III.Servizio da amico.
Escito dal palco della duchessa, Almerico di Montegalda aveva fatto due altre visite, e, dopo aver fumata una spagnoletta nell’atrio, se ne ritornava dentro, per andare a prendere posto nella sua poltrona,volendo sentire a suo bell’agio i due ultimi atti dell’opera. Ma aveva fatti i conti senza l’oste, il nostro bravo Almerico. Entrato a mala pena nel corridoio, s’imbattè nel conte di Riva.
— Oh, Massimo, buona sera! — gli disse.
— Buona seral — gli rispose quell’altro, un po’ seccato dell’incontro e desideroso di proseguire la sua via.
Almerico non aveva nessuna ragione per trattenerlo; ma credette necessario di dirgli:
— Sei stato dalla duchessa di San Secondo?
— No, — rispose Massimo.
— E non fai conto di andarci?
— No, stasera non posso.
— Bada! — disse Almerico. — Non ti avevo fatto una domanda per sapere che non puoi, bensì per raccomandarti... di potere.
— Raccomandarmi! E perchè?
— Perchè ci sono stato io, tra il primo atto e il secondo. La signora non era molto tranquilla, per quella certa questione d’onore, in cui eri impegnato come padrino.
— È finita, oramai, con una stretta di mano; — rispose Massimo.
— E gliel’hanno detto, me presente; — replicò il Montegalda. — E le hanno detto ancora che tu eri a teatro. —
Massimo fece un gesto di stizza.
— Ah, maledette lingue! — esclamò. — C’è egli bisogno di andare attorno, per raccontare a questo e a quello chi s’è visto e chi non s’è visto? Tessere il discorso con gli affari degli altri è un mostrar chiaramente che non se ne hanno di proprii; non ti pare?
— Così penso ancor io; — disse Almerico. — E con tutto ciò, sono stato lì lì per fare lo stesso. Veramente, non era per un moto spontaneo; — soggiunse il giovanotto. — La duchessa Serena mi aveva chiesto se sapevo niente della questione tra il Riccoboni e il Savelli.
— E tu?
— Ed io lo dissi che la credevo finita. Ma mi balenò alla mente che a te potesse premere di non farla finita così presto, e soggiunsi che non sapevo nulla di certo, che manifestavo solamente una mia speranza, che esprimevo anzi un mio desiderio. Ma che vuoi? gli altri, sopraggiunti a far visita, non furono così discreti come il tuo povero amico.
— Grazie! — disse Massimo. — Grazie a te, per la buona intenzione. Avevo bisogno di un po’ di tregua... nella mia felicità! E le hanno detto ancora che io ero in teatro?
— Sì, ed anche in principio di spettacolo. Capirai! Perciò ti ripeto, va a far la tua visita.
— Non posso.
— Non puoi?
— Non posso, non devo e non voglio.
— Ah, diamine! Un caso grave, adunque! — osservò il Montegalda. — C’è qualche nube per aria? Gelosie, forse? Avresti il torto, perchè non ne vedo argomento. —
Massimo rispose a quella riflessione dell’amico con una crollata di spalle.
— Oh Dio! — mormorò. — Vuoi proprio saperlo?
— No, non voglio, io; — disse Almerico. — Perdonami, anzi, se sono stato indiscreto con la mia domanda, e forse imprudente con la mia buona intenzione. Non c’è amicizia, lo capisco io per il primo, non c’è amicizia che giustifichi la spontaneità di certi servizi.
— Senti, — rispose Massimo, vedendo che quell’altro si metteva sul grave, — fammi il piacere di non ritirarti ora nel castello delle cerimonie. Ti ho ringraziato poc’anzi; ho dunque ammesso implicitamente la buona intenzione tua e il servizio che mi hai reso. Ora, se io te ne chiedessi un altro?...
— Sarei qui pronto a’ tuoi ordini; — disse Almerico.
— Sì, — mormorò Massimo, — sei capitato in buon punto. Ma bada, sarà un discorso lungo, e tudovresti sacrificarmi questa ultima parte dello spettacolo. Hai da fare, tu?
— No, mio caro, son libero, e di testa e di cuore.
— Beato te!
— Come lo dici!
— In quel modo che si dicono queste cose. Ti pare strano che io t’invidii? Ho il cuore in fiamme, la testa fuori di squadra, e un diavolo per occhio.
— Povero Massimo, quante disgrazie in una! Vieni dunque, e lasciamo «le foreste imbalsamate» per un’altra sera. Dove vuoi che andiamo? Da te?
— No, — rispose Massimo, — è troppo lontano, dai Santi Apostoli. Non abiti tu qui presso?
— Eh! — disse Almerico. — Qui presso, non tanto! a Fontanella Borghese. Ma perchè ad ogni modo bisognerebbe passare di lì o molto vicino, andiamo pure a casa mia. —
Erano scesi, frattanto, e avevano presi i loro pastrani dal custode.
— Anch’io ero sciocco, — borbottava Massimo — a credere di poter dare una capatina in teatro, senza essere veduto e annunziato alle turbe.
— O perchè venirci, allora?
— Non te l’ho detto? ero sciocco.
— E perchè poi esser sciocco?
— Perchè... perchè sono innamorato.
— Questo lo sapevo, — disse Almerico. — Ma è sempre bene sentirlo dalle tue labbra, perchè già incominciavo a dubitarne.
— T’inganni, — mormorò Massimo. — Io non ti parlavo... di lei.
