abbastanza di rilievo per dar ragione alla mia insolita comparsa; ma il vero è che io veniva per un'altra bisogna di cui mi occorre parlarvi.

— Ah ah! Esclamò la contessa guardando fisso il marito, mentre questi pareva tutto intento a scacciare colla punta affilata delle sue dita dalla rivoltura ricamata del panciotto nero qualche grano di polvere che non c'era. Che cos'è questa bisogna?... Ma volete voi star lì dritto come un piuolo tutta notte? Sedetevi una volta.

Il conte tirò presso al fuoco una poltroncina e vi si gettò su abbandonatamente.

— Come volete, contessa. Già, gli è una cosa spiegata in due parole. Sedendomi temevo di ispirarvi la paura d'una lunga conferenza; rassicuratevi, non è per tutta la notte che avrò l'onore di trattenervi, ma durante cinque soli minuti. Ecco di che si tratta. Il nostro intendente è il più onesto degl'intendenti. Quando si caccia in capo di rendermi i suoi conti mi annoia per un'ora con cifre interminabili alle quali io non capisco nulla. Questo benedett'uomo mi è venuto testè a far tanto di capo per certe faccende che io non so spiegarvi e che son certo, ancorchè ve le spiegassi, voi non sapreste capire. Non siamo di quel legno di cui si fanno i computisti, noi.Bref!conchiuse, dopo avermi fatto sbadigliare senza pietà, che occorre un certo atto per aver certi capitali a pagare certe partite, sotto il qual atto è necessaria, non che la mia, anche la vostra firma. Quell'originale mi proponeva di venire egli stesso da voi a dimostrarvi la qualità dell'affare e la necessità del medesimo. Vi ho voluto risparmiare tanto fastidio.Allons donc!gli dissi: queste son cose in cui non si ha da intromettere nessuno fra il conte e la contessa. Ed ecco il perchè io son qua. Ho domandato all'intendente: — Senza tante chiacchere, voi mi affermate in parola di galantuomo che codesto è necessario e che gl'interessi della contessa non ne sono menomamente lesi? — Egli me l'affermò. — Bene, io soggiunsi allora, quando sulla fede della vostra parola avrò ancora io affermato il medesimo alla contessa, ella mi crederà del pari, e sarà un affar finito. Evoilà!

Tacque e si diede a lisciarsi e ripulirsi le unghie con un piccolo ferruccio che trasse dal taschino del panciotto. La contessa rimase un istante senza rispondere. Era evidente che la sottoscrizione di quella carta da parte sua equivaleva ad un qualche sacrificio di sue sostanze per trovare nuovo modo di procurar denari alla prodigalità del conte. Ella ebbe un momento il pensiero di non far così ad occhi chiusi; di mettere in campo la sua ignoranza degli affari per proporre al marito spiegasse la cosa al barone La Cappa, e dire ch'essa allora soltanto avrebbe firmato, quando il padre vi consentisse. Ma non osò. Ebbe paura prima del sogghigno con cui il conte le avrebbe fatto capire che quello era un diportarsi, come diceva egli, dabourgeois: poi rapidamente avvisò come quella domanda inchiudeva quasi un tacito patto che il conte veniva proponendole: di accordarle maggiore ancora quella libertà ch'essa invocava dietro il compenso della sua firma. Come ardire di rifiutarsi a quella domanda dopo ciò che era avvenuto e che s'era detto poc'anzi fra loro due?

Dopo due minuti di silenzio Candida disse bruscamente:

— E voi avete lì quella carta?

Il conte s'inchinò in segno affermativo.

— Date qui. Prese il foglio che il marito le porse ed andò ad un piccolo tavoliere elegantemente intarsiato, su cui c'erano un bellissimobuvarded un calamaio lucente d'oro.

— Dove ho da firmare? Domandò essa, senza gettare neppure un'occhiata su quanto era scritto in quella carta.

— Lì al fondo: rispose il conte alzandosi egli pure e venendo presso a lei. Così va bene.

Candida gli restituì il foglio aperto, colla sua firma; il marito lo prese e lo accostò al fuoco per farvi asciugare l'inchiostro.

— Or dunque, diss'egli, non mi resta più che tornare a domandarvi perdono dell'avervi recato sì inopportuno disturbo.

Ripiegò il foglio e se lo mise in tasca, poscia prese la mano di Candida e glie la baciò con fredda galanteria.

— Buona notte, contessa: e ricordatevi sempre che in ogni qualunque caso vi occorra il consiglio o l'aiuto d'un amico, io sarò sempre tutto per voi.

Girò sui suoi talloni e se ne partì, senza che Candida, la quale gli aveva abbandonato la sua mano affatto passivamente, pensasse pure a rispondergli, nè dirgli una parola.

Quando fu sola, la contessa si lasciò ricadere su quella poltrona su cui era seduta prima. Aveva l'anima confusa e turbata, ed insieme un vuoto tremendo in essa. Non si sentiva appoggiata da nessuna parte, non sentiva appo nessuno il caldo d'un vero affetto. Fra quell'amante e quel marito si trovava in mezzo a due egoismi che la sfruttavano. Una profonda melanconia l'assalse; si conosceva isolata nella vita, delusa in ogni sua aspettazione.

Il conte rientrò nel suo appartamento, lieto di avere dalla firma di sua moglie nuovo mezzo a fare rovinosi imprestiti, che a lui troppo oramai oberato, e colla inalienabilità del suo patrimonio, non si volevano più accordare da nessun usuraio.

