XXXVIII.
Alfredo era entrato nella sua camera per cercarvi un po’ di riposo; ma questo, di cui pure egli aveva tanto bisogno, non doveva essergli così tosto concesso dai suoi sensi eccitati e dal suo spirito turbato, perchè ad accrescere questo turbamento e quell’eccitazione, lo aspettavano là, presso al suo letto, un mazzolino di fiori odorosissimi e una letterina più profumata ancora dei fiori.
Subito quel profumo intenso e sottile, che aveva qualche cosa di acre insieme e di soave, lo aveva assalito, lo aveva avvolto come inun’onda, gli era salito al cervello. Ah quel profumo egli lo conosceva bene: aveva respirato per delle ore, due notti prima, un ambiente impregnato di esso, se n’era sentito accarezzare, compenetrare per tutti i pori, possedere. Chiuse istintivamente gli occhi e rivide una camera voluttuosa, in una penombra piena di dolci misteri e un quadro colla cornice dorata, in cui un sorriso di donna, provocatore, lusinghiero, promettente e uno sguardo pieno di fuoco. Riaprì gli occhi e fece due passi protendendo le braccia, quasi nella certezza che di dietro alle cortine dovesse venir fuori viva e reale quella bellezza di cui l’immagine gli si era destata nel cervello; vide sul marmo del tavolino il mazzetto di viole e la busta di carta color crema. Esitò un momentino; poi prese, quasi con violenza, quei fiori e ne aspirò lungamente gli effluvii.
— Una cortigiana! — mormorò, i denti stretti, con un misto di rabbia, di dolore, di passione. — No! Una vittima... Presa, deturpata e poi lasciata nel fango da un principe corrotto... che ora vorrebbe riavvilirla co’ suoi sconci amori!... Ma se l’anima non s’è degradata? Se?...
Rigettò con dispetto il mazzolino, il cui acuto odore gli faceva ora una dolorosa impressione, e afferrò la lettera: ma questa emanavaun profumo ancora più forte, ed era quello che egli aveva sentito nella camera di lei, negli abiti, nei capelli, nelle carni di lei!...
Aprì con mano agitata la busta, spiegò il fogliolino e lesse:
«Siete partito per affrontare un pericolo; ah l’ansietà e l’inquietudine che provo mi rivelano di quanta forza sia l’affetto ch’io ho per te. — So che anche qui a Parma pericoli vi minacciano. Tremo: t’amo: darei la vita per salvarti, per procurarti la felicità... Venite subito, appena siate di ritorno; venite perchè abbia fine la mia dolorosa aspettazione, perchè possiamo studiare insieme i mezzi di allontanare da voi ogni minaccia. Non faccio che pensare a voi... Oh t’amo tanto!»
«Siete partito per affrontare un pericolo; ah l’ansietà e l’inquietudine che provo mi rivelano di quanta forza sia l’affetto ch’io ho per te. — So che anche qui a Parma pericoli vi minacciano. Tremo: t’amo: darei la vita per salvarti, per procurarti la felicità... Venite subito, appena siate di ritorno; venite perchè abbia fine la mia dolorosa aspettazione, perchè possiamo studiare insieme i mezzi di allontanare da voi ogni minaccia. Non faccio che pensare a voi... Oh t’amo tanto!»
A queste parole il sangue de’ venti anni ribollì ancora più forte nelle vene di Alfredo; s’affrettò al tavolino e scrisse sopra un foglio di carta azzurrigna ornata delle sue cifre sormontate dalla corona di conte queste poche parole:
«Fra mezz’ora sarò da te. — Alfredo.»
«Fra mezz’ora sarò da te. — Alfredo.»
Poi suonò pel cameriere; si ordinò un bagno e si fece preparare abiti eleganti da vestire dipoi. Ma ecco una stranezza che non seppe spiegare neppur egli a sè stesso: mentre credevatutto l’essere suo occupato d’un solo pensiero, l’anima piena d’una sola immagine, a un tratto, — e chi ne avrebbe saputo dire il perchè? — a un tratto affacciarglisi alla mente un’altra gentile, — più gentile — più soave, ammirabile figura muliebre.
