XIV.Il resto del carlino.

XIV.Il resto del carlino.

Mister Montgomery era là, seduto al suo solito posto, col suo gran sigaro ai denti, il suo bicchier di birra daccanto e il suo arcipelago intorno: un arcipelago che non impediva ai venditori ambulanti di accostarsegli tratto tratto, per offrirgli la loro mercanzia, scatole di cartone, incrostate di nicchi marini, orecchini di lava del Vesuvio, corni di corallo contro la jettatura, libriccini di amena e scorretta letteratura, nè ai piccoli lustrascarpe di presentargli la cassetta, accompagnando l’atto col loro piangoloso: «Eccellenza, vulìte?»

— Oh, caro amico, siete voi? — gridò il signor Lockwood, alla vista del conte. — Posso offrirvi qualche cosa?

— No, grazie, sir Montgomery; non prenderei nulla; — rispose Massimo; — ho la bocca amara.

— Un bicchierino di ginepro, allora; — ripigliò il signor Lockwood. — È indicatissimo.

— Grazie, non mi sento di bere.

— Voi avete dormito male, caro amico! Siete anche molto pallido.

— È vero, ho dormito malissimo; — replicò Massimo. — E mi pare che dovrei farvi un certo discorso, per rimettermi un poco.

— Un discorso, a me? Fatelo subito.

— Voi non mi giudicherete un impertinente, poi?

— Come? che c’entra l’impertinenza? Spero beneche non vorrete offendermi; — disse il signor Lockwood, aprendo le vaste mascelle ad un sorriso di caimano.

— Che dite, sir Montgomery? Per quanto riguarda le mie intenzioni, la cosa è impossibile affatto. Ho un gran rispetto per voi e per tutta la vostra cara famiglia. Solamente questo rispetto mi aveva trattenuto fin qui dal parlarvi di cosa che a me preme assai, ma che potrebbe non premere a voi nè punto nè poco.

— Fate conto che possa premermi, — rispose il signor Lockwood, — e parlate.

— Ma.... — disse il conte, perplesso. — Questo, in verità, non sarebbe il luogo più adatto. Siamo in mezzo a due usci.

— Verissimo; andiamo dunque al largo. Si potrà bene discorrere passeggiando?

— Certo, — replicò Massimo, — ed io vi ringrazio, sir Montgomery, dell’incomodo che vi prendete per me.

— Oh, niente, niente! — esclamò il signor Lockwood, sciogliendo l’intreccio delle due grandi seste che servivano molto bene alla sua locomozione, ma che spesso impacciavano i suoi riposi. — È anche bene di muovere un poco le gambe. La gran piazza del Plebiscito è fatta a posta per questo esercizio. Non vi darà noia il sole? —

La domanda non era fuori di luogo. A quell’ora la piazza del Plebiscito era tutta inondata di luce, un vero lago di sole.

— Non importa: suderemo; — rispose Massimo, sforzandosi di sorridere. — Purchè la cosa non dispiaccia a voi! Io, del resto, ho già un sudor freddo alla fronte, dovendo parlarvi di ciò che mi preme. E per cominciar subito, vi rammenterò un discorso che mi avete fatto a Roma, con la vostra solita bontà. Mi diceste allora, in un salotto dell’albergo del Quirinale, alla presenza delle vostre gentili signore: conte, volete venire a Napoli con noi?

— Mi ricordo benissimo di avervi detto ciò; —rispose il signor Lockwood. — E vi dico oggi egualmente: volete venire a Palermo? Se non conoscete quella città, o se vi piace di rivederla, ecco un’occasione come un’altra. Voi siete ungentleman, un’eccellente compagnia. E poi, in viaggio, più si è, più ci si diverte. —

Non era la risposta che Massimo avrebbe desiderata; ma infine, poichè il signor Lockwood non aveva certe delicatezze di pensiero, bisognava contentarsi di un complimento come quello.

— Grazie; — riprese Massimo allora. — E mi avete anche detto un giorno: venite con noi agli Stati Uniti.

