DUE SPAVENTI(Novella).

DUE SPAVENTI(Novella).

Verso la fine d’aprile dell’anno 1836, il mio amico e fratello d’armi Paolo Gagliardi mi scrisse di venire a tenergli un po’ di compagnia alla Vernea, presso Lombriasco, dove viveva ritiratamente, vigilando le faccende campestri di tre o quattro contadini.

Non essendo occupato, potevo partir subito; se non che era una stagionaccia incostante, bisbetica, ora primaverile, ora autunnale; in cui si passava dal vento piovoso al nevischio, da questo alla gragnuola.

La mattina di lunedì, 2 maggio, fui preso d’impazienza, e benchè il tempo fosse chiuso, la gola del Moncenisio, e le falde delle Alpi biancheggianti di neve, feci attaccare, montai nel mio legnetto e uscii di città.

Nel viaggio fino a Carignano, non mi accadde nulla di particolare. A Carignano mi fermai più del solito per dar riposo al cavallo, chè le strade erano guaste e faticose. E ripartii.

Il tempo si era andato sempre più rabbuiando; balenava e brontolava. Vennero pochi goccioloni, e subito dietro una pioggia che in un momento diventò diluvio. Il mantice del legnetto e la mia coperta da campo mi riparavano molto bene, il cavallo trottava come niente fosse, eppure andavo avanti mal volentieri. Il rimbombo del tuono mi urta i nervi, promuove in me inquietudine, irritazione, direi quasi una avversione d’istinto. Invece il rimbombo delle artiglierie, in guerra, ha sempre raddoppiato il mio spirito marziale e infusa la volontà di assalire braveggiando il nemico; in pace,quando è segno di salute e di gioia, mi fa provare un misto di desiderio e di malinconia, un senso di nostalgia bellicoso. Andavo avanti contro voglia; e come i lampi a zig-zag, sinuosi, ramificati, diffusi, ora bianchissimi, ora rosseggianti, si riflettevano nella strada già allagata e mi accecavano; come lo strepito orrendo echeggiava nelle nuvole basse e mi assordava: maledicevo il momento in cui mi ero messo in cammino, e mormoravo tra i denti, a mo’ di giaculatoria, la famosa frase del maréchal Ney: «Je voudrais bien savoir quel est le Jean-f... qui dit n’avoir jamais eu peur!».

Di repente una scintilla immane, un globo di fuoco, scoccò da nube a nube, turbinò veementissimo a mezz’aria, esplose dentro un albero che s’alzava con maestosa chioma a destra della strada, e lo guastò da cima a fondo.

In quel subito vidi tutto color di sangue, mi credetti incenerito, annientato; e, senza sapere quel che facevo, menai una violenta frustata ai cavallo esterrefatto. La povera bestia s’impennò, voltò corvettando e saltabeccando in un viale a sinistra, andò a dar di cozzo in un portone serrato.

Smontai: ma ero così abbacinato, così intronato, che invece di picchiare e chiedere ricovero, mi diedi a strigare le guide, che mi ero lasciato scappar di mano.

In quella che mi affannavo, tremando convulsamente, il portone si spalancò, un contadinotto tirò sotto il portico il cavallo e il legnetto: un uomo attempato, in mezza livrea, mi porse un ombrello aperto, dicendo premurosamente:

— Entri, entri, Gesù e Maria, ero all’ultimo piano e ho visto tutto! Sono io che ho avvertito monsù e madama. Venga, venga. Vuole appoggiarsi ai mio braccio? Passi, passi...

Così dicendo, stava lì, senza avvedersi che m’impediva il passo. Alla fine se ne accorse, si mosse, e io gli andai dietro.

Traversato un cortile, che in quell’ora, con tuttaquell’acqua, pareva un lago in burrasca, arrivammo alla porta di casa. Il padrone e la padrona mi aspettavano ritti sulla soglia. Lui, era alto, asciutto, con una capigliatura di splendida candidezza, che faceva parere più bronzina la faccia rasa e rugosa. Lei anzi piccola che no, e un po’ pingue, aveva conservato essa pure molti capelli, e due folte ciocche castagne tirate indietro, le ornavano la faccia pallidetta, ove traspariva una bellezza passata, sfiorita, ma non ancora senile. Tutti e due portavano il bruno grave, e la loro presenza dimostrava una dignità riposata, un po’ malinconica, che moveva a venerazione insieme e a simpatia.

