IL TRIONFO DELLA MALIZIA.
Quel vespro che fu visto Bastiano Cancelosi, il sensale, con la carabina nascosta sotto il ferrajuolo e la faccia buia, montare la guardia in su e in giù dinanzi al palazzo del barone Spinosa nella Piazza Maggiore, qualcuno ebbe davvero paura che stesse per nascere un guaio.... Ma i più ridevano e se ne stavano tranquilli davanti agli usci delle loro case osservando la sua manovra, una vera farsa da cui soltanto gl’imbecilli si lasciavano ingannare ancora, e che era ormai tempo di smettere! A chi credeva di darla a bere con la sua carabina e tutte quelle buffonate da paladino di Francia, quando si sapeva che, rientrando a casa, trovava la tavolaimbandita quasi fosse festino tutti i giorni, quando alla domenica gli si vedeva far la ruota accanto alla moglie parata ed in fronzoli come un giannetto da palio, ed era riuscito persino — nient’altro che col suo lucrosissimo mestiere, si capisce! — a comprarsi un pezzo di vigna dalle parti di Mascalucia, che schiudeva il cuore a guardarlo?... Le risate gli fiorivano attorno, sul suo passaggio; delle occhiate piene di comico terrore gli correvano dietro, cercando sotto il ferrajuolo la forma del fucile che si disegnava minacciosamente, adesso ch’era venuto fuori con quest’altra ridicola novità! Ma egli continuava imperturbabilmente la sua parte di sentinella fedele alla consegna impostasi, la consegna di non accorgersi di nulla — nè più nè meno come certe guardie del comune, armate sino ai denti, e militarmente piantate dinanzi alla barriera del dazio, mentre i compari passavano il contrabbando sotto i loro occhi miopi.... Sua moglie poteva uscire anche con le fanfare dal portone del palazzo Spinosa, portandosi via tutta la grazia di Dio cheil barone le seminava nelle mani (perchè i vecchi non lesinano quando perdono il cervello rammollito dietro ad una gonnella, ed il barone poi, era così prodigo per sua natura) senza che egli s’avvedesse di niente!...
Era uno spettacolo impagabile di cui nessuno avea goduto l’eguale, neppure quand’era capitata a Roccamarina quella compagnia di comici d’indimenticabile memoria, tanti anni avanti. Allorchè laRicciutaveniva fuori, cogli occhi a terra e il viso di fuoco per la vergogna di tanti sguardi addosso a lei, il sensale si trovava sempre ad avere le spalle volte dall’altra parte.... La donna s’allontanava in fretta; poi, facendo mostra di scorgerlo così per caso, ritornava sui propri passi e gli andava incontro adagio, come se davvero venisse dal punto opposto. L’altro aveva una mossa di felice sorpresa, le sorrideva con l’aria confusa e beata di chi ha potuto constatare l’inesistenza di un sospetto terribilmente doloroso, e se ne andavano insieme, tenendosi a braccetto.
Ma la parte più interessante della commedia,quella che il pubblico non era ammesso a vedere, si svolgeva nell’intimità delle pareti domestiche. Come posava nell’angolo della stanza la carabina scarica, il sensale si metteva a passeggiare in silenzio.... Poi, si fermava a un tratto davanti alla moglie e le piantava nel viso gli occhi divenuti cupi davvero, inquieti e penetranti, che pareva la frugassero sino in fondo all’anima. LaRicciuta, sotto il fuoco del suo sguardo crudelmente inquisitore, abbassava tristamente la bella testa su cui pareva gravasse la massa lucente di riccioli corvini donde l’era venuto quel nomignolo; il petto colmo e sodo diceva l’agitazione penosa che l’opprimeva, e gli occhi neri, larghi, dolcissimi, quasi a fior di testa, si velavano di lacrime. Sommessamente, timidamente, una domanda le veniva sulle grosse labbra carnose di mora, sempre la stessa:
— Perchè mi ci mandi dunque?...
Allora, il sensale mutava subito faccia, disarmato da quell’accento toccante d’innocenza, commosso e pentito dinanzi alla muta eloquenza dell’amore e dellapurità di lei. Il lungo volto scimmiesco, scintillante di furberia, s’illuminava d’un sorriso carezzevole che gli allargava smisuratamente la bocca sottile, ed egli si metteva tranquillamente a tavola, lasciando correre volentieri la mano a tradurre in atto la carezza del sorriso....
Ma ancora, alla fine del desinare grasso e copioso, o mentre aspettava che ella venisse a raggiungerlo nel calduccio delle lenzuola, dove egli la precedeva sempre, con la fretta di chi ama il buon letto subito dopo il buon pasto, la torbida ubbìa gli riappariva negli occhi istintivamente, suo malgrado! Era il veleno che gli attossicava quotidianamente la vita, la vita molle e beata da cui veniva eccitata la mordente invidia di tutti. E non riusciva a darsene pace, e si rivoltava rabbiosamente contro sè stesso, perchè sentiva sua moglie così interamente devota a lui, così incapace di fargli il menomo torto, perchè le credeva come alla Vergine Maria.... Ma il pensiero di saperla esposta alla libidine ed alle insidie di un vecchio libertino impenitente, lo spasimo di vedersela tornare,un giorno o l’altro, violentata e disonorata sul serio, gli rodevano il cervello!
