VII.

Torreforte non si piegò al malignocapriccio, vergognoso in fondo di prestarsi passivamente a tal giuoco. Invece la obbligò a rientrare dal balcone, le sedette vicino vicino, dicendole ch’era una sciocca a crederlo capace di occuparsi ancora di colei, di averla presa mai sul serio — e la ebbe così, ripetendole che l’altra era una donna volgare come era una volgare cantante, che sapeva solo abbaiare, che stonava maledettamente!...

Con sua grande sorpresa, Torreforte si ritrovò, dopo il possesso della sua nuova amica, senza nè ardore nè entusiasmo. Il fatto non poteva non sorprenderlo e non turbarlo, perchè Regina Morelli era una donna assai seducente ancora, d’una eleganza difficile ad incontrarsi in palcoscenico, e nell’oscura esistenza di lui, simile a quella di un povero studente di provincia, rappresentava la più luminosa e inebriante conquista, forse l’unica. Quanto alla donna, ella non si era data a lui che per il piacere di sentirlo parlar male della nemica....

Ma la loro relazione non dovea avereche un’effimera durata. Poco dopo, la diva sul tramonto si presentò al pubblico nellaFavorita, uno dei suoi ex-cavalli di battaglia.... Fu un fiasco enorme, umiliante, e all’indomani ella ottenne, molto facilmente del resto, lo scioglimento dalla scrittura, e partì per Milano, non volendo restare neppure ventiquattr’ore ancora nella città odiata alla quale avrebbe appiccato volentieri il fuoco, se avesse potuto.

Torreforte si ritrovò dunque libero quasi all’indomani. Il poco sapore trovato in questa prima avventura non era bastato a guarirlo dalla febbre che si era impadronita di lui, gliel’accendeva di più anzi, sopratutto davanti all’esasperante indifferenza di colei ch’egli aveva sperato d’irritare e di offendere.

Una seconda avventura seguì presto alla prima, e senza che egli neppure l’avesse cercata; Torreforte era alla redazione dellaSera, allorchè gli capitò la visita d’una nuova scritturata al Massimo, una polacca che cantava da soprano leggero e che tornava da un insuccesso clamorosoal teatro San Carlo di Napoli. Questa cantante, senza voce nè scuola, era la vittima d’un disonesto speculatore che aveva saputo accendere e alimentare in lei le più folli speranze e le avea fatto abbandonare la famiglia, sciupare tra maestri e impresari a Milano il suo modesto, ma sicuro patrimonio. Era una bionda alta e forte, quasi fulva, assai desiderabile, ciò che faceva dire con un cinico sorriso ai frequentatori di palcoscenico ch’ella avea sbagliato carriera. Ma la polacca invece si credeva sicuramente destinata a diventare una stella di prima grandezza nel firmamento lirico, malgrado che i pubblici da lei affrontati sin allora, raramente si fossero astenuti dal dimostrarle il contrario. Tra la paura del fiasco e la manìa del successo, ella viveva in una specie di continua febbre; per un’ovazione in teatro, per un articolo laudativo sopra un giornale importante, sarebbe passata persino sul corpo di sua madre!

Tutti i giornali avevano avuto la sua visita o una carta di lei, subito dopo arrivata,ma al critico dellaSerache contava tra i giornali più letti ed autorevoli d’Italia e avea trenta mila copie di tiratura, era riserbata una visita speciale. Torreforte dovette ascoltare per mezz’ora il racconto degli imaginari trionfi artistici riportati da lei nella sua breve carriera, delle feste straordinarie prodigatele per le sue beneficiate: un volo di fantasia che non s’arrestava più. Ma poichè era una piacente creatura, egli stava ad ascoltarla volentieri e glielo lasciava naturalmente vedere.... Allora la cantante si mise a parlare del suo recente insuccesso al teatro San Carlo, protestando d’esser caduta vittima di un’odiosa congiura di palcoscenico, dell’impresario che aveva voluto sbarazzarsi di lei per dare la sua parte ad una esordiente la quale non gli costava nulla, ma anzi lo pagava perchè la facesse cantare.... Ricordando l’infame cabala che diceva esserle stata ordita, ella si eccitava, si commuoveva, la voce le s’affiochiva, il petto le ballava con ansare convulso.... Improvvisamente gettò un debole grido e si abbandonò sopra unapoltrona del salotto di redazione, colle braccia inerti e gli occhi chiusi, côlta da uno svenimento.

Torreforte, imbarazzato, le avea spruzzato un po’ d’acqua sul viso, le avea sbottonato il colletto dell’abito, l’avea scossa.... Ma ella era presto ritornata in sè, guardando il giovane con dei languidi occhi, dicendogli nel suo bastardo italiano:

— Ah, signore, perdonarmi!... Io così, troppo sensibile! Nostra arte grandi gioie, ma anche grandi dolori! Mia testa gira tanto! Volete avere bontà accompagnarmi in mia casa?...

E Torreforte l’aveva aiutata a scendere le scale, l’aveva ricondotta in carrozza a casa, ed era corso da un farmacista per un cordiale.... Al suo ritorno, l’aveva trovata in letto, un pochino meglio diceva lei, in un delizioso disordine del quale ella pretendeva anche doversi scusare. Allora, egli s’era costituito suo infermiere, le avea somministrato la mistura calmante, s’era installato al suo capezzale.... e il resto!

In capo a due settimane, Torrefortes’era trovato già stanco della polacca. E poichè aveva odorato nell’aria che il suo successore era pronto nella persona dell’impresario, a cui la cantante, nella speranza di una riconferma, riserbava forse qualcuno dei suoi improvvisi svenimenti, egli ruppe senz’altro, prendendo la cosa in ridere, come avrebbe fatto uno che avesse avuto dieci anni d’esperienza più di lui con le donne in genere, e con le donne di teatro in ispecie.

Di giorno in giorno, Torreforte diventava agli occhi proprii un soggetto di crescente sorpresa. Donde veniva a lui, vissuto sempre in astinenza e a distanza dalle donne, tale profondo distacco, tale mancanza d’appetito e di vanità che gli faceva prendere, di fronte a delle conquiste ch’egli non avrebbe neppure osato vagheggiare un poco innanzi, l’atteggiamento di stanchezza e di sazietà di chi ha avuto troppe avventure nella propria vita?... Egli lo sapeva, donde veniva lo strano e inquietante fenomeno! Ma si rifiutava, per orgoglio e per paura insiemead accettarne l’evidenza, non voleva confessare a sè stesso che se era rimasto freddo e indifferente in cospetto delle amorose fortune capitategli, era perchè lo perseguitava l’imagine e il desiderio di un’altra donna, perchè la sferzata che Alice Rossati gli avea applicata al viso, respingendolo in quel modo inaspettato e avvilente, avea invelenito in lui più che mai la febbre del possesso! E per non pensare a ciò, per stordirsi e per dimenticare, egli si abbandonava sempre più al disordine entrato nella sua esistenza, cullandosi nell’illusione di riprendersi presto, di attraversare soltanto una crisi passeggiera e senza conseguenze.

Non solamente trascurava i suoi affari adesso e si alienava a poco a poco la propria clientela, ma, peggio, per soddisfare ai bisogni della sua nuova maniera di vivere, alle istintive velleità d’eleganza, alle mille piccole spese a cui l’obbligavano i suoi doveri di galanteria, egli s’era trovato squilibrato e avea preso a contrarre dei debiti.

Sua madre, ora, cominciava timidamentea levare la voce, a rimproverarlo dolcemente, con certe lettere piene di tenera e inquieta sollecitudine che gli mettevano il cuore in tumulto, ma lo spingevano sempre più, per reazione, sulla via in cui s’era ingolfato, perchè egli voleva finirla, perchè voleva estinguere in lui, a furia di ubbriacarsi altrove, la sete di quella donna! Sospinto innanzi così, irritato invece che calmato dall’inefficacia dei diversivi trovati, egli avea cercato persino di abbrutirsi nel piacere più facile e volgare, dietro ai succinti gonnellini del corpo di ballo....

Il risultato ottenuto era stato unicamente di trovarsi più che mai indebitato e bisognoso di danaro, in modo da non sapere come andare avanti. A questo punto, Luciano Mascali, il cattivo genio della sua famiglia, era intervenuto, aveva ripreso a tessere attorno a lui la terribile tela di ragno dove suo padre s’era perduto, dove tutta la proprietà dei Torreforte doveva finire, prestando qualche migliaio di lire e allargando in cambio la cerchia divoratrice delle sue ipoteche.

