Chapter 4

Essendo in croce la eterna MaéstaAbbandonata da ogni persona,Il Sole, chiuso in ambra dalla sestaOra, ecc.

Essendo in croce la eterna MaéstaAbbandonata da ogni persona,Il Sole, chiuso in ambra dalla sestaOra, ecc.

Essendo in croce la eterna Maésta

Abbandonata da ogni persona,

Il Sole, chiuso in ambra dalla sesta

Ora, ecc.

Il Boccaccio poi certamente nel Decamerone, siccome avvertiva il Bembo nel III delle Prose, aveva scritto:Giudice della Podésta di Forlimpopoli, e Dante nel VI dell’Inferno al v. 96.

Quando verrà la nemica podésta:

Quando verrà la nemica podésta:

Quando verrà la nemica podésta:

e dura tuttavia viva e verde questa voce ne’ nostri dialetti ne’ quali:essereonon essere in podésta di fare una cosa, vale:avereonon avere podestà di farla. Ora in ciò non è da credere un cieco arbitrio degli scrittori o de’ parlatori, ma è da vedere piuttosto in queste voci le due differenti uscite che nella formazione delle lingue volgari diversificano dal soggetto singolare i regimi. Dai nominativi infatti maternipotestasemajestas, non avvertita lasfinale dal romanzo Italico, rimanevano in esso le vedutepodéstaemaésta; ed avvertita lasdal romanzo Oytano, vi si trovavanopoosteisemajesteis. All’incontro dagli obliqui maternipotestatem, majestatemprendevano corso nel primo romanzo, spentasi lam, potestate, opodestade, emaestateomaestade, e, per iscorcio compensato dall’accento,podestàemaestà; e nel secondo romanzo uscivano primapoosteitzemajesteitz, e poipooistéemajesté. Finalmente, riducendosi onninamente agli articoli, per distinzione di tutti i casi, tutte le lingue neolatine, e per ciò le forme contratte dei nominativi, che prima valevano a scompagnarli, divenendo un inutile ingombro, cominciarono esse ad essere abbandonate o si trovarono invece accomunate e confuse nel gran corpo della lingua senza indizio di loro ufficio, e non dando più alcuna ragione della differente lor desinenza; sino a tanto che poi, risalendo per entro la formazione dei linguaggi neolatini, non si fossero con pazienti ricerche trovate quelle filiazioni, a cui dirittamente ed istoricamente s’attengono le varie e distinte forme esteriori delle parole[9].

La voce latinadominusera dalla lingua d’oilvariamente mutata indamresodambresodams, ed indoms. Da quest’ultimo correttamente pronunciatoperdonsnel soggetto (stante l’avvertita regola di pronuncia che lasciò a noi, agli Spagnuoli ed ai Provenzali lo scorciatoDon[10]) uscivadonzelz, mentre dai primi derivavasidamoiselzodamoisaus. Ed è qui opportuno di avvertire che gli allungamenti i quali andavano nella nuova lingua accadendo in fin delle voci, o si formavano, come per lo più, sul tema dei regimi, o si formavano come pure talvolta, sul tema del soggetto. Se nel primo caso, allora non si lasciava sentire lascaratteristica pel nominativo, se nel secondo, allora invece questasmedesima non solo si lasciava intendere distintamente, ma per ciò stesso doveva sprolungare maggiormente e modificare l’accrescimento della parola. Ed ecco, premessa questa notizia importantissima per la formazione de’ nostri diminutivi, accrescitivi, vezzeggiativi e simili, che scegliendo ad esempio la vocedameselsodamsels, noi dalla sua forma in cui appare internamente lascaratteristica, indovineremo anche prestamenteessersi dessa svolta non dal regimedameodam, ma dal soggettodamesodams; e però quell’italicodamigello, di cui difficilmente avremmo potuto rendere ragione genealogica abbastanza appurata, venirci ora chiarissimo per la toscana pronuncia, la quale muta lasinteriore ingper acconcio migliore ad orecchie italiane. Similmente, secondo prima vedemmo,donzelloviene dal nominativodons, non dall’obliquodon; e cosìjovencelsanticamentejovensels, viene dal soggettojovens, e dal solito aumento minorativoels, e non mai dal regimejoven, da cui esce per contrariojovenet; talchè il nostrogiovincello, che ha rimutato lasincper l’avvertita proprietà loquelare toscana di prediligere un più distinto scolpimento di profferenza, ci riescirà definibile assai chiaramente in tutti i suoi elementi di formazione insieme alle voci simili, che saprà, dietro questo poco d’invio, trovare da sè ogni intendente di nostra lingua.