Quante volte ella l’avea rassicurato sul proposito con degli argomenti che sarebbero bastati a mettere in pace il cuore di chiunque altri! Bisognava vedere prima di tutto come il barone si riducesse dinanzi a lei, timido e sottomesso a mo’ di un bambino, tanto l’avea ubbriacato e rammollito col venire tutti i momenti — il vecchio non era riuscito mai a capirne in fondo il perchè — a mettergli sotto il muso il tesoro esaltante delle sue forme opulenti, senza punto permettergli di coglierne altro godimento all’infuori di quello degli occhi, così fiera ed onesta che non chiedeva e non accettava nulla. Eppoi, ella avea, per ogni evento, la forza e la difesa delle sue braccia superbamente modellate e robuste, che bastavano a respingere qualunque assalto, ed erano buone a spezzare in due quel vecchio pappagallo intisichito....
Pure tutto ciò non valeva a liberare il sensale dal sottile tormento. Forse era perchè la sua esistenza sarebbe statatroppo bella altrimenti e, come è scritto che ognuno deve sentire il peso della propria croce, il Signore gli avea dato per giustizia anche la sua da portare! Senza di questo infatti, un uomo più felice di lui, dove si sarebbe potuto trovare? La dolcezza di un’esistenza di agi e di beato far nulla accanto alla creatura per cui perdeva persino la pace — senza sua colpa, poverina, tanto grande era il bene che le voleva — lo trovava tanto più sensibile per quanto vi era pervenuto passando attraverso la più dura, la più avvilente miseria. Gli abiti di panno fine che adesso portava, non avevano ancora avuto il tempo di sciuparglisi addosso, in cambio di quelli luridi e cenciosi di prima. E la fame provata era stata ben poca cosa di fronte al tormento di veder languire nell’indigenza la moglie, che a lui pareva fatta per andare attorno carica di ori e di pietre preziose come la Madonna della Madre Chiesa, e che s’era tolta in casa senza saper bene in che modo avrebbe provveduto alla sua esistenza. Egli avea preso per lei unacosì violenta ubbriacatura, che non si riusciva quasi a spiegarla in un uomo del suo stampo, testa fine di contadino, prudente, astuto, calcolatore. Tale ubbriacatura non era punto sfumata all’indomani del matrimonio, e giusto perchè era durata, perchè era stata più resistente di tutto, gli avea procurato tante angoscie e lo spasimo del rimorso in fondo alla coscienza per la miseria che le faceva patire.
Lei, poveretta, a quel tempo non diceva nulla, non si lamentava mai, ma gli faceva coraggio al contrario, lo consolava col sorriso dei suoi dolci occhi bovini, sempre amorosa e sottomessa malgrado la propria superiorità fisica, malgrado la coscienza del proprio ascendente, dello stato di esaltazione carnale in cui, senza volerlo, lo manteneva sempre. E l’inalterabile sua attitudine di bontà valeva a farlo struggere dippiù, gli rendeva la vita amara come il fiele, lo eccitava a stillarsi giorno e notte il cervello alla ricerca di una via qualunque per uscire da tali angoscie.
Poi, v’era dell’altro ancora: suo padre che non finiva di volergliene e lo avviliva senza tregua perchè aveva lasciato la zappa, il pane sudato, ma sicuro di tutta la famiglia, di padre in figlio, per tradizione costante, e avea preso invece il bel mestiere di sensale di animali, una vera cuccagna in un povero paesello di marina, il modo più sicuro per morire di fame lui e quella buona a niente che s’era appiccicata alle costole!... Il sensale non osava rivoltarsi contro la collera del vecchio, ma la sentiva ingiusta, e con la moglie si sfogava amaramente. Che colpa ci aveva se era nato così debole e mingherlino, se non era capace di maneggiare la zappa, di starsi a spezzare la schiena all’acqua e al sole come suo nonno, come suo padre, come i suoi fratelli?... E del resto, egli aveva la coscienza di esser fatto per qualche cosa di meglio e di più elevato che il mestiere di contadino, sentiva dentro la propria testa l’irrequieto lavorio del cervello, il cervello fine che brillava del fosforo dell’intelligenza, che non stava mai queto sotto il sale dellamalizia. Ah, se egli fosse nato altrove!... Era il suo eterno e più acuto rimpianto.... A Roccamarina, uno che avesse avuto il genio più luminoso, il talento più inventivo, in che modo se ne sarebbe potuto servire, che risorse ne avrebbe potuto trarre?... E la miseria cresceva, diventava sempre più insopportabile!...
