III.

APISTIO, DICASTE, FRONIMO e STREGA.

Poi che al tutto abbiamo rimosso la fame, siami lecito, Dicaste inquisitore, innanzi ogni altra cosa domandarti questo, che mi ha messo nell'animo, non uno scroparello, ma una lancia, se si concede che sia vero quello, che abbiamo udito da quella strega.

DIC. Siati lecito ciò che ti piace.

AP. Non mi satisfanno le cose che son dette da qualcuni, cioè che di questi mostruosi vizj che son comportati, se ne faccia giudizio in luoghi sotterranei, per il quale siano puniti coloro che sono immersi in queste sceleranze, essendo molto meglio il proibirle, che il permetterle per castigarle.

DIC. E meglio certo se tu riferisca questo a colui che ha commisso il peccato, dal quale sendosi astenuto aria fatto grande utile a sè stesso.

AP. Perchè cagione gli è permesso che lo commetta? Non pensiamo noi che divinamente sia dovuto essere, se divinamente sia stato vietato?

DIC. È vietato per la legge, non con operazione, che non possa farlo.

AP. Perchè egli è permessa quella operazione?

DIC. Perchè gli è posta nell'arbitrio libero dell'uomo.

AP. Non era egli meglio, che quello, che Dio aveva conosciuto essere per cascare in questa grandissima empietà, non fusse mai nato?

DIC. Era meglio certo, che fusse morto nel ventre di sua madre in quanto a lui, dovendo perseverare insino al fine della vita nella sceleranza.

AP. Pensi tu che a lui fusse stato meglio il non essere mai nato?

DIC. A chi eh?

AP. A esso.

DIC. È quistion frivola, imperocchè esso è niente. Sono in fra di loro tanti contrari, che l'uno distrugge l'altro, e quello che noi discorriamo non apporta ad esso niente di prospero o d'infelice.

AP. Per che conto adunque creò Dio con la sua somma bontà colui che conosceva essere dannato all'eterno tormento?

DIC. Per la stessa somma bontà sua.

AP. Come può stare questo?

DIC. Può stare in cotal guisa: acciocchè la infinita bontà di Dio non sia vinta dalla malizia umana. E questa sentenza dicono che rispose San Piero Apostolo a Simon Mago, che gli domandava una simil quistione, se gli è vero quello che ha lasciato scritto Clemente della disputa avuta in fra di loro. Parrebbe veramente che l'opera della infinita potenza avesse a mancare del benefizio di creare l'anima, per questa cagione che l'uomo sia per male usare questo tal benefizio. Aggiungi che se tu consideri a tutte le altre virtù mostrate da Dio al mondo, la giustizia si scopre in coloro che hanno voluto più presto fuggire, che seguitare i doni della bontà e della clemenza; nè per questo o si ammorza, o si diminuisce la misericordia, ponendosi secondo che ricerca il rigore della giustizia; e così di quella sceleranza, e di quei mali, ne nasce qual cosa, che è cavata da Dio stesso, predicato da Augustino per tanto buono, che non permetterebbe il venire del male, se non volesse cavare da quello qualche maggior bene; il che dagli uomini dotti spesse volte (se non sempre) è conosciuto riuscirne; ma non è già visto dal volgo. Bastiti queste poche cose per esempio. Il giusto Giosef fu venduto da' fratelli con grandissimo loro peccato. L'indotta moltitudine non cerca più oltre niente altro, ma gli uomini dotti e pieni d'animo pio, conoscono per cagione di così empie mercanzie, Giosef fatto re dell'Egitto, avere liberato dalla morte il padre, i fratelli; e tutta la famiglia; e di qui poi essere venuti molti e gran misterj celebrati da noi. Risplende la virtù e la gloria de' martiri per i tormenti e per le morti date loro dai tiranni. E finalmente, chè più, per la morte di Cristo si manifestò all'umana generazione l'eccessiva bontà di Dio, la redenzione dall'eterna morte, e la porta alla pietade aperta, e alla giustizia.

AP. Tu mi hai cavato quello scroparello che mi molestava: dichiara al presente s'egli s'ha a mettere fra le cose vere quella che abbiamo udito, seguitando quel che ne veniva, e mostrando questo giuoco essere storia, e non cosa finta e fabulosa, come promettesti di fare.

FR. Sei tu per ricevere ogni cosa per istoria?

AP. No, perchè quella samosatena è mera fabula, e nondimeno ella va attorno sotto nome di vera narrazione; ma sono anco molte cose così incerte, così doppie e varie in voce degli uomini, che paiono essere poco differenti dalla favola.

FR. Tu la discorri bene. Perchè siccome infra le tenebre delle favole, qualche volta riluce qualcosa di vero, così fra le narrazioni delle storie, che hanno infra di loro repugnanza, ne troverai forse una di vera: l'altre vacillando con falsità, sono da essere poste fra le favole. Imperocchè il vero non può contrastare al vero; dipoi, Dicaste, mi pare d'intendere quel che vuol dire Apistio.

DIC. Che cosa?

FR. Una storia approvata con molti testimonj, a petto a cui non se ne possa mettere un'altra di maggiore o di pari autorità.

AP. Tu hai espresso l'animo mio.

DIC. Vi prometto di mostrare che appartiene alla religione cristiana il credere che questo giuoco si faccia, e il procurare noi di estirparlo. Io vi addurrò molte storie che pure non saranno in fra di loro contrarie, ma massimamente concordi, e farovvi rimenare qui la strega. O guardia della prigione! va, menala qui subito. Costrignerolla ancora con sacramento che ella confessi il vero, di quelle cose che io vi addurrò; similmente molte n'abbiamo avute testificate da uomini costretti col sacramento, e scritte per memoria de' posteri, a confermazione della verità.

AP. Or di' via.

DIC. Io vi potrei rimettere a' libri, che trattano di questa cosa, composti con gran diligenza; ma ancora che questo fusse grato a Fronimo, che mostra per la disputa che ha fatta d'essere pratico in ogni sorte di scrittori, nondimeno non satisfarebbe ad Apistio, che pare che abbia attinte molte di quelle lettere che son più pulite, e che contraddica a tutti quei libri, che non sono eleganti e puliti.

AP. Biasimi tu forse, Dicaste, con questa tua figura retorica,L'eleganza del parlare nel verso, o nella prosa?

DIC. Niente.

AP. Pare pure che sogliano alcuni, i quali sapendo solamente lettere parigine, cioè scritte per quistioncelle (imperocchè ne ho già veduti a Parigi volumi scritti da gente di quivi, con stile elegante e buono) avere in odio l'orazione continuata acconciamente, distintamente e ornatamente composta.

DIC. Io sarò da essere messo nel numero di loro? che son certo così aver fatto Giovan Crisostomo, Basilio, tre Gregorj, e in greco Girolamo, Cipriano, Ambrosio, e altri Latini.

AP. Non scrisseno anco versi?