Torreforte, naturalmente, non avea lasciato costituire il nuovo vincolo che sulla propria quota ereditaria. Ma egli non sapeva essere ipocrita con sè stesso, non si dissimulava che più la loro comune proprietà sarebbe lapidata a furia di iscrizioni, e meno sarebbe possibile contrastarne la rapina finale a colui che stava a spiarne il momento. Così egli, da protettore, da redentore della sua famiglia, come avea sognato di essere, diventava il complice di Luciano Mascali, cooperava anche lui all’opera odiosa di spogliazione! E non c’erano voluti che pochi mesi, appena il tempo di abituarsi all’ambiente dove la sua maligna stella lo avea fatto capitare, perchè la mostruosa evoluzione fosse stata possibile in lui! Dove sarebbe andato ancora?!...

Allora, egli si sentì preso da una folle paura e da una folle angoscia; il sentimento della salvezza gli s’impose! Ma in luogo di cercarla nel ritorno alla sua esistenza d’una volta, parve a lui che l’avrebbe trovata col riavvicinarsi ad Alice Rossati, ottenendo da lei la fine di quellostato di tensione e di sorda ostilità tra loro che, per reazione, lo spingeva verso la propria rovina. E una sera che la cantante attraversava il palcoscenico alla fine dell’atto per rientrare in camerino, egli la fermò, nell’angolo più oscuro e deserto della scena, risolutamente, ma col cuore che gli batteva con violenza spasmodica.

— Non dimenticherete e non mi perdonerete mai, dunque, un momento di debolezza e di vertigine? — le domandò con la voce che gli tremava.

Ella tacque un istante; poi disse:

— Io non domando di meglio che dimenticare!

E gli sorrise dolcemente nell’ombra.

Per un momento, l’illusione di aver ricuperato la calma e la serenità dello spirito sorrise a Torreforte. La torbida febbre che gli avea tenuto acceso il cervello tutto quel tempo, gli dava tregua per un poco nell’espansione e nel sollievoinsperato del cordiale ravvicinamento seguìto tra loro.

Ella era stata piena d’intelligente bontà per lui, aveva avuto un’arte delicata di allontanare da loro la memoria della critica sera, di liberarlo da ogni sentimento d’imbarazzo, come se nulla avesse turbato mai la perfetta intesa reciproca di prima. La resa a discrezione di Torreforte la rendeva felice perchè realizzava appieno le sue previsioni e solleticava dolcemente il suo orgoglio. L’orgoglio era la corda più facile a vibrare in lei: uno strano orgoglio che avea esso pure, come tutti gli altri suoi sentimenti, alcunchè di teatrale, e s’attaccava più alla esteriorità che al fondo delle cose. Era un po’ la fierezza, l’attitudine melodrammaticamente altera dei personaggi del proprio repertorio, trasfusasi in lei a furia di recitarne le parti; ella richiamava per tale riguardo il singolare spettacolo che offrono alla sera in palcoscenico certe comparse alle quali tocca di rappresentare la muta, ma superba parte di imperatore od altro eccelso personaggio, e chese ne stanno solitari e sdegnosi tra le quinte, con l’aria di non voler derogare alla propria dignità, portando in giro fieramente i loro falsi ermellini, le luccicanti armature di latta, le corone tempestate di cristalli multicolori.

Torreforte, col suo brutale attacco, con quell’aria di trattarla come la più facile delle conquiste, l’aveva ferita nel lato più sensibile, avea sollevato la sua indignazione di donna abituata a sentirsi sospirare ogni sera le più infiammate e deliranti frasi d’amore negli appassionati duetti dove non le si domandava spesso altro che un bacio. Sopratutto venendo da lui ch’ella sapeva già a mente, di cui aveva benissimo penetrato il fondo d’ingenuità e d’inesperienza, quel brusco attacco a tamburo battente l’avea fatta rivoltare perchè vi avea veduto un partito preso di facile conquista, una lezione imparata a memoria e mal digerita di libertina spigliatezza.

Ma non era stato ciò solo a farle prendere quella sera la superba posa di sdegno e di rivolta che Lucrezia le avrebbeinvidiato. Resistendo a Torreforte, la cantante avea anche agito secondo un vago progetto accarezzato sin da quando lo aveva sentito abbandonarsi a lei con sincero trasporto, dopo il duello evitato: ella avea veduto in lui un possibile marito!

Il matrimonio era la sua mèta, ma un matrimonio all’infuori del teatro, che le permettesse di lasciare le scene anzi, malgrado le soddisfazioni e le ebrezze trovatevi, che le facesse in società il posto ambìto di signora della buona borghesia, stimata, rispettata, con delle visite da ricevere e da restituire, un salotto aperto a un dato giorno della settimana dove ella dovrebbe subire ogni volta la ressa degli amici e delle amiche per cantare qualche cosa, e dove ritrovare i trionfi del teatro. Torreforte le pareva possedere tutte le qualità per effettuare un tale bel sogno ch’ella vagheggiava come la maggior parte delle sue compagne d’arte, non escluse ledive, salvo a sentirsi riprese furiosamente dalla inguaribile nostalgia del palcoscenico appena abbandonatolo.

Per tutto il tempo ch’era durato il ghiaccio tra loro, la cantante era rimasta tranquilla ed ironica spettatrice delle galanti imprese di Torreforte, o piuttosto dei suoi disordini a freddo: ella sapeva bene di esserne la tormentosa causa, e appunto per ciò l’avevano lasciata freddamente serena, senza accenderle una sola scintilla di risentimento e di gelosia — l’esca più facile a prendere fuoco in lei! Invece avea aspettato pazientemente ch’egli tornasse a lei, e quando alla fine ciò accadde, ella sentì le sue aspirazioni matrimoniali toccare la realtà!

Torreforte provava un senso d’ineffabile sollievo, sentendosi arrestare dalla forza soave del sorriso con cui ella l’aveva accolto, sulla china rovinosa dove s’era lasciato a poco a poco scivolare. S’era arreso soltanto per stanchezza e paura, senza troppo contare sulla clemenza del vincitore; l’insperata generosità di cui era stato colmato al contrario, lo avea talmente sorpreso e commosso che tutto il suo rancore e le sue prevenzioni ostili se n’erano andati via ad un tratto. Anzi,era lui che si stimava condannevole adesso! Perchè ella gli aveva resistito, mentre provava per lui una visibilissima inclinazione?... Perchè apparteneva ad un’altra specie di donne che la polacca e Regina Morelli, perchè era una creatura onesta! Ed egli aveva potuto volergliene e farle una colpa d’essere onesta?!...

Così, il suo malanimo si mutava ora in un sentimento delicato e profondo d’ammirazione e di stima che gli svegliava il più pungente rimorso per l’attitudine ostile serbata ingiustamente tutto quel tempo di fronte a lei, e il più vivo desiderio di farsela perdonare a furia di devozione e di rispetto. Per la seconda volta, ella gli dava la prova di una bontà tanto fuori del comune e toccante che il cuore di lui non poteva restare chiuso ancora allo slancio di riconoscenza appassionata che lo invadeva per lei.

Da un giorno all’altro, Torreforte era ritornato l’amico privilegiato e carezzato dei bei tempi; egli riprendeva il suo posto con una gioia di fanciullo rientrato nel favore materno dopo un castigo meritato,senza più alcun determinato partito di conquista, abbandonandosi ad occhi chiusi alla corrente che lo trasportava. Come il suo desiderio esasperato e il superficiale sentimento provato sin’allora prendevano adesso, attraverso il lume del sorriso di lei, quella sera, e per la soave magìa dell’accoglienza sapientemente amorevole, il carattere di una vera passione, egli si spogliava del suo scetticismo di seconda mano, degli insegnamenti di strategìa dongiovannesca male appresi in palcoscenico, diventava sincero e timido come un collegiale.

Era il suo temperamento sentimentale che si rivelava schiettamente in tal modo e gli suggeriva certe fanciullesche fantasie di cui avrebbe riso egli medesimo prima. Per esempio, egli amava di mandarle sul palcoscenico, o a casa, dei fiori tra i più belli e costosi, serbando l’anonimo del dono, sorridendo al pensiero ch’ella forse avrebbe indovinato lo stesso che venivano da lui. Una fanciullaggine di tal genere anzi, gli avea procurato la più grottesca sorpresa, un giorno che s’era trovato insieme al deputato Ascani nel salotto dellacantante, dinanzi ad un magnifico cestello di orchidee inviate da lui la sera avanti, per l’ultima rappresentazione diGioconda. La prima donna s’estasiava nel mostrare i fiori e raccontava, guardando fissamente Torreforte, in modo da farlo arrossire sino alla radice dei capelli, come non fosse riuscita a sapere da chi venissero — mentre Ascani s’accarezzava sorridendo con intenzione la barbetta già grigia e ripeteva:

— Hum?... chi può averli mandati?... Hum!... chi lo sa?!...

