CAPITOLO UNDECIMO.

Un mistero svelato.

Benchè la mattinata fosse assai frigida, piovigginosa, pure la via del Senato, il cortile del palazzo Elvetico e la vasta Sala della Corte d'Assise, ove già seguivano le solennità scolastiche dei Collegio Elvetico, erano straordinariamente affollate di gente avida di assistere al dibattimento della bella guantaia, la quale malgrado il suo delitto, si era acquistata una simpatia generale.

L'accusata comparve dinanzi alla Corte, vestita di nero, col velo tradizionale, sotto cui spiccava la sua faccia bianca, illuminata dai grandi occhi azzurri, nei quali eravi un'espressione di sofferenza, di stanchezza, da non potersi dimenticare.

Ella teneva alta la testa, ma quell'apparenza di orgoglio era temperata da un mesto sorriso, che sembrava riflettere i dolori dell'anima.

Nel momento in cui Maria veniva introdotta nel banco degli accusati, appariva dall'altra parte, il conte Ercole Patta.

Egli non sarebbe comparso fra i testimoni, ma non aveva potuto resistere alla curiosità di vedere la giovane, che lo preoccupava più di sua figlia Adriana, perchè non sapeva spiegarsi il contegno di lei, il suo strano modo di agire con chi aveva contribuito a perderla.

Bisogna anche aggiungere che il conte temeva che al momento supremo, dinanzi alla Corte, la bella guantaia facesse qualche imprevista rivelazione. E sebbene egli pensasse che distrutte quelle carte non aveva più nulla a temere, pure non si sentiva tranquillo, ed al lividore del viso, aggiungeva un'inquietudine nervosa, che gli faceva in certi istanti fin battere i denti…

La vista di Maria gli produsse una sensazione non mai fino allora provata. Gli pareva di aver veduta altra volta quella figura slanciata, piena d'alterezza, quel viso di un pallore diafano, che portava le traccie dei lunghi patimenti sofferti in silenzio, quei grandi occhi glauchi, che si fissavano nel vuoto, senza nulla vedere… Ma dove? Quando?

Ad un tratto fece un balzo come se si destasse repentinamente, il cuore gli si strinse in una crispazione spaventosa, un'esclamazione pazza gli salì alla gola e per rattenerla, fece uno sforzo così violento, che i pomelli delle sue gote, s'infiammarono, negli occhi ebbe una specie di barbaglio…

Egli tremò ancor più sentendo la voce dell'accusata, che ripeteva la confessione fatta al giudice istruttore, senza aggiungere o togliere una sola parola…

—Insistete a dire che eravate sola col marchese Diego nella villa di Cernusco, dove egli stesso vi condusse?—esclamò il presidente.—Continuate ad affermare che avete colpito per difendervi?

—Affermo ed insisto, perchè è la verità. Avevo il desiderio di punire colui che mi straziò l'anima, mi coprì di vergogna, ma vi giuro che non l'avrei fatto, se egli stesso non mi avesse spinta.

Parlava con voce chiara, che aveva talvolta delle vibrazioni dolci, armoniose; tal altra diveniva amara, convulsa, stridente.

Quando ebbe finito sedette, senza dare alcun segno di stanchezza, di sofferenza.

Dopo di lei fu udito il servo del defunto marchese. Con sorpresa del presidente e degli altri, ritirò quanto aveva ammesso durante l'istruttoria, disse che quel giorno per il dolore della morte del padrone aveva perduta la testa, che non sapeva quello che si dicesse, ma la verità si era che nella notte dell'assassinio, il marchese l'aveva con un pretesto lasciato a Milano, perchè forse voleva condurre a Cernusco la bella guantaia. Aggiunse che spinto da un tristo presentimento non seppe resistere di rendersi disobbediente al padrone, ma non fu in tempo di recarsi alla villa, prima che l'assassinio fosse compiuto.

Si capì che quel servo, dall'aria furba e cinica, era stato comprato per indurlo a ritirare all'udienza la sua deposizione. Ma come scoprirlo? Malgrado le ingiunzioni severe del presidente, la minaccia della pena severa per falsa testimonianza, il domestico giurò di nuovo che ormai diceva la verità, tutta la verità, nient'altro che la verità!

