LA STRANIERA(Novella).
a Ugo Ojetti.
Nella vera storia si legge che il contado di Auriate, o sia Auretite, si estendeva per quella dilettosa parte del Piemonte che sta fra la Stura, le Alpi e il Po.
Al tempo di Adalaida, famosissima contessa, duchessa, e marchesana delle Alpi Cozie, era viceconte di AuriatedominusPagano, dettolo Casto. Questo Pagano fu nobilissimo signore,vir magnificus: ed è opinione per alcun maestro delle più antiche e strane leggende, che somigliasse alcun poco a Guglielmo, duca di Normandia, quale è ritratto nelroman du Rou:
«Guillaume Longue Épée fu de haute estature;Gros fu par les épaules, greille par la chainture:Jambes eut longues, droites, et large la forcheure;Oils droit et aperts eut, et douce regardeure:Mais à ses ennemis semble moult fière et dure:Bel nez et belle bouche, et belle parleure;Fort su comme jehans, et hardi sans mesure».
«Guillaume Longue Épée fu de haute estature;Gros fu par les épaules, greille par la chainture:Jambes eut longues, droites, et large la forcheure;Oils droit et aperts eut, et douce regardeure:Mais à ses ennemis semble moult fière et dure:Bel nez et belle bouche, et belle parleure;Fort su comme jehans, et hardi sans mesure».
«Guillaume Longue Épée fu de haute estature;
Gros fu par les épaules, greille par la chainture:
Jambes eut longues, droites, et large la forcheure;
Oils droit et aperts eut, et douce regardeure:
Mais à ses ennemis semble moult fière et dure:
Bel nez et belle bouche, et belle parleure;
Fort su comme jehans, et hardi sans mesure».
Pagano lo Casto abitava la rocca di Malavasio, fornita di ogni vettovaglia e di tutte cose; e fortissima per la qualità del sito scosceso e dirupato sur un’acqua molto rubesta e strepitosa. Niuna persona vi poteva andare se non per una strada a giravolte, tra aspri pietroni e piantature spinose. Un’apertura, fatta a regola d’arte, metteva in un grande spazio, intorniato e fortificato con una gagliarda palificata. Nel diritto mezzo, situata sopra una prominenza circondata da un fosso,era la torre, quadrata e massiccia, tutta di buon legno indurato e stagionato, con rade e piccole finestre, e piccola porta, alla quale si saliva per un ponticello volante. Dentro il recinto, dalla parte che più guarda a mezzogiorno, stavano gli alloggi degli uomini, la stalla dei cavalli e i magazzini.
A quel tempo, sulle vette ignude del monte Vesulo saltavano stambecchi e camosci di stupenda velocità, e balzellavano quelle lepri che d’inverno si cibano di neve; nelle foreste di pini, nelle selve di castagni, nei boschi di querce vagavano orsi irsuti e zannuti cinghiali di molto terribile ferocia; nelle praterie e nei campi del piano scendevano le damme e i cavriuoli a pascolare.
Pagano andava a cacciare in compagnia dei suoi buoni uomini, con bracchi e levrieri, e prendeva molta selvaggina. Di quando in quando, per dare a sè ed ai suoi altri piaceri e diletti, si acconciava di buone armadure e d’un bello e forte destriere e cavalcava in avventura per lo contado. Cercava i ladroni di strada, stanava gli scherani della selva Laubiera, e li metteva al taglio delle spade; o, come fanno i paladini nel romanzo di Gérard de Nevers, ne infilava parecchi a un trattodans le dur bois de sa lance, comme si c’étaient oiseaux friands à embrocher. Alcuna volta, per trarre bel tempo, s’imboscava presso a qualche buona strada e correva addosso ai mercatanti, ai pellegrini, ai monaci, agli ebrei e li depredava di forza o si faceva pagare grosso pedaggio.
Ora avvenne una notte che, dormendo, gli parve in sogno di essere in un nobile e ricco palagio, anzi in una sala tutta dipinta e storiata. A un punto si faceva là dentro una grande oscurità, una grande contesa, con colpi di spade e saettamento; poi subito uno splendore ch’era a vedere come un regno celeste. Ed ecco per la sala venire una donzella, che portava il viso velato, ma molto bella di suo corpo; addobbata di drappi tutti chiari, lucenti e trasparenti; con unacorona d’oro e di pietre preziose che più valeva che tre ricche castella, e una cintura e due guanti che valevano bene una ricca città. La donzella si metteva con lui in soave parlamento d’amore; lo prendeva per la mano e lo faceva sedere in una sedia reale e trionfale di bello avorio e di puro cristallo; lo incoronava soavemente di quel suo reame. E la sala si empiva di duchi, conti, marchesi, baroni, principi, varvassori e varvassini, tutta gente di grande nominanza, che mostrava grandissima allegrezza.
Venuto il mattino e aperti gli occhi, egli cominciò a guardare per la camera; e, non vedendo che il suo letto, un deschetto e il forziere, stette un poco crucciato e malinconioso. Poi si levò e si fece alla finestretta. Essendo l’alba chiara e appressandosi la bella stagione e il bel mese di maggio, gli uccelli andavano cantando per la verzura. Allora, senz’altra dimoranza, uscì dalla camera di sopra, discese nella stanza di sotto, dove erano le pertiche delle armadure e i fornimenti da cavaliere. Mise la suabroigne, tutta coperta d’anelli di ferro fortemente cuciti; si allacciò l’helmea nasale, si cinse lebranc: e così armato efervestu, uscì dalla stanza, andò giù per la scaletta, e passò il ponticello. Quivi montò sul destriere forbito ed acconciato; si fece dare il forte scudo e la lancia del pennoncello verdazzurro. Ed essendo tutti gli uomini armati ed assembrati, volle con sè Olivenco scudiero, Glabrione, Manfredone, Durcogno, Quosa e Mascher. Lasciò nella rocca Grisagonnella e i famigliari di cui si poteva ben fidare, raccomandando di fare buona guardia. E poi uscì dalla apertura e prese la scesa.
