III.

… Le pareti bianche della stanzetta ov'ella m'aveva silenziosamente introdotto; le due immagini sacre appese in capo al letto e racchiuse entro una cornice dorata, il cassettone sormontato da uno specchio ne' cui angoli stavano infisse alcune fotografie; le due poltroncine di seta gialla, e il letto alto ed ampio, con lo zanzariere candido alzato come a una offerta!…

Ella era corsa, muta, ad accostar gli scuretti; curva sull'uscio aveva un istante origliato; aveva, con infinita cautela, dato due mandate alla chiave (che rimbombo dentro il mio petto!), poi era venuta verso di me con le braccia tese, me le aveva cacciate al collo, e m'aveva susurrato, con la voce spenta:

—Sono tutta tua!

Ma io m'era subito svincolato da quella stretta.

Ed ella, fissandomi con le pupille fosforescenti che indovinavano il mio segreto pensiero, s'era incominciata a spogliare.

La vezzosa testa china ricca di capelli fini, le mani che slacciavan convulse il corpetto e il busto, l'onda del seno che traboccava, e i colpi de' nostri cuori anelanti, in quel silenzio di tomba: che terribili cose!

Ella era stata sublime, nelle furie della voluttà.

S'era abbandonata a tutti i rapimenti, a tutte le demenze. Mi aveva insegnate le più riposte e più squisite vie del piacere. M'aveva d'un colpo spalancato le porte d'un paradiso di delizie di fuoco. E m'avea visto, trasfigurato dall'estasi, bere a lunghi sorsi, con avidità feroce, alla coppa raccolta nelle sue mani.

Sull'alba io me n'era venuto via carico di sbalordimento e di stupore.

Ma già l'indomani, a una certa ora del pomeriggio, il desiderio era inaspettatamente resuscitato in me, e m'aveva riafferrato, co' suoi mille tentacoli.

La sera avevo rifatto quella strada, ed ero tornato a picchiare a quell'uscio, come un affamato.—Era stata un'orgia più bieca e più cupa della prima: e tuttavia non m'aveva saziato.

«Forse—pensavo—la vita è troppo breve, per votare intera la coppa.»

Ma intanto un vago senso di malessere aveva incominciato—inavvertito—a strisciare e pesare dentro di me. E si era fastidiosamente aggravato ogni volta che noi ci eravam concessi un po' di tregua e la derelitta m'aveva scoperto un lembo dell'anima sua.

Gemendo, singhiozzando, ella m'aveva raccontato il suo gramo passato.

Aveva evocata la figura di suo marito: la persona slanciata coronata da una bella testa di poeta—diceva lei—due occhi neri come carboni, e dei capelli inanellati, neri e lucenti anch'essi.

E le prime indimenticabili dolcezze del nuovo stato. A diciassette anni senza un timore, una cura, un pensiero: affrontando l'avvenire con la baldanzosa e spavalda sicurezza della giovinezza che ignora.—Allora ella s'era immaginata che tutto ciò dovesse durar tutta la vita. E invece era durato appena tanto che il ricordo potesse restare e trasmutarsi nel più doloroso tormento. Poichè era un tormento di morte pensare a che ella s'era ridotta, e cosa le rimaneva della festa di tutto quel riso folle e giocondo.

A misura che la malattia di ventricolo a cui egli era soggetto s'andava esacerbando, si esacerbava il suo temperamento. Dappertutto spigoli, dappertutto urti. E nulla che valesse a rasserenarlo più: nemmeno i vezzi d'Irma, la più piccola e più graziosa delle due bambine, la sua prediletta. Com'egli rientrava di ritorno dall'ufficio, una cappa di piombo copriva la casa. I trilli delle bambine, il ritardo di un minuto nell'apparecchiar tavola, una pietanza mal riescita, una risposta un po' secca: il fatto più insignificante bastava a metterlo sulle furie. Fracassava tutto quello che gli capitava alle mani; poi pigliava il cappello, e se ne andava. Lei dietro a scongiurarlo, a mani giunte, piangendo. E lui, niente. Ella gli diceva:—Non vedi come ti riduci? E queste due povere anime innocenti?—E lui a vomitare ignominie; e a picchiarla, persino. La gente per la scala e giù per la strada risapeva ogni cosa e si scandolezzava.—Dovreste provare a piantarlo—le suggerivano in coro.—Vedreste. Dopo due giorni verrebbe a strisciarvisi a' piedi.

Ma ella no, ella no.

Quando l'itterizia lo aveva còlto e inchiodato in quel letto, ella non se n'era staccata un momento. Il poveretto era diventato giallo come lo zafferano, fino alle unghie delle dita; e non aveva più che pelle e ossa.—Non garantisco nulla!—aveva avvertito il dottore. E per quaranta giorni s'era dovuto nutrire a solo latte.

Alfine il pericolo era cessato, e la speranza era riapparsa, fra le pareti della casa.—La prima volta ch'egli s'era alzato e avea tentato i primi passi appoggiato al braccio di lei, che scoppio di contentezza! Era una dolce estate di San Martino, sul principio di novembre. Il cielo senza una nuvola, il mare senza una crespa: un sole così tiepido, così benefico!

Delle ore intere egli se ne stava a sedere davanti a quella finestretta, divertendosi come un bambino a osservar col binocolo il traffico del porto, gli arrivi e le partenze de' velieri, od i vapori che passavan lontani impennacchiati di fumo: una cosa che inteneriva!

Una sera persino egli le avea presa improvvisamente la testa fra le mani, e l'aveva baciata, confessando con le lagrime agli occhi che sapeva di doverle la vita, e chiedendo perdono di tutto il male che le aveva fatto.

Ma appena ricuperate le forze—ancora da capo. Lo stesso umor nero, le stesse procellose collere, gli stessi forsennati furori.

Finchè un bel mattino s'era dileguato lasciando sul tavolino una lettera dove diceva che non gli bastava l'animo di seguitare così, che l'unica soluzione era separarsi per sempre: ch'egli s'era fatto trasferire lontano, in Sardegna: non lo cercasse più: desse un bacio per lui alle bambine, e addio.

S'era portati con sè i risparmi di cinque anni: ed ella era rimasta con le due bambine e la vecchia madre sulle braccia, e lo spettro della miseria sulla porta.

Che fare?

Le sere che usciva sola a prendere una boccata d'aria per quella strada lungo il mare, non poteva mai affacciarsi dall'alto del parapetto a guardar gli scogli irti della riva senza sentirsi gelare il sangue nelle vene, a un pensiero che la percoteva immancabilmente.

Ma sempre il ricordo di quelle due povere anime innocenti l'aveva trattenuta, che dimandavan pietà co' grandi occhi smarriti, e che un giorno l'avrebbero maledetta.

Ahimè! E non l'avrebbero maledetta a ogni modo?

Tanto è vero che quando il destino piglia a perseguitare invano si tenta di sfuggire a' suoi colpi.

Per vivere ella s'era messa a cucire e a ricamare di commissione. A Porto Maurizio, presso un banchiere, avea trovato lavoro per tre mesi: aveva allestito lei quasi tutto il corredo per la figlia maggiore fidanzata allora. S'era affaticata come una schiava, per riescir a mettere in là un po' di quattrini, andando la mattina e tornando la sera, sempre a piedi, per lo stradone polveroso che non finiva mai. Pure a che cosa era giovato?

