LA DISDETTA.

LA DISDETTA.

La principessa di Roccasciano, sprofondata nella grande poltrona di velluto rosso, con uno scialle avvolto sul petto scarno e una coperta sulle gambe, dopo aver rimescolate lentamente le carte, posò sul tavolo dal tappeto verde il mazzo perchè il cavaliere Fornari lo tagliasse, e ricominciò la solita piccola partita con un'esclamazione di profonda sfiducia.

— È inutile, non ho fortuna!

— Voi siete incontentabile, zia! — rispose il cavaliere, annusando la presa che teneva ancora fra le dita.

— Se non ne azzecco neppur una!... Se perdo da una settimana!... Che ne dici di questo tabacco?

Il cavaliere sospirò fortemente, socchiudendo gli occhi, con una contrazione dei muscoli del viso che finì in uno sternuto:

— Ec...cellente!... In coscienza, però, voi non potete lamentarvi; l'altr'ieri m'avete vuotate le tasche!

— Una volta non fa legge!

Come all'orologio scoccarono le due, la principessa parve in preda ad una inquietudine: guardava tutt'intorno, sbagliava il suo giuoco. Alla scampanellata che risuonò a un tratto:

— Fanny, chi è? — gridò alla cameriera, impaziente.

E mentre il cavaliere salutava i nuovi venuti, il marchese Sanfilippo e il padre Agatino, che si disponevano in giro, la principessa pareva sulle spine, accumulava sviste su sviste, di sotto le carte faceva segni d'intelligenza al marchese e al monaco, che rispondevano con altri piccoli cenni, come per dire:

— Pazienza!

— Che seccatore!

Il cavaliere continuava a giuocare, non accorgendosi di niente.

— Che cos'avete a desinare? — gli domandò il marchese, mandandolo via cogli occhi.

— Io? Nulla! Un filo di spaghetti al sugo, un merluzzo, due cime d'asparagi, una braciuola, mezzo pollo, un pan di Spagna...

La principessa adesso stava a sentire, estatica, cogli occhi luccicanti e la bocca socchiusa, dimenticando le carte nell'ammirazione di quello stomaco fenomenale.

— Come t'invidio! Io non digerisco più!

— Oh, non è che mangi molto! — disse il cavaliere, alzandosi a stento — Mangio come tutti gli altri galantuomini; soltanto pretendo della roba buona. È così difficile, oggi che ogni lavapiatti si dà l'aria d'un cuoco! C'è più del sugo, che è il sugo? Vi fanno invece una risciacquatura da guadagnarci un'indigestione. Voi sapete come si fa, il sugo? Si piglia la conserva di pomidoro...

E, avviato sul suo tema favorito, il cavaliere non trovava più il verso di smettere.

— Basta, per carità! — l'interruppe padre Agatino — Ce lo direte quest'altra volta!

Appena quello fu andato via e la porta gli si richiuse dietro, la conversazione cessò. Intorno al tappeto verde, con un mucchietto di biglietti dinanzi, gli occhi intenti, le faccie infocate, le mani nervose, quei tre rifacevanoi loro conti, ripigliavano la partita interrotta la vigilia, non sapevano più staccarsi dai loro posti. Ma l'uscio di casa Roccasciano non stava mai chiuso dieci minuti di seguito, e ad ogni scampanellata i giuocatori sospendevano la partita, guardando la porta, inquieti. Fanny, la cameriera, non annunziava nessuno, badando a pettinarsi, a lisciarsi, o a scherzare col servitore, col cuoco, con Agostino Giarrusso, il contabile; e la gente, certe volte, andava via stanca di suonare, credendo che la casa fosse deserta. Don Ferdinando, duca di Santa Cita, il cugino della principessa che veniva ogni giorno a desinare da lei dopo che il giuoco lo aveva ridotto povero in canna, scampanellava talmente forte ed a lungo, che tutti i servi correvano ad aprirgli; ma i giuocatori non si prendevano soggezione di lui. Lacero, unto, egli si metteva vicino alla cugina, e gli occhietti grigi gli si accendevano nella faccia scarna, covando i denari, seguendoli ardentemente nel loro peregrinare pel tavolo, dimenticando perfino la sua fame.

Nessuno diceva una parola, da principio. In capo a un quarto d'ora la principessaperdeva la testa, non distingueva più le carte, vedeva partire l'uno dopo l'altro i biglietti che teneva davanti; padre Agatino diventava livido, convulso; il marchese si abbatteva, accusava un forte dolor di capo, tentava di spegnere a furia di grandi bicchieri d'acqua con anice l'arsura che lo tormentava.

Poi cominciavano a lamentarsi, tutti allo stesso modo, di perdere, di perder sempre.

— Questo si chiama spogliar la gente! — esclamava padre Agatino, irritatissimo.

— Dite a me? Non vi basta di portarmi via ogni cosa? Ancora un poco e dichiaro fallimento.

— Se fallirete, è colpa della vostra testa bislacca!

— E la vostra farina il diavolo la fa andare in crusca!

Gli animi si esasperavano; il marchese accusava padre Agatino di rovinarsi con donna Rosalia, la sua ganza; questi metteva in ridicolo la smania delle speculazioni con le quali il marchese minava la sua fortuna.

— Quanto avete guadagnato coi famosi agrumi?

— Gli agrumi sono per terra; ora ho aperta una fabbrica d'agro cotto.

— E domandate dove sono le vostre vincite? La fabbrica se le mangia, col resto.

— E donna Rosalia vi ridurrà in camicia!...

— Ma dunque, son'io che vinco? — chiedeva malinconicamente la principessa. — Da un mese non vedo una carta!

Nondimeno continuavano, fino a sera, al lume delle candele, senza decidersi a smettere.