La sfilata dei testimoni non fu lunga, nè importante, tuttavia per ultimo, quando la voce formidabile dell'usciere, annunziò l'Annetta Durini, la madre dell'accusata, un mormorio, un fremito si sparse nell'uditorio, mentre il viso di Maria esprimeva la più grande costernazione…

Sua madre testimone? Che avrebbe detto? Aveva dunque ricuperata la parola? Era guarita?

Il cuore le batteva fino a spezzarsi, perdette la sua presenza di spirito, tremò, ebbe paura del primo sguardo di quella madre offesa, oltraggiata nell'onore, che tanto aveva sofferto, pianto per cagion sua.

La popolana entrò portata sopra una sedia da due robusti infermieri dell'ospedale.

La sua fisonomia mostrava l'impronta di tutti i dolori provati, esprimeva ad un tempo l'angoscia e la pietà. Le guancie incavate, le narici emaciate, le rughe profonde delle tempia e della bocca, gli occhi spenti, i capelli incanutiti, tutto le dava un aspetto da stringere il cuore.

La folla che aveva accolta la sua entrata con un mormorio di compassione, quando vide brillare sul petto di lei la medaglia al valore e conobbe di aver dinanzi un'eroina delle famose cinque giornate, scoppiò in un formidabile applauso.

Il Presidente ottenne a stento il silenzio.

Annetta appariva vivamente commossa e prima ancora di prestare il giuramento, volse uno sguardo ansioso, vivissimo verso Maria e con voce tremante:

—Così dovevamo rivederci—balbettò—ah! povera… povera fanciulla!

Grosse lacrime scorrevano sul viso di Maria. Ah! cosa era mai la morte in confronto allo strazio orribile, che soffriva in quel momento. Pareva che le lacerassero il cuore a brani, sentiva un cupo ronzio negli orecchi, la lingua attaccata al palato.

—Mamma… mamma,—disse con voce strangolata, stendendo verso di lei le manine bianche, affilatissime.

Passato quel primo momento di suprema commozione, la popolana si rimise, chiese scusa per aver domandato di presentarsi al pubblico dibattimento come testimone, ma non avendo potuto essere interrogata prima in causa della sua grave malattia, dalla quale non si era ancora perfettamente ristabilita, aveva creduto però suo dovere di venire a difendere la fanciulla, trovandosi in grado di parlare, esprimersi chiaramente.

E dopo la formola del giuramento, la popolana rispose con precisione alle domande fattele intorno al suo nome, cognome, e domicilio.

Non si udiva il più lieve respiro nella sala: pareva che la folla avesse sospeso il fiato per ascoltarla.

Solo quando dichiarò che ella non aveva avuto figli, si udì un mormorio subito represso, mentre il Presidente le chiedeva:

—Di chi è dunque l'accusata, alla quale deste il vostro nome?

—Ve lo dirò, signor Presidente, ormai è inutile il mistero.

Ed allora la popolana ebbe uno sfogo: le parole le vennero alle labbra impetuose, tronche, gemebonde. Rifece la storia di quei giorni di sollevazione, di terrore, narrò le rapide peripezie a lei succedute, parendole rivivere in quei tempi, rievocandoli, raccontò la morte del marito, e il ritrovo di quella creaturina… coperta di sangue, svenuta, che ella aveva rianimata a forza di baci, di carezze, sentì subito d'amare come se l'avesse portata in seno…

Ridire la commozione che provava il pubblico a quella narrazione inaspettata, sarebbe impossibile…

Ma due persone sopratutto sembravano in preda ad un'eccitazione straordinaria: il come Patta e Maria.

Il primo continuava a stropicciarsi colla mano destra la fronte, che l'ansia, l'angoscia fortemente increspava; l'altra come colpita da atonia, teneva gli occhi sbarrati sulla popolana, chiedendo a se stessa se non sognava, se era la verità che le si rivelava dinanzi, spietatamente, in quel momento.

Tutti gli sguardi erano fissi su Annetta. Il Presidente le chiese se non aveva fatte indagini per scoprire a chi appartenesse quella fanciulla.

—Ho cercato per più mesi, ma inutilmente—rispose la popolana—allora supposi che la bambina fosse scampata per miracolo all'eccidio di qualche famiglia signorile, che i suoi parenti fossero tutti morti o fuggiti e mi convinsi che non apparteneva al mio ceto dalla biancheria finissima che indossava e da un medaglioncino che teneva al collo, raffigurante una testa di morto… attaccata ad una microscopica catena d'oro.