DIC. La più gran parte di loro scrisseno versi, acciocchè non si possa dire che a quei tempi non s'usasse quel modo di scrivere; imperocchè facevano resistenza anco in verso ai nimici della fede. Sono anco a' tempi nostri alcuni che con l'eloquenza più facilmente sono tirati a' nostri sacrifizj, la quale, pure che sia casta, non si può biasimare. Come non può anco biasimarsi un bene che sia eccellente fra gli uomini, confermato dalla ragione e dall'autorità degli antichi.

AP. Che libri son quelli, e in che tempo furon dati fuora?

DIC. Sono molti, dati fuora sessanta anni fa, e a tempi nostri uno.

AP. Chi sono gli autori?

DIC. Credo che siano stati Belgi, o Germani, ma di quello che ho detto all'ultimo sono due gli autori, tutti due Germani, i quali si sono ingegnati di battere le malfattrici con un martello, e con maggior forza, e più giustamente che non fe' Nicreonte Ciprio Anassagora Abderite.

AP. Con che stile son composti?

DIC. Con quello che volgarmente da' parigini è detto quistioncelle; ma per quanto patisce la cosa con molta sottigliezza, fondati come mi pare sulla verità e in su testimoni di santi uomini; nè questo pare a me solo, ma è parso anco a molti teologi. Il principio di quell'ultimo volume comincia dal Massimo Pontefice, il fine è approvato per l'autorità di Cesare. Abbiamo sentito lodare il libro pubblicamente nella Colonia Agrippina da quelli che fanno professione di sacra scrittura.

AP. Vorrei piuttosto che tu mi dicessi, o Dicaste, ciò che hanno a fare con la cosa nostra. O di quivi, o d'altrove che si venghino, dichiaramelo con parlare più manifesto. Imperocchè, sendo Fronimo qui presente alla disputa, così, come ha disputato molte altre cose, le quali non penso che si contenghino ne' libri, così forse non si sdegnerà d'aggiungere di molte cose, e parimente la Strega (che già s'appressa) forse ne accrescerà delle altre, fuor di quelle che ha dette, non comprese ancora in libro nessuno.

DIC. Io vi ubbidirò, con questa condizione però che mi perdoniate, e che io sia scusato appresso di voi, se io dirò forse cosa non più udita dagli orecchi vostri: perchè se bene io ho amato assai le lettere greche e latine, nondimeno con non minore studio ho praticato tra teologi, i quali, posposto l'ornamento del parlare, hanno atteso alla cognizione delle cose.

FR. Ella è minore la perdita delle parole, che quella delle cose, e ho sempre giudicato che chi può avere l'una e l'altra sia più eccellente di chi n'ha una sola delle due; ma se si avesse a leggere una sola di queste, non sarò mai d'opinione che sia da posporre la cognizione delle cose a quella delle parole; benchè, come io ho raccolto dal parlare tuo, tu potevi fare senza questa escusazione.

DIC. Io dirò in miglior modo che io potrò. E prima è cosa assai manifesta, che chi negasse che i demonj non fusseno, sarebbe da essere scacciato dalla Chiesa cattolica come ripugnante in molti modi alla scrittura sacra, e principalmente allo stesso Evangelio.

AP. Questo senza dubbio alcuno te lo concedo come cosa verissima.

FR. Chi lo negasse sarebbe anco da essere scacciato dall'Accademia e dal Liceo, facendosi appresso di Platone, e di tutti i platonici, assai menzione de' demonj. Non fu similmente rifiutato da Aristotile; conciossiacosachè nell'Etica, nella Politica e nella Rettorica (per tacere gli altri luoghi) fece ricordo di questo nome.

DIC. Ma quelli sono differenti da' vostri in questo, perocchè eglino stimavano che i demonj fusseno buoni e cattivi; e noi li tenghiamo tutti cattivi, e sebbene gli chiamiamo con nome di satanassi e di diavoli, sono detti anco demonj: e per questo fanno quelle parole del profeta: Tutti gli Dei de' Gentili son demonj, e l'Apostolo disse: Non vorrei che voi vi faceste compagni de' demonj; e quel che disse anco l'Apostolo: I demonj credono e tremano di paura. Oltra di questo, nessuno uomo savio ha dubitato che i malefizj dell'incantare le biade, e quelli che si fanno circa lo sciorre e il legare in tormenti i matrimonj maritali, e le cose che son fatte fuor di natura non siano fatte con arte e convenzione de' demonj: e di qui son nati i comandamenti de' teologi antichi e moderni della scrittura sacra, e i canoni della Chiesa romana e le leggi imperiali. Nel Deuteronomio si comanda che i maliardi, e gli incantatori siano ammazzati, nel Levitico gli indovini: e la legge comanda, che, quelli che vanno usando lo spirito profetico di Febo, siano lapidati. E molte altre cose (come si può vedere nella XXIV e nella XXVI quistione de' decreti) che raccoglie Graziano.

AP. Si posson leggere tante cose appresso di santo Agostino ne' libri della Città di Dio, in quelli della dottrina cristiana, che poche altre accaggia ricercarne fuor di quelle, per non stare io a raccontare i teologi moderni; che in molti luoghi hanno disputato contro a questi malefizj; ma ne' testi civili parimente, nel codice di Giustiniano, sono molte leggi contro a maliardi e matematici.

Fa. E molte altre cose, che appartengono a questo, si veggono anco appresso de' filosofi moderni, così platonici, come peripatetici, dico Iamblico, Proclo e Porfirio.

AP. Così, come io non nego, che i demonj non siano, e che con la malizia loro non possino fare di molti mali, così vorrei che mi fusse dichiarato quelle cose che propriamente appartengono alla cosa nostra: se queste donnicciuole e questi omicciatti vadano o siano portati al giuoco col corpo, o se pure non intervengono a questi giuochi se non con l'animo e con l'imaginazione. Il perchè disseno alcuni, che questo giuoco era una nuova spezie d'eresia, diversa da quella antica superstizione; altri che ella era al tutto la medesima, ma che quivi si davano solamente le querele, e determinavasi il castigo a quelli che credessino Diana, ovvero Erodiade essere Dea, e che il corpo umano si trasformi in vari corpi di animali, come quel de' demonj, e quelle che affermasseno potersi discernere quel ratto, quel furore della mente, mentre che si fa: talchè si possa conoscere in questo, e benissimo comprendere, se 'l corpo vada dove ascende la mente; conciossiacosachè san Paolo dica di non saperlo; ma quando queste tali streghe son portate col corpo, non son rapite con l'animo, e se fusseno rapite, la natura del ratto verrebbe a essere diversa, venendo da diverso principio, e son portate volendo e vegghiando a balli, a conviti, e a notturni piaceri d'amore. Laonde io, o Fronimo, lodo la distinzione della tua disputa di ieri, nella quale determinavi che questo giuoco delle streghe fusse antico in quanto all'essenza, e nuovo in quanto agli accidenti.