— Allora, — replicò Almerico, — io non capisco più nulla.
— Vieni, ti dirò tutto quando saremo a casa tua, — disse Massimo. — Tu sei un vero amico; tu puoi rendermi un grande servizio. Non so ancora quale, o in che modo; ma tu vedrai, giudicherai, e con la tua esperienza troverai quel che bisogna. Perchè, vedi, è necessario trovarla, una via; altrimenti, io sono un uomo perduto. —
Almerico di Montegalda incominciò a spaventarsi. Veramente, il linguaggio di Massimo era sempre un po’ esagerato; ma, anche a voler fargli la tara, il turbamento del conte di Riva, quella sua medesima ripugnanza a recarsi nel palco della duchessa di San Secondo, indicavano già che il caso era grave. Dopo quella chiusa tragica: «sono un uomo perduto», Almerico non ebbe più coraggio di ridere.
— Andiamo, via! — diss’egli, mettendo amorevolmente una mano sulla spalla di Massimo. — Non veder le cose tanto brutte. Se una via si ha da cercare, si cercherà e si troverà. Eccoci intanto a casa. Vieni con me, sono a mala pena tre scale. —
Massimo di Riva seguì l’amico, senza far altre parole. Giunto al secondo piano della casa, fu introdotto nel quartierino tranquillo, dove Almerico di Montegalda aveva raccolti i suoi vaganti penati. Era scapolo, il nostro Almerico, ma era anche avvocato, e in quel piccolo quartierino di tre stanze il salotto si era tramutato in uno studio, dove, scambio di sofà, di cantoniere, di quadri, si vedevano scansìe piene di libri. Unica eleganza, sulla tavola rotonda che stava in mezzo alla sala, sorgeva un minuscolo cavalletto da pittori, e su quel cavalletto era posto un ritratto.
Al primo raggio di luce che Almerico aveva ottenuto, accendendo un torchietto di cera, Massimo vide il ritratto, chiuso in una bella cornice di velluto, e non seppe resistere alla tentazione di guardarlo da vicino. Niente donne, in casa di Almerico! Quello era il ritratto di Sua Eccellenza il ministro di grazia e giustizia.
— Ah, meno male! — esclamò Massimo. — Credevo già che tu pure dovessi cedere al capriccio di far vedere a tutti la vera e miracolosa effigie di Nostra Signora del perfetto amore. Son pur curiose, le donne, con la loro manìa di far sapere certe cose!
— Non mi pare che abbiano poi tutti i torti; — disse Almerico. — Se regnano nel cuore di un uomo, è giusto che vogliano regnare nella sua casa; nonfoss’altro, per discacciarne le altre, o per tenerle lontane.
— Eppure, tu non ce l’hai in mostra, il ritratto della tua bella; — replicò Massimo che voleva aver sempre ragione. — C’è invece il ritratto del tuo ministro.
— Me lo ha regalato; — disse Almerico. — Non potevo fargli il torto di chiuderlo in un cassetto.
— E quello di Madonna?
— Caro mio, quello non c’è, perchè Madonna mi manca. Hai tu mai veduto il ritratto di una donna che non esiste?
— Eh via! Tu non l’hai, proprio, l’innamorata?
— Non ho innamorata; — rispose Almerico.
— E come vivi? alla tua etàl
— Miracoli, amico mio, miracoli che facciamo noi. Non credere per altro che al ministero di grazia e giustizia siano tutti così. Ti parlo per me, e solamente di me. Alla mia età, non ho innamorata, e la cosa, che ti par triste, ha ancora i suoi piccoli vantaggi. Vedi, per esempio: non mi procuro occasioni di pentimento.,
— Ah, sì! — gridò Massimo allora. — Se tu sapessi come son pentito io! Perchè, infine, queste son sempre catene. Paiono di rose, da principio; e poi, quando uno si prova a spezzarle....
— Sono di ferro, non è vero? — disse Almerico. — Ma bisognerebbe guardarci prima: e vedere se convengono.
— Sì, tu hai un bel dire, tu che hai il cuore tranquillo! Prova a innamorarti, e vedrai se ti basta il tempo di studiare, di prevedere certe cose! Intanto, eccomi qua, come tu mi vedi, capitato male. Compiangimi!
— Scusami, non me ne verrebbe voglia; — disse Almerico. — Una donna così bella!... E così innamorata, poi!...
— Anche tu! — esclamò Massimo. — Anche tu? Caro Almerico! se tu sapessi come le apparenze ingannano! Senti; comunque possa soffrirne la miadignità, voglio dirti ogni cosa, e davvero sarai costretto a compiangermi. Prima, viveva lui; dunque, come puoi immaginarti, doveri! Lui morto, altri doveri; anzi, doveri più che mai. Queste cose non si dicono, naturalmente; s’indovinano, si sentono nell’aria; e quando non si sentissero, quando non si indovinassero, te n’accorgeresti egualmente, alla prima parola un po’ calda che ti escisse dal labbro. Il dovere è sempre lì, guardia armata, che ti esorta a star cheto, e che al bisogno potrebbe far uso delle armi. L’intimazione, tre squilli.... I regolamenti della pubblica sicurezza son chiari. Nel fondo, una donna fredda, una donna gelata. I francesi hanno scoperto le donne di marmo. Inezie, caro mio! Del marmo si fa ancora la calce, con l’aiuto del fuoco vivo. Ma la donna di neve! ma la donna di ghiaccio! Che se ne fa? A me, per tutti i diavoli, è capitata una di queste. Vedi tu il caso mio. —
E si fermò, il conte di Riva, si fermò con l’aria disperata della donna biblica. «O voi che passate per questa via, fermatevi e vedete se c’è dolore che s’agguagli al mio».
