A Ersilia Bertelli

Genova, novembre 1857.

Cariss.oFerdinando

Io sentirei con molto dispiacere le nuove del suo stato poco migliorato di salute se la gioconditàdella sua lettera non mi porgesse argomento, che per lo meno spera di rimanere in breve immune da ogni infermità. — Ho letto il bollettino dei Carnefici: vada franco, Dio ci è, e, quantunque non paghi il sabato, sempre paga. — Mi rincresce non poterle mandare l'Asino, come desidera: e sì che ci avrebbe un po' di diritto, essendo nato quando compiva l'opera di carità di venire a visitare i carcerati; e bisogna che si contenti della buona intenzione, che avrei di mandarglielo. — Procuri inviarmi migliori nuove di lei. Tanti saluti all'avvocato Serpente, e grazie della buona mente per me; gli dica, che gli sarò tanto e poi tanto obbligato se vorrà favorirmi qualche fatto, che si presti a farci sopra un bel racconto: negli spogli che fa, certo gli dovrebbero capitare fra mano casi stupendi; e gli dica ancora, che a scrivermi non rimetterebbe altro, che un po' di tempo. Ella potrebbe prendere la lettera e mandarla al mio amico a Livorno. Saluti a tutti e carissimi in casa.

Aff.osuoD. Guerrazzi.

Genova, 12 novembre 1857.

Mia cara signora Ersilia,

Davvero, che durano troppo le nuove non buone della sua famiglia, le quali quanto mi sieno digravezza lascio a lei immaginarlo; confido però sentire che questa volta i bagni di mare tornino proficui al padre suo. La sorella bisogna che avverta a migliorare il sangue; per me ho fede nei bagni dolci prolungati, e nelle pozioni di salsapariglia, insieme con un regime rigoroso di vita.

S'ella non ha nuove, figuri io! Che ormai sto da parte, avendo isperimentato avversi uomini e casi; non maledico persona, amo che altri si affatichi per la patria, ma comprendo essere più che stolto non richiesto mettersi nella calca a farsi pigiare. O quelli, che mi fecero il tiro veramente patrizio, o che fanno eglino? Che pesci pigliano? Educano i bachi da seta; bene; bravi; Dio li consoli.

Saluti di cuore Mamma, Babbo e la sorella e mi abbia sempre

Per suo aff.oF. D. Guerrazzi.

Genova, 13 decembre 1857.

Cariss.asignora Ersilia

Avvicinandosi il natale, le scrivo per darle mie nuove, e domandare le sue. Sono usi vecchi, maio non sono giovane, e poi, in certe ricorrenze rammentarsi degli amici e volgere loro un saluto, non so in che noccia alla sapienza moderna. Sicchè ella a mano a mano si rifà: coraggio! ogni maggio rinnova i suoi fiori, e le sue fronde: tutto ben pensato, il peggio è morire.

Anco Ferdinando sta meglio; guarirà; ma gli dica che non abbia tanta smania di levarsi tutto il cattivo da dosso: badi bene prima a quello che ci rimarrà.

Mi ricordo che una volta, andando a Volterra, e trovandomi in compagnia del signor Nervini, andammo a visitare le saline; dov'è uno staderone a bilico, sul quale passano gli asini carichi di sale; e se ne piglia il peso. Il prelodato signore si mise su la bilancia per farsi pesare, intanto che domandava: «Ma pesando l'Asino, e il sale in massa, o come fanno a conoscere il peso del sale?» — Signor mio, risposergli, si fa tara asino, e quello che rimane è sale. Dopo lui entrai io, e dopo pesatomi, io dissi al custode: «Per me non fate tara asino, perchè non rimarrebbe nulla.» — Il gaglioffo non intese. Questo racconti alla Colomba Andreozzi, se la vede, che la divertirà.

Me ne dimenticai nell'Asino; sarà per la 3aedizione, che la seconda è uscita.