FR. Se noi consideriamo che nelle antiche superstizioni de' demonj si trova il circolo, l'unguento, l'incantamento, l'andare per aria i corpi umani, le vivande apparecchiate, gli amorosi congiungimenti sotto spezie d'uomini e di donne, che ci resta che noi non giudichiamo essere uno antichissimo commerzio degli scellerati e maladetti spiriti con gli uomini dannati? E che si trovino alcune cose in questo spettacolo de' demonj (che ora è dato alla maggior parte), le quali anticamente non si leggono essere state fatte, n'ho anche assegnate le cagioni riferite veramente nelle mutabili e varie astuzie del demonio maligno, e invidioso degli uomini, il quale in diversi tempi, con il mezzo di diversi uomini, e con varie lusinghe, tirasse gli uomini in precipizio.

DIC. Per questo mi è piaciuto molto quello che tu hai detto.

AP. Voi pensate dunque che siano portate, col corpo?

DIC. Penso che talora siano portate col corpo, e talora credo che possino così facilmente essere ingannate, che avendo mal disposta la potenza imaginativa, paia loro di essere portate di là dal monte Gargano, e di là dal risonante Ascanio, e di là dal Caucaso, per l'arme delle Amazzone famoso, con penne ancora simili a quelle di Dedalo pensino volare, come si fa in sogno, ma non sono sottoposte alle querele e a' processi per questo. Imperocchè a noi che c'importa, che vadino col corpo, o con la mente a piè, o a cavallo? Ma per aver rinnegata la fede, dove hanno già fatto professione, scherniti i sacramenti, e sprezzato Cristo, per avere adorato il demonio, e commessi molti malefizj, perciò facciamo loro le inquisizioni, e convinte nelle sceleranze loro le diamo a' principi, o a' loro ministri che le gastighino; confidati non pure nelle antiche leggi della Chiesa, ma anco nelle nuove, e parimente replicate da Innocenzio ottavo prima, e di poi da Giulio secondo, pontefici grandissimi. Ma guarda nondimeno di non credere che la maggior parte di loro sia portata col corpo.

FR. Ier l'altro, o Dicaste, avvertii questo Apistio, che non sprezzi come cosa incredibile quello che tutti gli uomini, o la maggior parte, hanno per probabile; ed è sentenza di Aristotile, che quello che è detto da tutti, non può essere in tutto falso: dalla quale persuaso Tomasso d'Aquino, annoverato fra santi per la sua pietà e per la sua scienza fra i dottori eccellentissimi, si pensò nel secondo comento, massimamente sopra le sentenze teologiche, che gli incubi e i succubi fusseno demonj, per essere stati di questo parere molti uomini eccellenti; sì che non avere, Apistio, per cosa abominevole quello che è accettato per cosa tanto famosa, e per il consenso di tanti litterati.

DIC. Ottimamente l'hai ammonito: e acciocchè ora si gnene faccia maggior fede, vien qua, Strega; giura in su questo libro santo che io t'ho posto innanzi, e sappi che per tal giuramento sei costretta in modo, che se poi mancando della fede e promessa, e ingannando, o pure in una minima cosa dicendo la bugia, non hai mai a pensare, nè appresso di noi, nè manco appresso al secolo avvenire, trovare perdono.

ST. Ho giurato.

DIC. Eri tu portata al giuoco col corpo, o con l'animo?

ST. E col corpo insieme, e con l'animo.

DIC. Come sai tu di essere stata levata per aria con esso il corpo?

ST. Perchè io toccava con queste mani stesse quel demonio, che si chiamava Lodovico.

DIC. Che toccavi tu?

ST. Il suo corpo.

DIC. Era come quello di ciascuno di noi?

ST. Più morbido.

DIC. Eravi egli altri col corpo?

ST. Una turba grandissima.

DIC. Così hanno affermato tutti: di quanti mai ne ho esaminati, ancora senza martoro. Così dicono avere risposto per una voce quanti altri mai sono stati esaminati da altri inquisitori, benchè sappiano questa non essere la cagione donde abbiano aver martoro, ed essere punite, ma solo per avere rinnegata la fede che avevano promessa. Nondimeno tutti per una bocca, tanto i maschi quanto le femmine, o in questo o in altro luogo che siano, parlano così. Vo' raccontarvi un caso che non è favola, ma storia. Pochi mesi sono, che nella rocca fortissima che tu vedi di questa città, circondata di sì profondi e sì larghi fossi, e cinta di sì alte mura, era portato un fanciullino in braccio dalla sua madre (come si fa) dove che, sendo veduto a sorte da quello scelleratissimo sacerdote che si è giustiziato, parlando con un suo parente guardiano della rocca, subito gli entrò addosso la mala tentazione di volerlo succhiare e guastare, e parvegli quel dì più lungo che non pare a chi lavora a opra. Come la notte venne, si fece portare al demonio per aria, ed entrò in casa, dove il fanciullino giaceva nella culla, e succhiolli il sangue in tanta copia, che non aveva più forma di fanciullo umano, ma pareva un'ombra vana. Sendo al tutto ignota la cagione della pallidezza, e del male, insino a tanto che giudicato il malfattore al fuoco, chiese perdono al padre del fanciullo, a cui avea succhiato il tenero sangue, della sceleranza commissa, andando e venendo sopra quelle alte mura. Vadino ora gli antichi, e celebrino gli antropofagi, e maraviglisi l'età nostra che si trovino nell'isole del mare orientale uomini che mangino le carni umane, quando che nel mezzo d'Italia, in una regione domestichissima e coltivata, lontana da ogni feritade, per istinto de' maligni demonj si sia trovata compagnia di sì gran numero, che si pasce di sangue umano. Ma io ritorno alla strega. Che congiungimento era il tuo con un corpo aereo?

ST. Non so con che corpo, ma conoscevo bene, che io vi avevo molto maggior piacere che col mio marito.

DIC. Non ti dava egli orrore e spavento il sapere che egli fusse un demonio.

ST. Io non vedevo altro che umana effigie, eccetto i piedi, i quali non mi si offerivano così alla vista come il petto, e come le altre membra.

AP. Oh, che aspetto!

FR. Tale che occultava la crudeltà, la invidia, e mostrava la pulitezza, la delicatezza, e le altre cose, con le quali allettava e invaghiva. Venere nelle selve, desiderando mescolarsi con Adone, teneva modo di cacciatrice per allettare e prendere il cacciatore, donde l'ingegnoso poeta disse:

In abito succinto alla verdura Nuda a ginocchio al modo di Diana, Chiama alla preda i can pronta e secura. Nè altrimenti ancora ingannò Anchise pastore, che con modi convenienti ad un uomo che stesse in villa. Così è descritto da Omero in un certo inno, nel modo, nella grandezza, e nella forma che si mostrava simile alla vergine Admeta, quando disse nella sua lingua Greca….

DIC. Dillo latino.

AP. Dillo al modo d'oggi.

FR. Non riesce sempre il capriccio di tradurre all'improviso le cose greche.

DIC. Traducili bene se si può, se non, fallo in qualunque modo si sia.

La figlia a Giove, e madre al cieco AmoreSimil mostrossi al giovanetto AnchiseAlla fanciulla Admeta in volto fuore.

