Chapter 19

«Neanche dopo morto, il povero, crepato all'ospedale, non è tranquillo.«Nella giornata furono portati via il materasso e il pagliericcio di quel letto, ma due giorni dopo tutto era rimesso a posto, e un altro infermo dolorava a quel medesimo luogo.«Quando ebbi visto giungere, sostenuto a braccio da un infermiere, un altro povero diavolo coi segni della miseria ancor esso negli abiti e nelle sembianze e venir condotto a quel letto ed esser fatto in esso coricare, un nuovo assalto d'amarezza mi prese. Pensai con ispavento che in quel letto eziandio dove avevan posto me, poco tempo prima, il giorno innanzi fors'anco, poteva esser morto un altro infelice, ed io era venuto a prenderne il posto, come questo nuovo sopraggiunto si sdraiava lì dove era spirato il suo predecessore.«Per allora questi pensieri non facevano capo a nulla di preciso, ma più tardi, quando anche più maturata la mia mente, tornandovi su ne' miei fantasticari, si conchiusero in alcune opinioni che forse sono paradossastiche, ma che a me pare contengano la verità — se non quella dell'oggi — quella che condurrà seco il progresso di domani.«La carità sociale ha già fatto molto creando quegli ospizi in cui si raccolgono a curare gratuitamente i poveri caduti infermi; ha fatto moltissimo, se si paragona codesto a quel tempo di barbarie, in cui si lasciavano morire nei loro miserissimi tuguri senza od appena con qualche stentato e inefficace soccorso. Gli è certo sotto l'ispirazione d'un progresso che la società si disse: «quegl'infelici di proletari che mancano di tutto alle case loro, come vi potranno ricevere assistenza appena discreta nelle loro malattie? Raccogliamoli tutti insieme in luoghi appositi, dove con minori mezzi appunto, per la forza maravigliosa dell'associazione, potrà ciascuno dei ricoverati avere tutto o quasi tutto quello che loro può occorrere.»«Ma non si era tenuto conto a tutta prima di questo fatto, che se la mancanza di mezzi materiali è cosa essenzialmente sventurata pur troppo nella cura dei malati, di uguale forse o di poco minore importanza è altresì il difetto dell'amorevolezza nell'assistenza, di quella soave temperie che crea intorno l'animo del sofferente il vedersi circondato da un vero interesse e da un caldo affetto. Ciò fu ben sentito più tardi da quell'anima celeste che fu S. Vincenzo di Paola, il quale istituì l'ammirabile ordine monastico delleSuore di Carità; ma per quanto queste sieno pietose e zelanti e superiori ad ogni elogio (come niuno può negare che sieno in generale), è tuttavia pur sempre ben diversa cosa l'interessamento d'una persona estranea, la quale ancora, se dall'abitudine acquista una certa pratica del servizio degl'infermi, ha insieme da quest'abitudine medesima, o smussata d'alquanto la sensibilità o quanto meno di certo non pari e non capace di rivaleggiare con quella dei congiunti dell'infermo — madre, moglie, figliuola, sorella.«A codesto si ha da aggiungere tutto il resto di malessere e di inconvenienti che risultano dall'agglomerazione nello stesso luogo, nella stessa stanza di più malati, dei quali il soffrire dell'uno va ad aumentare e rincrudire il soffrire dell'altro, e il servizio di questo è un incomodo, un turbamento, un danno anche parecchie volte, alle condizioni di quello.«I pregiudizi del popolo, anche i più falsi e perniciosi, hanno quasi sempre un fondamento in alcuna realtà che viene pur troppo esagerata: consulta tutta la povera gente in proposito, e fra quei miseri, che pure non hanno modo alcuno da questo in fuori di aver soccorso, troverai pochi, per non dire nessuno, che non senta una viva ripugnanza a farsi ricoverare negli ospedali. Senza ragionarvi sopra, senza avere fors'anche un'idea precisa della causa di questa ripugnanza, ciascuno di essi sente che molto lascia a desiderare in quel modo di soccorsi la carità pubblica; ed accrescendo colla mobile e impressionabile fantasia i mali di quel sistema, per lo più non si acconsente a recarsi allo spedale che quando la necessità lo comanda loro in guisa assoluta, e per molti già con soverchio ritardo pur troppo.«Io credo che un nuovo progresso sarà quello in cui il malato non venga più tolto dalla sua famiglia, ma nel seno di questa al medesimo vengano apprestati tutti quei soccorsi e d'assistenza, per mezzo delle stesseSuore di Caritàper esempio, e di medici e di farmaci, per goder dei quali ora lo si costringe a recarsi negli appositi ospizi, e che in questi non saranno ricoverati altri più che quelli i quali o non hanno famiglia di sorta, od anche avendola consentono volonterosi a staccarsene per riparare all'ospedale.«Codesta quistione sta legata con quell'altra non irrilevante essa pure degli alloggi della povera gente; ma se io entrassi a parlare di ciò la tirerei troppo in lungo. Forse verrà tempo in cui avrò da parlartene di proposito.... Ora perdonami la digressione e ritorno al mio racconto.«Ero pressochè guarito, quando fra le molteDon Venanzio venne a vedermi una volta. Mi disse che si preoccupava del mio avvenire, che era tempo oramai di pensarci e mi domandò se avessi qualche idea, qualche progetto in proposito. Gli confessai che non avevo su codesto nè anche un principio di decisione: che bene mi era balenato il pensiero e il desiderio di tornarmene alla dimora ed alla vita del villaggio, ma che non avevo tardato ad accorgermi ciò essere impossibile; che cosa sarei andato ancora a far colà peggio disprezzato di prima, e forse in sospetto ancora dei più? Alquanto mi allettava pure il soggiorno nella popolosa città, dove avrei trovato forse di meglio impiego alla mia attività. Se io fossi stato padrone del mio destino, forse non sarei venuto in questo viavai agitato e pericoloso, comecchè il segreto desiderio mi vi spingesse, ma poichè era il caso che mi ci aveva a forza trascinato, pensavo rimanerci. In che modo e con quali opere non sapevo ancora, ma speravo trovare occasione e compenso a lavorare, come ne avevo volontà.«Don Venanzio, prima di rispondermi, stette un poco a pensarci su; poscia mi disse che non avevo affatto il torto, e che una parte di quelle cose che gli avevo espresse, aveva pensato ancor egli. Suo primo proposito, a mio riguardo, era stato quello, appena vistomi dotato d'una certa intelligenza, di allevarmi al sacerdozio; vestito della rispettata cotta pretesca, mi avrebb'egli ottenuto d'esser maestro al suo villaggio, diventato anche mio. La mia qualità di trovatello sarebbe così stata riscattata agli occhi dei contadini dalla dignità dell'abito sacerdotale, e i padri di famiglia non avrebbero avuto scrupolo nè ripugnanza più ad affidarmi i loro figliuoli da educare, cosa che forse e senza forse sarebbe accaduta conservando io le vesti da secolare. A vedermi insignito degli ordini sacri, aveva egli rinunciato già da un poco, e non senza pena, me lo confessava, quando ebbe visto in me cedere sventuratamente, coll'aumentar dell'istruzione, la fede. Ora nè a vestir io la cotta talare, nè a farmi maestro del villaggio, nè pel momento a tornar neppure in quest'ultimo non era da pensarsi più. Dopo quanto era intravvenuto, quella popolazione rurale mi avrebbe peggio riguardato di prima, e mettermi ad educare la prole di essa era impossibile impresa anzi tutto, e tale ancora di poi, cui egli nemmanco non avrebbe più voluto affidarmi, perocchè fosse sua ferma persuasione, il maestro dell'infanzia dovere agli allievi, coi primi rudimenti del sapere, istillare quella preziosa e doverosa cosa che io non aveva più, il tesoro delle credenze religiose ortodosse; creder egli quindi necessario cercassi qualche modo di ricavarmela a Torino stessa dove mi trovavo. Io abbisognava d'un impiego dove avessi potuto guadagnar subito, imperocchè non avessi modo alcuno di sparagni nè d'altro da sostentarmi, e la cosa era difficile assai a trovare, perchè, sapendo pur io molte cose in paragone del mio stato, in sostanza poi, che cosa per allora ero buono a fare? Ma egli aveva conoscenza con certe famiglie ricche e potenti, fra cui principale quella all'intromissione del cui capo io andava debitore della mia liberazione dal carcere; avrebbe parlato a questo ed a quest'altro ed avrebbe senza fallo trovato ad allogarmi o qua o colà per fare qualche servizio che mi potesse convenire e che mi guadagnasse onestamente il pane.«Lo ringraziai con effusione, e ci lasciammo con questo fermato proposito. Si trattava insomma di entrare a far da servo in qualche famiglia signorile. La cosa a tutta prima mi tornò la meglio conveniente che mi si parasse dinanzi. Non ero io servitore poc'anzi di Menico e di Giovanna? Ma essi mi avevano preso fanciullo, mi avevano allevato, ero come cosa loro; entrare non conosciuto in una famiglia ignota per sottostare alle volontà di chi sa chi, più ci pensavo e vieppiù mi appariva di poi cosa diversa. Mi ricordai ad un tratto del bottone di livrea che tenevo sempre meco del pari che il rosario, come cosa preziosissima. Questi oggetti mi erano stati tolti all'entrare nel carcere, ma me n'era stata fatta la restituzione all'uscire di colà, ed ora all'ospedale, appena tornato in me, li avevo ridomandati e li tenevo sotto il guanciale ove posavo la testa. Trassi fuori quel bottone e lo stetti contemplando per un poco. Era forse un indizio della condizione a cui apparteneva mio padre. Ancor egli probabilmente aveva servito; nulla era più naturale che il figliuolo altresì mangiasse di quel pane. Eppure, a seconda che mi ingolfavo in questi pensieri, mi nasceva in cuore e si faceva sempre più viva una ripugnanza contro siffatta condizione, la quale mi pareva un umiliarsi, cui finivo per apprezzare come una vergogna alla mia personalità. Guardando quel bottone vedevo il soprabito a cui doveva essere attaccato, e vedevo me vestito del medesimo ai cenni d'un padrone capriccioso. A codesto doveva far capo quella intelligenza che sentivo in me? Nient'altro di meglio dovevano conseguire il tumulto de' miei pensieri, le mie audaci aspirazioni, quello che avevo imparato e la capacità, onde avevo coscienza, di imparare assai più?«Ad un tratto una subita idea mi assalse. Qui a Torino era Gian-Luigi; perchè non sarei ricorso a lui? La memoria dell'infanzia passata insieme, la promessa ch'egli stesso mi aveva fatta di ciò, lo avrebbero sicuro spinto a darsi alcuna briga per me. Non avevo bisogno di cercar molto affine di rintracciarlo, perchè in quell'ospedale ov'egli veniva — quantunque frequenti fossero le mancanze — avrebbero saputo dirmi di certo dove loavrei potuto rinvenire. Mi parve quella la più felice ispirazione che fosse, e me ne sentii tutto lieto e quasi sollevato dell'animo.«Ed ecco, quasi che la fortuna mi volesse in codesto assecondar proprio del tutto, ecco che io non aveva nemmanco finito di pensare ciò, quando vidi spuntare nel camerone la brigata degli studenti di medicina per la solita visita, col professore in capo, e nella schiera, aitante e sempre più per distinzione sopra ogni altro notevole, Gian-Luigi medesimo.«Quando i visitatori furono al mio letto, siccome ero già in piena convalescenza, non si fermarono neppure; passandomi innanzi il medico volse verso me la testa e mi domandò:«— La va sempre bene, giovinotto?«E siccome io risposi di sì, continuò il suo cammino senz'altro.«Gian-Luigi passava ancor egli, senza badare a me più questa che le altre volte. Io radunai tutto il mio coraggio, e lo chiamai per nome ad alta voce, ma un pochino tremante. Egli si riscosse, mi guardò fiso e mi riconobbe: parve un po' conturbato, o per dir meglio contrariato; esitò un istante e credetti fosse per tirar diritto cogli altri senza darmi punto retta; siccome assolutamente mi premeva il parlargli, benchè sentissi più tremante ancora farsi la mia voce, imperocchè il cuore mi battesse concitato, mi apprestavo a ripeter l'appello, quand'egli, come accortosi di quella mia intenzione, sembrò ravvisarsi e venne a me sollecitamente.«— Sei tu? mi disse affrettato senza lasciarmi aprir bocca. Ed io non t'ho mai visto, o per dir meglio non riconosciuto? In fede mia non mi sarei mai più aspettato di trovarti qui.«Nella sua premura, nell'accento delle sue parole non sentii caldezza nessuna d'affetto od interesse di sorta; ma piuttosto la fretta di sbrigarsi da colloquio che non molto gli andasse a grado, l'impazienza di trarsi fuori da cosa che lo contrariasse.«Gli dissi del gran bisogno che avevo di parlargli.«— Va bene: mi rispose interrompendomi; ma adesso no; adesso non posso. Bisogna ch'io segua la visita. Continuo i miei studi da medico, ed è perciò che tu mi vedi qui. Tornerò per udirti e parlarti in ora più opportuna, quando lo potremo con più comodo. A rivederci.«Non mi strinse neanche la mano e mi lasciò per raggiungere in fretta i compagni.«Quel suo contegno mi diede una tristezza che potrei chiamare un dolore. Ricordai la freddezza dell'addio nella sua partenza, e mi dissi che questo accoglimento nel rivedermi era peggio ancora scevro d'ogni affezione. Entro il suo cuore io dunque non ci aveva proprio più posto, e non sapevo capirne il perchè. Ero troppo inavvezzo ancora per indovinare che in presenza de' suoi attuali compagni, egli — il mio compagno d'infanzia, un trovatello al pari di me — si vergognasse di conoscere un cencioso villanello malato all'ospedale.«Egli però mantenne la sua parola e quel giorno stesso venne a vedermi da solo. Il suo contegno fu tutt'altro da quello della mattina. Mi serrò con effusione tuttedue le mani, mi prese fra le sue braccia e mi strinse al suo seno, baciandomi e ribaciandomi; sedette presso il mio letto, e tenendo fra le sue mani la mia destra ascoltò con viva attenzione il racconto dei fatti miei.«Innanzi a quei suoi modi gentilmente affettuosi tutta quell'amarezza che era nata in me contro di lui pel trattamento usatomi quel mattino medesimo si dileguò ratto come la prima neve sottile ai raggi caldi d'un bel sole. Mi sentii l'animo riconfortato; e la irresistibile seduzione che quel giovane esercita sopra ognuno quando voglia, riprese tutto il suo impero su me.«Egli mostrò caldamente interessarsi ai miei casi cui compatì, si mostrò spiacente assai di ciò sopratutto che io fossi stato in prigione, e vivamente disse e ripetè insistendo che anzi ogni cosa io aveva da mettere tutte le mie cure nel nascondere ad ognuno e sempre questa circostanza. Le sue parole a tal proposito mi ricordarono quelle di Graffigna.«— Il carcere, vedi, così mi diss'egli, nella nostra stupida società che vive di pregiudizi e di pecorili usanze, imprime a chi lo subisce una specie di marchio indelebile che lo addita al sospetto ed alla disistima di tutti — specialmente degli sciocchi che sono l'immenso maggior numero — e ciò qualunque sia la causa, fosse pure un errore, per cui questo carcere fu subìto. Codesto di certo non accade con me. Prima di tutto io ti conosco per bene; e poi sono superiore al volgo d'ogni fatta — anche a quello che calza guanti e va in carrozza, il quale in molte cose è più crassamente volgo dell'altro. Ma faremo bene in modo che niuno abbia mai da saperne un'acca. Per presentarsi nel mondo bisogna avere un nome ed una famiglia ed un passato che si possa raccontare francamente a tutti. Nè tu, nè io non abbiamo nulla di codesto; ebbene faremo per te ciò che ho già fatto per mio uso; ti fabbricheremo un passato, una famiglia ed un nome. Dimmi frattanto se tu hai qualche progetto sul tuo avvenire.«Gli contai ciò che s'era detto e deciso fra Don Venanzio e me, e gli confessai la mia ripugnanza ad acconciarmi come servo. Gian-Luigi crollò il capo e levò le spalle.«— Quel Don Venanzio è il miglior prete delmondo, diss'egli, ma il più disadatto ad immischiarsi in queste cose. Eppoi ti ho detto che bisognava fabbricarsi un passato acconcio, ed il vecchio parroco è la realtà vivente del passato che occorre nascondere. M'incarico io del tuo avvenire; ho già in vista quello che fa per te; manda a spasso il parroco e lasciami fare.«Mi affidai tutto in esso, e promisi avrei fatto a suo modo. Quindi lo richiesi di lui, della sua vita e delle sue condizioni.«Egli mi rispose con una leggerezza spensierata e piena di allegro brio:«— Io? Sono niente ancora, ma tendo le fila per diventare..... che cosa? Non so bene, ma pur tale che conti..... Vivo tuttavia sulla somma pagatami dagli eredi del mio protettore. Il giuoco, in cui la fortuna mi seconda, accresce i miei proventi ed allunga la vita a quel capitale che faccio correre al gran trotto a tiro a quattro sullo stradone delle spese e del lusso, lasciandone un lembo ad ogni segnacolo della via. È una vita turbinosa che inebria. Prima che quel capitale sia finito, qualche cosa avrò trovato. Seguito gli studii di medicinapro forma; e poi perchè la fisiologia, oltre all'essere curiosissima scienza, mi può diventar utile; ma intanto studio più profondamente il mondo e la società, questo gran libro in cui tutto è scritto e in pochi sanno leggere, questo malato cui la cancrena travaglia e il medico da saperlo curare non è ancora nato. Tu studierai meco; e ci aiuteremo a vicenda. La tua potenza d'osservazione e la mia nativa acutezza di scetticismo diffidente sono fatte apposta. Comincieremo per mettere a nudo questo mondo mascherato e imbellettato; lo sviscereremo come fa l'oste che aggiusta un pollo per farlo arrostire; poi lo domineremo. L'anatomia d'un cadavere è cosa interessantissima: è tale a mille doppi quella d'un organismo vivo, quella d'una personalità immensa quale si è la società umana. Siamo dunque intesi. Di quest'oggi stesso mi occuperò de' fatti tuoi, e non tarderò molto a venirtene a dire i buoni risultamenti. Addio.«Si partì così, lasciandomi nel cuore un poco di quella vivacità, di quelle speranze, di quell'ambizione fors'anco che davano al suo carattere ed ai suoi modi animazione cotanta; e con ansia stetti aspettando il suo ritorno.«Non tardò infatti gran tempo. Il domani stesso, non essendosi lasciato vedere alla visita, venne da me all'ora stessa in cui avevamo avuto il colloquio che t'ho detto, e mi apparve tutto raggiante.