LA MALANOVA.
Don Antonino stava accosto al palazzo del marchese Motta, per tener d'occhio la sua proprietà — dicevano le male lingue — e vedere se Raffaele, il cocchiere, gli portava via la paglia da rivendersi alla fiera del lunedì. Ma i vicini parlavano a quel modo perchè l'invidia li rodeva vivi, e non potevano soffrire che il negozio di don Antonino facesse affari d'oro; tanto è vero che c'era un cartello nuovo, lungo una canna, con lo scritto:Sarto di donna: una galanteria!
— Già, io son fratello del marchese; anzi il vero marchese sono io; egli è nato dopo di me.
Infatti, era ancora vestito di nero, per rispetto alla sant'anima del marchese vecchio, che era stato un vero signore e aveva sempre tenuto tavola apparecchiata e sei cavalliin istalla. Non come quel baccalà del figliuolo, un sangue di pesce, con tutti i malanni addosso e frattanto sempre con la testa a ballerine e commedianti! Quasi non gli bastassero tutte quelle ciabatte, manteneva anche del suo la famiglia di una certa signora Giacomina, che gli succhiava il sangue delle vene! Per questo la casa andava a rotta di collo e ci sarebbe stato bisogno d'una mano ferma e d'un pronto rimedio. Cominciamo che quella vergogna di due sperticati in istalla non poteva durare, e un sotto-cuoco era più necessario del pane; l'avevano perfino i Marozzi! gente che se gli appalti non gli andavano bene, avrebbe data ancora la caccia al centesimino! E poi, quello non era il modo di educare i ragazzi: tutto il giorno nella corte, a giuocare col mozzo di stalla! Bisognava mandarli fuori regno, da quei figli di signori che erano. E la marchesa?... Era vita la sua?... con la gente che cominciava a ciarlare, ed a ragione?...
— Basta!... se la mia mala sorte non mi avesse fatto nascere illegittimo, mi sarebbe bastato l'animo di raddrizzar questa casa e di farla andare pel suo verso. Ma santoe santissimo non so chi! il marchese deve mettersi in capo di pensare a me, e glie lo ha raccomandato nostro padre, in punto di morte; che se non fosse morto d'accidente, cent'onze l'anno non me le avrebbe levate nessuno!
Però sua moglie donna Mena non credeva a tutte queste storie dell'eredità:
— Giusto! Il marchese vorrà rammentarsi di voi, con tanti creditori che non lo lasciano rifiatare! Pensate al negozio, piuttosto, che vi dà il pane, e a vostra figlia che è cresciuta, sia lodato Dio! e un giorno o l'altro dovrete maritarla.
Don Antonino alzava la voce, perchè lui non voleva rotta la testa con tutte queste seccature.
— Alla Nunziata un partito non può mancare, e nel vicinato sanno di chi è figlia e di chi non è figlia! La sua dote lei l'avrà meglio d'un'altra, senza bisogno di pungersi le dita!
Donna Mena abbassava la testa sul cucito, per non fargli attaccar lite, e si metteva a piangere silenziosamente, perchè tutte quelle storie di marchesati e di ricchezze guastavano la testa alla ragazza, che non voleva piùscendere in bottega. Gli affari, poi, non andavano così bene come dava a intender suo marito, e invece di una lavorante che costava un occhio del capo, la Nunziata avrebbe potuto dare una mano. Ma se ne parlava a don Antonino, pover'a lei! le toccavano male parole: che la ragazza non aveva bisogno di sciupare la sua salute, che lui c'era per questo! Frattanto egli se ne stava tutto il santo giorno seduto sulla soglia della bottega, col forbicione in mano, a tagliuzzare modelli vecchi, o a ritagliare i figurini dell'altr'anno, disturbando le lavoranti con le sue chiacchiere, o facendo fermare i passanti di sua conoscenza, attaccando discorsi che non finivano più. Quando c'era bisogno di fare una commissione, o di pigliare le ordinazioni dalle pratiche, o di comperare i finimenti, restava fuori un'intera giornata, preferendo di spasseggiarsela pel corso, squadrando la gente, come un marchese, e se incontrava Raffaele sulbrecchidel marchese vero, vi montava su volentieri: non era per niente fratello del padrone, almeno si faceva scarrozzare franco e i vicini crepavano d'invidia.