Abbandonando dunque un tale argomento alle altrui più lunghe disquisizioni, dopo che avrò detto come, per confronto al nostroCatalina, si trovi scritto in francese antico tantoCatherinequantoCatheline, e come il dialetto Piccardo dica coi ToscaniRousignolquello che il Borgognone scriveRossegnoleRussinolil Normanno, passeremo ad alcune più brevi avvertenze sopra i nomi di numero.

E cominceremo dal riferire che il dialetto Borgognone scriveambedoieandoi, ed il Normannoambedui, amduieandui, quella voce stessa che da noi si trova scritta oraambeduoi, oraambeduieambedue, edamendueedammendue, ed altrimenti ancora, a mostrarci appunto colla varietà della sua scrittura, la varietà delle forme dialettali alle quali appartiene. Ma sulla voce medesima non è da preterire che, tanto in lingua d’oil, quanto nella nostra, vuole essa, accompagnandosi con un sostantivo, l’articolo dopo e non mai prima di sè. Così nel solo Gerardo de Viane:

En l’ile furentambedui liguerrier....Lai se combatentambedui libairon....De la ville issentamdui lichevalier....

En l’ile furentambedui liguerrier....Lai se combatentambedui libairon....De la ville issentamdui lichevalier....

En l’ile furentambedui liguerrier....

Lai se combatentambedui libairon....

De la ville issentamdui lichevalier....

di che volendo averne un’istorica ragione, e di tutte insieme le forme ed i valori di questo pronome numerale, ecco cosa mi pare si potesse dire.

In latinobiseraduis, sicchèamboodam-duo, valse piuttostol’uno e l’altro, ossiatutti i due, o vogliam direinsieme i duecheduesolamente. Dal Greco ἁμφὶ erano un’antica preposizioneambeed una loquelareamche valevanointorno, tutto in giro, e ciò che è tale, essendo ancora tale da ogni parte, ne conseguiva necessariamente che edambeedamdavano atto di compimento alle voci alle quali si anteponevano[11]. Prefissosi infatti questoamaplus, e declinatosi, se ne fece l’aggiuntivoamplo, che valse conseguentementepiù d’ogni intorno, eccedente per ogni parte, ossiatutto più: aggiuntosiamodambeaduo, se ne fece in lingua d’oilamduiedambedui, i quali dovettero significareinsieme i due, tutti i due, levando permodo il numeroduedalla sua sede nella serie numerica indefinita, dandogli invece in sè medesimo compimento, e coll’avvincerne le due unità di che si compone, od attribuirgli riferimento agli antecedenti, o costituirne una precedenza di unione pei susseguenti ch’esso reggerebbe.