— Sia pure; — disse Almerico gravemente. — Ma la vedovanza è finita.
— Ebbene, ecco il guaio. I doveri verso il vivo, i doveri verso il morto, non ti accennano altri doveri alle viste? C’è là, davanti a me, l’ombra di un ufficiale dello Stato civile, e l’ombra di un prete. Io faccio la debita stima del duca Torlonia, che è un degno gentiluomo. Ne faccio altrettanta del parroco di Sant’Eustachio, di cui tutti dicono un gran bene. Ma vedi come certe condizioni ti guastano un uomo! Quella sciarpa tricolore e quella stola, mi dànno noia!
— Non ti capisco; — disse Almerico. — Hai incontrata una relazione di cuore. Si chiamano così, non è vero? Ebbene, tu l’hai avuta, con tutte le sue ebbrezze fugaci....
— Ma niente di ciò, te l’ho detto! — interruppe Massimo. — Niente fugaci! niente ebbrezze!
— Lasciami finire, benedetto ragazzo! — ripigliòAlmerico. — L’hai incontrata, con le sue ebbrezze fugaci, e si capisce allora che la sazietà sia venuta. C’è della gente che ama per saziarsi, e della gente che ama e non si sazia di amare. Ma tu, felice mortale, nella tua stessa infelicità, hai avuto il meglio; l’amore che si confessa e non cede, l’amore che attira e trattiene, mantenendo viva la fiamma. Hai potuto vedere, e non senza ammirazione, m’immagino! com’ella, anche amando te, perchè l’amore non si comanda, rispettasse nondimeno l’uomo di cui ella portava il nome. Hai veduto che in lei non era solamente paura, ma anche e sopra tutto delicatezza di sentire, poichè ha rispettati i suoi doveri di vedova. — Dei buoni! — esclamò Almerico, saltando, in una esclamazione classica, una triplice fila di ragionamenti inutili. — È proprio il caso di andar da lei in gran cerimonia e di dirle: Signora duchessa, vi degnereste voi di scendere un paio di gradini, diventando contessa?
— Ed è ciò che mi turba, — rispose Massimo. — Proprio questo discorso, che a te sembra tanto facile....
— Quanto necessario! — interruppe Almerico.
— Necessario, poi! Alla fin fine, niente è necessario, nello stato in cui sono rimasto. Ti dirò che ciò mi turba, perchè credo che ciò si aspetta da me. E sono due mesi che si aspetta da me, e son due mesi che ci penso, divorando la mia rabbia.
— Infatti, — disse Almerico, — da due mesi è finito l’anno di lutto. Io, vedi, credevo che tu avessi già fatta la tua brava domanda.
— L’avrei fatta... forse.... — balbettò Massimo, — se avessi potuto credere che non fosse aspettata con tanta severità di contegno. Ma sai che è una cosa che offende?
— Quale?
— Che su questa brava domanda, come tu la chiami, si facesse tanto assegnamento, perbacco!
— E te ne duole? Ma io ne sarei felicissimo, — disse Almerico. — Infine, la signora ebbe il rispettodel matrimonio, quantunque potesse dirsi mal maritata. Ebbe il rispetto della vedovanza, quantunque potesse credersi liberata da ogni obbligo. Ha oggi il rispetto dell’amor suo.
— Ed io non so che farmene! — gridò Massimo inviperito. — Non amo questo rispetto, io! L’amore... è l’amore.
— Definizione nuova!
— O nuova o vecchia, è la buona! Quando un metallo si trova nella miniera mescolato ad un altro, sai che si fa? Si manda nel forno, a farne la separazione. Coi mezzi appropriati che io non ti ho da dir qui, il piombo si manda di qua e l’argento di là. Che cos’altro ho da aggiungerti? Ho amata quella donna: sì, l’ho amata come un pazzo; ho pianto, ho ruggito, ho sofferto, ho fatto delle vite orribili, delle vite infernali. Ella vedeva tutto ciò; aveva l’aria di compatirmi. Dico l’aria, perchè di parole non ne ho sentito pur una. Erano balsami che teneva sotto chiave, a quanto pare! Poi il caso l’ha fatta libera. Era il momento di parlare, Dio mio! almeno di dirmele, quelle buone parole! Ebbene, vuoi saperlo? Sempre quella di prima. Cortesie, gentilezze, desiderio di vedermi quel giorno, e il giorno dopo... e nient’altro. Dicevi una parola più ardente del solito? Calma, vi prego! Perdevi a dirittura le staffe? Mio Dio! non fate così; abbiate un po’ di pazienza. Caro mio, ne ho avuta della pazienza! Ma proprio allora mi sono convinto che quella donna aveva fatto il suo calcolo.
— Tu, ne avevi ben fatto un altro! — osservò placidamente Almerico.
— No, ti assicuro. Io amavo. Chi ama non calcola, — sentenziò Massimo con la sua sicurezza maravigliosa.
Almerico non ne era troppo persuaso, e tentennò la testa, prima di rispondere al ragionamento di Massimo.
