VI.

— Non ti ricordi quand'eeri malaata,Quand'io vegliavo vicino al tuo letto...

— Non ti ricordi quand'eeri malaata,

Quand'io vegliavo vicino al tuo letto...

Salvatore, col mandolino sotto il braccio, come se fosse la scatola dei rasoi, diceva ogni tanto:

— E Agostino, che gli è successo?

— Niente, ora viene! — E le risa interrompevano il canto.

— Tutte le feste al tempi-o,Mentre pregavo Iddi-i-o...

— Tutte le feste al tempi-o,

Mentre pregavo Iddi-i-o...

— Io direi di andare a bere.

Nella bettola, in piedi, gridando e canticchiando, la comitiva si dissetava. Salvatore rifiutava il bicchiere, ma gli amici insistevano:

— E un sorso.... e un altro.... e ora andremo a trovare Agostino!...

Ma Salvatore, un po' brillo, disse:

— Niente; io vado da mia moglie!

Gli amici lo presero in mezzo, tentando di persuaderlo, di trascinarlo.

— Vieni con noi; troveremo Agostino!..

— M'aspetta mia moglie!

Egli si svincolò, con uno sforzo disperato, girando per aria il mandolino, e corse a casa. Bussò al portone, prima piano, poi forte, poi tempestando; ma non aprivano ancora.

— Vengo!... vengo... — si sentiva la voce della serva.

Salvatore salì le scale, barcollando, ed entrò in camera, dove trovò sua moglie levata, in camicia.

— È questa l'ora di tornare a casa? Briaco come un maiale? — cominciò a gridar lei, guardando sotto il letto, con la coda dell'occhio.

— Noo.. non lo faccio più... — borbottava Salvatore; e come cercava di baciarle la spalla che usciva nuda dallo sparato della camicia, quella lo spinse nel camerino al buio.

— Giù le mani, maiale!... E impara a venirmi dinanzi in questo stato!

Chiuso a chiave, Salvatore picchiava discretamente:

— Apri, Fanniuccia... quegli ubriaconi volevano condurmi a mala parte.... io non lo faccio più!...

Ora le voglie di lei si facevano più imperiose; tutte le entrate del salone che passavanoper le sue mani non le bastavano; e Salvatore, il quale le tremava dinanzi, si vedeva protestar le cambiali da ogni parte.

— Così non andrete avanti — diceva l'amico Agostino. — Se volete un consiglio, lasciate il salone a uno che si accolli parte dei debiti, e aprite una bottega più modesta.

— Ma come, dopo tanto lavoro?...

— Che volete! La sorte quando dice sì e quando no.

Come Nardo intese quel discorso, mentre stava tagliando i capelli a un signore, per miracolo non gli cavò un occhio, col braccio che gli tremava.

— Se crede — disse al principale — il salone lo piglierei io....

Ma Salvatore non sapeva ancora decidersi.

— Non c'è nessuna speranza? da combinar niente?

— Che cosa volete combinare? Se tardate ancora, i fabbricanti vi faranno il sequestro.

Egli voleva almeno il consiglio di sua moglie, per l'amor della quale più si angustiava.

— So di molto io! — rispondeva quella. — Sono affari vostri.

Il giorno che lasciò ilSalone di Veneziaper passare all'oscura bottega del vicolo della Neve, Salvatore si sentì stringere il cuore. Dentro, c'erano ancora l'odor di formaggio e le macchie di grasso lasciati dal pizzicagnolo che vi stava prima. La casa di contro, alta e grigia, pareva gli pesasse sullo stomaco, ed egli non si fidò neanche di leggere una dispensa di romanzo. Nessuno nel vicinato conosceva il nuovo barbiere, che non aveva cartello, e fino ad ora tarda non venne anima viva, nemmeno l'amico Agostino, quantunque fosse il suo giorno di barba. Ma come annottava e Salvatore, sull'uscio, guardava il lampionaio che correva a zig-zag accendendo i fanali, si vide l'amico dinanzi, vestito a nuovo e sbarbato di fresco.

— Scusate se non son venuto, ma ho la fidanzata che m'aspetta e m'è bisognato farmi bello. Non ve l'ho detto che prendo moglie anch'io? La figliuola di don Gaspare, il sensale del marchese; dieci mila lire in contanti e un corredo che bisogna vederlo. Col suocero faremo tutta una casa e la ragazza è una gioia. Io scappo, che m'aspetta; scusate....