La popolana si interruppe. Un grido improvviso echeggiò nell'ampia sala, seguito dal rumore di un corpo che cadeva pesantemente e da più voci, che dicevano:

—Presto… un medico…

Vi fu un momento di tumulto indescrivibile…

—Che cosa succede?

—È il conte Patta, che è svenuto…

—Forse l'emozione, il caldo, è stato un'imprudenza la sua recarsi qui…

—Lo trasportano fuori.

—Non sarà cosa grave…

Queste ed altre esclamazioni si udivano nell'aula. Chi si mostrava contrariato, chi impietosito, chi curioso…

Il nome del conte Patta era giunto agli orecchi dell'accusata, producendole una sensazione profonda, mettendole nelle vene un brivido di angoscia, di paura. Le risuonavano in quel momento alle orecchie le parole pronunziate da Diego, allorchè rivelava a sua moglie, l'infamia del padre…

«Una spia, un traditore della patria, che il popolo milanese nei giorni memorabili della sollevazione, aveva giurato ammazzare. Egliè riuscito a fuggire, ma abbandonando alle furie dei ribelli, che ne dovettero far strazio, una moglie giovane e bella, un'innocente bambina.»

E se fosse lei quella bambina? Qualche cosa le diceva che non s'ingannava! Quel grido straziante che le risuonava in cuore, l'aveva ferita fin nelle viscere, non era l'appello di un uomo che sveniva per il troppo calore o l'emozione, ma l'evocazione disperata di un padre, che ritrovava la sua creatura!

Ecco perchè qualche cosa maggiore della sua stessa volontà, l'aveva spinta a distruggere quelle carte, che potevano perdere il conte. Era la voce del sangue che parlava in lei! Era Dio stesso che la guidava, per non dare al mondo lo spettacolo mostruoso di una figlia che perdeva, condannava il proprio padre…

Al conte Patta doveva la vita, ed ella aveva salvata la sua; ma sentiva che giammai avrebbe potuto amarlo…

Pensava invece con strazio a quella madre, che egli aveva abbandonata in preda al furore popolare. Forse quella sventurata, sebbene coperta di ferite, era giunta a porla in salvo presso la casa della generosa popolana, ed era quindi fuggita, per andare a morire altrove, onde non scoprissero che quella creaturina era sua figlia, la risparmiassero.

Lacrime ardenti scorrevano sulle guancie di Maria, di quelle lacrime che anzichè riuscire di sollievo, dilaniano il cuore.

Intanto nella sala si era ristabilita la calma. Si seppe che il conte rinvenuto quasi subito, aveva detto essere stato preso da un senso di soffocamento per il troppo calore e sebbene si sentisse meglio, non si trovava più disposto ad assistere all'udienza ed era ritornato al proprio palazzo.

Annetta potè riprendere la sua narrazione; ma ormai si era così affaticata, che le parole uscivano a stento, mozze dalle sue labbra, e potè appena protestare che Maria era innocente, che se aveva commesso il delitto, la colpa era del marchese Diego, il seduttore, l'infame, che l'aveva disonorata; poi si piegò affranta sulla seggiola, mormorando:

—Rendetemela… rendetemela; se Maria viene condannata, che io lo sia con lei: la sua separazione è la mia morte.

L'udienza fu per quel giorno terminata. All'indomani, la folla aumentò ancora. Si trattava di sentire la requisitoria del Pubblico Ministero, la difesa ed il verdetto. La sorte fu favorevole all'accusata: il Pubblico Ministero si mostrò assai indulgente, mite per lei; l'avvocato la difese con tanto calore, che persino i giurati avevano le lacrime agli occhi. Onde allorchè ritornati dalla Camera di deliberazione, il Capo di essi, pronunziò con voce vibrata:

—No: l'accusata non è colpevole…

Si udì nella sala un lungo mormorio di approvazione, che scoppiò in un applauso fragoroso, allorchè riapparve Maria…

Questa si sosteneva a stento in piedi: le pareva di soffocare, si sentiva piegare le gambe ed appena il Presidente le ebbe annunciato che era assolta, libera, non potè balbettare una sola parola di ringraziamento, perchè si svenne.

Padre e figlia.

Albeggiava: nè Annetta la popolana, nè Maria avevano dormito, perchè troppo bisogno provavano di sfogare il loro cuore, dopo tanti mesi di separazione.