Un bel giorno, il sensale si decise a lasciare la moglie, il paese, ed a raggiungere a Catania due suoi cugini, figli di contadini anche loro, i quali come lui non avevano voluto saperne della zappa e, venuti da piccini a cercar lavoro e fortuna nella grande città, ora si guadagnavano lucrosamente la vita, uno con l’arte d’incisore, l’altro con quella di litografo. Dei mesi erano passati, eppoi degli altri ancora, senza che si sapesse più nulla di lui. Alla fine, egli era tornato in paese, più affamato all’aspetto e più cencioso di prima, che faceva pietà a vederlo!... Ma d’allora laRicciutas’era messa a frequentare il palazzo del barone Spinosa, ora per qualche piccolo servizio da rendere, ora col pretesto dicerte uova ancora calde da portare, e tutt’a un tratto le cose avevano mutato radicalmente faccia, e la loro casa aveva cominciato a prosperare, a prosperare, di bene in meglio — sempre con l’aiuto di Dio, diceva qualche burlone.
Il sensale lasciava dire, lasciava ridere, e badava a recitare con tutto il suo impegno, come un vero artista, la propria parte di marito compiacente ed interessato, ma convinto in buona fede di darla ad intendere alla gente a furia di arie gelose e di comiche spagnolate. Era per lui una segreta e profonda voluttà l’ingannare così anche i più furbi, ridendo allegramente di coloro che al contrario credevano di godersela alle sue spalle! L’intima soddisfazione di prendere in giro per tal modo il paese intero, il successo con cui vedeva riuscire la sua trovata di genio, lo facevano ringalluzzire d’orgoglio, gli rendevano anche più gradito il dolce pomo della bella esistenza a cui mordeva adesso avidamente.
Chi invece soffriva crudelmente di quella commedia era laRicciuta. Non pativa dieccessivo amor proprio, si adattava facilmente a tutto, ma il suo pudore di donna onesta non poteva non sollevarsi istintivamente sotto la vergogna che le toccava subire gratuitamente. Lo spettacolo che suo marito offriva al pubblico di lei, quasi ogni giorno, era un tale insopportabile supplizio, che avrebbe rinunziato con gioia alle agiatezze nelle quali nuotava ora e sarebbe ritornata alla miseria di prima, pur di sottrarvisi. Ma oltre ch’era troppo sottomessa e passiva per trovare l’energia di ribellarsi, ellasapeva, e comprendeva quindi tutta la terribile gravità della minaccia incombente loro sul capo e che il talento del sensale preveniva e parava con la sua inarrivabile astuzia. Eppoi, con qual cuore si sarebbe rifiutata a secondarlo, quando era per lei, per lei sola, che in fondo egli avea fatto ciò che avea fatto, rischiando tutto perchè fosse ben nutrita e ben vestita, per vederla andare intorno tutta parata di gioie, coi lembi delle orecchie che si stiravano sotto il peso di certi lunghi pendenti di oro massiccio, col collo circondato daun doppio giro di coralli grossi quanto le poste di un rosario, e le mani piene di corniole e di ametiste! così, non soltanto ella si prestava alla finzione del marito, ma faceva anche di tutto perchè non trapelasse punto a lui lo sforzo e lo spasimo che le costava. E si ingegnava di evitargli ogni motivo di amarezza, quella sciocca ed insensata gelosia sopratutto, e ancora la spina di suo padre, sempre più accanito contro di lui, magari adesso che non lavorava più e viveva beatamente alle spalle del figlio, passando tutta la giornata davanti all’uscio a parlarne male con chi capitava, a predicare ch’era il disonore della famiglia, che non voleva riconoscerlo più per sangue suo.
Però, tutto sommato, il sensale sentiva d’essere un uomo invidiabile! Il suo fine buon senso gli faceva comprendere come la gelosia da cui era tormentato provenisse naturalmente dall’eccesso medesimo del bene che voleva alla moglie, che sarebbe stato in ogni caso così, perchè questa è la sorte degli uomini troppo innamorati. Quanto a suo padre ed allabella ricompensa con la quale lo ripagava di tutti i benefizi suoi, infamandolo anche presso gli estranei, e senza che gli potesse chiudere la bocca col dirgli la verità perchè sarebbe stata una pazzia fidarsene, egli si consolava pensando che a lui toccava senz’altro di adempiere al proprio dovere di buon figliuolo, che la sua coscienza era assolutamente in pace per questo lato.... E continuava imperturbabilmente la sua parte di marito ben pasciuto alle spalle della moglie, e di rodomonte per burla.
Allorquando, dopo tanto tempo, capitò la catastrofe, la scoperta cioè di un’associazione di falsi monetari a Catania, capitanata dai due cugini del sensale, e l’arresto di costui come indiziato complice, il primo sentimento istintivo ch’egli provò fu di viva compiacenza e di profonda ammirazionedinanzi a sè stesso per la prudenza con cui aveva preveduto il colpo, per la inaudita furberia con la quale l’aveva da lunga mano parato, preparandosi la più abile, la più infallibile difesa. Era la prova migliore del suo talento e della sua astuzia, il segno lampante delle grandi cose di cui sarebbe stato capace, ove la propria sorte non l’avesse fatto nascere a Roccamarina e in una famiglia di contadini! L’assaliva quasi la voglia di raccontare a tutto il paese la verità delle cose, una matta voglia ch’egli sarebbe stato felice di cavarsi se non ci fosse andata di mezzo la sua salvezza, pel gusto di godersi l’attonita sorpresa della gente così ingegnosamente ingannata, di assaporare la stima di rara finezza che gliene sarebbe venuta.