Il domani Gian-Luigi riceveva il seguente bigliettino scritto dalla contessa in francese:

«Non venite stassera al teatro Regio. Ho il dolor di capo, ci vado di cattivo umore; sono persuasa che la mia acconciatura mi starà male. Vi vedrò al solito luogo, all'ora solita, domani».

Ilmedichinospiegazzò quella cartolina profumata fra le mani e lasciò sfuggire una espressione di contrarietà che andava sino alla collera. Candida aveva ceduto alla volontà del conte che le aveva imposto questo sfratto del giovane borghese dal palchetto frequentato dal fiore il più sopraffino dell'aristocrazia? Questo sfratto era egli il precursore d'un altro più grave ancora dal superbo palazzo degli Staffarda? La contessa si era ella indotta a rinunciare pubblicamente all'attinenza d'un amico non titolato per non compromettere l'orgoglio nobiliare della schiatta, contenta di abbandonarsi pienamente in segreto nelle braccia d'un amante plebeo? Se ciò era, la cosa non conveniva niente affatto al nostro eroe. Egli, per certi suoi calcoli, ci teneva non solo ad essere, ma a comparire l'amante di una delle prime dame della città; ad aver libera entrata nelle sale aristocratiche d'una famiglia fra le più illustri ed antiche e godervi d'un trattamento di pari a pari — o poco meno — con tutti i superbi blasonati che premevano coi piedi i tappeti di quelle sale. Ciò avrebbe messo suggezione alla curiosità ed alle ipotesi della gente; avrebbe dato a lui ed alle sue cose una onorabilità indiscutibile e posto in iscacco persino quell'Argo cieco molte volte in gran parte de' suoi occhi, ma pur tuttavia sempre più curioso d'ogni curiosità femminile, voglio dire la polizia.

Ma s'egli si lasciava allontanare così di piano, e chiudere l'uscio della sala in faccia da quella stessa mano che gli apriva l'usciolo segreto delboudoir, questo suo intento era irremissibilmente perduto. Inoltre non voleva Gian-Luigi che il conte potesse pur pensare ch'egli si fosse tenuto lontano per paura o suggezione di lui. Gli veniva in mente il sogghigno che avrebbe fatto il marito della contessa quando non avesse visto a comparire di tutta sera quel giovane ch'egli il giorno prima aveva già fatto partire dallo stanzino della moglie, e Gian-Luigi sentiva il suo sangue, più orgoglioso d'ogni altro mai, rimescolarglisi addosso. Egli aveva concepito l'audace disegno d'imporsi anche al conte, e mentre già parevagli per lo addietro essere bene progredito per quella via, ecco che ad un tratto e' se ne sarebbe lasciato sopraffare.

Si vestì con aggraziata eleganza e nel pomeriggio si recò al palazzo Langosco un po' prima dell'ora in cui la contessa soleva aprire il suo salotto alle visite. Il domestico a cui si presentò gli disse che la contessa, poco bene di salute, quel giorno non avrebbe accolto nessuno. Gian-Luigi non si mostrò nè stupito, nè offeso il meno del mondo. Chiese vedere la cameriera della contessa per sapere più esatte le notizia della preziosa salute della padrona. La fante — che era sempre quella medesima — fu chiamata, ed essa e ilmedichinosi raccolsero a parlar sotto voce nella strombatura d'una finestra.

— Dimmi il vero, cominciò Gian-Luigi, l'ordine di non ricevere, riguarda me soltanto.

— No: rispose la cameriera, la quale colla famigliarità del suo contegno ben mostrava come fosse in intima attinenza col giovane: riguarda tutti.

— Quest'ordine è stato il conte a darlo, oppure la contessa?

— La contessa. Il conte non s'immischia mai in quanto fa o non fa sua moglie.

— E il motivo di quest'ordine?

— Non so. Veramente la contessa sta poco bene. È ancora in letto, e di tutto il giorno non ha preso che unconsumato.

— Sai tu s'ella vada al teatro questa sera?

— Credo che non lo sappia ancora nemmanco ella stessa. La sarta le ha portato l'abito e la modista gli ornamenti della pettinatura. S'è fatto mettere innanzi ogni cosa e la sta guardandoli, senza aver detto ancora nulla di ciò che voglia fare.

— Bisogna che tu la spinga per quanto più potrai ad andarci. E se ci riesci mi farai piacere. Domattina poi, quando ella ci sia stata, conviene che tu venga da me a dirmi con qual umore essa è tornata a casa, che ha detto, che ha fatto, se alcuna cosa è successo fra lei e suo marito.

La cameriera guardò con occhio sfavillante Gian-Luigi e disse con maliziosa modestia:

— Avrò da andare a casa sua, soltanto se la contessa sarà stata a teatro?

Il giovane sorrise.

— Ah biricchina! Vienci ad ogni modo. E siccome può essere che più per tempo io abbia qualche occupazione, fa di venirci verso le dieci che io procurerò d'esser libero affatto per poterti dare un'udienza come ti piace.

E in ciò dire fece scivolare uno scudo nella mano grassetta della giovane, la quale sorrise tutto lieta e della mancia e più ancora delle parole del belmedichino.

Questi uscì, si recò altiro di pistola, dove si esercitò per un'ora, fu al caffè Fiorio dove mostrò al bigliardo una valentìa maggiore ancora del solito, andò a pranzo da Trombetta, e fece meravigliare i commensali dellatavola da pastodella vivacità e dell'allegria del suo umore e del suo ingegno; poscia, fumato un sigaro d'Avana passeggiando lentamente fra la calca dei portici, andò a casa a vestirsi coll'abito nero, ed entrò verso le nove co' suoi guanti paglierini freschi freschi alle mani nel caldo ambiente della platea del Teatro Regio.