Ecco pertanto come nell’italiano venneroambedueedamenduecon pari significazione, e come ne’ due Romanzi l’articolo dovette sempre susseguirli, non precederli mai, a quello stesso modo che si dee diretuttadue i cavalierinoni tuttadue cavalieri; ed ecco come in antico si disseambedue, e per simiglianteamendueedammendue, nonambidue; perchè cioè il nostro pronome numerale non si formava daambo,ambae,amboe daduo, il che avrebbe fatto una duplicazione, ma bensì dalle preposizioniambeodamunite ad essoduo. Fu solamente da poi, quando ai volgari si volle por opera di osservazione, che certe flessioni figlie di voci già antiquate e ossolète si vennero a nuove guise modificando, e si credette che sul pronomeamboe non più sulla preposizione indeclinabile dimenticata si dovesse foggiare il pronome composto della lingua nuova, e si scrisse accordandosi per generi:ambidue i cavalieri, ambedue le dame.Que’ vecchi poi che si lasciarono scrivereamenduniparve che introducessero nella voce la epentesi facendoamendunidaamendui, se pur non mirarono a gittare il pronome entro le note forme donde erano usciti italuni, icertuni, iqualcuni, e così di’, non pur troppo curandosi di contenere sempreuna tal quale loro propria discorrevolezza di pronuncia entro i cancelli fissati dalla germana istoria delle parole.

Ancora la lingua d’oil non poteva restar contenta alla voceprimsdaprimusper numero ordinale, giacchè avendola tratta a significarefinoesottile, ne nascevano per conseguenza non poche dubbiezze: ricorse essa perciò alla desinenza sua prediletta, e seppe trovare l’altraprimiersoprimers(forse soggetto diprimarius, oprimaio) alla quale, volendo fare indicati i generi, per un certo inducimento latino, aggiunse il notissimo finimento inanus, e ne ottenneprimeraineprimeraine, donde poi taluni fra’ nostri vecchi trassero le vociprimeranoeprimerana. E parimente come daprimariusaveva fattoprimiers, daquartariusfecequartiersa valere laquarta parte, da cui si derivò in nostra lingua, non solo la frase blasonicascudo partito a quartieriper dire inquattro parti, e che fu, tra gli altri, comune all’Ariosto; ma si dedusse ancora la voce dell’usoquartiereperappartamento, a significare quella delle quattro parti, in che si solevano dividere per lo più le case de’ nobili, che era abitata dalla persona a cui o su cui si dirige l’intesa del ragionamento[12].

Da ultimo su questi nomi numerali qui mi gioverà ricordare che puntualmente come noi daprimuse daverfemmoprimaveraed i francesi daprimuse datempus, printemps; così questi stessi disseroprimsoirperciò che noi pure diciamo prima sera nelle frasi:ci vedremo inoda prima seraecc. eprinsonperciò che, essendo ai Latiniprima vigilia, è pure per noiprimo sonno[13].

Passando ora ai pronomi personali di possesso, diremo (toccandone leggermente com’è nostr’uso alcune particolarità per notizia opportuna o convenienti confronti coll’italiano) come erano non solo nell’antico francese le sottili forme di regimemi, ti, si, li, somiglianti alle nostre, invece delle più vastemoi, toi, soi, luiche invalsero dappoi; ma come, singolarmente nel dialetto Borgognone era una distinzione, la quale merita d’essere pazientemente rilevata da chi fa soggetto de’ proprii studii tali minute osservazioni linguistiche, e da chi ha appreso dalle Grammatiche comparate che la desinenza casuale del possessivo o genitivo soleva essere in us o nel suo assottigliamentois, ed iniquella del dativo e del locativo. Vi si diceva cioè me il regime diretto ed il regime proprio de’ verbi,vi si dicevamiil regime indiretto e quello proprio delle preposizioni[14].

Vi si scriveva per ciòglorifie me; nonmi, ossiaglorifica me, nonglorificami;fai me salf, fà me salvo, nonfammi; c’un me mat davant, ch’uno me uccida prima, nonmi uccida: al contrario si scrivevapor mi, a mi, de mi, dedenz mi. E da ciò si dee trarre per conseguenza come nel ritoccare l’antica lezione de’ nostri stessi testi più antichi, ne’ quali può essere pure un ricordo di queste tali avvertenze (forse più comuni di quello si creda, perchè dipendenti dalla lingua di transizione, la quale s’atteneva più al romano parlato che allo scritto) si debba andar riguardoso per non affliggerli di forme posteriori, e per non lasciarvi smarrire quelle tenui memorie di artifizii opportunissimi ai tempi, e che giova sempre all’istoria della lingua il porre in nota. Per differenza dal Borgognoneil dialetto Piccardo che non conosceva queste e radicali, mutava ilmesempre inmida principio, poscia nella forma che gli si fece predilettamoi; forma poi di regime che passò da ultimo a valergli ancora per soggetto, seguendo un andazzo popolare dopo che i temi della avvertita lingua di transizionejo, je, jeu, ju, jou, dovuti solo al latino scritto, scaddero dalla loro esclusiva e privilegiata significazione nominativa.