— Sicuro; — replicò l’americano. — È un paese da vedere. Noi siamo pur venuti nel vecchio Mondo! Perchè non verreste voi nel nuovo? L’uomo deve istruirsi, quando ne ha i mezzi, e il miglior modo d’istruirsi è quello di viaggiar molto, di osservare, di paragonare.

— Ebbene, è anche questa la mia opinione, sir Montgomery. Io verrò a Palermo, e verrò anche in America. Ma ditemi, ora, — soggiunse Massimo, con voce tremante, — posso io sperare che il conte di Riva, mio zio paterno, e il marchese di Villabruna, mio zio materno, gli unici parenti che mi rimangono e dei quali io sono l’erede, saranno bene accolti da voi, se verranno a chiedervi per me l’onore che ambisco.... di esser considerato da voi come figlio? —

Ah, finalmente, era detta! Massimo respirò, dopo aver messo fuori quella stentatissima frase.

Il signor Lockwood sicuramente si aspettava qualche cosa di simile. Tutti i preliminari della conversazione di Massimo accennavano ad un attacco di quel genere, e l’americano, appunto perchè immaginava di dover giungere fin là, aveva facilmente accettato di muover le gambe. Ma si fermò, quando Massimo ebbe finita la frase, si fermò su quelle lunghe gambe, guardò il suo compagno di passeggiata e gli disse:

— Ma come, signor conte?... Io sono troppo onorato....non incomoderò mai due persone così degne, che abitano tanto lontano di qua.

— Sir Montgomery, non dovete voi fare una gita a Venezia? — ripigliò il conte Massimo. — Essi, in tal caso, non avranno da fare un lungo viaggio, per giungere a voi. Ma, non pensiamo per ora all’incomodo dei due nobili vecchi. Son io che intanto vi prego, e vi domando, con molta temerità, ma con pari devozione: posso io sperare che mi avrete per figlio?

— Una adozione! — borbottò mister Lockwood. — Sapete bene che ho già una figlia.

— E di fatti, — rispose timidamente Massimo, — se non vi dispiacesse troppo....

— Capisco, sì, capisco: mi domandate la sua mano. È un modo di dire; ed anche molto grazioso! — rispose quel padre, con aria di somma benignità. — Ma voi giungete tardi, per questo; mi rincresce di dirvelo, giungete tardi.

— E perchè?

— Perchè.... sono impegnato, caro amico, impegnato.

— Col principe Savelli?

— Ah, lo sapevate! E come?

— Non lo sapevo; — rispose Massimo. — Mi è passato per la mente.

— Vi faccio i miei complimenti per la vostra penetrazione; — disse il signor Lockwood. — Sì, caro mio, così è; questo principe mi conviene. Ha un bel nome vecchio, di quelli che piacciono a me. Sarà una debolezza, ma già, chi non ha le sue? Sarà una debolezza, ed io non voglio nasconderla ad un amico come voi. Savelli.... con due papi in famiglia e principe.... Era proprio il fatto mio. Non ha che sessantamila lire d’entrata, ma che importa?

— Anche questo sapevate?

— Certamente; io so tutto quello che mi conviene di sapere. Son partito da Roma avendo in portafoglio una lista di tutti i principi e duchi scapoli della vostra capitale, con la cifra totale delle loro fortune a riscontro dei nomi. Non si sa mai! bisognaessere preparati a tutto! Il signor Savelli, adunque va poco più su del milione; sottosopra, è come voi, caro amico. Voglio concedere che un giorno voi sarete anche più ricco, ereditando dai vostri due zii. Se vivono molto, e seguitano a far risparmi, potrete andare sui tre milioni; ed è una bella sostanza, in mano ad uno che sappia farla fruttare. Vi raccomando di essere accorto. Ma già, questi sono discorsi fuori di luogo, con voi che volevate parlarmi d’altro. Mio caro conte, che cosa debbo dirvi di più? Giungete tardi.... giungete tardi!

— È dolorosa! — gridò Massimo. — Uno strano timore mi aveva trattenuto finora. Ah, sir Montgomery! io non saprò darmene pace.

