VIII.Tra Roma e Parigi.
I preparativi delle signore non vollero che un paio di giorni, e questi due giorni piuttosto per la marchesa Terenziani che non per la duchessa di San Secondo. Donna Flora portava di molta roba, e il cavaliere Buonsanti, vedendo arrivare tutti quegli impicci alla stazione, osservò che la marchesa voleva fare una «campagna» in piena regola.
— Questo è un vero arsenale! — diss’egli. — Si vuole espugnar Parigi. Avrete anche il parco d’assedio, m’immagino! —
Quanto a lui, era uomo, e le sue valigie erano presto fatte. Il vecchio soldato avrebbe potuto partire un’ora dopo ricevuto l’avviso.
Almerico di Montegalda accompagnava i suoi amici alla stazione di Termini. Avendo licenza per tutta la giornata, deliberò di accompagnarli un tratto di strada, fino a Civitavecchia; cortesia profumata, di cui gli furono riconoscenti le dame.
— Làsciati sedurre; — gli disse il Buonsanti, come furono là. — Prosegui fino a Parigi.
— Il dovere, caro mio! — rispose Almerico.
— Che dovere! Scrivo io un biglietto al guardasigilli, e non c’è più doveri. Sai che è un uomo per bene, il tuo ministro? Un buon figliuolo, anzi, che ti mette in confidenza alle prime. Io non so già più quando ci siamo conosciuti; mi pare che siamo andati a scuola insieme, parola d’onore!
— Te l’avevo pur detto, che è un angelo! — replicò Almerico. — Ma appunto per ciò non bisogna abusarne.
— Un mesetto, via! — mormorò il Buonsanti, ammiccando. — Che cos’è un mesetto, davanti all’eternità?
— No, niente mesetto; — disse Almerico. — Relazioni, lettere confidenziali, questioni personali, delicatissime.... Chi lo aiuterebbe, in questi ufizi gelosi? Buon viaggio, mie signore! E comandino al loro segretario di mandarmi qualche volta le loro notizie. È un certo tomo, questo cavaliere Buonsanti! Ora mi fa carezze, ma poi!... Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.
— Eh, meriteresti che non ti scrivessi affatto! — rispose il Buonsanti, mentre i frenatori chiudevano gli sportelli. — Ma prenderò ordini.Ciao!—
Almerico stette ancora un paio di minuti ritto sul marciapiede. Poi la campana suonò, la vaporiera fischiò, le catene si tesero stridendo, il treno si mosse,ed Almerico si levò il cappello, facendo il suo ultimo saluto. Passarono otto o dieci carrozze, e la linea si sgombrò davanti a lui. Il treno della maremmana andò via sbuffando e fumando, verso Tarquinia e Montalto.
Che fare, a Civitavecchia, quando non ci si ha da far nulla? e quando non ci si conosce nessuno? Almerico aveva molto tempo da annoiarsi, sotto la tettoia della stazione; non ne aveva forse abbastanza per una visita al porto. E neanche un giornale da leggerlo tutto, dal primo articolo all’ultimo avviso! Son quelle, per solito, le occasioni in cui si legge religiosamente anche una quarta pagina. Ma il cavaliere Buonsanti, oltre i giornali suoi, aveva insaccati anche quelli dell’amico. Il povero Montegalda non possedeva neanche un orario, a cui confidar le sue noie. Entrò al caffè, sorseggiò un ponce, e non riuscì che ad ammazzare dieci minuti di tempo. Allora escì da capo sul marciapiede, e passeggiò lento, taciturno, come una coppia di reali carabinieri, contando i lampioni, leggendo i numeri della portata sui carri delle merci, fantasticando sulle lettere strane scritte di rosso accanto o sotto quei numeri, non perdonando neanche ai nomi di lontane stazioni, segnati a matita su quei carri, da frenatori e facchini in esercizio di calligrafia. Dopo un secolo di quella occupazione mentale, e peripatetica insieme, giunse il treno che doveva ricondurlo a Roma. Le carrozze erano tutte quasi piene di viaggiatori, e il nostro Montegalda ebbe per gran ventura di trovarne una, dove non erano che tre prima di lui. Erano tutti e tre infervorati in una disputa, che toccava molti punti di politica parlamentare, programmi, discorsi, cose e persone; a farla breve, interessi del paese. L’emendamento, la questione pregiudiziale, la chiusura, la condizione del ministero, la legge di qua, la leggina di là; c’era da averne la testa intronata. Per fortuna, nessun dei tre conosceva, o nessuno riconobbe, vedendolo, il segretario particolare del ministro guardasigilli; altrimenti, povero a lui! loavrebbero costretto a parlare, con quella poca voglia che ne aveva. Almerico si rannicchiò nel suo angolo, e si volse al finestrino, per guardare il paese.