«— È cosa fatta, mi diss'egli senza indugio, sedendosi presso il mio letto. Tu sei bello ed allogato. Lo stipendio non è dei più grassi: sessanta lire al mese, alloggio, tavola, bucato..... e qualche incerto guadagno che vedrai venire fuori e di cui imparerai ad approfittarti. Non è uno stipendio da ministro, ma per cominciare!..... I grassi stipendii verranno poi. Hai tu mai sentito a nominare il sig. Nariccia?... No? — È giusto. Laggiù nel villaggio nessuno lo conosce. Ma qui in Torino è cosa diversa. Ei tiene mezza la città nei suoi artigli — artigli è il vero termine — e tutta la gente lo conosce e nutre per lui un'osservanza!.... l'osservanza che si merita un Rotschild acconciato alle proporzioni del nostro paese! Questo personaggio, in apparenza umile, vestito come un vecchio usciere, maneggia i milioni come tu non hai potuto ancora fare coi centesimi. Ha denari da tutte parti. La banca Bancone lavora a suo conto; tutti gl'impresari di lavori pubblici vanno avanti co' suoi capitali; è il segreto padrone di tutti i pubblicani delle gabelle. Ti ricordi del bastone di Bruto? Una verga d'oro in una corteccia di ramo di sambuco. Questo è un milionario nei panni d'un usuraio. Ma un usuraio che sa fare ammodo; di quanti pela, nessuno ha gettato ancora mai un grido che lo compromettesse. Io l'ho conosciuto per azzardo, e ne ho coltivata la conoscenza per progetto. Ho acquistato presso di lui una domestichezza cui non accorda a chicchessia. C'è molto da imparare praticandolo, e mi sono fatto promessa solenne che avrei imparato tutto e per bene. Ha bisogno d'un cotale che gli scriva le sue lettere senza errori di grammatica e con buona ortografia, e che gli rediga con sintassi i discorsi che ha da pronunziare nelle congregazioni religiose e di carità di cui è membro zelantissimo e nelle società commerciali in cui abbindola pulitamente soci ed azionisti. Aveva offerto a me questo impiego: ma io sono già troppo innanzi negli occhi del mondo per accettarlo. Tu cominci appena, ed è questo il miglior principio e più vantaggioso economicamente che ti si possa presentare. Mi sono fatto dar parola che avrebbe accolto il mio raccomandato. Inventeremo una storiella apposita che ti intrometta colla più naturale verosimiglianza. Ponendo il piede sulla soglia di quella casa, tu entrerai nella strada che mena alla ricchezza. Mi dirai un bel giorno che mi devi la tua fortuna. Guarisci adunque sollecitamente perchè io possa presentarti a messer Nariccia. Le cose più presto si fanno e meglio è per ogni verso.«La proposizione di Gian-Luigi, a dire schiettamente il vero, non mi lasciava del tutto soddisfatto; c'era anzi qualche segreta cosa che me ne allontanava; ma la foga delle parole e la sicurezza di Gian-Luigi mi stordivano quasi, e non mi permettevano il coraggio di pur manifestare quella specie di mia malavoglia. Accettai e ringraziai. Se non altro avevo un pane assicurato ed avevo i piedi fitti in questa folla agitata della capitale che mi attirava e spaventava nello stesso tempo.«Gian-Luigi mi aveva lasciato da pochi minuti, quando mi si presentò sollecita la faccia ilare e improntata di tanta benevolenza di Don Venanzio.«— Il Signore ci ha aiutati: cominciò senz'altro il buon prete, tutto giulivo: ti ho trovato il miglior posto che si potesse desiderare. Ho parlato di te al marchese di Baldissero medesimo, e quel generoso ha consentito a prenderti seco egli stesso e provarti per sapere quale ufficio ti possa competere e debba quindi assegnarti. Gli ho detto tutto di te; non hai perciò nulla da nascondergli, nulla da dissimulare; come nulla del pari verrà più a farti ricordare le traversie passate. Il marchese sa che il labbro di questo vecchio servo di Dio non si è macchiato mai d'una menzogna, ed affermandogli io la tua innocenza, egli crede ad essa come ad una verità di cui avesse la prova: per la medesima ragione crede al tuo ingegno ed alla tua istruzione. Volentieri egli si presta per salvare dalla miseria e da ogni pericolo di male una creatura di Dio, i cui mezzi non comuni furono forse dalla Provvidenza concessi ad ottenere un gran bene. Se vi è uomo che possa coll'esempio, coll'autorità, cogli ammaestramenti indirizzare un'anima umana sulla buona strada, ispirarle i più sani principii e le più maschie e cristiane virtù; se v'è uomo che meriti rispetto, quello è il marchese. Tu, ne son certo, benedirai la benignità della Provvidenza, e me che fui di essa stromento, per averne ottenuto un tanto favore.«Io rimasi imbarazzatissimo e non seppi di botto che cosa dire. Se il parroco fosse venuto a propormi d'entrar precisamente da domestico, avrei avuto il coraggio di manifestargli senza esitazione la mia ripugnanza e il mio rifiuto; ma ora le parole di lui mi adombravano una condizione ben diversa da quella che io aveva supposta, e in tal caso, posto in bilancia la fiducia che si meritava la prudenza affettuosa del buon vecchio e quella che l'avventatezza egoistica di Gian-Luigi, le qualità di gentiluomo presso cui voleva allogarmi Don Venanzio e quelle del trafficatore di denaro, al quale aveva promesso l'opera mia il giovane mio amico, non c'era da esitare un momentino nella scelta, anche per la mia inesperienza d'allora. Oltre ciò al marchese di Baldissero non doveva io già una certa riconoscenza per essere egli stato l'autore della mia sollecita liberazione? Quindi se alcun valore era in me, non mi toccava forse l'obbligo di questo impiegare in servizio di lui piuttosto che d'altri? Di più, senza che io me ne sapessi spiegare la cagione menomamente, il nome solo di quella famiglia — di Baldissero — fin dalla prima volta che io l'aveva udito, forse perchè il capo di essa m'era apparso come un genio tutelare che mi avesse protetto, m'aveva ispirato un certo non so che d'indefinito che era simpatia, che era reverenza, un misto confuso di sentimenti il cui effetto era di farmi sembrare che a quella famiglia io non fossi affatto affatto estraneo, che alcun legame segreto mi vi avvincesse, non so come; onde alle parole di Don Venanzio fortissimo di colpo mi si era destato il desiderio di entrare in essa.«Era forse già un presentimento d'un venturo legame che doveva stringere il mio cuore.... Ah! più tardi mi domandai con profondo fremito di tutte le fibre, che cosa sarebbe avvenuto di me se io allora fossi stato intromesso in quella casa; e più vivo e doloroso ebbi il rammarico che ciò non fosse avvenuto, e d'altra parte per contro quasi benedissi l'error mio, perocchè più acuto sarebbe stato il tremendo dolore che mi aspettava, che mi ha raggiunto, che mi travaglia quest'anima combattuta.«Ma tu non puoi ancora comprendere queste parole, che presto verrò a spiegarti, quantunque contengano il mio più caro e più tremendo segreto: — ma non ho io deciso di svelarti tutto? — tutto l'esser mio?«Avrei dunque voluto a quelle parole di D. Venanzio poter rispondere con una sollecita accettazione; ma come, se avevo impegnata la mia parola con Gian-Luigi?«Il parroco s'accorse della mia esitazione e del mio imbarazzo, e volle saperne la ragione. Tentennai alquanto; mi passò perfino nella mente il pensiero di tacer tutto a D. Venanzio, e di accettare subitamente come se nulla fossevi stato con Gian-Luigi. Però alla verità non sapevo ancora, e non lo so nemmanco adesso, fallire; avevo poi per quel vecchio sacerdote troppa reverenza perchè mi potesse durare a lungo il pensiero di ingannarlo, di pur dissimulargli alcun che. Alla seconda volta ch'egli inquieto e sollecito mi fece richiesta di che cosa avessi, gli dissi tutto.«Se ne mostrò molto contrariato, mi rampognò amorosamente perchè, avendo egli promesso torsi briga de' fatti miei ed essendomi io affidato in lui, avessi poi, senz'aspettare una sua risposta, disposto delle cose mie; era quasi un mancar di parola verso di esso, era un mancar di fiducia in lui, cose che in me lo affliggevano e l'una e l'altra.«Proposi vivamente di non tener conto nessuno della promessa data a Gian-Luigi; ed egli me ne ripigliò con severe parole. Avrei fatto maggiore ancora il mio fallo; creder egli di certo che la condizione da lui procacciatami sarebbe stata migliore sotto ogni riguardo, ma ora mio obbligo esser quello di mantenere la data parola; imparassi da ciò ad andar cauto a prendere impegni, ma allorquando ne avessi assunti, mi facessi una legge ad adempirli.«Mi lasciò con queste parole non offeso, chè troppo buono è il suo cuore per offendersi mai,ma disgustato; ed io da mia parte, nell'animo sentii una malavoglia, una scontentezza che era come il presentimento delle poco liete cose che mi aspettavano.«Ciò però non tolse che una settimana dopo, guarito, ma debolissimo ancora, io non fossi insediato nel mio ufficio in casa di messer Nariccia.«Messer Nariccia aveva allora intorno a cinquant'anni. Un ometto piccolo e grassotto a collo torto, a mani rozze e grossolane, a piedi enormi, con ventre proeminente e voce fessa che mi ricordava quella del ladro Graffigna. La faccia piena, la carnagione di color terreo, un'aria sommessa e da buonuomo, un sorriso improntato sulle labbra, troppo costante per essere sincero; i capelli grigi gli venivano giù bassi sulla fronte piccola; gli occhi piccini e birci guizzavano via, per dir così, innanzi allo sguardo degli altri, come timidi vergognosi. Portava un po' di barba d'un biondiccio slavato alle gote, la quale sembrava ancora lanugine; la cravatta bianca, pantaloni, panciotto e soprabito scuri di panno sempre logoro; orologio d'argento con grossa catena d'acciaio, scarponi da montagna, cappello a larga tesa da quacchero, e, suo fido compagno, un grosso bastone.«Mi accolse con quel suo sorriso che mi parve ghiacciato; mi fece un discorso impacciato in cui le parole si affoltavano senza troppo senso e senza nessun ordine, mentre uno dei suoi occhi guardava la punta delle sue scarpe e l'altro il luciore degli stivalini di vernicato di Gian-Luigi. Trovò la maniera di ficcare in tutti i periodi la Madonna, i Santi, le piaghe di Gesù, il timor di Dio e il gesuita padre Bonaventura del Carmine, suo confessore.— Buono! Interruppe Giovanni Selva. Gli è anche il confessore di mia madre; e conosco che pollo è.«— Mi disse in sostanza, continuò Maurilio, che, giovane com'ero, col lavoro e coll'ingegno, avrei potuto arrivare ai favori della fortuna se avessi saputo guadagnarmi colla religione gli aiuti del Cielo. Prendessi ad esempio lui; venticinque anni prima egli era venuto a Torino dalle sue montagne di V... più povero e più solo di quello che fossi in allora, sapendo appena appena leggere e scrivere e già presso ai 25 anni. Ma egli aveva coraggio, buona voglia di lavorare e il santo timor di Dio. Egli entrò come servitore — vero servitore, a spazzar camere e lavar anche i piatti di cucina, e non se ne vergognava, perchè Iddio gli aveva fatta la grazia di non lasciargli perdere mai la umiltà, — entrò dunque come servitore nel collegio-convitto tenuto dai PP. Gesuiti al Carmine, dove tutte le principali famiglie torinesi della nobiltà e della borghesia facevano educare i loro figliuoli. Era appunto allora il 1815, quando colla ristaurazione in Piemonte dell'antico Principato Sabaudo, tornavano a regnare, secondo ch'egli diceva, i buoni principii e la vera religione; ed egli diede prove serie, costanti e solenni ai suoi superiori di essere il meglio pensante e il più zeloso e fedel servo della buona causa, onde si cominciò a distinguerlo e ben volergli, e poichè la Madonna dei sette dolori e quella della Consolata e S. Luigi Gonzaga di cui era specialmente devoto, lo aiutavano per loro bontà celeste, più che non fossero i poveri meriti suoi, ebbe campo di avere al suo zelo sì buona riuscita che quei santi uomini dei PP. Gesuiti lo elevarono a poco a poco di grado e di uffici, e giunse ad essere il dispensiere del collegio.«Sempre aiutandolo Iddio, secondo la sua espressione, e la più severa economia, era già riuscito a mettersi in disparte un piccolo nucleo di capitale cui si guardava bene dal lasciare inoperoso, ma faceva senza riposo lavorare come lavorava instancabilmente egli stesso. I superiori del collegio, incantati delle sue virtù e della sua abilità, ne parlavano tanto bene che il marchese di Baldissero, avendo avuto bisogno d'un intendente, non volle saperne d'altri che di lui, e benchè assai gli rincrescesse abbandonare i buoni Padri del Carmine, tuttavia dietro le istanti sollecitazioni del marchese, animato a cedere anche dai Reverendi i quali contavano fra i primi loro protettori e amici il marchese medesimo, egli finì per acconsentire.«Questo marchese di Baldissero non era mica l'attuale padre del marchesino, ma quello che Nariccia chiamava il vecchio marchese, padre al capo presente della famiglia ed avolo di quel tracotante insultatore di Benda. Ah quello era un uomo! esclamava pieno di compunzione e di ammirazione il sig. Nariccia. Il marchese attuale, soggiungeva egli, è certo un degno signore pieno di mille meriti; oh non era egli che ne volesse dire il menomo male; era ben pensante ancor egli, certo, ma il padre suo!... Che fermezza! che rigore! che testa e che mano d'acciaio contro i liberali! Che zelo per la buona causa, la religione, la monarchia legittima, i privilegi della nobiltà! Era un piacerone, per uomini della stampa di cui Nariccia si vantava di essere, lo aver da fare con lui.«Egli era entrato al servizio del marchese nel 1821, quando, dopo il ridicolo tentativo dei Costituzionali, diceva il buon messer Nariccia, quel capo duro di Carlo Felice era venuto a metterli alla ragione. Il figliuolo — l'attuale marchese — aveva in quell'occasione dato qualche dispiacere al vecchio gentiluomo. Trentenne allora, il padre del marchesino erasi intromesso in quella schiera che si radunava intorno al principe di Carignano, nobili con velleità liberali, e benchè non fosse stato veramente compromesso nella rivoluzione, ilpartito dei puri lo guardava con occhio sospettoso. Il padre lo aveva fatto partire per un viaggio, e quindi lo aveva fatto nominare addetto all'ambasciata in Ispagna, così che durante quasi tutto il tempo in cui Nariccia fu al servizio della famiglia, egli era stato assente dal paese.«Quando poi il vecchio marchese, nel 1825, morì e fu capo della famiglia l'attuale, Nariccia già da un anno era uscito di quella casa. Iddio aveva continuato, diceva egli, a favorirlo, e con quel poco di ben di Dio che aveva potuto raggranellare coi suoi risparmi, s'era posto più definitivamente in certi traffichi che già aveva intrapresi, e colla benedizione del Cielo, colla protezione della Beata Vergine e dei Santi a cui lo legava una particolare divozione, i suoi affari avevano prosperato. Dunque accogliessi buona speranza anche pel mio avvenire, se avevo la ferma intenzione di seguitare il suo esempio e di adottare le sue umili virtù da buon cristiano. Egli, da canto suo, avrebbe fatto di tutto per tenermi nella buona via del Signore e rendermi degno dei favori del Cielo.«—Amen!Disse a questo punto Gian-Luigi, il quale aveva già sbadigliato più volte durante quel lungo ed indigesto e scomposto discorso.«Io mi sentiva invadere l'anima da un freddo morale, che era uguale e fors'anche conseguenza a quello fisico onde avevo tutte oramai ingranchite le membra, per lo star fermo in piedi in quel freddo salotto dove il sig. Nariccia ne aveva accolti. La casa in cui egli abitava ed abita tuttavia, di sua proprietà, è posta in via **, una delle più anguste di Torino. Tutto era grigio colà dentro; il color delle pareti, la vernice delle intelaiature delle porte, il pavimento, il soffitto, il colore del legno e della stoffa dei mobili, le cortine delle finestre sopraccariche di polvere, la poca luce che si stacciava traverso ai vetri sporchi in quella nuvolosa giornata d'inverno. Non c'era pure una favilla di fuoco, e il camino ornato d'un marmo grigio, con un po' di cenere rammucchiata nel focolare pareva, invece di calore, com'è suo ufficio, mandare anzi nella camera un freddo maggiore. Con quella freddolosità che ci entrava nel corpo per tutti i pori veniva compagna una mestizia, quasi un abbattimento che ti ammortava ogni vigore dell'anima. Ascoltai tutta la lunga diceria del mio nuovo padrone a capo basso; e sentivo una stanchezza, una malavoglia, quasi un'antipatia per quest'uomo, una impressione sgradevole insomma, che era forse accresciuta in me dalla debolezza in cui mi trovavo ancora per la recente malattia.«Gian-Luigi, che era impaziente di finirla, fece osservare a Nariccia che io aveva bisogno di due cose: di riposarmi, perchè ero ancora in convalescenza, di venir vestito un po' convenientemente, perchè portavo tuttavia gli abiti rozzi e laceri che avevo nel villaggio.«Nariccia mi guardò alla sfuggita con un occhio, mentre coll'altro pareva sbirciare Gian-Luigi, e poi mi disse:«— Vi condurrò nella vostra camera. Vi permetto anche di andare a letto, se ne avete bisogno... D'ordinario io mi alzo alla mattina alle cinque — anche d'inverno — e occorrerà che siate in piedi a quell'ora anche voi, ma pei primi giorni potrete stare in letto a crogiolarvi anche sino alle sei... Quanto agli abiti, cercherò fra i miei vecchi panni se qualche cosa potrà adattarvisi, e ve lo manderò dalla Dorotea. Venite.«Gian-Luigi si partì, ed io seguii messer Nariccia nella camera che mi aveva assegnata.«Era un camerino stretto ed alto, posto verso il cortile, non illuminato che da un finestruolo così elevato da non poterci arrivare senza una scala, più nudo, più grigio, più uggioso del salotto che avevamo lasciato. In un angolo stavano per terra due grandi casse di quelle che si usano pel trasporto delle mercatanzie e sopravi gettato un pagliericcio che mi aveva da servire per letto; al disopra di esso tendeva le braccia, appesa al muro, una gran croce di legno nero; li presso, da una parte, un vecchio baule di cui la pelle, liberatasi dalle bullette, si rivolgeva contorta allo insù con volute che avresti detto rabbiose, dall'altra parte un tavolino che aveva perduto la vernice ed aveva acquistato una ricca crosta di polvere accumulata, zoppo e reggentesi a stento contro la parete; compieva il novero di quelle masserizie una seggiola che perdeva l'impagliatura del suo piano ed aveva perduto affatto la traversa della sua spalliera.