XIX.La spada di fuoco.

XIX.La spada di fuoco.

Escito dal ministero di grazia e giustizia, il buon cavaliere si avviò al caffè di Roma, per far colazione. La sala era ancor mezzo vuota; anzi, si sarebbe potuta dir vuota affatto; se non ci fossero stati due signori, seduti ad una tavola del fondo.Fu grande la maraviglia del cavaliere Buonsanti, ravvisando in quei due il principe Savelli e mister Montgomery Lockwood.

Don Memmo e il Buonsanti si erano veduti in società, almeno un centinaio di volte. Erano dunque amici, nè l’uno poteva fingere di non riconoscer l’altro. Don Memmo fu il primo a levar la testa, in atto di saluto, e a stender la mano al Buonsanti.

— Voi a Roma, Don Memmo! — esclamò il cavaliere. — Io vi facevo ancora a Napoli.

— Ne son ritornato questa mattina; — rispose il Savelli.

— Oh, bene! son proprio felice di potervi dare il ben tornato.

— Grazie, cavaliere. Permettete che io faccia una presentazione. Sir Montgomery Lockwood! il cavaliere Buonsanti di Carpigliano!

Seguirono alzate, inchini e strette di mano. Il signor Lockwood aggiunse un gesto di maraviglia e un «oh!» prolungato, che il cavaliere Buonsanti, non intendendolo, attribuì ad una usanza americana. Sedette allora, prendendo posto al tavolino più prossimo, e disse, per incominciare la conversazione:

— Son io dunque il primo amico che voi vedete in Roma, Don Memmo?

— Sì, se parlate di quell’amicizia che ha il suo fondamento in una stima profonda, — rispose amabilmente il Savelli, obbligando ad un inchino il cavaliere Buonsanti; — no, se parlate di quelle conoscenze a cui si dà comunemente il nome di amicizia. Ho già veduto qualcheduno dei nostri amici del Circolo, e debbo accennarvelo, perchè appunto da uno di essi ho avuta poc’anzi una certa notizia.... che non chiamerò strana, poichè si tratta di cose che succedono, ma che mi ha fatto senso.... una notizia che risguarda voi, cavaliere, ed un altro dei nostri.... conoscenti. È vera?

— Mio Dio, sì, — rispose il cavaliere, sorridendo alla distinzione garbata, tra amici e conoscenti, su cui batteva il Savelli.

— E questo vi spieghi una esclamazione del mio amico sir Montgomery, — riprese allora Don Memmo. — Avevamo ricevuto insieme la notizia. Egli non vi conosceva, ed io gli stavo per l’appunto parlando di voi, quando siete capitato, «lupus in fabula». Il signor Lockwood, ve ne avverto, non è amico del duello in genere; non ne intendeva le ragioni, nella specie. Io, poi, non sapendo niente più di quel pochissimo che mi era stato accennato....

— Sentite, Don Memmo, — disse il cavalier Buonsanti. — Poichè sapete di questo piccolo incidente, posso io, sotto il sigillo.... —

Un gesto di Memmo Savelli disse al cavaliere Buonsanti che poteva parlare liberamente e sicuramente.

— Posso io, — riprese allora il cavaliere, — farvi una domanda molto intima, e non parervi un impertinente?

— Lo potete benissimo, — rispose il Savelli. — Non siamo amici da starnuti, già ve l’ho detto.

— Ebbene, Don Memmo, eccovi la domanda. Che cos’è avvenuto a Napoli tra voi e il conte di Riva? che cos’era avvenuto tra voi due, prima che egli partisse da Roma?

— Nulla, in Roma. Ci salutavamo, incontrandoci, e qualche volta si barattavano quattro parole. Per quello che è avvenuto a Napoli, meglio potrebbe informarvi sir Montgomery, amico mio e futuro suocero. Il conte di Riva si era messo in testa di sposare la sua figliuola, contro il desiderio di lei e la volontà del padre. Perciò egli venne a fare una scenata a me, ed ebbe il coraggio di farne un’altra al signor Lockwood.