Come è triste, la campagna romana! L’osservazione è vecchia, ma è anche vecchia la cosa. Ora, la desolazione è grande, sopra tutto da Civitavecchia a Roma. Pare che quel largo tratto della costa italiana fosse il prediletto dei Saraceni, nelle loro scorrerie secolari. Se sono essi che hanno fatto quel deserto, e senza mestieri di sabbie, bisogna dichiararli più valenti a gran pezza del Simoun. Ma pensateci bene, e vedrete che non sono stati i soli, e che qualche figlio di cristiani ha tenuto il sacco ai seguaci di Maometto. La natura, senza dubbio, ci aveva avuto fin da principio la parte sua, foggiando quella costa grigia e giallognola, davanti a quel mare che l’eterno libeccio, o poco o molto che sia, non lascia mai tingere di turchino, e con quelle pietruzze ferrigne che spuntano, qua e là, Nereidi immote, quasi per dirvi, nel loro muto linguaggio: «qui non c’è fondo d’acqua, miei cari!»
Che pensare, inoltre, di quelle stazioni di strada ferrata, senz’ombra di paesi, e nemmeno d’alberi, che Iddio le benedica? Chi prenderà mai per alberi quegli eucalitti magri, allampanati, che hanno l’aria di compiangere il signor capostazione ed il signor capotraffico, sbadiglianti sul marciapiede? Davanti a quelle case gialle e solitarie, intorno a cui non è sorriso di aiuola, nè fiorisce l’ibisco, nè fa pompa del suo grand’occhio d’oro il girasole, passano i treni malinconici, e sembrano quelli di Geremia. Desolazione dell’abominazione! Palo! Palidoro! Sì, metteteci pure la compagnia del nobilissimo tra i metalli; son sempre pali, e mai alberi. Poi, qua e là, ma a grandi distanze, negri casolari che sudano la miseria e la febbre da ogni screpolatura; qualche pezzo di terra smossa, qualche buca di pozzolana, degli abbeveratoi, degli stecconati, oh sì, sopra tutto degli stecconati, con molti buoi dalle corna lunghe, assai lunghe, più lunghe d’un periodo del Guicciardini.Amici buoi! neanche voi contenti all’aspetto! La gente che passa e vede le vostre corna inusitate, s’immagina che siate voi i bufali decantati, e fa l’atto di ammirarvi. Unico sollievo, in quella triste campagna, un errore di zoologia! Ma quando si penserà alla botanica? Quando si spezzetteranno questi latifondi noiosi, e vigne ed orti e giardini daranno argomento di stupore più lieto? O almeno, perchè il tornaconto ci sarebbe, quando si dissoderanno questi maggesi, per piantarli a caffè? Vi hanno fatto il conto, o signori, dopo una prima e felicissima prova; guadagnereste otto volte tanto. Ma è proprio vero che per mutarti faccia, o campagna romana, ci vorranno due generazioni di scialacquatori? O Dei.... Consenti, protettori di Roma! se non c’è altro da sperare, nè previdenza di privati, nè provvidenza di leggi, consentite voi che venga a fare il miracolo tutta una legione di vizi, tra nostrali ed esotici.