DIC. Che pensi tu che abbia voluto intendere il poeta per quella similitudine?

FR. Lo dimostrano a bastanza le cose che vanno innanzi e quelle che seguitano. Imperocchè lo trovò separato da' suoi che andava co' buoi, e mostrògli lo splendore insolito a lui, e con grazia lo fece maravigliare di lei, fingendosi mortale, ed avendogli per molte ambagi narrata la sua genealogia, al fine lo tirò agli amorosi piaceri.

AP. Ho letto bene che Anchise ne fu punito, sendo percosso dal fulmine come gli era stato preditto, donde è quel verso:

Giove irato il ferì col telo ardente.

Ed avvenga che la cagione d'essere stato in tal guisa punito la dia all'avere egli divulgato il peccato, nondimeno dimostra innanzi, che tutti quelli che cercavano d'aver a fare con gli Dei, capitavano male. Così dicono le favole che Semele fu percossa dalla saetta. Nè son molto discosto dal credere, seguitando Callimaco in questo (ancora che Ovidio dica altrimenti), che Tiresia accecasse per avere usato con Pallade, ovvero per averla in questo affare desiderata: ancor che con più onesto modo abbia finto Callimaco essergli avvenuto per avere vista Pallade ignuda.

FR. Che dici adunque?

AP. Che tutte son cose simulate, e penso, e dubito che elle siano cose finte.

FR. Pensi tu, che in quei primi tempi degli eroi siano apparsi demonj, che, secondo a nostra religione, sai che sono spezie di spiriti maligni?

AP. Sì certo.

FR. Perchè non credi che quegli abbiano appetito di congiungersi con le donne sotto spezie di uomini, e con gli uomini sotto spezie di donne?

AP. Perchè non sono di carne, che si possino dilettarsi di piaceri amorosi.

FR. Si è detto più volte, che non lo fanno per quello, ma per cagione d'ingannare.

AP. Dicono pure figliuoli di Dei, e figliuole di Dee, e ieri l'altro mi ricordo che dicesti, le favole avere auto qualche fondamento, donde è egli adunque il seme ne' maschi? Donde il partorire nelle femine? Di che cose nascono i piccoli fanciulli?

FR. Dubiti tu forse che siano fatti di niente? Conciossiacosachè anco nel sacro Genesi narrato da Mosè, in un certo luogo facendosi menzione de' figliuoli e delle figliuole di Dio, e degli uomini, pensando alcuni che voglia intendere simili congiungimenti, vogliono che si riferisca alla progenie giusta ed alla ingiusta; ma non si ha da stimare, che sia così, se si dica alcuni esser figliuoli di Giove e di Apolline, che questi siano tenuti essere nati del seme de' demonj, chè essi non l'hanno, ma figliuoli di quell'uomo, donde è uscito il seme che gli usono. Imperocchè quel demonio, che come donna si congiunge con l'uomo, quel medesimo poi, congiungendosi con la donna sotto forma di uomo, gli rende il seme che prima dall'uomo avea ricevuto. Laonde la donna che ingravida s'ha a pensare ch'ella sia ingravidata da quello uomo, da cui venne quello stesso seme, e se alcuni erano falsamente creduti figliuoli di Dee, s'ha ancora da credere, che i demonj abbiano rubati i parti veri ad altre donne, ed avergli dati a quelle che per tal via beffavano, e così averle ingannate, facendole allevare i figliuolini d'altre suppostigli per suoi. Nel qual modo se volesseno, alcuni potrebbeno sostenere che non fusse stato felicità in quelli che gli antichi chiamarno figliuoli di Dei e di Dee (il che non crederei io, tenendo la maggior parte di queste cose fabulose). Così difenderebbeno ancora essere stato il nascimento d'Enea in Asia, e quel d'Achille in Grecia, i quali furono famosi al tempo degli eroi. E così parimente essere ingravidita Olimpia regina in Macedonia, ed in Italia la madre d'Africano maggiore.

DIC. Le cose che tu hai racconte, Fronimo, paiono simili a quelle di santo Agostino, che il demonio sia stato l'inventore del brutto amore de' fanciulli.

FR. Certo che non pure allettava le donne ai piaceri amorosi, ma tentava anco gli amori de' fanciulli; donde facilmente si può fare coniettura, che i brutti amori de' fanciulli siano stati tentati da quelli, che dicevano di corre il fiore alla verginità loro per esempio de' demonj; ed avere auto origine primieramente in Asia, e di quivi poi essersi sparsi in poco tempo in Grecia, ed in Italia, ed insino in Francia. Imperocchè il ratto di Ganimede a Troia, non è dubbio che appresso i gentili è stimato antichissimo. L'incendio di Soddoma e Gomorra, e delle altre tre città d'Asia, è cosa notissima non solamente appresso de' nostri, ma ed appresso de' Gentili. Orfeo andando d'Asia in Tracia, ed in Grecia, così come fu primo autore di rimuovere il culto di molti Dei, così fu anco autore di maledire questo vizio, e fu tenuto il primo uomo, che fusse appresso de' Traci, o (come vogliono più tosto alcuni) primo appresso de' Taurini. In Grecia era già cosa tanto pubblica, che i cattivi credevano essere cosa lecita e concessa. Appresso de' Celti già si teneva (come dice Aristotile) che non fusse peccato alcuno, ma sì come si crede che per benefizio della legge cristiana poi fusse estinto, così massimamente crebbe e prese vigore appresso de' Persiani, sì per la sceleranza già antica, come per essere lontani alla legge cristiana. Imperocchè noi conosciamo quello in fra i costumi che è buono, quello che è cattivo, e quello che è pessimo al tutto. Laonde il demonio maligno (non tanto per dilettare le donne inclinate alla lussuria stimulando la natura all'ingravidare) usava con loro: ma ritrovò ancora quella contra natura sporca, abominevole, promettendo premj a quelli che ne erano pazienti, a chi l'eternità, come a Ganimede, il quale dagli antichi vani fu misso in cielo, cosa non manco impia che sfacciata, ed a chi l'arte dell'indovinare, come a Branco pastore, a cui favoleggiavano essere stato spirato il vaticinio da Apolline.

AP. Di grazia non me ne dir più, che certo così come mi sono note, così anco mi danno maraviglia queste cose, non essendo continuamente accadute nel corso d'ogni età, se si può porre il termine dal tempo degli eroi infino a quel di Scipione.

DIC. Tu dici le gran cose! in ogni tempo ed in ogni età è accaduto qualcosa.

AP. Perchè non si sanno?

DIC. Si sanno la maggior parte, non tutte.

AP. Perchè non sono pubblicate?