— Gli ultimi tre giri? — proponeva di tanto in tanto la principessa.

— Gli ultimi.

Finiti quelli, si guardavano in faccia.

— Un altro?

— Un altro.

Così, ogni giorno la principessa andava a desinare un poco più tardi. La sua tavola era sempre apparecchiata con molti posti; ella aveva spesso dei commensali: ora il cavaliere Fornari, ora il marchese, ora qualche altro.

— È una cosa disperante, non ho più appetito!

E si rimpinzava di droghe, di digestivi, mangiava per forza, si levava di tavola piùdisgustata di prima. Invece il duca di Santa Cita diluviava per due, con un appetito insaziabile; restava a tavola a fare il chilo, allentando le cinghie dei calzoni e del panciotto, pel troppo cibo.

La principessa andava a buttarsi un istante sul letto, ma non le davano il tempo di pigliar riposo. Appena notte, cominciava a venir gente: una processione continua di persone di ogni genere: vecchi abituati a prendere il caffè da lei e a sonnacchiare sui divani, lunghi sdraiati, con un sigaro spento fra le labbra: intere famiglie che prendevano posto intorno al tavolo del sette e mezzo, o della tombola, o della bassetta, secondo la stagione, o si sparpagliavano per le vaste sale dell'antico palazzo, come in casa propria, disponendo il modo di passar la sera; e poi certe figure enimmatiche, provinciali, forestieri che nessuno sapeva chi fossero, neppure la padrona di casa, la quale intanto stava sulle spine, annoiandosi al giuoco piccolo, andando di tanto in tanto a dare una capatina nella stanza appartata dove il marchese, padre Agatino, il dottor Felicetta e qualche altro facevano la forte partita a primiera.

— Principessa, non giuocate?

— Come fare, con tutta questa gente...

— Un giro soltanto!

Lei non sapeva resistere alla tentazione, perdeva, tornava in salotto tutta turbata, restava un istante per scomparire nuovamente e ritornare a pigliar posto al tavolo della tombola, nascondendo male la sua contrarietà.

— Non capisco come possiate divertirvi a questo giuoco! — diceva a donna Cecilia Morlieri, mettendosele a fianco.

— Il più bel giuoco è quello a cui si vince!

Come donna Cecilia era in istrettezze, da tanto che s'era divisa dal marito, comperava una sola cartella per volta, non arrischiava mai più di due soldi e lasciava il suo posto appena aveva una vincita, anche minima.

— Il bel giuoco dura poco!

Dall'altro lato del tavolo Giorgio Furleo e la signorina Marco giuocavano in società, ogni sera, da parecchi anni.

— Come sono seccanti! — diceva la baronessa de Fiorio alla vicina, in modo che tutti la sentivano.

— È una cosa che sta malissimo, e se le mie figliuole si permettessero altrettanto, iole piglierei a scapaccioni, dinanzi a chiunque! — rispondeva la Giordano, per fare intendere che le sue ragazze avevano tutt'altra educazione.

Intanto, esse erano circondate da tutti i giovanotti della società. Angiolina, la più piccola, benchè sembrasse ancora una bambina, teneva fronte ai più arditi; Antonietta rispondeva alle occhiate del tenente Costanzo, di nascosto, perchè sua madre non lo trovava un partito abbastanza vantaggioso.

— Se ti vedo ancora attorno quel pezzente!... Uno che non si sa come nasce!...

E andava a mettersi accanto alla marchesa Sanfilippo, alla contessa Vita, alle signore titolate, per prendersela colla padrona di casa:

— Già, la colpa è tutta della principessa. Che rispetto volete che s'abbia, quando si danno certi esempi!... Lei non vive che per il giuoco, il cugino mangia alle sue spalle, chi va e chi viene!...

— Grazie! — diceva il cavaliere Fornari al cameriere, allontanando il vassoio col gesto. — In fatto di liquori, non mi contento che della mia sciartrosa. Oggi, sotto uncartellino fiammante, vi danno un po' d'acqua inzuccherata...

E si voltava a criticare la composizione deimenusdel Grande Albergo con Filippo Mordina, un povero diavolo sul cui viso magro e patito si leggeva la fame.

— Non pensa che a mangiare e a bere! — faceva osservare il professor Quartini al pretore Restivi. — Ma il pretore Restivi, rincantucciato nell'angolo del divano, con la testa reclinata sulla spalliera, dava al suo interlocutore uno sguardo spento, fra le palpebre socchiuse, poi le richiudeva nuovamente e ripigliava il sonno interrotto. Dall'altro lato del divano, don Felice Giordano sonnacchiava anche lui, quando sua moglie veniva a destarlo bruscamente, sul punto di andar via:

— Che modo è questo di stare in società? Dove hai imparato l'educazione?...

A poco a poco la gente se ne andava e le sale restavano vuote, illuminate a giorno, nella notte alta. Nella stanza dei giuocatori le candele finivano di consumarsi, con una fiamma lunga, rossastra, illuminante le faccie gialle o infocate. La principessa trangugiavala terza o la quarta tazza di caffè. Al profondo russare del Restivi rispondeva in cadenza, come un'eco, il ronfo leggiero, inquieto, del cameriere nell'anticamera.

Alla luce del giorno, i guasti prodotti nella casa della principessa apparivano da ogni parte. Sui divani, sulle poltrone, il grasso delle capellature aveva messo delle macchie nerastre nel rosso cupo, nel giallo, nell'azzurro delle stoffe, i cui piccoli strappi andavano allargandosi, scoprendo qua e là la ruvida tela; i tappeti erano costellati di sputacchiature, cosparsi di mozziconi di sigari calpestati, di fiammiferi spenti, di ogni sorta di residui; le dorature delle porte si discrostavano; le tende cadevano a lembi; le seggiole zoppicavano; nell'anticamera i mattoni rotti, distaccati, risuonavano sotto i passi: una rovina lenta e continua.