Io qui non avrei neanche mestieri di avvertire il benigno lettore che queste malinconie non mi appartengono in proprio. Io, già, per dir le cose come stanno, non ho malinconie di nessuna specie; sto coi frati e zappo l’orto. Erano queste, invece, le malinconie di Almerico di Montegalda, che passava, con la velocità media di cinquanta chilometri all’ora, e cionondimeno era assai triste. Che ci posso far io? Doveva esserci ne’ suoi tessuti un leggero spargimento di fiele; perciò, come in simili casi può accadere ad ogni fedel cristiano, vedeva più giallo del vero.
Ora, perchè i lettori hanno orrore della tristezza come la natura del vuoto, salteremo l’arrivo a Roma e il ritorno alle occupazioni quotidiane. Delle quali dirò solamente, che Almerico si diede a lavorar più che mai, offrendo occasione al suo ministro di scherzare su quella assiduità portentosa.
— Per caso, Montegalda, aspettate una gratificazione? Badate, è per impiegati inferiori, e non per voi. A voi daremo una commenda, che diamine!Ma non c’è proprio bisogno che lavoriate anche di sera. Che razza d’uomo mi diventate? Non più passeggi, non più teatri, non più conversazioni.... Son tutte in campagna le vostre conoscenze? —
Almerico sorrideva, ma seguitava a lavorare.
— Non si maravigli, Eccellenza! — diss’egli una volta, rispondendo ad una di quelle esortazioni straordinarie. — Anch’io sono stato pigro; ma poi mi son vinto. Un giorno, quando mi vidi davanti una catasta di carte, una congerie smisurata di lavoro, scambio di abbattermi, saltai su come un capriuolo. Aspettate! gridai; ora v’accomodo io. E senza guardar più a quella montagna, senza perder tempo a scegliere, incominciai a lavorare. Uno, due, tre giorni di lavoro fitto fitto, e la montagna pareva sempre alta egualmente; ma poi incominciò anche lei a dar giù. Ed io a lavorare, a lavorar sempre, come un disperato, come un dannato, cinque, sei, otto giorni alla fila, cioè fino a tanto che non ebbi sgombrata la tavola, mandando insieme con l’avanzato anche quel soprappiù che mi capitava via via. Che giorni furono quelli, Eccellenza! Non era una voglia di lavorare, la mia; era una rabbia, un furore. Mi persuasi allora di una grande verità. L’unica vendetta che l’uomo possa fare contro la ferrea necessità, è quella di prenderci gusto.
— Vi faccio i miei complimenti — disse il ministro. — È un rimedio eroico. L’ho usato ancor io, nei miei primi anni di avvocatura, ma non ci avevo mai ragionato su, come voi. Animo, ora, mio caro Almerico; lasciate lo scrittoio e venite a prender aria. Tanto, non ci sarà pericolo che le montagne vi crescano davanti come allora. —
E lo conduceva a fare una scarrozzata fuori porta Pia, o verso ponte Molle, procurando di distrarlo, se non per avventura di tenerlo allegro, con l’eterno romanzo della politica parlamentare.
Frattanto passavano i giorni. Ne erano già trascorsi sei, dacchè Almerico aveva fatta la gita di Civitavecchia, e nessuna notizia giungeva da Parigi.Dovevano aver molto da fare, gli amici suoi, o quel diavolo di cavaliere l’aveva ancora con lui e voleva punirlo col suo silenzio ostinato. Oh, infine, che bisogno c’era di aver lettere? «Pas de nouvelles, bonnes nouvelles!»
— Beati loro, che se la passano allegramente! — pensava Almerico. — L’essenziale è che la duchessa dimentichi. E quell’altro di Napoli, che fa il morto! Oh, davvero, son sciocco, io, a darmi pensiero di lui. In fondo, siamo tutti sciocchi, quando pensiamo agl’impicci degli altri, come se fossero i nostri. È poi vero che siano così gravi gli affanni del prossimo, come noi ce li figuriamo qualche volta? Il dolore morale è forse un affar di epidermide, come i geloni. Par di morire, tanto sono acute le trafitture. Ma poi, un cambiamento di temperatura, con qualche linimento di glicerina.... «tout passe». Già! ed anche «tout lasse, et tout casse!» —
Pensava anche in francese! Ma sì, lettori, e non ci vedete nulla di strano. Il suo amico Buonsanti era a Parigi, obbligato a parlare quella lingua con albergatori e camerieri, con tavoleggianti e cantinieri, merciai, giornalai, portieri, guardiani «et omni genere musicorum». Qualche spruzzatina di francese ne’ suoi soliloqui romani era il meno che Almerico di Montegalda potesse fare per il commendatore Buonsanti di Carpigliano.
