LVI.

LVI.

Il medico aveva avuto ragione, e secondo quanto era stato da lui preveduto, tre giorni dopo, Alfredo poteva scendere di letto e venir dichiarato in piena convalescenza. Ma se il corpo in lui era guarito rapidamente, infermo più che mai poteva dirsene il morale. La baronessa di Muldorff non erasi mai fatta viva per lui: e ciò gli cagionava un rabbioso dolore: pensava alle mormorazioni che in Parma avevano dicerto accompagnato e accompagnavano tuttavia il suo nome dopo la vergognosa scena del teatro e la sua stessa scomparsa che tutti avranno attribuito senza dubbio a viltà. Il suo odio contro il duca e la ferocesmania di vendetta duravano in lui, non punto scemati; da solo nella sua camera accarezzava il manico del pugnale, faceva luccicare in aria la lama, brandendola, fingendo di ferire, esercitandosi al colpo. Ma per prima cosa voleva rivedere la Zoe; e appena si sentì abbastanza forte da far la strada, si affrettò verso il palazzo di lei.

La perfida donna aveva di già usato molte arti verso quel povero giovane a farnelo sua vittima: blandizie, ripulse, trasporti, ardenza di passione, umiltà di supplicante, imperiosa supremazia di donna conscia d’essere amata, sommessione ammirativa di donna che ama; eppure ora seppe trovare una nuova maniera di sconvolgerne l’anima, di addolorarne lo spirito, di raggirarne la volontà. Prese aspetto, contegno, tono di donna pietosa, compassionevole, che commisera l’impotente debolezza di qualcheduno: un po’ della madre che consola un bambino a cui si è fatto assai torti e che non può rivalersene, un po’ della suora di carità che vuole temperare a un infelice affidato alle sue cure l’ira e il dolore d’un malanno sofferto, contro cui non ha mezzo di riagire: un tutto insieme che urtò, umiliò, irritò Alfredo, senza ch’egli avesse pur mezzo da mostrarsene risentito. Gli disse che nell’apprendere il scellerato tratto del duca verso di lui ella avevapianto, che avrebbe voluto esser lei un uomo per poter difendere, vendicare un giovane così buono, così eccellente, così degno d’ogni riguardo.

— Ma io lo sono, un uomo! — Aveva qui interrotto Alfredo, che si sentiva fremere tutti i nervi; — e io, senza aiuto d’altri, mi vendicherò.

Ed ella, senza neppur badare alla interruzione, continuava, insistendo sull’orrore da lei sentito e da tutta la città per quella prepotenza usata contro chi non poteva ripulsarla; soggiungeva che molte e molte volte le era venuto l’intenso desiderio di accorrere presso il capezzale di lui che sapeva ammalato perl’emozione e lo spaventodi quella sera, ma che sempre se n’era trattenuta per timore di fargli più danno; giacchè la cagione del maltalento del duca verso di Alfredo era soltanto l’amore ch’essa gli portava; il principe avrebbe certamente saputo di queste visite di lei, e chi sa quali altre persecuzioni ancora più offensive, nella nuova ira, sarebbe stato capace di immaginare e porre in atto contro l’innocente giovane. Imperocchè non bisognava dissimularlo, la passione del duca per lei era tutt’altro che scemata, così bene che nuove istanze e pressioni erano continuamente esercitate verso di lei: tanto che Carlo III aveva spinto l’audaciafino a domandarle di riceverlo ancora in casa sua. Oh se ella si fosse sentita la forza di Giuditta!...

Qui Alfredo, irritato, punto, spronato dall’abilissima arte di quella terribile commediante, interruppe con impeto quasi feroce:

— Non c’è bisogno di Giuditta!... Sarò io il Bruto di questo meschinissimo tiranno... Scrivigli pure che venga: qui lo attenderà per mia mano la morte.

— Qui?.... Tu!.... Impossibile!

—L’ho giurato!... E voglio che sia!... E sarà...

— Ti tremerà la mano.

Alfredo arrossì.

— Vedrai! — disse con un’energia di cui non lo si sarebbe creduto capace.

— Ma non qui! — esclamò allora vivamente la donna: — non in queste stanze dove t’ho confessato il mio amore... Non lasciarle neppure profanar più colla sua presenza, coll’alito suo, coll’insolenza delle sue parole... Aspettalo qui sotto e prima che salga...

— Hai ragione...

Zoe gl’interruppe il discorso con un bacio ardente sulle labbra.

Quand’egli si partì, ella pensò guardandogli dietro con un misto d’ironia e di crudele soddisfazione:

— Sempre meglio tener pronte due armi: se non sarà l’una sarà l’altra.

Alfredo, tornato a casa sua, trovò una lettera listata di nero, la cui vista gli produsse una certa emozione: il bollo postale la indicava proveniente da Torino. L’aprì: era una circolare per annunzio di morte stampata, ma in calce della quale erano scarabocchiate a mano alcune parole ed una firma. Nel mezzo dello stampato campeggiava a lettere alte, nere, un nome che, per dir così, saltò agli occhi di Alfredo, il nome del suo recente, ma pur caro amico piemontese, al cui duello coll’ufficiale austriaco egli aveva assistito pochi giorni innanzi.