— Ma io, — soggiunse mister Montgomery, — l’ho minacciato di raccontare la cosa su tutte le gazzette d’Europa. Allora gli son passate le furie, al signorino. —

Il cavaliere di Carpigliano rimase attonito a quelle notizie, così brevi, ma per contro assai chiare.

— A questo era giunto? — esclamò. — E con voi, Savelli?

— Con me non fece strada più lunga. Se ne ricattò solamente con un biglietto, lasciatomi all’albergo: un biglietto orgoglioso e stizzoso. Vedetelo qua: lo conservo ancora nel mio portafoglio. Avevo in animo di farglielo ingoiare a quello sciocco insolente. E certo, se mi capita tra i piedi, ed ha la sfacciataggine di guardarmi, lo ingoia. —

Il cavaliere lesse il biglietto, che già conosciamo, scritto a matita dal conte Massimo, e lasciato da lui alla porta di Don Memmo, dopo la conversazione agrodolce che aveva avuta col padre di miss Madge.

— Che buffone! — mormorò, restituendo il biglietto al Savelli.

— Ben dite, buffone! — rispose Don Memmo. — E con lui vi battete! e perchè, se è lecito saperlo?

— Confidenza per confidenza, — disse il cavaliere. — Egli era venuto a raccontare di aver perduto, giuocando con voi, la bella moneta di quattrocentomila lire.

— Ah, questa è grossa! — gridò il Savelli. — Quattrocentomila lire? Neanche un soldo; ed io non ho mai avuto il fastidioso onore di giuocare con lui. Ma è un saltimbanco questo conte di Riva! Lo prendo a pedate, se lo incontro.

— Vi pregherò di non farlo, — disse il Buonsanti. — Queste cose io ve le ho dette in confidenza.

— Avete ragione; scusate. Ma è grossa!

— Parve grossa anche a me, — riprese il Buonsanti. — E mi parve più grossa quell’altra, soggiunta subito dopo, che voi, avendo bisogno di farvi presentare al signor Lockwood, chiamaste lui a Napoli; nè egli, per ragione di quella perdita fatta al giuoco, e dovendo pagarvi ancora il suo debito, potesse ricusarvi il servigio.

— Ah sì, davvero! Vi ho raccontato in che modo mi servisse, cotanto intercessore! — esclamò il Savelli. — Ma a qual pro’ un simile tessuto di bugie?

— Desiderio di persuadere una gentildonna, — rispose il cavaliere, abbassando la voce, e quasiparlando all’orecchio di Don Memmo; — e una gentildonna che egli non è mai stato degno di avvicinare, quantunque l’abbia lungamente seccata della sua assiduità.

— Capisco, — mormorò Savelli. — Così voleva egli scusare l’assenza da Roma? Ecco una favola molto audacemente architettata. E poteva sperare che gli fosse creduta?

— Non dalla dama, sicuramente, — replicò il Buonsanti. — Essa non ebbe mai che amicizia per lui; alla sua amicizia, semplice, schietta e non sospettabile, una cosa sola poteva succedere, dopo quella favola sciocca: un benevolo disprezzo. Quanto a me, il mio disprezzo non ha nessuna ragione per essere benevolo.

— E il vostro duello ha origine da ciò?

— Sì; ho avuto occasione di dargli del bugiardo; senza prove, ma con molta sicurezza.

— Ora avete le prove; cavaliere.

— Certamente, e ve ne ringrazio. Così mi sento l’anima in pace.

— Voi vi battete? — entrò a chiedere mister Lockwood.

— Già, con quel grazioso personaggio! — rispose il cavaliere, sorridendo.

— Non vi battete! — replicò l’americano. — Io nel caso vostro gli stamperei sulle gazzette che non dò soddisfazione ai bugiardi.

— Sir Montgomery, che ci volete fare? È un uso nostro.