Non si perdettero in parole di complimento, mi condussero in un salotto vicino, mi fecero sedere dinanzi al caminetto, e prendere una buona fiammata e una tazza di caffè. Io dissi il mio nome, il vecchio signore mi disse il suo: Pietro Francesco Gindri. Si parlò del più e del meno. Tanto il marito che la moglie mostravano quell’urbana disinvoltura di modi che è propria delle persone sfranchite nel conversare con tutti. L’uno amava la pittura, l’altra la musica. Di faccia al caminetto vi era un pianoforte; e alle pareti, come tappezzeria, un chiaroscuro in cui erano figurate la quattro stagioni: un vecchierello tutto intirizzito, con le braccia ficcate fino ai gomiti in un gran manicotto, simboleggiava l’Inverno; una vispa forosetta, emergente da una rigogliosa fioritura, la Primavera; l’Estate era un adulto seminudo che percoteva le biade con coreggiato; l’Autunno una venditrice di frutta con una pezzuola annodata intorno al capo e un po’ di scialluccio.

Il signor Gindri mi disse che quella tela, eseguita sul luogo, era opera di Antonio Amaretti, da Pancalieri, un giovane che attendeva con molto profitto alle bellezze dell’arte e agli studi che si competono a un artista giudizioso.

S’avvicinava intanto l’oscurità della notte; la pioggia continuava alla dirotta, scrosciando più rovinosamente che mai.

Il padrone chiamò il servitore perchè accendesse il lume, poi si rivolse a me:

— Come si fa a viaggiare con questo tempaccio? Il diavolo non andrebbe per un’anima.

E la padrona con una gentilezza che veniva direttamente dall’animo:

— Faccia della necessità virtù, e per questa sera, accetti di stare con noi.

E poichè rimanevo sospeso, non per dubbio ma così per cerimonia, il signore riprese:

— Parlo sul serio, sa. Sono pratico delle strade: a quest’ora devono essere assolutamente impraticabili. Le acque dei fossi rigurgitano e allagano. E poi, e poi... Badiamo di non fare qualche imprudenza.

Si cenò in una stanza dipinta tutta a fresco, rappresentante un pergolato fatto di pampini, ricco d’uva, sparso di augelletti variopinti che rallegravano l’occhio. Però la cena non fu lieta. Il contegno dei due ospiti verso di me continuava ad essere correttissimo, ma a momenti vedevo divenire più intensa, più cupa quella malinconia che quasi sempre stava sul volto del marito; vedevo la moglie abbassare mollemente la testa e rimanere come assorta in un pensiero nascosto, famigliare alla mente e più forte su quella che la mia presenza. Poi si cambiavano, sorridevano a fior di labbra e riprendevano il discorso.

Da queste e da altre cose che vedevo e sentivo, cominciavo a comprendere che i signori Gindri vivevano tutto l’anno in quel luogo appartato e solitario. Essi dovevano avere idee e opinioni particolari, ben radicate nel cervello, modi di operare divenuti per lungo uso ordinari e abituali: mi proposi quindi di non contraddirli, di fare il possibile per non riuscire noioso o importuno, per non recar loro il minimo incomodo.

Dopo cena si tornò nel salotto delle quattro Stagioni, dinanzi al caminetto.

Qui bisognava indovinare come i coniugi usassero passare la serata: se giocando, se sonando, se leggendo.Mentre stavo facendo qualche congettura, la signora Gindri disse:

— Oggi è giorno di posta. Fortuna che è arrivata prima del solito, se no ci mancherebbe laGazzetta Piemontese.

— Sarebbe un inconveniente — mormorò il signor Gindri; e soggiunse volgendosi a me: — La gazzetta è una gran bella invenzione. Siamo qui, lontani dalla città, quasi segregati dal genere umano, eppure ogni giorno corrispondiamo in certo modo con tutti i popoli della terra!

— Penso anch’io così — risposi. — La sera, dopo passeggiato, me ne vado al caffè. Lì combino tre o quattro amici, leggiamo le gazzette, poi c’ingolfiamo nella politica: e ognuno, secondo la propria opinione, ordina eserciti, allestisce navigli, apre arsenali, sottoscrive alleanze o bandisce asprissime guerre.

Il signor Gindri aveva già preso e spiegato un foglio che stava sul caminetto, vicino al lume; e la signora s’era rigirata sul suo seggiolone e spingeva innanzi la faccia, come chi si dispone a sentir cosa che assai gli prema.

