Dopo le giornate bigie del dicembre, dopo i freddi acuti di gennaio e di febbraio, che tante ore raccolte avevano adunato nel salotto ospitale, la primavera vinceva e già la giovinezza dell'aprile entrava per la sfilata delle stanze aperte facendo sbocciare nell'illusione di una nuova fioritura le ghirlande dipinte sugli usci fra l'oro e l'azzurro tenero degli svolazzi accartocciati.
— Aspetto — aveva detto Flavio un giorno fermandosi estatico davanti a un insolito effetto di luce — che questi fiori mettano dei boccioli.
— Non è vero? È questa l'impressione che fanno anche a me. Io mi domando perchè le altre case non sono come questa e perchè invece di questi grandi usci dipinti, così ridenti, hanno dei piccoli usci di vetro freddi e repulsivi.
Era Anna che aveva risposto a Flavio.Era sempre lei che raccoglieva le rare osservazioni del fanciullo, come già un tempo aveva fatto suo padre. Ciò accadeva spontaneamente per un intimo accordo di sensazioni, ma vi si abbandonava anche volentieri pensando di continuare un lavoro di riabilitazione e di giustizia. Confidenze dirette non ne aveva ricevute ancora, nessuno le aveva chiaramente palesato che cosa fosse stata l'infanzia di Flavio, ma con sottile intuito ella l'aveva letta, la leggeva tutti i giorni nel pallore malaticcio di lui, nella piega dolorosa delle labbra, nell'occhio attonito che aveva talvolta immobilità vitree di anima assente; e quando con femminile pietà aveva fatta sua la tristezza di quell'adolescente senza famiglia, di quell'adolescente che non aveva nemmeno conosciuto la tenerezza di una madre, il suo sguardo ardente e cupo passava come una carezza sulla povera testa dai capelli incolti, sul povero corpo mal vestito, mal nutrito e le dure parole del signor Pompeo: “Scioperato, buono a nulla, vagabondo„; ella traduceva nellaluce del suo cuore, così: “Infelice, infelice, infelice.„
Era ben vero che i cómpiti di scuola Flavio li eseguiva malamente o non li eseguiva affatto, impiegando l'ora della traduzione latina a tracciare disegni sopra i quaderni e l'ora di studiare i classici a inseguire via per il cielo il corso delle nuvole nei loro svariati aggruppamenti; ma Anna sapeva pure che egli leggeva molto fuori dei libri di testo e quando infervorata a discorrere delle idee che il padre suo aveva amate — sogni d'arte, entusiasmi di bellezza, ardori di fede — vedeva gli occhi del fanciullo rifulgere giocondamente e fissarsi nei suoi con una intensità di elianto che beve i raggi del sole, Anna si sentiva presa da un rimpianto violento che le faceva esclamare con malinconia: “Perchè non è mio fratello?„
Finchè suo padre era vissuto, la loro solitudine in due le era parsa la più squisita estrinsecazione di una vita che aveva per meta l'ideale. Collaboratrice intima dilui, regina e prigioniera nel loro piccolo alveare, quell'occulto lavoro di preparazione che avrebbe diffuso nel mondo tanto balsamo per le anime era tutto il suo orgoglio, tutta la sua gioia. Altri distribuiscono il bene nella forma concreta di cibo al corpo od all'intelletto; ella amava invece la distillazione primitiva che non è ancora miele ma succo di fiore. Di un'anima, di un'anima aveva bisogno!
Ed ecco che in quel rinnovamento della primavera, compiendo il suo ventunesimo aprile, Anna aveva attirata la sorella sul terrazzo tenendola stretta al fianco con sollecitudine materna, mentre dentro di lei l'angoscioso desiderio la faceva tremare di tenerezza.
— È bella la glicine quest'anno — disse Elvira.
Anna assentì silenziosamente col capo, lisciandone i capelli, osservando l'orecchio di Elvira dal lobulo grasso e pieno, caldamente rosato nella luce mattinale.