A un certo punto però, come lo tradussero nel carcere di Catania, e non si vedeva principio di chiudere l’istruttoria in sezione d’accusa, egli cominciò a perdere la sua tranquilla sicurezza ed ebbe paura davvero! Ma fu una crisi passeggiera di scoraggiamento che durò poco. Il suo avvocato, che aveva studiato ilprocesso alla Regia Procura di Palermo, lo assodava in quelle disposizioni di piena serenità d’animo, confermandogli quanto il sensale, senza sapere nè di diritto nè di legge, avea chiaramente compreso. Nessuna vera prova esisteva a suo carico; da parte degli imputati principali, malgrado le bastonate e le altre carezze del genere somministrate dalla Questura nel segreto delle camere di sicurezza, neppure la menoma rivelazione era stata fatta. Tutto si riduceva dunque contro di lui a dei semplici indizi, ai suoi legami di parentela coi capi della banda, alla dimora fatta a Catania nell’epoca in cui l’associazione aveva più attivamente funzionato — indizî questi di assai scarso valore — e sopratutto all’improvviso e, in apparenza, inesplicabile passaggio dalla miseria più dura ad uno stato d’invidiabile agiatezza. Ciò, infatti, avrebbe costituito un elemento di prova terribilmente grave, anzi addirittura schiacciante contro di lui, se... se — soggiungeva l’avvocato — non fosse risaputaper urbem et orbem, e non si potesse dimostrare con la testimonianzadi tutta Roccamarina la vera e sola origine di un tal felice mutamento di fortuna.
— Questa è la verità, signor avvocato.... Sono gl’invidiosi che mi vogliono perdere, sebbene io non abbia mai fatto male ad alcuno.... Ma la mia innocenza è sacrosanta e luminosa come il Vangelo di Dio! — rispondeva il sensale, con la faccia candidamente composta e un certo fine sorriso, appena visibile, che incantava l’uomo del fôro.
LaRicciutaveniva a visitarlo sempre che poteva, profittando spesso di qualche permesso straordinario di cui l’avvocato difensore la muniva, e si partiva ogni volta dal paese, perchè suo marito non voleva che restasse a Catania. Era triste e avvilita; nonostante le parole rassicuranti di lui, non sapeva difendersi da una forte paura, e si struggeva di vederlo languire in carcere. Eppoi, adesso che era rimasta sola a Roccamarina, la sua situazione era divenuta assai penosa, e le toccava subire ogni sorta di umiliazioni e di malignità! Il sensale le faceva coraggio e si sforzava di comunicarle lapropria calma, la fede assoluta che egli, lasciandosi guidare dall’istinto e dal suo largo buon senso, aveva acquistato nella lieta soluzione del processo. Come sapeva regalar bene e con prudenza, le guardie carcerarie che assistevano a quei colloqui gli risparmiavano volentieri le angherie della loro consegna; così egli poteva ripeterle ogni volta gli argomenti usciti dalla bocca dell’avvocato, infiorandoli storpiatamente delle citazioni latine di cui questi non usava risparmio, persuadendola che non v’era nulla da temere. Anzi, andava più oltre, non esitava ad affermarle che c’era da felicitarsi, al contrario, di quanto avveniva, perchè una volta chiusa quella pagina cessava ogni motivo di pericolo, di ansie, ogni ragione di fingere e di dar conto al pubblico dei fatti proprî. La loro buona stella aveva voluto che il barone Spinosa morisse poco avanti l’arresto di lui, ciò che se da un lato formava la forza inoppugnabile della sua difesa, dall’altro metteva punto per l’avvenire al bisogno di recitare la trista commedia. Così, la vita si presentavaloro, all’indomani del processo, tutta rose, senza neppure la più piccola spina, e avrebbero potuto godersela beatamente. Egli si trovava nel caso eguale di uno che — le spiegava — per liberarsi da una sofferenza e dalla minaccia di un gravissimo male a venire, dovesse subire un’operazione dolorosa, ma d’indubitabile esito. Bisognava essere una vera bestia per non sottomettervisi volentieri!... E i suoi occhietti grigi lucevano di sicurezza e di malizia dietro la grata a buchi del parlatorio, mentre esponeva alla moglie il sereno e promettente quadro della propria situazione.
Il giorno del dibattimento venne, alla fine. L’angusta aula delle Assise da un pezzo non si era vista così affollata, tanta gente s’era partita apposta da Roccamarina, e tanta ne aveano attratto la curiosità e l’interesse locali.