Poi, intanto che scendevano insieme le scale, Ascani aveva infilato il braccio di lui, con un’aria di confidenza e di bonaria intimità da camerati, dicendogli con lo stesso sorriso che avea finito di sopra per scuotere la convinzione della cantante sulla provenienza degli anonimi fiori:

— Dunque hanno avuto un successo quelle orchidee?... Andiamo, voi non indovinate chi ha potuto mandarle?... Capirete, mio caro, che nella mia posizione, avendo famiglia, mi tocca fare le cose con riserbo ed evitare le chiacchiere!...

L’umoristico caso, non solo avea avuto per Torreforte il gustoso sapore di comicità di cui era pieno, ma avea anche esercitato su di lui un contraccolpo morale, spingendolo più che mai sulla via del sentimento per reazione, per l’intimo orgoglio di sentirsi ben diverso dagli Ascani, dai Valdora, da coloro che egli avea potuto per un momento prendere a maestri e che muovevano alle loro conquiste con certe armi della cui lealtà e dignità l’elegante deputato gli avea fornito un luminoso saggio!

Da parte sua, la cantante non era mai stata con lui più seducente nè più graziosa d’abbandono, sopratutto perchè anche lei incominciava a scaldarsi le ali alla stessa fiamma di Torreforte, e ve l’avrebbe volentieri lasciate se non fosse stato per la speranza che accarezzava. La sua natura di comediante, foderata di vanità e di egoismo, non era troppo fatta per amare, ma infine, poichè Torreforte le piaceva tanto ogni giorno dippiù, ella gli offriva tutto il modesto capitale di sentimento di cui poteva disporre.

Se l’offerta era povera, in compensoella aveva un’arte profonda e delle preziose risorse per farla valere cento volte dippiù agli occhi di lui. A poco a poco, ella finì col creargli l’illusione di non cantare, di non stare sulla scena che per lui, per lui solo. Qualunque posto del teatro egli occupasse, gli occhi di lei lo cercavano dal palcoscenico, lo raggiungevano sempre in mezzo alla folla, come se fosse la calamita ad attirarli. Era sempre così, trovando modo di volgere e di fissare lo sguardo verso di lui, ch’ella cantava le più appassionate romanze, le frasi più deliranti d’amore. Torreforte allora, si sentiva prendere da un’esaltazione dolcissima che gli faceva battere il cuore tumultuosamente e quasi mancare il respiro: la sala più non esisteva per lui, abolita come per incanto dall’illusione di diretta ed appassionata corrispondenza che la corrente magnetica di quegli sguardi creava tra loro. Le parole d’amore che ella scandiva quasi per lui, la potente suggestione della musica, l’elettricità dell’ambiente dove la più intensa attenzione e l’entusiasmo regnavano, la finzione della scena,tutto infine contribuiva ad ubbriacarlo, a farlo vibrare sino allo spasimo sotto la carezza di quei fantastici occhi che lo raggiungevano dappertutto, attraverso la folla. Poi, vedendo dei binoccoli che s’appuntavano su di lui, indovinando d’occupare di sè coloro ai quali l’appassionata corrispondenza non isfuggiva, egli si scuoteva, usciva dall’illusione formatasi.... Ma era un’ebrezza che svaniva per lasciare il posto ad un’altra; il cuore gli si gonfiava di dolce orgoglio sentendosi l’oggetto della curiosità e certo dell’invidia svegliata nel pubblico dallo spettacolo della propria felicità. Se ancora non gli apparteneva, egli però poteva dire di lei adesso alla folla, come glien’era venuta la sete una sera lontana: “Questa donna che solleva così la vostra commozione, il vostro entusiasmo, i vostri applausi frenetici, non pensa che a me, non vede che me, non canta che per me in questo momento!„

Egli, in ricambio, non avea più occhi per alcuna in palcoscenico: le altre non esistevano nemmeno per lui. Aveva apoco a poco, anzi, rotto tutte le amicizie annodate lassù e nelle quali il partito preso di dispetto da cui era stato animato un tempo gli aveva fatto mettere ogni possibile ostentazione d’intimità e di calore.

Solo gli era rimasta dell’amicizia per il contralto, una buona ed onesta fanciulla che egli aveva preso a proteggere nelle colonne dellaSera, senza alcun secondo fine, e che in ricompensa gli avea dato questo consiglio, una volta, con un accento di affettuoso interesse e di tristezza che l’avevano turbato e commosso profondamente:

— Fuggite il palcoscenico, amico mio!... Le tavole del palcoscenico sono troppo pericolose per i semplici ed i buoni come voi!

Era una povera e fiera creatura che s’era data al teatro per vivere lei e la madre, ma che ci si trovava insopportabilmente a disagio, senza potere aspirare ad una carriera fortunata e lucrosa perchè disponeva di assai limitati mezzi vocali e senza sapersi abbassare alle degradanti arti alle quali ricorrevano le altrenella sua situazione. Mentre vedeva delle compagne, senza più voce di lei, ma con meno talento e scuola, applaudite dagli amici, ben trattate dalla stampa, ella, che non accarezzava giornalisti, che non accettava protettori e teneva la sua casa chiusa a tutti, incontrava soltanto freddezza e ostilità. Ciò non impediva che in palcoscenico circolassero su di lei le voci più oltraggiose, e Torreforte aveva udito la prima donna affibbiarle persino per amante il cameriere dell’albergo. E poichè non avea saputo trattenersi dal protestare ch’erano calunnie, la sua amica l’aveva investito duramente, domandandogli se avesse qualche debole per quella gesuita, come lei la qualificava — cosicchè egli avea pensato con un sussulto di gioia: “Dio, com’è gelosa!„ e subito era diventato vile, mettendosi a ridere anche lui delle piccanti storielle ricamate sulla pura esistenza della fanciulla.

In luogo d’imitare l’esempio di lui però, la cantante non pensava punto a sacrificargli i propri amici. Valdora, Ascani, ildirettore d’orchestra, tutta la sua corte infine, continuavano a starle attorno, ognuno più o meno con delle evidenti velleità di conquista, senza lasciarsi scoraggiare per nulla dal terreno guadagnato su di loro da Torreforte. Questi s’era dapprima consolato pensando che ella non poteva mutar condotta da un giorno all’altro verso della gente ammessa già alla sua intimità, e sperava che a poco a poco se ne sbarazzerebbe. Ma rimase amaramente deluso!... Ella non gli lesinava, è vero, il piacere di sentirgliene dir male, di regalarne a lui delle crudeli caricature, di mostrarsi, appena aveano voltate le spalle, annoiata e irritata della loro assiduità importuna che non permetteva ad essi di starsene un po’ soli e tranquilli, però in realtà non faceva nulla per allontanarli; tutto il contrario anzi.

Al giovane sfuggiva in gran parte il consumato machiavellismo di civetteria con cui ella sapeva tenerseli tutti attaccati malgrado la troppo evidente preferenza accordata a lui, i piccoli, intimi compensi di un’occhiata eloquente scambiatacon uno, di certe lunghe strette di mano prodigate ad un altro.... Constatava però, soffrendone acutamente, ch’ella non avea l’aria di respingere la corte che le facevano, e al fuoco sottile di tale tortura il sentimento che lo possedeva — di cui non era più possibile negare a sè stesso la natura — si maturava, cresceva d’intensità e d’ardore.

Chi alimentava più degli altri la sua vaga, eppure mordente gelosia, era l’intraprendente Valdora, un elegante che passava la vita tra le quinte dove le sue avventure non si contavano più, e che disponeva spesso, per via della propria autorità di giudice competente nei clubs, nel pubblico speciale di turno dispari, del successo o dell’insuccesso degli artisti. Torreforte se n’era trovato affatto liberato, con suo profondo sollievo, all’arrivo di una nuova scritturata che passava per essere una rara bellezza. Ma n’era seguìta una sofferenza più acuta per lui davanti al geloso furore che s’era impadronito della cantante vedendosi abbandonata così per l’altra. Era più forte di lei: malgrado ilcalcolo prudente di non dispiacere al suo amico, malgrado il desiderio sincero di non farlo soffrire, allorchè incontrava Valdora tutto pieno di premure e di galanteria attorno all’altra, nè più nè meno come avea fatto con lei sino al giorno prima, ella impallidiva, diventava cattiva, non li perdeva più di vista un momento. E Torreforte si struggeva accanto a lei pensando ch’ella doveva pure amare colui per soffrirne così, domandandosi che cosa poteva esserci stato tra loro, durante il tempo ch’egli s’era tenuto lontano!