Saluti in casa alla signora Teresa, alla sorella, e a tutti, e, se le riesce, insaponi le scale al casigliano.

Aff.oA.D. Guerrazzi.

Cariss.asignora Ersilia

Le scrivo per avere nuove primamente del signor Ferdinando, dacchè le ultime non mi giunsero come avrei sperato soddisfacenti, e poi di tutta la famiglia che non dubito sana, e come si può inhac lacrymarum vallecontenta.

Anche questa stagione perversa. Per ben 40 giorni mi sono chiuso in casa, tormentato da tutti i malanni dello inverno. Adesso vado meglio, e, mitigatasi la stagione, continuerà il bene essere.

Malgrado il tempo reo, la gente insanì nelle bestialità carnevalesche; però meno dell'anno passato, e di Torino meno assai; dove la morte nel carnevale menò strage. — Torino si bandisce la seconda città d'Italia, e si rallegra di avere attinto in pochi anni 1785 anime tra buone e cattive. Sicuro eh! quando gli altri Stati italiani ci mandano ad abitare il meglio e il buono, non deve fare maraviglia se cresca in popolazione, decoro, sapienza, e civiltà. Ma se domani ognuno può tornare a casa, Torino rimarrà come prima.

Si sollevi, si prevalga del tempo sereno, e dell'aria di campagna. Saluti cordiali a tutti in casa e addio.

Genova, 18 marzo 1858.

Affezionatiss.oP.D. Guerrazzi.

Genova, 7 aprile 1858.

Mia cara signora Ersilia

Sono sorpreso della sua lettera, perchè non corre gran tratto di tempo, ch'io le scrissi chiedendole sue nuove, e dei parenti, e dandole le mie, e dei famigliari.

Per certo la lettera deve essere andata smarrita. Ora la ringrazio dell'ultima gentilissima sua, perchè, oltre al bene di vedere i suoi caratteri, mi porge due notizie consolanti, la prima della migliorata salute del buon Ferdinando, l'altra delle nozze prossime della signora Emilia. Io gliele auguro di tutto cuore felici, e confido che Ferdinando spalancherà bene gli occhi per accertarsi che le abbiano a riuscire tali. E di lei o perchè non mi scrive niente? Il tempo non le ha recato veruna consolazione?

Io vivo la vita dell'esule, rimpiangendo la patria, e desiderando di starmi lontano finchè durano le presenti condizioni. Quanto a speranze, io non ne ho veruna.

Tante cose per me alla signora Teresa. Quanto al signor Ferdinando, io vado orgoglioso di avere contribuito alla sua eterna salute (a suo tempo); perchè, se egli esercitò tutte le virtù corporali puntualmente, come quella di visitare i carcerati, vado sicuro, che un bel seggiolone imbottito di crino per la estate, e di lana pel verno, lo aspetta in paradiso. A rischio però di essere ripreso d'ingratitudine,io non vorrei contraccambiarlo. Stia sana; saluti in casa tutti per parte mia, e dei miei, e si persuada, che le sue lettere saranno sempre per me argomento di contentezza. Mi abbia sempre

Per aff.osuoD. Guerrazzi.

Genova, 28 giugno 1858.

Mia cara signora Ersilia

Come la trattano questi calori? Seguì il matrimonio della sorella? Come va la signora Teresa? E soprattutto come sta Ferdinando? Spero avere di ciò risposta soddisfacente. Ma voi altri che siete ostriche, le quali, attaccate allo scoglio, non si muovono mai? O perchè non venite mai quaggiù? Non fosse altro per vedere la figura, che fa questo grappolo di libertà malmenata dalla crittogama d'Italia e dall'altra di Francia.

A mano a mano mi si fanno più rade le lettere del mio paese; ed a ragione; perchè gli esuli sono mezzo morti, e più che stanno fuori più muoiono. Ora, siccome so che i morti hanno sempretorto, mi taccio; e poi che dirmi che io non immagini? — Lamenti sempre indecorosi, ed anche ingiusti.