Lo stampato diceva così:

«Adelaide Lemmidei marchesi diRovella, i figli suoi conte Ernesto, cavaliere Enrico ed AlbinaSangré di Valnevee il nipote cavaliere GiulioSangré di Valneve, annunziano la irreparabile perdita da essi fatta del loro rispettivo marito, padre e zio paternoConte Ernesto Sangré di Valneveprimo Presidente di Corte d’Appello in ritiro, Grand’ufficiale dell’ordine dei Ss. Maurizio e Lazzaro, passato a miglior vita la seradei....... di marzo 1854, dopo breve malattia, munito di tutti i conforti della nostra Santa Religione.«La salma verrà trasportata a Valneve per riposare nel sepolcro famigliare dove dormono da tante generazioni i suoi maggiori.Una prece!

«Adelaide Lemmidei marchesi diRovella, i figli suoi conte Ernesto, cavaliere Enrico ed AlbinaSangré di Valnevee il nipote cavaliere GiulioSangré di Valneve, annunziano la irreparabile perdita da essi fatta del loro rispettivo marito, padre e zio paterno

Conte Ernesto Sangré di Valneve

primo Presidente di Corte d’Appello in ritiro, Grand’ufficiale dell’ordine dei Ss. Maurizio e Lazzaro, passato a miglior vita la seradei....... di marzo 1854, dopo breve malattia, munito di tutti i conforti della nostra Santa Religione.

«La salma verrà trasportata a Valneve per riposare nel sepolcro famigliare dove dormono da tante generazioni i suoi maggiori.

Una prece!

Le parole scritte a mano erano le seguenti:

«Non voglio che questo tristo annunzio t’arrivi come a un indifferente, senza una mia parola.«Scrivo male; sono oppresso dal dolore; scrivo colla mano sinistra, chè la destra chi sa per quanto tempo non la potrò ancora adoperare.«Ho un gran rimorso: un rimorso che accompagnerà tutta la mia vita. Io sono che ho affrettato la morte del mio povero padre!.... Compatiscimi. —Ernesto.»

«Non voglio che questo tristo annunzio t’arrivi come a un indifferente, senza una mia parola.

«Scrivo male; sono oppresso dal dolore; scrivo colla mano sinistra, chè la destra chi sa per quanto tempo non la potrò ancora adoperare.

«Ho un gran rimorso: un rimorso che accompagnerà tutta la mia vita. Io sono che ho affrettato la morte del mio povero padre!.... Compatiscimi. —Ernesto.»

Questa lettera fece uno strano e funesto effetto sull’animo di Alfredo. Gli parve di vedere sorgersi innanzi la simpatica, gentile, elegante figura del giovane gentiluomo, del piccolo ma valoroso ufficiale piemontese, col suo sorriso grazioso ed arguto, con quell’aria che lo circondava di aristocratica dignità e cortesia; ma ciò non solo: gli sembrò eziandio vicino aquella di lui, scorgere disegnarsi vagamente, leggermente un’altra figura, sottile, vaporosa quasi da non potersi dire terrena, la figura d’una giovinetta di cui aveva visto un solo momento il ritratto in miniatura, e della quale il nome che ora leggeva stampato in quella lettera mortuaria,Albina, gli pareva contenere un’armonia intima, soave, piena di nobili promesse, di alti sentimenti, di non so che di sublime. Fu come tratto via da quell’ambiente di concitamento, d’irritazione, di tormentoso sdegno in cui viveva da più giorni, e trasportato in altro superiore, calmo, sereno, ricco di affetti tranquilli e beati. Pensò al dolore di quell’amico nobile, di quella nobilissima famiglia, e gli nacque immenso desiderio di poterlo alleviare, di poter dare a tutti coloro un po’ di consolazione. Gli parve che solo a pensare al dolore di que’ figli orbati del padre, l’aspro tormento della sua anima scemasse. Ah! egli non aveva provato mai quel dolore, come non aveva mai potuto gioire del diletto di amare i genitori suoi e di esserne amato. Pensò a sua madre, alla tomba di lei, dove avrebbe finalmente potuto andarsi e inginocchiare; determinò il domani stesso farvisi condurre da Matteo, e poi... e perchè non l’avrebbe fatto?... sì e poi correre a Torino per tentare di porgere qualche consolazione all’amico.

Ma no: questo non lo poteva: egli era trattenuto lì da un còmpito terribile, necessario: la sua vendetta, il lavare col sangue l’oltraggio ricevuto. A questo punto un nuovo pensiero lo assalse. Che cosa avrebbe detto il conte di Valneve se avesse saputo dell’avvilimento a cui egli era soggiaciuto? che cosa gli avrebbe consigliato di fare? Che cosa avrebbe fatto egli se si fosse trovato in simil condizione? Farsi assassino! Ah forse no!.... Ah certo no!... Gli parve allora di scorgere, come in una visione, il viso gaio di Ernesto farsi serio, quasi severo e dietro il suo un altro visino prendere un’aria di rimprovero....

— Ah, gli domanderò consiglio: — disse a sè stesso Alfredo: — senza dirgli nulla dei miei propositi gli domanderò che cosa io debba fare pel mio onore: e benchè oppresso da sì vivo dolore, egli son certo che mi risponderà.

E si mise subito a scrivere.

Ma la morte del conte di Valneve padre fu accompagnata da alcune vicende le quali avevano relazione con avvenimenti che vedremo svolgersi nella seconda parte di questo racconto: ed è per ciò necessario che i lettori ne siano fin d’ora informati.


Back to IndexNext