Più tardi, aveva acquistato per caso, vedendola restare del tutto fredda e indifferente alla improvvisa notizia di un disgraziato accidente capitato a Valdora, la certezza che questi non contava nulla per lei. Ma ai suoi occhi già offuscati dalla passione tale evidenza, invece di servire a rivelargli il carattere di lei, avea preso il valore di una grande prova d’amore, gli avea messo nell’anima il dolce orgoglio d’esser riuscito a toglierle Valdora dal cuore, per regnarvi solo!

Gli altri però s’incaricavano di avvelenargli simile gioia, specialmente Masselli, il direttore d’orchestra, ch’era nelle migliori grazie di lei perchè la sosteneva presso l’impresario e lavorava adesso per farle assegnare la parte di Margherita nelFaust— parte ch’ella teneva a portar via alla prima donna dell’altra compagnia per un puntiglio di vanità, malgrado non si adattasse punto ai propri mezzi artistici. Tutti i sorrisi, le dolci parole, l’ebrezza degli sguardi appassionati indirizzatigli dal palcoscenico, le cento piccole attenzioni delicate ed esaltanti ch’ella gli prodigava, non bastavano a neutralizzare in lui il morso velenoso della gelosia, così come le amarezze di cui soffriva non erano sufficienti a fargli perdere la fede nell’amore di lei.

Ma ne risultava un penoso contrasto, un’altalena continua di gioia e di tristezza, di esaltazione e di accasciamento, in cui la facoltà di ragionare, il possesso della propria volontà, gli sfuggivano, e l’impero della passione si affermava e si estendeva col suo seguitod’agitazione, di smanie, di debolezze, di transazioni.

L’illusione della calma ricuperata, della possibilità di non pensare più al possesso di lei come ad un bisogno improrogabile, era presto svanita tra le alternative d’animo nelle quali si dibatteva e la sete di desiderio che lo riprendeva più ardente di prima. Il desiderio forse costituiva in lui il vero focolare della febbre la quale gli accendeva il cervello ed il sangue, ch’era della passione ma che non era l’amore, per quanto attraverso la sua esaltazione ed il suo accecamento paresse a lui il contrario. Come ella aveva saputo inocularglielo gradatamente nelle vene, come avea saputo alimentarglielo a furia di sapiente seduzione! E quando la riconciliazione era seguìta, con tutte le sue dolcezze, gli abbandoni di tenerezza, le deliziose intimità nel salottino di lei, quel veleno gli s’era mutato in fiamma viva nel sangue, sopratutto perchè ella adesso obbediva, oltre che ad un calcolo, ad un sincero trasporto e si abbandonava volentieri, però sino al limite dopo il qualel’avvenire del suo sogno le imponeva di non andare.

Un solo reagente poteva trionfare della sua febbre e salvarlo: il possesso! Ma ella non si sarebbe data mai, lo sentiva; il crudele dilemma:O matrimonio, o nulla!non lo faceva più sorridere, dopo averne sperimentato a proprie spese la dura verità. Ciò nonostante, egli aveva ritentata ancora la prova, si era spinto altre volte ad osare delle appassionate violenze: ella non s’era più indignata, non l’avea duramente scacciato come allora, ma invece s’era messa a piangere, supplicandolo di esser buono, rimproverandolo di non avere stima per lei. Non le lacrime, non la retorica sentimentale delle solite frasi l’aveano disarmato (gli avevano frustato dippiù il desiderio anzi) ma la certezza che dietro a quei luoghi comuni della virtù alle prese con la tentazione di capitolare, ella serbava la più risoluta volontà di non cedere. E spezzandosi inesorabilmente contro la muraglia di granito della resistenza di lei, il bisogno di averla alla fine, che lo vessavasenza dargli più tregua da quattro mesi, diventava furore, diventava pazzia!

Egli non osava più adesso volgersi indietro, a guardare ciò che per lui diventava quasiil passato, la serena e feconda esistenza d’una volta, la calma gioia in cui lo cullavano il pensiero di sua madre e la dolce certezza di prepararle un avvenire di benessere e di agiatezza!... Non gli riusciva più d’occuparsi di nulla; i suoi affari andavano a male, la clientela l’abbandonava: bastava quel soffio di vertigine a disperdere le pazienti conquiste di parecchi anni di febbrile lavoro!

Non poteva più pensare a sua madre senza sentirsi agghiacciare l’anima dal rimorso; le lettere di lei, le povere lettere soavi sempre più inquiete, sempre più angosciate — come il vigile istinto l’avvertiva della dolorosa tempesta ch’egli attraversava e le giungeva vagamente la voce dei suoi disordini — si portavano via tutto il suo coraggio, tutta la sua energia, lo gettavano in uno sconforto disperato e senza fine, quasi cheavesse dinanzi a sè l’irreparabile. Egli si sentiva affatto in balìa della sua passione, contro la quale non era più possibile rivoltarsi e per la cui soddisfazione bisognava calpestare il cuore di sua madre, tradirla, condannarla a languire nella povertà e nella tristezza, rinunziare per sempre al suo sorriso, alle sue carezze, alla sua benedizione!

Come mai quella passione, a cui erano bastati pochi mesi per svilupparsi e dominarlo, aveva potuto snaturarlo così, soffocare in lui a tal segno la voce di un affetto succhiato col latte, regnato sin’allora su tutto, divenuto il culto, lo scopo della sua vita? Egli non lo sapeva, non sapeva nulla, avea solo la coscienza d’essere mostruosamente colpevole, eppure senza responsabilità, d’essere vittima della propria sorte. Lasorteera per lui tutto il complesso di circostanze apparentemente accidentali che l’avevano ridotto a tanta miseria: la lettera commendatizia dell’amico di Milano, la vertenza con Santo Stefano e la sua entrata al giornale che n’era seguìta, sopratutto lo straordinario concorsodi feste — esposizioni, inaugurazioni di monumenti, congressi — che aveva tenuto aperti per circa dieci mesi consecutivi i battenti del teatro, dalla primavera all’inverno successivo, tutto il tempo che c’era voluto per alienare dalla cara adorata il suo cuore traboccante di amore filiale, per fondere la sua energia, per destargli quell’incendio nel sangue e nel cervello, perchè infine la propria rovina potesse compiersi!

I continui motivi di gelosa amarezza ch’ella gli procurava, in luogo di calmare la sua febbre e di guarirnelo, agivano su lui nel senso opposto, facevano salire ancora dippiù il termometro della sua esaltazione. Anzi, la fine della lotta che lo consumava, la fase decisiva, erano state provocate appunto da una crisi più acuta di gelosia. Ella s’era fatta accompagnare da lui una sera a teatro per assistere così, da spettatori, alla prova di un’opera a cui non prendeva parte. Mentre cercavano l’uscio di un palchetto di terz’ordine di cui aveano domandato la chiave per starsene più appartati,Torreforte, il quale teneva un fiammifero tra le dita che gli tremavano per l’emozione di sentirsela così da presso e senza difesa nel buio fitto del corridoio deserto, avea lasciato ad un tratto la debole fiammella morire e se l’era attirata sul petto, cingendole con le braccia la testa, cercando con le sue labbra avide la bocca, gli occhi, il collo di lei.... Ella avea lasciato fare senza reagire, poichè la sicurezza del luogo le permetteva di abbandonarsi senza pericolo all’ebbrezza che si sentiva lei pure circolare nel sangue, mormorando solo con un filo di voce:

— Filippo.... Filippo!...

Barcollando, tenendosi per mano, aveano trovato infine l’uscio cercato, e s’erano installati nella discreta penombra del palchetto, vicini vicini, con le ginocchia unite, le braccia a contatto, vibrando all’unisono sotto la mutua carezza degli occhi gravati dal desiderio come dal sonno, senza vedere nè ascoltare gli artisti che provavano sul palcoscenico appena illuminato.... Entrambi cadevano in una specie d’intorpidimento dolcissimo, d’ineffabileebetudine che faceva loro smarrire la coerenza del luogo, del tempo.... E quando finì l’atto in prova, essi non se n’erano accorti neppure; e quando, improvvisamente, dei colpetti picchiati all’uscio risuonarono al loro orecchio, il risveglio era stato così brusco e doloroso che Torreforte s’era persino sentito male al cuore e aveva dovuto lasciar passare un istante prima che gli fosse stato possibile di levarsi ed aprire. Era Masselli, il direttore d’orchestra.... Come mai aveva potuto snidarli sin lassù, col buio fitto che avvolgeva la sala? — si domandava egli, investendo con un’occhiata furiosa l’importuno, talmente nervoso e contrariato che per poco non si metteva a piangere come un bambino. Il fatto sta che Masselli li avea veduti ed era venuto a mettere al corrente la prima donna sulla fase acuta in cui la questione della parte da lei pretesa era entrata.