— Capisco, — diss’egli, — capisco per l’uomo. Come potrebbe mai calcolare, in questi momenti difficili,egli che di questi momenti ne ha avuti dieci, venti, forse più nella sua vita?
— Tu mi biasimi! — esclamò Massimo, che sentì l’ironia.
— Un pochino, — rispose Almerico. — O piuttosto, vediamo diversamente, su questo particolare, ed è naturale che io te lo confessi; il che non toglie che io ti voglia bene egualmente.
— Ah sì! Non ci mancherebbe più altro che per un modo diverso di pensare intorno alle donne noi non fossimo più amici! — gridò Massimo, riscaldandosi a freddo. — Io, vedi? ho dell’amore un’opinione mia, che credo giustissima. L’amore è una passione ardente, che è accesa dal desiderio. Ciò non è bello, lo so, ma è vero. Comunque sia, il giuoco potrebb’essere leale, se ci fosse sincerità da una parte e dall’altra. Ma questa sincerità, che in noi è grandissima (e chiamala pure brutalità, purchè tu la veda sincera), non è egualmente nelle donne, ed io, per la parte mia, ne so qualche cosa. Giuocano, sì, ma per amore del giuoco; se guadagnano, vogliono tutta la posta tua; se pèrdono, non vogliono pagar che l’invito. È un giuoco, e sia; si ha da vincere, o si ha da perdere, passi ancora; ma, vivaddio! si vinca o si perda, non bisogna esser vittime. Così la penso io in amore. Ma nell’amicizia! — gridò Massimo, infervorandosi. — Nell’amicizia è un’altra cosa. Io, lì, sono costante, e mi dò tutto intiero. Quando ho detto ad un uomo: «siamo amici», quando ho posta la mia mano nella sua, è un contratto per tutta la vita. Non mi credi?
— Ti credo; — disse Almerico, prendendo la mano che Massimo gli offriva. — È qualche cosa esser costanti in un affetto, fra tanti!
— Lord Byron lo ha detto; — replicò Massimo. — L’amicizia è l’amore senz’ali.
— Meno male! — rispose Almerico. — Povera umanità, se anche l’amicizia fosse provveduta di queste appendici!
— Dunque — ripigliò Massimo — io conto su te.Tu sei un vero amico; amico fino all’eroismo, non è vero? Ed io ho bisogno di un eroe. «I want a hero an uncommon want».
— C’è bisogno di dirmelo in inglese? — domandò Almerico, sorridendo.
— È un verso di lord Byron; — rispose Massimo.
— Che tu mi citi per la seconda volta. A momenti m’aspetto un po’ di Shakspeare. Ma per che cosa conti su me? Quale eroismo mi chiedi?
— Eccoti, mio buon Almerico. Ti ho detto che sono stanco. Il mestiere di vittima non mi conviene.
— E lo dici ora, che sarebbe venuto il momento di diventare altra cosa? Sii ragionevole, Massimo! Se la signora ti ama, se vuole esser tua davanti a tutte le autorità costituite, non pare a te che ti dia una bella prova di amore? Infine, guardaci bene! non è una donna che abbia mestieri di te, nè di un altro. —
Massimo di Riva sbuffò un tantino, lasciando passare quella ràffica di buon senso.
— Vuoi proprio sapere la verità? — gridò egli, come quell’altro ebbe finito.
— Ma sì, se credi, come in Corte d’Assise: la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità.
— Ebbene, sappi; — disse Massimo; — son per dare della testa in un muro. Sono.... innamorato.
— E di un’altra; mi pare di capirlo; — rispose Almerico.
— Di un’altra; — replicò Massimo. — E quest’altra è.... miss Lockwood.
— Ah! — gridò Almerico. — «The United States»? Lascia il Byron, allora, e cita il Longfellow.
— Non lo conosco; — rispose Massimo. — Del resto non occorre. Miss Madge ama lord Byron.
— Sai già chi ama, dei morti; — ripigliò Almerico. — Saprai ancora chi ama, dei vivi.
— Sì. Almeno.... non potrei dubitarne più, dopo certi discorsi che le ho fatti, e ch’ella ha benignamente ascoltati.
— Ma bravo! Sei dunque già avanti!
— Ti prego di giudicarne. Prima di tutto, hai da sapere dove l’ho conosciuta: al ballo dell’ambasciata inglese.
— Me ne rammento, di questo; — disse Almerico. — E la duchessa non c’era.
— Già! — rispose Massimo. — Non ci sarebbe mancato altro! C’era invece lei, miss Madge, che io vedevo per la prima volta. Che maraviglia! che fior di bellezza! che stella! Ma questi paragoni non dicono abbastanza. Miss Madge è un’angiolessa.
— Chiamala almeno angeletta! — disse Almerico. — Ti troverai d’accordo con la buona lingua, e con Dante Alighieri, suo padre.
— E sia, diciamo angeletta, sebbene questo diminutivo non si attagli che al giro della sua vita così snella. Per venire al fatto, sono stato presentato alla signora Lockwood, ed ho, Dei immortali! ballato con lei. Ma poi mi sono ricattato, ballando con sua figlia. Oh se mi son ricattato! Se rammenti, sono stato il suo cavaliere per ilcotillon. Che incantesimo il mio, con quel tesoro di freschezza, di grazia, di profumo, tra le braccia!
— Permetti un’osservazione; — disse Almerico. — Sai quel che succede dai profumieri? L’ultima essenza che si fiuta par sempre la migliore. —
Massimo rispose all’osservazione con una crollata di spalle.