Dic. Mi sovvengono due ragioni; l'una che sendo tolto il principato del mondo al demonio maligno per la morte e per il sangue di Cristo, non scherza così spesso con i popoli, ed allo scoperto. Imperocchè già sotto spezie di divinità era adorato, ed ora abita in luoghi diserti e solitari, come abbandonato e fuggiasco. L'altra, che allora tendeva le sue reti d'amore ad ogni sorte d'uomini, ed ora attende a porre l'insidie di Venere a due sorte d'uomini solamente; agli ottimi, ed a' pessimi. Chiamo ottimi quelli che si sono dati a Dio con tutte le forze, calpestate, e sprezzate tutte le lusinghe, e tutti piaceri, insino a quelli che sono onesti. Questi gli affronta spesso e di nascosto, tal che, quando queste cose si fanno, non si palesano, se non qualche volta per esempio e salute degli altri. Pessima chiamo questa generazione di streghe, delle quali noi parliamo. Tu hai veduto che bisogna cavargli di bocca per forza gli amor loro con minaccie e tormenti, perchè non parlano di queste cose liberamente, se non fra i loro domestichi.

AP. Adunque tende le insidie d'amore agli uomini santi, ed a quelli massimamente che si son dati a Dio?

DIC. Se tu sapessi i loro costumi ed i loro gesti, che sono scritti, non dubiteresti niente. Dice Sulpizio Severo, che il demonio tentò già d'ingannare quel santissimo Martino sotto persona di Giove, di Mercurio, di Pallade e di Venere. Non credi tu che quando si mostrava di essere Giove promettesse regni e tesori? quando si fingeva Mercurio, la eloquenza e tutte le arti? e quando Pallade, la sapienza e l'arte militare, il quale egli già sempre se l'avea cavato d'attorno sotto la forma di Venere? Che sorte di delizie pensi tu che gli avesse promesse? con che biacca, e con che purpura credi tu s'avesse tinte le gote e le labbra? pensi che dovesse mostrare una veste di color cangiante, gli occhi vaghi e lascivi, e parole attrattive? Potrai sapere da Atanasio con che modi tentasse il demonio santo Antonio, imperocchè egli scrisse la vita, e l'azioni sue. Quanto di caldo mettesse a san Francesco, ne possono far fede le nevi, nelle quali si gittava per ammorzarlo. Quante delicatezze appresentasse a san Benedetto, te lo mostrano le spine, le quali usava per rimedio di questa peste, lacerandosi volontariamente la propria pelle. Nè cessa però ancora, vedendo il bello, tirare questo e quello della plebe all'amore, ed a manifesti piaceri amorosi.

FR. Io ho conosciuto un uomo che esercitava a piedi l'arte del soldo, il quale m'affermò più d'una volta d'avere auto a fare con un demonio, che si credeva essere donna di carne, e narrava l'uomo poco astuto la cosa essere ita così: cioè che sendo in Toscana ed andando a Pisa per faccende, avendo passato un certo Castello, che è in quel di Pisa, dove avea perduto a giuoco tutti i denari che aveva, andava via bestemmiando quanto poteva. Apparsongli due mercatanti a cavallo, uno de' quali aveva in groppa una donna, e correndo il cavallo velocissimamente, ella se ne gittò giù, ed egli pigliandola per mano la invitò seco all'osteria; e nell'andare verso Pisa insieme acceso dell'amor suo ebbe a far seco, e conobbe chi ella era. Finita la faccenda, il valente uomo si venne manco, e stette sei ore in terra tramortito, dove che trovato da compagni (che erano assai a drieto per la medesima via) fu portato alla città, e quivi ebbe male sei mesi: si pelò tutto, e dicono che avea le calze arsicciate, non altrimenti che se 'l fuoco le avesse avvampate per di fuora, e ricordossi poi d'essere stato molestato da lei che non tenesse in mano una asta che aveva il ferro a guisa di croce, promettendogli darneli una più bella.

AP. Del congiungimento carnale ora mai ne son satisfatto, che lo abbia trovato e procurato il demonio da principio della stessa antiquità.

FR. Voglio che tu sappi, che egli usava di procurare ogni sorte di commerzio, non solo quello del letto, quasi reti per pigliare gli uomini. E per cominciare dalla guerra Troiana, che pensi tu che volesse significare quel dragone domestico lungo sette gomiti, che beveva con Aiace Locrense, che gli andava innanzi per via, e stavagli attorno come un cane? che credi denotasseno le penne di Dedalo? che cosa le ali del cavallo pegaseo? e le altre cose mostruose annoverate dalle favole? Per che cagione va Pittagora e torna sì tosto d'Italia nell'isola di Cicilia? perchè fece Empedocle il viaggio aereo a guisa d'uccello? per che conto usò Abari il dardo d'Apolline di velocità simile al vento, andando dagli Iperborei a visitare Pittagora? che significa quella voce che ammoniva Socrate, non lo sforzava? e che anco il genio familiare di Plotino? e che l'oca familiare di Lacide filosofo? Benchè così come pochi filosofi a comparazione degli altri uomini, così assai uomini e più spesso spingeva nella libidine, che non commovesse a gloria vana; nè gli molestava di fuora solamente, ma bene spesso di drento; che se tu pensassi essere di poca importanza, che il demonio affrontasse il senso di drento, ovvero gli occhi sotto imagine di Venere lascivamente, domandane Girolamo, che ti dirà sinceramente quel che patirno quei santi, de' quali ha scritte le vite e gesti: e scrisse ancora ciò che avea sofferito egli, mostrando apertissimamente che nella carne poco meno che morta vi bolliva solamente il grande incendio della lussuria.

AP. Venere adunque tentò aver a fare con Girolamo?

FR. Affermoti certo, che si esprime il nome di Venere da Martino; furono vedute le insidie tessutegli sotto persona di Venere. Noi non sappiamo già così bene s'ella si scoprisse a Girolamo, o se pure gli lavorava drento; io penso che tu sappi che dagli antichissimi autori gentili Venere suole essere detta entrare negli occhi di fuora e di dentro. Quando si appresenta di fuora, è facil cosa a conoscerla, ma quando ella entra nella potenza imaginativa, e muove il senso, tutti non possono conoscere le insidie segrete. Così puoi vedere negli inni d'Orfeo, Venere essere chiamata visibile e invisibile, e quegli amori parimente, che son detti venire da lei, impiagare le anime con saette intellettuali. Laonde cantò Orfeo in un altro inno dedicato a lei, che ella appariva e che non appariva in quelle parole interpretate così, cioè visibile e invisibile, e in un altro, ove dice: I quali certamente saettano l'anime con saette intellettuali, acciocchè mostrasse l'anime essere ferite con saette intelligibili. Ecci quel verso ancora di Proclo Platonico nell'inno dedicato a Venere Licia:

D'intelligibil nozze avendo segni:

per dimostrare le nozze intellettuali.

AP. Ma pure giudicò Apuleio che fusse un Dio quello che stava intorno a Socrate, e non un demonio.