La contesa s’era fieramente invelenita perchè l’impresario aveva preso a sostenere il buon diritto della rivale, perchè la commissione teatrale minacciava d’intervenirepure in questo senso; ma il maestro teneva duro, dichiarando che l’altra non era idonea alle difficoltà della parte, che con quella egli non avrebbe mai provato l’opera. Epperò, sentiva il bisogno, come un torneante del buon tempo antico, di attingere dagli occhi e dal sorriso di lei l’ardore e la forza per uscire vittorioso dalla difficile lotta impegnata, motivo pel quale era salito a farle una breve visita, tra un intervallo e l’altro. Ella comprendeva bene ciò: così non gli lesinava nè le occhiate, nè il sorriso!... E Torreforte l’avea veduta, mentre ancora doveva certo vibrare per la tempesta di desiderio che li avea sollevati insieme, distaccarsi affatto da lui, con lo spirito come col corpo, dimenticarsene, non occuparsi più che dell’altro, parlandogli a bassa voce, sorridendogli con gli occhi che nuotavano ancora nel languore infusole da lui nel sangue, lasciandoselo venire vicino.... Egli s’era sentito soffocare dall’angoscia, aveva quasi creduto, nello stato d’esaurimento nervoso determinato dall’eccesso delle sensazioni provate di attraversareun momento di allucinazione; l’aveva chiamata, supplicata con gli sguardi smarriti e imploranti!... Ma ella non se n’era accorta neppure e aveva continuato a parlottare, a sorridere, a civettare tranquillamente con colui....

Ebbene, Torreforte ne avea orribilmente sofferto, ma non s’era più sorpreso. L’enigma del carattere di lei non gli restava più oscuro adesso. Egli sentiva che quella donna non sarebbe stata mai veramente sua, non gli sarebbe mai appartenuta nel senso intero della parola, anche se gli si fosse data, malgrado che gli volesse realmente del bene, l’avesse pure ella amato cento volte più di così! Ella era del pubblico, della folla, non aveva che una sola, una vera passione in fondo: l’applauso, il successo! — e per conquistare tale ebbrezza che le era necessaria come l’aria, come il sole, ella doveva darsi un po’ a tutti, far commercio del suo sorriso, della sua grazia, delle sue familiarità. Ed era questo l’insostenibile tormento di Torreforte, la ragione del suo delirio, perchè non solo egli la voleva, mala voleva affatto per sè, perchè era geloso di tutti, del pubblico, della folla per cui ella viveva! E poichè non gli si offriva che una sola via per realizzare un simile esclusivo e troppo necessario possesso: il matrimonio e l’abbandono del teatro — egli si decideva finalmente a prendere tale partito, senza più indugio, sentendosi giunto all’estremo delle sue forze, abbandonandosi alla propria sorte.

Un’ora bastava a decidere l’esito della lotta durata dei lunghi mesi, accettata con superba sicurezza, combattuta fieramente sino alla vigilia. La vanità di ogni sforzo per resistere ancora gli appariva improvvisamente, portandosi via tutta la sua energia morale, rendendolo accomodante ed ipocrita dinanzi a sè stesso. Mille argomenti in difesa della sua caduta gli venivano suggeriti dalla coscienza divenuta compiacente. Che cosa infine si opponeva a che egli sposasse quella donna?!... Il non saper nulla della vita, del passato di lei?.... Ma la fermezza e la dignità con cui gli avea costantemente resistito, pure desiderandolo ed amandolo,non erano la miglior garanzia dell’irreprensibilità del passato?!... Quanto a sua madre, certo ella avrebbe sofferto di quel matrimonio così al difuori delle idee e dei pregiudizî di provincia, nato senza l’aggradimento della famiglia, ma poi si sarebbe consolata, avrebbe goduto di vederlo felice a modo proprio. Egli si sarebbe rimesso a lavorare come prima, più di prima, per la conquista del seducente avvenire promessole, avrebbe avuto anzi una ragione e uno stimolo dippiù per riuscire nell’opera di riedificazione della loro distrutta fortuna....

Fu appunto ciò che scrisse, che spiegò lungamente con l’eloquenza della propria passione a sua madre, annunziandole che sarebbe andato egli stesso subito dopo a domandarle il suo consenso e la sua benedizione. Ma invece fu lei, la povera vecchia minacciata nella parte più sensibile dell’anima, che accorse disperatamente, come se si fosse trattato di disputare suo figlio alla morte, lusingandosi ancora di salvarlo.... Il dibattito durò a lungo tra loro, supremamente doloroso ed inutile;quando alla fine ella riconobbe l’irrimediabilità della sua sciagura, si diede per vinta!.... E fece ritorno alla sua casa lontana dove le due figlie l’aspettavano ansiosamente, tremando per la sorte delle loro eterne speranze matrimoniali che dipendevano dal fratello; andò a seppellirvisi nel proprio dolore, sotto il crollo delle care speranze accarezzate per la sua creatura diletta. Però, prima gli avea detto, rialzando duramente la dolce testa divenuta tutta bianca in quei pochi mesi di agitazione e di angoscie, da grigia ch’era avanti:

— Sta bene, sposala purequella donna, ma pensa ch’io non vorrò rivederti mai più, che la mia collera ti peserà sul capo come una maledizione!...

Ma dove mai ella avrebbe trovato la forza di tenersi a lungo in tale attitudine contro di lui?... Egli l’avea assediata di lettere disperate, piene di devota obbedienza, è vero, ma dove si sentiva la volontà di finirla in qualunque modo, con qualche follìa se non fosse riuscito a piegarla. E la madre s’era piegata alla fine,gli avea mandato il suo consenso in una lettera che avea la desolata tristezza di un distacco estremo....

Torreforte s’era messo a singhiozzare come un bambino, leggendola, s’era sentito fondere il cuore.... Ma non avea tardato un minuto per ciò a correre dalla cantante, a dirle con la voce tremante le supreme parole che dovevano decidere di tutta la sua vita, s’ella volesse accettare la mano di lui, s’ella volesse sacrificargli il teatro....

Uno scoppio di gioia, di gratitudine, di tenerezza fu la risposta! Mai ella era stata così sincera, così buona, tanto piena di profondo abbandono, come adesso che la felicità la trasformava. Ma Torreforte, mentr’ella gli prodigava le più appassionate carezze, si sentiva bruciare il cuore dalla lettera di sua madre: “Figlio mio, sia fatta la santa volontà di Dio, sposala: io mi rassegno! Perdonami le bestemmie che mi uscirono dalla bocca quel giorno, così come io ti perdono il colpo che mi dài e dal quale sento che non mi rileverò mai più!...„

Quanto a lei, non avea avuto che un pensiero, appena passato il primo stordimento della felicità: annunziare al mondo lirico, attraverso tutti i giornali teatrali, il suo addio alle scene, malgrado i trionfi riportativi e che ve l’aspettavano ancora, per unirsi in matrimonio col barone Filippo Torreforte! Allorchè questi lesse la notizia così concepita che le trombe della pubblicità dovevano spargere in pochi giorni per tutto il regno dell’arte, non mancò di protestare, le ripetè come tante altre volte di non aver diritto a quel titolo poichè egli apparteneva al ramo cadetto della famiglia.... Ma ella trovava che erano delle sciocche sottigliezze dal momento che il titolo esisteva bene in famiglia, e non avea voluto rinunziare per nulla a ciò che più l’ubbriacava di vanità nel partecipare il suo matrimonio.

— Anzi — gli disse col più seducente dei suoi sorrisi — se vorrai essere gentile, non dimenticherai di mettere in fondo allacorbeilledi nozze una piccola corona baronale da appuntare qui, sul petto....