Un timore aveva egli nell'animo: quello che Candida non fosse andata al teatro. Ma questo timore fu dileguato di subito. Gettò egli tosto un'occhiata al palco di second'ordine che apparteneva alla contessa, e la vide abbagliante di bellezza e di gioie, in tutta la pompa d'una sfarzosissima acconciatura.

Candida vide tosto ancor essa, appena giunto, il suo amante nella platea. Gli occhi di lei si volgevano spesso alla porta d'entrata; ella avea scritto a Luigi di non venire, e pur non sapeva se in quel momento le fosse più caro ch'egli obbedisse a quel cenno o meno. La disobbedienza non sarebb'ella stata un segno del vivo desiderio di vederla, e quindi un segno d'amore? Forse, dov'egli non si fosse mostrato, questo sentimento sarebbe stato quello che avrebbe finito di predominare nell'animo della contessa, la quale avrebbe preso il facile rassegnarsi di lui per prova d'una quasi indifferenza; eppure al momento in cui i suoi occhi furono come per influsso magnetico chiamati alla platea dalla presenza di lui, Candida provò una viva contrarietà. I suoi lineamenti si atteggiarono rapidamente ad una espressione di dispetto e gli occhi lanciarono una fiamma di rimprovero al sopraggiunto per volgersi quindi altrove, mentre nell'aspetto e nelle parole essa si metteva ad ostentare un'allegria che non aveva prima, e degnava di sorrisi e risatine, che non meritavano punto, i discorsi dei visitatori del suo palco.

Gian-Luigi non apparve niente affatto mortificato di questa poco lusinghiera accoglienza; fece un suo superbo sorriso, e ripulito ben bene da ogni appannatura i cristalli del suo elegante cannocchiale che aveva preso, salendo la scala, dal custode che li tiene in guardia a comodo degli abbonati, si diede con attenzione ad esaminare la sala.

Il teatro era affollato da uno di quei pubblici eleganti che ora ci si vedono raramente, ma che allora, sotto il regno di Carlo Alberto, era il pubblico solito agli spettacoli di quella massima scena torinese. I due primi ordini di loggie erano riservati solamente all'aristocrazia, la quale mandava in gran pompa le sue dame cariche di titoli, di quarti e di diamanti; al terzo ordine cominciava a potersi insinuare la borghesia, quella più ricca e che avesse uno zampino nelle cariche dello Stato, magistratura o ministeri; nel quarto e quinto potevano introdursi, non senza stento il commercio e l'industria, cedendo il passo però all'ozio ed alla nullità ammantati sotto il comodo titolo d'avvocato, comprato con una facile laurea. Occhi belli e brutti, gioie ed ori, colori smaglianti e spalle nude, fiori artificiali e guancie imbellettate brillavano da tutte parti. Le regine della moda e della bellezza attiravano su di sè maggiormente l'attenzione, e gli abiti neri e le spalline lucenti della platea se le additavano a vicenda dicendo il nome. Alle bellezze nobiliari dei primi ordini faceva però quella sera concorrenza assai potente una strana bellezza che sfoggiava uno sfarzo impertinente in una mossa piena d'audacia nelle alte sfere del quarto ordine, e molti erano i cannocchiali che si appuntavano sino a quel rimoto cielo a contemplare quell'astro non ordinario di tali plaghe, che ci si mostrava come una stravagante cometa.

Era una donna giovane, sola, con apparenza tutt'altro che di modestia. Aveva una massa enorme di capelli d'un biondo che tirava sul rosso i quali facevano intorno al suo volto non brutto, ma più provocante che bello, un'aureola d'oro; aveva certi occhi di colore indefinibile, che ora ti parevano azzurri e limpidi come un cielo sereno, ora d'uno scuro verzigno come un mare commosso. Avevaforme voluttuose che si vedeva compiacersi ella di mettere in mostra con procace atteggio. Le labbra carnose, rosse del color di sangue che spiccia fresco dalla vena, spiravano una voluttà che quasi direi feroce e potevano essere indizio ad un osservatore per giudicar male degli istinti di quella creatura. Si vedeva insomma che essa apparteneva a quella razza di donne-vampiri, che, senza ispirar mai un vero amore, pur tuttavia s'impadroniscono del senso, dell'anima, del cervello di quanti uomini sono troppo deboli e troppo incauti per non romper tosto la prima maglia della rete gettata su di loro, e fisicamente e moralmente li depauperano, li spogliano, come d'ogni avere, così d'ogni generoso affetto, d'ogni virtù; Dalile che fanno un debole e vile d'ogni più vigoroso Sansone.

Il contegno di questa donna era tutto una provocazione ai sensi e dirò anzi ai vizi degli uomini, una sfida all'onestà delle donne, in una calma che si sarebbe potuta dire cinismo; una calma da paragonarsi a quella d'una tigre in riposo, pronta a balzare al primo svegliarsi d'un istinto di sangue. Sotto alla pioggia di luce del lampadario che gettava i raggi delle sue fiammelle su quelle forme da etaira greca, le carni sode, leggermente abbrunate della sirena avevano dei riflessi, che quasi direi metallici, pieni d'incanto inesplicabile. Vestita d'un color di fiamma viva, ella spiccava sulla doratura monotona di tutto il teatro, come una nota acuta in un canto grave e solenne. Era, per dir così, una piacevole disarmonia. L'acconciatura di lei appariva come il portato d'un'arte selvaggia, istintiva, ma tanto più efficace; ed aveva intanto il merito rarissimo di uscir fuori dello stampo comune. Possibile che non piacesse, ma impossibile che su di lei non si fermasse l'attenzione di chicchessia.