E se ne andò, affrettando il passo.

Ora egli non veniva più a trovarlo; veniva invece il segretario della marchesa. Con Fanny erano vecchi amici, e lei lo tratteneva spesso a desinare.

Le strettezze crescevano, ma Salvatore si metteva alla tortura per trovar denari e far contenta la moglie. La nuova bottega era passiva, nascosta in fondo a quel vicolo frequentato soltanto da fruttivendoli e friggitori.

— Se avessi ancora l'antico salone!...

A propria insaputa, le gambe lo portavano da quelle parti, dinanzi alSalone di Veneziae, una sera, egli si fermò un istante, a guardare. Il gas vi splendeva; Andrea e un altro giovane servivano le pratiche; Nardo, seduto nel posto in fondo, teneva un registro sulle ginocchia e faceva i conti. La disposizione interna era stata un poco mutata; gli scaffali della profumeria spostati; i divani rivestiti di stoffa nuova; una fioriera era stata adattata alla base del grande specchio.

Allontanandosi, tra la folla, Salvatore passò dinanzi al salone del Conterino, anch'esso rilucente, pieno di gente che aspettavail turno chiacchierando, fumando, leggendo i giornali.

— Che me n'importa! — pensò Salvatore, e si affrettava verso casa, dove avrebbe trovata la sua Fanny.

Il vicino, vedendolo venire, gli dette la chiave dell'uscio, dicendo:

— Vostra moglie è andata fuori.

Salvatore entrò, tastone, al buio; accese il lume e si mise ad aspettare, leggendoLuigi Napoleone o Lotta del Destino e Corona imperiale, sentendo suonare le ore, una dopo l'altra.

Alle undici, Fanny rincasò, rossa in viso, col fiato che sentiva di vino.

— Dove sei stata, fin'ora?

— Dove mi piace!

Come Salvatore cercò di farlesi vicino, lei lo respinse, con un urtone:

— Non mi seccare, ho sonno.

Ed egli tornava pazientemente, ogni giorno, alla sua oscura bottega sempre deserta, ad affilare i rasoi perchè non gli si arrugginissero, o a fare i conti dei suoi debiti. Quando capitava qualcuno, mentre la forbice cantava il suo zic-zac, Salvatore cominciavaa fantasticare di rimettere assieme qualche soldo, di lasciare quel bugigattolo buio e tristo, di riaprire un salone più bello.

— Se la sorte dice di sì, debbo levarmi dai guai, e far godere quella povera Fanny, che è in pena per cagion mia.

In mezzo alla giornata, qualche volta, egli scappava a casa per andare a vederla un momento; ma lei era sempre fuori.

— Povera figliuola! S'annoia fra queste quattro mura.

Qualche altra volta Fanny arrivava lei alla bottega, in fretta, con le guancie rosse e gli occhi brillanti.

— Dammi dieci lire.

— Dieci lire? Se non ho un soldo!...

— Dove li sciupi dunque i denari, viziosaccio!... vagabondo!... Dammi dieci lire, t'ho detto; se no, stasera...

Salvatore perdeva la testa, non sapeva a qual santo votarsi; e correva dall'amico Agostino.

— È fuori — rispondeva la serva.

Tornava, e gli rispondevano sempre:

— È fuori, oggi non verrà a casa.

Ricorreva da Giovanni Santoro, che anche lui, un tempo, era stato il padrone in casa sua, e non gli avrebbe negato un piccolo favore.

— Dieci lire? Perchè vi servono?

— Sapete, Fanny...

Giovanni Santoro rideva:

— Ah, sono per vostra moglie? Glie le porto io.

Fanny gli restava obbligata, lo invitava a tornare, lo tratteneva fino a tardi, e Salvatore non sapeva come ringraziarlo:

— Voi siete un vero amico!

E si rivolgeva a lui, nei suoi momenti di imbarazzo, per venti lire, per cinque lire, promettendogli di restituir presto.

— Fino al primo del mese, che entrano le mesate...

— Ad ogni po'? — disse una volta Santoro, perdendo la pazienza. — Così mi costa troppo cara!

