VI.

VI.

Il suo sospetto non s’era ingannato. Ferma innanzi alla porta della meschina locanda, egli vide una carrozza di piazza; ne riconobbe alla prima occhiata la forma, il color della vernice, il cavallo, il cocchiere: era quella in cui aveva visto salire la baronessa. Dunque il lungo colloquio del giorno durato fino alle quattro della sera non aveva bastato a quei due, e appena chiusa la notte, essa, essa stessa era venuta a trovar lui con tanta premura, con tanta segretezza! Se quella donna adunque non riceveva nessuno, se respingeva superbamente gli omaggi di tutti, se lui medesimo, Alfredo, lasciava consumarsi d’amore senza pietà nessuna, era perchè aveva altri impegni, un’altra passione, un legame che le era caro? E chi era costui? E perchè quel mistero? E perchè non dirgli apertamente a lui: «amo, sono di un altro?» Il povero giovane soffriva orribilmente.Nessuna ragione, fuorchè la violenza, sarebbe riuscita a strapparlo di là. Aspettava fremendo; gli pareva che qualche cosa di terribile avesse da succedere, e voleva esserci, voleva vederlo, voleva averci parte. I minuti passavano lenti, eterni; quando gli venne in mente di guardare l’orologio, un’ora era trascorsa e gli sembrava che fosse stato un lungo, intero giorno.

Finalmente un cameriere venne a chiamare la carrozza che s’era fatta in disparte e quella si recò innanzi al portone della locanda. Alfredo si slanciò. Quando la donna pose il piede sul predellino e si diede la spinta per salire nel legno, sentì una mano di ferro che le afferrava e stringeva il braccio. Si volse spaventata, gettando un piccolo grido: riconobbe la faccia sconvolta del giovane e allo spavento sottentrò in lei la meraviglia.

— Voi, conte? — esclamò. — Come qui?

Egli le rispose con voce soffocata, coi denti stretti:

— Io... vi ho spiata... bisogna che vi parli.

— Perchè?... Che cosa mi volete?... Chi, che cosa vi mosse a spiarmi?

Un lampo di fiera soddisfazione guizzò nei suoi occhi.

— Ah! siete geloso? — soggiunse abbassando la voce e chinandosi verso il giovanecosì che le sue labbra gli toccarono quasi l’orecchio.

— Sì! — ruggì Alfredo a cui il caldo soffio della donna che gli sfiorava la guancia metteva l’incendio addosso.

— Va bene, va bene, — proruppe essa con una strana gioia, stringendogli a sua volta le mani, occhieggiando più seducente che mai. — Vi ringrazio!... E se fosse ciò appunto ch’io desiderava da voi?... Oh anch’io bisogna che vi parli... Ma non ora, non qui... Domattina alla Montagnola... Veniteci pur presto. Ci sarò. Oh ci sarò!

Gli scoccò uno sguardo che era una carezza, un sorriso che era un bacio, e approfittando della scossa che Alfredo ne ebbe, per cui diede indietro d’un passo, saltò nella carrozza, rinchiuse lo sportello, gridò al cocchiere: «avanti» e partì.

La vettura era già sparita al canto della strada che il giovane rimaneva ancora là intento, sbalordito, cogli occhi abbacinati, coll’anima commossa da quello sguardo, da quel sorriso.

Il domattina fu per tempo al luogo assegnato, e questa volta non ebbe da aspettare dimolto. La baronessa scese di carrozza al solito posto e venne su con passo più affrettato del solito, il velo alzato dal viso, e l’aspettoanimato, e sola affatto, non più seguita dal domestico.

Alfredo aveva creduto fino allora che al vederla egli sarebbe scoppiato in rimproveri, in lamenti, in imprecazioni, in isfogo rabbioso dei tormenti che aveva sofferto per lei il giorno precedente e tutta la notte trascorsa. Invece non fu buono a dir nulla: si lasciò pigliare le mani da lei, che gliele strinse forte; sentì una grande amarezza, un grande scoraggiamento, e gli occhi pieni di lagrime, indispettito di piangere, mordendosi fino al sangue le labbra per vincere la sua commozione, impacciato, tormentato sotto lo sguardo ardente, fisso di lei, non riuscì che dopo un poco a balbettare:

— Voi ne amate un altro, voi siete d’un altro... Tutto è finito per me... Perchè non dirmelo?...

Essa gli stringeva sempre forte forte le mani, gli stava lì al petto vicina da toccarlo, lo guardava fiso con quelle pupille che emanavano luce e calore. Taceva, ma sembrava fremere d’una potente emozione. Il luogo era deserto; un leggero venticello faceva frusciare i rami secchi degli alberi; qualche passero in cerca di cibo gettava in mezzo a quel silenzio una nota stridente che pareva una voce di dolore: ma il sole già alto sull’orizzonte rallegrava il paesaggio con una larga ondata di luce giallastra.La donna guardava sempre Alfredo a quel modo. Un raggio di sole veniva a scherzare coi capelli di lei che parevano indorati, le metteva una fulgida striscia sulla fronte di marmo, suscitava scintille nella piccola pupilla profonda. Il cuore di lui batteva da fargli male.

Liberò le sue dalle mani della donna, si trasse in là, si coprì colla destra gli occhi e susurrò:

— Ah! voi mi fate soffrire.