Ilmedichinoche seguendo la direzione dei cannocchiali della platea scoprì ancor egli la bizzarra, brillante figura di quella donna, la quale sporgeva fuori del parapetto il suo busto audacemente scollacciato, fece un moto di contentezza e schiuse le labbra ad un sorriso. Aveva riconosciuto laLeggera.

Ella vide pure Gian-Luigi in platea; i loro due cannocchiali s'incontrarono e si scambiarono un saluto da intimi amici ed un segno d'intelligenza. LaLeggerafece un cenno che invitava a salire da lei ilmedichino, e questi rispose con un leggero atto di acconsentimento.

Ora la contessa, quantunque guardasse in apparenza in tutt'altra parte, per uno di quei meravigliosi sguardi delle donne che vedono ciò appunto a cui non volgono gli occhi, la contessa si accorse di questo scambio di segni e ne sentì una penosa puntura al cuore. I suoi sospetti intorno alle relazioni fra Luigi e quella donna non erano punto svaniti; ed ecco quei semplici cenni, ad un tratto confermarglieli ed afforzarglieli. Un dubbio crudele subitamente l'assalse; non era per lei che Luigi era venuto al teatro; era per quella donna ch'essa sentiva fatale al suo destino. Vide tosto dopo Luigi partirsi dalla platea, e pochi minuti di poi laLeggerarivolgersi all'interno del suo palchetto, dare un saluto e una stretta di mano a qualcuno, e rimanere colle spalle voltate al pubblico per confabulare vivamente con chi era entrato e stava indietro nella loggia affine di non esser visto. Candida non dubitò punto che Luigi trovavasi colà. Senza comprenderne il perchè i visitatori della contessa s'accorsero che l'umore di lei diventava più bizzarro e più forzata la sua falsa allegria.

— Che? Tu qui! Disse Gian-Luigi, entrando nel palchetto dellaLeggera. E non s'avvisa nemmanco la gente, di guisa che se un azzardo non mi avesse menato in teatro io non ne avrei saputo nulla!

LaLeggeraguardò il giovane bene in faccia con que' suoi occhi color di mare.

— Ebbene? E con ciò?

— Con ciò voglio dire che se avessi avuto bisogno di vederti non avrei saputo dove prenderti.

— Il bisogno di vedermi, tu ce l'hai quando io ho da esserti utile a qualche cosa.

Ilmedichinoprese la mano inguantata della donna e la strinse, mentre i suoi occhi mandavano sulle giovanili, seducenti attrattive di lei l'omaggio di accesi desiderii.

— Oibò! oibò! Diss'egli in tono di galanteria. Possibile che mi giudichi così male! Ho bisogno di vederti quando mi occorre ricrearmi l'animo nell'amor tuo.

LaLeggerascosse l'abbondante sua fulva capelliera.

— Ah! ti conosco, bel mobile: soggiunse. Amore tu per una donna? Eh via! Cerchi in noi povere creature uno spasso od uno stromento, a seconda, ma del resto....

Con una crollatina di spalle espresse, meglio che non avrebbe fatto colle parole, la fine della sua frase.

— Ah Zoe! Tu fai le parti alla rovescia e attribuisci a me colle donne ciò che tu usi fare degli uomini.

I loro occhi s'incontrarono, e sorrisero in quella ambedue come riconoscendosi e confessandosi pari.

— Lasciamola lì: rispose Zoe, aggiustandosi al seno proeminente l'orlo della veste scollacciata. Forse gli è appunto perchè sei tale che mi piaci.... Imperocchè, brutto mostro che sei, tu mi piaci.

Gian-Luigi s'inchinò con quel suo sorriso ironico, superbo e pur leggiadro.

— Ho lasciato detto a casa, continuò la donna, che se tu ci venivi, ti avvisassero che io era qui.

Ilmedichinofece un cenno col capo come per indicare che ciò era bene e ne andava soddisfatto; poi domandò, quasi passando ad altro ordine di idee:

— Da chi ti sei fatto offrire questo palchetto?

— Da San Luca.

— L'hai nelle branche?

Zoe scosse leggermente le spalle con atto che diceva: — Ne farei quel che voglio.

— Benissimo. È ricco, vanaglorioso, superbo ed imbecille. È fatto apposta....

— Per che cosa? Domandò come risentita laLeggera.

— Per quello che ne vuoi far tu: rispose freddamente Gian-Luigi.

Ella fece il suo solito moto di spalle e guardò in platea.

— Quell'animale piumato, te lo raccomando anzi specialmente. Non lo posso soffrire. Osa aver certe arie con me che meritano una lezione; e siccome avrei bisogno di mettere un centimetro di lama od una mezz'oncia di piombo nel corpo di qualcheduno, sono lì esitante nella scelta del mio piastrone o del mio bersaglio fra il conte di San Luca e il marchesino di Baldissero meno vuoto di cervello, e superbo del pari.

LaLeggerasi volse vivamente verso il suo compagno.

— No, il marchesino. È un bel giocattolo; una scatola magica inesauribile di confetti....