Il banco della stampa era interamente occupato; in quello degli avvocati non era possibile muoversi perchè, oltre al collegio numeroso della difesa, l’avea preso d’assalto un plotone di verdi speranze del fôro: apprendisti di studio che accompagnavano i loro maestri, laureati del giorno avanti che lasciavano leggere negli occhi animati e brillanti quanto fossero compresi della loro novella dignità. Era la parte più attenta e rumorosa del pubblico; si vedeva che quello spettacolo li interessava e li allettava come mai più alcun altro forse, e i comenti correvano sulle loro bocche, vivacissimi, pieni di sale, senza paura dei richiami del presidente, poichè la coscienza del prestigio e delle prerogative di cui godevano nella loro qualità di avvocati, li faceva ridere della severità presidenziale. Uno di essi, specialmente, faceva del chiasso per venti e dominava il gruppo, un piccoletto senza un pelo sulle labbra, che pure — come raccontava a tutti, facendoci su un sorrisetto di amor proprio soddisfatto — non più tardi di un’ora avanti avea riportato,da rappresentante di parte civile, un bel successo al Tribunale coll’ottenere il massimo della pena per un povero diavolo di contadino, mezzo ebete e pienamente confesso, il quale s’era lasciato sorprendere mentre faceva man bassa di notte in un pollaio.
Il dibattimento procedeva lentamente perchè il numero dei testimoni era straordinario. Talchè, il Pubblico Ministero aveva l’aria di annoiarsi molto, e il sensale che dalla gabbia l’osservava attentamente, con l’occhio col quale si spiano le mosse di un nemico, gli notò sulla faccia quasi una espressione di sollievo quando il suo difensore venne a fare un briciolo di conversazione con lui, prima che si trovassero alle prese nel cimento oratorio. Capiva che parlavano di lui in quel momento, e poi di sua moglie.... Il procuratore del Re aveva certo dovuto domandare all’avvocato che gliela mostrasse, perchè l’altro s’era messo a indicargli in mezzo alla folla, per via di gesti, laRicciuta. Allora, il rappresentante dell’accusa aveva strizzato gli occhi in segnod’ammirazioue e aveva fatto un atto del pollice sopra la spalla, evidentemente accennando al vecchio libertino che s’era serbato per la fine quel ghiotto boccone, sino a che ci aveva lasciato l’ultimo dente!... Tutti e due s’erano messi a ridere di vero cuore, cercando di frenarsi per rispetto alla Corte, ma senza riuscirci, e il Pubblico Ministero si torceva addirittura sul suo seggiolone di cuoio.... Il sensale non li perdeva di vista; vedendo colui che era pagato per fargli da boia abbandonarsi a così viva ilarità, e ne comprese il senso, sentì istintivamente che non c’era più nulla da temere e che poteva dire di aver già in tasca il verdetto d’assoluzione....
L’aspetto imponente della sala però lo inquietava, gli metteva una grande e penosa soggezione addosso. Era proprio davanti a tanta folla, a tutta quella gente sconosciuta ed ostile, che si doveva bandire e discutere la vergogna della sua povera creatura innocente? Ella gli faceva una pena insopportabile, talmente la vedeva pallida, disfatta e smarrita, sottoil fuoco incrociato di cento occhi pieni di volgare curiosità, d’insolente ammirazione, della lasciva compiacenza che destava l’attesa della storia di cui era l’eroina.
I più maligni e i più odiosi erano i suoi compaesani: le facevano il vuoto attorno, le ridevano in faccia, la mostravano ai signori che volevano sapere quale fosse tra le donne degli imputati la moglie del sensale. Era un tormento che gli dava le smanie, che gli attossicava la gioia della imminente liberazione, ormai certa. Improvvisamente, davanti a quell’imagine di Addolorata, gli balenava alla mente l’idea delle sofferenze, dell’avvilimento patito da lei per tanto tempo, del supplizio continuo ed atroce che aveva dovuto costarle l’oscena finzione impostale. E mai un lamento, mai una protesta, al punto ch’egli non ne avea intuito veramente la dolorosa intensità mai prima d’ora, ed avea potuto lusingarsi che il recitare la parte assegnatale le riuscisse lieve! Ed era per amore di lui, per la paura di comprometterlo, di perderlo, che ella aveasempre taciuto, che s’era prestata così al crudele sacrificio!...