Tutto il periodo iniziale del loro matrimonio passò per Torreforte in una continua e violenta ubbriacatura di sensi. Egli si tuffava nell’ebrezza del possesso avidamente, con una specie di cupo accanimento, di furia rabbiosa che rasentava il delirio. Troppo egli l’avea desiderata, troppo le avea sacrificato per averla alla fine!... E voleva almeno ch’ella gli rendesse ora tanto di godimento, quanto gli era costata di dolori; poichè s’era buttato ciecamente tra le sue braccia, perdendovi tutto, voleva, non foss’altro, trovarvi un’ora di oblio, di voluttoso abbandono! Così, egli cercava di stordirsi per non pensare a ciò che avea fatto, nè a sua madre, nè all’avvenire, nè più a nulla.... Ma non vi riusciva che a brevi intervalli e, dopo, l’angoscia a cui voleva sfuggire lo riprendeva più forte diprima, come avviene a coloro che s’alimentano di morfina. Anzi, era la stessa scomposta furia dei suoi trasporti che recava la luce nella coscienza di lui; s’egli l’avesse amata, se le avesse assegnato nel cuore il posto che doveva tenervi la donna eletta a compagna della sua esistenza, l’avrebbe dunque investita con tal brutale smania di piacere, quasi aggressivamente, e senza abbandono d’anima, senz’ombra di vera tenerezza?... No, egli non l’amava, non l’aveva mai amata! Improvvisamente, in un crudo lampo di coscienza, la verità gli appariva: egli aveva fatto di lei l’eletta, la compagna di tutta la vita sua, solo perchè ella avea saputo abilmente resistergli, perchè non gli s’era offerto altro mezzo per giungerne al possesso, quel possesso che un accesso delirante, ma passeggiero di febbre, gli aveva reso necessario. L’amante mancata di cui in capo a qualche mese di ardore si sarebbe saziato, era divenuta lasposa, s’era insediata per sempre, sino alla morte, nell’esistenza di lui, al posto di colei che solo dal più puro amore e dalla più intimastima avrebbe dovuto esservi chiamata....

La benda gli cadeva inesorabilmente dagli occhi, in un momento, dopo aver loro fatto velo per tanto tempo, dopo avergli creato un’assurda illusione d’amore e di felicità che il primo raggio di luce bastava a distruggere! Ma egli voleva illudersi ancora, o almeno non pensare a niente, perchè la certezza della propria irreparabile sciagura gli faceva paura troppo. E s’abbandonava sempre più per ciò alla febbre dei sensi, a quella malsana avidità di godimento in cui voleva trovare l’oblio completo di sè.

Quanto a lei, non gli lesinava le carezze e non si tratteneva dal secondare il suo ardore. Poichè l’assorbente preoccupazione della sua voce, del pubblico, del successo, dominata sin’allora incontrastatamente, s’addormentava in lei, la sua fibra robusta di superbo animale ricco di sangue ed esuberante di vitalità prendeva la rivincita. Nel vederlo preso di lei così, fino al midollo delle ossa, tanto follemente cupido delle sue carezze, ellapoteva inoltre misurare tutta la propria forza, l’esaltante potenza d’attrazione fisica che esercitava; questo la faceva orgogliosamente sorridere di segreta compiacenza, la rendeva facile all’abbandono con lui, per l’intima soddisfazione che gliene veniva. E non sospettava neppure quanto di oltraggioso per lei ci fosse nei trasporti del marito, che torbida feccia di amarezza, di disistima, quasi di ostilità gli restasse sul cuore dopo quelle ubbriacature!...

Avevano passato i primi mesi della loro unione in un albergo di campagna, presso la città; Torreforte sembrava si fosse dimenticato di aver quivi la sua professione da esercitare, degli affari, dei clienti rimastigli fedeli che l’aspettavano.... Finalmente, un giorno, parve ricordarsene, e tornarono in città. Allora, la triste evidenza della sua situazione gli s’impose nettamente. Davanti alle rovine del recente e lieto passato — la numerosa clientela in gran parte dispersa, il buon ordine con tanto stento rimesso nell’amministrazione della propria casa distruttoin un momento — davanti alla muta, ma desolante tristezza dei suoi cari lontani, alle difficoltà materiali della vita, i fumi dell’ebrezza voluttuosa che gli annebbiava il cervello, a poco a poco si diradavano. La sua energia, lungamente sopita, ebbe un risveglio; egli sentì ch’era in tempo ancora per dominare la situazione, per salvare sè ed i suoi dall’avvilimento in cui cadevano. Non voleva esaurire il suo coraggio nella contemplazione delle proprie miserie, non voleva pensare che a sua madre, vivere solo per riscattarla dall’angoscia in cui la sentiva consumarsi, per la conquista del suo dolce perdono. Anelava di rituffarsi nell’attività più febbrile e feconda, di riprendere il suo ascendente cammino verso la prosperità ed il sicuro avvenire promessi alla famiglia.... Ma egli non s’era peranco messo all’opera, che un inatteso ed allarmante avvenimento venne a distogliernelo: sua madre era gravemente ammalata, sua madre lo chiamava presso di sè, senza indugio!

Torreforte accorse, in preda alla piùcrudele agitazione, conducendo con sè la moglie. Quando si trovò dinanzi alla malata, quando vide l’adorata testina soave così trasformata dal male, col viso gonfio e terreo, gli occhi torbidi, le labbra come di cera sporca, egli si sentì morire d’angoscia e l’orribile presentimento della prossima fine gli agghiacciò l’anima. La malattia — una ipertrofia cardiaca — era assai innanzi, e i primi attacchi risalivano al giorno in cui ella avea fatto ritorno a casa dopo l’inutile e doloroso viaggio per persuadere la sua creatura a rinunziare a colei, a non compiere la propria rovina. E sempre, sino al punto in cui la malata, sentendosi perduta, non aveva più saputo soffocare il bisogno furioso di vederlo, gliene aveano fatto mistero per espressa volontà di lei, non volendolo affliggere e mettere in allarme — mentre egli si abbrutiva di piacere tra le braccia di chi lo aveva indotto a portarle quel colpo mortale!... Egli credeva di ammattire pensando a questo; e per non perdere tutto il suo coraggio quando più era necessario averne, gli occorreva mentire a sèstesso, farsi illusione ad ogni costo, ad onta della troppo palese gravità del male. Pure, nei primi giorni del suo arrivo, la malata sembrò sensibilmente migliorare, per quanto l’emozione seguìtane, le lunghe crisi di pianto senza dire una parola, accarezzando instancabilmente la testa del benamato, pareva dovessero sfinirla dippiù. Ed il figliuolo quasi incominciava a trarne, trepidando, sincero conforto di speranza....

Contro ogni sua aspettativa, la novella sposa era stata assai benevolmente accolta nella casa materna. Le due ragazze anzi, ancora all’età delle sentimentali amicizie femminili, troppo solitariamente e oscuramente vissute in quel recondito angolo di provincia per non subire il fascino ch’ella, forestiera ed artista, esercitava naturalmente su loro, le s’erano subito affezionate.

Ma ciò che oltremodo sorprese Torreforte fu il buon viso fatto a lei da sua madre, mentr’egli la riteneva armata d’inestinguibile ostilità contro la nuora. Invece, la malata s’intratteneva spessocon lei, le prendeva anche qualche volta una mano tenendola tra le sue, si raccomandava alle figlie perchè non le facessero mancare nulla. Era una grande ed insperata consolazione per lui, e già egli non dubitava più del mutamento avvenuto nel cuore di sua madre, quando, ad un tratto, una scoperta procurata dal caso gli diede la certezza contraria.... A guardia dell’inferma era rimasta per un momento soltanto sua moglie, intenta a leggere presso alla finestra; egli s’era allontanato, sentendosi soffocare da un gruppo di lacrime, poichè constatava che il miglioramento dei primi giorni proveniva solo dall’eccitamento dell’emozione sui nervi e che la malattia tornava a trionfare.... Ma dalla stanza contigua, dov’era passato, poteva osservare ancora sua madre, e allora aveva veduto che ella, credendosi non guardata, si lasciava cadere dal viso la consueta maschera di dolcezza verso la nuora e le fissava addosso gli occhi con tale espressione di durezza, di disperato accanimento, da farlo rabbrividire! Quell’apparenza di cordialitànon era dunque che tutta una pietosa commedia, una simulazione impostasi chissà a costo di quale dolorosa violenza, per amore di lui, perchè egli non se ne crucciasse, così come prima gli avea dato ad intendere d’essersi di buon grado rassegnata, così come gli avea nascosto per lungo tempo la sua malattia!... Egli ne provò uno stringimento ineffabile di cuore, ma nessuna reazione di tenerezza verso l’altra. Tutta la sua tenerezza, tutta la sua pietà erano per la madre; all’idea dello sforzo eroico ch’ella si imponeva nelle stato di esaurimento e di sofferenza in cui languiva, si sentiva anzi agitare anche lui da una sorda ostilità contro la moglie.