Ma donna Michela, la vedova che stava a due passi, invidia non ne provava, per quella gente, e in carrozza a quel modo non ci sarebbe andata, neanche se l'avessero fatta regina.
— Poveri, ma onorati! — diceva, assestando le dodici chicchere di porcellana sul canterano di noce lucido — e questa grazia di Dio nessuno può rinfacciarmela!
Ripeteva spesso così, per amore di suo figlio Concetto, il quale s'era messo a passeggiare sotto la finestra della Nunziata, la figliuola di don Antonino. Concetto da quell'orecchio non ci sentiva, e andava e veniva ogni momento per vedere la ragazza che ricamava con le dita più bianche della tela; tanto che il principale di lui cominciava a lagnarsi:
— Badate: che vostro figlio non ha più la testa a posto come prima!
Giusto, la cosa venne all'orecchio di don Antonino, che per miracolo di Dio non fece un massacro.
— Come? quel pezzo di carnevale ha il viso di alzar gli occhi sopra mia figlia? Sangue di non so chi, se non finisce la commedia l'accompagno a pedate al suo paese pezzente!
Poi se la pigliava con le lavoranti:
— Già, la colpa è di voialtre ciabatte, che mi mangiate il pane a tradimento. Se un'altra volta non m'avvertite, vi piglio per un piede e vi butto fuori.
Donna Mena, a quelle sfuriate, si metteva a piangere peggio di prima, perchè un partito come Concetto, che fra poco avrebbe messo su bottega da sè, sua figlia non lo avrebbe mai più trovato; e le lavoranti minacciavano di andarsene, che, Dio liberi! quello non era il modo di parlare a ragazze oneste.
Invece, quando non era in casa a gridare e a minacciare, don Antonino se ne andava col cocchiere o col cameriere del marchese, a ragionar di ricchezze, e aveva la testa all'eredità, intanto che il negozio andava di male in peggio e la Nunziata stava tutto il tempo alla finestra, a far gli occhi dolci ai passanti.
— Almeno, diteglielo a vostra figlia di dare una mano nella sartoria, ora che due lavoranti bisogna congedarle!
La ragazza, come intese quel discorso, posò da un canto il ricamo di bianco che faceva per isvago, e rispose:
— Se volete che vi dia una mano, compratemi un'altra macchina; che io scenda a lavorare in bottega potete levarvelo dal capo.
Nunziata aveva ragione, ci voleva un'altra macchina; così lei avrebbe potuto lavorare su in camera, da signora, senza confondersi con le operaie, e la bisogna sarebbe stata spedita più presto.
— Ma andiamo che io non ho dove pigliar le vent'onze, e quella bestia del macchinista non mi vuol far credito!
Donna Mena pensò allora di farsi prestare la somma occorrente dalla vicina donna Michela, che non avrebbe negato quel piccolo favore, per amor del figliuolo. Non ne disse però niente al marito: se no, Dio ne scansi, poteva finir male.
Donna Michela, come la vide spuntare, voleva chiuderle l'uscio in faccia; ma sentendo perchè veniva, si aggiustò le cocche del fazzoletto che portava in testa, e stirò con le mani il grembiale, dalla sodisfazione di vedersi dinanzi, così umiliata, la vicina. Ma vent'onze, com'è vero Dio, non le metteva fuori; per quella gente, poi!
— Cara vicina mia, i tempi sono scarsi, credetelo, ed io non ho potuto neanche rifare i materassi di mio figlio Concetto, che è un figliuolo d'oro. E poi vent'onze son quattrini, e non si trovano spazzando per terra.
— Mi bisognerebbero per comprare la macchina alla Nunziata, che ha le mani fatate, e lavora da sera a mattina. I denari, non dubitate, li riavreste per Ognissanti....
— Credetemi, vicina, se avessi potuto, oh, con tutto il cuore!...