«Non era a me, avvezzo al fenile di Menico ed uscito allor allora di prigione e dell'ospedale, che la povertà di quella stanza e di quelle robe potesse parer soverchia o produrre soltanto alcun effetto; ma pure, entrando colà dentro, io sentii rinnovarsi e più forte quella specie di freddo onde avevo provato l'impressione sensibilissima al primo porre il piede in quella casa. Parvemi che una voce interna mi dicesse che la vita che avrei dovuto passare colà dentro sarebbe stata la più ingrata del mondo; feci girare intorno l'occhio quasi atterrito, come per cercare un mezzo di fuggire, e poichè l'uscio spesso e grossolano di abete si serrò con fracasso dietro di noi, e il mio sguardo non corse più che sulle pareti nude e scuramente grigiastre, mi sembrò d'essere entrato in una nuova carcere.«— Suvvia, mettetevi a letto, mi disse il mio nuovo padrone, riposatevi, dormite, e domani stesso comincierete le vostre funzioni.«Si avviò per uscire, ma quando fu alla porta si fermò per soggiungere:«— Forse avete bisogno di qualche cosa; or ora che venga Dorotea da voi, le direte ciò che v'occorre. Qui già non si mangia mai fuori pasto, ma per voi che siete ancora convalescente, credo bene che vi sarà un po' di brodo. Intanto dite le vostre orazioni e se aggiungerete un pater e una ave alla mia intenzione, mi farete piacere. Io da mia parte non vi dimenticherò nelle mie.«Strinse le mani come uomo che prega, storse il collo e borbottò fra le labbra con aria compunta come chi dice una giaculatoria, quindi uscì. Io stetti un poco li piantato al luogo in cui mi trovavo, senza quasi sapermi render conto esattamente delle mie condizioni, di quello che succedeva e di me stesso. Una nuova vita incominciava per me, ciò era certo. Il passato cadeva irrevocabilmente nel baratro delle cose distrutte per sempre e che non tornano più. Questo passato ben era stato abbastanza infelice perchè io non avessi a rimpiangerlo: eppure sentivo un'esitazione, quasi una paura nell'affacciarmi all'oscurità di quel futuro che stava per incominciare.«Mi riscossi sentendo invadermi sempre più le membra da quel freddo fisico a cui andava compagno un freddo morale che mi veniva avvolgendo l'anima. Tutto intirizzito mi affrettai a pormi a letto, il quale trovai ben diverso, quanto a comodità ed agiatezza, da quello che avevo all'ospedale. Ero inoltre non coperto abbastanza e per quanto rammontassi addosso a me quei pochi panni mezzo laceri che avevo allor allora svestito, sentivo tuttavia crescermi lo intirizzimento che mi faceva battere i denti come a chi è assalito dalla terzana.«Poco stante entrò una vecchia trascinando le pianelle entro cui teneva i piedi, burbera d'aspetto, grossa e robusta della persona, con qualche cosa di virile nelle sembianze, che mi fece il più scontroso effetto del mondo. Come certe volte si è mai ingiusti nell'apprezzamento fatto dietro la prima impressione! Per quella creatura brutta e grossolana, io provai di botto una viva ripugnanza che mi fece sembrare di vedermi davanti risuscitata la Giovanna, più niquitosa che mai. Ella portava sopra il suo braccio in un fascio alcune vestimenta, destinatemi da messer Nariccia.«— Ebbene, giovinotto, mi diss'ella coll'accento con cui si parla colle persone che si vogliono strapazzare, di che cosa avete bisogno? Orsù parlate.«Io levai timidamente lo sguardo verso quella megera e il suo viso scuro colle sopracciglia aggrottate mi fece una vera paura. Mi parve che se domandassi alcuna cosa a quella donna, avrei incorso chi sa qual pericolo: risposi tremando e di freddo e di suggezione:«— Non ho bisogno di nulla, non voglio nulla.«La vecchia Dorotea mi guardò con aria più feroce di prima.«— Che storie sono queste? Come, non avete bisogno di nulla? Avete mangiato? Non vedete che avete l'aria d'un pulcino colla pipita? E semonsùmi ha detto di venirvi a domandare se volete qualche cosa, bisogna prendere qualche cosa. È già un fatto straordinario che monsù offra una goccia d'acqua; andate là, che se fate delle cerimonie siete uno stolido.«La verità era che io mi sentiva proprio un gran bisogno di ristoro; ma pure non osavo muovere la menoma domanda. Tacqui non osando pur levare più lo sguardo sulla faccia per me terribile di quella vecchia colossale.«Dorotea stette un poco, gettò sopra il baule le vesti che aveva recate, poi crollò le spalle con impazienza soggiungendo colla sua voce più aspra ed ingrata:«— E tal sia di voi! E così non avrò da pigliarmi altri incomodi, che se credete ch'io vi avessi da servire anche voi, la sbagliereste di grosso. Ne ho già di soverchio a serviremonsù, che non c'era nessun bisogno che venisse a ficcarsi in casa un terzo che sarà buon da niente e che mi accrescerà lavoro, alla mia età!..... Eccovi intanto i panni chemonsùvi manda. Li vestirete domani. Oh ci starete proprio bene dentro, come un bastone in un sacco.«Mi pareva sempre più di riaver dinanzi viva e tal quale la moglie di Menico; onde la mia ripugnanza e il mio disagio crescevano sempre più.«Ad un punto Dorotea s'accorse che battevo i denti.«— Avete freddo? Mi domandò.«— Sì, un poco: risposi con voce mozzicata, appena da potersi udire.«Mi cacciò bruscamente le mani sotto le coltri a soppesarle.«— Parevami pure che queste coperte dovessero bastare.«Toccò le mie guancie e le braccia e le mani.«— Questo babbuino è freddo come una manciata di neve. E' non ha niente affatto sangue nelle vene. Bel coso chemonsùs'è andato a caricare! Egli ci basirà qui come un pippione da imbeccare tolto troppo presto dal nido.«Stette un momentino in silenzio, poi mi disse ruvidamente, colla guisa che altri avrebbe fatta una minaccia o scaraventata in faccia un'ingiuria:«— E vostra madre? Dove l'avete vostra madre?«Queste parole mi scesero profondo nell'anima come una punta di lama che mi ferisse. A quell'essere sconosciuto che era stato mia madre pensavo cotanto e sentivo verso di essa tante e sì forti aspirazioni! Il rammentarmi ad un tratto in quelle condizioni che non avevo, nè mai avevoavuto intorno a me una madre, mi fece sentire più doloroso, più disperante il mio isolamento, così che, senza potermi in nessun modo frenare, ruppi in un subito pianto.«Dorotea stette un poco a guardarmi come stupita, poi mi disse collo stesso accento, senza che la sua voce avesse pure il menomo cenno di pietà:«— Che? vostra madre è morta?«Mi rasciugai le lagrime, soffocai a forza i singhiozzi, e risposi con più ferma voce che potei:«— Non la ho mai conosciuta.«E poi, come sentivo l'emozione vincermi nuovamente, nascosi la faccia sotto le coltri e mi premetti coi pugni chiusi gli occhi che a forza volevano piangere. Dopo un poco, non avendo udito più alcun rumore, alzai la testa, e non vidi più nessuno. Dorotea, forse infastidita di quelle mie lagrime, avevami lasciato lì, senza tentar pure una parola di consolazione. Provai quasi un sentimento di sollievo a trovarmi solo; ma il bisogno di ristoro si faceva sempre più forte, aumentava quel freddo che m'intirizziva e cominciava a darmi un vero tormento. Eppure domandare non osavo; avevo rifiutato un minuto prima ciò che mi si era offerto; ed ancora, se avessi pur domandato, non ero sicuro che alcuno sarebbe venuto al mio appello.«Il bisogno divenuto incomportabile era lì lì per farmi superare la mia timidità e spingermi ad un tentativo di chiamar per aiuto, quando udii nello andito che conduceva al mio stambugio lo strascico delle pianelle di Dorotea, e tosto dopo vidi l'uscio aprirsi e quella vecchia con faccia da megera comparirmi dinanzi più burbera e stizzosa che mai, tenendo sopra un braccio una coperta e in una mano una scodella fumante.«Non disse una parola ned io parlai. Io guardava quella benedetta scodella coll'occhio intentamente desioso d'un affamato. Dorotea s'avanzò, pose la scodella sul tavolino, e poi di mala grazia mi gettò addosso la coperta, cui non si diede punto cura di aggiustarmi intorno, ma lasciò spiegazzata come volle stare; poi ripigliata in mano la scodella me la pose innanzi a farmi venire alle nari l'odore riconfortante di un sugoso brodo di carne.«Presi avidamente la ciotola con ambe le mani che mi tremavano.«— Grazie! Mormorai osando levare lo sguardo su quella terribile faccia di donna.«Ella nè rispose, nè parve tocca in alcun modo dal sentimento di riconoscenza che pur c'era nell'accento della mia voce. Mi volse le spalle ed uscì col suo passo lento e pesante, trascinando quelle sue ciabatte come aveva fatto venendo.«Quella scodella di buon brodo mi riconfortò tutto; mi ravviluppai poscia per bene colla coperta stata aggiunta alle mie coltri e tornando nelle mie membra per ciò un benefico calore, io sentii un certo benessere invadermi il quale mi condusse senza ritardo un tranquillissimo sonno.«E in quello stato incerto di dormiveglia che precede l'addormentarsi mi apparve annebbiato, ma non più spaventoso il sembiante di Dorotea che ora mi pareva confondersi con quello della Giovanna, ed ora mi pareva pigliare una tinta di benignità, facendomi oscillare fra la prima, istintiva ripugnanza che quella donna mi aveva ispirata, e quel certo sentimento di gratitudine che quel suo ultimo tratto mi aveva lasciato nell'animo.«Il domattina dormivo ancora della grossa, quando una mano venne a scuotermi per una spalla ed una voce sottile e strillante mi gridò:«— Ehi là giovinetto! Svegliatevi su! Altro che le sei, sono le sette.«Mi destai in sussulto. A tutta prima non ebbi coscienza di dove mi trovassi. La mia stanza era tuttavia oscura ed appena se dall'alto finestrino discendeva un incerto albore in essa. Mi fregai gli occhi, guardai intorno, pensai in un attimo al fenile di Menico, alla prigione, all'ospedale, vidi che non ero in nessuno di questi luoghi, mi ricordai ad un tratto di ciò che era avvenuto il giorno prima, sorsi a sedere sul letto e riconobbi nell'uomo che mi aveva svegliato il signor Nariccia.«— Orsù è più che il tempo di levarsi, soggiunse messer Nariccia. Avete dormito oltre il bisogno, Tognino.— Tognino! Esclamò a questo punto Selva, stupito d'udir così chiamato Maurilio. Avevi tu cambiato di nome?«— Era stato Nariccia medesimo, rispose Maurilio, a volere che così mi chiamassi. Appunto, mi sono dimenticato di narrartelo. Gian-Luigi aveva inventata una storiella sui fatti miei che si prese incarico egli stesso di narrare a Nariccia per farmene accettare. Io era figliuolo di certi negozianti che, avendo visto andare a male i loro affari, n'eran morti di crepacuore, lasciandomi orfano in tenerissima età alle cure d'uno zio prete, il quale mi aveva preso con sè, allevato ed istrutto in quel modo di cui non avrei tardato a dargli prova. Che adesso, morto essendo, e poverissimo ancor egli, lo zio, m'ero trovato affatto solo al mondo e nella massima miseria, ch'egli, Gian-Luigi, statomi compagno di scuola, s'interessava vivamente a me e perciò gli premeva vedermi allogato così bene ecc. ecc.«Nariccia aveva egli creduto a codesto? Io non so; il fatto è ch'egli non se ne diede altra briga e forse, perchè io gli servissi all'uopo, niente gli importava donde venissi e che cosa fossi: soltanto, al dire di Gian-Luigi, poichè ioa quel colloquio tra di loro non fui presente, soltanto gli dispiacque assai il mio nome di battesimo, e qualunque ne fosse la ragione, che io mal saprei indovinare, Gian-Luigi mi disse come all'udire ch'io mi chiamava Maurilio, Nariccia avesse dato in un trasalto, avesse corrugato la fronte e sclamato con una emozione che invano avea cercato dissimulare:«— Si chiama Maurilio?... Che razza di nome!... Ma ci sono dei Maurilii qui in Piemonte? Non ho mai sentito nessuno del nostro paese che fosse battezzato così.... Di che paese è egli mai?«— Di Pinerolo, rispose francamente Gian-Luigi che non si lasciava punto imbarazzare da nulla al mondo.«Questa risposta parve acquetarlo.«— È un nome che non mi piace: riprese egli poi. Un nome che appena è se ha l'apparenza di esser cristiano. Non è un santo che abbiamo scritto nel calendario della nostra diocesi. Ditegli che si chiamerà Antonio. È il mio santo protettore; e sarà bene anche per lui l'essere sotto la sua protezione.«Io dunque doveva rassegnarmi a diventar Tognino per quanto tempo sarei rimasto in casa di messer Nariccia, e benchè mi rincrescesse non poco abbandonare il mio nome cui posso credere postomi da mia madre medesima, Gian-Luigi facilmente mi persuase che sarei stato pazzo a rinunciare a quel posto per sì futile ragione, protestando ch'egli in caso simile si sarebbe acconciato a lasciarsi chiamare anche Bernardone.«Per continuare adunque, Nariccia, quella prima mattina mi svegliò come io ti ho detto, e fattomi levare e vestire in fretta di que' suoi panni, che secondo l'espressione di Dorotea mi stavano proprio come un sacco ad un bastone, mi condusse poscia in un suo studiòlo che era mille volte ancora più triste del melanconico salotto in cui mi aveva accolto il giorno prima, e del tetro stambugio che mi era dato per istanza da dormire.«Figurati una camera più lunga che larga, illuminata da una sola finestra, la quale, munita d'una grossa inferriata, poi d'una fitta graticola di ferro lasciava passare a stento la luce traverso i vetri sporchi tanto da esser ridotti poco meno che opachi. Pareva che quella benedetta luce si avesse in odio nella casa di messer Nariccia e le si misurasse a stento il passaggio e si premunisse contro di lei l'accesso come contro un nemico. Verso la finestra in questo freddo studiòlo senza camino, nè stufa, eravi una scrivania con sopravi una piccola scancia divisa in caselle da riporvi delle carte. La scrivania era del tutto adattata al resto della casa; vecchia, sverniciata, polverosa, il panno verde tirato sul piano dove scrivere frusto con larghe macchie d'olio e d'inchiostro, scollato da una parte, ed a chiamarlo verde ancora era un adularlo, tanto n'era misto di mille tinte sporche il colore. In faccia, presso l'altra parete, un semplice tavolino. Verso la parte più scura un cancello di sbarre di ferro con una fitta grata separava dal resto un angolo della stanza: in questo cancello s'aprivano un usciòlo per entrarvi ed uno sportello come quello che si trova presso i cambiamonete, per cui dare e ricevere il denaro, sportello che si chiudeva con una specie di cateratta che scorreva fra due scanalature da sottinsù e viceversa. Perchè non si vedesse entro questo cancello per i fori della grata, dietro di questa era tirata tutt'intorno una cortina di tela verde. Nessuno penetrava mai in quel sacrario, ma quando lo sportello ora aperto, chi vi gettasse dentro un'occhiata poteva sorgere nell'angolo una voluminosa e pesante cassa-forte di ferro, irta di grosse capocchie di chiodi piantati nelle lastre.«Dietro la scrivania era un seggiolone frusto, di cuoio spellato, a spalliera altissima; sopra questa spalliera pendeva appeso al muro un almanacco, e lì vicino appiccata alla parete per quattro bullette una tavola di riduzione delle antiche misure, pesi e monete del Piemonte in monete, pesi e misure decimali. In prospetto a quel seggiolone e quindi al disopra del tavolino stava attaccato per un chiodo al muro un'incisione grossolana, grossolanamente colorita della Santa Vergine, inquadrata in una cornice di legno inverniciato a color naturale. Nel mezzo della stanza un braciere di ferro a tre piedi conteneva molta cenere ed un poco di carboncina mezzo spenta.«Nariccia mi menò innanzi al tavolino sotto il quadro della Vergine e mi disse:«— Questo è il luogo in cui lavorerete, in cui lavoreremo insieme, poichè io starò là (e mi additava la scrivania); e coll'aiuto del Signore e della Madonna della Consolata, spero che sarà benedetto il nostro lavoro.«In quella fredda, oscura stanza, seduto a quel tavolino, passai poco meno di un anno, quasi incatenato, scrivendo lettere, facendo conti, compilando discorsi per conto del mio padrone, del quale non tardai molto a conoscere ed a prendere in disprezzo profondo l'industria scellerata. Quell'uomo, sotto la sua volgare ipocrisia religiosa, non ha altro sentimento, altro affetto, altra guida alle sue azioni che l'amor del guadagno, che la smania di far denaro. Colla sua impostura cerca di gettar polvere negli occhi alla gente, colla sua prudenza s'industria di fare il peggio male possibile che gli frutti, senza dar di cozzo nel Codice penale. Nello scrivere molte delle sue lettere, delle sue memorie, di cui egli mi dava una traccia confusa perchè le mettessi in netto, essendo che nè lingua, nè grammatica, nè sintassi egli non sapeva affatto che si fossero;nello scrivere certe di quelle infamie, la mia mano fremeva con ripugnanza e l'onestà che era in me si ribellava con disdegno. Più volte fui lì lì per andar a gettar in volto all'ipocrita quelle carte che conchiudevano la rovina di un onest'uomo, che stavano per recar la disperazione in una povera famiglia; ma me ne trattenevano la soggezione che quell'uomo mi aveva saputo ispirare, il non saper di poi come avrei potuto guadagnarmi un tozzo di pane quando egli mi avesse scacciato, e poi ancora un allettamento potente che avevo trovato in quella dimora.....— Ah ah! Interruppe Giovanni Selva, sorridendo, una sottana ci scommetto.Maurilio arrossò sino sulla fronte e rispose vivamente:«— No. Di donne colà non c'erano altre che la vecchia Dorotea. Io poi non aveva che diciasette anni, e ti assicuro che mai ancora il mio pensiero si era a quest'argomento rivolto. Per una stranezza della mia natura, in me s'era desto prima lo spirito che il cuore, e mentre quello s'affannava precocemente in quelle peste ch'io t'ho detto, questo ancora taceva per l'affatto. Era appunto un vivo allettamento pel mio spirito quello di cui ti voglio parlare, ed era il seguente.«Ti ho detto che per giaciglio avevo un pagliericcio gettato sopra certe grandi casse in quello scuro stanzino che mi era stato assegnato. Un giorno, rifacendomi il letto, mi venne la curiosità di sapere che cosa fossevi colà dentro. Il coperchio inchiodato tutt'intorno, si sollevava un po' da una parte, dove mancava uno dei chiodi. Tirai con tutte le mie forze insù per allargare quell'apertura, e ci riuscii tanto da poterci ficcare la mano. Rimasi tutto sorpreso di quel che ci rinvenni, ch'io difatti non avrei mai immaginato di trovarci. Erano libri. Il primo volume ch'io ne trassi era un volume dell'Enciclopedia francese del secolo scorso. Figurati il mio disappunto! A sentire sotto la mia mano un libro, io che da tanto tempo non avevo più potuto averne neppur uno, il mio cuore aveva palpitato come all'incontro d'un amico da troppo lungo non più visto; l'avevo preso con una desiosa sollecitudine, quasi tremando, e i miei occhi s'erano spuntati, per così dire, contro pagine scritte in una lingua che ben conoscevo essere la francese, ma non sapevo leggere nè capire.