— Ora continua; — soggiunse Almerico; — non t’interrompo più.
— Ah! meno male! Dov’eravamo rimasti? Al ballo, non è vero? Ebbene, caro mio, mi sono inebriato di quella freschezza, di quel profumo, di quel candore. Io, io, che non credevo all’attrattiva delle fanciulle, che le dicevo insipide! Dio degli Dei! Forse pensavo così, perchè non mi ero imbattuto ancora in quella che doveva colpirmi. E gliel’ho detto, sai? Sono andato il giorno dopo a far visita. Vuoi credere? Miss Madge mi ha ricevuto.... sola.
— Sola?
— Sola, solissima. Pare che sia l’uso, in America.La mamma venne, ma più tardi, e poi se ne andò ancora, per ritornare un’ora dopo.
— Che visita! Si usa di farle così lunghe, in America?
— Non ne so nulla. Si chiacchierava così bene, che ho dimenticato l’orario e le convenienze europee.
— E mister Lockwood?
— Oh, quello si vede poco. L’ho incontrato solamente alla seconda visita. Mi ha dato una stretta di mano.... una stretta! Figùrati che la sento ancora. Dev’essere un uomo sincero, mister Lockwood. Dei nostri costumi sa poco o nulla. Mi ha domandato se da noi c’è differenza di grado tra conte e marchese, o tra marchese e duca. Gli ho spiegata la cosa per filo e per segno. Una volta, sì, quando ai titoli corrispondevano gli uffici, la differenza c’era; oggi non son più diversi che i nomi. «Capisco, — mi disse, — non significano più nulla. Eppure, vi raccomando di non buttarli via: una corona sta bene, allo sportello della camozza».
— Saggio americano! — esclamò il Montegalda. — Come vede subito il lato pratico delle cose!
— Ritorniamo a miss Madge; — riprese il conte di Riva. — I parenti sono due strane figure, in verità! e non si capisce come da un così ruvido tronco sia nato un fiorellino così gentile. La rosa dal ramo spinoso, capisco.... la gaggìa.... la «mimosa pudica».... Ma vedi, Almerico? Queste son tutte immagini scolorite di ciò che appare quella stupenda creatura, in mezzo ai suoi rispettabili genitori. Egli è rustico, si conosce alla prima: non s’intende che di dollari. Chi sa? era forse un minatore, innalzato dalla fortuna, che è cieca. Il senso degli affari, lo ha, e molto, sviluppato; ma si vede chiaro che la sua intelligenza non s’è accresciuta che di lì, lasciandolo corto in tutto il resto. La madre, poi, non è nulla; forse era una buona diavola di cameriera, che oggi, trovandosi tante volte milionaria, e non volendo sfigurare in mezzo alla gente colta d’Europa, sta più zitta chepuò. È un portadiamanti, un servizio da tè, una dama di compagnia, e fermi lì, non le domandiamo più altro, alla povera mistress Lockwood. Ma sua figlia! sua figlia! Io ne son pazzo, Almerico, e sento che morrò di dolore, o d’invidia, se miss Madge non diventerà la contessa di Riva. Capirai che non ho indugiato molto a spiegarmi, rimanendo solo così lungamente con lei. Si parlava dei monumenti, dei capilavori d’arte, che sono sparsi con tanta profusione per tutta l’Italia. Ah, signorina! — le dissi. — Quanti de’ suoi tesori artistici ed archeologici non darebbe l’Italia, per possedere eternamente miss Madge! Ella sorrise, e chinò la fronte, con atto di cara modestia. «Veramente?» mi rispose. Io, vedi, quel suo «veramente?» non te lo so esprimere in tutta la sua grazia, in tutta la sua soavità incantevole.
— Te lo avrà proferito a denti stretti e con le labbra un pochino aperte, secondo l’uso della razza anglo-sassone; — disse Almerico.
— Sì, come tu vuoi; — rispose Massimo; — ma aspirando con amabile lentezza le due prime sillabe, e poi mollemente scivolando sulle due ultime, e trasformando in un suono indistinto l’ultima «e». Caro mio, lèvati dal capo i tuoi pregiudizi.... fonologici! È bella, sommamente bella, una parlata a denti stretti e a labbra aperte, quando i denti sono trentadue perle, e le labbra due pètali di rose.
— Allungati, non è vero? — disse Almerico. — Bisogna immaginarli allungati, per adattarli alla forma della bocca. Del resto, hai rinunziato alla eterna citazione del corallo, ed io te ne ringrazio.
— Incorreggibile! — mormorò Massimo. — Le dissi ancora ch’ella era in Roma l’ammirazione di tutti, che molti l’avrebbero amata, ma che per un cavaliere di mia conoscenza la cosa era già fatta. — «Veramente?» mi rispose ancora. E sorrise, ed arrossì, come.... Va là; ti risparmio il paragone. Tanto, non se ne troverebbe uno adattato.
— Veramente? veramente? — ripetè a denti stretti Almerico. — E non ti disse mai altro?
— Mai altro; — rispose Massimo. — E che cosa avrebbe dovuto dirmi di più?
— Capisco, sì, una fanciulla!....
— Ah, manco male! Ma dopo tutti i suoi dolcissimi «veramente», i suoi amabili rossori e i suoi divini sorrisi, mi disse che la mattina seguente dovevano andare ai musei Capitolini. Mi offersi cicerone, e fui naturalmente accettato. Che ingegno! che sentimento! E ancora, che cognizioni! Riconobbe i Diòscuri e Marc’Aurelio alla bella prima.