Donna Mena se ne andò via afflitta e sconsolata, con le mani vuote com'era venuta. Ma quando tornò a casa Concetto, e seppe della domanda dei vicini e della negativa di sua madre, si fece bianco e rosso in viso, perchè lui avrebbe voluto che si fossero date le vent'onze.
— Oggi a te, domani a me; se non ci aiutiamo l'uno con l'altro...
— Ho i miei guai!
— A Ognissanti le avrebbero restituite. Voi che paura avete? È gente onorata...
A queste parole, donna Michela non stette più alle mosse.
— Gente onorata, quel bastardo che conta i giorni di suo fratello?.. Gente onorata, quel don Antonino, che alleva la figliuola per farne una...
— Mamma, non parlate così! — disse lui con la voce grossa, facendosi brutto e dando un pugno tanto forte sul canterano che le chicchere si misero a ballare.
Poi le tenne il broncio: non voleva più mangiare, e le parole bisognava strappargliele di bocca, una dopo l'altra. Donna Michela, che gli voleva bene più della pupilla degli occhi, non poteva rassegnarsi a vederselo dinanzi a quel modo.
— Almeno ce ne restassero riconoscenti! Ma sono più superbi di Lucifero...
— Voi che ne sapete? Sono venuti a chiedervi un favore e li avete mandati via come cani.
— Allora... sia fatta la tua volontà!.. Ma io non voglio veder nessuno, qui in casa; e cotesti cristiani non mi piace di averli neanche per compagni di processione.
— Andrò io da loro — s'affrettò a rispondere Concetto, a cui non pareva vero di veder la Nunziata da vicino; e per questo si mise l'abito delle feste.
— Almeno, aggiusta bene gl'interessi! — gli raccomandò donna Michela, quand'egli era già nella via.
Come donna Mena vide comparire Concetto dietro lo sporto, non seppe più a che santo raccomandarsi, perchè se scendeva suo marito voleva succedere un guaio. Ma lui non le dette il tempo:
— Mi manda la mamma — disse subito — con le vent'onze; che se non ci aiutiamo l'uno coll'altro...
— Oh che brava persona voi siete!... L'avevo detto io, che la comare Michela era una buona vicina! Accomodatevi; io chiamo subito mio marito. — Ma egli aveva soggezione delle lavoranti, che non gli levavano gli occhi di dosso.
Don Antonino stava buttato sul letto, rosicchiando due fave arrosto; e appena intese che giù c'era Concetto, si rizzò, sbraitando che gli voleva rompere le mascelle; ma quando sua moglie gli ebbe spiegato che quello portava i quattrini, si chetò, borbottando:
— Vent'onze! Valeva la pena, per una simile miseria!..
Nondimeno scese giù, in maniche di camiciacome si trovava, e tendendo a Concetto un pugno di fave, gli disse:
— Ne volete, amico?
Concetto ne prese una, per mostrar di gradire; ma la mise in tasca, che non avrebbe voluto farsi trovar mangiando, se scendeva la Nunziata. Don Antonino aggiunse:
— Ho inteso l'affare del prestito; ora vi faccio la ricevuta, in piena regola.
— Ma non occorre, signor don Antonino... Fra galantuomini!..
— No, no; patti chiari e amicizia lunga: questo è il mio costume.
— La chiamo, la Nunziata? — gli domandò sottovoce donna Mena, mentre egli scriveva sopra una fattura della sartoria, al tavolone da stirare.
— Se non vai via, ti piglio a calci — rispose ad alta voce don Antonino.
Così Concetto se ne andò con la ricevuta in tasca, come un cane bastonato; che non gli avevano neanche detto grazie e della ragazza non ne aveva saputa nè nuova nè vecchia.