— Permette? — mi domandò ancora il vecchio signore accomodandosi gli occhiali.

— Si figuri! — esclamai. — Anzi, mi fa un favore.

E così egli cominciò a leggere, tralasciando certi passi, fermandosi su certi altri:

— Dunque vediamo un po’:America Settentrionale. (Dai fogli di Nuova York del 24 marzo). Il generale Gaines ha fatto il seguente accomodamento con gl’indiani della Florida: — Gl’indiani ed i loro capi si ritireranno al di là di Wildocooclui...Me ne rallegro moltissimo.Impero ottomano.Niente.Grecia. Leggesi nella Gazzetta d’Augusta: «Scrivono da Larissa che le truppe turche quivi concentrate cominceranno quanto prima le loro operazioni contro le bande dei malandrini...E va bene, facciano pure.Una lettera da Lamia, in data dell’11 di marzo, parla di un combattimento accaduto coi clefti.Devo leggere? No, eh? Tiriamo via.Impero Russo.Niente d’importante.Alemagna, Berlino, 15 aprile. Dappertutto si attende a piantar fabbriche di zucchero di barbabietole... Oh gioia!Gran Bretagna. Londra, 22 aprile. Nessuna nuova politica è corsa stamattina alla Borsa... Uhm!Portogallo... Spagna... Francia... Notizie d’Algeri. IlMoniteurstampa un lunghissimo ragguaglio del generale Rassatel al maresciallo Clauzel sulla recente spedizione di Medeah... Ah, ah! — s’interruppe, percorse con l’occhio tutta la pagina e riprese: — Insomma i cabaili combattono da eroi, ma che vale? Oh, oh!Dicesi dagli arabi che Abd el Kader, abbandonato dai suoi, si è ritirato verso Marocco.Possibile? Ehm! sarà un inganno militare, uno stratagemma.Notizie posteriori.Vediamo le notizie posteriori...2 maggio. 11 antim. Il corriere del Moncenisio di questa mattina è tuttavia in ritardo... Al solito.Oggi perdura il freddo... Infatti!Il Journal de Paris reca, che il 21 Iriarte con un battaglione sostenuto dal presidio di Pamplona, assalì i carlisti trincerati a Balascoin... Se la facessero finita? E qui? Non avevo veduto!Il dissapore fra Mendizabal ed Isturitz finì con un duello alla pistola: niun dei combattenti rimase ferito: essi si separarono a mediazione dei padrini: ma più nemici che mai.Bella riuscita!...Sua Maestà l’arciduchessa di Parma è arrivata il 28 aprile a Milano da Piacenza, scendendo col suo seguito all’I. R. palazzo di Corte.Amen!Interno. Genova, 27 aprile. Notizie marittime. Notizie commerciali.Questo non fa per noi.Torino. Osservazioni meteorologiche... Annunzi — Avvisi... Spettacoli...

— Appunto — disse la signora; — che cosa si rappresenta al Carignano?

— Ecco qui:Teatro Carignano... Ballo Sofia di Moscovia; composto e diretto dal Coreografo Monticini. Teatro D’Angennes. Compagnia Drammatica al servizio di S. S. R. M. La Fiera. Circo Sales(alle ore 5.30).Esercizi di cavallerizza eseguiti dalla Compagnia Guillaume.

Domandai alla signora se le piacesse il teatro. Ellasi scosse un poco, a guisa di chi è colto da un’interrogazione imbarazzante, poi accennò di sì, e stette a capo basso, quasi la sua anima, sollevata un momento, ricadesse ad un tratto in un abbandono estremo.

— Se le piaceva il teatro? — esclamò il signor Gindri. — Altro! L’opera seria, l’opera buffa, l’opera-ballo; il dramma, la commedia... Ma poi è venuta la tragedia, la catastrofe. E addio!

Un lungo silenzio successe a queste parole.

Marito e moglie guardavano fisso fisso il fuoco, immobili come due statue. Io pensavo: — O mi diranno ciò che fu questa catastrofe, e mostrerò di condolermi; o non mi diranno niente, e io rispetterò il loro segreto.