E andando con la sua compagnia, arrivò a uno sbocco della valle, e lì ritenne il destriere, guardando d’intorno, come fa chi non sa da che parte gli convenga rivolgersi. E a quel punto gli si parò innanzi una donna scapigliata, e molto rea di sua persona.
Il signore disse:
—Masca, in qual parte troverò io la buona ventura?
E la strega rispose:
— Tenete a mano destra, e troverete la più alta ventura del mondo.
Pagano di tali parole fu assai allegro, e le gettò un marabutino d’oro.
E appresso, volendo a man destra tenere alla speranza di Dio, si mise coi suoi per un sentiero tortuoso, e in poco tempo pervenne in un bel piano dove erano due vie: l’una moriva nei campi; l’altra, più battuta e antica, aveva nomestrata magna communis, e, passando per la valle donde scende la Stura, riusciva in Provenza. In quel piano era una bellissima fonte d’acqua chiara e un rio d’acqua viva, e torno torno molta erba verde e grande. Sentendo un soave venticello venire, Pagano dismontò, appoggiò sua lancia a un pioppo, e diede il destriere a Olivenco perchè lo abbeverasse. Anche gli uomini posero giù lor lanciotti e lor targhe, e si misero a sedere. E mentre ciascuno stava cheto, udirono a un tratto un gran calpestìo. Per la qual cosa rizzatisi in piedi, videro venire per lastrata magnaun polverone sollevato da gente in cammino; e il sole alto or sì or no feriva sopra l’armi e facevale tutte lustrare e rispondere, sicchè era bella cosa a vedere.
Pagano disse:
— Per la mia fè, io credo che quello sia Aymo di Roccabruna con sua compagnia.
E Olivenco rispose:
— Certo, monsire, ma potrebbe medesimamente essere Magnifredo di Roccasparviera, o Gosso di Montemale, o Morderio di Montefalcone...
Ed a tanto, ecco comparire un cavaliere armato di tutte armi e bene in sulla persona che pareva una maestà. Ecco accanto a lui, seduta sopra un ricco palafreno, una dama addobbata come se da lontane e strane parti venisse: una benda, bianca come neve o più se più si potesse dire, le avvolgeva il capo e il collo, per modo che non si vedeva niuna cosa altro che gli occhi; la inviluppava un grande mantello di drappo, che guardatoda punti diversi, mostrava diversi colori, tutto cangiante e iridescente come coda di superbo paone. E dopo loro venivano alcuni famigliari; due muli carichi di roba: e una schiera di forse 20 pedoni da battaglia, con piastroni di cuoio cotto e imbusti di canavaccio armati di squame.
Come Pagano vide che costoro portavano i capelli tonduti sopra la fronte e spioventi sopra le spalle, e tutti, chi più chi meno, vestivano di corto, conobbe ch’erano di nazion meridionale. Cominciò a pensare alla visione che gli era apparsa la notte, a ciò che dianzi gli aveva profetizzato laMasca; e gli parvero due fatti alti e maravigliosi, collegati misteriosamente tra di loro e tendenti a grandissimo fine. Voleva pensare ancora, ma il momento stringeva, perchè la comitiva passava oltre e andava a suo viaggio. Rimontò a cavallo, e tutto solo si fece verso il cavaliere, e lo salutò bonariamente:
— Sir cavaliere, io ti domando in cortesia che tu mi conti tuo nome e di qual parte tu vieni.
Lo straniero a ciò non rispose; e Pagano tenne il non rispondere a grande disdegno:
— Cavaliere, cavaliere, bene mi devi intendere, se tu non sei sordo. Mentre puoi aver pace, non volere aver guerra. Io ti consiglio che tu non ti metta in avventura di morte.
Il cavaliere non parlava niente e drittamente andava a sua via.
Allora il signore di Malavasio fece vista di essere molto crucciato, e lo prese per il freno, dicendo:
— Ahi quanto tu sei villano cavaliere! Per mia buona fè, io saprò tuo nome piacciati o non piaccia. Or qui fa mestieri di mostrare tua oltramaravigliosa prodezza. Qui va ardire contro ardire, forza contro a forza, ferro contro a ferro. Non sia più parole in fra noi: prendi del campo, ch’io ti appello alla battaglia.
Allora il cavaliere, intendendo ciò che voleva dire,cominciò alquanto a sorridere, e imbracciò lo scudo e impugnò la lancia.
E tantosto, l’uno si dilungò dall’altro quanto può gettare un arco; poi abbassarono le lance e si vennero incontro. Nello scontrarsi si diedero due grandissimi colpi, che le aste volarono in pezzi, e quasi si spezzarono anche gli scudi; ma niente li mutò d’arcione e rimasero più fermi che due torri bene fondate. Fornito il corso, misero mano ai loro taglienti brandi. Lo straniero, ch’era di molta lena e finissimo schermidore, cominciò a fare certi atti maestri, come chi a battaglia dimostra suo sapere e valore, menando colpi a destra e a sinistra, e mandritti e manrovesci: avvolgendo Pagano così che l’elmo gli risonava in testa, l’armadura gli si affalsava indosso, le carni si facevano livide, tinte di sangue e di sudor sanguigno.