Una di quelle sere il primogenito del banchiere le si era avvicinato con un pretesto, e l'aveva accompagnata un pezzo. E quando il sole era scomparso e la strada s'era fatta deserta, le avea soffiato sul viso certe parole infocate. Ella no! Ella no! Aveva altro pel capo! Non voleva disonorar sè e quelle due tenere creature innocenti! E lui a battere, a insistere, a giurare e spergiurare delle pazzie. Aveva persino osato mostrarle una rivoltella piccola come una mano, che teneva nascosta nella tasca interna della giacchetta, sospirando con gli occhi stravolti:—Vedete, se mi lasciate senza speranza?—E l'indomani di nuovo, a quello stesso punto, a quella stessa ora, con quello stesso viso languido che la turbava, con quelle stesse parole che le inondavano la faccia di rossore e le gettavano in seno un improvviso scompiglio.

Così egli avea potuto, una volta, coglierla a tradimento. Aveva fatto postar la vettura a quel recondito gomito della strada ov'ella non passava mai senza un leggero tremito alle ginocchia. Le era venuto incontro con gli occhi luccicanti e con una diabolica espressione di trionfo. «Siete nelle mie mani!» le aveva detto. E l'aveva afferrata e sollevata di peso, mentr'ella si sentiva mancare.

Dopo quella notte fatale, che vita!

Egli aveva affittata una villetta a mezzo cammino tra Oneglia e Porto Maurizio, tutta velata di olivi. Era stato quello il nido del loro perduto amore, dove s'eran promessi di non lasciarsi mai più. Oh quante volte, rifacendo ella quel cammino, aveva veduto l'alba nascente spargere intorno alle vette de' monti a oriente un umido color di latte e di rose! Quante volte s'era soffermata a quella nota svolta con le membra affrante dal piacere! V'era un fossato, laggiù, in fondo a cui bisbigliava l'acqua, sommessa, scorrendo tra le pietre e tra i roveti; e qualche pettirosso sempre vi si calava a bere, poi risaliva ad appiattarsi nel roveto, a spittinare.

Nulla, nulla pareva potesse mai ammorzar quella febbre, spezzar quella catena.

E invece!

Dopo quindici mesi, una bambina era nata.—Tutta lui, negli occhi azzurri come la marina, e nei capelli biondi, fini come fili di seta: una bellezza. Egli le aveva imposto il nome di sua madre, e l'aveva data a balia a un paesello della valle di Taggia: tanto le si era sentito legato.

Ma quando la difterite se l'era portata via, tutto s'era rapidamente mutato, tutto s'era sfasciato. Egli s'era allontanato per gettarsi nelle braccia d'una ballerina. Fiori, ori, gioielli: cosa non le aveva deposto a' piedi? E lui, vile, ardiva negare! E faceva delle scene di gelosia, lui che cercava i pretesti per abbandonarla! Inventava di sana pianta delle storie di tradimenti, e gliele rinfacciava come se fossero verità vive e parlanti.

E se ella piangeva, se si disperava, se gridava ch'era la fine, egli si rivoltava: «Sono sazio di queste tue commedie!»

Era sazio infatti: sazio di lei e del suo tenace amore. Sentiva la catena pesare, e voleva liberarsi.

Ed ella lo aveva liberato. Se n'era tornata a casa più morta che viva, un mattino d'inverno.

E non aveva nemmeno avuta la consolazione di stringersi al petto le sue due bambine, poichè la zia, inferocita, se l'era ritirate presso di sè fin dal principio della relazione. Non aveva nemmeno potuto sfogarsi con sua madre, giacchè essa le si era lanciata sopra per cavarle gli occhi. L'aveva vilipesa, l'aveva pestata, le avea gridato:—Meritavi peggio!

E non le avea lasciato requie, da quel giorno.

Sempre a morderla e flagellarla con ogni sorta di rimbrotti, d'improperi, d'infamie. E a smunger denari per appagar le voglie della sua gola!

Ella allora per affogar quelle amarezze aveva affrontato delle amarezze maggiori. S'era data ad un altro che l'aveva anch'esso attirata ed avvolta con le sue bugiarde promesse…

Così il supplizio era stato completo.—Agli occhi del mondo era l'ultimo passo sulla via della colpa e della vergogna; e il mondo non perdona. Anche le poche amiche che le eran rimaste le avevan tolto il saluto, e le si eran voltate contro. La zia aveva proibito alle ragazze di visitar la madre, anche furtivamente, una volta la settimana, come solevan prima. Le donne al suo passaggio si tiravano in là, per non lordarsi. Gli uomini rasentandola le scagliavano occhiate e parole cocenti come staffilate.

—Ieri sera verso le otto sono passata. La finestra era aperta, ma tu non c'eri. Nel ritorno mi son messa a sedere sul sedile di pietra, davanti al tuo cancello, pensando: «Forse di lì a un po' si affaccerà.» Non era quella, l'ora? Ho visto tuo fratello che passeggiava sul terrazzo fumando.

Io risposi, improvvisando una bugia:

—Mi sono affacciato tre volte, e non ho visto un'ombra. Forse che questo accadeva un minuto dopo che tu eri passata.

Ella soggiunse, insoddisfatta:

—Dove ti cacci, tu? Vivi tutta la giornata sepolto in casa tua tra que' tuoi maledetti libri? Io verrò cinquanta volte in paese per incontrarti, e non t'incontro quasi mai. Se sapessi le poche volte che commozione! Appena ti riconosco di lontano, il sangue mi dà un tuffo. Tu mi guardi alla sfuggita, come se passasse un'estranea. Io non posso più staccarti gli occhi di dosso!

Poi che tacque, le posai una mano a sommo della fronte, e lentamente insinuai le dita nella folta selva de' suoi capelli. Ella mi lasciò fare, parecchie volte, reclinando un po' la faccia, sotto la dolce pressione: come assorta, scoprendo la bocca e la gola alla luna.

D'un tratto riprese:

—Con quell'altro è durato quasi due anni, e poteva forse durare ancora assai, se non capitava la disgrazia. Con te quanto durerà?

—Che pazza!—-ghignai con una voce che non riconobbi per mia, mentre la mia mano tremante tentava accarezzarle una guancia.

Ma ella si ostinava:

—Era un giorno di giugno, il giorno sette. Ho fatto il conto oggi che sono ottantacinque in tutto. Mi giureresti che durerà ancora altrettanto?

Nella ingrata necessità di sostenere una situazione falsa il mio animo si inacerbiva.

—Smetti di torturarmi e di bestemmiare!—stridetti. E suggellai le parole con un bacio, pur sapendo ch'eran esse le sole bestemmie, e che il bacio era una perfidia.

La sconsolata tentennò il capo, incredula.

—L'altro mi dette una gran prova d'amore. Che prova mi daresti, tu?Cosa sacrificheresti, tu?

E i suoi occhi fissi acutamente ne' miei tentavan scandagliarmi.

Allora le confessai ch'ero io pure uno spostato, un vinto della vita, giacchè nella lunga accanita corsa verso que' miei folli sogni d'arte e di gloria io aveva lasciato sul terreno a brandelli la miglior parte di me, ed avevo perduto il sommo bene ed il sommo conforto, cioè la capacità d'amare col completo abbandono dell'essere. Nessuno avevo io mai saputo amare a quel modo: nemmeno mio fratello, nemmeno mia madre!

Mirando ad ottenere il doppio scopo di eccitare la sua compassione e di appagare insieme un molesto bisogno di purificazione che serpeggiava in fondo a me, mi spinsi fino a dirle che mi conoscevo colpevole, indegno, abietto, dinanzi a lei!