— Sfido io! con tanto di «Baedeker»! — esclamò il Montegalda. — Chi non è erudito, oramai? Ti parlano del Gladiatore morente, del Satiro di Prassitele, del sarcofago di Agrippina, e di non so quant’altre cose, tutti i droghieri viaggianti del vecchio mondo e del nuovo.
— Vero; — disse l’altro; — ma miss Madge va più oltre dei nomi; ha la sua storia antica sulla punta delle dita. E che dita, a proposito!
— Affusolate, si capisce.
— E alabastrine, e venate d’azzurro, e unghiate di rosa, gentili come il raso, morbide come la giuncata.
— Un po’ troppo, questo, un po’ troppo! — osservò Almerico. — Tira via. Dicevi dunque, una grande erudita....
— Ma niente noiosa, mio caro! Miss Madge ha l’erudizione delicata, che volge facilmente alla poesia, all’entusiasmo. Tu dirai quel che vorrai; ma è sempre piacevole una bella creatura che non ignora nulla di ciò che ammira con te, e che sarà capace di partecipare a tutte le tue commozioni, mentre si avanzerà sospesa al tuo braccio, argomento d’invidia a tutti gli astanti. Quando fummo davanti alla Venere Capitolina, sai, gliene ho detta una....
— Più forte delle altre, m’immagino.
— E come! ma in due sole parole. Ella aveva esclamato: «Dio! come è bella!» Ed io, sospirando, sottovoce: preferisco voi!
— Allora lei, lo indovino, — disse Almerico, ridendo, — ti ha replicato: «veramente?»
— Sì, hai indovinato; ma proferì la parola con un filo di voce, e i suoi begli occhi lampeggiarono. Sono innamorato, ti dico, son pazzo di quella creatura divina. Ieri mattina mi disse: «andiamo all’Apollo, sapete?» Lo immaginavo, e incominciavo appunto a tremare. — «Vi vedremo?» soggiunse. Capisci, Almerico, che condizione terribile, la mia! Avevo la questione del Savelli e del Riccoboni, che per verità non mi dava molto pensiero, ma l’aggravai anche per miss Madge, come l’avevo aggravata per.... quell’altra. — «Un minuto, per salutarvi, per rallegrarmi l’anima in un raggio di luce» — le dissi. E andai a teatro; con che timore, lascio immaginare a te. Entrato nel palco, stetti indietro, accanto a mistress Lockwood. Miss Madge avrebbe voluto farmi guardare qua e là, per dirle il nome di alcune dame romane, che erano nei palchi dietro di noi. Era un bell’impiccio per me! Trovai una scusa. Non volevo farmi vedere da mia zia, la vecchia marchesa Villabruna, che altrimenti sarei stato costretto a visitare nel suo palco. — «Andateci, e ritornate ancora da noi» — mi disse miss Madge. Sì, proprio, andarci! Avevo i minuti contati; ero aspettato ad un appuntamento dei padrini avversarii. Così mi salvai. Ma mi salverò egualmente un’altra volta? È uno stato intollerabile, il mio; capisci? intollerabile. Ed amo miss Lockwood! l’amo, l’amo, l’amo! —
Ripeteva il suo gran verbo, il conte Massimo di Riva; lo ripeteva, rinforzando la voce e l’accento, per farsi coraggio, per fortificarsi nella sua risoluzione.
— È una fanciulla; bada! — rispose Almerico, dopo un istante di pausa ed un pensiero malinconico rivolto alla duchessa di San Secondo. — Qui c’è il duca Torlonia e c’è il parroco di Sant’Eustachio. Cioè, no, il parroco non ci ha da essere, ma non mancherà il suo riscontro della chiesa riformata, od altra delle cento che fioriscono nella libera America.
— Ebbene, che importa? — gridò Massimo. — Quella è una fanciulla, tu stesso l’hai detto; una fanciulla è tutt’altra cosa. —
Almerico di Montegalda fece qui una pausa più lunga assai della prima.
— Che cosa pensi, ora? — gli chiese quell’altro.
— Penso alla tua distinzione; — disse Almerico. — È curiosa ed ha una grande parte di vero. Sarebbe bene che, scambio di abolire la bella usanza in India, si volesse estenderla anche all’Europa.
— Quale usanza?
— Quella di far bruciare le vedove sui roghi dei loro rispettivi mariti.
— Ah sì! — esclamò Massimo.
— E aggiungerei, per mostrarmi imparziale, — ripigliò Almerico, — che i vedovi a lor volta fossero bruciati sul rogo delle rispettive mogli. —
Massimo non mostrò di gradire la seconda parte della nuova legge, come aveva gradita la prima.
— La cosa è da proporsi; — continuò Almerico. — Tanto più ora che in ogni città italiana è nata una società col pietoso intendimento di sbrigarsi dei morti col metodo antico ed accetto della incinerazione. Là, dentro con le mogli, nel forno crematorio, i mariti superstiti! Sarà anche un bel modo per non avere tra i piedi un così numeroso stuolo d’inconsolabili. Che bella e commovente cerimonia! Fuori di celia, — soggiunse Almerico, — c’è del vero, in quella tua distinzione. Le ragazze han diritto di amare e di farsi sposare, non solamente come tutte le altre donne, ma molto di più, perchè esse dànno il fiore della loro esistenza all’uomo che amano. Il resto.... il resto non si considera che come un grazioso e piacevole scambio di galanteria. Per gli uomini, si capisce. E noi due, qui, siamo uomini, e ragioniamo da uomini. Mio caro, — esclamò Almerico, sospirando, e cambiando tono ancora una volta, — tu sei Massimo di nome, ma non sei l’ottimo degli amanti per la duchessa Serena. Ed ora, vediamo un po’, ragioniamo sul sodo, come te ne esci?