Alla fine del decimo giorno, Dei immortali! capitò una lettera col francobollo azzurro della repubblica francese. Era tempo, perbacco! Almerico poteva già pensare che fossero tutti morti, laggiù.
Aperse la sopraccarta con una ingiusta impazienza; spiegò il foglio, e incominciò a leggere, dopo il «Caro amico» di rito, un verso di questa fatta: «Mi affretto a scriverti....»
— Sì, davvero, gran fretta! — borbottò Almerico tra parentesi. — Ma andiamo avanti.
«M’affretto a scriverti, nel primo momento di libertà, e temendo ancora che mi manchi il tempo per giungere alla fine. Se tu sapessi che da fare èil mio! Ma incominciamo dal principio. Ti dirò che abbiamo fatto il solito viaggio lungo lungo. Trentotto ore di strada ferrata, caro mio, stancano un bue; figurati un uomo. Aggiungi un tempaccio; le signore avevano freddo; si stette sempre coi finestrini chiusi, appannati dalle solite cause fisiche, di cui ti farò grazia.
«Siamo giunti a Parigi di sera, e con una nebbia uggiosissima. Siamo smontati all’«Hôtel de Bade», sul nostro «boulevard». Dico nostro, perchè lo hanno dedicato a noi, Italiani. Ti raccomando l’«Hôtel de Bade», e la sua cucina; per la colazione s’intende. Quando avrai occasione di venirci, domanda una costoletta con patate. Dio, che costoletta! E che patate! oro ammorbidito, mio caro. E poi, se vedessi come gli fanno sollevar la crosta, a quelle fette di patata! Ti pare di avere nel piatto dei piccoli croccanti. Ho domandato al cameriere come facevano ad ottenere quel doppio rigonfiamento, e m’ha risposto con aria misteriosa: «c’est le secret de la maison, monsieur!» Bisognerà crederlo, non potendo andarci a vedere più addentro.
«Eccoti del resto, la mia giornata parigina. Mi alzo per tempo: verso le otto. Scendo sul «boulevard» un po’ prima delle nove, per prendere una boccata d’aria. È l’ora in cui si spazzano le strade; la qual cosa ti porge argomento di correre a farti lustrare le scarpe. Io, seguitando la mia passeggiata, vado dal lustrascarpe che è sotto la galleria «de l’Horloge»; bel luogo, pieno di botteghe di fiori e di ninnoli, e con un maestro di scherma il cui nome non promette niente di buono alla pelle degli avversari. Si chiama «Gâtechair». Ma andiamo dal lustrascarpe. Egli ti fa salire un alto gradino, ti fa sedere sopra un trono alto di velluto, dove hai il «Figaro», il «Gaulois» ed altri giornali da scegliere. Leggi, vedi, e cinque minuti dopo senti un colpo di spazzola sul gradino del trono. «Monsieur est servi» ti dice il tuo ministro della pubblica lustrazione; e allora tu scendi dal trono, e vai da «madame», per pagare alsuo banco la tenue moneta di venti centesimi, essendoti anche permesso di lasciarne cinquanta.
«Finita quella operazione, dirò così, preliminare, esco da capo sul «boulevard», fermandomi a tutte le vetrine, specialmente a quelle dei fotografi. Ci sono tutti i grand’uomini, mescolati a tutte le gran donne del tempo presente. I grand’uomini hanno nome e cognome; le gran donne non hanno che il nome di battesimo, se pure è quello, veramente, e non un nome di guerra. Inclino a crederlo un nome di guerra, perchè tutte queste donne celebri hanno dei tipi d’amazzoni. Poi faccio un’altra fermatina davanti alle mostre dei librai: un’altra ancora davanti a quelle dei tappezzieri; un’altra ancora davanti a quelle dei venditori di quadri, dove l’arte moderna guadagna il suo pane, facendo esposizioni di croste. Dico per celia, sai, perchè ci sono anche delle cose bellissime.