Quello che si è detto delle distinzioni trameemi, poi divenutomoi, si ripeta trateeti, poi divenutotoi, ossia che la prima guisa era quella dell’accusativo, e che per lo più s’accompagnava coi verbi che il richiedevano; l’altra era dei regimi indiretti, e che, salvo pochi casi eccezionali, venìa sempre accompagnandosi alle preposizioni.

In antico Francese vedemmo chelivaleva lui, invalse chelidivenisse regime indiretto dei verbi (aferesi del dativo latinoilli) eluiregime delle preposizioni; e però Maria di Francia N. Fav. 36. scrisse:

Que de sa keuve li prestatSe li pleust.

Que de sa keuve li prestatSe li pleust.

Que de sa keuve li prestat

Se li pleust.

cioè — Che di sua codagliprestasse seglipiacesse. — E Villarduino:E por reprover lou servise que il li avoient fait, ossia: chegliavevano fatto. E questolifu puntualmente il nostrogliche ebbe gli stessi servigi; e se pure qualche maestro scrisse.Io dissi lui, Risposi lui, dando ai verbi quello che era delle preposizioni, mostrò ancora come l’usanza si rendea licenziosa, e come, piuttostochèdell’antico modo, egli si sovvenisse del più moderno uso delle lingue di Francia[15].

Nè mi sembrano da trascurarsi dall’istorico delle lingue queste tali distinzioni sebbene minute e fuggevoli, giacchè per esse si può render conto istorico di talune apparenti anomalie. E per esempiolor, lour, lurfurono regimi dei verbi, mentreregimi delle proposizioni furono pel mascolino pluraleolsodels, che poi si feceeuse finalmenteeux; e pel femminino altresì pluraleeles. Ora ecco come, ricalcando quest’uso, Dante potè dire:e suon di man con elle; giacchè se al seguito dei verbi si scriveva:Lors lor vint une novelle; lour aivons donneit; mes peres lour vendi; d’altra parte invece, al seguito delle preposizioni si scriveva:une d’eles, avec eles, ossiauna d’elle, con elle, nonuna di loro, ocon loro[16].

Inoltre non vorrò scordarmi di aggiungere come quello che si è detto dime, mi, poimoi; dite, ti, poitoi, si dee ripetere del pronome personale riflessivo,se, si, poisoi; ossia che la prima forma era dell’accusativo ed accompagnatoria dei verbi, e che la seconda era dei regimi indiretti ed accompagnatoria delle preposizioni, e come nell’antico francese, questi istessi pronomi facendovi l’ufficio da prima quasi esclusivo di possessivi, dovesse accadere chedi meoa mevalesseromio;di teoa tevalesserotuo;di sèoa sèvalesserosuo: perchè poi in seguito, allorquando per rispondere ai latinimeus, tuus, suus, o meglioper riprodurre le arcaiche desinenze genitivemis, tis, sis, si vollero allungate le prime forme; damiuscìmis; dati, tis; e dasi, sis; e però, a diremio signore, osignore di me, si scrisse con Maria di FranciaMis Sire, e posciamessire, da cui venne quel nostromessere, che ora forse solamente ci rende una ragione men dubbia della suasduplicata.