«Fui preso da una specie di furore che mi diede la forza di strappar via tutto quel coperchio, e mi posi a frugare in quella cassa con una ardenza quasi febbrile. Erano quasi tutti francesi i libri che vi si contenevano. Libri di storia, di economia politica, di filosofia. Una sola opera trovai in italiano e su quella mi gettai sto per dire rabbiosamente. Erano i primi volumi, usciti non era guari, della prima edizione della Storia Universale di Cesare Cantù.«Questo titolo mi ricordò quel libro che primo aveva dischiuso la mia mente a più vasti e profondi pensieri e fattomi concepire l'idea dell'umanità come un complesso armonico e solidario svolgentesi nella storia traverso i secoli; ildiscorsodel Bossuet, che Don Venanzio m'aveva dato da leggere tradotto, e senz'altro indugio cominciai la lettura del primo volume a quella fioca luce che in quell'ora mattutina pioveva stentatamente dall'alto finestruolo della mia stanza.«Non potei continuare a lungo questa lettura che messer Nariccia venne a disturbarmene. Ero in ritardo a recarmi allo studiòlo, ed egli se ne veniva a vedere che cosa mi fosse capitato. Per fortuna io ne udii il passo nell'andito che conduceva alla mia stanza, e m'affrettai a gettare il libro e saltar fuori, così ch'egli non potè cogliermi intento alla lettura. Temevo che se ciò fosse avvenuto, Nariccia mi avrebbe proibito di toccare quei libri, e forse toltili dalla mia stanza; ed io pensava e sperava che avrei avuto in quelle casse un bel tesoro di ore di sollievo e di diletto da godere.«Lasciai tutto in disordine per uscir presto: la cassa scoperchiata, i libri sparsi sul pavimento, pagliericcio, lenzuola e coperte gettate a casaccio; ma ero certo che Dorotea non ficcava mai il piede nella mia camera per ripulire, riordinare od altro, e se non era impossibile che ci andasse Nariccia, il quale soleva spesso visitare ogni parte della casa scrupolosamente, pure speravo di poter tornare a rimettere ogni cosa in sesto prima ch'egli ci venisse.«— Che cos'è ciò? Mi domandò severamente messer Nariccia guardandomi con l'occhio destro incollerito, mentre il sinistro fulminava l'oscurità del corridoio in cui ci trovavamo. Cominciate già a fare il negligente? Questo non mi piace e non lo tollero. Siete in ritardo stamattina quasi di mezz'ora.«Non tentai neppure di scusarmi, come non facevo mai, e perchè non è nella mia indole il raumiliarmi ne il difendermi innanzi ai rimbrotti, e perchè Nariccia — come ben presto ebbi scoperto — sotto la sua falsa arrendevolezza, affettatamente dolcereccia, è uomo a volere assoluto e di carattere imperioso che non ammette contrasti ai suoi desiderii, nè osservazioni alle sue parole.«Lo seguii nello studiòlo, e lavorai tutto il giorno, come se di nulla fosse; ma la mia mente era sempre e tutta là, in mezzo a que' libri. Appena potei, corsi nella mia stanza e riposi i volumi entro la cassa e vi rifeci su il letto, lasciando però fuori, nascosto sotto le lenzuola, quel primo volume del Cantù che avevo già incominciato.«Ma un gran desìo mi pungeva: quello di poter leggere in que' libri francesi che erano lettera chiusa per me. Mi pareva che avrei dato non so che cosa per poter possedere un libro di grammatica francese da imparar quella lingua.«Come fare a comprarmela? Nariccia non mi aveva ancora dato neppure un soldo dello stipendio promessomi; inoltre io non usciva quasi mai: prima perchè il mio padrone non me lo consentiva che raramente alla festa soltanto per andare alle funzioni di chiesa, e poi perchè, vestito sempre degli abiti frusti di messer Nariccia, facevo la più ridicola e brutta figura di questo mondo, e tutti i biricchini delle strade, vedendomi, mi correvan dietro facendomi le beffe.«A levarmi d'impiccio venne giusto in quel torno di tempo il mio buon Don Venanzio. Lui pregai di provvedermi di quel libro onde avevo desiderio, ed a lui dissi averne anche bisogno per ragione del mio impiego, e quell'eccellente sacerdote, senza pure la menoma obbiezione, s'acconciò a fare la mia volontà. Al parroco, la faccia e i modi del mio nuovo padrone, benchè questi torcesse il collo e invocasse Dio e i Santi più che mai, non erano andati molto a sangue, e da parte sua messer Nariccia se aveva in sua presenza fatto mille esagerate dimostrazioni di riverenza a Don Venanzio, costui partito mi aveva detto bruscamente:«— Chi è quel prete? In che modo vi appartiene? Che cosa è di voi?«Io fui lì per ismentire tutta la storiella inventata da Gian-Luigi, dicendo la verità; ma me ne trattenni a tempo, e risposi, esser quello un amico di quel mio zio che mi aveva allevato, avermi visto bambino e perciò postomi un certo affetto paterno; però siccome a mentire non avevo l'abitudine e forte mi ripugnava, come anche oggidì mi ripugna, divenni rosso sino alla radice dei capelli e non potei pronunciare quelle parole che balbettando impacciatamente.«Nariccia mi guardò ben fiso coll'uno e poi coll'altro di que' suoi occhi birci, e poi disse colla sua voce più acuta:«In somma, non vi è nulla di nulla, e non saprei perchè avesse da venire a ficcare il naso in casa mia.«Per fortuna Don Venanzio, tra che le sue gite a Torino si facevan sempre più rade per gli anni crescenti, tra perchè l'istintivo suo sentimento di profonda onestà lo respingeva dal cercare la presenza di messer Nariccia, più non venne a vedermi in tutto quel tempo che rimasi ancora nella casa di quest'ultimo.«Io intanto ero in possesso della mia grammatica francese, e la studiavo con ardore. Il tempo che mi rimaneva per ciò era poco in verità, perchè appena alzato, e m'alzavo sempre prima che fosse giorno, mi toccava andar nello studiolo a lavorar pel padrone, in quella fredda, triste atmosfera, al melanconico chiaror d'una lampada mezzo moribonda; e colà seduto a quel tavolino stavo la giornata intiera con pochissimo riposo per l'ora dei pasti soverchiamente parchi e troppo scarsamente misurati. Ma quel libro portavo meco sempre, e quando Nariccia non era là, affrettatomi più che potevo a finire il lavoro affidatomi, studiavo la mia grammatica con tanta intensità di volere che il tempo pei risultamenti poteva contarci pel doppio. Ma ciò non mi bastava ancora. Volevo leggere eziandio i volumi del Cantù, volevo giungere il più presto possibile a poter divorare quegli altri che tanto mi facevan gola. Non c'era altro mezzo fuor quello di rubar delle ore al mio sonno e trar profitto della notte, in cui almeno ero libero dello sguardo inquisitore di Nariccia e di Dorotea. Ma qui c'era un altro guaio: bisognava procacciarsi del lume, e come giungere a tanto?«Per andare a coricarmi non mi si dava mai altro che un piccolo moccolino di candela e guai ancora se il mattino seguente Dorotea avesse trovato che il consumo n'era stato soverchio! Pensai di raccomandarmi alla fante e di ottenere da lei un tanto favore; ma sempre quando fui sul punto di aprirmene con esso lei, il coraggio mi venne meno, e poscia la prudenza medesima me ne trattenne. Dorotea avrebbe voluto sapere che cosa ne avrei fatto, non l'avrebbe taciuto al padrone a cui le toccava pure di rendere strettissimo conto di tutto. Che scusa avrei allegato? Il mio segreto sarebbe stato scoperto e toltomi in conseguenza quell'unico sollievo che avessi. Denari da comprarmi ciò che mi occorreva non possedevo a niun modo. Un giorno, entrato per qualche bisogna nella cucina, vidi la serva, che giustamente approntava i lumi per la sera, aprire un certo cassettino riposto in un armadio ordinariamente chiuso a chiave e in tal momento aperto, e da quel cassettino trar fuori una candela. Gettai là dentro uno sguardo, dirò così di ardente cupidigia; quel cassettino era quasi pieno di candele. La vista di tutti i tesori del mondo non avrebbe esercitato una sì irresistibile tentazione sull'animo mio quale mi destò la vista di quei bastoncini di sego. Sentii come una fiamma invadermi tutto; delle stille di sudore mi spuntarono sulla fronte. La sorte voleva proprio farmi sostenere per intiero e in tutta la sua forza la prova tentatrice. La voce di Nariccia chiamò in quel punto Dorotea, e con quella insistenza e con quell'accento che esigevano di prontamente obbedire.«La serva se ne partì lasciando aperto l'armadio, lasciando aperto il cassetto e me innanzi a quelle candele, per prender le qualinon avevo che da allungare la mano. Ciò che provai in un attimo allora, mi occorrerebbe non so quanto tempo a spiegartelo, tanti e sì diversi e sì complessi sentimenti contenne un solo minuto secondo. Per prima cosa mi precipitai sulla cassetta per afferrare una di quelle desiate candele, e tosto poi mi rigettai indietro vivamente, come se respinto con forza da una invisibil mano. Una voce mi aveva gridato nell'anima: «Disgraziato! questo è rubare!» Volli fuggire quel luogo, e non potei. Si fecero riudire le pianelle trascinanti di Dorotea che ritornava; l'occasione — se io tardava ancora un minuto — era persa, e chi sa se sarebbe tornata più! Mi trovai di nuovo presso presso alla cassetta senza pure essermi accorto d'avere fatto il passo, e la mia mano abbrancò una candela. Il passo di Dorotea era lì, proprio sulla soglia dell'uscio. Nascosi la candela sotto a' miei panni e corsi via senza dir parola, senz'alzar lo sguardo; corsi a riparare nella mia stanza, dove nascosi in fretta entro il pagliericcio il conquistato oggetto del mio desiderio.«Ma appena ebbi ciò fatto, io fui assalito da paura, da rimorso, da vergogna de' fatti miei. Se Dorotea se ne fosse accorta! E come non accorgersene? La mia stessa fuga non mi accusava ella? Cielo! Quello che io aveva commesso era un latrocinio. Ero dunque degno compagno di que' tali con cui avevo divisa la carcere? Le parole di Graffigna mi tornarono alla mente. Egli aveva dunque avuto ragione nell'affermarmi predestinato al delitto, nell'assicurarmi che sarei caduto necessariamente in esso? Mi venne in pensiero di andarmi ad accusar tosto io stesso da Dorotea e restituire senza ritardo il mal tolto oggetto.«Nariccia mi chiamò in quella per nome, ed io allibii; tremai tutto; prima un brivido mi assalse, poi una vampa di calore; mi credetti scoperto. Ripetendosi la chiamata, andai con passo vacillante dov'era il padrone, certo d'udire la mia condanna. Nulla era scoperto, Nariccia non mi chiamava che per darmi nuovo lavoro.«La notte seguente, quando tutto fu quieto, saltai giù del mio giaciglio, accesi la candela e quasi tutte quelle silenziose ore impiegai nello studio e nella lettura. Ma la candela non istette gran tempo ad essere consumata, e oramai che il primo passo era fatto, oramai che il bisogno di quelle nottate era divenuto ancora più imperioso in me, gli scrupoli cedevano affatto innanzi al mio desiderio, che come tutte le passioni, ricorreva al sofisma per legittimare il suo soddisfacimento.«Nariccia, mi dicevo, aveva promesso pagarmi uno stipendio, e di esso in parecchi mesi che già lavoravo da lui non avevo ancora visto neppure un centesimo. Non era che una piccolissima parte di ciò ch'egli mi doveva, ch'io veniva prendendomi sotto forma di candele, e quando il padrone mi avesse totalmente pagato del fatto mio, allora avrei trovato il modo di restituirgli quello che avevo preso per anticipazione. E così con mille industrie ed accortezze, di cui prima mi sarei creduto affatto incapace, io giunsi a provvedermi continuatamente di lume per la notte.«Ma intanto, lavorando tutto il giorno, vegliando a studio la notte, non uscendo quasi mai, dormendo troppo poco, nutrito troppo male, pensati come se ne dovesse avvantaggiare la mia salute! Io diventava allampanato che era una compassione il vedermi, cotanto che ne fu tocca quella rozza, grossolana e burbera Dorotea.«Costei aveva una certa influenza su messer Nariccia: era anzi l'unica persona ch'io mi accorgessi mai che avesse alcun potere su quell'uomo che non sentiva nulla, che non si preoccupava di nulla che non fosse l'oro e l'amor del guadagno. La sua ipocrisia medesima, la smania che sembrava avere di conseguire stima ed osservanza presso il pubblico non erano altro per lui che un mezzo maggiore con cui, ingannando la gente, aumentarsi gli spedienti e le probabilità degl'illeciti profitti. Ebbene a quest'uomo, quella vecchia donnaccia, sempre aspra ed incollerita, pareva incutere quasi direi una certa paura, e fosse abitudine presa da lungo tempo (erano di begli anni che que' due stavano insieme), fosse una dipendenza stabilita per qualche segreta ragione, il fatto è che Nariccia, per tutto quello che non toccava i suoi traffichi impuri e scellerati, in certa proporzione sottostava alle volontà della Dorotea.«Or bene, questa donna che in fatto fin dal primo giorno, come ti ho narrato, non era stata senza pietà a mio riguardo, una bella volta manifestò più spiccatamente la sua compassione per me.«Messer Nariccia era il più incontentabile uomo del mondo. Per quanto uno si industriasse a far con zelo il dover suo, non solamente egli non trovava mai una parola di lode per esso, ma non desisteva pur mai, ciò nulla meno, dal brontolare e rampognarlo. Con me gli era un rimprovero continuo, e il quale aumentava di intensità in due occasioni: quando veniva alcuno in istudio, e non si trattava d'affari segreti che io non dovessi ascoltare, perchè in tal caso ero sempre mandato in altra stanza, e quando ci sedevamo al desco per mangiare quello scarso cibo che ci era ammanito. Nel primo caso egli pigliava qualunque pretesto per entrare a dire della gran pazienza che io gli faceva esercitare, della croce che per causa mia gli toccava portare,della grandissima carità che egli usava a mio riguardo tenendo seco un buon da nulla ed un ingrato; e torceva il collo più che mai, e giungeva le mani, e diceva le più infervorate giaculatorie del mondo. Nel secondo caso, cioè a tavola, egli mi rivolgeva per punta, come dice Dante, quella lama che già di taglio mi tornava troppo acre, e siccome s'era accorto, io credo, che per la commozione ond'era preso non potevo più mandar giù che pochi bocconi, sono persuaso che lo faceva apposta, avarissimo secondo che egli è, a cominciare quei discorsi appena ci trovavamo seduti a tavola.«E se avesse almeno prorotto in una sfuriata, e poi smesso, pazienza! Per quanto frequenti fossero quelle sfuriate ci sarebbe sempre stato frammezzo un po' di tempo di riposo; ma no, il suo era un continuo tatamellare colle più untuose sembianze e colle esclamazioni della più afflitta anima del mondo. Non era un temporale che passa e cessa, e lascia venire il sole a rasciugare; era una piova continua che immolla senza riparo e senza interruzione.«Una volta adunque ch'egli aveva incominciato all'ora del pranzo la sua solita tiritera contro di me, ed io, rimasto lì col groppo nella gola, non potevo più mandar giù il boccone, Dorotea interrompendo colla sua voce grossa quella esile e sottile del padrone, disse in quel tono di collera che le era abituale:«— Eh! lasci un po' stare tranquillo un momento questo povero scempiatello, che la vede bene non ha più tanto fegato da tirar nemmanco il fiato. Certo che la non lo ingrassa, che lo manda pasciuto di rimbrotti e di trafitture.«Nariccia alzò verso la serva il suo volto flosciamente paffuto, ed una fiamma di sdegno lampeggiò ne' suoi occhi balusanti.«— Che temerità è questa vostra, Dorotea? Diss'egli. Voi abusate stranamente, mi pare, della bontà con cui tollero le vostre impertinenze.«Dorotea mise le mani in sui fianchi nell'attitudine battagliera d'una treccona che si appresta a mandare ed a ricevere una bordata di ingiurie nella lotta con una sua compagna.«— Abuso? Gridò essa con voce più sonora che mai. Le mie impertinenze? Ella tollera?... Un corno! Oh! non mi guardi pure di cattiv'occhio che a me la sa che non mi fa paura... Nè lei ned altri musi più brutti del suo. E le mie buone verità glie le ho sempre dette e voglio continuare a dirgliele.... Ah! Ed a me di questo cazzatello me ne importa tanto quanto delle prime scarpette che ho frustato, va benissimo; ed ella poteva far benissimo senza d'una nuova bocca da alimentare, e se avesse dato retta a me non si sarebbe caricato d'un impiastrino che non so a qual cosa le possa servire. Ma poichè le è piaciuto far di sua testa e condursi in casa questo tristanzuolo, io le dico che bisogna almanco trattarlo come un cristianello e non farlo morire a pizzichi ed a piccol fuoco.«La fiamma di sdegno balenò più intensa e più viva negli occhietti di messer Nariccia, ed io credetti vicino il momento in cui fra quei due avvenisse un aspro battibecco; invece di botto quel lampo nel padrone passò, gli occhi suoi ed anche il volto si chinarono verso terra, le mani si congiunsero e le labbra mormorarono col solito tuono di giaculatoria:«— Sant'Antonio, mio protettore, datemi voi pazienza, e che io possa sopportar tutto di buon animo, in espiazione de' miei peccati.«— Sì, bravo, continuava più fiera la fante, intanto la espiazione de' suoi peccati la fa sostenere agli altri.«E rivolgendosi a me, con aspetto ed accento così grazioso come un cane che voglia mordere:«— E voi, povero martuffino che siete, non lasciate sgomentarvi così e fatevi un po' più di animo. Mangiate, sostentatevi, mettete un po' di carne addosso; non vedete che non avete altro che un po' di pelle tirata su quattro ossa mal giunte insieme?.... To', prendete, nutritevi, e non date retta più alle malignità di questo pilastro d'acquasantino.«Nel dir così aveva afferrato il piatto di mezzo al desco e mi aveva fatto cadere nel tondo che avevo dinanzi una enorme porzione della pietanza.«Nariccia si drizzò in piedi, levò gli occhi al soffitto, torse il collo, mandò un sospiro e poi a schiena curva, con quei suoi passi riguardosi che non facevan rumore, uscì dalla stanza senza più aggiunger nemmanco una parola.