La guantaia uscita di carcere, trovò la popolana, che l'attendeva in una carrozza per tornarsene alla loro modesta casa, non volendo Annetta più saperne d'ospedale, dopo aver ricuperata la creatura, che era tutta la sua vita, il suo amore.

Al primo incontro, trovandosi in presenza d'altri estranei, non potendo ancora la povera donna camminare da sola, entrambe si contentarono di stringersi in un lungo amplesso, di mischiare insieme baci e lacrime.

Ma quando si trovarono finalmente sole, riunite nella camera stata testimone di tante gioie e tanta disperazione, le due donne non si contennero più… Si aprirono a vicenda l'anima, si raccontarono tutte le impressioni subite dopo la loro separazione.

—Non mi respingi da te sebbene io abbia le mani imbrattate di sangue?—mormorò Maria.

—È sangue di traditore e non disonora—rispose la popolana, che riprendeva l'ardire di una volta—io non ti ho mai biasimata, perchè al tuo posto avrei fatto lo stesso.

Maria chinava il capo.

—Sei forse pentita di averlo ucciso?—chiese Annetta.

La giovine si scosse.

—No—rispose con voce sorda—perchè ho veduto nel mio delitto la mano del destino.

Bussavano alla porta.

La popolana ebbe un gesto d'impazienza.

—Qualche nuovo importuno—disse—non rispondiamo.

Si bussò una seconda volta più forte.

—Ebbene… vediamo chi è.

Maria andò ad aprire e si trovò dinanzi un signore, avvolto in un lungo soprabito, con una barba foltissima, il cappello calato sugli occhi.

Il viso della guantaia rimaneva al buio, onde l'altro non la riconobbe e disse con tronca voce.

—È qui che abita Maria Durini, la giovine liberata questa notte?

—Sono io, signore: che volete?

—Parlarvi un sol momento: mi chiamo il conte Patta.

Ella provò un orribile sussulto al cuore, pure seppe mantenersi impassibile.

—Entrate signore,—disse ritraendosi alquanto. Lo condusse presso la popolana. Sebbene il conte se l'attendesse, tuttavia non potè dissimulare un fremito nel trovarsi vicino a quella donna, il cui eroismo umiliava il suo orgoglio, lo schiacciava.

—Perdonate, se disturbo,—balbettò.

—Che cosa volete?

—È il conte Patta, mamma—replicò con freddezza Maria—che desidera parlarmi.

Gli aveva offerta una sedia ed ella rimaneva dritta, presso la poltrona dove si trovava Annetta. Il conte parve sormontare il suo imbarazzo.

—Se mi sono permesso di venir qui, due gravi motivi mi hanno indotto—disse, rivolgendo la parola alla popolana—mi trovavo ieri l'altro all'udienza e mi commossi al pari di tutti, anzi più di tutti, alla storia della vostra figlia adottiva, storia che mi ricordò un fatto, accaduto appunto in una di quelle tremende giornate, che evocaste.

Annetta ascoltava con ansietà: era evidente che le parole di quell'uomo la interessavano.

Maria invece sentiva crescere la sua avversione per colui, che pur aveva nelle vene lo stesso sangue, era suo padre. Forse se ella l'avesse veduto entrare curvo sotto il peso del dolore, del rimorso, avrebbe perduto il coraggio di accusarlo, il cuore le si sarebbe schiuso alla pietà.

Ma dal suo esordio istesso, si capiva che il conte stava architettando una menzogna e Maria s'irrigidiva, si corazzava contro qualsiasi debolezza.

Egli continuò:

—Un mio amico carissimo, quasi un fratello, aveva smarrita in quelle funeste giornate una fanciullina di due anni o poco più, che portava appunto al collo un gioiello, quale lo descriveste, una testa da morto, appesa ad una catenella d'oro; terreste voi ancora quello ritrovato?

La popolana appariva vivamente commossa, mentre la giovane guantaia rimaneva impassibile, come se la cosa non la riguardasse.

—Sì… lo tengo sempre—esclamò Annetta—Maria, guarda nel secondo cassetto del canterano, in quella scatola di cartone giallo; lo troverai.

La giovine obbedì senza dimostrare molta emozione. Ella non tardò a rinvenire l'oggetto designato e lo porse colle sue mani stesse al conte.