— Brutto uso, permettete, brutto uso! Noi non lo abbiamo. Quando un insolente ci provoca, lo castighiamo, dovunque ci pare, anche in mezzo alla strada, con un colpo di rivoltella.

— È in fondo un duello anche questo, — disse il cavaliere di Carpigliano. — L’insolente, che sa il giuoco, esce provveduto di rivoltella anche lui; e così fate un duello senza padrini, ma con un centinaio di testimoni. E non ne buscano mai, i testimoni innocenti? Capisco; da voi le strade son larghe. Qui,caro signore, se si facesse uno di questi duelli sul Corso, ci sarebbe il rischio di sfondare una lastra di cristallo al Pontecorvo, o al Cagiati. Ma sapete, caro amico, — soggiunse il cavaliere, volgendosi a Don Memmo, — che le vostre notizie sono preziose? Se la vostra testimonianza, invocata all’uopo....

— È a vostra disposizione, — interruppe il Savelli. — Ed anche quella di sir Montgomery. È il meno che io possa fare al conte di Riva, in risposta alla impertinenza del suo biglietto a matita. —

Il cavaliere di Carpigliano assaggiò a mala pena la sua bistecca. Ma non aveva bisogno di mangiare. La contentezza gli aveva fatto andar via l’appetito. Si sentiva l’animo in pace, come diceva: e per sè, e per qualchedun altro.

Era rimasto un po’ lungamente a chiacchiera. Quando guardò l’orologio, erano le due dopo il mezzogiorno.

— Ho fatto tardi, perbacco! — diss’egli. — La buona compagnia mi toglieva ogni idea di tempo e di spazio. Ho ancora da correre mezza Roma. —

E si alzò, per congedarsi dai suoi vicini di tavola.

— Buona fortuna, cavaliere! — gli disse il Savelli. — Pensate che invidio il vostro posto.

— Posso io rendervi la pariglia e invidiare il vostro? — ribattè ridendo il Buonsanti.

Don Memmo si compiacque assai dell’arguta risposta.

— Invidiare è permesso, — diss’egli.

— Purchè non si vada più in là, non è vero? — riprese il Buonsanti. — Io, dopo questo piccolo moto d’invidia, metterò i miei augurii sinceri, che presenterete alla vostra gentil fidanzata. Ho avuto il bene di vederla prima che andasse a Napoli. È un occhio di sole.

— E di sole che riposa dalle fatiche del viaggio, — disse il Savelli. — Perciò vedete fuori solamente noi due.

— Benissimo! Quando il vostro sole risorgerà, ditegli, in nome di un vecchio cavaliere, come fosserodefiniti certi capegli biondi, una sera che miss Lockwood comparve all’Apollo.

— Sentiamo la definizione.

— Raggi filati, Savelli mio, raggi filati. Sapete pure! Si tesse l’aria; si potranno anche filare i raggi di sole.

— Riferirò il vostro complimento a miss Madge, — rispose Don Memmo. — Ma, con vostra licenza, darò all’autore vent’anni di più.

— Troppi, perbacco! Ed io che vorrei averne ancora venti di meno!

— Bravo! chi vi resisterebbe, allora? Restate così, cavaliere. E vogliateci bene. Speriamo di vedervi. Finora, all’albergo di Roma; più tardi in casa Savelli. —

Il Buonsanti ringraziò, accettando, mentre si disponeva ad escire. Ma anche il signor Lockwood, ammirato dalla galanteria del cavaliere, volle dirgli la sua.

— Signore, onoratissimo di aver fatta la vostra conoscenza! Venite a trovarci. Anch’io vi dirò, come il principe Savelli: buona fortuna! Ma sarei più contento se voleste seguire il mio consiglio.