La dama, vedendo quel combattimento tanto forte e tanto pericoloso, non si sbigottì niente, e solo si ritrasse alquanto indietro. E stavano a vedere anche gli uomini di Pagano e quei dello straniero.
Pagano veniva gridando:
— Cavaliere, guardati da me! Sire san Vittore e san Costanzo e san Ponzio, soccorrete, soccorrete! Datemi aiuto e consiglio!
Avvenne che anche il cavaliere gridò:
—Aur! aur!
Al grido i suoi risposero:
—Or a jaus! or a jaus!
E quei di Malavasio:
— A lor! a lor! Corri accorri! Piglia, piglia!
E tutti trassero a ferire molto vigorosamente, e cominciò la mislea. Ed erano sì grandi le strida, lo scontrare degli scudi, il romore dei ferri, che se fosse tonato non si sarebbe udito; tanta era la polvere, che faceva nell’aria come una nebbia, sì che appena l’uno con l’altro si potevano vedere.
Accorgendosi Pagano che il cavaliere era dei migliori combattenti del mondo, disse con fervente cuore:
— Gesù crocifisso aiutami! — Ciò detto, si ristrinse in sè, poi di tutta sua forza e possa colpì l’avversario sopra l’elmo, sì che glielo partì; e, passato il cappuccio, gli fece schizzare il sangue per il naso e per la bocca, e percuotere il mento sull’arcione. Della quale gran piaga nella testa il cavaliere di subito morì.
Allora il signore di Malavasio rivoltò il destriero e corse addosso ai pedoni a guisa di fiero leone selvaggio fra bestie basse e minute. Gridava come ruggendo: — Rendetevi prigioni! Arrendetevi per morti! — E feriva e feriva: e quanti ne scontrava, tutti li veniva abbattendo.
Quelli prima si volsero alla loro difesa: poi gli diedero il passo: poi cominciarono quanto potevano a fuggire.
Quando la straniera vide il compagno disteso sul cammino, non si gettò a terra ad abbracciare quel corpo, facendo pianto e lamento e immaginandosi di morire quivi con lui: ma stette quasi avesse il cuore di diamante: e solo abbassò la testa e la tenne chinata come se pensasse una grande sottil cosa.
Avendo Pagano in poco d’ora sbaragliata o morta quella gente di fuori via, si pose a bocca un corno e lo suonò a ciò che la sua compagnia venisse tutta a lui.
E allora gli uomini cominciarono a legare quelli che gettate giù l’armi s’erano arresi; ripigliarono e rimenarono il cavallo dello straniero e i muli da bagaglio che se n’andavano fuggendo. Il sire vincitore fece sua la spada del vinto, la quale era tanto bella e tanto buona: bella, perchè fornita ad argento nobilmente con alcune pietre di ricca valuta; buona, perchè ben trinciante e di finissima tempera. Comandò ai villani, accorsi da quei luoghi intorno, di seppellire a grande onore quelli dell’una parte e dell’altra ch’erano stati tratti a fine. Appresso venne alla dama e le parlò molto umanamente:
— Dama, non sono ora in tempo di vantarmi, ma la battaglia è stata leale e di grande pregio. Molto mi sono sforzato d’averne l’onore, e Iddio mi ha donatotanta grazia che voi siete rimasta nelle mie mani, conquistata per virtù e forza d’arme. Io vi dico che le cose che si fanno in avventura d’arme non si debbono tenere a onta nè a disonore. Voi avete perduto un cavaliere, e n’avete guadagnato un altro. Sappiate che io sarò sempre apparecchiato al vostro comando, pronto ad ogni cenno, e di me potrete fare la vostra volontà. Ora io vi consiglierei che al presente voi ve ne veniste con me... Dama, mai non fui desideroso di tanta cosa, quanto di questa...
Ella stava come donna uscita di sè, cioè fuori d’ogni pensiero e d’ogni intendimento. E quando Pagano si mosse e andò innanzi secondo signore, mutamente si accompagnò con lui.
Gli uomini, chi sano e allegro per la vittoria avuta, chi doglioso delle percosse ricevute e per l’affanno durato, presero in mezzo i prigionieri: e tutti insieme affrettarono lor ritornata.
Tornati che furono dentro la rocca, il signore dismontò, aiutò la straniera a dismontare, e la fece condurre e riserrare nella camera della torre, comandando che fosse bene servita di ciò che le faceva mestieri, e ben onorata. Appresso mandò i cavalli e i muli alla stalla; e, poichè s’era fatta preda, si accinse a dividerla secondo il modo, l’usanza e l’ordine di Malavasio.
In quel punto, Grisagonnella, guardatore della rocca, ch’era ragionevole e risparmiante, venne verso di lui e disse:
— Monsire, di quello che oggi vi è intervenuto, io sono gioioso, imperò che voi potete dire d’aver avuto buona ventura. Ma perchè salvare la vita ai vinti? Or che faremo noi di coteste bocche inutili?
Pagano rispose:
— Vassal, vassallo, non darti impaccio di cosa che non ti tocca.
E s’accostò ai prigionieri.