Ella aveva abbassata la faccia, ascoltandomi. Quando l'alzò, due grosse lagrime le scivolaron giù per le gote brillando. Non parlò, non mi guardò, nemmeno. Asciugò col dorso della mano le lagrime, e ricacciò indietro i ciuffi che le ricadevan sulla fronte, come per liberarsi da un pensiero che la volesse schiacciare.

Nel silenzio, attraverso la folla degli ulivi veglianti in attitudini desolate, saliva intanto la voce del mare che narrava il peso tragico della vita e l'insopportabile affanno.

—Ho io forse una speranza? Sono io forse necessaria a qualcuno? Se domani tu sentissi ch'io fossi morta, cosa proveresti tu?

A queste parole io mi rivoltava come a uno spettacolo di sangue. Era mera compassione, che mi pungeva: ed ella, l'illusa, nel suo intimo credeva forse ancora che potesse essere amore!—Io sapeva che s'ella avesse attuato il funesto disegno non avrei sparsa neppure una lagrima, che il giorno dopo l'avrei dimenticata, che avrei fors'anco provato un gran sollievo, che avrei riabbracciato la vita con un nuovo trasporto di gioia: e tuttavia gridai:

—Mi vuoi attossicare?

Ma quando ella si levò con un gesto costernato, e mi si avventò al collo singhiozzando: «Perdonami!» e mi tempestò di baci, que' baci nei quali si dibatteva la disperata ansia del naufrago che tenta aggrapparsi all'ultima tavola di salvezza,—da capo io vidi nella sua repugnante nudezza tutta l'oscenità della mia commedia.

Nauseato e avvilito, mi staccai dal fianco dell'inconsapevole, quella notte.

E l'indomani mi svegliai soffocato dallo sgomento di chi all'improvviso si vede prossimo ad affogare.—Ahimè che cosa ho io fatto!—mi domandavo con le mani nei capelli.—E pensavo: «Ella non è solo fango. Anche nel suo corpo vive e s'agita un'anima capace di godere e di soffrire. E tu non sospettasti neppur questo, accostandotele! Con un meschino inganno l'avvolgesti, e l'asservisti alle tue basse voglie. Come fosse fango ti avvoltolasti in lei! Ella ti porgeva una mano credendo alla tua parola che le prometteva di aiutarla a rialzarsi, e tu di nascosto sputavi su quella mano! Di nascosto la calpestavi! Chi ti dava dunque il diritto di far tutto ciò?»

A più riprese m'ero risposto che questo diritto mi derivava dal fatto stesso della irreparabile condizione in cui ella era precipitata, e da cui nessun umano sforzo di generose energie l'avrebbe più saputa ritrarre.

Ma un tale ragionamento ed altri simili che andavo facendo, non raccoglievan altro effetto che quello di rivelar meglio a' miei occhi le mie occulte vergogne.

In verità un senso di scontentezza e di disgusto aveva sempre ondeggiato in me ogni volta che m'ero strappato alle braccia della misera. Un fastidioso fumo d'inquietudine aveva sin da' primi giorni turbato e offuscato il mio spirito.—Ed ora io non poteva appuntare il pensiero nell'enigma dell'avvenire senza che una paura di abisso mi agghiacciasse le reni. E mi rodevo, e mi struggevo, rievocando involontariamente le memorie del mio antico passato: un passato puro e immacolato come la vita di un fiore. La vista, così dolce un tempo, di quella casa, di quel terrazzo, di que' luoghi che avevano assistito allo sbocciare della mia giovinezza felice, mi riempiva ora di amarezza; gli occhi di mio fratello, quegli occhi che si posavan su me timidamente, e mi accarezzavan affettuosamente inquieti, e m'interrogavan muti e dolenti,—e le parole, quelle rare parole rotte con cui egli trepidando tentava sollevare il velo del segreto che mi circondava,—tutto ciò mi premeva, mi pungeva, mi trafiggeva. Schiaffi roventi eran quelli sguardi, quelle parole, quelle carezze, poi che non eran più per me, ma per un altro che da me era esulato, per l'antico fratello, compagno d'innocenza e di candore.

Allora io assumeva un'aria quasi ostile. Fremente di dispetto e d'indignazione, mi levavo d'avanti a Giovanni, con un gelido saluto, e mi rifugiavo nel mio studio.

Ma nella solitudine e nel raccoglimento il tormento diventava più penoso e più acuto. Qualche carta abbandonata che serbava, incompiuta, la traccia luminosa d'un pensiero d'arte e di poesia anelante, ebbro d'azzurro, all'Alto; qualche libro nella cui lettura mi solevo beare come in un divino lavacro ideale, e che aveva dischiuso agli occhi della mia mente stupita ed avida nuovi orizzonti e nuovi cieli, che aveva mantenute deste e rinvigorite le mie nobili energie, e mi aveva insegnato il desiderio e la visione d'un'Arte eccelsa, grande e serena,—tutto insorgeva unanime contro di me, e mi accusava.

—È necessario—gridai a me stesso togliendomi di schianto alle riflessioni in cui m'ero sprofondato passeggiando sul terrazzo un di quei giorni—è necessario che questo abbia fine!

Salii risoluto le scale, entrai nello studio, afferrai la penna, e le scrissi.—Le confessai che fino a ieri l'avevo vilmente ingannata. Che non l'avevo amata, che non l'amavo, che non potevo amarla. Che la mia coscienza si riscoteva ora dal suo obbrobrioso torpore, e m'imponeva di troncare la relazione. Io non poteva nè voleva esitare ad obbedire. Addio. Mi dimenticasse. Mi perdonasse, se potesse. Fino a ieri l'avevo vilipesa. Da oggi incominciavo a stimarla e a rispettarla.

Tutta la notte non chiusi occhio. Aspettai la risposta sudando freddo, come il reo che aspetta la sentenza. E la risposta venne: ma tutt'altra da quella ch'io m'era immaginata. La derelitta non inveiva nè implorava: si rassegnava con repressa amarezza, incolpando sè e l'avverso destino!

Io bagnai di lagrime di riconoscenza, di rimorso e di umiliazione quelle parole che in luogo di condannarmi mi proscioglievano e mi restituivan la mia libertà e la mia dignità d'uomo. E mi riconsolai pensando la nuova vita che mi si apparecchiava; e giubilai, guardandomi attorno. I libri dagli scaffali, i ritratti dalle pareti sorridevano di compiacimento; gli ulivi che sormontavan con le cime nel vano della finestra annuivan con cenni di consenso e di augurio: uno spirto di pace di serenità e di letizia rinnovellate brillava in grembo all'aria e sulle cose, circonfondendole di un inusitato fascino di poesia e di bellezza.—Oh la tenerezza appassionata che inumidiva certi primi sguardi, che vibrava in fondo a certe prime parole susurrate con Giovanni nella quiete solinga ombrosa del terrazzo, come a un convegno di innamorati che si riconciliano! E il sottile squisito diletto di riaprir certi libri su cui la polvere e l'obblio s'erano a lungo posati; la commozione del vedere a certe letture inaspettatamente risorgere, quasi per opera di magia, una cara folla di idee, di sentimenti, di immagini, di affetti legati ad un dolce passato di cui tutto credevamo perito in noi, persino il mesto ricordo! E la impetuosa concitata gioia dell'ascendere e toccar col pensiero le aeree vette dell'Ideale, per lanciare di lassù uno sguardo vittorioso e superbo alla misera vita vana ed effimera brulicante nelle brume del piano!

Lunghe ore rimanevo così seduto innanzi alla finestra del mio studio spalancata, o sul sedile di pietra del terrazzo, ora assorto nella contemplazione delle grate visioni interiori, ora in quella della natura esterna che mi attirava e mi soggiogava con le sue ineffabili grazie.