— È quello che mi domando, e che domando a te: come ne esco?
— Con una scenata, in cui il torto sarà tutto dalla parte tua; non vedo altra via.
— Ed è brutta, — disse Massimo, — ed è anche difficile. Come farla nascere, questa scenata, con una donna che non si lagna, che sta lì fredda, da due mesi, immobile come una statua, vedendomi tutti i giorni ed aspettando una parola, che io non posso più dire, e non voglio? Ci vorrebbe.... so io quel che ci vorrebbe.
— Parla; giudicheremo; — rispose Almerico.
— Ci vorrebbe una bella invenzione.
— Una bugìa?
— Pietosa, nella sua crudeltà; — disse Massimo; — del resto, una bugìa la quale non nuocesse che a me, nella stima del mondo. Una grossa perdita al giuoco; la rovina.... il bisogno di nascondermi.... di cambiar paese....
— Dio! anche di queste? — gridò il Montegalda, levando gli occhi ai cassettoni del soffitto.
— Eh, caro mio, per uscire da un guaio come questo, non so che cosa farei! Credi pure che io sono come l’uomo che affoga. Mi attaccherei perfino ai rasoi.
— Veramente, — osservò Almerico, — è difficile che l’uomo, in quel brutto momento, trovi di simili arnesi a fior d’acqua. —
Massimo diede in uno scoppio di risa, a quella osservazione dell’amico, che gli mandava a male il più stravagante de’ suoi paragoni.
— Mi fai ridere, e non ne ho voglia; — disse egli. — Son disperato. Perchè non potrei esserlo al proprio, se lo sono al figurato? Metti che io abbia perduta una grossa somma al giuoco, e che io non possa pagarla, se i miei non m’aiutano. Ora, perchè essi m’aiutino, una lettera non serve; è necessario che vada io; ed è ancora dubbio se riescirò ad intenerire due avarissimi zii. Quanto al mio patrimonio.... ipotecato, non c’è più da contare.
— Veramente? — disse Almerico.
— Metti che sia così; è la conseguenza necessaria dell’invenzione. In queste circostanze, io non ardiscopresentarmi alla duchessa. Sono più che un uomo rovinato; sono un uomo che per molto tempo ho lasciato credere di star bene, probabilmente col mio secondo fine; ma questa perdita improvvisa, rendendomi impossibile di continuare l’inganno, aiuta pur troppo a scoprirlo. Un uomo di spirito non si vergogna di confessare un rovescio di fortuna; ma nessuno vuole arrossire davanti ad una donna, lasciandole scorgere che la rovina era già antica, e che egli edificava sul falso. Ti capacita?
— Eh, capisco che se fosse vera, tu non dovresti aver più il coraggio di presentarti. Ma non è vera, e tu, per non arrossire in presenza, ti fai disprezzare da lontano.
— È una disgrazia, lo so; — rispose Massimo. — Pure, non vedo altro che faccia al caso mio, e non ho neanche da scegliere. Rovinato, e col pericolo di essere disonorato (tutti questi mali si possono aggravare, in principio), sono partito da Roma. E parto difatti. Vedi, Almerico! sono anche un vile, perchè ti prego di non scrivermi nulla di ciò che ella avrà detto, fino a tanto tu non mi possa annunziare che tutto è finito il meno male possibile.
— Senti, — disse Almerico, — poichè tu vuoi ad ogni costo....
— Sì, ad ogni costo, — interruppe Massimo, — è la mia risoluzione fermissima.
— Ebbene, — ripigliò Almerico, — poichè lo vuoi, si può anche fare. Ma io ti pongo un dilemma. O le cose sono più inoltrate che tu non abbia voluto confessarmi, e in questo caso mi dài una parte odiosa. Il giorno ch’ella sapesse che io ho mentito, per procacciarti una fuga, non potrei più presentarmi in sua casa. Sarei un uomo disonorato, e per davvero, mentre tu non lo sei che per celia. Ora, vedi, Massimo! il mio blasone è povero, o poco ci manca. Si sono presentate le occasioni di fargli una doratura nuova; e non ho voluto, amando meglio di lasciarlo com’è. Vuoi tu ora che io mi persuada a tingerlo?
— Ti giuro, — rispose Massimo, — che il primocorno del tuo dilemma è falso, come quello del rinoceronte. Spero che su questo paragone almeno non troverai nulla a ridire. Quello che io ti ho confessato è tutto il vero. È una cosa strana, lo so, lo vedo ancor io, che un capitano si ritiri da una piazza forte, alla vigilia della sua capitolazione. Ma che vuoi? fin qua ero arrivato, senza pensarci troppo, attirato e contenuto da tutte le circostanze che ti ho dette; il resto mi annoia; levo l’assedio, come un capitano che ha formato altri disegni più vasti. E questi disegni li sai, e non occorre che te ne dica più altro.