— Un giorno o l'altro bisognerà rifare ogni cosa!

E chiusa nella sua camera, insieme coll'amministratore, una bella mattina la principessa si occupava finalmente dei suoi affari.

— Avete fatto i conti dellaFalconara?

— Principessa, non ho avuto tempo. Sa che il mio romanzo è cominciato a pubblicarsi nell'appendice dell'Imparziale?

— E le cambiali?

Ma don Peppino, col capo alla letteratura, non sapeva mai la situazione precisa della casa, e chiamava Agostino Giarrusso, il contabile, per esserne informato.

— Le cambiali di Strignoni scadono il mese venturo; quelle della Banca l'altro mese. Si farà un estratto dell'appendice: la principessa deve promettermi di leggerlo, assolutamente!

— Sentite, ho bisogno di denari.

Allora don Peppino lasciò da parte il romanzo.

— Denari? Dove vuole ch'io li prenda? La proprietà è tutta ipotecata, i creditori non si possono tenere a bada, le terre deperiscono per mancanza di migliorie...

— Ma l'anno scorso...

— L'anno scorso? Sa di quanto è cresciutoil passivo, in quest'anno? Di trenta mila lire...

Sotto l'impressione di quelle cifre, la principessa si disturbava, sinceramente contristata dello sperpero della sua fortuna.

— Come si fa, un rimedio...

A un tratto, risuonò il campanello.

— Padre don Agatino — annunziò la cameriera.

Allora la principessa non resse più.

— Fate, fate voi, don Peppino. Vi do carta bianca. Mi raccomando, trovatemi denaro. Scusate, mi aspettano...

— Vendiamo? — proponeva don Peppino trattenendola.

— Sì, sì; fate voi...

— E senta... verrà alla Filodrammatica? Ci sarà una cosuccia mia:La moglie del vedovo, una farsa brillantissima...

Padre Agatino, appena vide comparire la principessa, agitò in aria un fogliolino di carta giallastra.

— Questa volta non può fallire; tre numeri d'oro!

— Sentiamo, sentiamo — disse l'altra, cupidamente ansiosa.

— Otto, quarantadue e sessanta!

La principessa chiamò il duca di Santa Cita perchè andasse a giuocarle i numeri.

— Quant'è la posta?

— Mettici due onze. Si possono vincere trentamila lire?

— Non sapete fare il conto?

— Mi confondo... Trentamila lire, però, sarebbe una bella vincita!... Vinceremo, Ferdinando?...

Don Ferdinando andò a giuocare per conto suo quelle venticinque lire alla Birreria.

— La ricevuta? — chiese più tardi la principessa.

— L'ho messa da parte...

E come la speranza della vincita la riconfortava, ogni traccia di rimorso si dissipava dall'animo suo, e tornava alle carte con lena rinnovellata.

A carnevale, ogni anno, le frequentatrici del palazzo Roccasciano assediavano di preghiere la principessa, perchè aprisse le sue sale a qualche ballo.

— Via, si persuada una volta! — insisteva complimentosamente la signora Giacomina Giordano. — Nessuna casa è adatta più di questa; e poi, sotto la sua direzione, sarebbe assicurata la più splendida riuscita!

Donna Cecilia Morlieri, disgustata, metteva fuori tutto quello che aveva in corpo:

— Ora viene a farti la corte, dopo averti sparlato che peggio non si potrebbe! Scusa, cara Sabina, ma certa gente io non capisco come tu la riceva...

— Perchè?

— Ma perchè questa signora è l'amica di Motta... e tutta la famiglia ci vive su...

— Chiacchiere! — la principessa difendeva la Giordano — Non dare ascolto alle male lingue. D'altronde, se aspettano il ballo, vogliono aspettare un pezzo. Non ho denari, come debbo dirlo?...

— Non ha denari? — borbottava la signora Giacomina vicino alle Valdieri — Sfido io! dopo che sta giuocandosi perfino la camicia che indossa!

— Sicuro! E poi — rispondevano quelle — quando si è in una certa posizione, vi sono degli obblighi. Nostro cugino il conteha dato una festa, a Trapani, che è stata una meraviglia.

— Volete dire che se dovesse stare a ricevere gl'invitati non potrebbe, Dio liberi! toccar le carte per una serata!

— È una vergogna!... Nostra zia la marchesa aveva un abito fatto venire appositamente da Parigi.

— L'ho sempre detto io, che questa non è casa!

Ma come la stagione s'avanzava, la principessa si vedeva, con un sospiro di sollievo, sempre meno gente attorno. Ora lei restava padrona di sè, sicura di non esser disturbata. E al rianimarsi del giuoco, tutti ricominciavano a lagnarsi di perdere, a prendersela con la sorte o ad accusarsi l'uno con l'altro.

Il marchese Sanfilippo l'aveva con padre Agatino, toccava tutti i momenti un corno di ferro che portava appeso alla catenella, contro il mal'occhio.

— Siete un iettatore! Non giuocherò più quando ci siete voi!

— Ma se la disdetta mi perseguita! Perdo da un mese!

Tanto era vero che non sapeva come fare a contentar la Rosalia, che voleva la carrozza il giovedì e la domenica, ora che la musica suonava di sera al giardino pubblico.

— Andate là, viziosaccio! — rispondeva il marchese, che aveva anche lui bisogno di denari per piantar le vigne aiPojeri: non c'era altro prodotto che il vino! e la fabbrica d'agro cotto era lasciata a mezzo.