«Mi dirai: e dal parrucchiere.... Ah, caro mio, ci sono stato una volta, ed ho subito ripreso a farmi la barba da me. Se vai da un parrucchiere per barba e testa, come canta Figaro nel suo recitativo, son tre lirette di prima spesa. Ti riducono all’ultimo figurino, lo capisco, ma tre lirette son troppe. E poi, non bastano ancora. «Est-ce que monsieur ne veut pas qu’on lui fasse une lotion?» Credi che si tratti di una lavata di testa, ed accetti. Allora il giovane va alla vetrina, prende una bella custodia tonda di bosso, gira il coperchio, ne cava una boccetta stupenda, l’apre, e la mette lì. «D’abord, il vous faut une friction, pour degraisser les cheveux». Diamine! C’è dunque un’altra operazione preliminare? E vada per la frizione. «Au Quinquina, naturellement? Monsieur ne voudrait pas d’autre chose. Les propriétés du Quinquina....»
«E qui una lezione scientifica, che va risparmiata. Intanto ecco un’altra boccetta. Ed ecco una spazzola nuova, per la «lotion». Ed ecco un barattolo nuovo per la manteca, che si può usare dopo la «lotion». Ed ecco ancora non so che altro. Intanto l’operazioneprocede, e tu leggi un giornale, politico, faceto, illustrato, come ti pare. Il giovane ha finito, ti guardi allo specchio. Dio di misericordia, come sei bello! E nero, poi, neri i capegli, d’un nero che incanta. «O come? tu gridi. Ed io che non volevo tingere!...» Il giovane ti guarda con aria di stupore. «Monsieur a désiré une lotion?» Ah, è vero, sì, «une lotion». Non l’hai chiesta, l’hai accettata, il che torna lo stesso. «Du reste, vous étes si bien! Si jeune encore! Les cheveux blancs vous déparaient». Già, era vero; quei capegli bianchi ti facevano scomparire. E ancora così giovane! Il complimento ti va all’anima, sorridi, e domandi il conto. «Trente-sept francs, monsieur». Come? Così caro? «Oh, monsieur, pas trop cher, puisque c’est garanti. Ajoutez que vous en avez pour dix lotions, au moins, c’est-à dire pour cinq mois, après quoi... vous savez l’adresse, qui est ci-jointe. Voulez-vous emporter ça, ou bien permettez-vous qu’on vous l’apporte à l’hôtel?» Sono cortesissimi, non c’è che dire. E te ne vai con quaranta lire di meno in saccoccia; ma nero, poi, nero, a quel dio! Credilo, Almerico, tu non sei così nero; io non lo sono mai stato tanto, neanche a vent’anni. Oh le risate delle signore, quando mi videro comparire! Temevo anche quelle delle persone di servizio. Ma qui non si ride. Già, devono essere avvezzi a queste trasformazioni dei viaggiatori. Il cameriere che ci serve a colazione non ebbe neppur l’aria di avvedersi della mia. La cameriera non mi sorrise niente più dell’usato. È vero che mi sorrideva già molto.
«Oh, scusami! debbo lasciarti. Le signore mi chiamano, per andare al bosco di Boulogne. La giornata è passabile, e godremo tutto quello che si può godere attraverso i cristalli. Dunque, addio, chiudo la lettera, salutandoti di cuore. Il tuo, ecc.».
Ne sapeva molto, dopo aver letta quella prosa internazionale, il nostro Almerico! Voi già immaginate quel che fece. Mandò al diavolo il prosatore.