— Grazie, ma non si può, — rispose il cavaliere di Carpigliano. — Conoscete il nostro proverbio italiano? Paese che vai, usanza che trovi. La nostra usanza è di sbudellarci in tutte le regole. —

Se ne andò finalmente, ed uscì sul marciapiede, canticchiando, come il più felice degli uomini. Non aveva da correre mezza Roma, come gli era occorso di dire, per esagerazione di discorso. Dieci minuti dopo era a casa; mezz’ora più tardi era all’ordine. Vennero i suoi padrini; e con essi un terzo personaggio, che non fu il caso di presentare, poichè il Buonsanti lo conosceva benissimo.

— Ah, il dottor Bosany! — esclamò il cavaliere, stendendogli la mano. — Il nostro simpatico ungherese!

— Di nascita, — rispose quegli; — ed anche italiano di cuore.

— Si sottintende; — replicò il Buonsanti. — Italiani e ungheresi, ci siamo sempre amati. Siamo infine cavalieri che portiamo gli stessi colori: verde, bianco e rosso in ambedue le bandiere. Caro amico Bosany, ho per un lieto augurio la vostra presenza tra noi. —

I quattro amici scesero allora le scale. Unlandauchiuso aspettava all’uscio di strada. Si ficcarono dentro, e via, andando incontro alla buona fortuna, augurata da Don Memmo Savelli. Ah, non dimentichiamo che l’aveva augurata anche il signor Montgomery Lockwood, grande amico della capricciosa dama, che gli era stata liberale di una miniera di argento.

Il cavalier Ruffini di Nisio, prendendo posto nella carrozza, aveva dovuto levar dal sedile e mettersi tra le ginocchia un lungo involto, assai più voluminoso e tondeggiante all’uno dei capi, e tutto rivestito d’una fodera di lana verde.

— Ti rammenti? — diss’egli al Buonsanti, che aveva gli occhi rivolti a quell’arnese muto, ma destinato a farsi sentire più di tutti loro, quando fosse giunto il momento.

— Di che? — domandò il cavaliere.

— Della bellezza di trentadue anni fa; — rispose il Nisio; — quando si fece quella scarrozzata da Genova a Rivarolo. Anche allora io dovetti prendermi fra le ginocchia l’involto di lana verde. Tu mi domandasti, ridendo: «Che istrumento hai portato? un trombone?» Ed io ti risposi: «Sicuramente, non dobbiamo forse suonare?».

Il cavaliere Buonsanti sorrise al ricordo, ed anche sospirò un pochettino.

— Anni volati! — esclamò. — La nostra vita è un soffio. A me pare che fosse ier l’altro, quel giorno. Povera e bella Generala!

— «Où sont nos amoureuses?» — cantarellò il conte di Pamparato.

Frattanto la carrozza, varcato il ponte di Ripetta, svoltava verso i prati di Castello. Pochi minuti dopo,costeggiato un muro di cinta, si fermò ad un rustico portone.

— Ci siamo; — disse Nisio. E levato il suo trombone, lo consegnò al suo soldato, che era disceso da cassetta e si presentava allo sportello.

Smontati l’un dopo l’altro, i nostri quattro personaggi entrarono nella villa. Un vecchio contadino era là, sull’ingresso, ad attenderli, per ordine del suo padrone, amico del cavalier Ruffini di Nisio.

Salutò, il vecchio contadino; poi, vedendo tutti quei baffi grigi, borbottò sommessamente:

— Ne hanno voglia! alla loro età!...

Ma sì, vecchio abitatore dei campi; il sangue, fin che scorre franco nelle arterie, ha vent’anni.

Erano a mala pena entrati nella villa, che s’udì nella strada un fragore di ruote. Giungeva il conte Massimo, co’ suoi padrini e il suo medico. Due minuti dopo, quegli otto personaggi erano tutti raccolti sulla piazzuola, davanti alla casa, il cui tetto a quell’ora incominciava a gittare un po’ d’ombra, da tre a quattro metri di larghezza, su quindici di lunghezza. Era quanto bastava per combattere; ma bisognava anche tener conto del lato donde girava il sole.