Un tale stato di cose sfuggiva interamente all’occhio ed all’intuito della giovane donna. In fondo, ella trovava troppo naturale d’essere ricevuta a braccia aperte, per non ritenere affatto sincera l’accoglienza avuta. Si lasciava voler bene e vezzeggiare dalle due cognate quasi passivamente, con un fare bonario di graziosa protezione. Per distrarsi, per mostrarsialla mano, ella teneva loro compagnia mentre accudivano alle mille faccende di casa, le seguiva dappertutto, dalla cucina all’orto. Le pareva di scoprire un mondo nuovo e così curioso per lei, vissuta sempre di pensione in pensione, di albergo in albergo, senz’alcuna nozione delle abitudini e del meccanismo d’un interno di casa borghese. Passava dalla cucina ampia e linda, coi fornelli continuamente accesi, provvista d’una luccicante batteria di utensili, spesso d’incomprensibile uso per lei, alla dispensa piena di cento cose, al lavatojo, alla stanza da stirare, sgranando gli occhi, con un’aria attonita che incantava le ragazze. Si divertiva a vederle andare attorno infaticabilmente per la casa disimpegnando con prontezza e abilità le loro doppie mansioni, di massaje e di infermiere; stava ad osservarle in cucina, tutte intente ai loro estratti di carne, alle lorogeléesper la malata, con la religiosa gravità d’un alchimista in mezzo alle sue storte.... Ma non riusciva neppure a prestar loro qualche aiuto, sentiva che mai sarebbe stata capace difare altrettanto. Da bambina, da quando viaggiava con sua madre — artista lirica anche lei — ella s’era abituata, per via della sua vita zingaresca sempre tra un albergo e l’altro, a non darsi il menomo pensiero d’ogni cura domestica, a lasciar perire in lei quello spirito d’intima operosità femminile, quelle istintive attitudini casalinghe con cui le donne nascono, e che più o meno coltivano, anche se allevate fra gli agi e le raffinatezze. Si sentiva stranamente fuor di posto colà, e infatti non avrebbe potuto mettere una nota più falsa e più stridente di contrasto nell’onesto ambiente così laborioso, modesto e raccolto di quella famiglia di provinciali, su cui la sventura tristemente incombeva, e dove ella strascinava con pigro abbandono i suoi abbigliamenti vistosi e teatrali, le sue abitudini d’ozio, la sua inutilità, la caratteristica d’egoismo e di vanità particolare della propria natura!

Qualche volta, per puro passatempo, ella si provava a dare una mano alle cognate nelle loro faccende, e questo era sempre un soggetto di grandi risate perle ragazze, poichè allora tutto andava incredibilmente male. Ma accadde che un giorno le due fanciulle si trovarono entrambe costrette al letto per un’indisposizione capitata loro pressochè ad un tempo. Obbligata dal marito a sostituirle nella loro opera di infermiere, ella non veniva a capo di nulla, e la malata languiva penosamente mancando ad un tratto di tutto, e Torreforte diventava esigente e duro, quasi fosse giusto di pretendere da lei ciò che non sapeva fare, ciò che non aveva mai fatto in vita sua! A quelle proteste, un fiotto amaro di acerbissime risposte gli veniva alle labbra.... Era vero: che giustizia c’era a pretendere ciò da lei?... Come s’ella fosse stata una donna eguale a tutte le altre, come se avesse avuto mai senso e culto di famiglia, idea d’affetti e di cure domestiche, come se fosse mai vissuta per null’altro all’infuori della sua arte istrionesca, della sua morbosa vanità di cantante!... Ma taceva, per evitare alla madre il menomo motivo di agitazione, e si contentava di covare internamente il fuoco della sua crescente ostilità.

Intanto il male della vecchia signora faceva terribili passi. Due volte Torreforte avea creduto di vederla morire; egli s’era ridotto a non dormire quasi più, ad alimentarsi appena. A misura che la malata si sentiva finire, cresceva in lei il rancore contro la nuora, contro colei ch’ella considerava come la rovina sua e del figlio. Non le importava troppo di vivere, no, ma si rodeva il cuore al pensiero della propria creatura, del suo avvenire spezzato, legato alla catena di quella donna, la quale non avrebbe saputo che renderlo infelice, immensamente infelice. E non le riusciva più di simulare, talchè l’odio che l’animava le luceva adesso cupamente nei torbidi occhi, metteva un tremito violento in tutta la sua povera carne gonfia e livida, appena la giovane donna le si accostava.

Torreforte seguiva con un senso indicibile d’angoscia il progresso di quel cieco odio, che divampando nel petto d’una moribonda aveva qualche cosa di cupamente tragico, e constatava con pari orrore come dentro di lui il sentimentomaterno trovasse eco ogni giorno dippiù. Una furia quasi criminosa l’invadeva a momenti contro la moglie. Per far piacere all’inferma, per calmare la sete di rancore da cui la sentiva divorata, egli l’avrebbe buttata ai piedi di lei, gliel’avrebbe percossa e torturata dinanzi. Non essendo possibile questo, cercava ogni pretesto per umiliarla e maltrattarla a parole in presenza della madre, l’esiliava più che poteva dagli occhi di lei, finiva per proibirle senz’altro di entrare in camera sua. L’esclusa se ne consolava facilmente, contenta di sfuggire all’orribile tristezza dello spettacolo che la malata offriva, alle nausee che le procuravano le piaghe fetide onde erano coperte le povere gambe di lei. Una volta che avea mostrato la sua ripugnanza con una smorfia troppo energica di disgusto, suo marito era stato sul punto di batterla.

Ella metteva tutto ciò in conto della sua disperazione; le pareva, non adontandosene, di abbondare in generosità, di pagare ad usura il suo tributo al dolore di lui. Se un fondo di risentimento le restavasul cuore, se ne rifaceva sulle due ragazze, sempre espansive e premurose attorno a lei malgrado la collera in cui questo faceva andare adesso la madre, malgrado ch’ella costituisse una grande minaccia per le loro eterne speranze matrimoniali. Via, ella avea troppo viaggiato, troppo vissuto, fra continue emozioni ed ebrezze, per non trovare alla lunga insopportabilmente noiose e ridicole quelle due piccole provinciali!... Così, respingeva con mala grazia le espansioni e le amorevolezze delle cognate e finiva per segregarsi completamente in camera sua. Allora, cavava fuori i grossialbumsdove avea raccolto tutti i giudizii dei giornali su lei, i gloriosi bollettini delle battaglie vinte di palcoscenico in palcoscenico, e si assorbiva in quella lettura, si dimenticava tutta nel proprio passato risonante d’applausi, mentre suo marito agonizzava di dolore presso la morente.

La catastrofe si avvicinava con spaventosa rapidità. La paziente a volte l’invocava con ardore, per finirla con le sue atroci sofferenze, a volte s’attaccava disperatamentealla vita, non volendo lasciare così sola ed infelice la creatura sua diletta. Giorno e notte, ella, per non soffocare, restava su d’una sedia, addossata a una pila di cuscini, guardando il letto candido e soffice di fronte a lei cogli occhi dilatati d’orrore, pensando che soltanto dopo l’ultimo respiro sarebbero tornati ad adagiarvela. L’idrope le si estendeva per tutto il corpo gonfiandola come un otre, le piaghe le divoravano interamente le gambe, la circolazione del sangue non si compiva quasi più.... E Torreforte assisteva senza una lacrima a tale sfacelo, col raccapriccio muto d’un assassino dinanzi all’agonia della sua vittima.

L’ultima notte, un’insperata tregua di calma parve apportare un reale sollievo alla malata, che s’assopì quasi serenamente. Torreforte la considerava col cuore sospeso; nel suo cervello turbato ed esausto delle puerili illusioni germogliavano a un tratto in quell’estremo momento.... Forse un prodigio poteva compiersi ancora, forse l’ultima crisi era stata superatae segnava il principio d’una miracolosa guarigione!... Sognava ad occhi aperti, col viso inondato di lacrime.... Sua madre sarebbe guarita, sì, e dopo aver riconquistata la salute, egli avrebbe saputo ridarle anche la felicità, a qualunque costo.... Egli avrebbe riedificato per lei l’edificio distrutto, l’avrebbe a furia di pietose menzogne convertita riguardo a sua moglie, portando con rassegnata dolcezza la propria croce, nascondendogliela eroicamente perchè ella non avesse a crederlo infelice ed a crucciarsene!.... Un rantolo cupo venne a scuoterlo, mentre sognava così; gli occhi della moribonda lo fissavano con disperata intensità, la sua mano si levava su lui, tutta oscillante, tracciando in aria, appena intelligibilmente il segno della croce.... E fu tutto; sua madre era morta, morta di crepacuore, uccisa da lui ch’ella idolatrava, ch’ella era spirata benedicendo....