Ora che aveva la macchina, la Nunziata non trovava più le difficoltà di prima a scender nella sartoria, ci stava invece volentieri, e si occupava un po' a orlare qualche dozzina di fazzoletti di battista, un po' a cucire una camicia, pel suo corredo: che un giorno o l'altro ci si doveva pensare! — diceva don Antonino. Ella aveva sempre un monte di biancheria fra le gambe, e la bottega era piena del tic-tic degli aghi che salivano e scendevano precipitosamente. Don Antonino faceva spese, col credito che gli era tornato dopo che il marchese era grave e aveva fatto testamento, con un bel lascito per lui: lo aveva anche assicurato Domenico, il cameriere. Per questo egli andava chiedendo a chi due onze e a chi cinque, chè a contare a lire gli pareva d'essere un pezzente; s'era anche vestito a nuovo, portava il cappello di traverso, e la pancia gli scoppiava, come a un vero marchese.
Donna Mena si raccomandava alla Madonna, perchè aveva un cuor nero e prevedevaqualche disgrazia. I debiti che don Antonino faceva con la speranza dell'eredità sarebbero stati niente, senza il pensiero della Nunziata, che ora restava tutto il giorno dietro lo sporto, guardando i giovanotti che passavano, e dava un occhio alla macchina e un altro alla via.
— Tu, figliuola mia, non badare a chi passa!...
— Che intendete dire? — saltava su la ragazza. — Di che v'impacciate? M'avete voluta nella bottega? Ora che cosa pretendete?
— La Madonna della Grazia deve farmela maritar presto — pregava donna Mena — se no, finisce male.
O che aveva parlato col diavolo? Giusto un dopopranzo, che don Antonino era andato in campagna, con certi suoi amici, e lei s'era appisolata un momento, quando si svegliò: chiama la Nunziata, cerca la Nunziata... la ragazza non c'era più!
Donna Mena gettò un grido e perdette i sensi.
Più tardi rincasò don Antonino, briaco da non reggersi ritto, e al rumore ch'egli fece donna Mena rinvenne:
— Ah figliuola, e dove sei!.. Ah figliuola, e che mai facesti!..
— È stato il cavaliere Bardella... — biascicò don Antonino, cercando il letto, all'oscuro — me l'ha detto il portinaio del marchese...
— E voi che state a fare? Perchè non correte, perchè non cercate il vostro proprio sangue? Scellerato!.. — Donna Mena si sentiva adesso il coraggio d'un leone.
— Ehi, malanova!.. ho i miei guai!.. — rispose don Antonino, buttandosi come morto sul letto.
I guai erano i creditori, che cominciavano a perder la pazienza, e don Lisi il calzolaio, il quale doveva avere dieci onze, gli aveva mandato a dire che se non lo pagava gli avrebbe rotto le corna. Il marchese, intanto, era più di là che di qua, ma non voleva ancora crepare!..
Donna Mena restò tutta la notte in piedi, aspettando la figliuola, affacciandosi alla finestra, aprendo la porta al più piccolo rumore, disperandosi, strappandosi i capelli e facendo voti alla Bella Madre; mentre suo marito sbuffava e borbottava continuamente,vomitando il vino bevuto. Il domani egli si sentiva malato e non si levò; ma donna Mena, sulle spine peggio di prima, correva dalla moglie del cocchiere, dal portinaio, raccomandandosi che l'aiutassero a trovar la figliuola.
— Considerate il cuore di madre, comare!.. compare!..
Il giorno dopo, infatti, la moglie di Domenico le ricondusse la ragazza, che le si buttò ai piedi, e tutt'e due si misero a piangere come fontane.
— Ho paura del babbo!.. — disse la Nunziata, asciugandosi gli occhi col grembiale.
— È fuori, ma non può tardare — rispose donna Mena, che aveva più paura di lei.
Don Antonino rientrò di lì a poco, e neanche s'accorse della figliuola rincantucciata dietro lo scaffale, perchè nella notte il marchese era stato male e non avrebbe passata la giornata, assicurava il medico.
— Ora possono finire i miei guai!.. Se mio fratello mi lascia duecent'onze, con cento mi levo i debiti e ne avanza per la saccoccia;con le altre cento c'è la dote di Nunziata. Ma che cosa sono duecento onze, per un fratello?.. Quattrocento, potrebbe lasciarmene, e magari!.. Allora sì che cambio di stato!..