— No, caro amico, dovete darvene pace. È poi vero che se foste giunto prima la cosa sarebbe andata secondo il vostro desiderio? Non abbiate rimorsi; io voglio essere schietto con voi. Capirete, mio caro, che tanti milioni.... non li ho veramente fatti io; li ha fatti la fortuna, che mi ha messo sulla strada di una miniera. Non ero ricchissimo; anzi, per un minatore, per un armatore di laggiù, potevo dirmi povero, quando sono entrato nell’impresa. La miniera, dopo aver dato grandi speranze agli azionisti, non le giustificò. Erano tutti disanimati; si parlava già di smettere un lavoro che assorbiva tante migliaia di dollari ad ognuno di noi. Solo fra tutti ebbi fede, o cedetti ad un capriccio, dategli quel nome che volete. Comprai sottomano tutte le azioni, e quando le ebbi comprate mi ritrovai povero, più povero di Giobbe. Cattivi giorni furono quelli, cattivi giorni, mio caro. Vorrei avervi veduto ne’ miei panni, allora. Vi giuro io che avreste dato della testa nei muri.

— Perchè, poi? — disse Massimo. — Avevate pure una speranza, tentando quel colpo.

— L’avevo, sicuramente, o piuttosto diciamo che non mi ero disanimato come i miei soci. Ma quando mi vidi solo, incominciai a tremare. Per me, esserpovero, dover ricominciare la mia vita, non sarebbe stato nulla. Ma pensavo a mia moglie, che avrebbe dovuto adattarsi ad uno stato più umile; pensavo alla mia figliuola, che non avrei potuta mettere in un conservatorio, nè provvedere di maestri in casa. Ebbene, mentre io ero in quelle angustie, e andavo innanzi nei lavori, indebitandomi fino agli occhi, si scoperse il filone, il ricco filone che si credeva smarrito. Un atto di follìa, caro amico, è stato il principio della mia fortuna. Perciò, non mi credo autore di questa; mi tengo solamente per il suo depositario. Anche questa sarà una debolezza; ma io, vedete, non credo nel denaro; credo invece, e molto, nella nobiltà, nei titoli della storia. Questi milioni che vengono a me, ho detto fin d’allora, debbono servire per associare il mio ad un gran nome del vecchio Mondo.

— Poveri gran nomi! — esclamò Massimo, con accento che pareva di commiserazione, ed era di dispetto.

— Poveri gran nomi! Voi dite benissimo; — riprese il signor Lockwood. — E perciò bisogna arricchirli. I più vecchi sono appunto in Italia. La nobiltà inglese non può entrare in paragone con l’italiana. I nomi più antichi d’Inghilterra fanno molto se risalgono alla terza Crociata. In Francia, i nomi più sonori son più moderni; la maggior parte son debitori del loro lustro alla corte di Luigi XIV. Germania ed Austria non hanno nomi più antichi, o li hanno in condizioni molto oscure di piccola nobiltà provinciale. L’Italia, che ha avuto storia prima di tutte le altre nazioni d’Europa, ha essa i nomi più vecchi. Roma, Venezia e Genova (questo me lo avete detto voi) dànno i nomi più vecchi d’Italia. Ma a Genova e a Venezia, che furono repubbliche, i grandi nomi sono rimasti decorati di titoli gerarchicamente inferiori, mentre Roma non ha avuto che da lasciar fare i suoi papi, per accrescerne il lustro e l’importanza. Tutti i sovrani dell’Europa hanno fatto a gara per dar diplomi, titoli e privilegi alla nobiltà checircondava il soglio pontificio. Sia dunque Roma, ho detto fra me, sia Roma l’erede dei milioni di casa Lockwood. Una modesta ambizione! — soggiunse mister Montgomery, chinando la testa ed allargando le braccia in atto di grande umiltà. — L’unica che fosse permessa ad un uomo senza figli maschi. Se avessi avuto un figliuol maschio, caro mio, ne avrei fatto.... un minatore, come me. Non ho avuto che una figlia: ne faccio una principessa romana.

— E siete venuto a Napoli?

— Per viaggiare, amico mio, per vedere. Non andrò ancora a Palermo? Non andrò a Venezia? Una cosa non ha da far nulla con l’altra. La mia scelta, per quanto riguarda il collocamento di mia figlia, è già fatta.