Uno di costoro, che aveva lo cuore ardito e la fronte giuliva, si fece avanti, e disse in suo linguaggio come si chiamasse Barthoumiou, e fosse di Marsiglia, tenuto un finissimo cantatore e sonatore, e facesse di belle canzoni e il suono e il motto; e cominciò una canzonetta quanto seppe il meglio:
«Aissi co’l sers que cant a fait lone corsTorna murir als crit del chussadors».
«Aissi co’l sers que cant a fait lone corsTorna murir als crit del chussadors».
«Aissi co’l sers que cant a fait lone cors
Torna murir als crit del chussadors».
Ma Pagano, che per aver fatto tanto d’arme in quel giorno era scaldato d’allegrezza e uscito fuori d’ogni misericordia, li fece spogliar tutti nudi, salvo che di mutande; e alzata la spada del cavaliere ucciso, la quale teneva tuttavia in mano, voltò le punta dove mancavano sette pali della palificata, precipitati per corrosion del terreno. E tantosto Mascher e Durcogno presero Barthoumiou e lo menarono in quella parte.
Il cantatore, come si vide in proda della grande ripa, stette con peritosa faccia e temenza grandissima; poi cominciò a divincolarsi ed a scontorcersi, a dare tratte per rompere i suoi legami, facendo gran lamento di sua vita. Durcogno diceva a Mascher:
— Buttalo di sotto, buttalo di sotto.
E Mascher rispondeva:
— Anzi buttalo tu.
E Pagano, fiero e crudele, dette a Barthoumiou un pesante colpo della spada in piattone sopra la testa, che lo stordì e lo mandò in profondo.
I buoni uomini tirarono avanti un altro, così trangosciato e fuori di sè, che in niuna maniera poteva parlare. E Pagano lo piattonò e precipitò.
Il terzo, ch’era ginocchioni a gran divozione, si levò in piedi, alzò gli occhi al cielo e si lasciò cadere.
Allora tutti gli altri prigionieri, riconosciuta la diritta via di ritornare a Colui che li aveva fatti venire in questo mondo, s’inabissarono insieme e uscirono di tanta langura.
Appresso Pagano entrò nella torre, si disarmò di tuttesue arme, salvo che di spada; ed essendo i suoi raunati, disse:
— Le tavole sono messe, se a voi diletta, possiamo mangiare.
Gli uomini risposero ch’erano apparecchiati.
Portata e data l’acqua alle mani, si posero a sedere:dominusPagano in capo di tavola, e ciascuno per sè in suo luogo ordinato.
Leggesi di monsignor lo re Filippo I di Francia ch’era rottamente golosodes hures de sanglier farcies de grives: il visconte di Auriate voleva le teste di cinghiale piuttosto ripiene di storni amaretti e gustosi. Quando la vivanda prediletta venne, egli che nel pensiero impedito si mostrava svogliato, prese a mangiare fortemente, e a bere di molto possente e buono vino senza nulla acqua. A poco alla volta la potenza del vino gli montò nella testa, e cominciò a favellare assai assai:
— Sappiate che io ero fermo di non prendere mai donna, perchè ho sempre tenuta vita cavalleresca e continuamente mi sono dilettato in cani ed in cavalli, e d’essere molto molto libero di mia persona. Ma già da qualche tempo io veggo che d’ogni vera allegrezza questa mia vita è priva. E voglio mutare. Per la qual cosa intendo che mia moglie sia la dama vedova, la quale è ora in nostra balìa. Costei è colei che fa per me. Io non so di che paese si sia, nè di quale gente: ma mi pare di gran parentado. E anche mi pare che mai non formò natura tanto bella femmina quanto è questa. Per la mia fè ch’io la lascerò pensare ai casi suoi tutta questa semmana, e appresso le dirò: — Berta, Adila, Immilla. Ageltruda o come diavol ti chiami, mi vuoi tu per marito? — A cui ella risponderà saviamente: — Signor mio, sì. — E adunque vi saranno le nozze grandissime e belle; e al tempo debito ella metterà alla luce un figliuolo maschio, che sarà il mio erede, il vostro natural signore dopo di me: e di bellezza, di prodezza, di cortesia passerà tutti i signori del mondo... Ma innanzi il dì della sua nascita, noi ci partiremo di qui,e passeremo foreste e monti, terre ed acque, e ci ritroveremo nel paese di mia dama. E secondo che m’è venuto in visione, io riceverò la signoria di quel paese; che appresso manterrò in pace e con amore e giustizia. E voi che farete? Giurate voi di ubbidire sempre ai miei comandamenti? Se mia mogliera fosse lignaggio di re, come ventura può portare, e m’ìncoronasse della metà o di tutto un reame, starete voi a ubbidienza di mia corona?
E Olivenco rispose:
— Monsire, voi siete padre, signore e governatore di me e di tutta vostra gente: imperò fate e comandate tutto quello che a voi piace. Con voi e per voi trarremo a fine la più alta impresa che mai fosse in questa contrada.
E perchè il mangiare e il bere tengono l’uomo allegro, i valenti uomini parlavano e ridevano molto fortemente; e quando ebbero fatto una moltitudine di parole e le maggiori risa del mondo, presero commiato e andarono ai loro luoghi ciascuno.