FR. Ma Plutarco, ma Porfirio, lo chiamano demonio: l'uno de' quali fa un libro di esso demone, e l'altro ne fa due. Ma per che cagione un altro demonio è detto aver la protezione di Platone, di Zenone, ovvero di Diogene, e un altro è osservato aver quella di Plotino? Certo per ingannare; imperocchè non è da credere a coloro, che hanno detto essere varie le nature de' demoni, tenendo che altri si dilettino di cose civili, altri di rusticane, e alcuni parimente essere terrestri, alcuni marini. Questi sono sogni di genti che impazzano, parenti di coloro che cicalano, che alcuni esercitano la medicina, altri hanno cura dell'arte del navigare, altri di quella dell'indovinare, e che ad altri piace conversare fra le leggi e ad altri fra le armi. Così sono iti favoleggiando che Esculapio e Podalirio mandano sogni salutiferi, così che i Dioscuri siano sopra le tempeste del mare: così avere atteso dopo la morte loro alle cose della guerra, Reso, Achille, e innanzi a' tempi di Troia Teseo; ma quelli di nascosto, e questo a campo aperto. Imperocchè si dice che l'imagine di Teseo combattè in Maratona per gli Ateniesi contro a Medi, il che fu scritto anco da Plutarco. Perciocchè pensavano che i demonj non fussero altro che le anime degli uomini spogliate de' corpi. E per questo dicevano che Esculapio medicava, Minos e Radamanto giudicavano, i Dioscuri scacciavano le tempeste, Anfiloco, Mopso, Orfeo, Trofonio indovinavano, e che Reso e Achille e Teseo trattavano le cose della guerra. Di tutte queste cose era inventore il demonio per farle credere, acciocchè gli uomini maggiormente fusseno presi, e ripieni di vana speranza facesseno sacrifizj a lui, quasi che all'anime degli eroi; dalla quale superstizione si vede che non aborrirno nè Aristotile, nè Platone, mentre determinavano le leggi pubbliche, disputando degli ordini e delle arti de' cittadini; e a' nostri tempi ancora si è tenuto per vero, che i demonj si siano portati nelle guastade, e negli anelli; e avere date risposte or dal ventre, or dalla coscia, quasi come spirito d'Apolline, acciò che noi conosciamo che il nimico dell'umana generazione in diversi tempi trovò diverse vie sotto spezie di familiarità.

AP. Così veramente credo, ma per ancora il giuoco non lo intendo.

DIC. A poco a poco cascherai nel nostro parere.

AP. Non certamente, se io non sono tirato con ragione e testimoni.

DIC. Sappi, o Strega, che tu sei obbligata e costretta per il medesimo giuramento fatto, a dirci la verità di tutto quello che ti domanderemo circa il giuoco, e non dicendola, prima sarai punita con questo fuoco visibile che abbiamo presente, e poi con quello eternale, che noi non vediamo.

ST. Io lo so.

DIC. Mangiate e beete voi in quel giuoco, poi che si è parlato de' piaceri carnali?

ST. Così come io fo in casa mia col mio marito e co' miei figliuoli.

FR. Ier l'altro t'aveva posto innanzi per esempio la mensa del sole appresso d'Erodoto e Solino e Pomponio famosi. Imperocchè i poveri e 'l volgo, oltra la speranza de' piaceri amorosi, sono tirati dal diletto della gola. Perocchè quelle carni, che erano poste sulla mensa del sole, che ariano auto a fare? Della qual mensa fa menzione Girolamo e Paulino come di cosa volgata e famosa; ma non esplica ciò che sia, e non si può facilmente vedere s'elle siano allettamenti e beffe del demonio, che inganni il gusto della vil plebarella, dicendo Erodoto che sono produtte dalla terra, e Pomponio Mela, e Solino che son date dal cielo. Ma noi conosciamo, mentre che Solino e Mela discordano da Erodoto, e in fra di loro, che questa superstizione è detta in vari modi. Conciossiacosachè egli dica le carni essere poste dai magistrati di notte in un prato sotto alla città, acciocchè si mangino, e questi del paese dicono che sono date dalla terra di dì, e Solino narra che la mensa abondantemente sempre ripiena di vivande, delle quali mangi ognuno indifferentemente, è posta in luogo dove i malfattori sono legati con l'oro. E dicono che divinissimamente sono sempre accresciute. Ma Pomponio non dice nulla s'elle siano sotto alla città, ovvero in una carcere; ma solamente essere affermato da lui che le vivande vi rinascono divinamente, e benchè non convenghino infra di loro al tutto, questo nondimeno è concesso da tutti senza controversia che il convito si faccia al sole con ordine e modo maraviglioso; la qual cosa conviene con questo convito di Diana, sorella (come dicevano) di Febo, che è detto anco Sole. Penseremo noi anco che faccia per questo, quello che raccontò Pomponio Mela nella descrizione della terra, cioè che è un luogo, dove spesso di notte si veggono fuochi come di eserciti accampati, che occupino gran paesi, e suonino trombe e tamburi, e odanosi pifferi di suono più che umano. Le Magiche di Ulisse ancora dimostravano in loro forma di convito, spargendo il sangue per il circuito, dove si radunavano i demonj sotto i diversi aspetti. Nel qual modo era chiamata da Omero l'anima di Ulisse, come racconta appresso di Filostrato quel vignaiuolo, che era detto conversare con l'ombre di Protesilao, e degli altri eroi. Le streghe del tempo nostro succhiano il sangue de' fanciullini, ma serbano la maggior parte ne' vasi per fare quel profano e scelerato unguento; e ancora che del convito queste cose paressino abbastanza, aggiungerocci nondimeno la mensa d'Achille.

AP. Che sarà questo?

FR. Non dico cosa finta: domandane il grandissimo Tirio, anzi i suoi libri, che ti mostrerà la mensa del fortissimo Achille essere stata nota in circa mille anni innanzi al tempo suo: simile a quelle, dove dicono essersi ritrovate le streghe.

AP. Io do fede alle tue parole.

FR. Se tu non hai il libro di questo autore, l'ho io appresso di me e greco e latino, nel quale è scritto: Nell'isola del mare Eusino essere il tempio d'Achille, che quivi più volte è stato visto, e ha menato al convito gli uomini che vi sono capitati, e quivi si son veduti Patroclo, Tetide, ed altri demonj. E per usare le parole che dice Porfirio: un coro di demonj; per lasciare ire che egli abbia scritto, essere solito vedersi Ettore in Ilione, ed avere veduto egli i Dioscuri dare aiuto a navi che pericolavano, e queste cose non appartengono al convito delle fantasime.

AP. Non paiono diverse dal convito di Oereo, e dell'Oceano, de' quali hanno parlato diversi poeti.