Egli non ebbe bisogno di esaminarlo molto per riconoscerlo: allora la maschera d'indifferenza che copriva il suo volto disparve; due grosse lacrime gli scorsero sulle guancie e tendendo le mani a Maria.

—Ho mentito, perchè temevo ingannarmi—esclamò—ma ora… non vi ha più dubbio; tu sei mia figlia…

Forse si attendeva che la fanciulla gli si gettasse nelle braccia, si aspettava un'esplosione di gioia e di sorpresa.

Ma questa non sfuggì che alla popolana.

Maria rimase fiera, tranquilla.

—Se sono vostra figlia—proruppe con accento amaro—ditemi che avete fatto di mia madre.

—È morta—balbettò avvilito il conte, mentre la popolana guardava stupita la giovine, senza comprendere.

—Morta? Dove? Quando? Voi non lo sapete eh? Mia sorella ha almeno una tomba su cui pregare, la sua delle madri ha goduto la stima del mondo, la pace della famiglia, è morta benedetta, compianta. Ma la mia? È stata vilipesa, maledetta, errante, esposta a tutti gli insulti, a tutte le umiliazioni, si è trascinata morente per le strade di Milano, chiedendo pietà per sè, per la sua creatura… Chi può dire come è riuscita a salvarmi? Che ne è stato di lei, del suo misero corpo? Voi l'ignorate, è vero? Conte, io non sono più una bambina adesso; so quello che dico e quello che faccio. Mio padre voi? Ditemi che avete fatto per meritare che io vi dia un nome così sacro, un nome che dovrebbe far battere il mio cuore di ebbrezza, di commozione. Quando ero bambina, preferiste salvare la vostra vita piuttosto che la mia; fatta giovane ed onesta con tanti sacrifizii da questa povera donna, che per appianare la strada a me, che pure non ero sua figlia, avrebbe data la vita, mi mandaste dinanzi uno sciagurato perchè mi perdesse, facesse di me una vittima, che dovesse servire al tradimento di un'altra.

Il conte che aveva chinato il capo, lo rialzò.

—È una menzogna: io nulla sapevo.

—Non negate… Diego stesso confessò il mercato infame concluso con voi, il cui prezzo, dovevano essere… le vostre stesse… creature…

—Ignoravo la vostra storia,—balbettò il conte colle labbra tremule, convulse.

—Credete di scusarvi col dirmi questo?—proruppe con impeto Maria.—Forse perchè figlia del popolo, ero meno degna di pietà, di rispetto, di vostra figlia? Ed avete voi risparmiata Adriana, che pur viveva al vostro fianco, che vi amava? E vi chiamate padre, venite a dirmi: «Tu sei mia figlia!» Ebbene no, io non vi conosco; è già troppo che abbia commesso un delitto per cagion vostra, vi abbia risparmiata una vergogna, porti il peso delle vostre colpe e non ne aggravi la mia innocente sorella: non voglio saper altro di voi, nè dovervi nulla. Io non avrò altro nome che quello datomi da mia madre adottiva, io non sarò che sua figlia!

Così dicendo s'inginocchiò su di uno sgabello, dinanzi alla popolana, le appoggiò la testa sul seno.

Annetta che l'aveva ascoltata in silenzio, in preda ad un'emozione indescrivibile, si curvò verso di lei, baciandola a lungo, con intensa passione; i suoi occhi erano pieni di lacrime.

Il conte era impallidito sotto la contrazione di una sofferenza acuta.

—Dunque mi rinneghi?—balbettò.

Maria non rispose.

—Sono stato molto colpevole—proseguì il conte—ma vorrai tu essere inesorabile con me, che venni qui per riparare i miei torti, renderti il posto che ti aspetta, le ricchezze alle quali hai diritto?

La popolana sussultò combattuta fra il timore e lo sconforto; lo sconforto per quella poveretta, che sentiva meritevole di miglior destino; il timore di separarsi da lei.

—Vi ringrazio, signore—disse Maria senza collera, ma senza emozione—preferisco la povertà vicino a lei, che la ricchezza al vostro fianco.

—Ma non io intendo dividervi: ella verrà con te, nel mio palazzo.