Eppure quella figura egli non l’aveva vista mai viva e reale; egli non l’aveva ammirata che per un fugace momento in un ritrattino miniato. Come s’era essa potuta imprimere così vivamente nella sua memoria, nell’anima sua, che era pur tutta piena dell’immagine d’un’altra donna? E quanta dolcezza in quello sguardo mite dagli occhi cilestri, quale aura di paradiso intorno a quella candida fronte, a quelle chiome finissime, pallidamente dorate, quale incanto dal vivace color di rosa di quelle labbra che non sorridevano e non eran meste, dall’ovale di quel volto sereno e ilare, pur pensoso! Quelle sembianze, sorgendogli nel pensiero, parvero spirare su di lui un alito di pura freschezza che gli calmò alquanto l’effervescenza del sangue. Trovò egli stesso un paragone: gli parve passare a un tratto dall’affocato splendore d’una giornata d’estate alla brezza leggera e graziosa d’un vespro primaverile. Ah che nobile, distinta, sublime bellezza di fanciulla! Chi sa quando egli l’avrebbe potuta vedere, la sorella del conte di Valneve! Chi sase l’avrebbe veduta mai! Chi sa se, vedendola, l’effetto della realtà non avrebbe distrutto quello suscitato dal solo ritratto! E tuttavia Alfredo sentiva che pur la vista di quelle sembianze dipinte aveva sminuito in lui il fascino delle accorte, procaci bellezze di Zoe; l’influsso vertiginoso, inebbriante di questa, se a contatto con lei poteva ancora essere potente come prima, in lontananza si urtava in un influsso diverso, quasi può dirsi opposto, e non ne aveva facile vittoria. Di più il giovane s’accorse ancora che se l’influsso della Zoe lo turbava, gli lasciava l’animo sconvolto, mal soddisfatto, amaramente irrequieto, quello della nobile fanciulla infondeva in lui una specie di tranquillità, di pace serena, di pura e vaga tenerezza, che lo sollevavano e gli pareva, a lui medesimo, lo rendessero migliore.
Numerose volte e nel bagno e vestendosi egli cambiò intenzioni e voglie.
— E se non ci andassi da colei? — si disse: — sarebbe forse meglio... Sì, è meglio... C’è qualche cosa di fatale, di funesto, intorno a quella donna, che mi pare un presagio di sventure e di danni. È un abisso colà; meglio evitarlo: ma appunto tutti gli abissi attraggono. Ah che occhi di fuoco i suoi!... Un fuoco d’inferno forse. La luce di quelle pupille azzurre è luce di cielo. Chi m’impedisce di recarmi tostoa Torino? Ernesto mi ci ha invitato. Siamo diventati così buoni amici in quel poco di tempo! Sono sicuro mi accoglierebbe con verace affetto. Fuggirei anche ogni rischio che qui mi circonda: rischi che, è pur vero, non valgono la pena d’essere affrontati. Domani stesso potrei partire. Ma qui che si direbbe?... Che direbbe lei?... Dopo quello che m’ha confidato.... dopo quello che m’ha scritto: dopo il tanto che ho fatto per poter giungere a ciò che un giorno mi pareva un sogno ineffettuabile!... E il duca? Con quel suo ghigno! No: rimango... Ma rimanere non vuol dire lasciarmi precipitare in quel buio, che è l’amore di quella donna: buio che m’attrae sì, ma mi sgomenta eziandio... Non ci andrò... Glie l’ho scritto: è una promessa: bene, troverò un pretesto, le scriverò due righe... Non ci andrò almeno finchè il mio sangue sia un po’ più calmo, siasi posato alquanto il turbamento che provo dentro di me e io possa vedere un po’ più chiaramente nell’anima mia. Non ci andrò!
Parve fermarsi su questa risoluzione, eroica per un giovane di quell’età, che da mesi sospirava per un istante quale la donna gli aveva offerto; ma frattanto egli era venuto abbigliandosi e non gli restava più che vestire il soprabito, mettersi il cappello e calzare i guanti. Si accostò al letto, dicendo fra sè che farebbeottimamente a spogliarsi di nuovo e cacciarsi fra le lenzuola a riposare; ma allora da quelle coltri su cui aveva gettato il mazzetto e la lettera di Zoe, venne a colpirlo, ad assalirlo quasi inopinatamente un soffio di quel profumo eccitante. Era più blando, perchè già un po’ svanito; ma pareva tanto più sottile e penetrante; ed egli ne sentiva maggiormente la carezza. Alfredo stette un momento perplesso; poi si gettò su quei due oggetti odorosi; li afferrò, li brancicò, li spiegazzò, li portò alle labbra, dove li baciò e morsicchiò quasi con rabbia: — e poi corse in casa della Zoe.
Questa esperta, abilissima commediante aveva preparata un’altra scena d’effetto. S’era vestita con una semplicità che nulla toglieva all’incanto delle sue belle forme, ma con cui aveva pur saputo dare a tutta sè stessa una sembianza, un’espressione di schiettezza, e, se tal parola potesse usarsi, trattandosi di tal donna, anche per finta, direi di purità, che riusciva prima di tutto a levarle in apparenza quasi una diecina d’anni e poi a sconfessare, a far dimenticare, a far credere quasi impossibile ogni onta del suo passato.