— Vuoi dire dimarenghi?

— Perchè guastarla?

— Tu mi decidi... Veramente avrei quasi preferito il marchesino, perchè ne avrei ottenuto una maggiore importanza del fatto. Dopo uno scontro avvenuto il più cavallerescamente possibile, in cui avrei dimostrato chiaro come quel lampadario che ho risparmiata la vita di quel nobile discendente di sì illustre stirpe; dopo uno scontro simile il marchesino sarebbe diventato mio amico e la sua famiglia mia protettrice obbligata; ma bah! anche San Luca appartiene a quell'aristocrazia che sta tutta unita come una congrega od una consorteria, e nella famiglia Baldissero d'altronde troverò altro modo meno tragico di introdurmi in buona vista. Per non guastarti un giuocattolo a cui ci tieni, mi appiglierò a quella testa vuota di San Luca.

— Vuoi fargli molto male? Domandò la donna coll'indifferenza con cui avrebbe domandato: piove o fa bel tempo?

— Anzi poco: rispose Gian-Luigi giocherellando col suo cannocchiale. Ecco il programma. Una ferita ad un braccio, due giorni di febbre, quindici di malattia; undéjeunerda Trombetta ed amiconi per la vita.

— Sai tu perchè ho voluto venire a teatro questa sera? Disse Zoe ad un tratto, come saltando in altro discorso.

— Veramente tu non sei di quelle che non abbiano un fine riposto in tutte le azioni loro, anche le più indifferenti. Se mi ci mettessi ad osservare e studiare, forse potrei giungere a scoprire da me questa ragione: ma per ora non ho tempo ed ho altro onde occuparmi. Se vuoi ch'io sappia questa ragione, dimmela; e se non vuoi, avanzati la pena di dirmi una bugia.

— Sono venuta per vedere la tua contessa.

— Ah!

— Non l'avevo ancora vista che di sfuggita in campagna, e ci tengo a conoscere com'è fatta una donna onesta che cammina sulle nostre traccie e ci ruba gli amanti. È una bellissima figura. Tu devi farle piangere lagrime molto amare. Mi desterebbe compassione se non mi muovesse dispetto. Ah! quante stupide pur troppo ci sono che guastano il mestiere di donna!... Se non isbaglio, San Luca le faceva la corte.

— Glie la fa ancora.

— Gli è forse per codesto che vuoi bucargli la pelle?

— Se ti dicevo che avrei avuto più caro aver da fare con Baldissero!

— Ma anche questi bazzica molto intorno alla Langosco.

Gian-Luigi alzò le spalle con espressione di suprema indifferenza.

— La ragione te l'ho già fatta capire... A proposito, San Luca è già stato qui a vederti?

— Non ancora.

— E il conte di Staffarda?

— Nemmeno.

— Benissimo. Converrà che tu faccia in modo da trarli senza fallo a casa tua dopo il teatro.

— Li inviterò a cena. Ho già tutto disposto, e il tavoliere del Faraone sarà là ad aspettarli.

— Brava!

— Necessariamente anche tu vuoi essere invitato?

— Sì, ci tengo a questo favore.

— Hai bisogno di guadagnare?

— Voglio anzi perdere.... E desidero trovarmi insieme a quei due.

— Vuoi fare una scena in casa mia?

— Non isgomentarti. Sarà una scena di commedia. Se non mi riesce di trarre San Luca a pie' del muro altrove, convien bene che lo cimenti a casa tua.

Si sentì in quella una mano che si posava sulla maniglia della serratura all'uscio del palchetto.

— Viene qualcheduno: disse affrettatamente Gian-Luigi. Siamo dunque intesi. Io conto su te.

L'uscio si aprì e comparve il cranio pelato del conte Langosco di Staffarda.

Gian-Luigi si alzò, strinse la mano a Zoe, e scambiato un lieve saluto del capo col conte, uscì dalla loggia. Quando fu nel corridoio, trasse ditasca un taccuino, ne strappò un foglietto e col toccalapis vi scrisse le seguenti parole, in francese ancor esse:

«Non venite domani al convegno, non ci sarò. Se avete vergogna o fastidio di me, non io son quello che voglia impormi o farvi arrossire. Tenetevi la vostra boria e rinunciate all'amore. Io mi sento uguale a qualunque dei più superbi fra i vostri visitatori, e mi sento degno di voi. Se non lo credete non avrò la debolezza di volervene persuadere, e mi allontanerò per sempre.»

Ripiegò questo pezzetto di carta e lo pose nel taschino del panciotto. Poi discese rapidamente le scale, prese il suo pastrano al guardarobe, uscì di teatro e corse sollecito sino alla bottega del confettiere Bass. Vi comprò un'elegante scatola da dolci, e mentre la si riempiva, col pretesto di assaggiarne uno, fece cascare molto destramente in fondo ad essa la cartolina ripiegata che aveva presa fra le dita. Pagò senza ribatter parola le trenta lire che il confettiere gli domandò per prezzo, e presa la scatola tornò a corsa in teatro.

Pochi minuti dopo entrava nel palchetto di second'ordine, dove tutte due le panche erano occupate dai visitatori che si stringevano intorno alla contessa di Staffarda.

All'entrare del giovane che nella società elegante era conosciuto sotto il nome di dottor Quercia, nessuno di quanti si trovavano in quel palchetto fece il menomo cenno di saluto, e sogguardato appena chi fosse, non prestarono meglio attenzione a lui di quel che facevano al domestico quando veniva a porgere il cannocchiale incrostato di madreperla alla padrona.