—Non più, signore—interruppe Maria con un accento d'indignazione frenata, che le rese la sua altera beltà—la moglie di Mario Durini, uno degli eroi caduti sulle barricate di Porta Vittoria, la popolana che arrischiò la sua vita per la libertà, non può vivere sotto il tetto di chi ha traditi i suoi fratelli, la patria. Ed io porto il nome di quel morto glorioso, e di mia madre adottiva.

—Maria ha ragione,—mormorò piano la popolana, che pur provò un senso di pietà per l'espressione di vergogna, comparsa sul viso infocato del conte.

—Sei crudele,—disse questi a mezza voce.

—Sono giusta.

Il conte cominciava ad irritarsi.

—E se io ti obbligassi a seguirmi?

Maria si alzò in piedi con impeto, incrociando le braccia.

—Con quale diritto?

—Sono tuo padre.

—Come potrete dimostrarlo? Forse raccontando le vostre gesta passate? Se vi abbassaste fino ad una così orribile confessione, forse avrei della compassione per voi, potrei perdonarvi, ma piuttosto che seguirvi, rinnegare chi mi ha dato più della vita, mi ucciderei.

Era chiara, risoluta: l'espressione del suo viso… mostrava abbastanza che non mentiva.

Il conte pure si era alzato e per un momento padre e figlia si tennero di fronte, guardandosi fissamente negli occhi; egli con una cupa rabbia nel cuore: Maria cercando dentro di sè la voce del sangue e non trovando che il grido della repulsione.

—Non vuol dunque proprio nulla da me?—disse il conte a denti stretti.

—Una sol cosa: che mi dimentichiate.

Egli non aggiunse parola; si diresse lentamente; verso l'uscio; forse sperava all'ultimo momento che la figlia lo richiamasse, ma la giovine rimase immobile, muta presso la popolana.

Il conte si morse le labbra e se ne andò sbatacchiando la porta.

Allora Annetta stese verso la giovine le sue mani scarne e tremanti e con un'angoscia dolorosa, che rendeva la sua voce fievole, velata.

—Non ti pentirai un giorno—balbettò—di esserti mostrata inesorabile, d'averlo respinto? Non rimpiangerai le ricchezze alle quali rinunciasti?

—Ma non vale il tuo cuore più di tutte le ricchezze del mondo? Chi non andrebbe orgogliosa di chiamarsi tua figlia? Io rimpiango di non averti amata, apprezzata abbastanza, come meritavi: io mi pento per i dolori che ti ho recati e le lacrime che ti feci versare. Ma non fu mia colpa: era destino.

Maria sentiva la sua mente trascinata in un turbinio di pensieri tristi, lugubri.

Però l'altera creatura si riscosse quasi subito e mettendo sulla guancia della popolana un bacio rovente.

—Io non voglio che te, madre mia—replicò—oh! chiamami sempre col dolce nome di figlia.

Annetta sentì passarsi nel cuore un'ondata di gioia e mentre ricambiava con trasporto i baci di Maria, due grosse lacrime le caddero dagli occhi su quella fronte, che il dolore, la sventura avevano purificata!

Una scena dolorosa e sinistra si svolgeva nel palazzo del conte Ercole Patta. Adriana moriva. La scossa subita all'orribile, inaspettata rivelazione del marito, le aveva spezzata la vita.

Crisi nervose violentissime si erano succedute senz'intervallo l'una all'altra, logorando il suo corpo, mettendo nel suo cervello delle allucinazioni tremende, che la facevano prorompere in grida strazianti, contorcersi fra terribili convulsioni.

Erano stati chiamati a consulto le prime celebrità della scienza; si tentarono i rimedii più arrischiati, pericolosi, fu fatta viaggiare, la condussero in Isvizzera, in Germania, alle terme più rinomate; ma da tutti questi sforzi, queste prove, era uscita vieppiù affranta, coll'organismo intieramente distrutto. Ed allora i medici dichiararono che non vi era più nulla a fare.

Adriana espresse il desiderio di ritornare a Milano e fu esaudita. Vi giunse morente.

Il primo giorno che ella riacquistò la facoltà di sentire, riflettere, pensare, fu sorpresa, trovando Gabriele al suo fianco.

—Come siete qui?—sussurrò.

—Ebbi il permesso da vostro padre.

—E mio marito?

Gabriele non rispose…

—Ma dove siamo? Che è successo?

Tremava orribilmente e stringendosi colle mani la fronte…

—Ah! ricordo… ricordo tutto… ciò… che mi ha detto… Diego; andate… andate… Gabriele, se conosceste di chi sono figlia, se scopriste il tremendo segreto di mio padre.