Non rimase se non Pagano; il quale, come li vide andati via, spense tutti i lumi ch’erano nella stanza, salvo che un torchietto, e quello prese per salire in camera. Ma saliti quattro o cinque scalini, ritornò in sua memoria; e, come colui ch’era costumato, discreto e riguardoso, pensò un poco dicendo fra sè: — Nella mia camera sta serrata la mia dama novella. Che le dirò presentandomi a lei? Le dirò soavemente: — Deh voi siate la benvenuta... Cristo, nostro Sire, vi doni la buona notte... In cortesia io vi domando che voi mi perdoniate il disagio e la gran manchevolezza di questo mio luogo. — E dette queste parole, che mi risponderà? Che interverrà? Delle due cose sarà l’una: o mi discaccerà, o mi lascerà dimorare. E dimorando, come mi dovrò portare? Io non posso richiederla d’amore perchè mi pare molto onesta donna, perchè devo tenere suo onore in piè, perchè non la voglio in disordinato modo. Come mi dovrò portare? Certo che se io fossi stato piùgrande amatore di dame e damigelle, ora non sarei così impacciato e impedimentito. Sire Amore, sire Amore, donami aiuto e consiglio!
Non sapendo che si dovesse fare, spense il torchietto, poi chetissimamente rammontò a guisa di letto la paglia fresca sparsa sul pavimento, e si pose adagiato.
Ma ebbe una molto pessima notte.
Passata che fu la notte e venuta l’alba, Pagano si levò, chiamò due servi e comandò loro che discendessero giù nella valle, e cercassero e prendessero una donna giovane e piacente, che potesse fare da cameriera alla dama. Innanzi mezzogiorno i due servi tornarono alla rocca, menando una guardiana di pecore, la quale aveva nome Gisla. Questa Gisla fortemente strideva, pregando il nostro Signore che la dovesse aiutare.
Pagano la disciolse e l’andò confortando, fin che fu presta a fare ciò che lui comandava. E allora le diede un paniere di delicate vivande confortative e ristorative, buon confettoaquicelusfatto con pinocchi e miele, un’anguistara di finissimo vino vermiglio; appresso l’accompagnò pianettamente all’uscio della camera dov’era la straniera.
La giovane rimase nella camera fino ad ora di vespro: e, quando venne fuori, il signore le domandò come stava la dama. Gisla rispose che la dama stava come persona muta, ma non turbata nè smarrita.
Pagano notò le parole, fu molto allegro e le donò largamente.
Venuto l’altro giorno bello e chiaro, il signore stava provando di molte saette nuove. Olivenco gli era dalla destra parte e Grisagonnella dalla sinistra. Glabrione, ancora ferito nel braccio manco d’un colpo di scure d’arme, batteva la febbre seduto in terra, con la schiena appoggiata alla palificata.
Or mentre Pagano tendeva l’arco e vi poneva suso una saetta, eccoti apparire la straniera sulla soglia dellagran torre. Non portava più la bianca benda, e il suo viso pareva una rosa novella; e i capelli, più biondi che l’oro, le andavan per le spalle a grande abbondanza. Non portava più il paoneggiante mantello, ma un bel bliaud di drappo cilestrino, a pieghe fitte e minute sul busto, lunghe e diritte dalla cintola in giù.
Stata che fu un poco, discese il ponticello e si avanzò.
Pagano e i suoi compagni, vedendola tanto leggiadra quanto dire si potesse, rimasero tutti istupefatti; poi la inchinarono e salutarono, come fare dovevano.
Ella rese graziosamente il saluto e passò oltre. Come fu davanti a Glabrione, il fece rizzare in piè, gli sfasciò il braccio dolorante, e vide ch’era piaga da guarire. Lo rifasciò morbidamente, mostrando molta conoscenza in su le fasciature.
Appresso si diede diporto per quel recinto, fin che il giorno venne mancando: allora rientrò nella torre.
Ma riapparve la seguente mattina, e prese a curare Glabrione di sua ferita, e a medicare tutti quelli che avevano magagne o sostenevano dolori. Così si vide che non era dama al mondo che sapesse più di medicine e conoscesse meglio le erbe medicinali.
Non parlava niente: ma ogni sera, essendo nella camera presso la finestra, cominciava a cantare una dolce dolce melodia, ch’era maraviglia a udire. Gli uomini, udendo il canto, si raccoglievano a piè della torre, e ciascuno stava cheto e in grande diletto. Ma Grisagonnella diceva a loro:
— A dolcezza di canto si perdono le vertudi.
Il signore, tutto soletto, andava per il recinto in qua e in là; e spesso se ne veniva a un parapetto, lo quale era a capo l’apertura, e riguardando la valle tenebrosa, dove non si vedeva niente, gli pareva di udire romore d’armi e nitrire di cavalli, come se schiere grosse e cavalieri di gran paraggio, venissero contro di lui, per prendere alta vendetta.
Nel seguente tempo, tanto Pagano continuò a mirare e rimirare la dama del fresco colore e ad immaginarequelle sue grandi bellezze, che uscì d’ogni altro pensiero. Il giorno poco mangiava e meno beveva, la notte non dormiva; e, non trovando requie nè posa, sempre sospirava; — Ahi bella, bella, bella dama, quanto per voi è tristo il mio cuore! — Il capo e la barba si faceva più bellamente apparecchiare che non era avanti; vestiva d’una roba vermiglia, lavorata ad aquile ispessissime d’oro, e a vederlo da lontano faceva gran comparita, ma da vicino era giallo, magro e di malvagio sembiante. Parlava chiuso, perchè diventato cruccioso ed arrogante per amore. Niun diletto gli pareva niente, e non voleva più prendere arme; ma alcuna volta andava fuori quasi per disperamento, e stava come uno lasso e tralunato, e il cavallo lo portava a suo modo e dove voleva; o vero scorrazzava ora innanzi ora indietro, di luogo in luogo, devastando i campi, calpestando i seminati, gettando a terra i lavoratori, cacciando e predando gli animali domestici come fossero fiere. E niuna persona osava per nulla maniera pararsi davanti al forsennato signore.