Lasciavo lentamente errare lo sguardo pel giardino intorno irrorato dalla rosea luce del vespero, o su per la linea ondulata de' ceruli monti lontani incoronati dalla gloria del sole che loro cadeva alle spalle, o su per l'ampia distesa della marina che s'increspava a quell'ora e si popolava di vele che venivan giù gonfie, in braccio al ponente.

Ma le ombre si allungavano, rapide; la rosea luce moribonda tremava un'ultima volta nell'aria, sospesa come un desiderio fuggitivo; e il cielo si oscurava, i fumi salivano, torpidi; una campana, desolata, nel silenzio ricordava e piangeva, mesceva memorie e lacrime.

Così, pari ad una fontana inesauribile, la Natura versava nel cavo dell'anima mia sonora le divine armonie della sua misteriosa ed infinita bellezza.

E la mia anima le ripercoteva, estasiata.

Pure una sera, mentre attendevo Giovanni, solo, nella dubia luce del crepuscolo, mi assalì il ricordo dilei: l'acre violento ricordo del suo profumo e delle sue carni.

Oh la mia povera anima! Sopra i carboni ardenti del desiderio come si contorceva, come gemeva, come ululava!

D'un tratto una scampanellata risonò nell'atrio; e di lì a un momentoGiuseppe entrò con un biglietto.

Io stesi la mano a ghermirlo, col cuore che mi batteva.

Mio fratello mi avvertiva che rimarrebbe ancora qualche giorno a Dolcedo, un borgo della valle di Porto Maurizio che gli aveva fornito il soggetto d'un quadro.

Io esultai: più che se fosse stato un biglietto di lei (come nel calore dell'immaginazione m'ero dato a credere), un biglietto che mi dicesse: «Vieni, non reggo più!»

Libero ormai dalla imbarazzante soggezione della presenza di Giovanni, non diventava io padrone di me? Quali ostacoli avrebbero avuto forza di arrestarmi o solo un poco trattenermi sulla ruinosa china fiorita? Il mio scialbo sogno di purezza, di dignità, di pace! Che cosa valeva, che cosa poteva esso più di fronte alla realtà fiammeggiante di quel paradisiaco bagno di piacere, il cui pensiero bastava a mettere in tumulto tutto il mio sangue?

Silenzioso come uno spettro scivolai per la lunga scala, attraversai il giardino e uscii, fingendo di non udir la voce di Giuseppe che dall'alto del terrazzo mi richiamava per la cena.

Laggiù trovai la stradicciuola già buia. Il grillo che strideva ancora, su per la ripa nera. Il mare che suggeriva oblique lascivie, leccando la spiaggia supina con guizzi di voluttà impudici rilucenti nell'ombra.

D'un colpo un vento di delirio m'investì e mi squassò; una fitta benda mi calò sugli occhi.

In capo al muricciuolo m'era apparsa la figura di lei, immota, curva ad aspettare.

Ma presto cadde la benda. Non eralei. Era una figura maschile: un giovane, forse.

—Scellerata!—pensai. E un'ondata di sangue mi montò al cervello.—Cosa oserai rispondere quand'io ti intimerò:—Non mentire! Con questi occhi ho veduto!—?

La libidine della carne si mescolava a quella dell'oltraggio: a vicenda si rinfocolavano, nel satanico connubio.

Appena svoltato, gettai avidamente uno sguardo al breve tratto di strada che mi separava dalla casetta, e alle finestre. E provai una gioia amara nel veder tutto deserto, tutto buio.

In punta di piedi mi spinsi fino al memore cancelletto che tante volte aveva cigolato al mio passaggio,—e chiamai:

—Susanna!

E stetti ad aspettare, col collo teso, la faccia supina, nel silenzio, in preda a un affanno mortale.

—Susanna!—replicai, spaventato dalla mia stessa voce che tremava forte.

Ed aspettai, senza respiro, senza un'oncia di sangue nelle vene.

Alfine qualche cosa si mosse, dietro la tendina che biancicava: un leggero romore s'intese, la finestra si aprì; una vita bruna si piegò verso me.

—Sei tu?

Un incredibile, inenarrabile sogno!

E pure era la sua piccola mano deliziosa che mi si tendeva nell'ombra, era la sua vita flessuosa ch'io stringeva, era l'alito della sua bocca ch'io beveva, eran le sue labbra rosse come il melograno ch'io suggeva!

—Come mai?—interrogò ella con una voce molto velata, quasi rauca,—che cosa è accaduto?

Io risposi:

—Credevo di poter vivere senza di te! Credevo di poterti scordare!

Ella mi prese tutte e due le mani, e mi chiese, con quella sua voce fioca, che pareva di sepolcro:

—Pietro, sarebbe vero?

Ma d'un tratto si svincolò, si coperse la faccia, e mormorò, costernata dal ricordo:

—Anche allora avevi giurato!

Io le strappai le mani dal volto, le inghirlandai con le mie braccia il collo, ed esalai, curvo sulla sua bocca triste:

—Luce delle mie pupille! Non vedi come mi ti striscio a' piedi? Non vedi come sanguino? Abbi pietà!

Quasi non avesse udito, ella taceva, piegato il mento sul petto che pulsava agitato.

Ma io, reso audace dal presentimento e dalla visione della vittoria, la urtai alle reni e la sospinsi. Tutto fremente le domandai:

—Dorme tua madre?

—Non è qui,—sospirò ella.

—Tornerà presto?

—Non credo che tornerà più. Ci siamo bisticciate, oggi. Non senti che voce? Le dissi ch'ero incinta, e lei mi fece una scena. Pretendeva che ti scrivessi.—Pestatemi—le dissi:—non gli scriverò.—Ella mi venne co' pugni sul viso. Mi picchiò, mi afferrò pe' capelli, mi sbattè contro il muro come un cencio. Guarda qui la piccola ferita. E se n'andò minacciando di correre da te. Per carità: se mai venisse non darle ascolto. Cacciala via!

Io non pensavo che a quell'unica cosa incredibile, scoppiata sul mio capo col fragor della folgore.

—Incinta?—balbettai, pieno d'orrore, sentendo rizzarmisi i capelli.

Nell'ombra ella non potè certo scorgere l'espressione del mio volto, nè i goccioloni di sudore che m'irrigavan le tempie. Ma la mia voce mi tradì, alterata da quell'orrore.

—Lo sapevo,—soggiunse ella dopo una pausa che mi parve eterna,—lo sapevo che questa notizia t'avrebbe un po' sconcertato. Avevo pensato di non dirti nulla, perciò. Non volevo che avessi noie a cagione di me. Poveretto! La colpa è stata mia: lo so: sono io che la devo scontare! Di che ti vuoi dar pensiero, tu? Un giorno, questo m'avrebbe schiacciata, è ben vero. Mi ricordo quella volta: s'ei non m'avesse fatto un po' di coraggio, addio. Avevo già deciso, dentro di me, in un lampo. (Oh l'avessi fatto davvero!) Adesso, invece, mi adatto. M'hanno piantata lì come un cane. So che domani, appena sapranno, strilleranno più forte, e mi mostreranno tutti i loro artigli. Che importa! Finchè mi restano quelle due poveracce! Mia zia ha già insegnato alla prima che sua madre è una mala femmina appestata. «Guai a voi se vi lasciate baciare! Guai a voi se accettate una carezza!»—Ma quelle povere anime di nascosto vengono a trovarmi, e mi raccontano tutto, e mi vogliono bene.—È nostro padre, che ha trattato male—dice la Irene. E per questo l'altro giorno da sua zia s'è buscata un ceffone.»