Gian-Luigi non fu niente del tutto impacciato per questa accoglienza. Guardò bene l'un dopo l'altro in volto i presenti, fra cui notò non senza soddisfazione che c'erano eziandio il marchesino di Baldissero e il conte San Luca, quindi insinuandosi fra le gambe dei seduti tanto da poter porgere la mano a Candida, disse ad alta voce con accento rispettoso ma sicuro e con qualche tinta di amichevole domestichezza:

— Contessa, la saluto.

Candida fin dal primo momento che aveva visto Luigi entrare in teatro andava domandandosi s'egli si presenterebbe nella sua loggia. Il desiderio di pur vederla poteva averlo spinto a venire e il timore di scontentarla avrebbe potuto tenerlo dal recarsi a farle visita. Glie ne sarebbe stata riconoscente se così avesse fatto. Ma quando poi s'accorse che il dottore era andato nel palco dellaLeggera, ella si disse con irritazione concentrata che di certo egli non avrebbe più avuto l'audacia di introdursi nel palchetto di lei, che se mai avesse tanta temerità, non si potrebbe a meno che accoglierlo come un impudente importuno a cui si fa capire quello non esser luogo per lui.

Col meraviglioso istinto di donna innamorata, ella aveva tosto sentito all'aprirsi dell'uscio che chi entrava era egli; e una fiamma le era salita al volto, per dissimulare la quale la povera donna non aveva trovato di meglio che mettersi rapidamente il cannocchiale agli occhi e guardare con tutta attenzione un punto qualunque in platea, dove la non ci vedea nulla. Ella pensava intanto ad un tratto: non rispondere al saluto del giovane, mostrare di non accorgersi della sua presenza, oppure dirgli alcuna di quelle parole con uno di quei certi toni che servono a dare formale congedo al più audace uomo di questo mondo. Il suo cuore le palpitava penosamente e le tempia le battevano con frequenza tormentosa.

Luigi era lì, ad un passo dal suo cuor palpitante, chinato verso di lei; la voce di lui le aveva suonato all'orecchio, le stava dinanzi il guanto paglierino della mano ch'egli le aveva porto; ed ella non sapeva ancora, o meglio non sapeva più che cosa avesse da fare. Meccanicamente abbassò il cannocchiale dagli occhi, volse un quarto della faccia verso Gian-Luigi e senza punto guardarlo rispose con un'altezzosa freddezza:

— Buon giorno, dottore.

Poi si chinò verso il cavaliere che aveva seduto innanzi a sè a dirgli con molto interesse una cosa di nessuna importanza.

L'accoglimento fattogli non era tale da metter molto a suo agio ilmedichino; ma egli pur tuttavia, non apparve punto punto sconcertato. Al primo istante la sua fronte ratto si solcò di quella ruga che noi già conosciamo, ma poi tosto, per lo sforzo della sua potente volontà, si rispianò più placidamente che mai, e la sua fisionomia continuò ad essere la più serena e graziosa che si possa vedere.

— Contessa: soggiuns'egli col più soave accento della sua bella voce: ecco qui alcuni confetti di Bass che desiderano far conoscenza col corallo delle sue labbra[12].

Candida prese con mano disdegnosa la scatola che Luigi le porgeva e la lasciò cadere nella tasca che c'era nell'interno del parapetto.

— Grazie! Diss'ella asciuttamente.

Luigi si ritrasse in fondo alla loggia.

Siccome non c'era più luogo a sedersi, l'uso voleva che quello dei visitatori il quale da maggior tempo trovavasi nel palchetto partisse per lasciar posto, ma nessuno si mosse, e Luigi dovetterestare in piedi presso all'uscio, senza che alcuno gli rivolgesse la parola.

Sotto la placida espressione della sua figura, Gian-Luigi era come il leonequærens quem devoret, scorrendo cogli occhi le varie faccie dei presenti, affine di trovare sopra una di esse il pretesto per isfogare il suo interno dispetto e far pagare a qualcheduno l'inflittagli umiliazione, insistendo sopratutto nel fissare il conte San Luca, il quale, meno ancora degli altri, pareva darsi per inteso della presenza di lui.

Finalmente colui che sedeva in prospetto della contessa strinse la mano alla signora, si alzò e partissi. Un altro, ed era il turno di San Luca, passò a sedere sopra il seggio presso al parapetto rimasto vuoto; ciascuno si avanzò d'un grado verso la contessa, e Luigi potè sedersi sopra l'ultimo sgabello presso l'uscio. Si continuò a non rivolgergli la parola, e quando egli volle intromettersi nei discorsi che si tenevano, le cose ch'egli disse furono lasciate cadere come se non fossero state udite da alcuno. Ilmedichinosentiva aver bisogno di molta prudenza e dissimulava; ma frattanto cercava di far nascere qualche occasione di conflitto con San Luca, e in modo che a costui restasse tutto il torto.

Era il tempo del ballo e si applaudiva con frenesia la prima ballerina. Il conte San Luca batteva ancor esso le mani con entusiasmo cui non frenava neppure la presenza della contessa.

— Cara, carina,charmante! Esclamava egli colla sua voce mezzo blesa, biascicando gli erre. Ma guardi, contessa, quanta grazia, che precisione, cheaplomb! E come va a tempo! Le dico che è unatempistadi prim'ordine.

E per mostrare che la ballerina andava a tempo di musica, egli colla mano segnava fuor di misura la battuta sul velluto del parapetto.