Volendo ancora dire per ultimo alcune altre poche cose de’ rimanenti pronomi, seguiremo aggiungendo come, sempre dal bisogno di distinguere il nominativo dagli altri casi (e ciò tanto più ne’ pronomi dimostrativi che non potevano ammettere l’articolo) venne nel nostro volgare la convenienza dello scriverequestinel soggetto, e di lasciarquestoper gli altri casi, e così nel nominativo singolarequelli, equellonei regimi, facendo per tal modo simili fra loro i nominativi dei due numeri singolare e plurale. Infatti parimente i Francesi dicevano nel nominativo singolarecil, e ne’ regimi pur singolaricel;cildi nuovo nel nominativo plurale, ecelsne’ regimi plurali. Ma, la regola dellascaratteristica prevalendo, anchecilnominativo singolare assunse unase divennecils, e noi pure, invece diquelli, potemmo, con ischiacciamento della doppial, scriverequegli, nè diversamente dicevanocisttanto nel nominativo singolare quanto nel plurale, ecestne’ regimi singolari, ecesocezne’ regimi plurali.

Sui quali pronomi insistendo, mi pare possibile che essicilecistnon siano dimostrativi semplici eradicali, siccome opinano i Grammatici Francesi da me veduti, ma sieno invece composti, se pure si vorrà aver ragione di quelcche vi si trova prefisso all’illeed all’istelatini. E veramente, solo che un poco si torni addietro per la popolare latinità, e che non si voglia ricorrere al rovesciamento della sillabica finalece[17], si incontreranno ne’ comici quellieccilla, ecciste(daecce illa, ecce isteper dimostrare presenzialmente la persona indicata) dai quali ci parrà facilmente che una spontanea aferesi, voluta dalla velocità del dialogo, avrà fatto uscirecillaecisteperquella appuntoequesti appunto. Di qui dunque vennero le vedute forme Borgognonecilecist; di qui le Piccardechilechist; di qui ilchillaechistodei così detti regnicoli; di qui finalmente ilquellaequestipiù schiacciato della maggior parte d’Italia: mentre per avventura il nostro neutrociò, che in Normandia e Borgogna eraceooco, echouochoin Piccardia, avrà preso origine per rovesciamento dal latinoho-codho-cce.

È pure osservabile come i Borgognoni e i Piccardi amavano di sostituire alla acuta desinenza Normanna inila più chiusa e vastaui: pertanto essendosi introdotto l’uso di scrivere e di pronunciareceli(puntualmente il nostroquelli) in luogodicil; ecesti(il nostroquesti) in luogo dicist, questi cotali popoli, per induzione dell’etnica loro pronuncia, dissero e scrissero invececestuieceluivenendo così, non solo a confrontare coi nostricostuiecolui, ma insieme a svegliare il sovvenimento sia delle chiuse profferenzeistusedillus, dai regimi delle quali potevano muovere queste forme anche latinamente, sia della insigne varietà di genti che qui presero antichissima stanza e poterono quindi anche fra noi provocare i medesimi fonetici risultamenti.

Così nei pronomi relativi può essere soggetto di brevi parole che in lingua d’oilkioqui, conservando il valore delquilatino, fu sempre significativo il solo soggetto maschile; ekeoque, recente dalquaematerno, valse unicamente il soggetto femminile, e che soltanto dopo il milledugento cominciò quella mescolanza la quale attribuendo tutto a tutto indistintamente, lasciò poi a noi Italiani ilchea far tanti servigi, quanto lunga opera sarebbe il solo ricordarli distintamente. Ma inoltre in esso Franzese è notevole che regime diretto di questo pronome eracuiocuy(quem, quam, quod), e regime indiretto comune eradont, a valere cioèdi cui(cujus),a cui(cui),da cui(a quo, qua, quo), così singolarmente come pluralmente, e così per l’un genere come per l’altro; dal qual modo prendendo lume di fratellanza i vecchi usi simili del nostrodonodonde, mi pare ancora che si possa fissare il paradigma di questo pronome presso noi in antico come segue:

E non è anche da preterire come questodonde, prediligendo forse per la preposizione anteposta, il caso genitivo, venisse spesso a farsi, nelle lingue neolatine,istrumentale, o ciò che altrimenti direbbesicausativo: di che poi ne uscirono tanti usi tenuti per eleganti presso noi, ai quali non è più chiaro il valore pronominale di questo avverbio, ma che erano però naturalissimi in quel tempo in cui si trovavano volgari tutte le sue nozioni, e nei quali può essere tradotto indi cheodi cuipiù comunemente.