— Ma per intanto l’avete fatta a Napoli; — ribattè Massimo. — Ed ero io che dovevo presentarvi il principe romano! —

Mister Montgomery stette muto un istante e come chiuso in sè medesimo. Sicuramente egli, con tutta la sua abbondanza di parole, meditava molto quel che fosse da dire, e ancor più quel che fosse da tacere.

— Che ci volete fare? — esclamò egli poscia. — Il caso, amico mio, il caso che ha condotto me sul filone d’argento nativo, il caso ha voluto che trovassimo il romano per le strade di Napoli. Ma a Roma, dopo tutto, sarei ritornato. Non vi ho detto io che possedevo una lista di nomi? In questa lista era anche il vostro amico segnato, e dei primi. —

Massimo chinò la testa, abbattuto, ma non rassegnato.

— Io dunque, signor Montgomery, — diss’egli omettendo per la prima volta il «Sir», — non ho da sperare più nulla da voi?

— Ma.... non saprei! Che cosa intendete di dire? Potete contar sempre sulla mia amicizia; — rispose l’americano. — Se voi non foste ricco e vi bisognasse la mia borsa, sarei qua, pronto sempre ad offrirvela.

— Grazie, è troppo poco, in confronto di ciò che iosperavo da voi; — replicò il giovanotto. — Ma ditemi ancora; così disponete del cuore di miss Madge?

— Mia figlia obbedisce.

— È il suo dovere, lo capisco; ma potrebbe soffrirne. E se il suo cuore non ratificasse il vostro.... contratto?

— Caro mio, non sono così cattivo padre come voi mi credete; — rispose il signor Lockwood. — Mia figlia ha ratificato.

— Ah! veramente?

— Come ho l’onore di dirvi. Confido un segreto alla vostra amicizia, alla vostra lealtà. Iersera si è fatto in casa un piccolo consiglio di famiglia.

— E miss Madge ha detto di sì?

— Non era neanche da dubitarne. Ella mi ha risposto con queste semplici parole: «ciò che fa mio padre è ben fatto».

— Tutto bene, adunque! — borbottò il conte Massimo. — Tutto bene!

— Ma sì, caro amico, tutto bene; — ripetè mister Lockwood. — Ed ho piacere che in questa circostanza, molto spiacevole per me, ancora più che per voi, vi dimostriate così uomo.

— E cavaliere, anche, signor Montgomery; — ribattè il conte Massimo. — Non dimenticate che se l’uomo può inchinarsi alla vostra volontà, il cavaliere avrà qualche cosa da dire al barone Savelli.

— Qualche cosa da dire? — domandò il signor Lockwood, fermandosi e guardando negli occhi il suo interlocutore.

— Certamente, — rispose Massimo, — da dire.... e da fare. Gli chiederò ragione dell’avermi così attraversata la strada.

— Voi non farete ciò; — disse il signor Lockwood.

— Lo farò, vedrete.

— Voi non farete ciò; — ripetè quell’altro, riscaldandosi.

— Signor Lockwood! Vorrei sapere un po’ come potreste impedirmelo; — rispose con piglio severo il conte di Riva.

— Come? In un modo semplicissimo; — replicò il signor Lockwood. — Con una lettera circolare a tutti i giornali d’Italia, a tutti i giornali d’Europa.

— Una lettera! — esclamò Massimo. — Ai giornali? Che cosa potrete dire nella vostra lettera, che mi trattenga dal fare ciò che può consigliarmi l’onore, o solamente l’orgoglio ferito?

— Direi press’a poco così: «Signor Editore, io nel mio viaggio d’Italia ho conosciuto un signore.... il tal di tale.... che credevo ungentlemane come tale ho ammesso nella mia intimità. Protestandomi molta amicizia, mi seguì da Roma a Napoli; mi avrebbe seguito a Palermo, e in ogni altro luogo, perfino in America. Egli mi ha chiesto la mano di mia figlia, unica erede del poco che io possiedo.... una bagattella, che lascio stimare da tutti i primarii banchieri dei due Mondi! Io avevo già disposto della mano di mia figlia, ed ho dovuto ricusarla a lui, ma l’ho fatto con parole di cui ogni galantuomo avrebbe dovuto contentarsi. Egli no, non si è contentato; ha voluto offendere, provocare il gentiluomo che io avevo scelto per genero, trovandolo di mia convenienza. Denunzio a tutto il mondo civile il caso di questo conte italiano, che....»