Però anco qua vedo una svogliatezza, e i segni manifesti di decadenza in tutto; casca il commercio, cascano le case, cascano le pratiche religiose, e ripeto per isvogliatezza. Se così dura, lo sbadiglio diventa re del mondo.

Ciò che adesso si fa sentire di più vivo, sono le cicale.

La riverisco unitamente alla buona Maria, e la preghiamo di fare gradire in casa a tutti i nostri saluti e voti per la loro felicità.

Aff.oamicoD. Guerrazzi.

Genova, 13 Agosto 1858.

Carissima Signora Ersilia

Desideriamo sapere quale buon resultato abbiano per questo anno ottenuto dai bagni di mare. Sarebbe veramente tempo che la fortuna lasciasse in pace il corpo; quanto allo spirito se vogliamo possiamo provvedere anche noi. Poichè non c'è speranza vedere alcuno di voi da queste parti, Maria si dispone di venire costà, e intanto micommette dirle, che dia bando alla malinconia, e che beva del buono: che tutto il suo male nasce dal bevere acqua, e che, se venisse a stare un mese qui meco, in questa mia meravigliosa villa, in mezzo della città, donde la vista, e i visceri rimangono confortati, n'escirebbe calafatata, e spalmata da durare contro tutte le tempeste dell'Oceano. Forse si promette troppo Maria, che l'aria non sana tutte le doglie del cuore; tuttavolta merita il pregio di tentare.

Rispetto al sangue verde, deve essere così, perchè siamo impazienti e bisogna esserlo, ma gli eventi si maturano e, quello che deve avvenire, forza è che avvenga. Ma qui non è luogo di favellare su tanto argomento. Questo però abbia dinanzi gli occhi sempre, che il nostro destino è dentro noi, non fuori di noi, e ognuno ne porta il suo pezzetto in mano. Gli omei cacciano fuori le donne partorienti, non gli uomini operatori, e quindi degni di sorti migliori.

Saluti alla Mamma, al signor Ferdinando, ed alla Emilia, e abbiatevi tutti le consolazioni che meritate, e che il mio cuore vi desidera.

Affezionatissimo amicoD. Guerrazzi.

Genova, 2 dicembre 1858

Carissima Signora Ersilia

E come fa a dire, che io non le scrivo? come può accusarmi, ch'io non rispondo? Scrissi col mezzo dell'Avv. Corsi, e s'egli non portò, o mandò la lettera, quale colpa ne ho io? Sappia ch'io rispondo sempre, chè così mi persuadono il debito, la natura ed il costume.

Io, quanto a salute, non istò di peggio; dico di peggio perchè quei tali colpi nel capo si fanno di tratto in tratto sentire, non come dolore acuto, ma come un peso che pure vale ad impedire ogni occupazione. Dono regio contratto in prigione.

Sento, che Babbo va migliorando. Signore! o quanto ci vuole a scattivirlo? Stia di buono animo, chè spero co' bagni, a stagione calda, guarirà.

Notizie non le so dare, perchè vivo in campagna, quantunque in città. La nepote non è più meco; pigliò il volo come fanno tutte le colombe, e si è maritata. Io le ho data la dote in quattro bei mila scudi di mio; e la partita è saldata. Benedette figliuole! Veniste al mondo col levarci una costola, ma bisogna confessare che ci vivete logorandocene due. Eppure, senza donne non si può fare, tanto vero, che ho qui in casa una bambina di 5 anni che un mio amico ci lascia stare a sollievo della mia solitudine.

Maria sta bene, e saluta lei e tutti i suoi parenti. Le auguro, o piuttosto torno ad augurarle, buono anno, carnevale allegro, oblio del passato, contentezza avvenire, milioni, cavalli, carrozze, e una collana di diamanti grossi come mele appiole.

Lo stesso alla Mamma, meno i diamanti e l'oblio del passato.

Lo stesso alla sorella, eccetto l'oblio.