—Quel segreto… è una menzogna.

—Che?… Che dite?…

—Che nulla vi ha nella vostra vita, nè in quella di vostro padre, di cui possiate arrossire.

Il giovane parlava coll'accento della verità, ma Adriana non era convinta.

—Voglio vedere mio padre, parlar solo con lui—esclamò—andate a chiamarlo.

Il conte non tardò a comparire. Benchè cercasse sorridere, il suo volto aveva un lividore di morte.

—Che desideri, mia cara?—disse accostandosi al letto.

—Voglio che tu mi prometta di ricercare la fanciulla che un giorno abbandonasti,—disse la giovane donna, con estrema emozione, fissandolo intensamente negli occhi.

Il conte cadde nel laccio. Con voce debolissima, curvando addolorato il capo.

—Lo farò, te lo giuro,—rispose.

Era una confessione, Adriana mandò un grido straziante.

—Ah! non mentiva adunque, Diego: oh! che infamia, figlia… di una spia… moglie di un miserabile… Dio… Dio… che ho fatto per punirmi così!…

Da quel momento non si ebbe più speranza di salvarla: ella non volle più vedere alcuno, nemmeno Gabriele; si diceva indegna di lui, di tutti.

Il conte fu costretto a non più varcare la soglia della stanza di sua figlia, perchè la presenza di lui, la faceva cadere in terribili convulsioni.

La sera in cui il medico annunziò che Adriana non avrebbe trascorsa la notte, il conte, come pazzo dal dolore, si trascinò sulle ginocchia al letto di sua figlia, balbettando fra i singhiozzi:

—Perdono, perdono…

Adriana lo sentì. Da qualche momento una gran calma si era succeduta nella sua anima… alla tempesta di prima.

Aveva ricevuti i Sacramenti e le parole che il Sacerdote, le aveva rivolte, allorchè essa gli confessò di non aver la forza di perdonare a coloro che le fecero tanto male, le rimasero impresse nella mente.

—Non dite così figlia mia, non siate meno clemente di Dio. Per ogni peccato misericordia, e ricordate che basta talvolta una lacrima sincera di pentimento a scontare una vita d'iniquità…

E suo padre piangeva ai suoi piedi, supplicava di perdonarlo?

Adriana non resistette, le sue labbra serrate si apersero a mezzo ed un nome ne sfuggi.

—Papà.

Era proprio lei che l'aveva chiamato?…

Il conte la fissò un istante cogli occhi velati, foschi, umidi, poi chiese tremando:

—Mi perdoni?

—Sì…

Oh! il grido delirante di gioia! Quanti baci lunghi, ardenti sulla fronte di lei!

Ma sentendo che diveniva di ghiaccio, impallidì spaventosamente…

—Adriana… non morire… non morire…

—È Dio… che lo vuole… E poi che farei ancora al mondo… legata… a quell'uomo…

—Tu sei libera, libera, puoi sposare Gabriele, che ti ama sempre… morrà senza di te…

Il conte non si aspettava l'effetto terribile, fulminante prodotto dalle sue parole…

Lo sciagurato credeva che facendo balenare una speranza di felicità avvenire nell'anima della figlia, l'avrebbe ritornata da morte a vita…

Ma l'esistenza di Adriana non era più attaccala che ad un lievissimo filo: la minima emozione avrebbe bastato a romperlo.

La notizia che si trovava libera, valeva come l'annunzio di morte del marchese Diego… E come era avvenuta? Era forse Maria che si era vendicata? E dove si trovava la giovane? Morta forse anche lei, dacchè nessuno gliene aveva parlato?

Adriana aprì la bocca per domandare, ma dal suo petto non sfuggì che un grido rauco, inarticolato, che si spense in un debole singhiozzo. E le labbra restarono aperte, l'occhio si estinse, il corpo divenne immobile…

Era spirata…

Il conte rimase per alcuni secondi a guardarla con occhio stralunato: i suoi denti si urtavano.