— Alfredo! — disse ella finalmente e con voce in cui vibrava un’emozione quale egli mai non aveva in essa avvertita. — Alfredo! Tu hai dunque tutte le buone qualità? Sei geloso!... Ieri sera traverso lo sconvolgimento de’ tuoi tratti, nel lampo feroce de’ tuoi occhi, ti ho letto finalmente nell’anima come non avevo ancor fatto mai... Tu sei geloso tanto da essere capace di piantare un pugnale nel cuore alla donna che ti tradisse, di ammazzare colle tue mani l’uomo che ti rapisse il cuore, il possesso della donna che tu ami!... — Il giovane, a quelle parole sentì ridestarsi più vivo l’impeto della gelosia.

— Sì! — gridò con veemenza.

— E tu sei quale appunto io ti desiderava... Supponi ch’io cercassi un uomo di questa tempra!... Forse è la Provvidenza che ti ha messo sul mio cammino... Forse tu sei quello che ha da aiutarmi a compire un gran fatto.

S’interruppe: evidentemente si pentì di quelle parole, a cui si era lasciata trascinare da una subita, potente emozione; si calò il velo innanzi alla faccia e soggiunse colla calma freddezza delle altre volte:

— Credetelo, conte, per una donna che comprenda veramente l’amore, una reale, profonda, potente gelosia è l’argomento più sicuro della forza dell’affetto... Questo ho voluto dirvi e null’altro.

— No, no: — proruppe Alfredo. — Voi avevate già cominciato a lasciarmi penetrare nell’anima vostra, e ora me ne volete di nuovo respingere, e me ne volete richiudere da capo. No, Zoe, non essere così crudele con me... Mi hai fatto tanto bene parlandomi coll’abbandono del tu: perchè ritogliermi la soavità di quella domestichezza?... Te l’ho già detto altra volta. Io per te sono capace di qualsiasi cosa. Dimmi, comandami, accennami.

La baronessa prese con fare scherzoso il braccio del giovane e facendolo camminare di conserva gli disse:

— Vieni qui, ragazzo, e passeggiamo discorrendo tranquillamente. Sono incredula all’amore degli uomini: comincio a credere al tuo: è già un gran fatto: non ti basta? Non amo nessuno: te l’ho detto e giurato; te lo ridico e te lo rigiuro... Veggo sulle tue labbra prepararsile parole con cui vuoi interrompermi: E l’uomo di ieri? E le lunghe conferenze? Ebbene, Alfredo, per davvero, su tutto quello che io possa amare e sperare su questa terra, ti protesto che non si tratta menomamente di amore, nè di galanteria... Non cercare di sapere di più, e non volerti incontrare con quell’uomo, nè tentare di scoprire chi egli sia, e Dio voglia che tu non abbia mai da fare con lui... Per me è uno strumento, necessario, potente, ma che profondamente disprezzo. Ti fidi alle mie parole?... Se sì, potremo continuare a vederci come ora...

— E non di più? — non potè trattenersi dall’esclamare Alfredo.

— Indiscreto, — disse la baronessa sorridendo. — Per ora, no, non di più... Se non mi credi, allora sarà meglio che ci separiamo addirittura.

— Oh questo no... Ti credo, ti credo.

In realtà la sua fede non era molto robusta e radicata, perchè pochi minuti dopo finito il colloquio colla baronessa, egli correva a quella locanda dove era alloggiato l’uomo misterioso e ne apprendeva che colui era ripartito quella stessa mattina per Parma. Nel libro dei viaggiatori aveva scritto come suo nome quello di Ambrogio Denti, negoziante.

Colla baronessa, il conte di Camporolle seguitò ad avere sempre più frequenti colloqui,ma tutti nella deserta passeggiata. Per quanto il giovane pregasse e insistesse, la donna mai non acconsentì a riceverlo, mai neppure a lasciarsi accostare, accompagnare in teatro, nelle rare riunioni sociali in cui ella interveniva. Qualche cosa però Alfredo aveva guadagnato: la famigliarità fra lui e la baronessa era sempre venuta crescendo; le espansioni dell’amore di lui, essa le ascoltava con più interessamento, con più incoraggianti sorrisi; non aveva lasciato sfuggire ancora una parola che includesse il menomo impegno da parte sua, ma ne aveva profferite molte che potevano dar ragione a remote speranze.

Quand’ecco a un tratto tutto questo fu troncato: e il povero giovine potè credere che al suo romanzo, prima del tempo, venisse a strozzarlo la crudele parolafine. La baronessa gli annunziò una mattina che il domani sarebbe partita da Bologna per non tornarci più almeno chi sa fino a quando. Alfredo propose subito di partire con lei, di seguitarla. Essa lungamente rifiutò di dire perfino dove fosse per recarsi: finalmente, come vinta dalle supplicazioni e dal dolore del giovane, consentì a dirgli che la avrebbe ritrovata poscia a Parma.

— A Parma! — esclamò il conte. — Il tuo visitatore misterioso viene di colà.

La donna lo guardò fiso e tranquillamente.

— Sì, certo, — rispose, — e con ciò? Hai tu bisogno di nuove mie dichiarazioni e proteste?

Alfredo chinò il capo e si tacque.

— Vieni dunque tu pure a Parma, — continuò la baronessa. — Chissà che colà non siamo più liberi!

— Perchè? — domandò il giovane.

Ella non rispose.

— E anzi colà io ti farò avere certe lettere che ti introdurranno nel mondo più brillante... anche a Corte.

— Come?

— Vedrai.

Quella sera Alfredo, spinto da un segreto sospetto, accorse alla locanda abitata dalla baronessa.

Ella era già partita.

Il conte di Camporolle non pose tempo in mezzo, e il domattina, senza neppure salutare nessuno de’ suoi conoscenti in Bologna, lasciando che i suoi dipendenti venissero poscia a raggiungerlo, partì alla volta di Parma.


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