Lo stesso a Ferdinando, con meno i diamanti e con più la spalla sanata.

Tutto suo

Affezionatissimo amicoD. Guerrazzi.

Comigliano, 4 del 1858

Carissima Signora

Sento dalla cara sua, nuove non buone, e mi duole non potergliene cambiare con buone; ancora io mi sento infermo di spirito e di corpo; ma, risoluto non lasciarmi abbattere, con lo aiuto di Dio supererò anche le presenti traversie. Siccome vivo romito, non so dirle niente del mondoper ora basta vivere. Mi rincresce che il capo doloroso non mi permetta trattenermi di più con la sua cara compagnia. Si distragga, faccia viso tosto alla fortuna, e viverà.

I miei augurii sinceri al Babbo, alla signora Teresa, a lei, e alla sorella, e si ricordino di me.

Affezionatissimo amicoD. Guerrazzi.

Carissima Signora Ersilia[16]

Dopo molte inaspettate vicende, e pericoli non mediocri, arrivo qui in Genova, e vi ricevo sue lettere. Sento che la malattia non vuole lasciare ancora casa sua, ma, via, con un po' di cura, ne verrà a capo. In procinto di partire per Torino, non posso come vorrei scriverle più a lungo. Quando mi risponderà, mandi secondo il solito la lettera al Dott. Mangini. Saluti a tutti, e desideri di meglio.

Affezionatissimo amicoGuerrazzi.

Carissimo amico

Sento con piacere che la sua salute non va di peggio, e vo' sperare, che questa volta Livorno le gioverà assaissimo. Le donne poi col mare si rimettono come fiori, e pare che sentano come Venere nacque dal mare. La cagione del mio silenzio, avrà veduto, se legge ilDiritto: lì scrivo; lì stampo i discorsi alla Camera.

E' pare che non abbiano smesso il vezzo delle pantraccole laggiù. Io non sono amico, anzi avversario aperto del ministro Cavour; però non ho mancato dargli ragguagli, e consigli sul mio paese; ahimè! indarno. La marea monta, e per colpa dei vili quanto inetti moderati un'altra stella sorge in Italia, che temo forte non iscombussoli ogni nostro concetto.

Stia sano, mi raccomandi alla sua famiglia intera, e ringraziandola della buona memoria, che conserva di me, mi confermo

Suo affezionatissimo amicoD. Guerrazzi.

Carissima Signora Ersilia

Che ardire, e non ardire? Sono io, che devo ringraziare lei, la sorella, e la Signora Teresa, e il Babbo, dell'amore vero, che mi portate, e della cortese memoria, che vi compiacete conservare di me. Ella sposa: così va fatto; e, se niente niente il consorte la fa arrabbiare, procuri avere il pozzo in casa, e a gambe levate lo scaraventi dentro, e poi se ne prende un altro. Si fa col Papa? O perchè non si potrebbe fare coi mariti? Figliuoli meno che sia possibile, io per me sono di avviso del padre Bendini: meno galline, meno pipite; ed io lo so, e non sono miei. Orsù, fuori scherzo, io con tutto il cuore le auguro mille felicità, e la ringrazio della lieta notizia, che mi dà. Abbracci tutti i suoi per me. Al Babbo dica, che non fu per complimento, ch'io gli dissi: venga 15 giorni qua da me. Ho stanza, che basta, l'aria purissima, e nuova, a mezza costa d'un colle sul mare, intorno boschi di olivi, clima da primavera, sole di prima mano; in sei ore si viene da Livorno; scegliendo un bel giorno di vento di terra è delizia. Insomma, quando dico: vieni, lo dico col desiderio che l'uomo venga. Addio dunque, e se la mia benedizione può esserle seme di felicità, io gliela mando con la pienezza del cuore. Abbracci tutti, e mi ami sposa come mi amò fanciulla,e questo è tale affetto di cui vado sicuro non ne andrà geloso il suo egregio sposo.