FR. Il demonio ha trovati questi mortiferi conviti per torre agli uomini il convito apparecchiato da Cristo sopra la sua mensa nel regno suo; ma io ti racconterò ora un convito che non è stato descritto da poeta niuno, ma io ti addurrò cose che mi sono state dette pochi anni fa col testimonio di un grande di dignità e di ricchezze. Sono dodici anni che un sacerdote nelle Alpi reatine, avendo ad andare a dare la comunione a uno ammalato che stava lontano, da non vi potere giungere a piedi così presto come forse bisognava, montò a cavallo, legatosi la bossola al collo, dove era l'ostia per dare al malato, e va via. Nel viaggio, si gli fa incontro uno che lo invita a vedere una cosa miracolosa: lo sciocco accetta lo invito, e scende da cavallo, e sente subito e vedesi esser portato per aria insieme col compagno, ed in poco tempo son posati tutti due nella sommità d'un monte altissimo, dove era un prato spaziosissimo cinto di altissimi alberi, e chiuso da spaventose ripe. Nel mezzo erano balli e giuochi d'ogni sorte, mense apparecchiate di vivande, canti, suoni, spettacoli piacevoli, e tutto quello che si suol fare in terra per dilettare gli animi umani. Il sacerdote maravigliato, nè avendo ardire aprire bocca per lo stupore, è domandato dal compagno che è venuto seco per aria, s'egli ancora voglia adorare la signora, e secondo il costume degli altri offerire il dono. Era l'aspetto di essa d'una bellissima regina, posta in tribunal d'oro, la quale andavano tutti a salutare a due a due, a quattro a quattro, ed a offerire doni, e adorare con ordine vario. Egli sentendo nominare la signora, e vedendola di tanto splendore, e circondata di tanti ministri, si pensò che ella fusse Maria Vergine Madre di Cristo, Regina del cielo e della terra, come quello che non conosceva la diabolica apparizione; nè si accorgendo (in quanto a lui) che quivi fosse superstizione alcuna. Laonde stimando alla Madre non potere essere dono alcuno più grato che il corpo consecrato dell'Unigenito Figliuolo, s'accosta al tribunale per adorare, e inginocchiatosele a' piedi, si leva dal collo la bossola, e mettegliela in grembo, e subito il tribunale, e l'imagine di colei che vi era su, sparì via insieme con la moltitudine di coloro che facevano i giuochi, e i conviti apparecchiati, e non comparse mai più nulla in luogo niuno, nè rivide anco più il compagno che l'aveva guidato a vedere queste cose. Conosciuta la cosa, cominciò a pregare Dio che non volesse abbandonarlo in quei deserti, e non vedendo poi quivi vestigio nè d'uomini, nè di fiere, dove avesse a voltarsi, si risolvè di camminare: e così piglia la via per balze pericolose per riuscire in qualche luogo che conosca dove si sia. Come egli ha camminato un pezzo, intende da un pastore che egli si trovava quasi cento miglia discosto dal luogo, dove era già mosso per ire. Ritornato che fu a casa, raccontò al magistrato di Cesare Massimiano tutta la cosa passata, per ordine come io t'ho narrato. Dichiarinti ora i teologi tal cosa essere potuta farsi dal demonio, affermandosi essi che la natura corporea, in quanto appartiene al moto, per il quale è trasferita la stessa cosa da luogo a luogo, ubbidisce alle voglie delle sustanze separate dalla materia. De' corpi umani portati per aria posson darne molti esempj, tanto per testimonio de' dottori, quanto per aver veduti essi con gli occhi, Enrico e Iacopo teologi Germani nel libro loro chiamato «Martello,» il quale potrai avere, se vorrai usarlo contro a quelli, che dicono il contrario.

AP. Io ho udito una cosa miracolosa, la quale non può essere offuscata dalle tenebre della notte, nè si può dire che sia sogno, nè che sia cosa non fatta mai, o per paura forzatamente confessata ne' processi, e nelle inquisizioni. Ma e' mi resta da sapere questo solo in questo caso: per che conto al toccare dell'ostia sparisca al tatto e diventi ogni cosa vana, non temendo i demonj a toccarla, comandando mentre che costoro sono nel giuoco, e procurando che elle siano gittate per terra e calpestate da molti?

DIC. Non ti dèi maravigliare, sapendo noi che talora i demonj tremano al segno della Croce, e talora per ingannare pigliano l'effigie di Cristo. Se tu avessi letto le vite di san Martino, di san Francesco, e di molti altri nostri santi, non ti daresti maraviglia alcuna. E vedi che Cristo ancora, vivendo in carne, scacciava i demonj, e permise nondimeno di essere tentato dal demonio, e di essere portato sopra l'altezza del tempio, e poi sopra la cima del monte. Il testo di san Matteo dice (anichthi), che può tradursi fu portato, di poi (paralanvani), parola che significa portare, che vuol dire posò, le quali dichiarano ciò che si sia detto e fatto; finalmente si lasciò crocifiggere da' ministri del diavolo. Tu supponi oltra di questo, che le ostie sacre fusseno calpestate dal demonio. La cosa non sta così: questo lo fa la ribalderia degli uomini procurata ed ordinata da' demonj, che la faccino, non la fanno essi. Ma la semplicità del sacerdote, benchè fusse poco prudente, e principalmente la virtù della fede sua fu cagione, che non pure non fusse schernito a sua dannazione, ma e che potesse avvertirne gli altri, e manifestasse la cosa che pareva dubbia, cioè che il giuoco (di che noi parliamo) si possa fare non solamente con la imaginazione, ma anco col corpo; e finalmente la potenza della divina provvidenza (non mai abbastanza lodata) permette che questo qualche volta si faccia, qualche volta no: perchè diversamente si faccia, si può sempre assegnare giusta cagione in generale, ma non sempre in particolare; tanto è debole a ritrovare i segreti divini la sottigliezza della mente umana.

AP. Mi quadrano assai queste cose.

FR. Se ti resta altro, domandane a Dicaste. Non lasciare consumare il tempo invano, e abbi risguardo che il sole va già sotto, ed avvertisci che non ci bisogni alloggiare qui stanotte (sendo serrate le porte della città), dove non è comodità di letto nè di cosa che ci difenda dalla ingiuria della notte, in questo refettorio a pena cominciato a edificarsi.

AP. Non mi pare che sia tempo ora da domandare se non delle maliarde.

DIC. Che diciamo noi?

AP. S'elle faccino invero ciò che elle fanno, ovvero paia che lo faccino solamente con l'imaginazione? e donde è che qualche volta Dio permetta, che quelle cose si faccino, e qualche volta non lo mostra abbastanza la virtù della divina provvidenza, sempre giusta, e sempre incognita.

FR. Ricorditi tu di Luciano Samosateno e di Lucio Madaurese?

AP. Certo sì, perocchè io ho letto qualche volta, e ho udito tre dì fa, te che disputavi di questo, ma io dubito ch'elle siano finte, e non fatte, quelle che in quel greco e in quell'asino latino sono contenute.