«Neanche dopo morto, il povero, crepato all'ospedale, non è tranquillo.

«Nella giornata furono portati via il materasso e il pagliericcio di quel letto, ma due giorni dopo tutto era rimesso a posto, e un altro infermo dolorava a quel medesimo luogo.

«Quando ebbi visto giungere, sostenuto a braccio da un infermiere, un altro povero diavolo coi segni della miseria ancor esso negli abiti e nelle sembianze e venir condotto a quel letto ed esser fatto in esso coricare, un nuovo assalto d'amarezza mi prese. Pensai con ispavento che in quel letto eziandio dove avevan posto me, poco tempo prima, il giorno innanzi fors'anco, poteva esser morto un altro infelice, ed io era venuto a prenderne il posto, come questo nuovo sopraggiunto si sdraiava lì dove era spirato il suo predecessore.

«Per allora questi pensieri non facevano capo a nulla di preciso, ma più tardi, quando anche più maturata la mia mente, tornandovi su ne' miei fantasticari, si conchiusero in alcune opinioni che forse sono paradossastiche, ma che a me pare contengano la verità — se non quella dell'oggi — quella che condurrà seco il progresso di domani.

«La carità sociale ha già fatto molto creando quegli ospizi in cui si raccolgono a curare gratuitamente i poveri caduti infermi; ha fatto moltissimo, se si paragona codesto a quel tempo di barbarie, in cui si lasciavano morire nei loro miserissimi tuguri senza od appena con qualche stentato e inefficace soccorso. Gli è certo sotto l'ispirazione d'un progresso che la società si disse: «quegl'infelici di proletari che mancano di tutto alle case loro, come vi potranno ricevere assistenza appena discreta nelle loro malattie? Raccogliamoli tutti insieme in luoghi appositi, dove con minori mezzi appunto, per la forza maravigliosa dell'associazione, potrà ciascuno dei ricoverati avere tutto o quasi tutto quello che loro può occorrere.»

«Ma non si era tenuto conto a tutta prima di questo fatto, che se la mancanza di mezzi materiali è cosa essenzialmente sventurata pur troppo nella cura dei malati, di uguale forse o di poco minore importanza è altresì il difetto dell'amorevolezza nell'assistenza, di quella soave temperie che crea intorno l'animo del sofferente il vedersi circondato da un vero interesse e da un caldo affetto. Ciò fu ben sentito più tardi da quell'anima celeste che fu S. Vincenzo di Paola, il quale istituì l'ammirabile ordine monastico delleSuore di Carità; ma per quanto queste sieno pietose e zelanti e superiori ad ogni elogio (come niuno può negare che sieno in generale), è tuttavia pur sempre ben diversa cosa l'interessamento d'una persona estranea, la quale ancora, se dall'abitudine acquista una certa pratica del servizio degl'infermi, ha insieme da quest'abitudine medesima, o smussata d'alquanto la sensibilità o quanto meno di certo non pari e non capace di rivaleggiare con quella dei congiunti dell'infermo — madre, moglie, figliuola, sorella.

«A codesto si ha da aggiungere tutto il resto di malessere e di inconvenienti che risultano dall'agglomerazione nello stesso luogo, nella stessa stanza di più malati, dei quali il soffrire dell'uno va ad aumentare e rincrudire il soffrire dell'altro, e il servizio di questo è un incomodo, un turbamento, un danno anche parecchie volte, alle condizioni di quello.

«I pregiudizi del popolo, anche i più falsi e perniciosi, hanno quasi sempre un fondamento in alcuna realtà che viene pur troppo esagerata: consulta tutta la povera gente in proposito, e fra quei miseri, che pure non hanno modo alcuno da questo in fuori di aver soccorso, troverai pochi, per non dire nessuno, che non senta una viva ripugnanza a farsi ricoverare negli ospedali. Senza ragionarvi sopra, senza avere fors'anche un'idea precisa della causa di questa ripugnanza, ciascuno di essi sente che molto lascia a desiderare in quel modo di soccorsi la carità pubblica; ed accrescendo colla mobile e impressionabile fantasia i mali di quel sistema, per lo più non si acconsente a recarsi allo spedale che quando la necessità lo comanda loro in guisa assoluta, e per molti già con soverchio ritardo pur troppo.

«Io credo che un nuovo progresso sarà quello in cui il malato non venga più tolto dalla sua famiglia, ma nel seno di questa al medesimo vengano apprestati tutti quei soccorsi e d'assistenza, per mezzo delle stesseSuore di Caritàper esempio, e di medici e di farmaci, per goder dei quali ora lo si costringe a recarsi negli appositi ospizi, e che in questi non saranno ricoverati altri più che quelli i quali o non hanno famiglia di sorta, od anche avendola consentono volonterosi a staccarsene per riparare all'ospedale.

«Codesta quistione sta legata con quell'altra non irrilevante essa pure degli alloggi della povera gente; ma se io entrassi a parlare di ciò la tirerei troppo in lungo. Forse verrà tempo in cui avrò da parlartene di proposito.... Ora perdonami la digressione e ritorno al mio racconto.

«Ero pressochè guarito, quando fra le molteDon Venanzio venne a vedermi una volta. Mi disse che si preoccupava del mio avvenire, che era tempo oramai di pensarci e mi domandò se avessi qualche idea, qualche progetto in proposito. Gli confessai che non avevo su codesto nè anche un principio di decisione: che bene mi era balenato il pensiero e il desiderio di tornarmene alla dimora ed alla vita del villaggio, ma che non avevo tardato ad accorgermi ciò essere impossibile; che cosa sarei andato ancora a far colà peggio disprezzato di prima, e forse in sospetto ancora dei più? Alquanto mi allettava pure il soggiorno nella popolosa città, dove avrei trovato forse di meglio impiego alla mia attività. Se io fossi stato padrone del mio destino, forse non sarei venuto in questo viavai agitato e pericoloso, comecchè il segreto desiderio mi vi spingesse, ma poichè era il caso che mi ci aveva a forza trascinato, pensavo rimanerci. In che modo e con quali opere non sapevo ancora, ma speravo trovare occasione e compenso a lavorare, come ne avevo volontà.

«Don Venanzio, prima di rispondermi, stette un poco a pensarci su; poscia mi disse che non avevo affatto il torto, e che una parte di quelle cose che gli avevo espresse, aveva pensato ancor egli. Suo primo proposito, a mio riguardo, era stato quello, appena vistomi dotato d'una certa intelligenza, di allevarmi al sacerdozio; vestito della rispettata cotta pretesca, mi avrebb'egli ottenuto d'esser maestro al suo villaggio, diventato anche mio. La mia qualità di trovatello sarebbe così stata riscattata agli occhi dei contadini dalla dignità dell'abito sacerdotale, e i padri di famiglia non avrebbero avuto scrupolo nè ripugnanza più ad affidarmi i loro figliuoli da educare, cosa che forse e senza forse sarebbe accaduta conservando io le vesti da secolare. A vedermi insignito degli ordini sacri, aveva egli rinunciato già da un poco, e non senza pena, me lo confessava, quando ebbe visto in me cedere sventuratamente, coll'aumentar dell'istruzione, la fede. Ora nè a vestir io la cotta talare, nè a farmi maestro del villaggio, nè pel momento a tornar neppure in quest'ultimo non era da pensarsi più. Dopo quanto era intravvenuto, quella popolazione rurale mi avrebbe peggio riguardato di prima, e mettermi ad educare la prole di essa era impossibile impresa anzi tutto, e tale ancora di poi, cui egli nemmanco non avrebbe più voluto affidarmi, perocchè fosse sua ferma persuasione, il maestro dell'infanzia dovere agli allievi, coi primi rudimenti del sapere, istillare quella preziosa e doverosa cosa che io non aveva più, il tesoro delle credenze religiose ortodosse; creder egli quindi necessario cercassi qualche modo di ricavarmela a Torino stessa dove mi trovavo. Io abbisognava d'un impiego dove avessi potuto guadagnar subito, imperocchè non avessi modo alcuno di sparagni nè d'altro da sostentarmi, e la cosa era difficile assai a trovare, perchè, sapendo pur io molte cose in paragone del mio stato, in sostanza poi, che cosa per allora ero buono a fare? Ma egli aveva conoscenza con certe famiglie ricche e potenti, fra cui principale quella all'intromissione del cui capo io andava debitore della mia liberazione dal carcere; avrebbe parlato a questo ed a quest'altro ed avrebbe senza fallo trovato ad allogarmi o qua o colà per fare qualche servizio che mi potesse convenire e che mi guadagnasse onestamente il pane.

«Lo ringraziai con effusione, e ci lasciammo con questo fermato proposito. Si trattava insomma di entrare a far da servo in qualche famiglia signorile. La cosa a tutta prima mi tornò la meglio conveniente che mi si parasse dinanzi. Non ero io servitore poc'anzi di Menico e di Giovanna? Ma essi mi avevano preso fanciullo, mi avevano allevato, ero come cosa loro; entrare non conosciuto in una famiglia ignota per sottostare alle volontà di chi sa chi, più ci pensavo e vieppiù mi appariva di poi cosa diversa. Mi ricordai ad un tratto del bottone di livrea che tenevo sempre meco del pari che il rosario, come cosa preziosissima. Questi oggetti mi erano stati tolti all'entrare nel carcere, ma me n'era stata fatta la restituzione all'uscire di colà, ed ora all'ospedale, appena tornato in me, li avevo ridomandati e li tenevo sotto il guanciale ove posavo la testa. Trassi fuori quel bottone e lo stetti contemplando per un poco. Era forse un indizio della condizione a cui apparteneva mio padre. Ancor egli probabilmente aveva servito; nulla era più naturale che il figliuolo altresì mangiasse di quel pane. Eppure, a seconda che mi ingolfavo in questi pensieri, mi nasceva in cuore e si faceva sempre più viva una ripugnanza contro siffatta condizione, la quale mi pareva un umiliarsi, cui finivo per apprezzare come una vergogna alla mia personalità. Guardando quel bottone vedevo il soprabito a cui doveva essere attaccato, e vedevo me vestito del medesimo ai cenni d'un padrone capriccioso. A codesto doveva far capo quella intelligenza che sentivo in me? Nient'altro di meglio dovevano conseguire il tumulto de' miei pensieri, le mie audaci aspirazioni, quello che avevo imparato e la capacità, onde avevo coscienza, di imparare assai più?

«Ad un tratto una subita idea mi assalse. Qui a Torino era Gian-Luigi; perchè non sarei ricorso a lui? La memoria dell'infanzia passata insieme, la promessa ch'egli stesso mi aveva fatta di ciò, lo avrebbero sicuro spinto a darsi alcuna briga per me. Non avevo bisogno di cercar molto affine di rintracciarlo, perchè in quell'ospedale ov'egli veniva — quantunque frequenti fossero le mancanze — avrebbero saputo dirmi di certo dove loavrei potuto rinvenire. Mi parve quella la più felice ispirazione che fosse, e me ne sentii tutto lieto e quasi sollevato dell'animo.

«Ed ecco, quasi che la fortuna mi volesse in codesto assecondar proprio del tutto, ecco che io non aveva nemmanco finito di pensare ciò, quando vidi spuntare nel camerone la brigata degli studenti di medicina per la solita visita, col professore in capo, e nella schiera, aitante e sempre più per distinzione sopra ogni altro notevole, Gian-Luigi medesimo.

«Quando i visitatori furono al mio letto, siccome ero già in piena convalescenza, non si fermarono neppure; passandomi innanzi il medico volse verso me la testa e mi domandò:

«— La va sempre bene, giovinotto?

«E siccome io risposi di sì, continuò il suo cammino senz'altro.

«Gian-Luigi passava ancor egli, senza badare a me più questa che le altre volte. Io radunai tutto il mio coraggio, e lo chiamai per nome ad alta voce, ma un pochino tremante. Egli si riscosse, mi guardò fiso e mi riconobbe: parve un po' conturbato, o per dir meglio contrariato; esitò un istante e credetti fosse per tirar diritto cogli altri senza darmi punto retta; siccome assolutamente mi premeva il parlargli, benchè sentissi più tremante ancora farsi la mia voce, imperocchè il cuore mi battesse concitato, mi apprestavo a ripeter l'appello, quand'egli, come accortosi di quella mia intenzione, sembrò ravvisarsi e venne a me sollecitamente.

«— Sei tu? mi disse affrettato senza lasciarmi aprir bocca. Ed io non t'ho mai visto, o per dir meglio non riconosciuto? In fede mia non mi sarei mai più aspettato di trovarti qui.

«Nella sua premura, nell'accento delle sue parole non sentii caldezza nessuna d'affetto od interesse di sorta; ma piuttosto la fretta di sbrigarsi da colloquio che non molto gli andasse a grado, l'impazienza di trarsi fuori da cosa che lo contrariasse.

«Gli dissi del gran bisogno che avevo di parlargli.

«— Va bene: mi rispose interrompendomi; ma adesso no; adesso non posso. Bisogna ch'io segua la visita. Continuo i miei studi da medico, ed è perciò che tu mi vedi qui. Tornerò per udirti e parlarti in ora più opportuna, quando lo potremo con più comodo. A rivederci.

«Non mi strinse neanche la mano e mi lasciò per raggiungere in fretta i compagni.

«Quel suo contegno mi diede una tristezza che potrei chiamare un dolore. Ricordai la freddezza dell'addio nella sua partenza, e mi dissi che questo accoglimento nel rivedermi era peggio ancora scevro d'ogni affezione. Entro il suo cuore io dunque non ci aveva proprio più posto, e non sapevo capirne il perchè. Ero troppo inavvezzo ancora per indovinare che in presenza de' suoi attuali compagni, egli — il mio compagno d'infanzia, un trovatello al pari di me — si vergognasse di conoscere un cencioso villanello malato all'ospedale.

«Egli però mantenne la sua parola e quel giorno stesso venne a vedermi da solo. Il suo contegno fu tutt'altro da quello della mattina. Mi serrò con effusione tuttedue le mani, mi prese fra le sue braccia e mi strinse al suo seno, baciandomi e ribaciandomi; sedette presso il mio letto, e tenendo fra le sue mani la mia destra ascoltò con viva attenzione il racconto dei fatti miei.

«Innanzi a quei suoi modi gentilmente affettuosi tutta quell'amarezza che era nata in me contro di lui pel trattamento usatomi quel mattino medesimo si dileguò ratto come la prima neve sottile ai raggi caldi d'un bel sole. Mi sentii l'animo riconfortato; e la irresistibile seduzione che quel giovane esercita sopra ognuno quando voglia, riprese tutto il suo impero su me.

«Egli mostrò caldamente interessarsi ai miei casi cui compatì, si mostrò spiacente assai di ciò sopratutto che io fossi stato in prigione, e vivamente disse e ripetè insistendo che anzi ogni cosa io aveva da mettere tutte le mie cure nel nascondere ad ognuno e sempre questa circostanza. Le sue parole a tal proposito mi ricordarono quelle di Graffigna.

«— Il carcere, vedi, così mi diss'egli, nella nostra stupida società che vive di pregiudizi e di pecorili usanze, imprime a chi lo subisce una specie di marchio indelebile che lo addita al sospetto ed alla disistima di tutti — specialmente degli sciocchi che sono l'immenso maggior numero — e ciò qualunque sia la causa, fosse pure un errore, per cui questo carcere fu subìto. Codesto di certo non accade con me. Prima di tutto io ti conosco per bene; e poi sono superiore al volgo d'ogni fatta — anche a quello che calza guanti e va in carrozza, il quale in molte cose è più crassamente volgo dell'altro. Ma faremo bene in modo che niuno abbia mai da saperne un'acca. Per presentarsi nel mondo bisogna avere un nome ed una famiglia ed un passato che si possa raccontare francamente a tutti. Nè tu, nè io non abbiamo nulla di codesto; ebbene faremo per te ciò che ho già fatto per mio uso; ti fabbricheremo un passato, una famiglia ed un nome. Dimmi frattanto se tu hai qualche progetto sul tuo avvenire.

«Gli contai ciò che s'era detto e deciso fra Don Venanzio e me, e gli confessai la mia ripugnanza ad acconciarmi come servo. Gian-Luigi crollò il capo e levò le spalle.

«— Quel Don Venanzio è il miglior prete delmondo, diss'egli, ma il più disadatto ad immischiarsi in queste cose. Eppoi ti ho detto che bisognava fabbricarsi un passato acconcio, ed il vecchio parroco è la realtà vivente del passato che occorre nascondere. M'incarico io del tuo avvenire; ho già in vista quello che fa per te; manda a spasso il parroco e lasciami fare.

«Mi affidai tutto in esso, e promisi avrei fatto a suo modo. Quindi lo richiesi di lui, della sua vita e delle sue condizioni.

«Egli mi rispose con una leggerezza spensierata e piena di allegro brio:

«— Io? Sono niente ancora, ma tendo le fila per diventare..... che cosa? Non so bene, ma pur tale che conti..... Vivo tuttavia sulla somma pagatami dagli eredi del mio protettore. Il giuoco, in cui la fortuna mi seconda, accresce i miei proventi ed allunga la vita a quel capitale che faccio correre al gran trotto a tiro a quattro sullo stradone delle spese e del lusso, lasciandone un lembo ad ogni segnacolo della via. È una vita turbinosa che inebria. Prima che quel capitale sia finito, qualche cosa avrò trovato. Seguito gli studii di medicinapro forma; e poi perchè la fisiologia, oltre all'essere curiosissima scienza, mi può diventar utile; ma intanto studio più profondamente il mondo e la società, questo gran libro in cui tutto è scritto e in pochi sanno leggere, questo malato cui la cancrena travaglia e il medico da saperlo curare non è ancora nato. Tu studierai meco; e ci aiuteremo a vicenda. La tua potenza d'osservazione e la mia nativa acutezza di scetticismo diffidente sono fatte apposta. Comincieremo per mettere a nudo questo mondo mascherato e imbellettato; lo sviscereremo come fa l'oste che aggiusta un pollo per farlo arrostire; poi lo domineremo. L'anatomia d'un cadavere è cosa interessantissima: è tale a mille doppi quella d'un organismo vivo, quella d'una personalità immensa quale si è la società umana. Siamo dunque intesi. Di quest'oggi stesso mi occuperò de' fatti tuoi, e non tarderò molto a venirtene a dire i buoni risultamenti. Addio.

«Si partì così, lasciandomi nel cuore un poco di quella vivacità, di quelle speranze, di quell'ambizione fors'anco che davano al suo carattere ed ai suoi modi animazione cotanta; e con ansia stetti aspettando il suo ritorno.

«Non tardò infatti gran tempo. Il domani stesso, non essendosi lasciato vedere alla visita, venne da me all'ora stessa in cui avevamo avuto il colloquio che t'ho detto, e mi apparve tutto raggiante.