— Basta! — gridò Massimo, non reggendo più a quello scherno, e immaginando con terrore che quel diavolo d’americano avrebbe fatto sicuramente quello che prometteva. — Non per niente voi siete della patria di Barnum!

— Barnum ha del buono, nei suoi metodi; — rispose tranquillo il signor Lockwood. — La stampa è una gran forza, e noi sappiamo servircene. Non ci venite a seccare, vecchi europei; se no, ci troverete, ve lo prometto io, ci troverete.

— Ebbene, lasciamo stare il Savelli; — rispose Massimo, con voce soffocata dalla rabbia. — Ma se io chiedessi ragione a voi?...

— Un duello con me? Non mi batterei; — disse il signor Lockwood. — Sarebbe una pazzia, accettare le vostre armi, rinunziando alle mie. Vedete,mio caro, questo torace? Ha sessant’anni, ma è ancora quello di un atleta. Vedete questa mano? È larga tanto da contenere tutt’e due le vostre; così forte, poi, da prendervi per il petto e scaraventarvi al muro. Se vorrete provare, sarò disposto sempre a dimostrarvi tutto quello che affermo. Ma sono anche un brav’uomo, con tutti i difetti che ora vi piacerà di ritrovare in me; — soggiunse il signor Lockwood, aprendo le vaste mascelle ad uno de’ suoi sorrisi di alligatore. — E questa mano, signor conte, può anche stringere la vostra, senza farle alcun male. Volete ridere con me di ciò che si è detto, ed essermi amico?

— No; — rispose il conte di Riva.

— Avete torto. Nessuno ha dovuto mai pentirsi di avermi per amico. Ed io che contavo su voi per la gita a Venezia!

— Vi consiglierei di cercarvene un altro; — rispose Massimo, stizzito. — Già troppo tempo ho perduto in viaggi.

— Quand’è così, fate il comodo vostro; — disse il signor Lockwood. — A me, caro amico, avete fatto perdere un buon bicchiere di birra.

— Ritornate al vostro tavolino, signor Montgomery: io ho finito di darvi noia, e vi saluto.

— Ancor io, conte, ancor io. Ma badate! Son della patria di Barnum. Se mi fate qualche ragazzata col principe Savelli, io faccio uno scandalo europeo.

— No, non dubitate: ve lo lascerò intatto, il vostro principe. Con lui avremo sempre tempo a ritrovarci. —

Ciò detto, il conte di Riva si allontanò, senza aspettare altre gentilezze dal suo caimano, dal suo alligatore, dal suo coccodrillo.

— Ed io, sciocco, tre volte sciocco, ho potuto vivere un mese nella compagnia di quel villanaccio! — diceva tra sè il conte Massimo. — Ed è miss Madge figliuola a costui? Ebbene, che c’è egli di strano? Perchè non dovrebb’essere sua figlia? Non c’è ancora una rassomiglianza esteriore, ma verrà con gli anni, oh se verrà! Di dentro è già come lui: la medesimaambizione sfrenata dei nuovi ricchi, la medesima durezza orgogliosa! Ah, il magnifico premio che ho ricevuto stamane di un amore come il mio. Soffrite per le donne, amatele, servitele, e vedrete quello che vi toccherà in contraccambio! —

Molte altre cose pensò il conte di Riva, egualmente giuste, egualmente assennate, mentre se ne andava sbuffando, sotto quella sferza di sole. Non voltò già dalla parte del Gigante, per ritornare all’albergo; andò verso il largo di San Ferdinando, e di là verso la strada di Chiaia. Oltre la piazza dei Martiri gli appariva in lontananza il verde della Villa Nazionale; ma egli tirò di lungo per Vico Freddo: il meglio che potesse fare, con le vampe al cervello. Ma là, in fondo al Vico Freddo, ove si sbocca sulla Riviera, il conte Massimo doveva imbattersi ancora ne’ suoi cantastorie, per sentire il maledetto ritornello:

E come fu? come non fu?Povera figlia, contalo tu.