Per le notti vegliate, per l’effetto di quel suo pensiero fisso, di quella passione che la dominava, per l’emozione del giuoco terribile che mandava innanzi, in cui era posta la vita diparecchi e la sua, ella era pallida — come una statua di marmo di Carrara, — meglio, come un avorio su cui mandi qualche calore di riflesso dorato un raggio di sole; — le chiome senza ornamenti di sorta aveva attorcigliate alla nuca in treccie ricche, pesanti, fulve, che parevano oro fuso, mentre una corona di piccole ciocche ricciolute, ribelli ad ogni disciplina, le sfuggivano dalla massa tutt’intorno alla fronte e le facevano come un’aureola al pallore della faccia. Gli occhi, dietro un’espressione d’umiltà e di dolore, ardevano come carboni accesi; il petto agitato dinotava una emozione potentissima a stento contenuta; le labbra socchiuse più rosse che mai lasciavano scorgere nell’anelito frequente i dentini che parevano di latte; intorno al collo, che si estolleva dal petto fiero ed elegante, un vezzo di corallo del colore del sangue, del colore delle labbra; alle braccia, che le maniche larghe della veste lasciavano denudarsi a ogni mossa fino al gomito, cerchietti di corallo eziandio: niun altro gioiello; un abito candido di lana finissima con nastri color di rosa. Essa si studiò bene innanzi allo specchio, studiò i gesti, gli sguardi, le mutazioni di fisonomia, tutto, e, secondo il solito, si sorrise contenta di sè. Nessuna figura avrebbe potuto rappresentar meglio una virtù perseguitata e una bellezza infelice. La commedia potevaincominciare: ella era pronta; gli altri attori, ancorchè inconsci, ella aveva provveduto perchè non potessero mancare.
Alla letterina dell’avventuriera, sir Tommaso, il ministro confidente del duca, aveva risposto così:
«Gentilissima e bellissima signora,Non ho dimenticato nè l’impareggiabile baronessa di Muldorff, nè il poco tempo che ebbi la fortuna di praticarla a Vienna. E chi potrebbe mai non conservare per tutta la vita sì preziosi ricordi? Fin dall’altra sera che ebbi la felice sorpresa di vedervi inaspettatamente a teatro, mi proposi domandarvi subito il favore d’esser ricevuto da voi; e se ieri stesso non mi sono presentato a casa vostra, attribuitelo solamente alle molte mie occupazioni che non me ne lasciarono il tempo. Ma ad una chiamata vostra, come quella che mi fate la grazia di mandarmi, non c’è occupazioni che tengano. Fatemi sapere il momento in cui vi sarà meno incomodo il ricevermi, e io volerò ai vostri piedi.»
«Gentilissima e bellissima signora,
Non ho dimenticato nè l’impareggiabile baronessa di Muldorff, nè il poco tempo che ebbi la fortuna di praticarla a Vienna. E chi potrebbe mai non conservare per tutta la vita sì preziosi ricordi? Fin dall’altra sera che ebbi la felice sorpresa di vedervi inaspettatamente a teatro, mi proposi domandarvi subito il favore d’esser ricevuto da voi; e se ieri stesso non mi sono presentato a casa vostra, attribuitelo solamente alle molte mie occupazioni che non me ne lasciarono il tempo. Ma ad una chiamata vostra, come quella che mi fate la grazia di mandarmi, non c’è occupazioni che tengano. Fatemi sapere il momento in cui vi sarà meno incomodo il ricevermi, e io volerò ai vostri piedi.»
Zoe fece aspettare il messo Michele per averlo pronto al momento che le sembrasse opportuno. Quando ebbe ricevuto il motto d’Alfredo: «Fra mezz’ora sarò da te;» scrisse in fretta un altromotto essa pure: «Venite fra un’ora; conto sulla vostra esattezza d’uomo galante e d’inglese:» e per mezzo di Michele lo spedì a sir Tommaso; poi si occupò seriamente di quell’acconciatura che ho detto e diede alla sua governante certe particolareggiate istruzioni.
Si sdraiò sul sofà a due posti nella sua camera da letto, elegante, profumata, misteriosamente ombrosa per le bandinelle abbassate, piena di un voluttuoso calore, di guizzi rossigni di luce dal gran fuoco acceso nel camino, d’un silenzio incantevole cui non venivano a turbare i rumori della vita umana, che pareva segregare quel piccolo Eden dal resto del mondo, e stette aspettando.
Non ebbe gran tempo da aspettare: si udì nelle stanze vicine un suono di voci, un aprirsi d’usci, poi un passo frettoloso, ammortito dai tappeti; la porta si spalancò e Alfredo con impeto venne a gettarsi ai piedi della donna. Dietro di lui la governante fece un cenno leggerissimo cogli occhi alla padrona, come per riaffermarle che stesse tranquilla che gli ordini suoi sarebbero eseguiti a puntino, poi si allontanò discretamente, chiudendo con precauzione il battente dell’uscio.