— Non ho mai un giorno di vena! — si lamentava la principessa con la Morlieri.

A sentire l'eterno ritornello, donna Cecilia parlava chiaro, com'era suo costume:

— Scusa, cara Sabina, ma io direi che sei tu che non potrai vincere mai!... Prima di tutto, non sai giuocare...

La principessa alzava le spalle, ridendo.

— Insegnami tu!

— Secondo, i tuoi compagni, quando possono, senza che tu te ne accorga, dànno una mano alla fortuna...

— Non è vero! È una calunnia.... Sai che diventi cattiva?

— Terzo, finalmente, come tutti i giuocatori, tu sprechi la vincita invece di metterla da parte.

— Non è vero niente; son'io che debbo dirlo! Del resto, non giuocherò più... andrò in campagna, la mia salute ne ha bisogno. Voglio ristabilirmi, voglio restare un paio di mesi senza toccare una carta, per vedere se la disdetta si stancherà. Tu verrai a trovarmi, qualche volta? Non lasciarmi sola...

La solitudine della principessa durava un giorno. Appena stabilita aVilla Oriente, arrivavano i notabili del paese: il sindaco don Delfo, il ricevitore, don Gerolamo il farmacista; subito dopo cominciava il va e vieni degli amici, dei conoscenti, degl'invitati, che si trascinavano dietro altre persone, sicuri di trovare la più larga ospitalità, un posto a tavola e un altro a tavolino. Padre Agatino arrivava il primo di tutti, con una valigia, un sacco da notte, la cappelliera e ogni sorta d'involti e d'involtini; affittava un villino per la Rosalia e prendeva per sè la più bella camera diVilla Oriente, dove andava e veniva a comodo suo. Degli altri, chi restava un giorno, chi una settimana e chi più, a proprio talento. I propositi della principessa svanivano come nebbia al sole;il movimento, la folla l'ubbriacavano, e ricominciava a giuocare, da principio un poco, tanto per far qualche cosa.

— Come si passa il tempo in campagna?

Però padre Agatino cominciava a mormorare:

— Che seccatura!... Se avessi saputo di annoiarmi tanto!...

E come il marchese e qualche altro erano dalla sua, e la principessa non domandava se non di farsi pregare, combinavano la partita, si chiudevano in uno stanzino, non si trovavano più.

— La principessa? Dov'è la principessa?

— A confessarsi con padre Agatino! — diceva ad alta voce la de Fiorio, ridendo sgangheratamente.

— Che sguaiata! Ci si vede ancora la tabaccaia! — osservava una delle Valdieri.

Ma il barone de Fiorio andava dietro alla moglie, come un cagnolino, e si guardava attorno, tutto stupito, quando la società rideva alle sconvenienze di lei.

Padre Agatino, il quale non si curava di tutta quella gente e pensava ad accaparrare compagni pel giuoco, andava a trovare ilvicario, i canonici, tutti i preti del paese, e li invitava aVilla Oriente. La principessa li accoglieva graziosamente, offriva loro il cioccolatte, prometteva di ricamare una tovaglia per l'altare e di far fondere una campana per la chiesa di San Placido; poi si andava a sedere intorno al tavolo verde.

— Tutti i salmi finiscono in gloria! — diceva il barone D'Errando alla società raccolta nel salotto, intanto che la padrona di casa non si vedeva.

— Grazioso! Ben detto! — rispondeva la Giordano che gli aveva messo gli occhi addosso per Antonietta, e lo adulava, lo trovava spiritoso.

Riuniti in molti, parte ospiti della principessa, parte convenuti dalle vicine villeggiature, ai giovani veniva voglia di ballare, e intanto che una delle Valdieri tempestava sul pianoforte, la principessa continuava a giuocar grosso, chiusa nello stanzino con padre Agatino e i compagni.

— Balla con D'Errando! — ingiungeva in un orecchio alla figliuola la Giordano.

— Se non m'invita!

Ma la signora Giacomina se la prendevacol tenente Costanzo, non rispondeva ai suoi saluti, gli voltava le spalle, per fargli intendere che Antonietta non era pane pei suoi denti. Le sue figliuole dovevano maritarsi con dei titolati o dei nobili: per questo lei chiudeva un occhio se il marchesino Bellia scherzava con Angiolina, se il baronello Pace le parlava piano in un angolo, se ballava sempre con lei.

Dopo una di quelle serate, la principessa si levava tardi, con la testa addolorata, la lingua amara, una sfinitezza in tutta la persona. Un giorno, inaspettata, arrivò donna Cecilia Morlieri.

— Cecilia! Come sei buona d'esser venuta! — e la principessa fece uno sforzo per alzarsi dalla poltrona.

— Che cos'hai?... Ti senti male?

— Molto... la testa!...

— Ma come vuoi star bene, chiusa in questa scatola!

Donna Cecilia apriva le imposte, spalancava le persiane, faceva irrompere l'aria e la luce, trascinava l'amica in giardino. Esse percorrevano di su e di giù i viali, lentamente, parlando a voce bassa; la principessasi appoggiava al braccio della compagna; a un tratto si fermò, protestando:

— Ma che giuocare!... Così, un poco, per isvago!... Questo non si chiama giuocare!...

— Ed hai perduto?

— No, nulla.... — rispondeva arrossendo. — Una cosa da nulla...

E, appena rientrate, la principessa chiese:

— È venuto nessuno?

— Sono di là, con padre Agatino — rispose la cameriera.

— Se hai da fare, Sabina, senza cerimonie!...

— Figurati! Niente.

Però era distratta, non le dava ascolto, parlava a sproposito, si alzava, inquieta, andava da una stanza all'altra, finchè non suonava l'ora del pranzo. A tavola, avevano già preso posto padre Agatino, il canonico Giusti, il parroco.