E come fu? come non fu?Povera figlia, contalo tu.

E come fu? come non fu?

Povera figlia, contalo tu.

Che cosa gli restava di fare? Le valigie per andarsene da Napoli. Sì, andarsene, e al più presto possibile; ed anche senza vedere le dame. Una letterina di congedo, almeno, per salvar le apparenze? Il negozio urgente, la chiamata d’uno zio ammalato, od altro di somigliante, poteva sempre fornire il pretesto d’una fuga. Ma a che pro, quello spreco d’inchiostro? Non era anche una inutile menzogna? Se la sera innanzi i Lockwood avevano tenuto consiglio di famiglia, niente di più naturale che avessero parlato anche di lui, dei disegni suoi, di ciò che era e di ciò che rappresentava, al paragone di un Savelli e d’altri partiti possibili. Lo avevano discusso, sicuramente, e lo avevano scartato. Mandarli al diavolo, e senza commendatizie, era la cosa più spicciativa. A buon conto, li mandava tutti, padre, moglie e figliuola, dove avevano mandato lui senza aver l’aria di dirglielo.

Frattanto, proseguiva la sua strada. Dove andavaegli? Se ne avvide, il conte Massimo, quando fu davanti alla pensione dov’era stato quella mattina medesima.

— E ora, — pensò egli, — che ci vado a fare? Ho io risoluto che cosa gli dirò? —

Veduta la necessità di pensarci, tirò via, attraversò la strada ed entrò nella Villa Nazionale, dove tanti grand’uomini potevano dargli, con l’esempio della loro freddezza marmorea, il consiglio di mastro Raffaele. Quattrocento o cinquecent’anni prima, nel cuore del medio evo, la vista del simulacro di Virgilio Marone avrebbe potuto ispirargli il pensiero di consultare gli oracoli, aprendo a caso l’«Eneide» e leggendo il primo verso che gli fosse capitato sott’occhio. Ma ai tempi nostri queste cose non si usano più; si pensa, si medita, si risolve da sè, quantunque non si faccia niente di meglio. E là, passeggiando presso il tempietto del buon Virgilio, pensò, meditò, desideroso di risolversi. La voglia di leticare col Savelli non era poca; ma due pensieri dovevano trattenerlo. In primo luogo il terribile americano avrebbe fatto la pubblicità che prometteva, nello stile del Barnum, e la cosa si sarebbe risaputa subito a Roma, facendo rider di gusto qualche persona, in un certo palazzo, qualche persona di cui egli non aveva considerati i pianti, ma di cui temeva molto le risa. No, no, niente scandali, niente quistioni personali col Savelli. Poi, bisognava osservare un’altra cosa. Don Memmo si era dimostrato un falso amico; ma aveva almeno rispettate le forme della convenienza sociale. Siamo così fatti, nella civil compagnia. Si salvi la convenienza, si rispetti la forma, e tutto è lecito, di niente è permesso lagnarsi.

Ma se per allora non era da far nulla di grave, restava ancora la necessità di vedere Don Memmo. Andarsene senza dirgli una parola, dopo il patto di quella mattina, non era da buon cavaliere, e poteva anche sembrare da troppo timido uomo. Fatto adunque il suo proposito, il conte di Riva si mosse dalla Villa, per andare alla pensione dove alloggiava Don Memmo.

Il portiere lo riconobbe tosto.

— Vuol salire dal principe? — gli disse. — È in casa; poco fa c’è andato un vecchio signore a trovarlo.

— Ah! — esclamò il conte Massimo. — Un signore alto, dalle spalle quadre, con una barbetta rossigna, già brizzolata e tagliata a ghirlanda sotto il mento?

— Sì, Eccellenza, e dev’essere un inglese.

— Un inglese... d’America; — disse Massimo, in quella che metteva mano al suo portafoglio.

— Sarà come dice Vostra Eccellenza; — ripigliò il portiere. — Se vuol degnarsi di salire....