— Già non ci sono che le francesi per ballare così bene. Si vede subito a primo colpo d'occhio che quella silfide lì è francese.

Gian-Luigi si sporse per far arrivare la sua voce sino al contino San Luca.

— Scusi, conte, gli disse, ma il suo colpo d'occhio ha torto. Quella furba d'una ballerina, sapendo come la scuola francese possa pretendere maggior valore nella nostra smania di non istimare che le cose forestiere, ha preso nome e linguaggio francese, ma è nata bravamente in un villaggio di Lombardia, allieva della scuola di Milano e recatasi poi a perfezionarsi nell'arte e nei costumi fra le corifee della Senna.

San Luca si volse in fretta a vedere chi fosse a contraddirlo, ma trattandosi del dottore pensò superfluo e non conveniente il pur rispondergli. Tornò a dirizzare la parola alla contessa.

— È una ragazza piena di spirito, sa contessa... Di quello spirito eziandio che si trova solamente nelle donne parigine...

— Ah davvero? Esclamò con ironia la contessa.

—Pardon!Voglio dire nelle donne di quel genere lì... Quello spirito leggiero emousseuxcome il loro vino di Sciampagna.

— Ho l'onore di ripeterle, signor conte, disse a voce più alta Gian-Luigi, ch'ella si sbaglia. Quella ragazza lì non è punto francese; lo so di sicuro. E s'ella desidera, io son pronto a fare qualunque scommessa più le piaccia a questo proposito.

San Luca continuò come se nessuno avesse parlato.

— Il barone di San Silvestro fa ogni sorta di follie per quella furbacchiona lì. Dicono che le ha offerto una rendita di due mila lire il mese se la voleva abbandonare le scene e dedicarsi interamente a far felice l'amore cinquantenne di lui. Ella ha risposto che preferiva continuare a volare in punta di piedi sulle tavole del palco scenico e mangiarne quattro di mila lire al mese ai suoi molteplici adoratori.

Gian-Luigi lasciò che il conte pigliasse fiato; e poi con voce calma, tranquilla ma ferma ed elevata da superare il bisbiglio delle conversazioni di tutto il teatro e i suoni dell'orchestra, disse:

— Ella forse non ha badato, signor conte, che le ho diretto la parola e che sono ancora in credito d'una risposta?

Il contino, così direttamente interpellato, rivolse un superbo cipiglio verso chi gli parlava.

— Che? Pronunziò egli a mezze labbra. Ella dice? Siamo così lontani, che le sue parole non arrivano fino a me.

L'intenzione di questa frase era notata con evidente affettazione nella pronuncia.

Gian-Luigi rispose colla maggior calma e colla maggiore urbanità:

— La pregherò allora di farmi conoscere qual sia la distanza alla quale sono accessibili le sue orecchie.

— Signore!... Esclamò il contino che divenne rosso come un galletto.

Candida fu sollecita ad intromettersi.

— Conte San Luca, diss'ella, mi saprebbe dire chi è quella signora vestita in azzurro, là, quasi di faccia, al terz'ordine?

San-Luca rispose alla contessa e non disse più altra parola al dottor Quercia: questi da parte sua non disserrò più le labbra.

Poco dopo, entrato un altro visitatore, fu la volta di San-Luca a dipartirsi. Passando innanzi a Gian-Luigi per dar luogo a colui che entrava e faceva ad inoltrarsi per salutar la signora, il contino dovette accostarsi almedichinoe perdisavventura gli pestò un piede. Gian-Luigi alzò la faccia verso San-Luca come aspettandone una parola di scusa, e poichè questa non veniva, egli disse forte colla medesima calma:

— Le faccio osservare, signor conte, che quella cosa cui Ella ha calpestato con sì poca destrezza è il mio piede.

San-Luca non se ne diede per inteso il meno del mondo ed uscì. Luigi soggiunse allora a voce alta che tutti potessero udir bene:

— Ho sempre creduto sinora che chi facesse come ha fatto adesso il conte di San-Luca e non si scusasse commettesse atto da villano.

Il contino certo udì queste parole, perchè l'uscio si riaprì di nuovo a metà, come s'egli volesse rientrare; ma poi, cambiato avviso, continuò il suo cammino.

Luigi non parlò più. Aspettò con santa pazienza che il suo turno venisse di andarsi a sedere in prospetto alla contessa, e quando esso fu arrivato invece di passare sul seggio che gli competeva, porse la mano alla signora e ne tolse commiato.

Candida gli diede la punta delle sue dita.

— Ah! esclamò egli, come ricordandosi subitamente di qualche cosa. Debbo ancora dare una risposta a quanto ella mi fece l'onore di domandarmi ieri.

E chinatosi verso di lei, le disse sollecito sotto voce:

— Nella scatola c'è un biglietto; bisogna assolutamente che lo leggiate.

Poscia abbandonò il palchetto così calmo, sicuro e indifferente in apparenza come quando era entrato.

Al fondo delle scale dei palchi, in quel piccolo atrio che mette in platea, ilmedichinotrovò il conte San-Luca che discorreva vivamente col marito di Candida; e s'avanzò verso di loro colla maggiore agiatezza del mondo.

San-Luca si tirò su della persona con mossa piena di superba minaccia, e guardando disdegnosamente Gian-Luigi, gli disse:

— Giusto lei che si aspettava. Ella ha bisogno d'imparare come si tratta con i pari miei ed io avrò la compiacenza di mostrarglielo. Il mio amico, il conte di Staffarda, ha ben voluto farmi il favore d'incaricarsi di dirgliene il modo.