Però, lo consolava l’idea che s’era alla fine, che fra poco quel purgatorio sarebbe cessato. Invece, non cominciava davvero che allora, con la sfilata dei testimoni citati a suo discarico, tutti chiamati apposta da Roccamarina per narrare e far fede ai giurati, alla Corte, ai giornalisti, al mondo intero infine, come laRicciutafosse stata la ganza del barone Spinosa, il quale in compenso li avea tolti dalla miseria, lei ed il marito, e come avesse saputo cattivarsi ed ubbriacare il vecchio vizioso e rimbecillito in modo che nella loro casa era piovuta ad un tratto l’abbondanza e l’agiatezza.... La poverina doveva sentirsi snocciolare sul viso tutto un tal rosario di menzogne e d’infamie, lei a cui metteva schifo la sola idea di essere stata desiderata da quel libertino incartapecorito! Ella non aveva più nemmeno la sensibilità del rossore; si sentiva morire di vergogna fra le risate ed i grassi comenti che accompagnavano da ogni parte le esilaranti dichiarazioni dei testi. Quelladel canonico Arabella poi, aveva messo in rivoluzione la sala intera, aveva fatto sussultare persino, nello scoppio irrefrenabile del riso, le calve e gravi teste della Corte. Il canonico era stato il Pilade del barone Spinosa, l’immancabile compagno suo nella quotidiana partita di scopa senza la quale questi non poteva dire di aver chiuso veramente la propria giornata. E raccontava, dimenando il ventre enorme e socchiudendo gli occhi, le confidenze che il barone gli avea fatto intorno ai suoi amori con laRicciuta, l’entusiasmo di cui si accendeva nel descriverne le grazie nascoste....
Il sensale sudava freddo dentro la gabbia! Sapeva, e se n’era a suo tempo rallegrato, che il barone un po’ per vanità senile, un po’ perchè capiva che avrebbe fatto la più barbina figura confessando la verità, aveva sempre lasciato credere e confermato che le cose stessero davvero come pareva. Ma dannarsi l’anima a tal segno, inventare tante menzogne, tante odiose calunnie, esercitare la fantasia malata di libidine creando persino dei particolarilascivi!... Gli toccava voltarsi dall’altra parte perchè non sapeva reggere alla vista dellaRicciuta, sopportare lo sguardo implorante e perduto dei suoi occhi gravidi di lacrime, dilatati nell’angoscia della barbara caccia che da ogni parte le davano, stringendola in quella rete inestricabile di accuse bugiarde e infamanti, infliggendole senza pietà la gogna delle più caustiche barzellette, delle risate oltraggiose. Sentiva la sua prudenza di vecchia volpe, la sua abilità e il suo sangue freddo di attore consumato, abbandonarlo via via; intuiva confusamente che, se un simile supplizio fosse durato ancora a lungo, egli avrebbe potuto commettere, malgrado sè stesso, chissà che pazzia!...
Finalmente, venne l’ora delle arringhe. Il Pubblico Ministero apriva la serie con un assai gustato movimento oratorio, incitando a mettere in libertà, a fregiare anzi di qualche nobile decorazione gl’imputati, che durante il processo i loro difensori si erano ingegnati di dipingere come dei fior di galantuomini, delle vittime, al solito, di una macchina montatain Questura da un funzionario ambizioso di rapida promozione. Ma, giungendo al sensale, aveva dovuto lasciar da parte i fulmini della sua eloquenza e contentarsi, tanto per l’onor dell’armi, d’insinuare che, per quanto non ci fosse alcuna vera prova contro di lui, pure la moralità dell’individuo autorizzava l’ipotesi che anch’egli fosse stato della banda — ciò che significava il ritiro quasi dell’accusa, una battaglia vinta per la difesa, la malizia del sensale che trionfava e lo tirava incolume dal brutto passo!...
Fra gli altri imputati, sulla sorte dei quali non era possibile alcuna illusione, vi fu un sordo movimento di collera, e delle occhiate bieche, delle imprecazioni corsero all’indirizzo del complice fortunato. Erano tutti dei tipi che si sarebbero lasciati tagliare a pezzi prima di dire una parola, ma ciò non impediva che facesse troppa rabbia, per Dio, mentre gli altri restavano presi come dei sorci inesperti nella trappola, vedere quello solo che riusciva a scamparsela, portandosi via anche il cacio!
Ma il sensale sembrava restasse quasi insensibile al fremito d’invidia suscitato in mezzo ai suoi compagni, come non comprendendo quanto terreno avesse guadagnato dopo la requisitoria del Pubblico Ministero. Egli non vedeva che sua moglie, divenuta d’una pallidezza da far paura, con le mani tremanti sulle ginocchia e il corpo che sussultava tutto ad ogni tratto nello sforzo di rattenere le lacrime. Il pensiero della propria difesa, della propria salvezza, passava in seconda linea per lui in quel momento; prima di tutto, al disopra di tutto, egli voleva veder cessato il supplizio della poveretta da lui medesimo esposta sulla croce così, il supplizio che sarebbe stato già tanto fiero per una che avesse avuto davvero quella macchia addosso, figurarsi poi per lei!... Provava un bisogno furioso di finirla, si sarebbe levato per gridare al suo difensore, che incominciava allora a parlare, di tacere, di rinunziare alla parola!...
