LXVI.
Il duca di Parma non fu pianto da nessuno. La duchessa, assumendo la reggenza a nome del figliuolo ancora bambino, congedava i ministri del marito e cominciava il suo proclama colla famosa frase: «Essendo piaciuto a Dio onnipossente di chiamare a sè l’amatissimo nostro consorte e sovrano Carlo III.» Quello che era piaciuto a Dio non dispiacque neppure al popolo, il quale sperava più umano reggimento.
Per iscoprire l’assassino del duca, si intraprese dapprima un processo. Parecchi furono arrestati come sospetti, ma in breve tutti poterono provare la loro innocenza, vennero messi in libertà e non se ne parlò più altrimenti.
La moglie di Pietro Carra passò una settimana in grande angoscia, ma ricevette poi da Genova una lettera in cui il marito le annunziava che sano e salvo stava per imbarcarsi alla volta dell’America. Tutto era andato a seconda,giusta le precauzioni prese; egli aveva potuto uscire di Parma prima che l’ordine arrivasse di chiudere le porte, aveva trovato il carrozzino pronto e nulla più lo aveva arrestato nè impacciato nella fuga. Assicurava di nuovo che, appena si trovasse in possibilità di mantenere la famiglia, avrebbe scritto perchè andassero tutti a raggiungerlo e mandato anzi i denari occorrenti per sì lungo viaggio. Manifestava intanto la speranza che Matteo Arpione non mancasse alla promessa che gli aveva fatta, e sarebbe venuto in soccorso della donna e dei bambini.
Matteo in verità non fallì alla data parola. Il giorno dopo la morte del duca, egli era stato messo in libertà coll’ordine di abbandonare subito il ducato e di non rimetterci più i piedi. Il Pancrazi medesimo, il quale durò ancora un poco nel suo ufficio di direttore di Polizia, gli fece la solenne intimazione e seppe usare tali e sì efficaci parole da persuadergli ch’egli non avrebbe mai dovuto lasciarsi sfuggire il menomo cenno di quanto aveva potuto apprendere o sospettare di quella tragedia. Dalla famiglia del sellaio non si lasciò nemmeno vedere, ma le mandò una buona somma prima di partire. Aveva chiesto del conte di Camporolle e pregato gli si concedesse di parlargli; eragli stato risposto che ilconte verrebbe egli pure fra pochi giorni liberato ed espulso dallo Stato, ma che frattanto a nessuno si sarebbe permesso di vederlo.
Matteo potè per altro parlare colla donna di governo di Alfredo e la pregò di fare in modo da distogliere il padrone di venire a Torino. Tornato in quest’ultima città, l’Arpione apprese con istupore la morte del conte padre di Valneve e parve gli rincrescesse di non essersi trovato a quel punto nella capitale del Piemonte. Intese con molto interessamento che erano venuti in quell’occasione da Milano i marchesi Respetti-Landeri e fece di tutto per informarsi se fra il conte padre di Ernesto, e l’altro Ernesto figliuolo del marchese Leonzio Respetti fosse intravvenuta qualche segreta conferenza. Seppe ogni cosa da Tommaso, chiaccherone come tutti i vecchi; la conferenza c’era stata; ma quando ebbe saputo del pari che tal conferenza non aveva avuto effetto di sorta in nessun atto del marchese, Matteo che conosceva certe cose ignorate da tutti, conchiuse che il segreto di cui egli era a parte, seguitava ad essere un segreto per tutta la famiglia dei Sangré e pei Respetti-Landeri.
Sei mesi dopo, la moglie del Carra riceveva dal marito lettera e denari per cui era chiamata e poteva recarsi anch’essa a raggiungere colla famigliuola il marito al di là dei mari.
Quella medesima sera in cui Carlo III cadeva trafitto, la prima carrozza a cui si permetteva con licenza speciale di uscire dalla porta di Parma, portava via una donna ancor giovane, pallida, dallo sguardo cupo, di occhi infernali, dalle chiome rossigne, dalle labbra color di sangue. Era la Zoe a cui era venuto un ordine di partir subito. Era suo desiderio e obbedì volonterosa. Il suo compito era finito. Partì alla volta di Milano; si perdette nella schiera vergognosa e miserabile delle cortigiane cui l’età precipita alla decadenza; meteora sanguinosa, percorsa la sua orbita fatale, andò ad estinguersi nella miseria e nell’infamia.
Alfredo di Camporolle, fu posto in libertà due giorni dopo, coll’intimazione anche lui di sfrattare dal territorio parmense. Avrebbe voluto venire subito a Torino, ma non osò: gli pareva di avere indosso un peccato da vergognarsi di cui non s’era ancora potuto lavare: aveva vissuto in un ambiente così strano, così torbido, così impuro che credette esserne tuttavia intinto e non esser degno di presentarsi alla soglia del santuario domestico dei Valneve, dove la sua fantasia scorgeva pur sempre brillante di luce quasi celeste il vago profilo della bellezza verginale di Albina. Andò a Genova, e di là scrisse cartelli oltraggiosissimi di sfida all’Anviti e a parecchi altri de’ cagnotti ducali;non n’ebbe neppure risposta. Ernesto di Valneve, cui teneva informato per lettera d’ogni suo passo, cui aveva pregato di venire a fargli da padrino, quando ne fosse il caso e che aveva accettato; Ernesto gli scrisse mettesse l’animo in pace, essere inutile sperare ancora una riparazione da quella gente, aspettasse dal caso o meglio dalla provvidenza l’occasione di una soddisfazione.