— No, non occorre; — rispose Massimo. — Gli porterai il mio biglietto di visita, con due righe di scritto. —

Preso frattanto la matita, vergò sul biglietto queste poche parole:

«Don Memmo Savelli!«Vi sciolgo da ogni impegno con me. Avete più polvere; sparate liberamente. Buona caccia nelle tenute di Lockwood!»

«Don Memmo Savelli!

«Vi sciolgo da ogni impegno con me. Avete più polvere; sparate liberamente. Buona caccia nelle tenute di Lockwood!»

E firmò, dopo avere scritta la sua piccola impertinenza; quindi consegnò il biglietto al portiere, che lo recò subito al principe Savelli.

— Ora, se vai in collera tu, tanto meglio; — borbottò il conte Massimo, riprendendo la sua via.

Don Memmo ricevette il messaggio, mentre stava a colloquio col signor Lockwood, suo grande amico e futuro suocero. Tra quei due, come vedete, si faceva tutto alla svelta. A giustificazione di mister Montgomery si può dire che un principe, da farne un genero, non si trova ad ogni cantonata. A giustificazione di Don Memmo va soggiunto che una miniera d’argento nativo ha i suoi pregi, anche per uno che fosse partigiano del monometallismo. Il Savelli, del resto, non si guastava il sangue con questemalinconie economiche. Per lui, in materia di moneta, i metalli erano quattro: rame, argento, oro, e biglietti di banca.

Ritorniamo alla piccola impertinenza di Massimo. Il Savelli la sentì male e fu per andare in collera davvero. Certe volgarità si possono dire, ma consegnate alla carta dispiacciono. Che polvere! che sparare! Aveva egli, principe Savelli, bisogno della licenza del conte di Riva, e d’una licenza buttata giù con quella dimestichezza sprezzante, per chieder la mano di miss Madge?

Il signor Lockwood era corso dal suo grande amico Savelli, immaginando che Massimo avrebbe fatto qualche ragazzata. E vedendo giungere quel biglietto che dava tanto sui nervi al Savelli, intese facilmente che il biglietto era di Massimo. Anch’egli lesse ciò che il conte di Riva aveva scritto, poichè Don Memmo non voleva nascondergli nulla.

— Caro amico, — gli disse allora, — calmatevi. Io temevo di peggio. Ci siamo liberati ambedue. Quello che voi volevate fare, andando da lui, non fu più necessario, perchè egli è venuto da voi. Poc’anzi, passando all’albergo, ho saputo che il giovanotto era stato anche da mia figlia, che lo ha trattato secondo i suoi meriti. Dopo quelle due conversazioni è ancora venuto da me, a prendere, come dite voi altri, il resto del carlino. È battuto, battuto su tutta la linea; che il suo amor proprio ne soffra, mi par naturale, e noi possiamo perdonargli un po’ di dispetto.

— Avete ragione; — rispose Don Memmo. — Ma non mi capiti tra i piedi! —

E già aveva preso il biglietto, per farlo in pezzi; ma il signor Lockwood lo trattenne in tempo.

— Perdonate! — diss’egli. — Questo biglietto è prezioso; va conservato. Anche le lettere d’uno sciocco hanno il loro prezzo, in un dato momento. Imparate, mio caro genero, a non buttar via nulla, a riporre, a classificare tutto quello che ricevete di scritto. Vien sempre il giorno che dovrete lodarvi della vostra previdenza. Voi credevate di aver fattoun magazzino: e in quella vece avevate preparato un arsenale. —

Don Memmo capì che il suo futuro suocero aveva ragione; e conservò il biglietto del conte di Riva.

Massimo era ritornato all’albergo. Sull’ingresso aveva trovato il portiere, che, sapendo le sue relazioni e la consuetudine delle gite quotidiane coi Lockwood, si era creduto in obbligo di dirgli:

— Le signore sono già escite.

— Ah, bene! — rispose egli, sorridendo, come uomo a cui non si dica una cosa nuova. — E ritorneranno per l’ora del pranzo, naturalmente. —

Così dicendo, spiccava dal quadro la chiave della sua camera. Aveva parecchie ore davanti a sè, per aspettare un messaggio del Savelli, se al suo fortunato rivale fosse venuto in mente di rispondergli qualche cosa, e per far intanto le sue valigie.