«— È cosa fatta, mi diss'egli senza indugio, sedendosi presso il mio letto. Tu sei bello ed allogato. Lo stipendio non è dei più grassi: sessanta lire al mese, alloggio, tavola, bucato..... e qualche incerto guadagno che vedrai venire fuori e di cui imparerai ad approfittarti. Non è uno stipendio da ministro, ma per cominciare!..... I grassi stipendii verranno poi. Hai tu mai sentito a nominare il sig. Nariccia?... No? — È giusto. Laggiù nel villaggio nessuno lo conosce. Ma qui in Torino è cosa diversa. Ei tiene mezza la città nei suoi artigli — artigli è il vero termine — e tutta la gente lo conosce e nutre per lui un'osservanza!.... l'osservanza che si merita un Rotschild acconciato alle proporzioni del nostro paese! Questo personaggio, in apparenza umile, vestito come un vecchio usciere, maneggia i milioni come tu non hai potuto ancora fare coi centesimi. Ha denari da tutte parti. La banca Bancone lavora a suo conto; tutti gl'impresari di lavori pubblici vanno avanti co' suoi capitali; è il segreto padrone di tutti i pubblicani delle gabelle. Ti ricordi del bastone di Bruto? Una verga d'oro in una corteccia di ramo di sambuco. Questo è un milionario nei panni d'un usuraio. Ma un usuraio che sa fare ammodo; di quanti pela, nessuno ha gettato ancora mai un grido che lo compromettesse. Io l'ho conosciuto per azzardo, e ne ho coltivata la conoscenza per progetto. Ho acquistato presso di lui una domestichezza cui non accorda a chicchessia. C'è molto da imparare praticandolo, e mi sono fatto promessa solenne che avrei imparato tutto e per bene. Ha bisogno d'un cotale che gli scriva le sue lettere senza errori di grammatica e con buona ortografia, e che gli rediga con sintassi i discorsi che ha da pronunziare nelle congregazioni religiose e di carità di cui è membro zelantissimo e nelle società commerciali in cui abbindola pulitamente soci ed azionisti. Aveva offerto a me questo impiego: ma io sono già troppo innanzi negli occhi del mondo per accettarlo. Tu cominci appena, ed è questo il miglior principio e più vantaggioso economicamente che ti si possa presentare. Mi sono fatto dar parola che avrebbe accolto il mio raccomandato. Inventeremo una storiella apposita che ti intrometta colla più naturale verosimiglianza. Ponendo il piede sulla soglia di quella casa, tu entrerai nella strada che mena alla ricchezza. Mi dirai un bel giorno che mi devi la tua fortuna. Guarisci adunque sollecitamente perchè io possa presentarti a messer Nariccia. Le cose più presto si fanno e meglio è per ogni verso.

«La proposizione di Gian-Luigi, a dire schiettamente il vero, non mi lasciava del tutto soddisfatto; c'era anzi qualche segreta cosa che me ne allontanava; ma la foga delle parole e la sicurezza di Gian-Luigi mi stordivano quasi, e non mi permettevano il coraggio di pur manifestare quella specie di mia malavoglia. Accettai e ringraziai. Se non altro avevo un pane assicurato ed avevo i piedi fitti in questa folla agitata della capitale che mi attirava e spaventava nello stesso tempo.

«Gian-Luigi mi aveva lasciato da pochi minuti, quando mi si presentò sollecita la faccia ilare e improntata di tanta benevolenza di Don Venanzio.

«— Il Signore ci ha aiutati: cominciò senz'altro il buon prete, tutto giulivo: ti ho trovato il miglior posto che si potesse desiderare. Ho parlato di te al marchese di Baldissero medesimo, e quel generoso ha consentito a prenderti seco egli stesso e provarti per sapere quale ufficio ti possa competere e debba quindi assegnarti. Gli ho detto tutto di te; non hai perciò nulla da nascondergli, nulla da dissimulare; come nulla del pari verrà più a farti ricordare le traversie passate. Il marchese sa che il labbro di questo vecchio servo di Dio non si è macchiato mai d'una menzogna, ed affermandogli io la tua innocenza, egli crede ad essa come ad una verità di cui avesse la prova: per la medesima ragione crede al tuo ingegno ed alla tua istruzione. Volentieri egli si presta per salvare dalla miseria e da ogni pericolo di male una creatura di Dio, i cui mezzi non comuni furono forse dalla Provvidenza concessi ad ottenere un gran bene. Se vi è uomo che possa coll'esempio, coll'autorità, cogli ammaestramenti indirizzare un'anima umana sulla buona strada, ispirarle i più sani principii e le più maschie e cristiane virtù; se v'è uomo che meriti rispetto, quello è il marchese. Tu, ne son certo, benedirai la benignità della Provvidenza, e me che fui di essa stromento, per averne ottenuto un tanto favore.

«Io rimasi imbarazzatissimo e non seppi di botto che cosa dire. Se il parroco fosse venuto a propormi d'entrar precisamente da domestico, avrei avuto il coraggio di manifestargli senza esitazione la mia ripugnanza e il mio rifiuto; ma ora le parole di lui mi adombravano una condizione ben diversa da quella che io aveva supposta, e in tal caso, posto in bilancia la fiducia che si meritava la prudenza affettuosa del buon vecchio e quella che l'avventatezza egoistica di Gian-Luigi, le qualità di gentiluomo presso cui voleva allogarmi Don Venanzio e quelle del trafficatore di denaro, al quale aveva promesso l'opera mia il giovane mio amico, non c'era da esitare un momentino nella scelta, anche per la mia inesperienza d'allora. Oltre ciò al marchese di Baldissero non doveva io già una certa riconoscenza per essere egli stato l'autore della mia sollecita liberazione? Quindi se alcun valore era in me, non mi toccava forse l'obbligo di questo impiegare in servizio di lui piuttosto che d'altri? Di più, senza che io me ne sapessi spiegare la cagione menomamente, il nome solo di quella famiglia — di Baldissero — fin dalla prima volta che io l'aveva udito, forse perchè il capo di essa m'era apparso come un genio tutelare che mi avesse protetto, m'aveva ispirato un certo non so che d'indefinito che era simpatia, che era reverenza, un misto confuso di sentimenti il cui effetto era di farmi sembrare che a quella famiglia io non fossi affatto affatto estraneo, che alcun legame segreto mi vi avvincesse, non so come; onde alle parole di Don Venanzio fortissimo di colpo mi si era destato il desiderio di entrare in essa.

«Era forse già un presentimento d'un venturo legame che doveva stringere il mio cuore.... Ah! più tardi mi domandai con profondo fremito di tutte le fibre, che cosa sarebbe avvenuto di me se io allora fossi stato intromesso in quella casa; e più vivo e doloroso ebbi il rammarico che ciò non fosse avvenuto, e d'altra parte per contro quasi benedissi l'error mio, perocchè più acuto sarebbe stato il tremendo dolore che mi aspettava, che mi ha raggiunto, che mi travaglia quest'anima combattuta.

«Ma tu non puoi ancora comprendere queste parole, che presto verrò a spiegarti, quantunque contengano il mio più caro e più tremendo segreto: — ma non ho io deciso di svelarti tutto? — tutto l'esser mio?

«Avrei dunque voluto a quelle parole di D. Venanzio poter rispondere con una sollecita accettazione; ma come, se avevo impegnata la mia parola con Gian-Luigi?

«Il parroco s'accorse della mia esitazione e del mio imbarazzo, e volle saperne la ragione. Tentennai alquanto; mi passò perfino nella mente il pensiero di tacer tutto a D. Venanzio, e di accettare subitamente come se nulla fossevi stato con Gian-Luigi. Però alla verità non sapevo ancora, e non lo so nemmanco adesso, fallire; avevo poi per quel vecchio sacerdote troppa reverenza perchè mi potesse durare a lungo il pensiero di ingannarlo, di pur dissimulargli alcun che. Alla seconda volta ch'egli inquieto e sollecito mi fece richiesta di che cosa avessi, gli dissi tutto.

«Se ne mostrò molto contrariato, mi rampognò amorosamente perchè, avendo egli promesso torsi briga de' fatti miei ed essendomi io affidato in lui, avessi poi, senz'aspettare una sua risposta, disposto delle cose mie; era quasi un mancar di parola verso di esso, era un mancar di fiducia in lui, cose che in me lo affliggevano e l'una e l'altra.

«Proposi vivamente di non tener conto nessuno della promessa data a Gian-Luigi; ed egli me ne ripigliò con severe parole. Avrei fatto maggiore ancora il mio fallo; creder egli di certo che la condizione da lui procacciatami sarebbe stata migliore sotto ogni riguardo, ma ora mio obbligo esser quello di mantenere la data parola; imparassi da ciò ad andar cauto a prendere impegni, ma allorquando ne avessi assunti, mi facessi una legge ad adempirli.

«Mi lasciò con queste parole non offeso, chè troppo buono è il suo cuore per offendersi mai,ma disgustato; ed io da mia parte, nell'animo sentii una malavoglia, una scontentezza che era come il presentimento delle poco liete cose che mi aspettavano.

«Ciò però non tolse che una settimana dopo, guarito, ma debolissimo ancora, io non fossi insediato nel mio ufficio in casa di messer Nariccia.

«Messer Nariccia aveva allora intorno a cinquant'anni. Un ometto piccolo e grassotto a collo torto, a mani rozze e grossolane, a piedi enormi, con ventre proeminente e voce fessa che mi ricordava quella del ladro Graffigna. La faccia piena, la carnagione di color terreo, un'aria sommessa e da buonuomo, un sorriso improntato sulle labbra, troppo costante per essere sincero; i capelli grigi gli venivano giù bassi sulla fronte piccola; gli occhi piccini e birci guizzavano via, per dir così, innanzi allo sguardo degli altri, come timidi vergognosi. Portava un po' di barba d'un biondiccio slavato alle gote, la quale sembrava ancora lanugine; la cravatta bianca, pantaloni, panciotto e soprabito scuri di panno sempre logoro; orologio d'argento con grossa catena d'acciaio, scarponi da montagna, cappello a larga tesa da quacchero, e, suo fido compagno, un grosso bastone.

«Mi accolse con quel suo sorriso che mi parve ghiacciato; mi fece un discorso impacciato in cui le parole si affoltavano senza troppo senso e senza nessun ordine, mentre uno dei suoi occhi guardava la punta delle sue scarpe e l'altro il luciore degli stivalini di vernicato di Gian-Luigi. Trovò la maniera di ficcare in tutti i periodi la Madonna, i Santi, le piaghe di Gesù, il timor di Dio e il gesuita padre Bonaventura del Carmine, suo confessore.

— Buono! Interruppe Giovanni Selva. Gli è anche il confessore di mia madre; e conosco che pollo è.

«— Mi disse in sostanza, continuò Maurilio, che, giovane com'ero, col lavoro e coll'ingegno, avrei potuto arrivare ai favori della fortuna se avessi saputo guadagnarmi colla religione gli aiuti del Cielo. Prendessi ad esempio lui; venticinque anni prima egli era venuto a Torino dalle sue montagne di V... più povero e più solo di quello che fossi in allora, sapendo appena appena leggere e scrivere e già presso ai 25 anni. Ma egli aveva coraggio, buona voglia di lavorare e il santo timor di Dio. Egli entrò come servitore — vero servitore, a spazzar camere e lavar anche i piatti di cucina, e non se ne vergognava, perchè Iddio gli aveva fatta la grazia di non lasciargli perdere mai la umiltà, — entrò dunque come servitore nel collegio-convitto tenuto dai PP. Gesuiti al Carmine, dove tutte le principali famiglie torinesi della nobiltà e della borghesia facevano educare i loro figliuoli. Era appunto allora il 1815, quando colla ristaurazione in Piemonte dell'antico Principato Sabaudo, tornavano a regnare, secondo ch'egli diceva, i buoni principii e la vera religione; ed egli diede prove serie, costanti e solenni ai suoi superiori di essere il meglio pensante e il più zeloso e fedel servo della buona causa, onde si cominciò a distinguerlo e ben volergli, e poichè la Madonna dei sette dolori e quella della Consolata e S. Luigi Gonzaga di cui era specialmente devoto, lo aiutavano per loro bontà celeste, più che non fossero i poveri meriti suoi, ebbe campo di avere al suo zelo sì buona riuscita che quei santi uomini dei PP. Gesuiti lo elevarono a poco a poco di grado e di uffici, e giunse ad essere il dispensiere del collegio.

«Sempre aiutandolo Iddio, secondo la sua espressione, e la più severa economia, era già riuscito a mettersi in disparte un piccolo nucleo di capitale cui si guardava bene dal lasciare inoperoso, ma faceva senza riposo lavorare come lavorava instancabilmente egli stesso. I superiori del collegio, incantati delle sue virtù e della sua abilità, ne parlavano tanto bene che il marchese di Baldissero, avendo avuto bisogno d'un intendente, non volle saperne d'altri che di lui, e benchè assai gli rincrescesse abbandonare i buoni Padri del Carmine, tuttavia dietro le istanti sollecitazioni del marchese, animato a cedere anche dai Reverendi i quali contavano fra i primi loro protettori e amici il marchese medesimo, egli finì per acconsentire.

«Questo marchese di Baldissero non era mica l'attuale padre del marchesino, ma quello che Nariccia chiamava il vecchio marchese, padre al capo presente della famiglia ed avolo di quel tracotante insultatore di Benda. Ah quello era un uomo! esclamava pieno di compunzione e di ammirazione il sig. Nariccia. Il marchese attuale, soggiungeva egli, è certo un degno signore pieno di mille meriti; oh non era egli che ne volesse dire il menomo male; era ben pensante ancor egli, certo, ma il padre suo!... Che fermezza! che rigore! che testa e che mano d'acciaio contro i liberali! Che zelo per la buona causa, la religione, la monarchia legittima, i privilegi della nobiltà! Era un piacerone, per uomini della stampa di cui Nariccia si vantava di essere, lo aver da fare con lui.

«Egli era entrato al servizio del marchese nel 1821, quando, dopo il ridicolo tentativo dei Costituzionali, diceva il buon messer Nariccia, quel capo duro di Carlo Felice era venuto a metterli alla ragione. Il figliuolo — l'attuale marchese — aveva in quell'occasione dato qualche dispiacere al vecchio gentiluomo. Trentenne allora, il padre del marchesino erasi intromesso in quella schiera che si radunava intorno al principe di Carignano, nobili con velleità liberali, e benchè non fosse stato veramente compromesso nella rivoluzione, ilpartito dei puri lo guardava con occhio sospettoso. Il padre lo aveva fatto partire per un viaggio, e quindi lo aveva fatto nominare addetto all'ambasciata in Ispagna, così che durante quasi tutto il tempo in cui Nariccia fu al servizio della famiglia, egli era stato assente dal paese.

«Quando poi il vecchio marchese, nel 1825, morì e fu capo della famiglia l'attuale, Nariccia già da un anno era uscito di quella casa. Iddio aveva continuato, diceva egli, a favorirlo, e con quel poco di ben di Dio che aveva potuto raggranellare coi suoi risparmi, s'era posto più definitivamente in certi traffichi che già aveva intrapresi, e colla benedizione del Cielo, colla protezione della Beata Vergine e dei Santi a cui lo legava una particolare divozione, i suoi affari avevano prosperato. Dunque accogliessi buona speranza anche pel mio avvenire, se avevo la ferma intenzione di seguitare il suo esempio e di adottare le sue umili virtù da buon cristiano. Egli, da canto suo, avrebbe fatto di tutto per tenermi nella buona via del Signore e rendermi degno dei favori del Cielo.

«—Amen!Disse a questo punto Gian-Luigi, il quale aveva già sbadigliato più volte durante quel lungo ed indigesto e scomposto discorso.

«Io mi sentiva invadere l'anima da un freddo morale, che era uguale e fors'anche conseguenza a quello fisico onde avevo tutte oramai ingranchite le membra, per lo star fermo in piedi in quel freddo salotto dove il sig. Nariccia ne aveva accolti. La casa in cui egli abitava ed abita tuttavia, di sua proprietà, è posta in via **, una delle più anguste di Torino. Tutto era grigio colà dentro; il color delle pareti, la vernice delle intelaiature delle porte, il pavimento, il soffitto, il colore del legno e della stoffa dei mobili, le cortine delle finestre sopraccariche di polvere, la poca luce che si stacciava traverso ai vetri sporchi in quella nuvolosa giornata d'inverno. Non c'era pure una favilla di fuoco, e il camino ornato d'un marmo grigio, con un po' di cenere rammucchiata nel focolare pareva, invece di calore, com'è suo ufficio, mandare anzi nella camera un freddo maggiore. Con quella freddolosità che ci entrava nel corpo per tutti i pori veniva compagna una mestizia, quasi un abbattimento che ti ammortava ogni vigore dell'anima. Ascoltai tutta la lunga diceria del mio nuovo padrone a capo basso; e sentivo una stanchezza, una malavoglia, quasi un'antipatia per quest'uomo, una impressione sgradevole insomma, che era forse accresciuta in me dalla debolezza in cui mi trovavo ancora per la recente malattia.

«Gian-Luigi, che era impaziente di finirla, fece osservare a Nariccia che io aveva bisogno di due cose: di riposarmi, perchè ero ancora in convalescenza, di venir vestito un po' convenientemente, perchè portavo tuttavia gli abiti rozzi e laceri che avevo nel villaggio.

«Nariccia mi guardò alla sfuggita con un occhio, mentre coll'altro pareva sbirciare Gian-Luigi, e poi mi disse:

«— Vi condurrò nella vostra camera. Vi permetto anche di andare a letto, se ne avete bisogno... D'ordinario io mi alzo alla mattina alle cinque — anche d'inverno — e occorrerà che siate in piedi a quell'ora anche voi, ma pei primi giorni potrete stare in letto a crogiolarvi anche sino alle sei... Quanto agli abiti, cercherò fra i miei vecchi panni se qualche cosa potrà adattarvisi, e ve lo manderò dalla Dorotea. Venite.

«Gian-Luigi si partì, ed io seguii messer Nariccia nella camera che mi aveva assegnata.

«Era un camerino stretto ed alto, posto verso il cortile, non illuminato che da un finestruolo così elevato da non poterci arrivare senza una scala, più nudo, più grigio, più uggioso del salotto che avevamo lasciato. In un angolo stavano per terra due grandi casse di quelle che si usano pel trasporto delle mercatanzie e sopravi gettato un pagliericcio che mi aveva da servire per letto; al disopra di esso tendeva le braccia, appesa al muro, una gran croce di legno nero; li presso, da una parte, un vecchio baule di cui la pelle, liberatasi dalle bullette, si rivolgeva contorta allo insù con volute che avresti detto rabbiose, dall'altra parte un tavolino che aveva perduto la vernice ed aveva acquistato una ricca crosta di polvere accumulata, zoppo e reggentesi a stento contro la parete; compieva il novero di quelle masserizie una seggiola che perdeva l'impagliatura del suo piano ed aveva perduto affatto la traversa della sua spalliera.