Affezionatissimo amicoD. Guerrazzi.

Carissima Signora

La sua ultima lettera, nell'annunziarmi finalmente che tanto ella che i suoi, godono perfetta salute, è riuscita oltremodo accetta a me, e a tutti di casa. Così spero e desidero che continui: al resto poi provvederanno il tempo e la buona fortuna. Quaggiù abbiamo corso burrasca. La legione straniera aveva fatto disegno d'impadronirsi della cittadella, ardere la città, ammazzare e rubare i ricchi, o riputati tali, perchè sento, che ci avevano messo nella nota anco me; scoperto il fatto, per denunzia di un complice allo Imperatore, una grossa vaporiera è arrivata a prenderla tutta per trasportarla in Africa. Io non mi adonto, anzi vado lieto, che mi abbiano tolto il titolo di Avvocato, dacchè non l'ebbi in pregio mai, e parrai (superbia o no) stare meglio solo. Qual'è commessuccio del Bargello che non si chiami Avvocati i Carcerieri, Cavalieri i Soprastanti? Dunque, la meglio, e la più pulita, èportare il solo nome proprio scosso e spazzolato da qualunque polvere. Niente mi parla di Firenze, nè di arti, nè di musica, nulla: questo è male. Una signora mi ha scritto daRagusaavvisandomi che i giornali costà dicono che io mi sono venduto al Governo; che in questo pensiero ella spasima; che non avrebbe più fede. Io non le ho risposto nulla. Può risponderle ella, ed ella può dirle se io sia uomo da vendermi; ha nome Paolina Lepès. Saluti a tutti.

Affezionatissimo A.Guerrazzi.

Carissima Signora Ersilia

Mi sono arrivati davvero grati i suoi caratteri, imperciocchè appunto con Maria temeva quello che trovo essere arrivato, cioè che la salute vostra non era buona. Ora la sento migliorata; io ve l'ho detto, e ve lo ripeto, bisogna mutare abitudini di vita, nutrimento e in campagna; in campagna, e latte, erba, e pollo; in meno di sei mesi tornate sani come lasche.

Seppi le insanie scellerate dei Fiorentini. Svergognati! meritano l'ira di Dio, e il disprezzodegli uomini. Se non poteva trattenerli il rispetto all'affanno di tanti esuli italiani in terre remote a stentare la vita con la speranza, che i rimasti a casa pensino a loro, e li compassionino, nè l'amarezza della perduta libertà, nè la memoria di tanti traditi morti sul campo, nè dei trucidati nelle città, nè delle bastonate tedesche, nè i lutti recenti del cholera, almeno, anime squarquoie, doveva frenarli il senso della miseria presente, e la minaccia della disperazione futura. O per chi, per chi, per chi, ci siamo sagrificati noi! È una schifezza, che supera ogni credenza. E in Livorno come a Firenze; a Roma e a Napoli eziandio, crogiolano nella servitù. Ci stieno: a me che importa? nulla. Arlecchino mangiava le saponette a colazione. Forse adesso si vergognano molti, per tornare a far peggio domani. Ora i Predicatori. Le cause vinte hanno torto, e a lungo andare non piacciono a Dio, agli uomini, e alle donne meno. Saluti a tutti in casa, la Mamma, il Babbo, e l'Emilia.

AffezionatissimoD. Guerrazzi.

P. S. Mi vorrebbe essere cortese a levare dalla sopraccartaAvvocato? La Corte di Firenze me lo ha levato, e a me non par vero obbedirla. Domenico Guerrazzi basta.