Trangugiò in silenzio quel po' di fiele; poi, con un tono estremamente dolce, conchiuse:

—Ma tu non preoccuparti. Non vedi? Non ti chiedo nulla. Non cerco di aggrapparmiti. Ti rendo tutta la tua libertà.

Io avrei preferito ch'ella m'offrisse qualche pretesto di ribellione, per non trovarmi costretto a denudare la mia ributtante viltà. E fu nell'insano desiderio di ricoprirla, cotesta viltà, che osai affacciare—di mezzo a certi ipocriti avvolgimenti di frasi—un ingiurioso dubbio.

—Miserabile!—ruggì ella, troncandomi le parole in bocca.—Perchè venivi dunque? Chi ti aveva chiamato?… Lasciami! Non toccarmi! Se sapessi che ribrezzo mi fai!

Invano tentavo, con le mie mani, di trattenerla. Ella si dibatteva, nella stretta; si divincolava con tutta la persona, come se realmente il mio materiale contatto dovesse ammorbarla.

—Per carità, Susanna, sentimi!—insistevo tra smarrito e furente.

Ma ella no. Era riuscita a sfuggirmi, s'era avventata all'uscio, teneva già la mano sulla chiave.

Nel colmo dell'esasperazione, io mi cacciai perdutamente in braccio alla mia viltà.

—Bugiarda!—le scagliai alle spalle,—ho visto chi ti aspettava stasera al solito posto!

L'offesa si rivoltò con un sibilo di belva ferita, e mi sputò in viso il suo estremo insulto. Poi s'affisse davanti a me fieramente: quasi avesse raccolto una sfida, ed attendesse l'assalto, impavida.

Ma quando si sentì abbrancare alla vita, e vide la mia mano levata nell'aria come una scure, mi si lasciò sdrucciolare a' piedi.

—Ammazzami!—soffiò.

E dette in uno scoppio di pianto.

Come l'assassino dopo vibrato il colpo nell'ombra, ero fuggito. Tutta la notte ero incessantemente fuggito: e sempre invano, poichè avrei voluto poter fuggire me stesso, o poter credere che fosse un sogno d'inferno quello che m'era balenato alla mente.

Ed era invece realtà vera, irrecusabile, indistruttibile!

In una di quelle malvage sere in cui quasi un'altr'anima entrava in me, briaca de' fumi di una immonda passione—in uno di que' turpi abbracciamenti in cui io saziava, latrando, i pruriti di quella lebbrosa passione—io aveva generato un essere. E questo essere maturava ora nelle viscere di quella donna, succhiando i germi del vizio e dell'abbrutimento. E sarebbe un giorno venuto alla luce—chi sa con che anima!—e sarebbe statomio figlio!

In nulla avrebbe egli potuto appartenermi, poichè nulla di veramente mio avevo dato a quella donna, poichè in quell'infame connubio non avevo portato che la feccia, putrida e fetente, di me stesso. Non un palpito, non un guizzo, una scintilla, un alito del mio veroio: nulla! E tuttavia egli sarebbe statomio figlio!Egli m'avrebbe forse fisicamente rassomigliato. Io avrei forse riconosciuto in lui l'ampiezza della mia fronte, il color de' miei occhi, il taglio della mia bocca. Tutto avrebbe gridato contro di me. Avrei dovuto posargli una mano sul capo e benedirlo, e accoglierlo fra le mie braccia, e serrarlo al mio petto: e questo mentre la mia anima lo repudiava, mentre tutte le fibre del mio cuore lo respingevano con un fremito di repugnanza e di orrore!

E l'enorme schifosa macchia non si sarebbe mai più cancellata; e la sorda, occulta, inconfessabile angoscia, non avrebbe avuto fine mai più!

Addio! Tutto adesso veramente si spezzava, si sfasciava, ruinava. Innocenza, purezza, serenità: tutto era distrutto, sommerso, perduto: e per sempre!

Seduto in capo a quella ultima scalinata del molo con la testa fra le mani seguitavo a guardare inebetito le acque nerastre, quando un nuovo pensiero ruppe nella mia mente con un bagliore acuto e improvviso.

—E se fosse un colpo di astuzia? Se, approfittando della mia patente inesperienza e del mio cieco confidente ottimismo, ella m'avesse fin dal principio ingannato? Ed io, nell'esaltato travaglio di quella crisi morale, avessi soggiaciuto a dei ridicoli rimorsi, prosternandomi davanti a un tipo quasi ideale di rejetta e vinta nella diseguale lotta della vita: un tipo che io stesso con le mie mani commosse di reverenza mi fossi foggiato, mettendolo al posto della realtà volgare ed urtante?—Quando ella s'era vista lasciare, non s'era mossa, per corrermi dietro. In nessun modo m'aveva cercato. Non aveva messo una lacrima, non aveva proferito una parola che tradisse il desiderio di ripossedermi.—O non era forse questo il mezzo più efficace e più sicuro per riattirarmi?—Nel darmi adesso il terribile annunzio, aveva con bel garbo insinuato che sua madre verrebbe a trovarmi. E se una intesa esistesse fra la figlia e la madre? Se tutto ciò non fosse che una losca farsa architettata a' miei danni? Se non fosse che un triviale ricatto?

Considerando simili ipotesi, facevo come colui che sogna cose meravigliose e felici, e mentre loro sorride con gli occhi, in cuore già s'attrista, mòrso dal dubbio di sognare, e piange pensando che l'alba presto verrà a spazzar le rose e gli ori, e a spargere ovunque cenere fredda.

Misero me! Ciò che soprattutto mi aveva colpito, osservando la figura morale di lei, non era forse quel profondo marchio di sincerità che improntava ogni sua manifestazione? Ciò che m'aveva intimamente toccato, non era quella totale rinunzia ad ogni speranza, quella rassegnazione spruzzata quasi di sprezzo e di scherno, ma grondante di segrete lacrime amare?—Come una di quelle creature a cui i soverchi pesi della vita e i procellosi urti della sventura han logorate e svigorite le molle del volere, ella era venuta a me quasi senza resistenza, illudendosi forse per un attimo di potersi scaldare a una fiammata di affetto. Aveva un istante creduto alle mie ribalde parole; e m'aveva aperte le braccia.—Ma appena io, vergognandomi di me stesso, m'ero levato e codardamente allontanato,—ella aveva incrociate le braccia sul suo smunto seno, ed aveva abbassata la testa: rigida e muta come una statua di pietra.

Ed era costei quella a cui, per supremo oltraggio, attribuivo ora una bassezza che solo la mia mostruosa perversità poteva concepire!

Oh come accanto a me appariva ella grande, nella coscienza della propria irreparabile abiezione e nell'austera fierezza del proprio sdegno!

E come invano io annaspava e lottava per distornar dal mio capo la giusta e severa condanna!—Mani e piedi incatenati dovevo, co' miei occhi, assistere al mio perpetuo supplizio!

Perpetuo, mi dicevo. E tuttavia non credevo, non mi risolvevo a credere.—Chi sa! Il pauroso essere ancora non era venuto alla luce. Appena esisteva nel grembo di lei come informe embrione privo di coscienza, e che nulla aveva di umano. Se la Natura, provvida, prima che raggiungesse il suo completo sviluppo, l'avesse distrutto? O se la mano di colei, in un istante di criminosa demenza, si fosse rivolta, per odio a me, contro il frutto delle proprie viscere?

Ma infine un'altra via mi restava: una via obliqua e obbrobriosa, ma facile e sicura.

Il tremendo segreto era posseduto da una sola persona al mondo dopo di me: e costei non era degna di fede!