Non mi dissero niente. A un punto il marito pigliò le molle come per rattizzare o ravvivare il fuoco: tramestò la cenere, scompigliò tizzi e carboni, e riprese, riponendo lo strumento al suo posto: — Mutiamo discorso, parliamo d’altro. Adesso rileggerò la gazzetta, la spedizione di Tencah, di Medeah... Tanto per far tardi. Poi voltandosi meno afflitto, meno crucciato, e con una specie di rammarico d’aver parlato in quel tono e in quel modo, mi disse: — Ma lei dev’essere stracco morto? Senza complimenti...

E la moglie con una voce ancora un po’ alterata, ma quanto mai si può immaginare dolce e persuasiva:

— Senta: se mai la camera è pronta...

Accettai volentieri quell’offerta opportuna e cordiale: dal canto mio avevo sonno, e probabilmente dal canto loro i miei ospiti non vedevano l’ora di rimaner di nuovo soli a pascersi di malinconia.

La signora scosse un campanello e al servitore che entrò, disse:

— Giacomo, accompagnate questo signore alla camera gialla.

Ci augurammo scambievolmente la buona sera e la buona notte, e ci separammo.

Giacomo mi fece lume su per una scala di pietra, fino al primo pianerottolo, m’introdusse nella camera che mi era destinata e disse:

— La sua sacca da viaggio è già lì sul sofà. Se ha bisogno di qualche altra cosa?...

— Grazie, non ho bisogno di nulla.

— Oggi ha passato un brutto quarto d’ora. Si ha un bel dire. Uno può aver più coraggio di Napoleone, ma, cospetto! col fulmine non si scherza. Basta, il dormire le farà bene... Mi comanda?

— Andate pure.

Il servitore mi porse il candeliere e se ne andò.

La camera gialla era molto grande e sfogata, parata con carta canarina, simile nel colore alla stoffa un po’ sbiadita che soprastava alle finestre, al letto e ricopriva i mobili. Questi erano tutti di mogano, di classico disegno, eccetto una consolle alla rococò, sopra la quale stava uno specchio con la luce tutt’un pezzo e la cornice a fogliami.

Cavai dalla sacca la biancheria da notte, posai sul comodino, accanto all’orologio e all’anello, il tomo decimo diLo spettatore Italiano, mi spogliai ed entrai in letto.

Siccome per solito non posso addormentarmi senza scorrere qualche pagina, presi il volume, lo aprii a caso, trovai un articolo intitolatoFilosofia, e lessi quanto segue:

«Mercè della filosofia, i vampiri sono iti fuori di moda. Perchè dir non possiamo lo stesso degli spettri e delle fantasime? Tuttavia, se la fede alle apparizioni non è ancora morta del tutto, essa almeno più non vive che nelle menti ristrette e nel volgo pusillanime e rozzo.

Nel libro di Flegone, liberto dell’imperatore Adriano, in mezzo a mille racconti da veglia, trovasi la seguente storiella ch’ei dice avvenuta in Ipate, città di Tessaglia. È dessa una delle poche favole di questo genere, trasmesseci dagli antichi, che molto si rassomigli alle superstiziose invenzioni moderne.

Filinnione, unica figlia di Demostrato e di Carito, morì in età da marito: gl’inconsolabili suoi genitori fecero seppellire insieme col suo cadavere gli ornamenti e gli arredi che la fanciulla aveva avuto più cari mentreviveva. Alcun tempo dopo ch’ella fu morta, un giovane signore, per nome Macate, venne ospite in casa di Demostrato, ch’era suo amico. Una sera, essendo Macate in sua camera, Filinnione, di cui questi non sapeva la morte, gli apparisce, gli dichiara il suo nome, e lo induce con mille vezzi a corrisponderle. Macate in pegno di affetto, regala a Filinnione una coppa d’oro, e si lascia trarre di dito un anello di ferro che usava portare. Filinnione dal canto suo, gli fa dono del suo monile e di un anello d’oro; indi prima dell’aurora sen parte.