Donna Mena non fiatava, ringraziava in cuor suo tutti i santi del paradiso, non parendole vero che si sfogasse con l'eredità.
Ma il peggio fu il giorno dopo, che nella notte il marchese era spirato, e c'era il portone chiuso, con tutti i parenti dentro per leggere il testamento, dove si parlò di tutti fuorchè di don Antonino.
— Ah, razza di ladri infami e di porci svergognati! — egli andava gridando, diventato una bestia. — Tale il padre, tale il figlio: tutti gesuiti e cornuti!.. E una lira il giorno a Domenico... che gli faceva quel servizio!.. E un legato a quella ciabattaccia di donna Giacomina!.. Ah, che non so chi mi tenga dal gridare in piazza tutte le vergogne di questa casa: che sua moglie se la dice col cavaliere Bardella, e l'ultimo figliuolo l'ha fatto con lui, ed è gravida!.. Bah! bah! — e si tappava la bocca — santa pazienza, aiutami tu!.. Ma i suoi bastardinon avranno un'ora di bene, e le ricchezze gli hanno da tornare in veleno...
Afferrato il forbicione col pugno nodoso, dava adesso gran colpi sul tavolone da stirare, sforacchiandolo tutto.
— Razza di ladri che mi ruba e mi spoglia! — riprendeva, più forte. — Ma non importa: povero e onorato, e simili porcherie in casa mia...
Allora, come vide la Nunziata accovacciata nel suo cantuccio, buttò per terra il forbicione:
— Ah, sei tornata? — E le si avventò addosso, dandole un calcio nella pancia.
Poi se ne andò alla taverna, a bere alla faccia del morto.
Da quel giorno cominciò una vita d'inferno. Don Antonino aveva preso amore al vino, e s'ubbriacava mattina e sera, ragionando di ricchezze nelle bettole, che a dargli ascolto le gioie di Sant'Agata erano un bel niente. Quando tornava a casa non facevache gridare, strepitare e dir male parole. Ora se la prendeva più spesso con la figliuola, quasi per farle scontare tutti i vezzi e le carezze fattele prima. La ragazza, che era stata allevata senza rispetto pei genitori, gli rispondeva; allora piovevano le legnate, e se donna Mena tentava di separarli, piangendo e pregando, ne toccava anche lei. Con questo, c'erano i guai dei debiti, che s'erano fatti grossi, e lavoro non ne veniva quasi più.
Donna Michela cominciava a perder la speranza di riavere il suo, e ne rimproverava il figliuolo, per levargli la Nunziata dalla testa.
— Hai visto che m'hai fatto fare? Si son mangiate le vent'onze, alla faccia nostra, e ora puoi andarle a riscuoterle al banco di Londra!
— Voi che ne sapete, se vi pagheranno o pur no?
— E tu confortati con la speranza! Chi vuoi che ti paghi? quell'ubbriacone di don Antonino, o quella piagnucolosa di sua moglie? Sarebbe più facile che ti pagasse l'altra poco di buono della figliuola!
Concetto stava zitto, per non risponder male alla mamma, ma lui aveva sempre il capo alla Nunziata; anzi, dopo le chiacchiere della gente, gli pareva più pietosa, povera creatura!
Così, scaduto il debito, lui rimise l'abito delle feste, e andò alla sartoria di don Antonino, il quale, appena lo vide spuntare, si alzò a precipizio, per aprirgli:
— Compare, come state? È tanto che non ci si vede!.. Accomodatevi, compare... Ma dei vecchi amici noi non ce ne scordiamo, e voi dovreste onorarci più spesso! Anche ieri si è parlato di voi, in famiglia... Questa è mia figlia Nunziata, una ragazza che vale tant'oro quanto pesa...
Concetto era rosso in faccia come un papavero, dalla soggezione e dalla contentezza di vedersi accanto alla ragazza, che ogni tanto alzava su di lui i suoi grandi occhi cilestri.
— Porta una bottiglia di vino — disse don Antonino a sua moglie, e non la finiva più coi complimenti, tanto che a Concetto non bastò l'animo di parlare del credito e se ne andò via come camminando sulle nuvole.