Era pure nell’antico francese una voce, la quale prima fualkesodalques, e valse (secondo opina M.rFallot, che io seguito più da presso)qualche cosa, poi significòqualche poco di cosa, alcun che, da ultimo variamente odun poco, odassai. Per origine una tal voce fu un pronome indeterminato, dappoi si impiegò avverbialmente applicandola per lo più all’aggiuntivo, al modo che diciamo:assai largo, molto bene, ben vasto. Sembrò dunque al ripetuto ch. Fallot che questoalkessi derivasse daaliquid; e però se, applicato a quantità od a misura di cose, valse quanto si è detto, applicato a tempo significò qualche tempo antecedente o susseguente secondo poi portava il discorso. Per quellaquasi generale modificazione che nella Lingua Oytana subirono le sillabe desinenti inl, le vocialkesodalquesdivennero in seguitoaukesodauques, e poi, secondo i dialetti,aques, acque, aike, aikes, aiques, auques, aulquesecc. Vediamone alcuni esempii: — ju ki ne sai aissi cum niant, et ki aikes cuyde savoir. — (Serm. di S. Bernardo), cioè: — io che ne so così come niente, e chequalche cosapenso sapere. — Non sarà però, a quanto io stimo, che il lettore non desideri nella mia traduzione un non so che di più preciso, dovendogli sembrare che l’aikessia meglio indeterminato ed assoluto che non sia il qualche cosa, il quale viene forse a minorar troppo la presumente ed oltraggiosa baldanza del nostro amor proprio. Potrà egli dunque in suo capo prestamente supplire colla voceanche, e tradurre;e che anche penso sapere. Così nella nuova Race, di Fabl. et Cont. l. 37, si legge:

A tant une plainne a veue,Si est auques aseurez.

A tant une plainne a veue,Si est auques aseurez.

A tant une plainne a veue,

Si est auques aseurez.

ossia — allora una pianura ha visto, si è alquanto assicurato, — dove pureauquesè bensì peraliquidodalcun che, ma dove ancora è patente la possibilità di tradurre così:si è assicurato anche. E più innanzi:

Mout ot la dame bon talentDe lui faire auques de ses biens,

Mout ot la dame bon talentDe lui faire auques de ses biens,

Mout ot la dame bon talent

De lui faire auques de ses biens,

cioè: — Molto ebbe la dama buon talento di fargli alquanto de’ suoi beni, — oppure:di fargli anche de’ suoi beni, che è similmente reso con fedeltà e concisione. Da tutto ciò mi pare potersi dedurresenza violenza che quanto da noi si disse della vocealkesoytana possa essere ripetuto altresì della italicaanche, cioè che questa potrebbe venir considerata come un residuo di antico pronome indeterminato, il quale, dal volgarealquis[18]peraliquis, era forsealchiodalcoe che poi divenne, allungandosi e componendosi,alcuno: daaliquaodalquaera per avventuraalca, divenuto poscia pel modo anzidettoalcuna; daaliquidfinalmente fualche, ed indi (ricordando quel di Donato a Terenzio — habet enimnlittera cumlcommunionem) si feceanchetenendo una neutrale significazione, e per questa passando prontamente a far gli ufficii di avverbio. Nè è perciò appunto che di tale sua primigenia nozione non ne conservi qua e colà apparenti gl’indizii, giacchè quando Dante scrisse:

Mettetel sotto ch’io torno per anche....Io direi anche, ma io temo ch’elloNon s’apparecchi a grattarmi la tigna..... . . . . . . . . .io sono Oreste,Passò gridando, ed anche non s’affisse.