FR. Così come io non dubito che ve ne siano di molte finte, ed anco tutte (se ti piace), così tengo che elle non siano finte di non niente. Imperocchè appresso di Varrone parimente e di Diomede si trovano scritte le trasformazioni di Circe in uccelli, in bestie, ed in lupi arcadici. Il nostro Agostino non stimò che tale occasione sia presa da niente, narrando nell'ottavo e nel decimo libro della Città di Dio, che a' suoi tempi ancora in Italia solevano farsi molte cose a queste simili, che Apuleio accennò; ovvero che finse, affermando nondimeno questo, che i demonj non fanno cosa alcuna di potenza naturale, che non sia loro permessa da Dio onnipotente, i giudizj occulti del quale sono assai: ingiusti nessuni. Laonde, se i demonj fanno cosa alcuna tale, son detti quasi mutare la forma superficiale delle cose, che son create da un solo e vero Dio, acciocchè paiano per quella mutazione essere ciò che non sono, e riferisce al tutto ogni cosa, o nello spirito imaginario, o nel demone che suppone una cosa per un'altra. Imperocchè stima Agostino che lo spirito imaginario dell'uomo, come che egli avesse presa effigie corporea di qualche animale, appaia così essere egli a' sensi degli altri uomini; e così anco pare l'uomo di essere a sè stesso, e così giudica, che i gesti di quelli asini, e le cose fatte sotto spezie di cavallo che porti la soma, e le dispute di filosofo che discorra le cose di Platone senza corpo, e 'l negozio mutabile e vario de' lupi d'Arcadia, ed i versi d'Ulisse, che trasformano i compagni d'Ulisse, debbino attribuirsi allo spirito imaginario, al quale così paia, e la cerva essere sopposta e messa dal demonio in cambio d'Ifigenia, e gli uccelli in cambio de' compagni di Diomede.

DIC. Fronimo ha detto bene di mente d'Agostino, e molto brevemente e con la verità, come io credo. Perchè si sa di concordia comune de' teologi, che il senso dell'uomo, e lo spirito imaginario è sottoposto alla potenza del demonio per sua natura; per essere sustanza più bassa che non è quella, e separata da ogni materia e da ogni mole corporea. Mostrossi anco per le storie, che narrano l'azioni ed i gesti di coloro, che si elesseno vita solitaria negli eremi e ne' diserti, essersi fatto per incanti che una donna paresse una cavalla, e questo incanto esser stato guasto per mezzo de' preghi e delle orazioni di Mario, uomo santissimo. Poteva il demonio maligno muovere il senso di drento, e la imaginativa di molti, a' quali pareva loro questo, per avere formata l'imagine nel senso interiore, che era tocca da quella stessa illusione; ma non potè già commuovere quello di Macario, che era armato della grazia divina. Così ingannava la vista degli altri il velo dell'imagine di quell'uomo, che in Salamina di Cipri pareva un asino, e non quella della donna maga, per il medicamento della quale si sentiva turbare l'animo, e circondarsi dalla forma asinina, sotto la quale stette tre anni a portare legne in cambio di giumente: dove che poi aiutato dalla prudenza de' mercatanti genovesi, i quali accorgendosi che questo asino s'inginocchiava agli usci delle chiese per adorare, giudicarono non essere bestia, e procurarno di liberarlo da quel malefizio, e fare punire la donna incantatrice. Per certo che molte cose si posson fingere, e molte parere altrimenti che elle non sono per inganno del demonio; e stando l'anima e 'l corpo nel medesimo uomo si possono fare e travagliare molte cose. Ma si può bene ingannare la vista degli uomini, e turbare il lume dello intelletto, commovendosi la potenza imaginativa. Ma il corpo ancora può essere portato per vari luoghi (come noi abbiamo detto), talchè ne segue, che chi non esamina queste cose distintamente, facilmente s'inganni, mentre che con dritto occhio non avvertiscono, e non considerano le scritture, e non discernono quanta differenza sia fra quello che è creato, e quel ch'esce dalla natura di qual cosa, quel che si fa del tutto, quel che si fa della parte, quel che è simile al vero, quel che mostra la sua, e quel che mostra la imagine d'altri. Nè con giuste bilance esaminano la potenza de' demonj, nè ultimamente considerano i giudizj di Dio, spesse volte occultissimi, ma sempre mai giustissimi.

FR. Ora mai, o Dicaste, il venire della notte c'invita, e persuade a ritornare a casa. Perocchè, se non ti basta, Apistio, questa disputa, non so veramente ciò che abbia a bastarti, conciossiacosachè tu abbi potuto comprendere e per l'antiquità, e per le cose fatte a' nostri tempi, questo giuoco non essere una favola vana, ma in essenza antiquissimo, e nella maggior parte delle cose nuovo, mutato poi secondo che è piaciuto al demonio. E muterassi forse ancora; tanta è grande la sottigliezza dell'ingannare nell'antico persecutore degli uomini. Ti ho mostrato che i circoli, gli unguenti, le parole magiche, i viaggi per la regione dell'aria, gli amorosi congiungimenti de' demonj si trovano così nei tempi nostri come in quelli degli eroi, e che i demonj insino da principio della antiquità trovarno calunnie contra l'umana generazione; avere con risposte schernito, ingannato con la familiarità, con imagini e simulacri, e tentato tendere insidie ad ogni età, e ad ogni sesso; falsamente essersi mostrati Dii, avere dati agli uomini conviti mortiferi, ed avergli portati d'asino con le ali, ed avere appetiti loro scelleratissimi congiungimenti. Ma perchè io ti veggio essere male agevolmente andato con l'animo in diverse regioni d'Italia, di Sicilia, di là dal mare Ionio, di là dall'Eusino, e ove non t'ho io menato con le parole mie? ora in Africa, ora in Asia, ed a' monti Iperborei, ritorneremo noi omai insieme a casa.

AP. Ritorneremo, imperocchè io sono satisfatto.

DIC. Credi tu queste cose?

AP. Credole.

DIC. Per vere, o per burle?

AP. Pensi tu che io stimi burle quello, nel quale convengono tutti gli antichi e moderni, a cui s'accostano i poeti, i rettorici, gli storici, i jurisconsulti, filosofi, teologi, gli uomini prudenti, i soldati, i rustici, toltone anco via gli esperimenti, se bene alcuni tenuti savi appresso di loro contradicesseno?

DIC. E così hai mutata opinione?

AP. Senza dubbio alcuno, e perchè io ho mutato l'abito della mente, da qui innanzi voglio anco mutare nome.

DIC. Come ti piace, e per l'avvenire sarai chiamato Pistico.

AP. Mi piace fuor di modo.

FR. Se non hai dunque altro niente che tu voglia disputare, partiamoci con buona licenza dello Inquisitore, e ritorniamo alla città.

Nella Prefazione a pag. IX, l. 17, in vece diLilio Giraldi CintioleggasiLilio GregorioGiraldi, parente ed amico del nostro GiraldiCintio.

* * * * * *

La correzione è già riportata nel testo. Ulteriori correzioni:

con diaboliche lusinghe e falsi diletti a {fasri|farsi} adorare,

{Corì|Così} facilmente ancora il demonio ingannò Paride

Credi tu, Dicaste, che questo sia {quel quel|quel} medesimo giuoco?

parevano, se non vere, almeno assai {verisisimili|verisimili}

e di {essera|essere} portato sopra l'altezza del tempio

senza corpo, {e' l|e 'l} negozio mutabile e vario

e non {discerneno|discernono} quanta differenza sia

Nè con {giusta|giuste} bilance esaminano

i poeti, i rettorici, gli {stoici|storici}, i jurisconsulti,


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