— Don Antonino è pronto a pagare, ha domandato soltanto un po' di tempo — diede a intendere a sua madre.
E da quel momento, appena usciva dal negozio del suo principale, andava alla sartoria, dove gli facevano sempre una festa, e cominciava a pigliar confidenza con la Nunziata.
Donna Michela, vedendo che le cose si mettevano male, pensò che non c'era altro rimedio fuorchè quello di dargli moglie.
— A questo non ci ho mai pensato — rispose Concetto; — ma se voi dite così, io voglio la figliuola di don Antonino.
— Dio ne scampi! — gridò donna Michela. — E hai il coraggio di parlarmene? E non sai che quegli svergognati mi avrebbero pestata sotto i piedi, dalla superbia, quando avevano la speranza dell'eredità? E non ti basta quello che ci fanno vedere col credito? Le vent'onze saranno perdute, tutte sante e benedette! ma che anche te debba pigliarmi, quell'ultimo rifiuto di?...
— Mamma, lo sapete che non è vero!
— Come, non è vero? Se lo sanno i cani e i gatti! Padre, Figliuolo e Spirito Santo, questo ragazzo è stregato!
Concetto pareva proprio stregato e passava tutta la giornata alla sartoria, trascurando il lavoro per starsene accanto alla sua gioia, con tale dimestichezza che donna Mena si sentiva sulle spine, perchè ancora non si parlava di matrimonio.
Giusto, una domenica che marito e moglie erano andati a buttarsi sul letto e la Nunziata stava allestendo un lavoro urgente, entrò Concetto che finiva giusto allora di prendere un boccone e aveva le guancie accese. Egli andò a sedersi accanto alla ragazza e cominciò a stuzzicarla:
— Comarina, che cosa avete oggi, da esser più bella del solito?
— Davvero? — domandò la Nunziata ridendo e mostrando i denti bianchi fra le labbra di ciliege fresche.
— Io vi dico che siete più bella del sole e della luna, ed io vi voglio bene assai!...
La Nunziata rideva meglio che mai nel vedere il verso che faceva Concetto, cogli occhi strabuzzati e il collo teso. Lui le palpava la veste e voleva passarle una mano dietro la schiena.
— Cheto, o vi do un pugno — disse lei, facendosi brutta.
— Eh, me ne vado... Avete paura che vi sciupi?..
E s'alzò, facendo quattro passi per la stanza, perchè soffocava. La Nunziata faceva andar sempre la macchina, col petto sul tavolino e le anche che parevano nude sotto la veste, dal gran spingere. Concetto le si avvicinò nuovamente di dietro e tenendola stretta perchè non si muovesse, le mangiò la nuca a baci.
— Non volete finirla?..
In piedi tutt'e due, tenendosi per le braccia, andavano spingendosi e urtandosi, qua e là per la stanza.
— Andate via, malcreato!..
— Comarina, io voglio baciare quegli occhi ladri...
Dietro lo scaffale un monte di stracci li fece incespicare, e nel cadere Nunziata mostrò la calza azzurra e la carne nuda sopra il ginocchio. Concetto le si buttò addosso. Allora lei si mise a gridare:
— Ah!..
E tosto, dall'alto della scala, in manichedi camicia e mutande, comparve don Antonino, che cominciò a bestemmiare:
— Santo e santissimo non so chi! così usi con le ragazze onorate? O dove ti credi, pezzo di carnevalone? Neanche se fosse tua moglie!...
Concetto fu preso all'amo e così venne conchiuso il matrimonio, ma pigliarono sei mesi di tempo perchè lui mettesse bottega e si completasse il corredo della ragazza.
Donna Michela, vedendo l'ostinazione del figliuolo, prese con sè le sue robe, e piangendo e lacrimando andò a starsene con la comare Lucia:
— Io non voglio assistere a quella vergogna, neanche morta!
La comare Lucia andava di tanto in tanto a trovar Concetto, per tentare di fargli intender ragione:
— Fatelo almeno per amore di quella santa donna!.. Se v'ostinate in questa pazzia, vostra madre se ne tornerà al suo paese, e non è giusto che la poveretta resti sola e senz'aiuto, alla sua età.