I padrini del conte di Riva, come più giovani, lasciarono cortesemente ai padrini del cavaliere Buonsanti l’ufficio di dirigere il combattimento, e si rimisero a loro per la divisione del campo. I due vecchi soldati, da galantuomini, non vollero neanche lasciare alla sorte il vantaggio della parte dove l’ombra sarebbe cresciuta via via; stabilirono in quella vece che, prolungandosi il combattimento, ogniqualvolta uno dei duellanti, incalzato dall’avversario, escisse fuori dell’ombra, si dovesse dar l’alto. Era anzi da gentiluomini il fermarsi, senza mestieri di comando, a mala pena si vedesse l’avversario con gli occhi al sole.

Tutto concertato in tal guisa, il Riccoboni, che era il più giovane dei padrini, consegnò le spade ai due avversarii, che già avevano gittato in un canto i soprabiti e le sottovesti. I due levarono le spade,salutando sui lati, poi si volsero l’uno all’altro e caddero in guardia, rimanendo ad osservarsi scambievolmente per cinque o sei minuti secondi; il cavaliere Alessandro, mettendo fuori per quella occasione un sorrisetto sarcastico che ricordava altri tempi, e il conte Massimo imitandolo come poteva.

Era in collera, il conte Massimo; rideva male con le labbra, mentre dagli occhi gli balenava il desiderio della vendetta. Incominciò tastando il ferro dell’avversario, ed anche tentò di guadagnarlo; ma una pronta sferzata lo rimise a posto. «Che si fa celia?» ebbe l’aria di dire con quella sferzata il cavaliere Buonsanti. «Mi si piglia davvero per un principiante!»

Andatogli a male il colpo di sorpresa, Massimo si diede alle finte, braveggiando irrequieto. Il cavaliere Buonsanti stava duro come un Artabano. Dianzi, salutando i suoi avanzi della Cernaia, aveva ammiccato, come per dir loro: «Vedrete ora se non ho davvero vent’anni!».

Massimo attaccava veloce, ma non ancor risoluto. Era di fronte ad uno che non credeva alle finte e presentava sempre la punta, non facendo quasi altro che un leggero movimento del pugno. Il Pamparato ed il Nisio pensarono allora che se l’occhio dell’amico era vigile, non fosse più egualmente agile il braccio, e che il «Carpijan» non volesse stancarsi prima del tempo.

L’assalto finì senza novità con due attacchi respinti.

— Bravo, perdio! — mormorò il Pamparato al Buonsanti, quando si fece il primo alto. Il cavaliere sorrise, inarcando le sopracciglia. Quell’altro avanzo della Cernaia aveva l’aria di rispondere: «Che! ora vedrete il meglio!».

Quando i due combattenti si rimisero in guardia, fu un nuovo attacco di Massimo, ma più serrato, senza le volate della prima volta. Il cavaliere di Carpigliano incominciò ad avanzare, e l’assalitore fu costretto a rompere. Come questo fu cacciato fuoridell’ombra, il suo avversario, senza attendere il cenno dei padrini, si ritrasse, invitando; poi si fermò, e riprese il giuoco di prima. Il conte Massimo, indispettito, non volle più rompere, e fu suo danno, perchè l’avversario, con un colpo d’arresto, lo toccò all’avambraccio.

— Siete ferito? — gridò il Nisio, che aveva veduto giungere il colpo.

— No, nulla; — rispose il conte Massimo.

— Nulla è presto detto! — replicò il brigadiere. — Per la regolarità delle cose, vediamo di che si tratta. —

Massimo stese il braccio, sorridendo, perchè il signor brigadiere vedesse a sua posta. Aveva la manica della camicia lacerata, e sotto quel piccolo strappo una leggera ferita.

— Vedete, signor conte, che qualche cosa c’era; — disse il Nisio, mentre si accostavano i medici per osservare a lor volta.