La notte seguente, ella ritorna all’ora medesima. Nel frattempo che stavano insieme, Carito mandò una vecchia fantesca nella stanza di Macate onde vedere ciò ch’egli facesse. Questa donna tornò indietro ben presto, tutta smarrita, a dire alla sua padrona che Filinnione trovavasi con Macate in ragionamenti. La trattarono qual visionaria, ma siccome ella persisteva in accertare che quanto diceva era il vero, giunto che fu il mattino, Carito andò dal suo ospite e gli chiese se la fantesca non l’avesse tratta in errore. Macate confessò che la vecchia non aveva mentito, narrò tutte le circostanze di quanto gli era accaduto, e mostrò il monile e l’anello d’oro, che la madre riconobbe per quei di sua figlia. Questa vista ridestò nel suo animo il dolore d’averla perduta; ella gettò spaventevoli grida, e supplicò Macate di avvertirla quando la sua fanciulla ritornasse; il che egli fece. Il padre e la madre la videro, e le corsero incontro per abbracciarla. Ma Filinnione, abbassando gli occhi, con mestissimo sembiante lor disse: «O padre mio! O madre mia! Voi distruggete la mia felicità coll’impedirmi, mediante l’intempestiva vostra presenza, di vivere soltanto tre giorni, insieme col vostro ospite, nella paterna magione, e di avervi qualche dolcezza, senza in nulla turbarvi. La vostra curiosità vi riuscirà funesta, perchè io men ritorno all’asilo della morte, e noi mi piangerete non meno di quanto faceste quando fui posta sotterra per la prima volta. Ma io vi ammonisco che non sonqui venuta senza il volere de’ numi». Dette queste parole, ella cadde morta, e il suo corpo venne esposto sopra di un letto, agli occhi di tutta la gente di casa.

Si andò poscia a visitare il sepolcro di Filinnione e non vi si rinvenne il suo cadavere; eranvi solamente l’anello e la coppa d’oro che Macate le aveva regalato. Macate, pien di vergogna per aver dormito con uno spettro, di propria mano si uccise. Riesce inutile il far commenti sopra l’assurdità di questa favola».

Chiusi il volume, tenendovi dentro l’indice per segno, e volli meditare un poco sulla credenza nelle apparizioni dei morti, credenza di tutti i tempi, comune a tutti i popoli. Che mai può essere? Una prova dell’insanabile debolezza della mente umana? Un argomento confermativo dell’immortalità dell’anima? Quante volte non mi sono affaticato a rintracciare nella memoria l’origine di certe impressioni sottilissime e misteriose avute Dio sa quando, forse in un’altra vita! Quante volte non ho desiderato con tutte le potenze del cuore di rivedermi dinanzi, sin pure per pochi istanti, l’immagine di qualcuno dei miei poveri morti!

Intanto, a poco a poco, la sconnessione delle idee divenne confusione; i sensi si assopirono; perdetti ogni volontà, ogni intenzione. Nel dormiveglia mi parve ancora di dover fare qualche cosa, ma non seppi più che...

Passò un’ora, forse due, forse tre. D’improvviso mi scossi, spalancai gli occhi, feci quasi un balzo sul letto. Non era più solo. Alla luce tremola e impura della candela fungosa vedeva una fanciulla, vestita da ballo con eleganza congiunta a semplicità, che si moveva per la camera senza fare il più piccolo rumore; e ogni poco si fermava a guardarsi nello specchio ch’era sopra la consolle, come vagheggiasse la sua bellezza, la sua acconciatura, il suo abbigliamento. Chi poteva essere? Una povera pazza? Una sonnambula? Non volevo credere a quello che vedevo, e stavo lì senza batter occhio, senza trar fiato. Tutt’a un tratto osservai, o mi parve d’osservare che le carni e le vesti di quella figura nonavevano rilievo e colore distinto, che quel corpo non gettava ombra nè sul soffitto, nè sulle pareti, nè sul pavimento! Volli accertarmi. La maledetta candela, filò, si affiochì e si spense. Pensai di riaccenderla, di rompere quel silenzio sepolcrale con qualche domanda: il pensiero se ne arretrò spaventato. Fu uno spavento istantaneo, prepotente, atroce. Fu come se il cervello si vuotasse di sangue e d’un tratto si riempisse da scoppiare; come se il midollo, i nervi, tutto ciò che conferisce alle membra la forza del muoversi si disfacesse nel sudore di morte che m’inondò la persona. Non vedevo, ma sentivo tuttavia la presenza della forma femminile. Ecco che ella si staccava dallo specchio e veniva verso il letto, leggera come una piuma, trasparente come un velo, e allungava le mani verso gli oggetti d’oro che stavano sul comodino. Ero più certo di questo che della morte; provavo un impulso, una smania di fuga, e insieme un intormentimento strano, resistente all’impero della volontà. Mi trovavo come rinfanciullito, rimbambinito, tornato al tempo in cui non ardivo salire le scale di casa all’oscuro o penetrare da me solo nel boschetto che stava dietro la nostra villa...