Carissima Signora Ersilia

Mi è riuscito oltremodo spiacevole udire le male nuove della salute del Pappà. Per guarire dalle malattie intestinali bisogna mutare aria, non c'è rimedio. Quando il corpo si vizia lentamente sotto una temperie, nessuno speri guarire se non n'esperimenta una diversa. Comprendo quanto è critica la condizione di lei, ma ormai è forza sostenerla con fermezza, dacchè non so cosa giovi innaffiarsi lo viscere di bile. Triste è il caso, ma non degli irrimediabili. O io mi dovrei dare al diavolo, che mi trovo in esilio dalla terra, che amo, senza amici, senza colloqui intimi, di cui neanche in prigione era privo. Nipoti ho bene, ma giovani, e non devono starsi ad annoiarsi meco; ogni età ha i suoi piaceri: spesso mi trovo di faccia a Maria, zitti come olio, ella col gatto in collo, io co' cani fra le gambe. Abbiamo giorni procellosi, e tristi. Speriamo bene. Tanti saluti a tutti di casa, ed ella mi abbia sempre

Per suo affezionatissimo amicoD. Guerrazzi.

Carissima Signora

Le sue lettere mi giungono oltremodo gradite, molto più che non cessano, mentre le altre illanguidiscono. Così è, i miei amici di Firenze, o distratti da altre cure, o, come credo, piuttosto in virtù della sentenza, che uomo bandito è mezzo morto, a mano a mano si dimenticano di me. Questo è amaro a sopportarsi, ma, la Dio mercè, sortii un cuore capace da contenere questi, e bene altri dolori. Le passioni umane conosco tutte, e so compatirle; i lagni non valgono, e poi palesano debolezza: l'uomo non può essere diverso da quello che è.

Qui non abbiamo cholera, e, se caso mai, o vaghezza o necessità vi persuadesse ad allontanarvi da Firenze, ricordi all'ottimo Padre suo come qua vi siano le acque di Orezza, portentose veramente alle infermità dei visceri. Dal continente vengono a curarsi i malati di stomaco, fegato, intestini, e gran copia di quest'acqua va all'estero. L'avverto, e le confermo, che il passaggio da Livorno in una bella notte si fa in 5 ore, ed in meno.

«Bene! Brava! Mi parli del paeseParlami della mia,Della diletta tua patria natia.»

«Bene! Brava! Mi parli del paese

Parlami della mia,

Della diletta tua patria natia.»

Il cholera è scoppiato costà? Ma sarà paura? E poi è cessato: speriamo bene, dunque. A Livornodicono il male più fiero; dicono, ma altri negano. La verità da qualche tempo è andata in campagna; in città si fa vedere più poco: ma il cholera vi sarà benissimo, e ciò pregiudica i divertimenti, i balli, le frivolezze di quel popolo frivolissimo, non è vero? Ogni giorno il cielo si fa più buio, e ormai, perduta la bussola, io mi abbandono nelle braccia di Dio. Non istò bene; tutt'altro: vivo romito e non vedo che il mare rotolare le eterne sue onde sotto casa mia, e più sento, che altrove starei peggio.

Perchè la signora Teresa non mi scrive? ha paura tingersi le dita nell'inchiostro? Se avessi 30 anni meno, ella mi scriverebbe di più; oh! vedete che presuntuoso. Signora sì: quando aveva 20 anni mi pareva essere bello, e, a dirgliela nell'orecchio, pareva anche ad altri; ma di qui a quei tempi ci è che ire.

I nepoti, e Maria in ispecie, salutano lei, e tutti di casa; io mi raccomando alla vostra memoria e mi confermo

Suo affezionatissimo amicoD. Guerrazzi.

Carissima Parente

Duolmi lo incomodo del padre suo, e amico carissimo mio, e più mi sarebbe doluto, se al punto stesso Ella non mi mandava notizie del suo miglioramento: spero che progredisca, e in questa fiducia mi conforto. Conto di rivederlo, e rivedere lei unita alla sorella, e alla Mamma, ed esprimervi a voce i sentimenti di affetto profondissimo, che ha suscitato in me il vostro amore unico. Intanto abbiatemi per vostro

Amico e parenteD. Guerrazzi.

P. S. Saluti a tutti. Ieri non risposi perchè il braccio non voleva andare, oggi fa mezzo a suo modo, e mezzo al mio.

Genova, 31 Dicembre 1858.