— Io non so che farci; quando s'ha la testa dura!..
Don Antonino lo aizzava contro la madre, affinchè i denari di lui continuassero a passare nelle proprie mani. Era una vera cuccagna, meglio del marchesato, e perfino i materassi, che doveva portarli la sposa, furono comprati da Concetto; ma il suocero diceva che avrebbe restituito tutto in una volta, con tanto di più, insieme con la dote.
— Lo sai che la Nunziata è di sangue signorile? E la marchesa mia cognata si ricorderà di lei! Se il vero testamento di mio fratello non fosse stato sottratto, a quest'ora ti avrei già dato quattrocento onze contanti!
Nel frattempo tutto quello che Concetto aveva messo da parte sfumava via, e di aprir bottega non se ne potè parlare.
— Se lavorerai, sarà per l'anno venturo — diceva don Antonino, per consolarlo.
Ma Concetto non se ne curava, perchè la Nunziata gli aveva fatto girare il capo, e non gli pareva l'ora che fosse sua moglie.
Finalmente spuntò il giorno sospirato, e nella sartoria ci fu una grande confusione, con gli invitati arrivati troppo presto, mentrela Nunziata era ancora tra le mani della pettinatrice.
Don Antonino aveva fatto le cose a dovere, ordinando un bel trattamento, e si era vestito di nero, con la cravatta bianca e le scarpe verniciate.
— Un vero marchese, non c'è storie! — diceva il cocchiere.
Per questo egli montò in collera quando spuntò quel baccalà di Concetto, zoppicando, con una cravatta color cannella e il soprabito sopra la noce del collo, perchè sarto e calzolaio gli avevano sbagliato ogni cosa.
— O malanova! È questo il modo di andare a sposarsi?
La Nunziata, quando fu pronta, scese nella bottega tenendosi la coda della veste bianca, con la ghirlanda di zàgara fra i capelli e tutto l'oro della mamma al collo, alle mani ed alle orecchie.
Come vennero le carrozze, don Antonino dette il segnale della partenza, con la voce grossa e gli occhi che gli pizzicavano. Donna Mena si buttò in braccio alla figliuola, scoppiando a piangere; ma Nunziata latenne discosta con le mani avanti, perchè non le sciupasse l'abito.
— Via, con l'aiuto di Dio!
Fuori, le comari si affacciavano dagli usci e dalle finestre, ammiccando e ridendo, e i monelli e i passanti si fermavano a guardar lo sposalizio: le donne con le vesti larghe, azzurre, gialle o verdi, coi veli e i fiori in testa appuntati cogli spilloni di tartaruga, e i pendenti lunghi così; gli uomini con le mani aperte nei guanti chiari e i colli tesi fra i solini.
Le carrozze partirono al trotto, scoperte, facendo voltar la gente per le vie, fino al Municipio, dove non si poteva entrare perchè c'era un altro sposalizio di signori e il cortile, dai tanti cavalli, pareva una fiera.
— A noi, largo! — ordinava don Antonino, con voce alta; ma i sergenti di città con lo sciabolone lo fecero stare a posto.
Come Dio volle, toccò a loro e lo sposalizio si dispose intorno alla tavola, Concetto e Nunziata in mezzo, che non sapevano dove tener le mani. L'assessore, che aveva premura, li spicciò in due parole; così, in meno che sidice, Concetto e Nunziata furono marito e moglie.
Ma come lo sposo stava per risalire in carrozza, si sentì tirare per la falda del soprabito dalla comare Lucia:
— Scellerato!.. Vostra madre è in fin di vita, al paese, e se volete vederla...
Concetto si turbò:
— Questa notizia ora non ci voleva!
— Non avete altre novità da portare? — disse don Antonino. — Malanova a voi!..
— A me? — rispose la comare Lucia tirandosi il fazzoletto sulla fronte, mentre lo sposalizio partiva. — Il Signore glie la mandi buona, a cotesto ragazzo; che queste son corna raccolte a posta per mettersele in testa.