Sì, ero andato soldato pauroso come una lepre, ma mi avevano guarito. E mi si affacciava alla mente il giorno in cui avevo ricevuto il battesimo del fuoco, e quello in cui avevo fatto la mia comparita in Parigi con la rilucente divisa di capo squadrone degli ussari e la sciabola d’onore guadagnata un mese avanti in battaglia. I militari spagnuoli fanno distinzione tra bravura, coraggio, intrepidezza, valore. Essi dicono: — Egli fu bravo in quel giorno. — Io ero stato bravo in parecchi giorni della mia vita, ma in quella notte non era più buono a niente. A che mi servivano l’età, l’educazione, l’esperienza, e il fatalismo quasi maomettano acquistato sui campi? Un altro po’ e cadevo in deliquio come una femminuccia! Come mai? Come mai? E cercavo di comprendere, di raccapezzarmi. Che mi era accaduto? Cos’era stato? Un fenomeno morboso, sintomodi una malattia che stavo covando? Un abbaglio, un vedere che aveva fatto la mia mente d’un’immagine non vera, tutta di fantasia? La continuazione a occhi aperti d’un sogno incominciato a occhi chiusi? Avrei dato la metà del mio sangue per potermi capacitare che quello era stato un sogno, magari d’un’intensità, d’un’evidenza, d’un persistenza straordinaria; per poter cancellare dalla memoria quelle ore ignominiose. Ma era impossibile. Di tanto in tanto mi accomodavo, mi rannicchiavo per dormire: ma l’oscurità e il silenzio, invece di conciliarmi il sonno, me lo guastavano. Avevo certi arricciamenti di capelli sensibili, quasi dolorosi, certi brividi veementi e prolungati; e un odore, non so se vero o immaginario: l’odore ingrato delle stanze state molto serrate, mi mozzava il respiro...

Alla fine, quando meno me l’aspettavo, mi arrivò all’orecchio il canto di un gallo. Mi parve che quella voce balda dissipasse l’orror della notte. Riebbi come per incanto il sentimento della realtà; e vestitomi a mezzo, andai francamente ad aprire una finestra. Era già fatta l’alba, un’alba senza albore, e si distinguevano gli alberi rabbaruffati dal soffiar tempestoso del vento, e la campagna disfiorata dalla tropp’acqua caduta. Mi appoggiai al davanzale, esposi la faccia all’aria pura, e stetti lì finchè non ebbi preso ristoro, finchè non fui di nuovo ben presente a me stesso.

Mentre finivo di vestirmi, riandavo le impressioni della torbida nottata trascorsa, e guardavo d’intorno per vedere se potevo scoprire un segno che mi cavasse di dubbio, una traccia indicante la via seguita dalla misteriosa fanciulla nell’entrare o nell’uscire. L’uscio di scala era chiuso, l’altro dirimpetto, che metteva in qualche stanza più interna, era mezzo aperto. Si vedeva un ragnatelo lassù in cima, che andava dal battente allo stipite con tutti i suoi cerchi fini fini e i suoi raggi come una ruota. Se l’uscio fosse stato aperto un po’ più o chiuso affatto, il ragnatelo si sarebbe subito stracciato. Provai, mossi il battente, il ragnatelo si stracciò e unaparte rimase penzoloni dallo stipite. Dunque quell’uscio non era stato toccato...

Stando così fermo, in atto di chi pensa, mi parve di sentire un calpestìo. Mi affacciai al pianerottolo e vi trovai Giacomo.

— Cospetto! — diss’egli, facendomi un inchino. — Lei è molto mattiniero. Come ha riposato stanotte?

— Così, così — risposi, rientrando in camera.

Il servitore mi seguì.

— Solo così così? Me ne rincresce. Un po’ d’agitazione, eh? C’era da aspettarsela.

Mi annodai la pezzuola al collo, mi abbottonai il panciotto, indossai l’abito e mi lasciai andare sul sofà.

— Vuol prendere il caffè? — riprese Giacomo.

— Grazie; lo prenderò più tardi.

— Bene, lo prenderà conmonsùemadama. Si levano sempre presto. Oggi poi c’è la messa da morti qui nella cappella di casa.

— La messa da morti?