Impunemente io avrei potuto rinnegar la paternità di quell'essere. Davanti a tutto il mondo avrei potuto giurare, con la fronte levata, senza arrossire, senza battere ciglio. Avrei potuto rimaner l'unicotestimone della mia infamia: e vivere, come tanti miseri fanno, stringendo un losco mercato con la propria coscienza.

Chi sa!

Il tempo avrebbe, forse, mitigata l'acre acerbezza di tutte quelle cose. Io mi sarei allontanato da quei luoghi e dalui. Mi sarei ricacciato in braccio all'Arte ed ai miei folli sogni.—O forse, ribellandomi arditamente alla schiavitù di quel selvaggio feroce egoismo a cui avevo fino allora aggiogata la mia esistenza, mi sarei innalzato ad una più nobile visione della Vita: mi sarei tuffato nelle pure e fresche correnti di un sublime ideale altruistico: avrei ad esso votato tutto me stesso: fino all'ultima stilla di sangue: e avrei così ricomprata la mia dignità d'uomo e la mia pace….

Scoccavano le undici, quando mi tolsi di là per incamminarmi verso casa.

La luna, di recente apparsa, spandeva dall'alto dell'opaco azzurro sulla costa e sulla macchia del paese la sua bianca e fredda luce.

Salire su per lo stradone squallido, sotto la bianca e fredda luce; riaprire il cancello stridulo, e ridestar gli echi della villa dormente, doveva essere una cosa carica d'immensa tristezza.

Col piede sul gradino del cancello mi arrestai, la testa nelle mani, esitando.

Poi mi feci animo: sospinsi il battente, traversai, come un ladro, lo spazio ghiaioso, ed affrontai la lunga scala.

La voce del cucùlo che cantava nascosto nel folto dell'oliveto; una folata di vento che passò sul mio capo improvvisa facendo stormire gli alberi; una foglia secca che cadde, roteando, a' miei piedi: tutto ciò mi riempì di spavento. Quando giunsi sul terrazzo, e potei co' miei occhi accertarmi che il sedile sotto il mandorlo era vuoto, respirai.

Già in fondo alla scala avevo trasalito, al pensiero di trovarvi mio fratello immobile, con le mani conserte, come un giudice, a domandarmi ragione!

—Quello che la vostra coscienza vi suggerisce!—proferì la vecchia, intimidita forse dalla ostilità del mio atteggiamento.

Cavai il portafogli, e ne estrassi un grosso biglietto di banca.

—Tenete!—le dissi, senza guardarla, mentre ella sporgeva le mani grifagne.

—Se Dio vuole—ripigliò con l'evidente intenzione di dirmi cosa grata e compensarmi almeno in parte dell'atto generoso—se Dio vuole è un affare che scorre liscio come l'olio. La levatrice m'ha assicurata che non l'allunga fino a domattina. Appena il bimbo sia nato m'incarico io di portarlo all'Ospizio. Nessuno m'ha da vedere, nessuno ne ha da saper niente. Niente chiacchiere, niente pettegolezzi. Susanna strillerà, lei che vorrebbe darselo a balia. Lasciatela strillare. Una volta che la faccenda sia fatta, si adatterà. E se non s'adatterà, tanto peggio per lei. Doveva pensarci due volte, prima di mettersi negli impicci, quella carogna.

—Scusatemi,—ruppi con uno sforzo, levandomi in piedi subitamente,—avrei un impegno…

L'importuna comprese. Si levò anch'essa; fece in fretta le sue scuse e i suoi ringraziamenti, e si avviò.

Io rimasi così ritto fino a che non udii la porta del pianterreno richiudersi con un colpo secco: allora, cadendo sulla seggiola, ebbi la sensazione di piombare in fondo a un pozzo.

—Spaventoso!—pensavo, colla faccia nelle mani.

Come il sole sorgeva il mattino dall'orizzonte, come sul mio tetto i passeri garrivano, come il mandorlo del terrazzo metteva i suoi fiori,—così, naturalmente, necessariamente, inevitabilmente, sarebbe egli venuto alla luce!

Domani, aveva detto tranquillamente la strega.

In qual modo adunque avevo io vissuto fino a ieri? Come avevo, vivente, potuto assistere al precipitare del dramma? Che cosa aveva io fatto per parare il terribile colpo?

Mi passavo una mano sulla fronte ghiacciata; e penavo a rievocare e ricomporre i ricordi, come se una barriera di cent'anni si fosse d'un tratto frapposta tra quel passato e me.

Stoltamente, pazzamente da prima m'ero adoperato a cancellare e disperdere gli ultimi esterni vestigi di rapporti con la sciagurata. Avevo dato a credere a me stesso che, una volta raggiunto quello scopo, mi sarei sentito estraneo a lei ed al temuto avvenimento,—e sarei stato salvo. Parecchi giorni dopo la memorabile scena, ero andato a reclamar le mie lettere, in preda a una straordinaria agitazione, attanagliato dalla paura che con un pretesto ella si rifiutasse; o che—come s'addiceva meglio alla franchezza del suo carattere,—mi dichiarasse di voler tutto serbare per poter a suo tempo portar le prove che mi smascherassero.

Invece, nulla di tutto ciò!

Ella m'aveva semplicemente detto, con un sorriso mordace:

—Tanto, le avrei buttate nel fuoco!

Io avevo allungato la mano rapace, non credendo a me stesso. Le avevo prestamente raccolte e deposte in fondo alla tasca interna della giacchetta. E quando avevo potuto mettere il piede fuori del cancelletto, m'ero dato a scappare di corsa, leggero come un uccello. In capo al molo, alla luce verdastra del fanale, le avevo tutte scorse ad una ad una,—dando di tanto in tanto una sguardata sospettosa intorno. Dipoi, ridotte in minutissimi brani, le avevo strette nel pugno; m'ero calato giù tra le macchie dei massi al mare; m'ero sporto con tutta la vita, avevo aperto il pugno,—ed ero risalito tacito nell'ombra, simile a un malfattore.

Un alito di sollievo aveva sfiorata la mia fronte. Quas'io fossi scampato da un pericolo di morte, avevo provato la sconfinata gioia della salvezza e della vita.

Ma l'indomani, ridestandomi, non era più stato così! Le eccezionali emozioni della sera m'erano parse inesplicabili, incomprensibili. A che poteva giovare—mi dicevo—aver sottratte le lettere, se la mia coscienza, se tutte le cose intorno insorgevan gridando con voci alte e formidabili?

Allora avevo cercato refugio lungi da quei luoghi crudeli, da quelle cose spietate.

A Genova m'ero imbarcato sopra un vapore, per Napoli. Napoli e la sua riviera erano state un sogno della mia prima giovinezza. Chi sa! Forse mi sarei beato ancora negli spettacoli della Natura come a' felici tempi in cui gli ultimi purpurei strascichi d'un tramonto che agonizzasse sul mare, o le perle e i gigli d'un'alba che si alzasse pel cielo fresca e pura come uno zampillo di fonte o come un giulivo canto di vergine; o gl'intatti candori d'una notte attonita di silenzio e di luna, pari a un arcano tempio poggiante sopra colonne di sospiri:—queste semplici cose bastavano a rapire e imparadisar l'anima mia.

Ma troppe corde omai erano stanche di vibrare, in lei!

Napoli e la sua decantata riviera.—Una scialba visione, passata innanzi ai miei occhi senza una parvenza di vaghezza, senza un lampo di seduzione!

E me n'ero tornato a Genova.