— Non sentivo nulla, io; — rispose Massimo. — È del resto una semplice graffiatura.

— Siete nel vostro diritto, chiamandola con questo nome; — ripigliò il vecchio soldato. — E i dottori, che cosa ne pensano? —

I dottori osservarono, palparono, premettero, senza che il volto del conte tradisse alcun senso di dolore.

— Cosa di poco momento, infatti! — sentenziò il medico del conte di Riva.

Il duello ricominciò. Massimo si cacciò sotto con gran furia; ma tutto ad un tratto gli cadde la spada. Com’era avvenuto ciò? Prima che egli potesse raccapezzarsi, il cavaliere di Carpigliano aveva spiccato un salto di fianco e posto il piede sulla lama dell’avversario, mentre gli presentava al petto la punta della sua. Il conte Massimo, con un moto istintivo si era gittato per raccogliere la spada; con un altro moto istintivo si ritrasse indietro. Allora il cavaliere Buonsanti si chinò, raccolse egli la spada, e disse, porgendola al conte:

— Volevo avere l’onore di presentarvela io stesso.

— Un bel disarmo, non c’è che dire! — borbottò il conte Massimo.

Avrebbe voluto ridere, ma non gli venne fatto che di torcer le labbra. E ripresa la spada, tornò all’assalto; ma più guardingo, che non gli avesse a toccare un altro disarmo. Quel diavolo del Buonsanti era saldo come un macigno; e il suo ferro, che egli trovava sulla sua via, dovunque egli tentasse di penetrare, seguitava a guizzargli davanti agile e sicuro, ora giuocherellandogli con la punta sul petto, ora balenandogli sugli occhi, come una lingua di fuoco. Era quello il gran giuoco del cavaliere di Carpigliano; e così il vecchio schermidore era stato, trentadue anni prima; così il prode sottotenente aveva saputo comandare alla sua ira gelosa, pensando che il braccio del suo avversario poteva esser utile come il suo proprio alla difesa della bandiera; e perciò, mentre avrebbe potuto uccidere, si era accontentato di pungere.

Anche allora, trentadue anni dopo, il vecchio schermidore aveva la vita di un uomo nel pugno. Quell’uomo valeva poco, a’ suoi occhi; era un insolente, un bugiardo, a cui sarebbe stato bene ogni castigo peggiore. Ma vedendolo perdere in quella guisa il lume degli occhi, il cavaliere di Carpigliano sentì sbollire a mano a mano la collera. Seguitò a lavorare per l’amore dell’arte; gli piacque di mostrare agli astanti quale dei due si stancasse primo, tra il giovane e l’uomo maturo, quale dei due dovesse augurarsi un colpo non troppo grave, per farla finita una volta. Di toccare il Buonsanti non poteva esser più nessuna speranza nel cuore di Massimo. Quel pugno maledetto era sempre in linea; sul forte della lama del Buonsanti scorreva sempre, sgrigiolando, la spada del conte di Riva. Alla fine questi perdette la pazienza. Quel ferro sempre sugli occhi, e tra i guizzi di quel ferro il sorriso continuo del cavaliere, gli sapevano di canzonatura. Volle finirla: o dare o prendere, ma senz’altre lungaggini. Riuscitogli quasi, dopo tre finte alte, un guadagno di spada,tentò di dar la fiancata. Ma quello era un colpo preveduto, e la punta di Massimo si trovò cacciata fuori di linea. Volle rimettersi, saltando indietro; ma già quell’altro incalzava, e la spada di lui si piantò veloce nell’omero del mal capitato assalitore.

— E là! — gridò il cavaliere Buonsanti, com’ebbe aggiustata la botta.

— Toccato! — mormorò il conte di Riva.

I padrini si fecero avanti con le spade levate. Ma non era necessario; il cavaliere di Carpigliano si era tirato indietro, chiuso nella sua guardia, come in una botte di ferro. All’altro, per l’improvviso intorpidirsi dei muscoli, cadeva la spada di pugno.