Ma al giovane il pensiero dell’insulto subito e non vendicato rimaneva sempre in mente come un rimorso. Passò quasi un anno. Il Piemonte si accingeva coraggiosamente alla spedizione di Crimea. Un’ispirazione venne ad Alfredo e la scrisse subito all’amico piemontese: «Voglio arruolarmi nell’esercito sardo e partire per la guerra contro la Russia. Il fuoco delle battaglie mi laverà ogni macchia, mi darà il battesimo di valore, di cui mi sento degno.»
Ernesto Sangré approvò dimolto quell’idea.
«Io pure fo parte di quella spedizione: ho l’onore di comandare la prima compagnia del primo battaglione dei reggimenti di campagna. Se non ti rincresce troppo non essere che un semplice fantaccino sotto i miei ordini, io potrei farti arruolare in questa che naturalmente mi pare la più bella, la più brava compagnia, e quella che avrà da farsi più onore di tutte.»
Come è facile a pensarsi, Alfredo accettò con gran gioia questa proposta, che effettuava un suo vivissimo desiderio; e affrettatosi a consentire, pochi giorni dopo giungeva finalmente in Torino, in quella Torino che aveva tanto desiderata, dove un segreto intuito gli diceva avrebbe avuto importanti avvenimenti la sua vita, si sarebbe deciso un giorno il suo destino.
Ma questa volta, egli non vi fece che un breve soggiorno, e la maggior parte del tempo che ci passò, lo visse nella caserma e in piazza d’arme all’istruzione militare. Fu però presentato da Ernesto alla famiglia, ed ebbe la fortuna di vedere tre o quattro volte la figura da Beato Angelico di Albina. La persona di lei non ismentiva il ritratto; la realtà non era da meno dell’immagine concepita dalla fantasia. Era qualche cosa di puro, di superiore, di caro, di adorabile. Non era ancora una donna, ma non era più una bambina: un modello d’angelo. Tutto era grazia, tutto candore, tutto serenità intorno a lei: una testina bionda, sopra la quale si cercava involontariamente il nimbo d’oro, dietro la quale vi pareva veder sempre lo sfondo del più bell’azzurro del cielo. Alfredo non le disse forse più che una dozzina di parole, non ne udì dalle labbra di lei neppure altrettante; ma l’immagine che già ne aveva incisa nel cuore s’impresse più profonda e più precisa,ma la soavità melodica di quella voce si stampò per non cancellarsene più nella più segreta e sacra parte della sua memoria.
Una persona vi fu che molto si commosse, che molto si spaventò della determinazione presa da Alfredo di andare a guerreggiare in Crimea, che tutto fece per levarlo da quel proposito, e questa persona fu Matteo Arpione.
Ma ogni suo tentativo rimase inutile innanzi alla fermezza di volontà del giovane. Pregò, pianse, invocò la memoria del padre e della madre di lui; nulla potè commuovere Alfredo, che finì per iscacciare di nuovo dalla sua presenza il vecchio e non permettergli più assolutamente di venirgli a parlare.
Quando il corpo di spedizione dell’esercito piemontese s’imbarcò a Genova, si potè notare un uomo, un vecchio, che il giorno in cui partì il primo battaglione del primo reggimento di campagna, stette continuamente sul molo, che seguitò collo sguardo umido di pianto le barche da cui i soldati erano condotti ai battelli, che tenne fissi gli occhi sul bastimento in cui prese luogo quel battaglione, che stette immobile a contemplarlo finchè esso si perdette all’orizzonte, che poi si riscosse, si asciugò le lagrime che gli calavano lente e come inavvertite giù delle guancie e tornò in città col passo e l’aspetto d’uno che abbia perduto il più caro oggetto dell’amor suo.
Quell’uomo era Matteo Arpione l’usuraio.
Il duca di Parma cadeva assassinato il 26 marzo 1854; la partenza del contingente piemontese per la guerra di Crimea avveniva negli ultimi giorni di aprile del 1855.
Saltiamo a piè pari quasi quattro anni da quest’ultima data e riprenderemo la miglior parte dei nostri personaggi e le fila del nostro dramma nella primavera del 1858.
Fine della Vendetta di Zoe.
Un altro romanzo, intitolatoIl Segreto di Matteo Arpione,darà il fine di questa storia.
NOTE:1.Questo orribil fatto successe a Torino quando Carlo allora figliuolo del duca di Lucca vi militava.
1.Questo orribil fatto successe a Torino quando Carlo allora figliuolo del duca di Lucca vi militava.
1.Questo orribil fatto successe a Torino quando Carlo allora figliuolo del duca di Lucca vi militava.
Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.