— Siamo in sagrestia? — mormorò donna Cecilia, nel vedere tutte quelle tonache nere.

E scorgendo le faccie rosse di coloro, e gli sguardi e i segni scambiati con la principessa, un risolino le increspò le labbra sottili.

— Ho capito.

Il cugino don Ferdinando, in un angolo, mangiava a due palmenti, silenziosamente, con compunzione, impazientandosi soltanto se la Fanny tardava a recar le portate, intanto che la principessa assaggiava appena le vivande.

— L'aria di campagna non mi ha conferito! Non so più che cosa tentare.

A sera, come padre Agatino e i compagni erano spariti, lei non ebbe più la forza di resistere.

— Permetti, cara Cecilia: io mi ritiro. Ho un dolor di capo da non reggere. Buona notte.

Donna Cecilia scrollava le spalle vedendola allontanarsi.

— Il lupo perde il pelo e non il vizio!

Tornata in città, la principessa trovava che la villeggiatura le era costata un po' cara. Allora rinnovava i propositi di mutar vita, di non giuocar più, di non ricevere più nessuno, tranne qualche amico, gl'intimi,quelli che non avrebbe assolutamente potuto mandar via. Poichè faceva caldo, la sera veniva infatti poca gente; il cavaliere Fornari, padre Agatino, il professore, il pretore Restivi, il marchese e qualcun altro, tanto da combinare un piccolo tavolino di bazzica, a cinque lire la partita, per ammazzare un'oretta.

Il cavaliere Fornari, più ingrassato di prima, aveva sempre una sete inestinguibile, e ad ogni ripresa del giuoco tracannava enormi bicchieri d'acqua ghiacciata, soffiando, sudando come un orciuolo, ripigliando le sue eterne lamentazioni:

— Lasciatemi stare! Ho dovuto mandar via quell'infame del cuoco che mi avvelenava. Non è più possibile trovare chi vi sappia scaldar due fila di vermicelli: o crudi o disfatti, o insipidi o in salamoia!...

Il dottore veniva al suo solito a portar notizie.

— Don Camillo Morlieri è in fin di vita.

— Davvero? Donna Cecilia dovrà esserne molto angustiata!

— Don Camillo ha una bella fortuna!

— Aveva — correggeva il marchese. — Sonovigne, e il vino è per terra. Non vi è che lo zolfo, ora. Chi ha zolfare è ricco.

— Hanno figliuoli? — chiedeva il professore Quartini.

— Che!... di dove cascate? — gli davano sulla voce. — Non sapete che si sono divisi il domani del matrimonio?

— Una testa famosa, quella donna!

La principessa faceva un segno d'assentimento:

— Non ne parlate!

— Don Camillo non vuol lasciarle neanche un soldo; non è vero, pretore?

Il pretore Restivi, sentendosi chiamare, borbottava qualche parola senza senso, e riappoggiava la testa dall'altro lato della poltrona.

— Non si può avere un momento di quiete!

I veri tormenti ricominciavano per lui al sopravvenire dell'inverno e, con esso, della solita folla che la principessa, malgrado i suoi giuramenti, tornava ad accogliere. Con tutte le sale illuminate e piene di gente, non era più possibile trovare un posto dove non esser molestati, e il pretore invidiava il cameriere che, sul lucido cassettone dell'anticamera,sonnacchiava tranquillamente. Egli finiva col pigliar sonno in mezzo al frastuono delle conversazioni, che cessava come per incanto in una silenziosa risata ai primi accordi del suo profondo russare.

Donna Cecilia era spesso della compagnia. Suo marito non aveva voluto morire neanche quella volta, ed ella se ne stava in un angolo a sentire i lamenti dei giuocatori, o le accuse che tutta quella gente, per un verso o per un altro, rivolgeva alla fortuna. Lei non diceva nulla, non si lagnava della sua miseria, arrischiava due soldi al giuoco, e salutava ogni volta con un senso di sodisfazione le sue stanzette dalle vôlte basse come un mezzanino, dalle imposte tarlate, dalle finestre anguste sporgenti sulla corte, esposte alle esalazioni della stalla del proprietario. E prima di andare a letto, ogni sera, apriva il cassetto secreto del suo vecchio armadio a forma di lira, ne traeva il portafogli riposto nell'angolo più profondo e cavava con mano tremante una carta gualcita, dai caratteri ingialliti dal tempo. «Lascio ogni mio avere, tutto incluso e nulla escluso, alla mia cara moglie Cecilia MorlieriSpadafora. — Camillo Morlieri.» E come il rigo seguente portava la data,16 Gennaio 1845, donna Cecilia faceva il conto che, essendo passati quarant'anni dall'unico giorno del suo matrimonio, non aveva da aspettare ancor molto. Quanto al caso che suo marito avesse a lasciare un altro testamento, lei non ci pensava neppure.

— Conosco quel che vale! Non ne farà.

Vedendo la sua casa ridotta a mal partito, la principessa deliberò finalmente un giorno di rifarla da cima a fondo.

— Mi occorrono diecimila lire — disse al suo amministratore.

— Dove vuole ch'io le pigli? — rispose don Peppino, pensando ancora alla farsa, che gli aveva fruttato appena una chiamata.

— Come, non sapete trovare diecimila lire?

— Le trovi lei, se può. Io non mi fido di trovare neanche un soldo. Non sa che gli ultimi denari sono stati presi al quindici?E che Strignoni minaccia un protesto? E che laFalconaraè piena d'ipoteche? E che un giorno o l'altro bisognerà prendere una risoluzione?