— Sì, signore. Questa è una giornata molto malinconica, è l’anniversario di madamigella Rosa. Il babbo e la mamma fanno dire una messa in suffragio dell’anima. Una volta venivano anche gli zii, i cugini e qualche altro parente, ma ora, dopo cinque anni... M’immagino che ieri sera i miei padroni l’avranno informato della loro disgrazia?

Accennai di no.

— Eh già! — esclamò Giacomo. — O non smettono più di parlarne, o li sgomenta solamente il pensiero di doverla ridire.

Mi alzò gli occhi in viso, stette alquanto senza parlare e non potendo indovinare la farragine d’idee che mi passava per la mente, mi domandò di nuovo se non volevo prender niente.

— Creda che un bicchieretto di alchermes è una medicina di effetto sicuro. Lei forse preferisce il maraschino?

Crollai il capo e poi risposi:

— Su via, ditemi come andò la cosa.

— Come andò la cosa? Sì, signore, le racconterò tutto dal principio alla fine. Oh! deve dunque sapere che madamigella Rosa era l’unica figlia dei signori Gindri; nata assai tempo dopo il loro matrimonio. I genitori, ai quali non pareva vero d’aver avuto una figlia quando ormai non speravano più prole, la compiacevano in ogni cosa, e si guardavano fino dal contrariarla, temendo che il pianto le facesse male. Un’altra si sarebbe creduta nata per dominar tutti, per comandare a bacchetta. Lei no, lei sapeva che la superbia è il primo dei peccati mortali, e trattava bene tanto la servitù che i contadini. Cresceva ch’era una bellezza... E se ne teneva. Da bambina non avrebbe fatto altro che stare allo specchio, e di nulla si offendeva, tanto come di essere chiamata brutta. Era una meraviglia di speranza, e diventò un modello delle fanciulle da marito. Appena cominciò a farsi vedere nel bel mondo, cioè nelle conversazioni, nei concerti, nei balli di famiglia, piacque moltissimo. Tutti ammiravano le cose che diceva e faceva: e il padre e la madre toccavano il cielo col dito. Per farla corta, l’ultimo giorno di carnevale madama Cordara, sorella della mia padrona, invitò parenti e amici a passare la serata in casa sua. Per sentita dire, madamigella Rosa ballò assai, e finita la festa era molto accaldata. La mamma insisteva perchè si riposasse; ma lei si mise il suopar-dessusdi pelliccia, e niente paura. Io stavo di piantone nell’anticamera, ma il cocchiere, quel birbante di Gaudenzio, non era al suo posto. Cerca di qua, cerca di là, gira e rigira: nessuno sapeva dove si fosse cacciato. E la padrona e la padroncina aspettavano nell’atrio, dove circolava una corrente d’aria che pareva venir da un ghiacciaio! Pochi giorni dopo madamigella Rosa era in letto con mal di capo, grande spossatezza e molto affanno. Io dicevo fra me e me: — Gesù e Maria aiutatela! Fate che non si sia pigliato un male di pericolo! — Ma il dottor Rodella, che la visitava, si conservava tranquillo, si dava le sue solitefregatine di mani: — Santa pazienza! la malattia vuol fare il suo corso... La malattia rimane stazionaria, vedremo domani... La malattia è superata, la signorina entra in convalescenza. — Già; ella uscì dal letto, ma... Basta, sentirà. Passò l’inverno e il medico, sperando che l’aria della campagna l’avrebbe finita di guarire, ordinò che fosse portata qui, nella villa dov’era nata. Si fecero queste poche miglia in una carrozza che pareva un letto, e tutto andò bene. Tutto andò di bene in meglio per qualche tempo: pareva che madamigella Rosa si fosse non solo riavuta dal piccolo strapazzo del viaggio, ma cominciasse davvero a ricuperare le forze. Ecco che una mattina, tornando da Carignano, dove ero andato a far le provviste, trovo le persone di servizio tutte sotto sopra; Orsola, la cameriera, che piangeva come una vite tagliata. Domando subito: — Cosa c’è? Cosa c’è? — Orsola risponde: — La signorina se ne va. — Io non capisco e dico: — Se ne va dove? — In paradiso, bestia! — Oh, poveri noi!