Ciò che più di tutto Filippo Torreforte temeva, uscendo dalla terribile crisi di dolore seguìta per lui alla morte di sua madre, era di ritrovarsi animato da un vero sentimento d’odio contro la moglie. Se il fiero malanimo che avea covato verso di lei nel petto, per amore della malata, fosse durato, se fra loro due si fosse insediata la morta, separandoli per sempre, rammentandogli a tutte le ore donde il colpo mortale l’era venuto, come avrebbe potuto sopportare ancora l’intima comunione della vita conjugale?...

Ma di quella vampata d’odio non restavano più che le ceneri spente nel cuore di lui; una calma apatica vi subentrava, un profondo distacco di tutto. La considerava adesso con indifferente filosofia, diceva a sè stesso che poichè ella era così, bisognava prenderla com’era. Con la sventurasubìta, qualche cosa s’era spezzata dentro di lui irrimediabilmente: la molla del suo affetto di figlio, la sola che avesse potuto agire ancora su di lui nel naufragio di tutte le proprie risorse morali. Si lasciava vivere passivamente, abbandonandosi senza resistenza alla china della sua sorte, incapace di qualunque sforzo per opporsi alla corrente. I suoi antichi propositi di lavoro, di lotta, di conquista, gli facevano adesso levare le spalle con suprema indifferenza, gli davano quasi delle nausee fisiche, tanto l’idea d’agire, di scuotere la sua triste ignavia, lo trovava repellente. Tutto ciò che avea saputo fare nel campo dell’azione era stato di liquidare definitivamente la successione della eredità paterna, accettando senz’altro le condizioni imposte dal feroce creditore della sua famiglia. Poichè con la morte della madre la loro casa gli pareva finita, l’ambizione di ricostituirla in tutta la sua antica e solida integrità non avea più senso per lui. Assicurata una modesta ma certa dote alle sorelle, realizzato per sè tanto da poter vivere senz’alcunpensiero per qualche anno, stimava di avere esaurito il suo compito di capo della famiglia. Avea preso dimora, malgrado tutte le proteste della moglie, nella casa paterna, e vi lasciava scorrere stupidamente i suoi giorni uno dopo l’altro, senza interesse nè mèta, allorchè, un avvenimento capitale venne bruscamente a scuoterlo: egli stava per essere padre!

Fu un rimescolio immenso nelle loro esistenze, ma di natura assolutamente diversa. Per Torreforte era un soffio nuovo e divino di vita che ad un tratto lo sollevava di peso dal fondo del suo avvilimento e lo faceva rinascere, mentre per lei era la rivolta di tutta sè stessa contro l’opera della natura, un motivo d’incredibile angoscia, di continui lamenti. Ella non si sentiva fatta per essere madre, aveva orrore del lungo travaglio della gestazione, di tutte le nausee, le sconce sofferenze da attraversare, e sopratutto una paura incessante, folle, del momento del parto, dei cento terribili pericoli ai quali era facile soccombere. E non eratutto; vi s’aggiungeva ancora lo spasimo insostenibile di poterci rimettere pure la voce, la sua bella voce calda e robusta di soprano drammatico, il suo tesoro, il suo orgoglio! Dal giorno in cui non l’era riuscito possibile di dubitare oltre del suo stato, ella non aveva avuto più un minuto di calma, non avea fatto che piangere, disperarsi, maledire la sua sorte.... Due volte, suo marito la sorprese mentre attentava alla propria maternità coll’aiuto dei soliti rimedi empirici e criminosi, mettendo così a grave rischio la vita pur di sottrarsi al cómpito sacro assegnatole dalla natura. A tale scoperta, lo avea invaso una collera violenta, una reazione fremente di stupore e di sdegno.... Ella non era sensibile neppure alla voce delle sue viscere, a quell’istinto che è innato persino nella più infima specie del regno animale?!... Ella dunque non sapeva essere madre, come non sapeva essere moglie, nè altro, fuorchè una mostruosa macchina da cantare, da divertire la folla, la quale solo poteva coi suoi applausi farne agire il congegno!

La sua collera però cadde presto, nel tumulto ineffabile di tenerezza che gli sconvolgeva l’anima. Dinanzi alla sua paternità imminente si sentiva rivivere, diventava un altr’uomo.... Ah, per la sua creatura egli si sarebbe rialzato, si sarebbe rimesso energicamente al timone della propria casa, avrebbe riamata la vita attraverso il suo sorriso e le sue fragili grazie infantili!... Ella pure, ella pure si sarebbe trasformata; la maternità l’avrebbe elevata, purificata, cambiando la donna di teatro così a disagio nell’onesta ed angusta cornice della famiglia, in una degna madre, in una degna compagna!... In fondo, gli inspirava una grande e pungente pietà. Certo, ella portava in sè, come la comune degli esseri umani, un’egual somma di qualità buone e cattive; quale colpa era mai la sua se l’eredità, l’educazione ricevuta, l’atmosfera viziata del palcoscenico che i suoi polmoni aveano respirato dall’età prima, avevano sviluppato in lei le cattive qualità a discapito delle buone? Toccava a lui di rifarne l’educazione morale, di restaurare in essal’impero dei sentimenti migliori, e più che il suo, questo era il còmpito soave ed infallibile della fragile creaturina che avrebbe allietato tra poco la loro casa....

Adesso Torreforte, non solo perdonava ogni cosa a sua moglie, ma diventava dolce e buono con lei come non era mai stato. Sentiva di volerle proprio bene in quel momento, si struggeva di tenerezza vedendola soffrire. Ella pure, sotto l’incubo smanioso della sua folle paura, si rifugiava in lui come in un porto di salvezza, gli si attaccava disperatamente, con un abbandono quasi infantile. Si faceva di continuo promettere che non l’avrebbe abbandonata neanche per un secondo, nel momento terribile, e che, se ella fosse morta, non avrebbe permesso di seppellirla prima di quarantotto ore dalla constatazione di decesso, per paura di esser solo sopita, di svegliarsi poi là, tra quelle quattro assi, murata viva sotto una montagna di pietre e di terra.... Egli allora la sgridava con la voce dolcemente burbera, la trattava da bambina cattiva, le diceva che non si sarebbe accorta neppured’attraversare il passo paventato, e che poi sarebbero stati tanto, tanto felici insieme, con la loro sospirata creaturina....

Il parto, invece, si presentò difficile e laborioso assai; i dolori erano incominciati presto, acutissimi e infruttuosi. Quando ella li avea sentiti venire, malgrado la grande prostrazione dei primi formidabili attacchi s’era levata con uno sforzo dal letto, e s’era trascinata sino alla specchiera per acconciarvisi un poco, forse l’ultima volta, perchè non avesse messo orrore a guardarla, nel caso funesto. Così Torreforte, rientrando in camera, l’avea trovata coi capelli ben ravviati, i denti nitidissimi, e un dito dirouge-théatresul viso smunto e contratto atrocemente dai dolori. Ma tale povera civetteria, in luogo di suggerirgli alcuna amara riflessione come certo gli sarebbe avvenuto in un diverso momento, allora lo fece piangere di tenerezza e di pietà. Non sapeva che cosa avrebbe dato per non vederla soffrire a quel modo, per alleviarle gli spasimi insopportabili che la facevano torcere come un serpe sul letto!

Venne un ostetrico: l’operazione fu dichiarata necessaria, vitale. Torreforte s’era trovato spinto fuor dalla camera a forza, ed era rimasto ad aspettare dietro l’uscio, colle gambe vacillanti, il cuore in convulsione, ed un orribile ronzio nelle orecchie.... Finalmente, dopo un’attesa che a lui era parsa di secoli, il dottore spalancò l’uscio annunziando che la puerpera era salva. Egli non osò domandare altro lì per lì, soffocando la sua estrema ansia per potersi cullare ancora in un resto d’illusione.... Tutto il suo avvenire, tutta la sua vita reggevano solo ad un fragile, sottilissimo filo.... E quel filo — glielo dissero poco dopo, brutalmente, non sospettando tanta violenza di dolore in lui per la sua paternità mancata — s’era spezzato, lo lasciava miseramente piombare nel vuoto....

Era un maschio!... Sarebbe stato il continuatore della sua famiglia, l’erede del nome antico ed onorato.... Ah, come egli si sarebbe ammazzato a lavorare, come avrebbe ritrovata tutta la sua energia, la sua dignità d’uomo per lui, perdargli una fine educazione, un’onesta agiatezza.... Invece!... Non sapeva staccarsi dalla minuscola bara in cui aveva voluto comporlo prima che glielo portassero via, coi ceri ardenti ai piedi e una valanga di rose per lenzuolo.... E davanti a quel cadaverino sformato dal forcipe con cui gli aveano attenagliata la testa, mostruoso a vedersi alla livida luce dei ceri, egli s’era lasciato cadere sotto il peso della sua croce, per non tentare mai più di rialzarsi.


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