Di ciò grande mormorio n’era per la rocca e per quei contorni. Grisagonnella ch’era savio per natura e stava molto in sugli auguri: cioè quando il fuoco fa rombo, quando gli uccelli s’azzuffano, quando l’uomo vede il corvo nell’aria o trova la donnola nella via, diceva alla gente:
— Più vale malizia che forza. E io tengo per fermo che se il nostro sire ha la testa piena di tafani, questo avviene per opera d’incantamento. La dama di lontano paese, la quale dimora tra noi, è la più saputa dama del mondo, e molto sa delle sette arti della negromanzia. E sì vi dico che i nemici capitali dei negromanti sono i romiti. Rivolgetevi al Romito giovane, egli vi donerà consiglio santo e giusto.
Questo Romito era giovane forse di ventotto anni: d’alto sembiante bronzino, gagliardo e bene intagliatodi sue membra. Andava con il capo scoperto, e scalzo, e portava grossa schiavina: ma pareva veramente cavaliere di scudo, travestito di sua persona.
Abitava una grotticella, formata dalla natura nel monte un poco più in su di Malavasio: una grotticella dove si poteva a fatica distendere; e mangiava radici d’erbe e pomi salvatici, e beveva acqua di fontana. Non stava giorno e notte in orazione davanti alla croce, alla clessidra e al teschio, come i mortificatissimi anacoreti della Tebaide, ma sempre e d’ogni tempo, come che piovesse o nevicasse, andava vagando per la campagna con passo di pellegrin frettoloso. A volte, quando ventura lo portava, saliva alla rocca, ed era usato sedere sur un poco di pratello, vicino all’apertura. I buoni uomini, per volontà di sapere alcuna novella, si ponevano in cerchio. Ed egli, parte in suo, parte in loro linguaggio, parlava dell’alto mare, del gran diserto, di lioni, serpenti, cristiani e saracini. Contava della città di Gerusalem, dov’è perdonanza di colpa e di pena: come gl’infedeli vituperassero i fedeli, e li costringessero a fare brutture sulla pietra dove Cristo fu posato, unto con l’unguento prezioso e involto nel panno oglientissimo; come Foulques le Noir, comte d’Anjou, avesse pigliato a gabbo quegli oltraggiosi spandendo sulla pietra una vescica di vino bianco del migliore del mondo; come le comte de Blois, mentre inginocchiato baciava tre volte il Santo Sepolcro, avesse saputo distaccare coi denti una scheggia, che ora portava chiusa nel pomo della spada a guisa d’una molto santa reliquia.
E i valenti uomini fremevano e si adiravano; volevano armarsi ciascuno di gran vantaggio, e passare oltremare, e fare dei cani saracini una maravigliosa uccisione.
Perseverando adunque Pagano e nello amore e nelle sue matte bestialità, parve tempo ai villici di ripararsi da tanto dannaggio. Si fece l’adunanza di notte. Si formò la quistione. Molte parole v’ebbe. Finalmente si deputarono Bruno bifolco e Girelmo bergiere, che andasseromolto cautelosamente al Romito. E come fossero davanti a lui, lo pregassero di parlare al signore di Malavasio, perchè signoreggiasse più a cheto, cioè senza storpiare la gente, senza guastare e rompere le cose altrui.
Bruno e Girelmo andarono; e, giunti dove trovarono il Romito, dissero come ai villici piaceva che dicessero.
Il Romito rispose che farebbe molto volentieri; e preso suo grosso bordone si mise in cammino.
Pagano, poi che aveva desinato, stava sotto un pino ch’era di contro alla torre.
Olivenco, Manfredone, Quosa e Durcogno, riposavano sopra l’erba, più qua e più là dove non poteva il sole.
Il Romito entrò nel recinto; e, quando fu al cospetto del sire, lo salutò cortesemente. Ma Pagano, che con l’animo era altrove, non degnò di rendergli suo saluto. Allora il Romito, molto uomo superbo che niente ridottava, cominciò a rampognarlo in favella latina:
—Si quis agricolarum, caeterorumve pauperum praedaverit ovem, aut bovem, aut asinum, aut vaccam, aut capraeum, aut hircum, aut porcos, nisi per propriam culpam; si emendare per omnia neglexerit, anathema sit.
Dette che il Romito ebbe queste parole, Pagano lo mirò in traverso e molto odiosamente, e disse:
— Servo di Dio, servo di Dio, la coscienza mi riprende di farti onta e villania. Per la qual cosa io ti dono questo consiglio: esci di mia rocca e torna a tua via.
Disse il Romito:
— Mi farai tu forza?
Rispose Pagano:
— Certo se tu stai in mia forza! Che poca ira che tu mi facci, io non ti guarderò nè per schiavina nè per bordone; anzi te lo aggrapperò di mano il tuo bordone: e tanto l’adopererò sulle tue spalle, che soperchio ti parrà. Va a tua via, va a tua via.
E il Romito latinamente:
—Si quis sacerdotem, aut diaconum, vel ullum quemlibet clericum arma non ferentem, quod est scutum, gladium, loricam, galeam; sed simpliciter ambulantem, aut in domo manentem invaserit, vel coeperit, vel percusserit.