«Non era a me, avvezzo al fenile di Menico ed uscito allor allora di prigione e dell'ospedale, che la povertà di quella stanza e di quelle robe potesse parer soverchia o produrre soltanto alcun effetto; ma pure, entrando colà dentro, io sentii rinnovarsi e più forte quella specie di freddo onde avevo provato l'impressione sensibilissima al primo porre il piede in quella casa. Parvemi che una voce interna mi dicesse che la vita che avrei dovuto passare colà dentro sarebbe stata la più ingrata del mondo; feci girare intorno l'occhio quasi atterrito, come per cercare un mezzo di fuggire, e poichè l'uscio spesso e grossolano di abete si serrò con fracasso dietro di noi, e il mio sguardo non corse più che sulle pareti nude e scuramente grigiastre, mi sembrò d'essere entrato in una nuova carcere.

«— Suvvia, mettetevi a letto, mi disse il mio nuovo padrone, riposatevi, dormite, e domani stesso comincierete le vostre funzioni.

«Si avviò per uscire, ma quando fu alla porta si fermò per soggiungere:

«— Forse avete bisogno di qualche cosa; or ora che venga Dorotea da voi, le direte ciò che v'occorre. Qui già non si mangia mai fuori pasto, ma per voi che siete ancora convalescente, credo bene che vi sarà un po' di brodo. Intanto dite le vostre orazioni e se aggiungerete un pater e una ave alla mia intenzione, mi farete piacere. Io da mia parte non vi dimenticherò nelle mie.

«Strinse le mani come uomo che prega, storse il collo e borbottò fra le labbra con aria compunta come chi dice una giaculatoria, quindi uscì. Io stetti un poco li piantato al luogo in cui mi trovavo, senza quasi sapermi render conto esattamente delle mie condizioni, di quello che succedeva e di me stesso. Una nuova vita incominciava per me, ciò era certo. Il passato cadeva irrevocabilmente nel baratro delle cose distrutte per sempre e che non tornano più. Questo passato ben era stato abbastanza infelice perchè io non avessi a rimpiangerlo: eppure sentivo un'esitazione, quasi una paura nell'affacciarmi all'oscurità di quel futuro che stava per incominciare.

«Mi riscossi sentendo invadermi sempre più le membra da quel freddo fisico a cui andava compagno un freddo morale che mi veniva avvolgendo l'anima. Tutto intirizzito mi affrettai a pormi a letto, il quale trovai ben diverso, quanto a comodità ed agiatezza, da quello che avevo all'ospedale. Ero inoltre non coperto abbastanza e per quanto rammontassi addosso a me quei pochi panni mezzo laceri che avevo allor allora svestito, sentivo tuttavia crescermi lo intirizzimento che mi faceva battere i denti come a chi è assalito dalla terzana.

«Poco stante entrò una vecchia trascinando le pianelle entro cui teneva i piedi, burbera d'aspetto, grossa e robusta della persona, con qualche cosa di virile nelle sembianze, che mi fece il più scontroso effetto del mondo. Come certe volte si è mai ingiusti nell'apprezzamento fatto dietro la prima impressione! Per quella creatura brutta e grossolana, io provai di botto una viva ripugnanza che mi fece sembrare di vedermi davanti risuscitata la Giovanna, più niquitosa che mai. Ella portava sopra il suo braccio in un fascio alcune vestimenta, destinatemi da messer Nariccia.

«— Ebbene, giovinotto, mi diss'ella coll'accento con cui si parla colle persone che si vogliono strapazzare, di che cosa avete bisogno? Orsù parlate.

«Io levai timidamente lo sguardo verso quella megera e il suo viso scuro colle sopracciglia aggrottate mi fece una vera paura. Mi parve che se domandassi alcuna cosa a quella donna, avrei incorso chi sa qual pericolo: risposi tremando e di freddo e di suggezione:

«— Non ho bisogno di nulla, non voglio nulla.

«La vecchia Dorotea mi guardò con aria più feroce di prima.

«— Che storie sono queste? Come, non avete bisogno di nulla? Avete mangiato? Non vedete che avete l'aria d'un pulcino colla pipita? E semonsùmi ha detto di venirvi a domandare se volete qualche cosa, bisogna prendere qualche cosa. È già un fatto straordinario che monsù offra una goccia d'acqua; andate là, che se fate delle cerimonie siete uno stolido.

«La verità era che io mi sentiva proprio un gran bisogno di ristoro; ma pure non osavo muovere la menoma domanda. Tacqui non osando pur levare più lo sguardo sulla faccia per me terribile di quella vecchia colossale.

«Dorotea stette un poco, gettò sopra il baule le vesti che aveva recate, poi crollò le spalle con impazienza soggiungendo colla sua voce più aspra ed ingrata:

«— E tal sia di voi! E così non avrò da pigliarmi altri incomodi, che se credete ch'io vi avessi da servire anche voi, la sbagliereste di grosso. Ne ho già di soverchio a serviremonsù, che non c'era nessun bisogno che venisse a ficcarsi in casa un terzo che sarà buon da niente e che mi accrescerà lavoro, alla mia età!..... Eccovi intanto i panni chemonsùvi manda. Li vestirete domani. Oh ci starete proprio bene dentro, come un bastone in un sacco.

«Mi pareva sempre più di riaver dinanzi viva e tal quale la moglie di Menico; onde la mia ripugnanza e il mio disagio crescevano sempre più.

«Ad un punto Dorotea s'accorse che battevo i denti.

«— Avete freddo? Mi domandò.

«— Sì, un poco: risposi con voce mozzicata, appena da potersi udire.

«Mi cacciò bruscamente le mani sotto le coltri a soppesarle.

«— Parevami pure che queste coperte dovessero bastare.

«Toccò le mie guancie e le braccia e le mani.

«— Questo babbuino è freddo come una manciata di neve. E' non ha niente affatto sangue nelle vene. Bel coso chemonsùs'è andato a caricare! Egli ci basirà qui come un pippione da imbeccare tolto troppo presto dal nido.

«Stette un momentino in silenzio, poi mi disse ruvidamente, colla guisa che altri avrebbe fatta una minaccia o scaraventata in faccia un'ingiuria:

«— E vostra madre? Dove l'avete vostra madre?

«Queste parole mi scesero profondo nell'anima come una punta di lama che mi ferisse. A quell'essere sconosciuto che era stato mia madre pensavo cotanto e sentivo verso di essa tante e sì forti aspirazioni! Il rammentarmi ad un tratto in quelle condizioni che non avevo, nè mai avevoavuto intorno a me una madre, mi fece sentire più doloroso, più disperante il mio isolamento, così che, senza potermi in nessun modo frenare, ruppi in un subito pianto.

«Dorotea stette un poco a guardarmi come stupita, poi mi disse collo stesso accento, senza che la sua voce avesse pure il menomo cenno di pietà:

«— Che? vostra madre è morta?

«Mi rasciugai le lagrime, soffocai a forza i singhiozzi, e risposi con più ferma voce che potei:

«— Non la ho mai conosciuta.

«E poi, come sentivo l'emozione vincermi nuovamente, nascosi la faccia sotto le coltri e mi premetti coi pugni chiusi gli occhi che a forza volevano piangere. Dopo un poco, non avendo udito più alcun rumore, alzai la testa, e non vidi più nessuno. Dorotea, forse infastidita di quelle mie lagrime, avevami lasciato lì, senza tentar pure una parola di consolazione. Provai quasi un sentimento di sollievo a trovarmi solo; ma il bisogno di ristoro si faceva sempre più forte, aumentava quel freddo che m'intirizziva e cominciava a darmi un vero tormento. Eppure domandare non osavo; avevo rifiutato un minuto prima ciò che mi si era offerto; ed ancora, se avessi pur domandato, non ero sicuro che alcuno sarebbe venuto al mio appello.

«Il bisogno divenuto incomportabile era lì lì per farmi superare la mia timidità e spingermi ad un tentativo di chiamar per aiuto, quando udii nello andito che conduceva al mio stambugio lo strascico delle pianelle di Dorotea, e tosto dopo vidi l'uscio aprirsi e quella vecchia con faccia da megera comparirmi dinanzi più burbera e stizzosa che mai, tenendo sopra un braccio una coperta e in una mano una scodella fumante.

«Non disse una parola ned io parlai. Io guardava quella benedetta scodella coll'occhio intentamente desioso d'un affamato. Dorotea s'avanzò, pose la scodella sul tavolino, e poi di mala grazia mi gettò addosso la coperta, cui non si diede punto cura di aggiustarmi intorno, ma lasciò spiegazzata come volle stare; poi ripigliata in mano la scodella me la pose innanzi a farmi venire alle nari l'odore riconfortante di un sugoso brodo di carne.

«Presi avidamente la ciotola con ambe le mani che mi tremavano.

«— Grazie! Mormorai osando levare lo sguardo su quella terribile faccia di donna.

«Ella nè rispose, nè parve tocca in alcun modo dal sentimento di riconoscenza che pur c'era nell'accento della mia voce. Mi volse le spalle ed uscì col suo passo lento e pesante, trascinando quelle sue ciabatte come aveva fatto venendo.

«Quella scodella di buon brodo mi riconfortò tutto; mi ravviluppai poscia per bene colla coperta stata aggiunta alle mie coltri e tornando nelle mie membra per ciò un benefico calore, io sentii un certo benessere invadermi il quale mi condusse senza ritardo un tranquillissimo sonno.

«E in quello stato incerto di dormiveglia che precede l'addormentarsi mi apparve annebbiato, ma non più spaventoso il sembiante di Dorotea che ora mi pareva confondersi con quello della Giovanna, ed ora mi pareva pigliare una tinta di benignità, facendomi oscillare fra la prima, istintiva ripugnanza che quella donna mi aveva ispirata, e quel certo sentimento di gratitudine che quel suo ultimo tratto mi aveva lasciato nell'animo.

«Il domattina dormivo ancora della grossa, quando una mano venne a scuotermi per una spalla ed una voce sottile e strillante mi gridò:

«— Ehi là giovinetto! Svegliatevi su! Altro che le sei, sono le sette.

«Mi destai in sussulto. A tutta prima non ebbi coscienza di dove mi trovassi. La mia stanza era tuttavia oscura ed appena se dall'alto finestrino discendeva un incerto albore in essa. Mi fregai gli occhi, guardai intorno, pensai in un attimo al fenile di Menico, alla prigione, all'ospedale, vidi che non ero in nessuno di questi luoghi, mi ricordai ad un tratto di ciò che era avvenuto il giorno prima, sorsi a sedere sul letto e riconobbi nell'uomo che mi aveva svegliato il signor Nariccia.

«— Orsù è più che il tempo di levarsi, soggiunse messer Nariccia. Avete dormito oltre il bisogno, Tognino.

— Tognino! Esclamò a questo punto Selva, stupito d'udir così chiamato Maurilio. Avevi tu cambiato di nome?

«— Era stato Nariccia medesimo, rispose Maurilio, a volere che così mi chiamassi. Appunto, mi sono dimenticato di narrartelo. Gian-Luigi aveva inventata una storiella sui fatti miei che si prese incarico egli stesso di narrare a Nariccia per farmene accettare. Io era figliuolo di certi negozianti che, avendo visto andare a male i loro affari, n'eran morti di crepacuore, lasciandomi orfano in tenerissima età alle cure d'uno zio prete, il quale mi aveva preso con sè, allevato ed istrutto in quel modo di cui non avrei tardato a dargli prova. Che adesso, morto essendo, e poverissimo ancor egli, lo zio, m'ero trovato affatto solo al mondo e nella massima miseria, ch'egli, Gian-Luigi, statomi compagno di scuola, s'interessava vivamente a me e perciò gli premeva vedermi allogato così bene ecc. ecc.

«Nariccia aveva egli creduto a codesto? Io non so; il fatto è ch'egli non se ne diede altra briga e forse, perchè io gli servissi all'uopo, niente gli importava donde venissi e che cosa fossi: soltanto, al dire di Gian-Luigi, poichè ioa quel colloquio tra di loro non fui presente, soltanto gli dispiacque assai il mio nome di battesimo, e qualunque ne fosse la ragione, che io mal saprei indovinare, Gian-Luigi mi disse come all'udire ch'io mi chiamava Maurilio, Nariccia avesse dato in un trasalto, avesse corrugato la fronte e sclamato con una emozione che invano avea cercato dissimulare:

«— Si chiama Maurilio?... Che razza di nome!... Ma ci sono dei Maurilii qui in Piemonte? Non ho mai sentito nessuno del nostro paese che fosse battezzato così.... Di che paese è egli mai?

«— Di Pinerolo, rispose francamente Gian-Luigi che non si lasciava punto imbarazzare da nulla al mondo.

«Questa risposta parve acquetarlo.

«— È un nome che non mi piace: riprese egli poi. Un nome che appena è se ha l'apparenza di esser cristiano. Non è un santo che abbiamo scritto nel calendario della nostra diocesi. Ditegli che si chiamerà Antonio. È il mio santo protettore; e sarà bene anche per lui l'essere sotto la sua protezione.

«Io dunque doveva rassegnarmi a diventar Tognino per quanto tempo sarei rimasto in casa di messer Nariccia, e benchè mi rincrescesse non poco abbandonare il mio nome cui posso credere postomi da mia madre medesima, Gian-Luigi facilmente mi persuase che sarei stato pazzo a rinunciare a quel posto per sì futile ragione, protestando ch'egli in caso simile si sarebbe acconciato a lasciarsi chiamare anche Bernardone.

«Per continuare adunque, Nariccia, quella prima mattina mi svegliò come io ti ho detto, e fattomi levare e vestire in fretta di que' suoi panni, che secondo l'espressione di Dorotea mi stavano proprio come un sacco ad un bastone, mi condusse poscia in un suo studiòlo che era mille volte ancora più triste del melanconico salotto in cui mi aveva accolto il giorno prima, e del tetro stambugio che mi era dato per istanza da dormire.

«Figurati una camera più lunga che larga, illuminata da una sola finestra, la quale, munita d'una grossa inferriata, poi d'una fitta graticola di ferro lasciava passare a stento la luce traverso i vetri sporchi tanto da esser ridotti poco meno che opachi. Pareva che quella benedetta luce si avesse in odio nella casa di messer Nariccia e le si misurasse a stento il passaggio e si premunisse contro di lei l'accesso come contro un nemico. Verso la finestra in questo freddo studiòlo senza camino, nè stufa, eravi una scrivania con sopravi una piccola scancia divisa in caselle da riporvi delle carte. La scrivania era del tutto adattata al resto della casa; vecchia, sverniciata, polverosa, il panno verde tirato sul piano dove scrivere frusto con larghe macchie d'olio e d'inchiostro, scollato da una parte, ed a chiamarlo verde ancora era un adularlo, tanto n'era misto di mille tinte sporche il colore. In faccia, presso l'altra parete, un semplice tavolino. Verso la parte più scura un cancello di sbarre di ferro con una fitta grata separava dal resto un angolo della stanza: in questo cancello s'aprivano un usciòlo per entrarvi ed uno sportello come quello che si trova presso i cambiamonete, per cui dare e ricevere il denaro, sportello che si chiudeva con una specie di cateratta che scorreva fra due scanalature da sottinsù e viceversa. Perchè non si vedesse entro questo cancello per i fori della grata, dietro di questa era tirata tutt'intorno una cortina di tela verde. Nessuno penetrava mai in quel sacrario, ma quando lo sportello ora aperto, chi vi gettasse dentro un'occhiata poteva sorgere nell'angolo una voluminosa e pesante cassa-forte di ferro, irta di grosse capocchie di chiodi piantati nelle lastre.

«Dietro la scrivania era un seggiolone frusto, di cuoio spellato, a spalliera altissima; sopra questa spalliera pendeva appeso al muro un almanacco, e lì vicino appiccata alla parete per quattro bullette una tavola di riduzione delle antiche misure, pesi e monete del Piemonte in monete, pesi e misure decimali. In prospetto a quel seggiolone e quindi al disopra del tavolino stava attaccato per un chiodo al muro un'incisione grossolana, grossolanamente colorita della Santa Vergine, inquadrata in una cornice di legno inverniciato a color naturale. Nel mezzo della stanza un braciere di ferro a tre piedi conteneva molta cenere ed un poco di carboncina mezzo spenta.

«Nariccia mi menò innanzi al tavolino sotto il quadro della Vergine e mi disse:

«— Questo è il luogo in cui lavorerete, in cui lavoreremo insieme, poichè io starò là (e mi additava la scrivania); e coll'aiuto del Signore e della Madonna della Consolata, spero che sarà benedetto il nostro lavoro.

«In quella fredda, oscura stanza, seduto a quel tavolino, passai poco meno di un anno, quasi incatenato, scrivendo lettere, facendo conti, compilando discorsi per conto del mio padrone, del quale non tardai molto a conoscere ed a prendere in disprezzo profondo l'industria scellerata. Quell'uomo, sotto la sua volgare ipocrisia religiosa, non ha altro sentimento, altro affetto, altra guida alle sue azioni che l'amor del guadagno, che la smania di far denaro. Colla sua impostura cerca di gettar polvere negli occhi alla gente, colla sua prudenza s'industria di fare il peggio male possibile che gli frutti, senza dar di cozzo nel Codice penale. Nello scrivere molte delle sue lettere, delle sue memorie, di cui egli mi dava una traccia confusa perchè le mettessi in netto, essendo che nè lingua, nè grammatica, nè sintassi egli non sapeva affatto che si fossero;nello scrivere certe di quelle infamie, la mia mano fremeva con ripugnanza e l'onestà che era in me si ribellava con disdegno. Più volte fui lì lì per andar a gettar in volto all'ipocrita quelle carte che conchiudevano la rovina di un onest'uomo, che stavano per recar la disperazione in una povera famiglia; ma me ne trattenevano la soggezione che quell'uomo mi aveva saputo ispirare, il non saper di poi come avrei potuto guadagnarmi un tozzo di pane quando egli mi avesse scacciato, e poi ancora un allettamento potente che avevo trovato in quella dimora.....

— Ah ah! Interruppe Giovanni Selva, sorridendo, una sottana ci scommetto.

Maurilio arrossò sino sulla fronte e rispose vivamente:

«— No. Di donne colà non c'erano altre che la vecchia Dorotea. Io poi non aveva che diciasette anni, e ti assicuro che mai ancora il mio pensiero si era a quest'argomento rivolto. Per una stranezza della mia natura, in me s'era desto prima lo spirito che il cuore, e mentre quello s'affannava precocemente in quelle peste ch'io t'ho detto, questo ancora taceva per l'affatto. Era appunto un vivo allettamento pel mio spirito quello di cui ti voglio parlare, ed era il seguente.

«Ti ho detto che per giaciglio avevo un pagliericcio gettato sopra certe grandi casse in quello scuro stanzino che mi era stato assegnato. Un giorno, rifacendomi il letto, mi venne la curiosità di sapere che cosa fossevi colà dentro. Il coperchio inchiodato tutt'intorno, si sollevava un po' da una parte, dove mancava uno dei chiodi. Tirai con tutte le mie forze insù per allargare quell'apertura, e ci riuscii tanto da poterci ficcare la mano. Rimasi tutto sorpreso di quel che ci rinvenni, ch'io difatti non avrei mai immaginato di trovarci. Erano libri. Il primo volume ch'io ne trassi era un volume dell'Enciclopedia francese del secolo scorso. Figurati il mio disappunto! A sentire sotto la mia mano un libro, io che da tanto tempo non avevo più potuto averne neppur uno, il mio cuore aveva palpitato come all'incontro d'un amico da troppo lungo non più visto; l'avevo preso con una desiosa sollecitudine, quasi tremando, e i miei occhi s'erano spuntati, per così dire, contro pagine scritte in una lingua che ben conoscevo essere la francese, ma non sapevo leggere nè capire.