Vennero a lor volta i dottori, per visitare la ferita, e riconobbero impegnato il deltoide. Non era neanche mestieri di dire che non poteva continuarsi il duello. La cosa parlava da sè. I padrini tennero un brevissimo colloquio, e poi, con molta solennità dichiararono l’onore soddisfatto.

Profonda o no, la ferita era buona, e l’aveva resa anche lunga la posizione quasi orizzontale del braccio quando la spada del Buonsanti coglieva il deltoide contratto. I vasi arteriosi lacerati davano sangue; il braccio era intormentito ed anche enfiato ad occhi veggenti, intorno ai margini della ferita. Massimo sopportò con grande animo l’esplorazione e la fasciatura; soffriva, ad ogni pressione, ma non diede un lamento. Lo sosteneva un orgoglio naturalissimo in lui, ed anche giustificato dall’occasione, poichè aveva fatti tre assalti, e con una delle prime lame del vecchio esercito piemontese.

I padrini vollero che i due avversarli si riconciliassero. Al cavaliere di Carpigliano la cosa non andava; ma il Pamparato lo aveva persuaso con poche parole all’orecchio.

— Non far parere le cose più gravi di quel che sono! —

Così il nostro Buonsanti si era adattato a far pace, ed aveva toccato la mano del conte di Riva.

— Con voi non ho più nulla, — disse questi,mentre i padrini andavano a prendere il suo soprabito, per gittarglielo sulle spalle. — Voi mi avete toccato, e sta bene. Ma c’è un altro che pagherà la festa.

— Un altro! — esclamò il cavaliere, aggrottando le ciglia. — E sarebbe?...

— Lo conoscete.

— Ebbene, se io lo conosco, non vi permetterò di toccargli un capello. Aspettate! — disse il Buonsanti. — Se potete venir fuori e montare in carrozza, potrete anche sentire quattro parole sincere. Se siamo amici, come i nostri padrini hanno voluto, dobbiamo far patti chiari. Del resto, signor conte, ho avuta tre volte la vostra vita sulla punta della mia spada, ed ho il diritto di farvi sentir ragione. Signori, permettete! — soggiunse ad alta voce il cavaliere di Carpigliano, volgendosi ai medici e ai padrini. — Debbo dire alcune parole da solo a solo. —

Padrini e medici si ritirarono, lasciando il cavaliere accanto alla sedia rustica su cui era seduto il conte di Riva. Il dialogo fu lungo; e parlò quasi sempre il Buonsanti.

Quando questi fe’ cenno agli altri che potevano accostarsi, il conte di Riva era bianco nel viso come un cencio lavato.

— Vi sentite male? — gli domandò il suo medico.

— No, — rispose Massimo; — il cavaliere di Carpigliano mi raccontava certe cose.... che hanno scombussolate tutte le mie povere idee. Debbo ringraziarlo.... — soggiunse, con voce stentata. — Debbo ringraziarlo.... della sua comunicazione. —

Di bianco che era, il povero conte Massimo era diventato livido, quasi verde. Non aspettiamo che gli venga l’itterizia, e seguitiamo la parte avversaria, che, dopo i saluti d’uso, è rimontata in carrozza.

— «Cribbio», che giuoco! — borbottò il conte di Pamparato, stringendo la mano al Buonsanti. — Permetti che io te ne faccia i miei complimenti. Quella tua spada fiammeggiante mi ha ricondotto col pensiero ai bei tempi che incominciavo a studiare laStoria Santa. Mi pareva infatti quella del Cherubino, all’entrata del Paradiso terrestre.

— Ah sì, «Pamparà»! — rispose il Buonsanti, ridendo. — E dici più vero che tu stesso non pensi. È infatti un paradiso terrestre, quello che ho chiuso per sempre al signor conte di Riva; e in mancanza di Cherubini, veglia la spada del tuo vecchio «Carpijan», a custodia del passo. —


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