La seconda lettera, capitata cinque giorni dopo, incominciava così:
«Dov’eravamo rimasti? Ah, in carrozza, per andare al bosco di Boulogne. Di questo ne avrai piena la testa. E d’altre cose ancora, tutte descritte un migliaio di volte. Vuoi il pozzo di Grenelle, dove non si vede pozzo, nè acqua? l’«Hôtel des Invalides»? Non offre più grande interesse, dopo che non fanno più vedere «le grenadier à la tête de bois». Dev’esser morto, il pover’uomo, che aveva lasciata la testa a Waterloo. Eccone uno che non faceva uso della «lotion» di «monsieur Louis» della strada di Helder! Non vorrai, spero, che io ti descriva la tomba di Napoleone I. Gli han posto addosso un gran coperchio di pietra, che un gigante non alzerebbe; forse temendo che a quell’altro gigante non venga il ticchio di escire. È un uomo che amo. Sia storia o leggenda il suo genio militare, quell’uomo ha messa a soqquadro l’Europa. E i Moreau, i Bernadotte, i Marmont, e tutti gli altri che una tarda critica ha voluto anteporgli, non avrebbero fatto la decima parte di quello che ha fatto egli, se anche fossero stati al suo posto. Ma ora la passione politica entra da per tutto, anche nella storia. Ah, purchè non la mettano nella «bisque aux crevettes» e nella «sôle à la Normande»! Due piatti, caro mio! cioè una minestra ed un piatto, da leccarsi le dita; se fossimo antichi romani, ben inteso, e non si adoperassero cucchiai nè forchette.
«Ah, queste trattorie! Non ti puoi immaginare come pelano. Suppergiù come da noi; ma con quanta differenza nel modo! Da noi, anche in un albergo di prim’ordine, vorranno farti passare per fresco della giornata il pesce, o la pera, o il grappolo d’uva che ti mettono in tavola, mentre tu giureresti che è tutta roba del giorno innanzi, a volergli usare cortesia! Qui invece non ardiscono imbandirti dopo mezzogiorno la roba fresca della mattina. Tutto quello che mangi è dell’ultimo arrivo. Piuttosto che darti una vivanda o un frutto della sera innanzi, sarebbero capaci di trucidarsi con le loro proprie mani, come Vatel, il loro sublime esemplare.
«Capisco che tutto il segreto di questa freschezza è nella rotazione della derrata. La trattoria di prim’ordine cede ogni mattina tutto l’avanzo della sua mostra serale alla trattoria di second’ordine. Questa, a sua volta, cede sul mezzogiorno l’avanzo della sua mostra a quella di terzo; e così via, d’ordine in ordine, lasciando a te la dolce sicurezza di mangiare anche in una trattoria di terz’ordine il pesce arrivato la sera innanzi dall’Havre, o la pera colta nella giornata antecedente a Melun. Del quarto ordine non so. Forse c’è ancora il quinto ed il sesto: sicuramente c’è della gente che si contenterebbe del settimo. Ma queste sono miserie di tutto il mondo, pur troppo».
— Ma si può dar di peggio! — borbottò Almerico, leggendo quell’altra tantafèra. — Non ci ha proprio altro da raccontarmi? —
S’intende che aveva risposto alla prima lettera, imparando anch’egli l’arte sopraffina di non dir niente in quattro pagine di scritto. Qual è quel gentiluomo che non scrive le sue quattro pagine, quando la lettera è diretta ad una dama, o deve andare, od è probabile che vada, sotto gli occhi di una dama? La cosa è tanto naturale, che si è inventata a bella posta la carta di piccolo sesto, e con essa una certa calligrafia lunga, mezzo coricata, con filettature e svolazzi, a tutto spiano. Scorrete quelle linee con una facilità maravigliosa; siete giunti alla fine senza avvedervene, e quando vi pareva di avere appena cominciato. Ma le quattro paginette ci sono, tutte debitamente inchiostrate. Così fanno anche i notai, senza lesinare, viva la faccia loro, sulla carta bollata. Ma io vorrei sapere come scrivono i notai, quando scrivono per sè, in carta semplice. Ora, a farlo a posta, di amici notai non ne ho che uno; il quale non mi scrive mai; e non son donna, per innamorarlo di me.