Il lavoro non era difficile e non sarebbe stato neanche lungo. Ma il conte Massimo ci perdette un po’ di tempo, perchè il cervello gli andava in processione. Di tanto in tanto, scambio di riporre qualche capo di vestiario nella valigia, il nostro giovanotto lo scaraventava contro la parete, e lo stazzonava fra le mani, passeggiando concitato, borbottando frasi vuote di senso e prive di grammatica. Si era ben lontani dalla pazzia di Orlando, sicuramente; ma anche Massimo di Riva era lontano dall’epoca dei paladini. Ogni età deve avere le sue proprie forme di sciocchezza: ci sono state le epiche; poi le drammatiche; ora siamo alle comiche.

Erano le quattro dopo il meriggio, quando il conte di Riva ebbe finito di far le valigie. Chiamò allora il cameriere e domandò il conto della settimana, annunziando che voleva partire.

— Si ha da mandar la roba al piroscafo? — chiese il cameriere.

— No, alla stazione.

— Ah, scusi, signor conte, credevo che andasse a Palermo.

— A Palermo! che novità?

— Ma.... sapendo che i signori Lockwood partono questa sera per Palermo....

— No, — interruppe Massimo, — io soffro il mal di mare, e Palermo non mi vedrà. —

Il cameriere non rispose più nulla, e andò a cercar la vettura.

Frattanto il conte Massimo sapeva le nuove risoluzioni dei Lockwood. Anche il signor Montgomery voleva fuggire. Andasse pure; andasse anche al diavolo. Ma chi gliel’avrebbe mai detto un giorno avanti, che la gita di Napoli dovesse finire a quel modo? E gli passavano davanti agli occhi della mente i giorni dell’amor suo, delle speranze, dei sogni, mentre gli suonavano all’orecchio gli ultimi echi del ritornello canzonatorio: «E come fu? come non fu? Povera figlia contalo tu».

Ah sì, povera figlia! Sciocca smorfiosa, piuttosto! E non meno sciocco lui, a lasciarsi incantare da quella bionda americana. Moglie e buoi, dei paesi tuoi. Gli era sempre parso volgare il proverbio, che appaiava le donne ai buoi; ma allora non più: allora gli pareva sublime, di giustezza e di verità. Come aveva egli potuto invaghirsi a tal segno, perdere il lume degli occhi per quella puppattola, che sapeva dir «veramente?», che sorrideva molto e non capiva nulla? E quel padre! Quel caimano vestito da uomo! Che smania, che furore di titoli sonori aveva egli portato dai cunicoli della sua miniera d’argento! E vedete da che dipendeva, se mai, la fortuna di un povero amore! Se i Riva avessero avuto un prete in famiglia, e quel prete fosse stato nominato vescovo, e quel vescovo creato papa, i Riva ci diventavano principi, grandi di Spagna, Dio sa che altro ancora! e miss Madge, della progenie boscaiuola e minatrice dei Lockwood, sarebbe stata felicissima di concedergli la sua mano. Ah, sposasse chi voleva, oramai! Il conte Massimo non ne poteva più dalla rabbia, dalla vergogna, e dal disprezzo di sè. Un’ora prima del bisogno, fece portare le sue valigie alla stazione; non gli parve di respirar bene,se non quando sentì chiudere gli sportelli, gridar la partenza e fischiar la vaporiera del treno di Roma.

Bella gita di Napoli! come gli aveva fruttato! Partenope, lusinghiera e traditrice Sirena, quanto era stato saggio Ulisse, a non voler udire i tuoi canti! Di quei canti il viaggiatore aveva ancora intronato l’orecchio. «E come fu? come non fu?»

Il treno di Roma si avviò rumorosamente attraverso gli orti dei Paduli. Un grande scenario, il fondo di quella valle, chiusa a levante dall’azzurra montagna di Somma! Il Vesuvio fumava, nettamente profilato su quel cielo di madreperla. E la testa di Massimo fumava assai più del Vesuvio.


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