Gian-Luigi s'inchinò con aria leggermente ironica.

— Ne godo, rispos'egli. Così imparerò quella giusta distanza a cui ho fatto allusione poc'anzi nella loggia della contessa.

Il contino represse un atto di dispetto, strinse la mano a Langosco, fece un cenno di saluto col capo al suo avversario e partì.

Ilmedichinoed il marito di Candida rimasero fronte a fronte, e si guardarono per un poco ambedue negli occhi. Il conte si ricordava del contegno tenuto la sera innanzi da quel giovane e non dubitava del suo coraggio; Luigi che diffatti non temeva nulla, divisava d'essere modesto e temperato pur tuttavia, per guadagnarsi i suffragi dello stesso padrino del suo avversario.

Cominciò a parlare il giovane:

— Duolmi, assai che il conte di San-Luca mi abbia prevenuto in due maniere; prima inviando a chieder da me quelle spiegazioni che io era in diritto e nella precisa intenzione di chiedere a lui; secondo incaricando di ciò colui appunto, al quale io aveva in animo di rivolgermi per domandare consiglio e il suo potente sostegno.

— Me? disse il conte tutto stupito, mettendosi una mano sul petto. Era suo proposito di richiedermi di farle da padrino?

Gian-Luigi s'inchinò.

— Non la avrei pregata subito d'essermi padrino, perchè codesto suppone già il duello come necessario, ed io mi sarei lusingato che coll'intervento della S. V. il contino di San-Luca avrebbe inteso ragione, ed uno scontro si sarebbe potuto evitare.

— Oh oh! Esclamò il conte. Avrebbe forse più caro d'evitarlo?

— Signor sì: rispose fermamente Luigi pur con evidentissima audacia nello sguardo: perchè se molto è l'onore per me nel cimentarmi col signor conte, credo poi che la cosa in fondo non valga la spesa di mettere a repentaglio la vita di due uomini, di cui uno d'illustre prosapia e l'altro non voglioso affè di tirar giù così presto il telone sulla commedia della sua vita.

— Di modo che: disse lentamente il conte di Staffarda, serrando le ciglia per gettare uno sguardo acuto ed incisivo sul giovane che gli stava dinanzi; di modo che lei rifiuterebbe uno scontro...

— Non dico questo: interruppe vivamente Gian-Luigi. Dico che se a me, come si doveva, fosse stata lasciata l'iniziativa in questo affare — imperocchè io sono l'offeso dai diportamenti del signor conte — io avrei mandato non a recare un cartello di sfida, ma a domandare a chi mancò di creanza verso di me le opportune spiegazioni...

— Il conte di San-Luca non dà spiegazioni di fatta alcuna: disse asciuttamente Langosco.

— Ha torto; ribattè pacato ilmedichino. Perchè quando si oltraggia qualcheduno senza ragione, si deve dichiarare che la cosa è successa involontariamente, o si confessa che si è un prepotente...

— La prego di risparmiarmi i suoi apprezzamenti. Noi siamo qui ora per altra bisogna. Accetta ella una disfida?

— Non la rifiuto e non l'accetto. Dico che c'è campo da trattare.

— Noi non trattiamo. Se non vuole una disfida, è ella disposta a fare le sue scuse al conte di San-Luca?

Un vivo rossore corse al volto delmedichino; pure si contenne calmo e diede lentamente la risposta.

— Farei queste scuse, quando fossi persuaso che il torto è dalla mia parte; ma siccome invece è chiaro che tutto il torto è da parte di colui ch'ella rappresenta, non posso far io una cosa che a lui in verità toccherebbe di fare. Permetta, signor conte, che io le parli colla franchezza cui mi pare che la non breve consuetudine facciano lecita al suo compagno di caccia e di sollazzi: un duello io non lo desidero, perchè ho l'onore di assicurarle che in un duello io sarei vincitore, e l'aver ferito o peggio, il conte di San-Luca è un troppo pericoloso onore per me. Quindi io sarò disposto a finir la contesa pacificamente affatto.... ma ad una condizione: che non mi si domandi nulla che altri non farebbe, che ella stessa, signor conte, non vorrebbe fare...

— Eh! io non farei nemmanco tante chiacchere: disse con impazienza il conte Amedeo.

Gian-Luigi prese subitamente un aspetto più superbo e più fiero di quello del suo interlocutore.

— Non facciamone più. I padrini del conte di San-Luca sono Ella e?....

— Il marchesino di Baldissero.

— Va benissimo. Li metterò tosto in rapporto coi miei...... To' per farla più presto, potranno trovarsi tutti quanti dopo lo spettacolo in casa laLeggera. In due parole tutto sarà combinato per domattina e a noi medesimi comunicati i presi accordi. Sta bene così?

— Sta bene: rispose il conte.

Si salutarono gravemente e si separarono, questo ultimo per salire nel palchetto di sua moglie, ilmedichinoper entrare in platea. Qui, trovati due ufficiali suoi conoscenti, li informò di tutto, ottenne che gli servissero da secondi, diede loro per mandato di scegliere la pistola, poichè a lui come a sfidato si apparteneva la scelta dell'arma, e finito il teatro li condusse con sè nella suntuosa abitazione dellaLeggera, che faceva risplendere alla luce di centinaia di lumi la sfarzosa farragine dei suoi arredi di prezzo e dei suoi mobili di lusso.


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