Sedettero entrambe sulla balaustra del terrazzo, in un posto lasciato libero dallaglicine e che Anna preferiva perchè da quel posto si scorgeva l'orizzonte ampio terminato dal muro di un convento lontano, quello stesso che portava dipinta sulla sua nudità monastica una meridiana. Alcune parole stavano scritte intorno alla meridiana, parole che per la grande lontananza non si potevano leggere, ma che Anna sapeva e verso le quali i suoi sguardi correvano sempre quasi attirati da un fascino.
— Ho molta lezione da studiare — disse ancora Elvira.
— Sì? Converrà allora guadagnar tempo.
— Oh! una buona metà la so già. Non sono come Flavio, io.
Una linea dura contrasse per un istante le labbra della fanciulla. Anna chinò gli occhi.
— Il signor Pompeo dice che se continua di tal passo l'anno venturo non potrà entrare in liceo.
— Poverino!
— Ieri sera ha avuta ancora la sua tirata d'orecchie.
Anna si coperse il volto colle mani.
— Se le merita però!
— Non so, non credo.... no, veramente, non credo. Flavio ha molta intelligenza.
— Se avesse intelligenza studierebbe.
Queste parole suonarono così male là, sul terrazzo, dove volavano ancora tra i rami rinnovellati della glicine le parole calde e pure di Gentile Lamberti che Elvira stessa se ne accorse e volle correggerle:
— O se avesse un po' di cuore.
Anna trasalì. Come non si intendevano! In qual modo si colmerebbe l'abisso? E la prese, come già altre volte, un terrore del vuoto che stava fra loro due, che sembrava scavarsi sempre più profondo, pari a un profondo burrone nelle cui viscere di sasso si ripercotesse il cadere gelido di poche goccie d'acqua. Teneva ancora gli occhi bassi, ma pur senza guardare la sorella sentiva svolgersi dalla sua forma indistinta una segreta repulsione e vedeva, senza guardarlo, quel lobulo dell'orecchio grasso e pieno che la turbava.
— Elvira — (pronunciò le sillabe a stento) — mia cara Elvira — (ora si sentì un po' sollevata) — se comprimiamo questo germoglio di glicine, così, sotto il pugno, e ve lo teniamo stretto lasciandogli mancare luce ed aria finchè secco e morto ci cada di mano, potremo noi valutare giustamente la sua forza e predire come si sarebbe sviluppato in condizioni normali?
La fanciulla non rispose. Attenta, tutta l'energia del suo cervello era volta alla comprensione del nuovo quesito e ciò che vi era in esso di matematico e di positivo la persuase, ma le sfuggiva il sentimento delle cose. Anna se ne avvide e con un moto lento, quasi di sfiducia, sollevò gli occhi verso la meridiana lontanante nel verde, così fulgida nel pieno meriggio del muro bianco che dovette subito ritorcere la vista.
— Ah! come è difficile — pensò.
Era giorno di domenica. Le campane delle chiese più prossime suonavano a distesa nell'aria mite e raggiante attraversata da ondate di profumo.
— Sarà bene l'ora della messa.
Così dicendo Elvira si tolse dalla balaustra, non senza osservare se qualche po' di terriccio le fosse rimasto sull'abito.
— Che bambina giudiziosa! — esclamò il signor Pompeo apparendo sul limitare del terrazzo colla tuba in una mano e i guanti e la mazza nell'altra.
— Lei va a messa?
— Torno.
— Solo?
— Quello scioperato lo mandai subito di sopra a fare i suoi pensi. Ne avrà per tutto il giorno. Il peggio è che in una zucca vuota non ci si può far allignare nulla. Glie ne dico una? Oggi, proprio oggi, nell'andare a messa col tempo che stringeva, che già era suonato l'ultimo rintocco, e caso mai avesse dovuto pensare a qualcos'altro non poteva logicamente pensare che ai suoi compiti, cerca di qua, cerca di là, non lo trovo estatico ed impalato sopra una scala a mano dimenticata dal portinaio ad esaminare il soffitto del portico? Ripeto: il soffitto del portico. Certe cose non si crederebberose non le si vedessero. Io abito questa casa da dieci anni, ma sa Iddio se ho mai sprecato un momento a guardare i soffitti. Care signorine, quando non ce n'è.... — si toccò la fronte coll'indice crollando il capo. — Non è come loro! Non è come loro!