Pagano favellò furiosamente, e disse:
— Ahi mal romito dello mala ventura, che mala perdita ti doni Iddio! Come hai tu ardire di parlar così a migliore che tu non sei? Donde vieni? Chi furono gli antichi tuoi?
E il Romito:
— Sappi ch’io sono stato nobile e potente signore, ch’io ebbi la maestria e lo ardire del combattere. Sappi ch’io m’innamorai senza misura d’una donzella, che non credo nascesse in questo mondo ma fosse formata nel paradiso. Ella non si curava del mio amore, non per odio nè per mala volontà, ma perchè ancora non sentiva niente d’amore. Io tutto mi consumavo per lei; e non potendo più soffrire mio dolore, mi convenne lasciare tutti i miei beni, ogni cavalleria e ogni diletto, e andare tapinando per mare e per terra, per Cristianità e per Saracinia; e poi divenire romito in luogo foresto.
Pagano non ascoltava niente, guardava il Romito minuto minuto, pensando una sua gran crudeltà. Poco gli pareva impenderlo, decollarlo, arderlo o smembrarlo: avrebbe voluto fargli un pertugio nell’ombelico, cavar fuori il capo di un budello, legar quel capo a un palo; e appresso frustare duramente il buon uomo, sì che corresse in tondo, fin che tutto il budellame gli si fosse estirpato dal corpo.
Il Romito così proseguiva:
— Secondo ch’io conosco, sei innamorato anche tu. E l’uomo innamorato s’egli era allegro, diventa tristo; s’egli era savio diventa folle. Iddio creò l’uomo a immagine sua; l’uomo ma non la donna. Ed è per via della donna che la prevaricazione è venuta sulla terra. Evadonò ad Adamo tal mangiare che sempre mai fu tristo. Non t’impacciare d’amore, Pagano, non t’impacciare d’amore! Pensa a ragionevolmente signoreggiare: che lo signore sicuro fa sua gente sicura; lo signore liberale fa sua gente leale, lo signore non crudele fa sua gente fedele...
Mentre il saggio parlava in tale maniera, Pagano non udiva niente, era tutto in estasi e mirava molto molto verso la torre.
Il Romito, accorgendosi di tale mirare, si voltò indietro, vide venire avanti una dama, e troppo bene raffigurò la chiarità del viso, le mani bellissime, il corpo adorno di quella che cotanto l’aveva fatto languire. Non parvegli vero, credette sognare, si sentì fallire gli spiriti; poi le andò incontro gridando:
— Richilde! Richilde!
Questa voce mise gran maraviglia nell’animo di Richildeaux beaux cheveux; che fiso guardato colui il quale pellegrin forestiere credeva, e già già riconoscendolo, disse:
— Raymond? Raymond?
E incontanente cominciò nella sua natural lingua a raccontare di sè: come dai prieghi di quei del suo lignaggio costretta di prender marito, avesse preso missire Raoul del Pojet,gentils castellans de Proensa, ma senza mettere suo cuore in amore; come essendo passata di qua dai monti con Raoul per visitare la badia del Villar san Costanzo, di gran nomea, disfatta già tempo dal saracini e rifatta con grandissima spesa della contessa Adalaida, si fossero scontrati in un signore selvaggio e predace, che aveva disfidato a morte Raoul, sbarattati i suoi, e lei presa e imprigionata dentro quella rocca, non però ch’ella avesse mancanza di nulla cosa.
Allora Ramondo ciò che avvenuto gli era dal dì della sua partita infino a quel punto narrò, e intanto si batteva lo volto con le mani, si travagliava di parole, diceva molte cose di suo amore: ora tutto insuperbito, giurando che se il passato era stato tempo di gran dolore,voleva che il presente fosse tempo di vendetta e di crudeltà; ora raumiliandosi verso di lei e rimettendosi nella sua mercè.
Richelda pensava e nel pensamento apprendeva il vero: come Ramondo era stato il più fedele cavaliere del mondo, e l’aveva amata non di folle ma di leale amore; e cominciò a pentirsi di quella sua gran freddezza, a sospirare, a lagrimare per compassione dei passati infortuni. Conchiudendo, disse in suo cuore: — Questi veramente sarà il mio signore. — E senza aver riguardo a quelli che quivi erano, con le braccia aperte corse al collo del Romito e lo baciò in segno di pace e di buono amore.
E così stando Ramondo e Richelda in tale parlamento, Pagano erane molto gramo e geloso, e veniva dicendo:
— Oh come, che parole son queste che dite voi? Che parole son queste?
E finalmente, perduto il lume degli occhi, tirò fuori un appuntato coltello per ferire quei due. Ma la schiavina non toglieva però lo ardire del cuore nè la forza del braccio al Romito; il quale, impugnato il bordone, menò a Pagano un colpo nella mano diritta, sì che il coltello andò in piana terra.
In su quel punto, Pagano molto odiava Ramondo, e Ramondo odiava lui, e volentieri l’uno avrebbe tratto a fine l’altro. Ma gli uomini che riposavano sopra l’erba, si levarono, entrarono in mezzo ai due mortali nemici e li fecero dispartire.