Ella restava interdetta, si passava una mano sulla fronte, impressionata, addolorata dalla rivelazione come per una inattesa disgrazia.

— È la sorte che mi perseguita! Voi, caro don Peppino, dovete aiutarmi; mi metto nelle vostre mani; non mi lasciate vendere laFalconara, se no, io sono rovinata.

— Se dipendesse da me!...

Ma don Peppino pensava alla sua rivincita, un gran dramma comePatria!di Sardou:Masuccio, ovveroDio non paga il sabato, in cinque atti; la selva era già pronta, e l'Imparzialeavrebbe pubblicato il testo in appendice....

Il giorno che laFalconara, l'antico feudo di casa Roccasciano, fu messo all'asta, la principessa si mise a piangere, disperatamente, come una bambina. Provava un bisogno irresistibile di sfogare con qualcuno la piena del suo dolore, e andò a buttarsi nelle braccia di donna Cecilia.

— Ah, io sono una donna disgraziata!... Cecilia, Cecilia mia, tu sei la mia sola amica... Come faccio, se tu non m'aiuti!...

Donna Cecilia cercava di calmarla, con belle parole, ma poichè l'altra continuava a singhiozzare, monotonamente, e a chiedere aiuto, lei perdette la pazienza.

— Infine! L'aiuto è che non devi giuocar più!

La principessa la guardò, tutta meravigliata, dietro il velo di lacrime che le offuscava la vista.

— Giuocare io?.. E quando?.. Se ho perfino dimenticato la forma delle carte!

— Quand'è così, buon divertimento!

— Non mi credi?... Non mi crede più nessuno!...

Lei non sapeva che fare, dove dar di capo, nel dissesto che quel grave avvenimento metteva in tutte le sue abitudini. Non giuocando più, davvero, per qualche giorno, cadde ammalata. Intorno al suo letto si succedevano una dopo l'altra tutte le sue conoscenze, a scambiar notizie, a discorrere del più e del meno. La casa restava in balìa dei visitatori; le persone di servizio andavanoe venivano per conto di questi e di quello, del cavaliere Fornari che voleva un po' di bicarbonato, del pretore che mandava a casa a cercare il soprabito, della Giordano che faceva chiamare una carrozzella, del duca che aveva fame; intanto che padre Agatino stava alle vedette, aspettando un giuocatore, disperato di aver dovuto smettere giusto in un periodo di vena, che gli mancava poco per mettere assieme la sommetta chiestagli dalla Rosalia.

— Almeno venisse quella bestia del dottore!

Ma il dottore non veniva; la principessa, che gli aveva una gran fiducia a tavolino, non voleva sentir parlare di lui quand'era ammalata.

— Bisogna che la disgrazia mi perseguiti! — borbottava il monaco.

— Non sapete la disgrazia di quel povero de Fiorio? — venne a dire una sera il Fornari.

— Che gli è successo?

— Gli è successo che sua moglie è scappata via, con un barbiere.

— Ci sarebbe da cavarne un terno — pensò padre Agatino, e si mise a cercareil libro dei numeri. Rivoltando tutte le carte sparse per la casa, guardando in ogni posto, dentro tutte le cassette, non gli riusciva di trovarlo, e poichè gridava e se la pigliava con le persone di servizio, la principessa intervenne:

— Che cosa cercate?

— Cerco la cabala.

Allora lei si fece un po' rossa in viso, cacciò un braccio sotto l'origliere e ne cavò il libro, dove, dacchè era a letto, non potendo meglio, aveva studiato di nascosto ogni combinazione di terni e di cinquine. Come padre Agatino ebbe trovati i suoi numeri lei vi giuocò su dieci lire e cominciò a star meglio.

Infine, laFalconaraera venduta, i creditori più fastidiosi sodisfatti, e lei s'era riservata una porzione della somma, per disporne a modo suo. Ora poteva ripigliare l'antico disegno di rifar la casa, e poichè aveva denari in mano, suo cugino, gli amici, i servi, tutte le persone con cui aveva da fare ne godevano un poco anche loro ed alzavano inni di ringraziamento.

— Che buona signora!

— Che cuor d'oro!

— Meriterebbe davvero miglior sorte!

Donna Cecilia, saputa la nuova della vendita, andò a farle una visita di condoglianze. Trovando l'uscio spalancato, senza che nessuno rispondesse alle sue chiamate, si fece strada da sè dirigendosi verso il salottino dove la sua amica passava la giornata. All'improvvisa apparizione, padre Agatino e la principessa si sollevarono precipitosamente, cercando di nascondere qualche cosa.

— Finalmente, si vede un'anima viva! — esclamò donna Cecilia.

— Sai — rispose la principessa, non ancora rimessasi — c'è il battesimo della bambina del cuoco... e i suoi compagni sono tutti invitati...

Donna Cecilia, vedendo l'imbarazzo di quei due, tentò d'attaccar discorso:

— Non vai in campagna, quest'autunno?

A un tratto s'intese un fruscìo, e di sotto lo scialle che la principessa teneva sulle ginocchia cominciò a precipitare, a cascatelle, un mazzo di carte. La principessa diventò di bragia, e padre Agatino si alzò, sbuffando. Donna Cecilia cercò un pretesto per andar via.

— Buona fortuna!

— Un colpo secco! — le augurò dietro il monaco, raccattando le carte.

La sera venne il dottore:

— Non sapete?... È morto d'un colpo don Camillo Morlieri, e lascia ogni cosa ai nipoti.

Soltanto il giorno dopo il cavaliere Fornari rettificò la notizia:

— I nipoti non hanno testamento. Ce n'è uno solo, del quarantacinque, dove lascia ogni cosa a sua moglie.