Carissima Signora Emilia

Io, intitolando questa lettera, non ho messo il suo casato, perchè lei, come l'anno, che cessandodi essere 58, non è ancora 59, stando su la scala delle nozze, non è anco entrata nel forno del matrimonio. Però se propriamente lei entrerà nel forno del matrimonio, o il matrimonio entrerà in lei, questo è quello che mi dirà più tardi. Però, mettendo gli scherzi da parte, si abbia da me gli augurii per le felicità che meritano le sue ottime doti, e spero che, come ottima figliuola, riuscirà ottima sposa, e più tardi ottima madre.

Mi duole che quella benedetta spalla di Ferdinando non voglia guarire affatto, ma in questo anno ha da sanare la sua piaga, e con essa saneranno bene altre piaghe; almeno così si spera.

Ecco ciò che mi chiede: avrei voluto fare meglio; ma s'incomincia a invecchiare, e quando passa la stagione delle pesche si fa buon viso anco alle castagne. Maria sta bene e saluta tutti; in questo anno conta venire a Livorno, e può darsi che le incontri ai Bagni. Reverisca la signora Teresa, e la signora Ersilia, e di nuovo augurandole quanto il suo cuore desidera mi confermo

Affezionatissimo amicoF. D. Guerrazzi.

Genova, 13 agosto 1859.

Amico carissimo,

Prima di tutto grazie a lei dello inalterato amore, e affetto, e reverenza a cui si mostra benevolo a me. — Pur troppo l'Av: pare siasi attirato (almeno pel momento) l'ira universale addosso: io l'ho ammonito come doveva, ma il suo sangue gli si è infiammato nelle vene, e ora a toccarlo si farebbe peggio. — Io tengo lei, e devo tenerlo come un fratello, ma creda, Ferdinando, che a me non è sicuro nè decente venire. Posso sbagliare, ma siccome penso molto alle cose, così paio ostinato, ma non sono. È difficile per lettera dir tutto, ma così in succinto basti questo.

Fin dal febbraio passato promossi qua presso il Governo le cose di Toscana. Consigliai chiamassero di costà persona per informazioni: chiamarono Ridolfi, e al tempo stesso chiamarono anco me; nel punto di partire il Corsi mi avvisa venire col Ridolfi. — Aspettai a Genova nel concetto che, passando, mi avrebbero cercato, e così insieme andati a Torino. Vennero; non mi cercarono; Corsi mi scrisse di Torino perchè andassi; ma spedì la lettera al suo nipote Caprile qui inGenova, che la tenne 3 giorni senza consegnarmela; mentre mi disponeva andare mi vedo comparire il Corsi: parlammo insieme: predicò concordia; (questi signori l'hanno sempre su le labbra); averla anco raccomandata il signor Cavour.

Per me ogni sacrifizio par facile per lo amore della patria: quanto a offese non se ne parlasse più: circa a politica avrei appoggiato quanto proponeva. Se scrivendo, poterlo fare di qui; se con la presenza in Toscana, ricordasse, che non mi permetteva la disastrosa fortuna tenere due case, una qui, una costà; e il traslocarmi con le mie robe troppo spendioso.

Partiva: dopo un mese scrive il Corsi: non avere potuto incominciare la pratica dell'accordo; poi zitto: dopo altri 40 giorni mi dà notizia dello avvenuto a Firenze e mi conforta, se amo il paese, a durare in esilio: — Così mi scrissero altri, e così scrisse il Bon-Compagni al cavaliere Carlevaris, mio amico trentenne. Subito dopo l'oltraggio dell'amnistia. Io vidi allora le arti della fazione aristocratica, che arrolò Corsi, Malenchini, ed altri per tentare il terreno, e per gratificarsi il popolo, e governare tiranna; e così fu, e così è.