Il signor Pompeo si raddrizzò, sbuffò, girando intorno due occhiacci che pareva volessero valutare d'un tratto le lunghe tradizioni intellettuali e morali dei Lamberti, godendole di riflesso come pigionale e come amico.
— Vedrà!...
— Ho già veduto abbastanza, signora Anna. Quel disutilaccio ha quattordici anni, capisce?
— Quattordici!
— Eh? sembrano molti anche a lei? Il doppio dell'età del giudizio; non si direbbe eh? Io a quattordici anni avevo già fatta la prima liceo, conoscevo due lingue vive e due lingue morte e trovandomi in grado di dare delle ripetizioni bastavo a me stesso. È in tal modo che si formano gli uomini.
Sopra queste parole si gonfiò, fece la rota. Anna doveva pur convenire che vi era in esse un criterio comune non destituito di un certo peso, ma sentiva ribollire nel suo interno, altre, ben altre ragioni a favore del suo protetto. Come però Elvira la tirava per la gonna soggiunse in fretta:
— Non tutti i frutti maturano ad un tempo. Per alcuni ci vuole molto calore, molto!...
— E paglia — ghignò il signor Pompeo.
Elvira rise.
Gli apprezzamenti del vecchio presuntuoso e dappoco lasciavano Anna indifferente, ma il riso della sorella la ferì nella sua intima sensibilità. Per queste piccole punture inavvertite ella soffriva, per una sola parola che ad altri sarebbe parsa insignificante, per una espressione colta a volo e tosto dileguata che pure tracciava un solco nella sua mente pensierosa.
Giù nella via, lungo le stradicciuole solitarie che conducevano al tempio, ella fece sforzi sovrumani per essere lieta. Sulle creste dei muri, sui davanzali delle finestre,nello scorcio dei giardini intravisti per il vano delle porte aperte, aprile spargeva la tenerezza ridente del verde novello ed ella se ne imbeveva non senza una punta di malinconia così intima, così profonda, che niun varco trovava per uscire nè dai suoi occhi nè dalle sue labbra. Erano i posti noti e cari, le vecchie strade abbandonate, tante volte percorse insieme al padre, dal quale aveva imparato il sottile diletto di unirsi all'anima delle cose; ma ora l'anima propria gemeva, la sua anima rimasta orfana e così lontana. Sì, questa era l'impressione che meglio d'ogni altra le si delineava chiara dinanzi: sentirsi lontana. Il suo modo di amare esclusivo e violento le interdiceva i facili conforti, le comode sostituzioni. In chiesa, aprendo il suo libro di preghiere, fu particolarmente attratta da queste parole di un gran santo: “Adiratevi e non peccate„. Era dunque permessa, secondo i modi ed i casi, anche l'ira? anche lo sdegno amaro, profondo, che solleva il cuore in certe ore della vita e lo spinge alla rivolta come sevolesse liberarsi ad un tratto da catene secolari che lo opprimono?
Al suo fianco Elvira leggeva la messa, voltando i fogli con un movimento compunto e grazioso della sua mano ferma; movimento che ella compiva da cinque o sei anni, che avrebbe continuato a compiere per cinquanta o per sessanta ancora, mentre Anna inquieta cercava inutilmente la preghiera che rispondesse al suo intimo ardore. Era stata qualche volta accusata di poca religione, eppure ella sentiva slanci di adorazione e di pietà, di umiltà e di rispetto quali non aveva visto mai ne' suoi accusatori. La fede, l'amore, il sapere, tutto ciò che è diffuso per il mondo sotto il nome di bene, può venire ristretto in date forme, in dati modi ed accontentare con tali forme e tali modi tutti i cuori? Piuttosto che un pane offerto, che una preghiera recitata, che un libro mandato a memoria, non è il bene una fiamma imponderabile che irradia da certi esseri privilegiati e riscalda, sole ideale, milioni di anime?