Donna Cecilia aveva ora un grande quartiere nel palazzo Bellavia, con ogni sorta di comodità e una disposizione invidiabile; è vero che dalla parte del cortile venivano ancora le esalazioni della stalla, ma non le davano più fastidio perchè erano quelle dei cavalli suoi proprii.

Tutta la giornata le bastava appena per occuparsi dei suoi affari, che richiedevano una vigilanza continua; la sera, qualche volta, andava dalla principessa. Questa, orache sapeva donna Cecilia ricca, pretendeva che anche lei facesse la partita.

— Andiamo, non esser tanto avara! Cosa vuoi farne dei tuoi quattrini?

Era come dire al muro. Se qualche volta donna Cecilia, trovandosi di buon umore, arrischiava una lira, sia che vincesse o perdesse lasciava subito il suo posto.

La principessa non poteva tollerar questo: se la vedeva perdere le offriva insistentemente la rivincita, se la vedeva vincere diventava intrattabile.

— Non è modo, lasciare il giuoco quando gli altri perdono!

— Piglia l'amico tuo col vizio suo! — sentenziava donna Cecilia. — Cara mia, dopo aver giuocato, bisogna bene che io restituisca i denari a chi me li ha prestati.

— A chi?

— Alla tasca!

La principessa finiva per irritarsi sordamente contro donna Cecilia; la loro amicizia si raffreddava.

— Guardate che aria! Come se quella fortuna fosse opera propria! Che ci ha messo lei, del suo?

Per questo donna Cecilia preferiva venire al palazzo Roccasciano quando c'era molta gente, e si poteva passar la serata altrimenti che a guardare le faccie gialle dei giuocatori intorno al tavolo verde. Ora non la lasciavano più sola, in un angolo, come quand'era povera; avea invece sempre qualcuno attorno, a dirle delle cortesie, a occuparsi premurosamente di lei, sperando di strapparle qualche cosa, un pranzo, una passeggiata in carrozza.

Le Valdieri, colle vesti di due anni fa e i guanti lavati, continuavano a citare la parentela: «Mio zio il principe!... mia cugina la duchessa!...» e sospiravano a ogni annunzio di matrimonio.

— Aria e tupè, ma denari non ce n'è! — borbottava donna Cecilia.

Il cavaliere Fornari, ridotto a non potersi più muovere, minacciato di morire col grasso al cuore, veniva a buttarsi pesantemente sul divano, facendo gemerne le molle, ricominciando le sue eterne geremiadi sui cucinieri che gli rovinavano la salute.

— È una disdetta! Tutti guatteri, signora, mi creda: tutti guatteri infami.

La Giordano, dopo un lungo manovrare, appena la vedeva sola, andava a mettersele al fianco, per chiederle se il tale era nobile o se il tal'altro apparteneva a una famigliadistinta. Dall'altro lato del salone Giorgio Furleo e la signorina Marco giuocavano ancora in società, come cinque anni prima, lui aspettando sempre la promozione: e se la pigliavano con la sorte! Si vedeva ancora quel giovanotto Mordina che non si sapeva bene come non fosse ancora morto, tanto era malandato — e andava raccomandandosi alla gente, in cerca di un posto da lavorare! Da parte sua il barone de Fiorio portava in giro la sua inconsolabile malinconia, dopo che la moglie lo aveva piantato pel barbiere.

— Povero diavolo! Un vero cane senza padrone! — Tutti lo compiangevano.

— Chi d'un asino ne fa un mulo, il primo calcio è il suo! — rispondeva donna Cecilia, alzando le spalle — Perchè ha sposato una tabaccaia?

E il pretore Restivi smaniava ancora per non trovare riposo sulla poltrona ammaccata, invece di andare a dormire a casa, e i giuocatori si lagnavano sempre di perdere:la principessa che si lasciava rubare, padre Agatino che si rovinava con la ganza, il marchese che sentenziava: «Gli zolfi sono finiti; non ci sono altro che gli olii; io ho piantato un oliveto!»

Poi, come all'annunzio di un grosso terno vinto dal Fornari, che era straricco, la principessa esclamava:

— A chi sorte e a chi sporte!

— La sorte è di chi se la fa — rispose donna Cecilia, indispettita.

Ora, come i nodi si aggruppavano sempre più intorno al pettine, la casa Roccasciano era molto meno affollata di prima. La principessa andava peggio con lo stomaco ed era ridotta a non lasciar più la poltrona. Il circolo dei compagni di giuoco si assottigliava continuamente, ed ella restava lunghe ore sola con un cuscino sulle ginocchia e le carte in mano, a disporle in varie guise, a file, a mucchietti, per ingannare il tempo.

Appena arrivava il duca di Santa Cita, leise lo faceva seder di fronte e gli proponeva di fare una partita.

— Ma io non ho un soldo!

— Eccoti cinque lire.

Non le importava se, vincendo, vinceva i suoi proprii denari: lei non sapeva far altro che giuocare; ed aspettava impazientemente la sera, quando venivano ancora parecchi, padre Agatino fra gli altri, a disputarsi con accanimento, dinanzi al tavolo verde, gli avanzi della sua fortuna. Se non fosse stato per costoro, la principessa non avrebbe saputo più nulla di quello che accadeva per il mondo.

— Non sapete? — venne a dirle il marchese una sera — Donna Cecilia si marita!

— Sul serio? — chiese lei, curiosamente.

— Sul seriissimo. Dopo quarant'anni di senno, ha perduto il lume degli occhi per un paio di baffi. Si marita col barone D'Errando.

— Quanti anni ha?

— Lui? Trenta.

— E lei cinquantasette.

Padre Agatino e la principessa si guardarono.

— C'è già l'ambo. E settanta, matrimonio.