Mettetel sotto ch’io torno per anche....Io direi anche, ma io temo ch’elloNon s’apparecchi a grattarmi la tigna..... . . . . . . . . .io sono Oreste,Passò gridando, ed anche non s’affisse.

Mettetel sotto ch’io torno per anche....

Io direi anche, ma io temo ch’ello

Non s’apparecchi a grattarmi la tigna....

. . . . . . . . . .io sono Oreste,

Passò gridando, ed anche non s’affisse.

lasciò, a quanto mi sembra, intravedere nell’anchel’aliquiddal quale usciva, riferito a quantità, a numero od a tempo. E quando Giovanni Villani posee con anche genti venne da Lucca, parve trasponesse la voce a disegno perchè ne trasparissero i primitivi servigi: e quando finalmente Matteo Villani, insistendo sulla frase Dantesca, disse:e avendo i primi mandò per anche, non fece che autorizzaresempre meglio inanchela possibilità dell’accennata derivazione[19].

E poichè siamo su tali pronomi non mancherò di far osservare due cose. La prima chealtrui, e poiautrui, non era nell’antico linguaggio di oil altro che regime indiretto del soggettoaltres, giacchè derivatosi dal latinoalteriusper mezzo di quella facile metatesi che, daalterfacendo altre, daalteriusfacevaaltreiusedaltruius, non poteva avere significazione diversa dalla genitiva. Di più, essendo ristretto così a questo solo servigio, non abbisognava di segnacaso o di articolo, poichè la speciale sua desinenza non lo lasciava confondere cogli altri casi. E da ciò pure si deriva che parimente presso noi non ne abbisogni, dicendosi:le cose altrui, la donna altrui, per dire:le coseola donna d’altri; e che poi, come già vedemmo dimio, tuo, suo, loro, passasse spontaneamente a divenire, sulla forma stessa genitiva del pronome discretivoalter, un vero aggettivo possessivo di persona indeterminata, cosicchèl’altruifu lo stesso che lod’altri, ossiaquello d’altri[20]. La seconda che da alius essa lingua d’oil, cui erano prediletti gli scorti nella pronuncia, fece pure in anticoaledelnel puntuale significato dialtro; dalla quale semplice forma radicale ne vennero similmente franoi le compostealsìperaltresì,altantoperaltrettantoe simili, da ricercarsi ad agio dagli archeofili, a’ quali mi basta colla presente lezione di aver almeno svegliato l’appetito delle ricerche.

Finalmente aggiungerò come il nostro pronome coálitociascheduno, si componga evidentemente diciasche, delladepitettica o intercalare, e del complemento individuante da noi prediletto ne’ pronomi, cioèuno. Dal che poi chiaramente s’induce come noi pure Italiani dalquisquelatino femmo da primaciasche, siccome fecerokaskeocasquegli Oytani, e come indiciascunonon fosse per conseguente che una forma composta di quello che potè essere radicalmente soltantociascoeciascaeciasche, strignendo così sempre meglio i legami che unirono strettamente da prima, e che uniscono tuttavia abbastanza le due più vicine fra le lingue sorelle dell’Europa latina.

Parecchie altre antiche particolarità del linguaggio oytano potrei venire io qui raccogliendo, le quali non tornerebbero per avventura inutili alla storia della lingua nostra volgare e de’ suoi principali dialetti; come sarebbe la formazione dei futuri nel dialetto Borgognone, e l’altra dissimile nel dialetto Normanno, l’uso nei verbi elegante dell’infinito invece dell’imperativo[21], e l’arcaica scrittura di tante parole, dalla quale dipendendo appunto lagermana loro nozione, dipende ancor quella di molte nostre voci tuttavia controverse nella origine, e per conseguenza nella rispettiva loro più vera significazione. Ma stimando di essermi per ora adoperato bastevolmente intorno la utilità di codeste indagini grammaticali ed istoriche, per invogliar pure i miei connazionali allo studio dell’antico francese, tenterò ancora un altro modo, e poi con esso imporrò fine alla mia lezione.