«Fui preso da una specie di furore che mi diede la forza di strappar via tutto quel coperchio, e mi posi a frugare in quella cassa con una ardenza quasi febbrile. Erano quasi tutti francesi i libri che vi si contenevano. Libri di storia, di economia politica, di filosofia. Una sola opera trovai in italiano e su quella mi gettai sto per dire rabbiosamente. Erano i primi volumi, usciti non era guari, della prima edizione della Storia Universale di Cesare Cantù.

«Questo titolo mi ricordò quel libro che primo aveva dischiuso la mia mente a più vasti e profondi pensieri e fattomi concepire l'idea dell'umanità come un complesso armonico e solidario svolgentesi nella storia traverso i secoli; ildiscorsodel Bossuet, che Don Venanzio m'aveva dato da leggere tradotto, e senz'altro indugio cominciai la lettura del primo volume a quella fioca luce che in quell'ora mattutina pioveva stentatamente dall'alto finestruolo della mia stanza.

«Non potei continuare a lungo questa lettura che messer Nariccia venne a disturbarmene. Ero in ritardo a recarmi allo studiòlo, ed egli se ne veniva a vedere che cosa mi fosse capitato. Per fortuna io ne udii il passo nell'andito che conduceva alla mia stanza, e m'affrettai a gettare il libro e saltar fuori, così ch'egli non potè cogliermi intento alla lettura. Temevo che se ciò fosse avvenuto, Nariccia mi avrebbe proibito di toccare quei libri, e forse toltili dalla mia stanza; ed io pensava e sperava che avrei avuto in quelle casse un bel tesoro di ore di sollievo e di diletto da godere.

«Lasciai tutto in disordine per uscir presto: la cassa scoperchiata, i libri sparsi sul pavimento, pagliericcio, lenzuola e coperte gettate a casaccio; ma ero certo che Dorotea non ficcava mai il piede nella mia camera per ripulire, riordinare od altro, e se non era impossibile che ci andasse Nariccia, il quale soleva spesso visitare ogni parte della casa scrupolosamente, pure speravo di poter tornare a rimettere ogni cosa in sesto prima ch'egli ci venisse.

«— Che cos'è ciò? Mi domandò severamente messer Nariccia guardandomi con l'occhio destro incollerito, mentre il sinistro fulminava l'oscurità del corridoio in cui ci trovavamo. Cominciate già a fare il negligente? Questo non mi piace e non lo tollero. Siete in ritardo stamattina quasi di mezz'ora.

«Non tentai neppure di scusarmi, come non facevo mai, e perchè non è nella mia indole il raumiliarmi ne il difendermi innanzi ai rimbrotti, e perchè Nariccia — come ben presto ebbi scoperto — sotto la sua falsa arrendevolezza, affettatamente dolcereccia, è uomo a volere assoluto e di carattere imperioso che non ammette contrasti ai suoi desiderii, nè osservazioni alle sue parole.

«Lo seguii nello studiòlo, e lavorai tutto il giorno, come se di nulla fosse; ma la mia mente era sempre e tutta là, in mezzo a que' libri. Appena potei, corsi nella mia stanza e riposi i volumi entro la cassa e vi rifeci su il letto, lasciando però fuori, nascosto sotto le lenzuola, quel primo volume del Cantù che avevo già incominciato.

«Ma un gran desìo mi pungeva: quello di poter leggere in que' libri francesi che erano lettera chiusa per me. Mi pareva che avrei dato non so che cosa per poter possedere un libro di grammatica francese da imparar quella lingua.

«Come fare a comprarmela? Nariccia non mi aveva ancora dato neppure un soldo dello stipendio promessomi; inoltre io non usciva quasi mai: prima perchè il mio padrone non me lo consentiva che raramente alla festa soltanto per andare alle funzioni di chiesa, e poi perchè, vestito sempre degli abiti frusti di messer Nariccia, facevo la più ridicola e brutta figura di questo mondo, e tutti i biricchini delle strade, vedendomi, mi correvan dietro facendomi le beffe.

«A levarmi d'impiccio venne giusto in quel torno di tempo il mio buon Don Venanzio. Lui pregai di provvedermi di quel libro onde avevo desiderio, ed a lui dissi averne anche bisogno per ragione del mio impiego, e quell'eccellente sacerdote, senza pure la menoma obbiezione, s'acconciò a fare la mia volontà. Al parroco, la faccia e i modi del mio nuovo padrone, benchè questi torcesse il collo e invocasse Dio e i Santi più che mai, non erano andati molto a sangue, e da parte sua messer Nariccia se aveva in sua presenza fatto mille esagerate dimostrazioni di riverenza a Don Venanzio, costui partito mi aveva detto bruscamente:

«— Chi è quel prete? In che modo vi appartiene? Che cosa è di voi?

«Io fui lì per ismentire tutta la storiella inventata da Gian-Luigi, dicendo la verità; ma me ne trattenni a tempo, e risposi, esser quello un amico di quel mio zio che mi aveva allevato, avermi visto bambino e perciò postomi un certo affetto paterno; però siccome a mentire non avevo l'abitudine e forte mi ripugnava, come anche oggidì mi ripugna, divenni rosso sino alla radice dei capelli e non potei pronunciare quelle parole che balbettando impacciatamente.

«Nariccia mi guardò ben fiso coll'uno e poi coll'altro di que' suoi occhi birci, e poi disse colla sua voce più acuta:

«In somma, non vi è nulla di nulla, e non saprei perchè avesse da venire a ficcare il naso in casa mia.

«Per fortuna Don Venanzio, tra che le sue gite a Torino si facevan sempre più rade per gli anni crescenti, tra perchè l'istintivo suo sentimento di profonda onestà lo respingeva dal cercare la presenza di messer Nariccia, più non venne a vedermi in tutto quel tempo che rimasi ancora nella casa di quest'ultimo.

«Io intanto ero in possesso della mia grammatica francese, e la studiavo con ardore. Il tempo che mi rimaneva per ciò era poco in verità, perchè appena alzato, e m'alzavo sempre prima che fosse giorno, mi toccava andar nello studiolo a lavorar pel padrone, in quella fredda, triste atmosfera, al melanconico chiaror d'una lampada mezzo moribonda; e colà seduto a quel tavolino stavo la giornata intiera con pochissimo riposo per l'ora dei pasti soverchiamente parchi e troppo scarsamente misurati. Ma quel libro portavo meco sempre, e quando Nariccia non era là, affrettatomi più che potevo a finire il lavoro affidatomi, studiavo la mia grammatica con tanta intensità di volere che il tempo pei risultamenti poteva contarci pel doppio. Ma ciò non mi bastava ancora. Volevo leggere eziandio i volumi del Cantù, volevo giungere il più presto possibile a poter divorare quegli altri che tanto mi facevan gola. Non c'era altro mezzo fuor quello di rubar delle ore al mio sonno e trar profitto della notte, in cui almeno ero libero dello sguardo inquisitore di Nariccia e di Dorotea. Ma qui c'era un altro guaio: bisognava procacciarsi del lume, e come giungere a tanto?

«Per andare a coricarmi non mi si dava mai altro che un piccolo moccolino di candela e guai ancora se il mattino seguente Dorotea avesse trovato che il consumo n'era stato soverchio! Pensai di raccomandarmi alla fante e di ottenere da lei un tanto favore; ma sempre quando fui sul punto di aprirmene con esso lei, il coraggio mi venne meno, e poscia la prudenza medesima me ne trattenne. Dorotea avrebbe voluto sapere che cosa ne avrei fatto, non l'avrebbe taciuto al padrone a cui le toccava pure di rendere strettissimo conto di tutto. Che scusa avrei allegato? Il mio segreto sarebbe stato scoperto e toltomi in conseguenza quell'unico sollievo che avessi. Denari da comprarmi ciò che mi occorreva non possedevo a niun modo. Un giorno, entrato per qualche bisogna nella cucina, vidi la serva, che giustamente approntava i lumi per la sera, aprire un certo cassettino riposto in un armadio ordinariamente chiuso a chiave e in tal momento aperto, e da quel cassettino trar fuori una candela. Gettai là dentro uno sguardo, dirò così di ardente cupidigia; quel cassettino era quasi pieno di candele. La vista di tutti i tesori del mondo non avrebbe esercitato una sì irresistibile tentazione sull'animo mio quale mi destò la vista di quei bastoncini di sego. Sentii come una fiamma invadermi tutto; delle stille di sudore mi spuntarono sulla fronte. La sorte voleva proprio farmi sostenere per intiero e in tutta la sua forza la prova tentatrice. La voce di Nariccia chiamò in quel punto Dorotea, e con quella insistenza e con quell'accento che esigevano di prontamente obbedire.

«La serva se ne partì lasciando aperto l'armadio, lasciando aperto il cassetto e me innanzi a quelle candele, per prender le qualinon avevo che da allungare la mano. Ciò che provai in un attimo allora, mi occorrerebbe non so quanto tempo a spiegartelo, tanti e sì diversi e sì complessi sentimenti contenne un solo minuto secondo. Per prima cosa mi precipitai sulla cassetta per afferrare una di quelle desiate candele, e tosto poi mi rigettai indietro vivamente, come se respinto con forza da una invisibil mano. Una voce mi aveva gridato nell'anima: «Disgraziato! questo è rubare!» Volli fuggire quel luogo, e non potei. Si fecero riudire le pianelle trascinanti di Dorotea che ritornava; l'occasione — se io tardava ancora un minuto — era persa, e chi sa se sarebbe tornata più! Mi trovai di nuovo presso presso alla cassetta senza pure essermi accorto d'avere fatto il passo, e la mia mano abbrancò una candela. Il passo di Dorotea era lì, proprio sulla soglia dell'uscio. Nascosi la candela sotto a' miei panni e corsi via senza dir parola, senz'alzar lo sguardo; corsi a riparare nella mia stanza, dove nascosi in fretta entro il pagliericcio il conquistato oggetto del mio desiderio.

«Ma appena ebbi ciò fatto, io fui assalito da paura, da rimorso, da vergogna de' fatti miei. Se Dorotea se ne fosse accorta! E come non accorgersene? La mia stessa fuga non mi accusava ella? Cielo! Quello che io aveva commesso era un latrocinio. Ero dunque degno compagno di que' tali con cui avevo divisa la carcere? Le parole di Graffigna mi tornarono alla mente. Egli aveva dunque avuto ragione nell'affermarmi predestinato al delitto, nell'assicurarmi che sarei caduto necessariamente in esso? Mi venne in pensiero di andarmi ad accusar tosto io stesso da Dorotea e restituire senza ritardo il mal tolto oggetto.

«Nariccia mi chiamò in quella per nome, ed io allibii; tremai tutto; prima un brivido mi assalse, poi una vampa di calore; mi credetti scoperto. Ripetendosi la chiamata, andai con passo vacillante dov'era il padrone, certo d'udire la mia condanna. Nulla era scoperto, Nariccia non mi chiamava che per darmi nuovo lavoro.

«La notte seguente, quando tutto fu quieto, saltai giù del mio giaciglio, accesi la candela e quasi tutte quelle silenziose ore impiegai nello studio e nella lettura. Ma la candela non istette gran tempo ad essere consumata, e oramai che il primo passo era fatto, oramai che il bisogno di quelle nottate era divenuto ancora più imperioso in me, gli scrupoli cedevano affatto innanzi al mio desiderio, che come tutte le passioni, ricorreva al sofisma per legittimare il suo soddisfacimento.

«Nariccia, mi dicevo, aveva promesso pagarmi uno stipendio, e di esso in parecchi mesi che già lavoravo da lui non avevo ancora visto neppure un centesimo. Non era che una piccolissima parte di ciò ch'egli mi doveva, ch'io veniva prendendomi sotto forma di candele, e quando il padrone mi avesse totalmente pagato del fatto mio, allora avrei trovato il modo di restituirgli quello che avevo preso per anticipazione. E così con mille industrie ed accortezze, di cui prima mi sarei creduto affatto incapace, io giunsi a provvedermi continuatamente di lume per la notte.

«Ma intanto, lavorando tutto il giorno, vegliando a studio la notte, non uscendo quasi mai, dormendo troppo poco, nutrito troppo male, pensati come se ne dovesse avvantaggiare la mia salute! Io diventava allampanato che era una compassione il vedermi, cotanto che ne fu tocca quella rozza, grossolana e burbera Dorotea.

«Costei aveva una certa influenza su messer Nariccia: era anzi l'unica persona ch'io mi accorgessi mai che avesse alcun potere su quell'uomo che non sentiva nulla, che non si preoccupava di nulla che non fosse l'oro e l'amor del guadagno. La sua ipocrisia medesima, la smania che sembrava avere di conseguire stima ed osservanza presso il pubblico non erano altro per lui che un mezzo maggiore con cui, ingannando la gente, aumentarsi gli spedienti e le probabilità degl'illeciti profitti. Ebbene a quest'uomo, quella vecchia donnaccia, sempre aspra ed incollerita, pareva incutere quasi direi una certa paura, e fosse abitudine presa da lungo tempo (erano di begli anni che que' due stavano insieme), fosse una dipendenza stabilita per qualche segreta ragione, il fatto è che Nariccia, per tutto quello che non toccava i suoi traffichi impuri e scellerati, in certa proporzione sottostava alle volontà della Dorotea.

«Or bene, questa donna che in fatto fin dal primo giorno, come ti ho narrato, non era stata senza pietà a mio riguardo, una bella volta manifestò più spiccatamente la sua compassione per me.

«Messer Nariccia era il più incontentabile uomo del mondo. Per quanto uno si industriasse a far con zelo il dover suo, non solamente egli non trovava mai una parola di lode per esso, ma non desisteva pur mai, ciò nulla meno, dal brontolare e rampognarlo. Con me gli era un rimprovero continuo, e il quale aumentava di intensità in due occasioni: quando veniva alcuno in istudio, e non si trattava d'affari segreti che io non dovessi ascoltare, perchè in tal caso ero sempre mandato in altra stanza, e quando ci sedevamo al desco per mangiare quello scarso cibo che ci era ammanito. Nel primo caso egli pigliava qualunque pretesto per entrare a dire della gran pazienza che io gli faceva esercitare, della croce che per causa mia gli toccava portare,della grandissima carità che egli usava a mio riguardo tenendo seco un buon da nulla ed un ingrato; e torceva il collo più che mai, e giungeva le mani, e diceva le più infervorate giaculatorie del mondo. Nel secondo caso, cioè a tavola, egli mi rivolgeva per punta, come dice Dante, quella lama che già di taglio mi tornava troppo acre, e siccome s'era accorto, io credo, che per la commozione ond'era preso non potevo più mandar giù che pochi bocconi, sono persuaso che lo faceva apposta, avarissimo secondo che egli è, a cominciare quei discorsi appena ci trovavamo seduti a tavola.

«E se avesse almeno prorotto in una sfuriata, e poi smesso, pazienza! Per quanto frequenti fossero quelle sfuriate ci sarebbe sempre stato frammezzo un po' di tempo di riposo; ma no, il suo era un continuo tatamellare colle più untuose sembianze e colle esclamazioni della più afflitta anima del mondo. Non era un temporale che passa e cessa, e lascia venire il sole a rasciugare; era una piova continua che immolla senza riparo e senza interruzione.

«Una volta adunque ch'egli aveva incominciato all'ora del pranzo la sua solita tiritera contro di me, ed io, rimasto lì col groppo nella gola, non potevo più mandar giù il boccone, Dorotea interrompendo colla sua voce grossa quella esile e sottile del padrone, disse in quel tono di collera che le era abituale:

«— Eh! lasci un po' stare tranquillo un momento questo povero scempiatello, che la vede bene non ha più tanto fegato da tirar nemmanco il fiato. Certo che la non lo ingrassa, che lo manda pasciuto di rimbrotti e di trafitture.

«Nariccia alzò verso la serva il suo volto flosciamente paffuto, ed una fiamma di sdegno lampeggiò ne' suoi occhi balusanti.

«— Che temerità è questa vostra, Dorotea? Diss'egli. Voi abusate stranamente, mi pare, della bontà con cui tollero le vostre impertinenze.

«Dorotea mise le mani in sui fianchi nell'attitudine battagliera d'una treccona che si appresta a mandare ed a ricevere una bordata di ingiurie nella lotta con una sua compagna.

«— Abuso? Gridò essa con voce più sonora che mai. Le mie impertinenze? Ella tollera?... Un corno! Oh! non mi guardi pure di cattiv'occhio che a me la sa che non mi fa paura... Nè lei ned altri musi più brutti del suo. E le mie buone verità glie le ho sempre dette e voglio continuare a dirgliele.... Ah! Ed a me di questo cazzatello me ne importa tanto quanto delle prime scarpette che ho frustato, va benissimo; ed ella poteva far benissimo senza d'una nuova bocca da alimentare, e se avesse dato retta a me non si sarebbe caricato d'un impiastrino che non so a qual cosa le possa servire. Ma poichè le è piaciuto far di sua testa e condursi in casa questo tristanzuolo, io le dico che bisogna almanco trattarlo come un cristianello e non farlo morire a pizzichi ed a piccol fuoco.

«La fiamma di sdegno balenò più intensa e più viva negli occhietti di messer Nariccia, ed io credetti vicino il momento in cui fra quei due avvenisse un aspro battibecco; invece di botto quel lampo nel padrone passò, gli occhi suoi ed anche il volto si chinarono verso terra, le mani si congiunsero e le labbra mormorarono col solito tuono di giaculatoria:

«— Sant'Antonio, mio protettore, datemi voi pazienza, e che io possa sopportar tutto di buon animo, in espiazione de' miei peccati.

«— Sì, bravo, continuava più fiera la fante, intanto la espiazione de' suoi peccati la fa sostenere agli altri.

«E rivolgendosi a me, con aspetto ed accento così grazioso come un cane che voglia mordere:

«— E voi, povero martuffino che siete, non lasciate sgomentarvi così e fatevi un po' più di animo. Mangiate, sostentatevi, mettete un po' di carne addosso; non vedete che non avete altro che un po' di pelle tirata su quattro ossa mal giunte insieme?.... To', prendete, nutritevi, e non date retta più alle malignità di questo pilastro d'acquasantino.

«Nel dir così aveva afferrato il piatto di mezzo al desco e mi aveva fatto cadere nel tondo che avevo dinanzi una enorme porzione della pietanza.

«Nariccia si drizzò in piedi, levò gli occhi al soffitto, torse il collo, mandò un sospiro e poi a schiena curva, con quei suoi passi riguardosi che non facevan rumore, uscì dalla stanza senza più aggiunger nemmanco una parola.


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