Un ricordo la assalì improvvisamente. L'augusta basilica sparve per un istante da' suoi occhi e si ritrovò in una modesta chiesetta di montagna, la chiesa di Courmayeur. Anche allora (da quando datava il ricordo) era una chiara domenica soleggiata; i villeggianti di Courmayeur stavano aggruppati dinanzi all'altare maggiore abbandonando il resto della chiesa ai contadini, alle donne che erano accorse da Prè Saint-Didier, da Entrave, dalla Saxe, dai vicini e dai lontani casolari, un po' stanche, aspettando il pane benedetto che un'antica consuetudine fa distribuire ai fedeli, porgendo l'orecchio umile e calmo alle parole che un giovane prete diceva dal pulpito. Erano parole così dolci che facevano pensare a un volo di colombe: parole calde di un ardore contenuto, simili a nuvole d'incenso sospese, profumanti la vôlta, acute e morbide insieme; ed uscivano, le parole, da una vibrante anima di asceta, da una forma pallida, emaciata, a cui l'interno calore dava riflessi di fiamma attraverso una lampada.La folla dei contadini, il gruppo dei villeggianti, tutta quella massa variopinta ed immobile accomunata nei banchi, addossata ai pilastri, prona sui gradini dell'altare scompariva, ricchi e poveri insieme, quasi atterrata dall'esile persona che a mala pena si scorgeva nella penombra del pergamo. E la voce continuava dolce, soave, a volte singhiozzante, a volte limpida, ma sempre frenata dalla violenza stessa dell'ardore. Un gemito lungo che parve dover straziare il gracile petto in cui si ripercoteva, scese, tremò sulle teste dei fedeli.... “l'amour paternel, ce dernier couchant du soleil des passions„ aveva detto il giovine prete con tale sentimento della propria rinuncia che Anna aveva trasalito mormorando piano a suo padre: “Oggi abbiamo visto un'anima!„
Quella, quella era la verità. L'anima dell'uomo ispirato, l'anima sensibile spaziante al di sopra dei fedeli che la maggior parte delle volte non la intendono!
Rifece con maggior calma la via dalla chiesa a casa, essendo riuscita ad involgersicompletamente nella visione. Suo padre la accompagnava ancora, suo padre era con lei. Questo trionfo dello spirito, sorretto, quasi osannato dalla natura in festa sorridente del suo eterno sorriso di fanciulla, le metteva nel cuore una gioia sopracuta.
— Vivo! Vivo! — esclamò Anna irrompendo nella camera di suo padre, e buttandosi sulla poltrona che era stata la sua, abbracciando il guanciale che serbava quasi intatta l'ombra della di lui fronte, terminò il proprio pensiero singhiozzando:
— E tu pure, in me!
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Il mobiluccio della nonna, il piccolo stipo dalle tinte chiare di lacca e dai molteplici cassetti, aspettava l'opera di Anna, l'opera amorosa e paziente di vuotarlo, perchè il tempo ne aveva intaccata la solidità e conveniva mettervi riparo. Già il cassetto principale, tutto pieno di modelli di ricamo e di disegni, con qualche fiore dimenticato, con qualcuno di quei misteriosi pezzetti di nastro e di stoffa che dànnotanto fascino e tanta eleganza ai ripostigli femminili caduti in abbandono, quel cassetto era mezzo sfatto; ma molti altri attendevano ed Anna vi gettò uno sguardo non ancora deciso. La dolcezza sognante del pomeriggio festivo la riprese. Ella rinunciò a ordinare, per quel giorno, lo stipo della nonna.
Il terrazzo invece, così lieto di verde, la attirava irresistibilmente. Quando il sole lo ebbe lasciato libero vi tornò, sedendo come già aveva fatto al mattino sul muricciuolo, nel folto delle glicini, prestando la guancia con delizia alla carezza dei grappoli che la lambivano, colle labbra tese verso un bacio ideale di cui smorzavasi il desiderio nella freschezza dei fiori; e un'estasi la prese come di visioni che si svolgessero intorno a lei senza toccarla. I suoi ventun anni compiuti le davano una sensazione di maturità dolce, malinconica e morbida anche e quasi velata, che le faceva riguardare con simpatia più intensa le erbe novelle, i novelli fiori sbocciati su quel vecchio terrazzo tanto caro.Mentre coll'occhio seguiva Elvira che girava intorno coll'inaffiatoio ad abbeverare le pianticelle riarse, aveva pur essa la sensazione di attendere nell'ombra la goccia di una rugiada celeste.