Avevo tolto a pigione un quartierino sul porto, dal lato d'occidente, e dato a mio fratello l'annunzio che mi mettevo a lavorare, mentre appena avevo in animo di tentare. Ma poi che m'ero trovato dinanzi alle cartelle bianche, un indicibile sgomento m'aveva assalito. Invano m'ero studiato di risvegliar la mia fantasia, invano avevo chiesto al mio cervello un'idea.

Avevo finito per gettarmi a capofitto nel vortice dei rumori e delle distrazioni cittadine. Avevo voluto stordirmi, visitando un'esposizione d'arte, frequentando assiduamente i teatri e i caffè, annodando effimere amicizie. Una sera ero anche andato a un comizio di popolo. Ed avevo, la prima volta, inteso a parlare dell'infinito cumulo di miserie e di dolori che grava e accascia e atterra la grande maggioranza dell'Umanità. E d'un ideale di Eguaglianza che spuntava, come un grande astro recente, sull'orizzonte della storia, lucente messaggero d'un'êra di Giustizia e di Pace, e d'una Umanità rigenerata. Un ideale che soltanto un manipolo di buoni e di forti osava oggi proclamare e difendere: ma che tutto il mondo in un prossimo avvenire avrebbe riconosciuto e inchinato.

Era un giovane, che parlava; una pallida figura d'asceta: pallida e luminosa.

La sua voce tonava nella sala, veemente e commossa, in un silenzio di tempio. Brividi di consenso attraversavano la folla. E il radioso ideale emergeva, con la sua gran luce abbagliante. E la sospirata Vita si offeriva, leggiadra di armoniche bellezze.

Ero uscito di là col cuore che mi scoppiava. La sera avevo lungamente passeggiato sulleterrazze, meditando ciò che avevo udito, fantasticando, e promettendo a me stesso di togliermi alla colpevole accidiosa inerzia in cui poltrivo,—e iniziare la nuova Vita stringendomi a quel manipolo di buoni, e sposando la loro causa.

E l'indomani avevo voluto conoscere quell'uomo.

Egli era venuto a trovarmi lassù nella mia stanzetta al quarto piano, dove solo il volo delle rondini di quando in quando arrivava con certi gridi prolungati, ebbri anch'essi di azzurro e di sole. E m'aveva stretto la mano come a un fratello, parlandomi a lungo con quella sua voce che pareva una musica, e fissandomi con que' suoi occhi stellanti in cui risplendeva tutta la luce del mondo ch'egli predicava.

—Perchè non scrivi?—m'aveva detto.—Sotto il magico velo dell'Arte l'Idea passa più fulgida di fascino e di bellezza.—Scriverò!—avevo risposto io, col cuore gonfio di tenerezza e di ambascia. Ed avevo avuto un momento di debolezza: ero stato lì lì per prender la sua mano, la mano affilata e rigata di vene azzurre che posava sulla ringhiera,—e confessargli il peso insopportabile del mio passato.—Lassù, dinanzi a quella finestra, a quell'ora, mentre le ultime rose del sole appassivan sulla parte alta della città, e nembi di violette si rovesciavan sul porto, e qualche goccia d'oro cadea brillando sulla nera folla dei vapori.

Erano stati quelli i miei migliori giorni!

A traverso le agitate febbrili letture nelle quali m'ero sprofondato, la mia fantasia s'era eccitata; era tornata fervida ed agile. Nelle lunghe passeggiate notturne avevo ordito la tela d'un nuovo romanzo, in cui avrei a piene mani versati i freschi fiori odorosi della mia fede e le folli candide spume del mio entusiasmo: e m'ero accinto all'opera sorridendo, forte di fiducia e di amore.

Ma d'improvviso, pari a una molla lungamente compressa, era risorto il terribile pensiero flagellatore.

Una sera che m'ero messo, senza disegno, a vagar pe' vicoli della città bassa, sfinito da un'intera giornata di fatica cerebrale,—l'ululo della tramontana era passato sul mio capo con un'ala di spavento. Una voce interiore aveva gridato:—Come puoi vivere quì, mentre l'avvenimento di morte laggiù si matura?—E l'antico gelo m'era sceso nell'ossa. E il pensiero d'una notte di attesa mi aveva atterrito,

Ero come l'infermo che peggiora, e sa di peggiorare, e tuttavia si strugge di scoprire la piaga, mosso dalla irragionevole speranza di potersi trovar di fronte a un miglioramento.

Volevo accertarmi s'ellavivesse ancora. S'ella fosse ancoralaggiù. E se il suo corpo recasse già, manifesti, i segni della maternità imminente.

Delirando, pensavo:—Se per isfuggire alla nuova onta ella fosse migrata lontana non lasciando di sè traccia nessuna? O se, presaga delle nuove tempeste che il futuro le addensava sul capo, stanca della vita, fiaccata, si fosse risolta a un estremo atto di disperazione?

Ma l'indomani, nella tormentosa corsa del viaggio, avevo lasciato, ad ogni fermata, un brandello di coteste pazze speranze, E le avevo viste spenzolar sanguinanti al vento, tra le lagrime, mentre mi allontanavo.

A capo chino m'ero avviato a casa, premuto alle calcagna da una paura inenarrabile.

Poi a notte alta m'ero strascinato laggiù, avevo di lontano vista la finestra gialla di luce, e me n'ero tornato via senz'ardire di avvicinarmi, colpito in pieno petto da una pugnalata.

Che cosa dunque sarebbe stato di me s'io l'avessi un giorno incontrata?

Pure anche questo era accaduto!

Un unico pensiero: salvarmi fuggendo.—Ma un bisogno più possente aveva vinto. Ed io m'ero sentito trattenere da una mano di ferro, e cacciare innanzi, come alla morte.

Così l'immagine, più detestabile della morte medesima, mi si era impressa negli occhi. Sempre la vedevo. E pensavo, perduto:

—Che ti rimane oramai?

Un mattino che avevo sorpreso Giovanni nel mio studio e m'ero udito chiedere, con una voce che passava le viscere, l'elemosina d'una parola che gli rivelasse il mistero,—Lasciami!—avevo risposto,—Son scivolato nel fango. E non mi levo più!

Ero come coloro che un morbo incurabile affligge: i quali, pur assistendo al progressivo dilatarsi del male, pur non nutrendo illusioni sul proprio stato e sulla propria sorte,—stanno tuttavia attaccati alla vita perchè quel tenue filo ve li lega ed essi non trovano in sè il coraggio di spezzarlo.

Appena restai solo in faccia alla realtà, caddi in un abbattimento mortale.

Ma sulla sera improvvisamente mi levai, pensando che l'ora di agire era venuta.

Ed uscii, e rifeci quella strada, senza un piano prestabilito, senza neppur confusamente sapere a che mirassi.

E arrivai sotto la finestra di fuoco, e tesi gli orecchi, aspettando, con un brivido nelle reni, l'eco d'un vagito.

—Volete salire?—chiese un'ombra accennante verso me.

Io volevo a mia volta muovere una domanda, e non potevo. Battevo i denti, nella febbre.

L'ombra, indovinando, soggiunse:

—La levatrice tornerà prima dell'alba.

Poi replicò:

—Volete forse salire?

Io fuggii.

Un'ora dopo salivo le scale della levatrice.

E attendendo che qualcuno venisse ad aprirmi, mi domandavo se la decisione fosse veramente stata improvvisa o non piuttosto maturata assai prima, nelle più oscure cavità del mio essere, fino dal giorno che avevo incominciato a temere l'evento.