Invece, l’avvocato pareva avesse tutt’altra voglia; dal giro che prendeva, sicapiva come la sua arringa sarebbe durata un pezzo. Andava adagio, lasciando le frasi, sopratutto nell’esordio, cadere dalla sua bocca con una mollezza calcolata ed esasperante, passando con un crescendo sapiente dai piani quasi sussurrati, a certifortid’una sonorità, assordante — come allorchè aveva evocato l’ombra del barone Spinosa perchè fosse venuto a testimoniare la verità sulla fortuna del suo difeso! Veramente, quella macabra idea di citare il morto all’udienza, aveva messo un po’ di ghiaccio nel pubblico.... L’oratore l’avea sentito, però se ne consolava sapendo che il passo male accolto era un effetto sbagliato, ma solitario nella sua arringa. La nota dominante era ben altra; il successo doveva consistere nell’ilarità che avrebbe destato, nel sapore boccaccesco largamente profusovi. La sua difesa era il riepilogo e l’illustrazione delle testimonianze udite prima, il contrappelo alla fama già tanto lacerata dellaRicciuta.... A un certo punto, la disgraziata non avea potuto reggerci più, e s’era messa apiangere forte, colle dita negli occhi come una bambina, mentre l’avvocato s’interrompeva, sorpreso e contrariato. Vi fu una pausa, durante la quale il giovinetto avvocato che faceva più chiasso di tutti avea esclamato forte, tra un coro di risate:
— Guardate che commediante, questa.... buona serva di Dio!...
A tale uscita il sensale, che non sapeva contenersi più, aveva sentito il sangue ingorgargli il cervello! Pallido, coi pugni contratti, sgranando minacciosamente gli occhietti grigi, era scattato in piedi e pareva schizzasse veleno contro la folla, mentre la donna continuava a piangere in mezzo agli zittii del pubblico infastidito. Ogni lacrima di lei gli cadeva sul cuore, lo faceva delirare di pietà.... E il suo strazio era diventato anche più acuto quando il presidente aveva ordinato che la conducessero via, e l’altra s’era messa a promettere, a furia di gesti, cacciandosi il fazzoletto in bocca e affondandovi i denti, che sarebbe stata tranquilla, avea supplicato che la lasciasserostare, perchè non voleva andarsene, perchè non voleva abbandonare suo marito nel momento decisivo!
Intanto, l’avvocato continuava la sua difesa, condendola inesauribilmente di piacevoli tratti umoristici, destando quasi ad ogni frase nella sala le più allegre risate. E di nuovo laRicciuta, non potendo frenarsi, aveva ricominciato a piangere con forza, facendo accorrere l’usciere che se l’era trascinata via, senza lasciarsi impietosire più, questa volta.... Allora, il sensale avea provato un momento di terribile vertigine, era balzato giù afferrandosi ai ferri della gabbia, scuotendoli forte.... Il grido irreparabile della verità gli saliva dal cuore, gli faceva ressa tumultuosamente alle labbra! Ancora un istante, ed egli sentiva che avrebbe smarrito il lume degli occhi, che si sarebbe condannato da sè, pur di strappare la sua creatura da quella croce d’infamia, pur di eruttare il proprio furioso rancore sul viso di colui che, per difenderlo, ve la inchiodava senza pietà, gridando forte:
— Tutte menzogne, signor presidente!... Forse, l’avvocato intende parlare di sua madre o di sua sorella, ma quell’innocente là è pura e senza macchia come la nostra Santa protettrice!... La verità è che la fortuna me la son fatta a Catania, spacciando moneta falsa, e che io la costringevo a fingere apposta quella commedia per ingannare gli altri.... Questa è la verità, signor Presidente!...
Ma già la poveretta non era più là col suo viso disfatto dal pianto, coi suoi occhi imploranti, con quell’inesprimibile attitudine di fanciullina martirizzata, che strappava l’anima.... E subitamente, come se l’avessero liberato da un incubo, egli tornò al dominio di sè, riacquistò la lucida coscienza dei suoi atti, la fredda calma ch’era abituale in lui e che avea potuto per un momento smarrire sino a quel segno estremo. Si ricompose, riprese umilmente il suo posto fra gl’imputati e rimase così fino all’ultimo, senza più muoversi nè parlare, con gli occhi a terra e l’aria compunta.
LaRicciuta, allorchè si ritrovarono insieme due giorni appresso nell’intimitè della loro casetta così gaia, linda e doviziosa, ripensando a tutte le ansie, i terrori, le angosce attraversate sino alla vigilia, quasi non osava abbandonarsi alla realtà. Gli girava a torno svelta e festosa come un buon fido cane restituito al padrone; attendeva a preparargli il desinare più ghiotto, il più soffice letto, ogni ristoro, ogni vezzeggiamento.
Il sensale, invece, conservava in mezzo alla sua allegrezza una certa nobile misura, la composta dignità di colui che non agli uomini, non alla Fortuna, non al Cielo deve il trionfo della propria sorte, ma solo a sè stesso! Non aveva adunque avuto ragione di felicitarsene, quandola sorpresa terribilmente minacciosa di quel processo gli era piombata sul capo? Ora, dopo il verdetto assolutorio dei giurati, neppure il Diavolo poteva nuocergli ancora; era una partita definitivamente chiusa che nessuno aveva potere di riaprire più mai. Liquidato, così, felicemente il passato, non restava innanzi a loro che il roseo, luminoso orizzonte dell’avvenire, tutta una vita molle e beata di agiatezza, di piacere, di dolce far niente. Il suo genio trionfava! Quel giorno lieto che solennemente coronava l’ammirabile edificio del talento e della malizia di lui, era come la sua apoteosi, ed egli ne assaporava la gioia esaltante con una serenità piena di grandezza....