Qui Giacomo si fermò, non potendo andare innanzi per la commozione che una tal memoria svegliava nel suo cuore. Dopo un momento si ricompose e continuò:

— Già, la mia padroncina moriva, e non voleva morire. Si distaccava dai suoi, dai beni di questa terra con tanto dolore, rammentava e rimpiangeva i bei giorni della sua gioventù così corta, diceva cose che ferivano il cuore. Il babbo e la mamma si sarebbero fatti crocifiggere per tenerla viva. Noi... Oh, misericordia! Basta; madama Cordara, ch’era accorsa subito, ebbe un’ispirazione dal cielo. Cominciò a pigliarla larga, a passare da una cosa all’altra, finchè fece cadere il discorso sull’abbigliamento alla moda; e allora le domandò con naturalezza, per qualunque caso possibile, come voleva essere vestita. Madamigella Rosa, ch’era stata attentissima, non rispose subito: volle riflettere un poco, e poi disse:

— Oramai è finita, non si torna addietro. Che serve disperarsi? Ma io abbandono le vanità del mondo propriomentre cominciavo ad assaporarle: fate almeno che la funzione funebre sia perfetta... Desidero... aspettate... Ah! un guanciale di seta color rosa. È un desiderio perdonabile, non è vero? Ricordatevi che l’essere e il parere bella fu il gran pensiero della mia vita. Abbiate cura che il mio velo sia amplissimo... Troverete in quel guancialino gli spilli d’argento per appuntarlo con grazia... Mi farete con le treccie una corona come quella che porta la signorina Paoletti... Ma vorrei aver la fronte un po’ più scoperta; mi starà meglio. — Venne il prete. Ella fece santamente le sue devozioni, e poi stette tutta raccolta come se pregasse. Poco dopo si rivolse alla zia: — Pensa che col velo tornerà bene la veste di mussolina che il babbo ha fatto venir da Parigi... — Uno sfinimento le impedì di continuare. Quando si risentì si dolse di non sapere a quali scarpini dare la preferenza. Madama Cordara le suggerì quelli di raso bianco che aveva al ballo di casa Prèville. Sì, quelli calzavan bene, ma erano troppo attilati, la molestava il pensiero di tenerli per tutta l’eternità. Insomma si rimetteva in lei. Si ricordasse che voleva sembrare addormentata; non dimenticasse che aveva sempre amato i lori... Le parole le morivano in bocca, le si annebbiava la vista, e tanto aveva ancora quel suo sorriso! Abbracciò, come potè, il babbo e la mamma...

Giacomo s’interruppe di nuovo, che gli venne da piangere, e voltò il capo dall’altra parte. Andò poi pianamente all’uscio del ragnatelo, aprì e disse:

— La sua camera è ancora intatta. Venga a vedere.

Provai entrando in quel luogo come un tumulto di sentimenti indefinibili: curiosità e tema rispettosa, ansietà mista di commozione, tristezza prossima a ribrezzo.

Vidi una cameretta tutta color dell’innocenza, mobiliata con molto gusto; c’era un letto gentile col cortinaggio chiuso, un’elegantetoelettecon padiglione e pedana, un cassettone di noce intagliato... Sopra il cassettone stava un ritratto a matita, due mazzi di fiori finti dentro ai loro vasi, un guancialino di spilli, una coppa di porcellana della più graziosa fattura.

— Ecco, — susurrò Giacomo, indicando il ritratto: — hanno voluto far lei, la mia padroncina. Le somiglia nel capelli, ma le fattezze non son proprio quelle. Basta, io non me n’intendo. Ci sono sotto delle parole scritte da sua madre.

Mi accostai e lessi i notissimi versi:

«Elle était de ce monde où les plus belles chosesOnt le pire destin:Et, Rose, elle a vécu ce que vivent les roses,L’espace d’un matin».

«Elle était de ce monde où les plus belles chosesOnt le pire destin:Et, Rose, elle a vécu ce que vivent les roses,L’espace d’un matin».

«Elle était de ce monde où les plus belles choses

Ont le pire destin:

Et, Rose, elle a vécu ce que vivent les roses,

L’espace d’un matin».

Nella coppa c’era un finimento di coralli, una crocellinaà la Jeannette, pendenti, fermagli, anellini.

— Sono i suoi gioielli — disse Giacomo, sempre a voce bassa. — Amava anche tanto i gioielli!

Portavo alla catenella dell’orologio un bel ninnolo esotico, dono del dottor Salvatori, addetto all’Ambasciata francese in Persia. Lo staccai e lo posi nella coppa, come avrei posto un fiore sopra una tomba.

D’allora in poi non dubito più: l’anima separata dal corpo può conservare o riprendere l’apparenza delle forme corporee.


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