— Veniamo allora al secondo corno; — disse Almerico. — Questo non è di rinoceronte; è un corno autentico, sebbene sia il meno pericoloso. O non è niente, non son state che ciarle, servitù cavalleresca, adorazione platonica, e non vedo il bisogno di farti nero a quel modo, di addossarti tanti peccati, dove uno basterebbe.
— E quale, di grazia?
— La tua leggerezza, perbacco! Ti troverà leggero, e dirà che non meritavi di esser pianto. Ora, mio caro Massimo, per giungere a questo fine, non mi par necessaria una bugìa così grossa.
— Ma pietosa; — soggiunse Massimo.
— Pietosa, ma grossa; — ribattè Almerico. — E son io che debbo dirla! So bene che si calmerà; con me, poi, fingerà di calmarsi anche prima, non dolendosi d’altro che della tua perdita al giuoco, se pure vorrà prestar fede al racconto. Ma io, quando saprà il vero, che figura ci avrò fatto?
— Ebbene, — disse Massimo, — io ammetto che la cosa vada come tu prevedi. Ma qualcheduno ci vuole, per aiutarmi. Quanto a me, non posso andarci. Fossi matto! Ho parlato tanto, che non saprei come liberarmi dal viluppo delle mie parole.
— C’era il miele, nelle tue parole! — esclamò il Montegalda. — Il miele è appiccaticcio.
— Bella scoperta! Ma tu che la fai, devi anche intendere che io non posso più presentarmi. La fugaè il minor male; ma la fuga non salva ancor nulla, se un amico non s’intromette e non parla per me.
— Sì, con la bugìa! — disse Almerico. — Perchè non puoi caricartene tu? scrivendo, per esempio?
— Scrivere! che cosa?
— Quello che hai detto a me. —
Massimo stette alquanto sovra pensiero; poi disse risoluto:
— Si può farlo. Dammi un foglio di carta.
— È tutta con le mie iniziali. Scriverai domattina. Intanto, la notte porta consiglio, e penserai meglio alla sciocchezza che vuoi fare.
— Oh, ci ho pensato abbastanza. Tieni bene in mente ciò ch’io ti dico. O tu mi rendi il servizio da amico che ti chiedo, aiutando le cose a cader dolcemente; o io le fo cadere rumorosamente, e penso in cuor mio che tu, per essere un amico d’infanzia, potevi trattarmi un po’ meglio. È un inferno, caro mio, continuare così, ed io non ci posso durare.
— Bada, Massimo, bada! non rinunzierai tu al paradiso?
— Di’ quel che vuoi. Per me è l’inferno. Son fuori di me; ho perduta la testa.
— E dove andrai, si può sapere? — domandò il Montegalda.
— A Napoli.... per ora.
— Come? I Lockwood vanno a Napoli?
— Sì; — mormorò Massimo, chinando gli occhi vergognosi; — tra pochi giorni. Non si son fermati tanto a Roma, che per assistere alla prima dell’Apollo.
Almerico di Montegalda chinò la fronte anch’egli e rimase un istante pensoso.
— Povero Massimo! — esclamò. — Sei bene impaniato!
— Ah sì! ci ho le penne maestre.
— E poi durerà come l’altro! — riprese il Montegalda. — Anzi, durerà meno, perchè qui non ci hai nemmeno le circostanze in aiuto. È una ragazza, la Lockwood: o si fanno le nozze, o s’infila l’uscio.
— Oh, non sarà il caso, — replicò Massimo, inalberandosi. — Chevuoi, che mi dicano di no? Miss Madge mi vede volentieri; è lei che mi ha parlato di Napoli, manifestando il desiderio di avermi per guida. La madre, dopo che ho ballato con lei, non vede altri che me. Figùrati! dice che gl’italiani non sanno ballare, e che io solamente so. A dirtela in confidenza, così asciutta come pare, è una foca, ed io ci ho preso un dolore al braccio, per farla girare. Quanto al padre, che ti dirò? L’americano è felice, perchè farà la figliuola contessa. Io, da ultimo, vorrei esser re, per farla regina. Vedi dunque che l’accordo è perfetto.
— Egregiamente! — disse Almerico, che si sentiva stanco di quella lunga chiacchierata. — Come scriverai?
— Come vorrai tu, — rispose Massimo.
— Io, caro amico, ti prego a credere che non vorrò nulla. Sei tu che crei questo nuovo mondo, per liberarti dal vecchio.
— Hai ragione. Scriverò dunque press’a poco in questi termini. Una disgrazia.... son rovinato.... debbo partire sul momento. O salvarmi, se ci riesco, o sparire. Il conte di Montegalda che ha il mio segreto....
— È troppo, — interruppe Almerico. — Io non ho altro segreto se non questo: che la tua è un’invenzione. Cambia, te ne prego.
— Ebbene, — ripigliò Massimo, — diremo così: il conte di Montegalda, a cui ho narrato queste cose, potrà dirgliene più lungamente. Io non potrei farlo, nello stato in cui sono. Eccoti dunque il concetto; — concluse Massimo, — scriverò la lettera domattina, la manderò, e sparirò.
— Ci penserai prima, non è vero, — disse Almerico, — ci penserai ancora due volte? —
Massimo di Riva era ostinato; gli pareva di avere architettata una favola stupenda. Conosceva il Montegalda per un savio giovanotto, per un amico buono e compassionevole. «Egli aggiusterà tutto» concluse Massimo tra sè, prendendo congedo dal suo compagno d’infanzia.