Ma traendo fuor dall’impenetrabile nascondiglio, dove prima di lasciarsi arrestare l’aveva sepolto, il suo non disprezzabile tesoro — due sacchetti ricolmi di buon oro sonante, accumulato a furia di spacciare l’altro, quello falso — la curiosa maschera di olimpica compostezza gli cadde a un tratto dal volto.... Si mise a versare il contenuto luccicante e sonorodi quelle due piccoli otri di ricchezza nel grembo della sua donna, affondandovi cupidamente una mano, mentre nel tempo stesso brancicava i fianchi ed il petto di lei, accarezzando con non minore avidità l’altro tesoro suo, l’opulento tesoro di rosee carni fragranti di giovinezza per cui egli si struggeva. Un’ebrezza d’indicibile orgoglio lo invadeva tutto, gli accendeva gli occhietti di scimmia ladra e lasciva, abbacinati dal riflesso giallo dell’oro, intorbidati dal brancicamento voluttuoso. La coscienza della propria forza lo esaltava ancora più che la vista di tutto quel denaro ed il contatto della carne amata....
A parte un momento passeggero di debolezza e d’oblio là, alle Assise, allorquando l’angoscia troppo crudele della poveretta l’avea ridotto quasi al punto di tradirsi e di perdersi, come egli era stato inarrivabilmente ingegnoso, abile, astuto dal principio alla fine! Come era riuscito — egli così miserevole all’aspetto, così umile di condizione, e rozzo, digiuno di qualunque studio, tenuto da ognuno in conto di un buono a nulla — a cacciarsi intasca il mondo intero! Tutti, dai cinquemila abitanti di Roccamarina, ai giudici istruttori, al Pubblico Ministero, al Presidente, ai giurati, alla folla insolente che aveva assistito al processo, tutti s’erano lasciati prendere nella mirabile trappola della sua furberia, erano rimasti ingannati e beffati!
La inesorabilità della giustizia punitrice a cui non sfugge alcun colpevole, costituiva ora un soggetto d’allegra incredulità per lui che avea saputo, con la sola risorsa del suo cervello fino, mettersi sotto i piedi il Diritto e la Legge, risolvere il problema diromperesenzapagare.... Là, alle Assise, dopo il verdetto dei giurati, quando la Corte avea fatto il suo ultimo ingresso, suscitando una mortale ansia negli altri imputati, egli, dinanzi alla solennità quasi lugubre delle loro toghe in quel momento, dinanzi alla gravità imponente dell’apparato e del prestigio che circondava le persone loro, s’era sentito assalire da uno scoppio a stento frenato d’ilarità. Mentre i suoi compagni di gabbia concentravanol’anima ansiosa e perduta in ogni parola della sentenza, egli che non aveva più nulla a temere, lasciava interiormente fluire la ricca vena del suo umorismo plebeo, si abbandonava dentro di sè ad ogni sorta di comiche osservazioni sul naso del Presidente, enorme, purpureo, costellato di escrescenze — sulla barba del giudice di sinistra che a furia di tinture avea preso certi vaghi riflessi di legno mogano — sulla figura del giudice di destra, ridotto dagli anni, forse anche dall’abitudine del proprio ministero, ad uno scolorito e cartilaginoso stato di mummificazione, come se da secoli dormisse il suo solito profondo sonno all’udienza.... Ah, che sforzo aveva dovuto imporsi per contenersi e conservare sino all’ultimo la sua aria di compunzione e di umiltà!...
Ma adesso, ricostruendo col pensiero la scena così terribilmente solenne per gli altri e così buffa per lui, non si tratteneva più, si cavava liberamente alla fine la prepotente voglia di riso che gli era venuta colà, nel tempio sacro della giustizia. E rideva, rideva inesauribilmente,d’un riso muto e fantastico che gli fendeva oltre ogni misura la bocca esangue e sottile, mentre continuava a rinvangare con una mano il mucchio d’oro versato nel grembo della donna, e a brancicare con l’altra il fiorente busto di lei....
FINE.
INDICE.La prima donnaPag. 1Tempesta stornata161La fine di Don Giovanni191Novella sentimentale219Il trionfo della malizia267
DEL MEDESIMO AUTORE:L’avvocato Danieli, romanzo.Anomalie, novelle. Seconda edizione.Gli aforismi di Claudio Larcher.La mèta, commedia in tre atti (sotto i torchi).IN PREPARAZIONE:Il tormento ineffabile, romanzo.
DEL MEDESIMO AUTORE:
IN PREPARAZIONE:
Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.