I numeri non venivano fuori, invece le citazioni dei creditori continuavano ad ammonticchiarsi sul tavolo di don Peppino, che pensava ad un racconto per l'Imparziale, che ilCommercioavrebbe poi riprodotto. Così cominciò a parlarsi dell'espropriazione del palazzo Roccasciano.

Giusto, la principessa andava sempre peggiorando e non riusciva più a levarsi di letto. Ella voleva fare un voto alla Madonna del Carmine, cercava una penitenza molto grave da infliggersi, perchè la Bella Madre ne la rimeritasse, facendole ricuperar la salute.

— Ecco, io non giuocherò più il venerdì; non toccherò neppure una carta col dito!

Il venerdì, come padre Agatino e il marchese volevano giuocare, ella chiedeva che almeno si mettessero vicino, in modo da poter seguire le vicende della partita. Ai bei colpi, alle vincite replicate, gli sguardi smorti sul viso scarnito le si accendevano, le braccia magre si districavano di sotto il monte delle coperte, annaspando verso le carte.

— Un giro... un giro soltanto...

Si abbatteva ancora di più, ricascava sfinitasugli origlieri roventi, rifiutava le medicine per grandi bicchieri d'acqua che non riuscivano a spegnere la sua sete ardente.

Nessuno fra quelli che si erano divertiti per tanto tempo a sue spese veniva ora a trovarla; suo nipote Fornari non poteva più salir le scale e solo la Giordano continuava a trascinarsi dietro le figliuole e suo marito don Felice, per dire che era stata dallaprincipessae per pigliarsela con la Morlieri che, a darle retta, aveva rubato D'Errando a sua figlia Antonietta.

— Ma il barone se l'è presa per i denari, e glie ne fa vedere di tutti i colori, e la picchia perchè vuol far lui da padrone. Bene le sta! Bisognava sentirla sentenziare: «La sorte è di chi se la fa!» La sua se l'è fatta lei, non c'è che dire!...

La principessa non ascoltava più quelle chiacchiere e si lagnava, sordamente.

Il medico, qualche giorno dopo, disse al duca che non c'era più niente da fare, altro che pensare all'anima.

— Sia fatta la volontà di Dio! — rispose la principessa quando l'avvertirono; ma lei si sentiva un po' meglio.

Mentre padre Agatino e il marchese facevano la partita, nell'altra stanza, e il pretore Restivi russava sulla poltrona, la principessa chiamò la cameriera, si fece sollevare sopra un monte di cuscini e chiese un mazzo di carte.

— Vostra Eccellenza che cosa fa mai!...

— Mi sento meglio, Fanny... voglio svagarmi... A che giuoco sai giuocare?

— Eccellenza...

— Alla scopa?

— Un poco, Eccellenza...

E incominciarono la partita. A un tratto i brevi rintocchi di una campanella risuonarono in lontananza: si avvicinarono, sembrarono estinguersi sotto il portone, ripigliarono più squillanti per le scale insieme con uno scalpiccio di passi, togliendo i giuocatori dal loro tavolino, facendo accorrere i servi e rabbrividire la principessa in fondo al suo letto, su cui il mazzo delle carte si sparpagliava, riversandosi da tutte le parti...

Per qualche giorno ancora l'ammalata subì alternative di migliorie e di peggioramenti. Ora non parlava quasi più e restava a lungo assopita in profondi letarghi. Fanny chela vegliava ne profittava per andare a far toletta; padre Agatino e il marchese nella stanza accanto, per riprender la partita. Giusto padre Agatino perdeva, da più giorni, costantemente, e doveva già qualche migliaio di lire al suo compagno. Mutava di posto, faceva le corna al mazzo di carte, per rompere la disdetta, ma inutilmente.

— Io non giuocherò più con voi! — gridava esasperato.

— Ma chi vince? — disse il marchese — Io non rientro ancora nel mio! — E andò via perchè aveva un convegno con l'ingegnere per la condotta in città dell'acqua delleSettefonti: questa volta l'impresa era d'esito certo.

Padre Agatino passò dalla principessa. Dal fondo del suo letto, lei volgeva lunghi sguardi nella solitudine dello stanzone, e appena vide il monaco si agitò, come volendo dire qualche cosa.

— Come vi sentite?

— Meglio... meglio... — rispose con un filo di voce.

— Siete svegliata da un pezzo?... Perchè non avete chiamato?... Volete nulla?...

Gli sguardi della principessa si rivolsero verso il comodino. Padre Agatino ne aprì la cassetta e ne cavò un mazzo di carte.

— Questo?... Giuochiamo?...

— Sì, un poco... aiutatemi a sollevarmi.

— E i gettoni?

— Lì, pigliate quelle pasticche.

— Quanto valgono?

— ... Cinque lire...

E cominciarono a giuocare. La principessa perdeva, perdeva, perdeva; tutte le sue pasticche passavano al suo compagno, una dopo l'altra, con brevissime soste. Gli occhi di lei luccicavano, le guancie si accendevano di riflessi di fuoco, i polsi e le tempie battevano violentemente, tutta la persona tremava.

Padre Agatino fece nuovamente carte. La principessa, che ebbe un quattro, interrogò il compagno collo sguardo, esitante.

— Do carte — disse quello.

— Carte...

La principessa coprì la nuova carta con l'altra, che ritirò lentissimamente.

— Nove! — disse scoprendo il suo giuoco.

— Nove! — rispose padre Agatino, mostrando il suo.

— Che... disdetta!... — E ricadde pesantemente, cogli occhi sbarrati.

Padre Agatino chiamò gente, irritatissimo. Avrebbe dovuto vincere qualche centinaio di lire e gli restava soltanto un po' di zucchero in mano.


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