Salvatore aveva più debiti che capelli in testa e il padrone della bottega minacciava di vendergli i mobili.

— Non si può più stare in città! — si lamentava, tristamente. — I padroni di casa si portano via tutto loro...

E andò a cercare un'altra bottega che costasse meno, verso Porta di Ferro, nel nuovo quartiere. Girando per quelle strade che aveva conosciute povere e quasi deserte, ora fiancheggiate da alti fabbricati e rumorose, egli cercava la sua antica proprietà, e non si raccapezzava.

— È qui?

La casa era sfondata, il tetto e i muri divisorii abbattuti come da un terremoto, ingombrando il suolo d'un monte di calcinacci, di travi vecchie e di tegole rotte. Restava in piedi soltanto la gabbia, che i murifabri, sui ponti, lavoravano ad alzare di due piani.

— Verrà una bella palazzina!

E prese in affitto una bottega lì vicino, nuova, con le mura bianchissime e un forte sito di calce. Vi adattò alla meglio le sedie, i due specchi, l'attaccapanni, le oleografie che gli restavano, e fece dipingere in nero, sui vetri dello sportoPiccolo salone Venezia, che parevano mignatte appiccicate sulle lastre.

Di lì seguiva i lavori nella sua antica casa, dove i muratori voltavano l'arco delle ultime finestre e impostavano il cornicione. L'ingegnere e il padrone venivano spesso a invigilare, guardando per aria i muri, facendo segnali col bastone, girando da una parte all'altra.

— Quello mi par di conoscerlo — pensava Salvatore, guardando da lontano.

E un giorno s'avvicinò.

— Agostino!

— Ah... siete voi? — L'amico pareva un signore, con la catenella sulla pancia e una spilla alla cravatta.

— Che cosa fate da queste parti?

— Ho ricomprato io la casa... — rispose quello, un po' confuso. — Mio suocero è morto... e m'ha lasciato ogni cosa...

— Dunque, dicevamo, qui... — L'ingegnere lo chiamava, e Agostino, scusandosi, s'allontanò.

Salvatore lo vedeva arrivare e partire, quasi tutti i giorni, spesso in carrozza; e una volta con la moglie, a braccetto, che se egli non avesse saputo ch'erano loro, non li avrebbe riconosciuti.

— Che cosa vuol dire aver quattrini! Ora non guarda più nessuno in faccia!

Un'altra volta passò Andrea, ilfigurino, l'antico giovane di bottega, che s'era fatto grande, e pareva sempre appuntato con gli spilli. Salvatore lo salutò, con la mano, ma quello tirò dritto.

— Anche lui ha messo superbia!

Lo Sciancato, che si spingeva di tanto in tanto fin lassù a strillare i fogli, tirandosi dietro la sua gamba, non aveva messo superbia, ed entrava nella bottega, per vendere una copia dellaGazzetta.

— Eh! — diceva, girando un'occhiata per le pareti nude — mi rammento il bel tempo del salone grande!

Anche Nardo gli era rimasto affezionato, e veniva a trovarlo, dandogli ancora del «principale».

— Gli affari vanno bene?

— Grazie a Dio, non posso lamentarmi.

Nardo ne provava compassione, vedendolo ridotto in quello stato: un vecchio, coi capelli grigiastri e la fronte rugosa; ma più per via della moglie, che andava provocando tutti i maschi e lo riduceva la favola del quartiere.

Ma come un giorno la incontrò per istrada, bianca e rossa in viso, con le labbra umide, grassa sotto lo scialle nero che si gonfiava sul petto, la guardò un momento.

— E così, avete messo aria, col vostro salone? — disse lei, fermandolo. — Gli amici non si vedono più?

La sua voce s'era fatta più forte e veniva acquistando l'accento paesano.

Nardo cercava di scusarsi, ma lei non lo lasciò dire:

— Venite a trovarmi. Avete ancora paura? — E lo guardò in un certo modo.

Egli non voleva fare un torto a quel brav'uomo del principale, che gli aveva fatto sempre del bene.

— Bel modo di compensarlo!

Poi cominciò a pensare:

— Uno di più, uno di meno!... Quella volta io l'ho rispettato; ma, veramente, il principale è troppo minchione...


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