Poi quando cominciò a capire che tutto per Adriana era finito, ebbe un grido di belva ferita a morte e fuggì stringendosi le tempia fra le mani, gemendo, urlando:

—Sono io… io che l'ho uccisa!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Il giorno che Adriana venne seppellita nel Cimitero Monumentale, un giovane che aveva assistito di nascosto, dietro un alto mausoleo, ai minimi particolari della funebre cerimonia, attese che tutti se ne fossero andati, poi lasciò il suo nascondiglio per avvicinarsi a sua volta a quella tomba scavata di fresco e inginocchiatosi si mise a piangere, a singhiozzare come un fanciullo…

Poi quello straziante dolore parve calmarsi… ed il giovane data una rapida occhiata attorno, trasse di tasca una rivoltella.

Ma allora una voce sorse dietro di lui…

—Fermatevi, signor Gabriele—disse—voi non avete il diritto di uccidervi su questa tomba.

Egli si rivolse con impeto e vide dietro a sè Maria, vestita a bruno, ancor pallida e sofferente, ma i cui occhi gettavano lampi, il cui fiero atteggiamento imponeva.

—Voi!—esclamò il giovane balzando turbato in piedi.—E perchè m'impedite di morir qui?

—Perchè invece di dare in tal modo un supremo segno d'amore all'infelice Adriana, disonorereste la sua memoria.

Gabriele ebbe un brusco sussulto.

—Che dite?

—La verità: il sangue che scorre sopra una tomba, lascia sempre una macchia, che nulla vale a detergere, è una profanazione, un sacrilegio. Non ha sofferto abbastanza la povera martire in vita, volete turbarla anche da morta? Se l'esistenza vi pesa, fate come me: dedicatela tutta a qualcuno che vi ami, pur avendo sacro il ricordo della donna amata. Non avete un padre… voi, una madre?

Gabriele divenne livido…

—Li avevo dimenticati—mormorò—grazie di ricordarmelo.

Un sospiro d'immenso refrigerio sollevò il petto di Maria: ella stese la mano al giovane.

—Voi siete buono—-disse—siete onesto, nella vostra anima non vi sono rimorsi: potete essere ancora felice.

Egli scosse il capo…

—Ebbene vivete per il dolore—aggiunse dolcemente Maria—sarà questa la più splendida prova d'amore che darete ad Adriana, la quale vi sorriderà dal cielo.

Le lacrime velavano gli occhi di Gabriele.

—Piangete? Siete salvo—disse ancora Maria—ah! se potessi anch'io trovar delle lacrime.

Ebbe un fremito, ma si rimise tosto… e con accento velato, triste.

—Volete che preghiamo insieme sulla tomba di quella martire?—mormorò…

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Il conte Patta, dopo la morte di Adriana, tentò altri passi versoMaria, sperando d'indurla a più miti consigli.

Ma la giovine si mostrò meno clemente della sorella: non seppe nè perdonare, nè dimenticare.

Ella evitò sempre di parlare di suo padre e sarebbe morta prima di rivelare il suo segreto, che Annetta solo conosceva.

Ma ogni settimana, Maria non mancava mai di recarsi a pregare sulla tomba di Adriana, dove veniva sempre raggiunta da Gabriele…

L'una serbava sacro il culto dei ricordi, l'altro quello dell'amore!

CAPITOLO I.—La maschera misteriosa Pag. 9» II.—Cuore di popolana » 17» III.—Il segreto di un milionario » 25» IV.—Il Genio del male » 33» V.—Tradimento » 39» VI.—Vittime e seduttore » 47» VII.—Le conseguenze di un'infamia » 53» VIII.—Rivelazioni » 63» IX.—La vendetta della tradita » 71» X.—Le deposizioni » 87» XI.—Un mistero svelato » 97» XII.—Padre e figlia » 107Conclusione » 117

Un vol. in-32 di pagine 128Cent. 50.

Un vol. in-32 con vignettaCent. 50.

Un vol. in-32 con incisioneCent. 50.

Un vol. in-32 con vignettaCent. 50.

Un vol. in-32 con incisioneCent. 50.

Si spediscono franco dietro l'importo in Vaglia Postale intestatoall'Editore CARLO BARBINI, Milano, Via Chiaravalle, 9.

Refusi corretti:

La bambina non era in grado di dare spiegagazioni: (P. 21)

—Ciò che siamo io e te, perbacco. Le racconconterei (P. 30)

che trascorrete le notti non si sa dove ne con chi. (P. 64)

mostrava abbbastanza che non mentiva. (P. 114)

End of Project Gutenberg's La trovatella di Milano, by Carolina Invernizio


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