Vorrei cioè persuader loro coll’inducevole argomento degli esempii che questo istesso francese antico, non solo può giovare agli etnografi ed ai filologi, ma può aprire a tutti i nostri scrittori una miniera inesausta di bellezze italiane, le quali essendo da prima comuni alle lingue cognate, ora si sono andate od intralasciando o rimutando così da non aver più libero corso in ammendue le favelle. Vorrei insomma ch’essi stimassero come quella fortuna istessa degl’idiomi, la quale li scompagnò in seguito e li mandò per vie diverse alla gloria, così che lo imitarsi al presente scambievole sarebbe in loro un voler perdere la bellezza individuale acquistata; com’io diceva quell’istessa Fortuna, considerata nel buio del Medio-Evo, ci durò invece ad autorevole testimonio che tanti popoli antichi quanti erano intorno al mille dalle correnti del Reno al flutto che flagella Calpe e Pachimo poteano ben dirsi fratelli, stretti siccom’erano dal potente vincolo del neolatino, elargito loro da Roma, perchè prima v’imparassero a riverire il temuto nome degli Augusti,poscia vi apprendessero ad amare a comune il santo nome di Gesù Cristo.

Ma come potrei io qui far conoscere a’ miei italiani, anche solo per cenno, una parte almeno di quei moltissimi autori, i quali scrivendo:

Versi d’amore e prose di Romanzi

Versi d’amore e prose di Romanzi

Versi d’amore e prose di Romanzi

in lingua d’oil, sono pure tanto istruttivi per noi, quanto certo qualsivoglia di quella onorata schiera di Siculi, a’ quali i Toscani non lasciarono forse altro onore che quello d’essere stati tra i primi trovatori in lingua di sì? Certo che un’opera così lunga non può essere nè del tempo presente, nè del luogo: per la qual cosa non volendo pure ch’essa sia interamente desiderata dall’argomento, cercherò ora di supplirvi in qualche modo collo estrarre dalla Vita che di Luigi IX il Re Santo di Francia scrisse il Signore di Gioinville suo contemporaneo, alcuni fatticelli, i quali possano trovare in sè medesimi compimento, e traducendoli fedelmente, colla giunta di solo quanto basti ad integrarli, rendere per guisa tale ricalcata in nostra lingua l’immagine dell’antica lingua francese.

Se da questo mio fatto ne sorgerà poi nei lettori il giudizio che pure la stretta mia traduzione ricordi la prosa del buon secolo della nostra favella, sia allora finalmente che la lingua d’oil abbia l’amore di molti italiani, e sia che il volgarizzamento, di cui io appena esibisco un indizio, venga condotto a termine da qualcuno, il quale conoscendo intimamente la natura dei due linguaggi, sappia, col rendere fedelmente quello del buon Siniscalco diSciampagna, dare ancora al suo libro quel nativo colore di italica antichità che possa farlo pienamente gradevole agl’intendenti.

Questo stampava io nel 1843, e ponea al seguito della Lezione sei brevi racconti, a maniera di novelle, che furono poscia riprodotti a parte per occasione di nozze. Le suddette Novelline non dispiacquero, e fui eccitato da alcuni amici a compiere la traduzione di tutta la prosa originale del pio e valoroso Barone di Francia. La impresi svogliato, e poi, fattomi innanzi nel lavoro, l’ultimai di buona voglia, ed essa è quella appunto che seguirà qui tutto appresso.

Questo stampava io nel 1843, e ponea al seguito della Lezione sei brevi racconti, a maniera di novelle, che furono poscia riprodotti a parte per occasione di nozze. Le suddette Novelline non dispiacquero, e fui eccitato da alcuni amici a compiere la traduzione di tutta la prosa originale del pio e valoroso Barone di Francia. La impresi svogliato, e poi, fattomi innanzi nel lavoro, l’ultimai di buona voglia, ed essa è quella appunto che seguirà qui tutto appresso.


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