Pagano, infiammato dall’ira, era la più violenta cosa del mondo a vedere: diceva tutto quello che a bocca gli veniva; tutto quello che a mano gli veniva stracciava e squarciava. Ogni poco metteva un grande grido: — L’arme! l’arme! — e menava tale tempesta, che i suoi in nulla guisa non lo potevano tenere. E il sangue tanto ribollì e si ragunò dentro al celabro, ch’egli cacciò un mugghio come un toro, e tantosto cadde come fosse al tutto morto.
Allora Manfredone e Durcogno lo presero l’uno per le spalle e l’altro per i piedi, lo portarono dentro la torre, e lo posarono sul letticello, che s’era fatto fare nella stanza di sotto.
Or mentre tutti quelli della rocca si assembravano dov’era il loro signor tramortito, e non sapevano nè che si dire nè che si fare: Grisagonella e Olivenco si trassero a consiglio.
Grisagonella disse:
— Io temo forte l’augurio. Credo che il prendere vengianza del Romito porterebbe mala ventura a tutti noi. Adunque bisogna che noi gli perdoniamo ogni maltalento. Per liberare nostro sire dallo incantamento, che dobbiamo fare altro se non rendere alla dama il palafreno, sì ch’ella vada a suo viaggio?
E definita tale questione, Olivenco andonne alla stalla e menò fuori il palafreno sellato e cinghiato.
Ramondo non fu tardo, staffa non richiese, ma di colpo saltò su dicendo: — Ah mia bella e buona e forte ventura! — E tantosto presa Richelda per il braccio e per la vita, se la pose davanti a l’arcione e se la portò via con grande allegrezza e con ebbrezza d’amore.
Pagano stette senza alcun sentimento di vita più e più giorni: era nel viso come uomo trapassato, e non si trovava persona che rimedio gli potesse dare. Dopo cominciò a guardare per la stanza: vedeva sì com’egli giaceva in un letto, ma non sapeva dove; vedeva sì il guardatore della rocca, lo scudiere e tutti gli altri, ma non li conosceva, e si rammaricava in sè medesimo, pensando: — Come sono io qui? Chi sono io? Chi sono costoro?
Però un giorno tornò repentemente in sua memoria, si risovvenne della straniera, e voltandosi verso Grisagonnella, gli domandò dove fosse andata.
Grisagonnella trinciò l’aria con la mano distesa per significare che se n’era andata in lontane provincie.
E Pagano cominciò a piangere amaramente nel suo cuore, dicendo fra sè: — Oh bella, bella, bella e malvagiamia dama, come t’ho io perduta? Perchè mi ti hanno tolta? Ecco che al presente tu dimori col tuo amante in grande libertà ed esultanza! Ecco che avete a compimento ogni vostra gioia; e io sono rimasto in pianto e in dolore; e per poterti riavere darei per patto il contado di Auretite, il contado di Bredulo e il più gran reame del mondo.
E rinvenendo sempre più in sè, gli pareva di essere molto travisato e contraffatto di sua persona, d’avere vituperosamente perduta sua signoria. Ed essendogli venuto meno tutto l’orgoglio, spesso abbassava la testa e un gran pezzo la teneva chinata, ragionando così: — Io sono ancora vivo, perchè è determinata l’ora che l’uomo deve morire. Ma il mio amore è morto, e io sono sì come fosse morto tutto il mondo.
Ora avvenne una volta tra l’altre ch’egli si drizzò in piedi e disse con oltremirabile senno:
— Amici miei, non vi maravigliate s’io mi tribolo e fo lamento. Mentre l’uomo è in gioventù ed in sanità, non si cura di cosa che addivenire gli possa; e in ciò falla molto, imperò che tutto muta nel mondo. Ohi mondo errante ed uomini incauti! Incauto sono stato anch’io, e tutto rovina dintorno e sopra me. E questa è la cagione per cui non conosco altra miglior via, che di servire a Dio. Adunque vi perdono; e prego voi che perdoniate a me ogni offesa che io contro voi avessi fatta.
E sì tosto domandò sue armi, che si voleva armare e andar via.
I suoi fedeli stavano tutti coi loro cappucci in su gli occhi, e uno si fece innanzi e disse:
— E come, monsire, andrete a vostro cammino così soletto? Come prenderete voi battaglia che siete quasi come uomo balordo?
Ed egli rispose loro aspramente, dicendo:
— Grisagonnella, Olivenco e voi tutti, io vi comando sotto pena del cuore e dell’avere, che voi non siate tanto arditi di farmi impedimento. L’arme! l’arme!scudiero; e sì ti dico che questo sarà l’ultimo servigio che il tuo signore ti debba mai domandare.
Dopo, di altero ed aspro si fece umile e dolce; si armò e montò a cavallo. Il tempo s’era turbato: ecco baleni e fulgori e tuoni, poi una gragnuola venne che pareva globetti d’acciajo. Ma Pagano non ne aveva cura; e cammina cammina, per la via piemontana arrivò alla badia del Villar san Costanzo dell’ordine di san Benedetto.
L’abate e i frati lo ricevettero con grande onore, presero il suo cavallo e lo menarono a una bella stalla, e lui disarmarono.
Allora egli guardò e riguardò assai teneramente suo elmo, suo scudo; trasse fuori dal fodero la spada un poco spuntata, e disse:
— Ahi lasso! o care mie armi, care mie compagne, oggi è quel giorno che voi vi partite da me e io da voi: ma per mia buona fè, non verrete più alle mani di nessun combattente.
E suo elmo, suo scudo e sua spada fece appiccare nella grande chiesa; e dopo, confesso e pentito dei suoi peccati, diventò umile fraticello a servire Iddio.