Non si mosse e non volse il capo quando Flavio, all'ora solita, venne e dalla soglia augurò la buona sera. Per qualche tempo lo udì discorrere con Elvira, ma senza ascoltare, tutta immersa nella solitudine che circondava il terrazzo, che copriva i giardini e gli orti sottostanti di una tinta indecisa dove le forme sparivano, come se all'improvviso un mare misterioso ed immobile fosse sorto a dividere la casa felice dalla rimanente città che solo appariva dietro le mura del chiostro con una rada punteggiatura di lumi. Fu dopo, più tardi, che spostandosi per rimuovere un ramo se lo vide ritto accanto. Allora gli sorrise nella semioscurità, assaporando la dolcezza di proteggerlo e con una voce che tradiva sotto il tono ilare una profonda nota di affetto gli disse:
— Come sta?
— Come sto? — rispose Flavio tutto conturbato da quel cambiamento di pronome.
Ella mutò il sorriso in una franca risata, comprendendo.
— Sicuro. L'ho sempre trattato da fanciullo, ma seppi oggi che ha quattordici anni e bisogna cambiare registro. È ormai un giovinotto.
— Oh! se non è che questo, non li ho ancora compiuti quattordici anni.
— Davvero?
— Davvero.
Pronunciò l'affermazione come se dipendesse da quella una grande felicità.
— Ebbene — fece Anna solennemente — aspetterò fino a quel giorno. — Poi carezzosa soggiunse: — Oggi continua ad essere il mio fanciullo e approfittane per raccontarmi le tue disgrazie. Poverino, con questa bella giornata hai dovuto star chiuso, che peccato! Quanto verde hai perduto, quanti fiori, che cielo azzurro! Me ne rammaricai per te.
Flavio sentì tutta la tenerezza di queldolore, di quel materno interessamento e provò il bisogno di contraccambiarlo con una confidenza. Disse:
— Io non sono stato sempre chiuso.... io fuggii.
— Sei fuggito? Senza che il signor Pompeo se ne accorgesse?
— Oh il signor Pompeo non è padrone di tutto! — esclamò il fanciullo con una intonazione di fierezza affatto insolita in lui. — Sono fuggito come e dove il signor Pompeo non può vedere. — E abbassando la voce soggiunse: — Il cielo azzurro l'ho avuto, l'ho fatto io: ho fatto l'erba ed anche i fiori, ed anche questa lucertolina, perchè non so immaginare una giornata di primavera senza la lucertola che scappa fuori dalla sua tana. Vede, vede come è contenta?
Flavio nella sua fanciullesca esplosione dimenticava che sul terrazzo non ci si vedeva affatto. Anna, preso il foglietto che egli s'era levato di tasca, si avvicinò al salotto dove Elvira, sotto la lucerna, ripassava i suoi cómpiti.
— No, no.... — implorò Flavio che temeva i motteggi di Elvira.
Anna, entrando nel suo pensiero, si fermò allora presso la soglia del salotto dove la luce era sufficiente e dove ella potè vedere il disegno del suo piccolo amico. Le parve meraviglioso di naturalezza e di vita. Consisteva in diversi schizzi fatti a memoria, ma con un sentimento della natura così vibrante, così originale, che davano veramente l'impressione della vita. Ella ne fu commossa al punto da non sapere che cosa dire. Mentre ritornava al suo posticino nel folto delle glicini, Flavio la seguì mormorando:
— Non è in collera, vero?...
— Caro, caro Flavio!...
Queste parole pronunciate da Anna con uno slancio grandioso giunsero all'adolescente attraverso l'aria fresca e profumata a guisa di una misteriosa carezza che lo guidasse verso il futuro. La sua giovine anima compressa volò ebbra di riconoscenza alla pietà femminile che tanto dolcemente gli sorrideva.
— Ne fai spesso di questi disegni?
— Sempre, quando posso.
— Forse anche quando dovresti studiare?
— Forse.
— E non ti sembra che sia male ciò?
— No, non mi sembra.