Una fanciulla bionda aperse, con in mano una lucerna a petrolio; e mi fece passare in una piccola sala dov'erano due poltrone, un divano, un tavolo ed uno specchio alto, con mazzi di fiori finti a' lati della cornice dorata. M'invitò ad accomodarmi, posò il lume sul tavolo, ed uscì.

Nell'istante che rimasi solo, alzando a caso gli occhi, mi riconobbi nello specchio, e raccapricciai.—Sono io conscio di me?—pensavo a capo chino.

Una voce gridò:

—Fuggi!

Ed io mi slanciai, per fuggire.

Ma la chiamata stava già davanti a me, sulla soglia.

—Fate andar via questa fanciulla!—pregai, vedendo che la tenera creatura, ritta accanto al tavolo, non si moveva.

Quando fummo soli, ed ella intese ciò ch'io voleva da lei, si turbò forte.

—Chi vi dette questo coraggio?,—mi fece, bianca come un cencio lavato.

—La vita di un minuscolo essere incosciente vale forse la mia?—obiettai.

Ella giunse le mani, esterrefatta.

—Iddio mi guardi!

E soggiunse che la legge infliggeva severissime pene a chi si rendesse reo di quel delitto.

Dopo agitò le mani aperte nell'aria, per iscacciar la peste; e ripetè, con crescente avversione:

—Mai più! Mai più!

Allora me le gettai a' piedi, e le proffersi tutto ciò che possedevo, purchè mi salvasse, mi salvasse.

—Promettetemi!—gridavo piangendo.—Promettetemi!

—Mai più!

—Lasciatemi almeno un filo di speranza!

Cavai dalle mie dita i due preziosi anelli della mamma, strappai la perla dalla mia cravatta: ogni cosa le deposi in grembo.

—Maria Vergine aiutami!—combatteva ella, con le mani nei capelli.

—Non temete! Dirò al giudice che vi costrinsi a viva forza. Il castigo cadrà tutto su me!

—Andate! Andate!

Mi alzai, e presi quelle mani.

—La mia vita dipende da voi!

Ella si svincolò, e si ricoperse la faccia, singhiozzando.

—Sull'alba ritornerò!

—Ch'io non vi veda più!

—Tornerò,—gridai, fuori di me.—Pensate che in casa ho un'arma. Che cosa volete ch'io faccia?

Ella scoteva il capo, sempre singhiozzando.

—Promettetemi almeno che tenterete!

—Tenterò! Lasciatemi!

Io uscii.

E andai, nella notte, molte ore, con le gambe spezzate.

Perseguitato da un grido atroce, pensavo:—Egli avrà appena forza di mettere un vagito: un vagito soffocato che nessuno udirà.—Eppure il grido mi feriva ancora!

Più tardi, verso l'alba, un'immagine di adolescente da' capelli bruni m'era entrata nella mente, incutendomi un gran terrore.—Non vivrà!—pensavo.—Non sarà mai un adolescente.—E tuttavia l'immagine viveva. Invano mi affannavo a distruggerla. Rinasceva con le medesime fattezze, co' medesimi riccioli bruni. E il mio terrore cresceva!

Dappertutto la ritrovavo, e la riconoscevo. Inutile fuggire: mi teneva dietro sorridendo, mentre io fuggiva con ribrezzo. Quel sorriso! Mi velavo gli occhi: e lo vedevo ancora, tra i brividi.

Sull'alba risalii quella scala, picchiai di nuovo a quell'uscio.

Ricomparve la ragazza bionda col lume.

—Tua madre?

L'aspettata irruppe, pallida come la morte.

Io le afferrai un braccio. Sospeso tra la morte e la vita gridai:

—Ebbene?

—Ah perdonatemi!—scoppiò.—Ci vorrebbe un cuore di tigre! Se vedeste che bel bambino!

… Quando riapersi gli occhi, la lucerna era spenta; e la bianca luce mattutina penetrava per l'unica finestra, rischiarando il profilo dell'estranea, che mi vegliava.

Io mi levai, e mi avviai; sulla soglia ritirai come dalle spire d'un serpe la mano ch'ella mi teneva fra le sue, e ridiscesi.

Tre volte, andando, mi rivolsi a vedere chi m'inseguisse. Tre volte mi dissi ch'era l'eco de' miei passi che risonavan sul selciato della via vuota come una tomba.

Davanti al piccolo cancello pensai:

—A che questo supremo strazio?

Ma più di mille braccia mi sforzarono.

E salii, ed entrai.

E vidi, con questi occhi.

La culla di là del letto; e in mezzo al bianco, sotto il velo, la macchia rossastra.

Chi mi spinse sulla culla? Chi mi curvò sovr'essa? Chi alzò quel velo?

Orribile!

E una voce pregò:

—Bacialo!

Ed io mi chinai; e lo baciai.

Ebbi ancora la forza di rialzarmi, di stringere una mano che nell'aria mi si tendeva, e di scendere quelle scale.

Fuori l'aurora saliva, lasciando cader fasci di rose sulle cose che si risvegliavan sorridendo.

Ed io pensava, incamminandomi, che era forse quello l'ultimo loro sorriso.

Edite:

__A. Fogazzaro.__Valsolda, poesia dispersa. (B. P.) L. 3 — __Contessa Lara.__Nuovi versi, edizione postuma » » 3 — __L. Donati.__Ballate d'amore e di dolore» » 2 — __G. Tecchio.__Le visioni» 3 — __E. Castelnuovo.__Il fallo di una donna onesta, romanzo » 3 — __S. Farina.__Madonnina bianca, narrazione » 3 — __A. Vertua Gentile.__Da un natale all'altro, romanzo » 3 — __D. Valle.__Cuor di maestrina, memorie » 1 50 __A. S. Novaro.__La rovina, racconto » 2 50 __G. De Rossi.__L'Addolorata, romanzo » 3 — __G. Molli.__Le spedizioni marittime militari moderne e i trasporti militari a Massaua» 3 — __E. Werner.__Presso l'altare, romanzo (B. M.) » 1 — __Marchesa Colombi.__Serate d'inverno, racconti » 3 — __Marchesa Colombi.__La Cartella N. 4, racconti » 3 — __S. Lopez.__Ninetta, commedia in tre atti » 1 50 __D. Oliva.__Robespierre, dramma in cinque atti » 2 — __S. Pagani.__Selve pagane, azione drammatica » 2 — __E. Marlitt.__Fantasima, due volumi » 3 — __Mercedes.__Laura Dalmeno, romanzo » 2 50

__In preparazione:__

__G. Anastasi.__La fine, romanzo. __A. Avancini.__Idolo infranto, romanzo. __G. Antona Traversi.__La civetta, commedia in tre atti. __A. Colautti.__Mezzo soprano, romanzo. __E. Conti.__Il gobbo, romanzo. __F. De Roberto.__Spasimo, romanzo. __F. De Roberto.__Gli amori, novelle. __G. Gigli.__Le sorelle, romanzo. __A. Galli.__Liriche dell'universo. __C. Giorgeri Contri.__Sulle trame del sentimento, novelle. __S. Lopez.__Il destino, commedia in tre atti. __G. P. Lucini.__I drami delle maschere. __Neera.__Per la bellezza, note d'estetica. __Neera.__Prime novelle. __O. Novi.__L'Esca, romanzo. __U. Ojetti.__Il vecchio, romanzo. __C. Varese.__Danton e Robespierre, tragedia di Roberto Hamerling.

Dirigere commissioni e vaglia alla __CASA EDITRICE GALLI__ diG.Galli & Lelio Omodei-Zorini, successi aChiesa-Omodei-Guindani,Galleria Vittorio Emanuele, Milano.


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