Anna non trovò alcuna obbiezione da opporre alla ingenua confidenza. Per quanto ella ne vedesse il lato intaccabile sentiva che in fondo Flavio aveva ragione e le venne il desiderio di penetrare più addentro in quel piccolo pensiero chiuso.
— Se gli studi che fai non ti piacciono, perchè non lo dichiari francamente? Nè il signor Pompeo, nè gli altri tuoi parenti vorranno costringerti ad una carriera antipatica.
Un grande sbigottimento si manifestò subito sul fanciullo. La timidezza, ceduta un istante nella comunione colla sua protettrice, lo riprese. Anna che non poteva vederlo bene in volto se ne accorse all'attitudine scoraggiata, al mesto silenzio che permetteva di udire l'affanno della sua respirazione.
— È già deciso che io debba fare l'insegnante.
— Ma chi ha deciso?
— Tutti.
Parve ad Anna che sopra questa parola si accentuasse ancor più lo scoraggiamento del suo amico, talchè fu spinta a prendergli la mano nell'ombra.
— Nessuno — pronunciò con voce grave — nessuno, intendi, può disporre della libertà di un altro; se c'è un dovere sacro per ognuno di noi è appunto quello di servirci delle attitudini che abbiamo facendole convergere allo scopo massimo dell'esistenza. Tu devi pensare a questo. La tua vita, la tua coscienza ti appartengono: hai l'obbligo di difenderle.
La mano di Flavio giaceva inerte in quella di Anna, abbandonate entrambe sulla balaustra; ma avendo ella fatto un movimento per ritirare la sua, avvertì una leggera, quasi supplichevole resistenza, che la indusse a soggiungere con maggior tenerezza:
— Io ho tanta fede in te!
Ancora Flavio taceva. Anna, portandosi avanti col volto ansioso verso il volto di lui, scorse con indicibile commozione i suoi occhi bagnati di lagrime. Erano le ultime lagrime di un fanciullo od erano le prime di un uomo? Il silenzio divenne religioso; solamente Anna, sciogliendo delicatamente la mano, la sollevò a tergere gli occhi del suo amico.
L'oscurità li avvolgeva quasi completamente. In fondo al terrazzo, nel vano del salotto illuminato, si disegnava la testa di Elvira curva sopra i suoi cómpiti, ricevendo dall'immediato contrasto colle tenebre esterne un carattere di vignetta ritagliata, inquietante e stonato nella fusione misteriosa del terrazzo colle ombre della notte. Anna prese un ramo di glicine carico di fiori e se ne fece schermo, stendendolo sulla spalla di Flavio, comunicandogli per quella via una specie di carezza lunga e profumata dove si sciolse tutta l'amarezza dell'adolescente. Egli parlò prima a parole brevi e staccate, poi infervorandosi, sorretto dalla inviolabilità delletenebre e dalla mano di Anna che sentiva palpitare all'estremità del ramo fiorito.
Narrò la sua infanzia malinconica, la privazione dei baci materni, le sofferenze di una sensibilità acuta che l'ignoranza e l'apatia altrui irritava fino allo spasimo. Tutto non disse, per pudore, per fierezza, perchè non sale mai completamente all'espansione delle labbra la radice profonda del dolore. Ma il suo affetto, ma il suo pensiero, ma l'essenza intima e preziosa della sua spiritualità vaporò, si diffuse nella dolce notte primaverile; fu ala, fu profumo, fu raggio. Come nella chiesetta di Courmayeur, più ancora, Anna singhiozzò:
— Vedo un'anima!
L'intima armonia venne interrotta dallo scricchiolìo di una sedia.
Elvira aveva terminato i suoi cómpiti e moveva verso il terrazzo. Anna, abbandonando bruscamente il ramo che sparse intorno una pioggia di petali odorosi, soggiunse a bassa voce:
— Coraggio. Io ho tanta fede in te.L'aveva anche mio padre; non ti abbandoneremo, sai? qualunque cosa avvenga.
La soave promessa salì alta verso le stelle. Anna, non paga, disse ancora con un crescendo di ardore:
— Ma tu sii forte! Promettilo.
E Flavio promise, senza parole, con una muta dedizione di tutto sè stesso.