Il popolo è rimasto attontito, intronato dalle minacce: guai! se ti muovi; guai! se ci tocchi; guai! se non ci lasci fare. — Traditore, parricida, matricida... anatèma! anatèma! anatèma!

Gli atti di governo furono una serie di errori; ma avevano il piviale della Indipendenza addosso, e bisognò lasciarli stare.

Ora io ho rimesso a servire il popolo il mio stato, mezza salute, mezzo ingegno, e più che mezzi gli averi: io non rinfaccio nulla: mi sento disposto a servirlo da capo, ma non mi sento disposto a elemosinare il permesso di finire questi avanzi di vita per lui. — Il popolo non mi ama, il popolo mi ha obliato; lo so, ingannato, e deluso: ma perchè, com'ebbi nemici operosi e implacabili a nuocermi, non gli ebbi del pari a giovarmi?

E poi a che venire? Se per esprimere un voto per la decadenza dei Lorenesi, e per l'annessione al Piemonte? Io l'ho fatto col ritratto di Leopoldo II; con la dichiarazione del 12 agosto nelDiritto, colRicordoal Popolo toscano stampato in Torino. Tanto basta.

All'altre cose del Governo vostro non potevo aderire: e la mia opposizione si sarebbe attribuita ad astio, e a mal talento.

Di più, chi governa ora? Gente aristocratica; anzi oligarchica; ed io mi sento popolo schietto; forte, leale, e generoso sangue popolano: — essa non seppe e non volle perdonare di avermi atrocemente offeso: dunque intende stare in guerra meco: — uno di loro, Ridolfi, mi ha messo le catene alle mani iniquamente, per una sua poltronesca, e matta paura; l'altro, il Ricasoli, mi ha esposto ad essere fucilato dai Tedeschi per cruda, e fredda vanità di comandare. Ricordi ch'ero l'agnello da essere arrostito per il connubio di Ricasoli e Compagnia col Granduca restaurato. Ricordiilfurorecol quale hanno avversato la mia elezione. Come intendano libertà lo vedo dallo sgoverno ombroso, e tirannico; quanto a giustizia vedo conservati i carnefici in seggio. — Non mi pare aria di tornare adesso. — Le ho detto e le ripeto, e le ripeterò invariabilmente sempre: se il Popolo mi vuole, mi chiami come conviene a lui, e a me: se non mi vuole, mi lasci.

Certo, veda sorte disforme! Manzoni onorato, levato a cielo, e pensionato dal Re; io avvilito, oppresso, impoverito dal Popolo. Manzoni pel Re non fece mai nulla, io pel Popolo sempre e tutto. Bisogna pigliare tutto con equo animo, e senza querela, chè lo strillare è da bambini.

Le sarò grato se mi darà più frequenti che può notizie intorno agli umorirealinon fattizi che si vanno sviluppando nel popolo costà.

E agli amici veri dia comunicazione di questa lettera. Mi conservi la sua benevolenza; saluti alla signora Teresa, e alle figlie anche per parte di Maria.

Aff.oF. D. Guerrazzi.

Genova, 29 agosto 1852.

Cariss.oFerdinando

Ho ricevuto la sua lettera; ho dettosua, ma le dico alla ricisa, che non la credosua; e poi mi giova sperare, che molte cose le non sieno come le conta, perchè, se fossero, io dovrei scapparmene in America.

Che cosa ha l'Apologia, che mi faccia torto? — Sostenni che, eletto ministro del Principe costituzionale, compii con fede il mio dovere; e questo è vero. Dissi che dopo Novara pensai di farlo chiamare con patti, e garanzie: ed anco questo è vero. In che mi appuntano dunque? E che ha l'Apologia, di cui io mi abbia a vergognare? Amerei saperlo.

Mi parla della difesa del Capponi. — Ma oh! non vede, che questa finta o vera moderazione è quella che tronca le ossa. Quali torti mi trova egli? Non egli mi propose ministro al Granduca? Non egli membro del Governo Provvisorio? — Forse non eseguii il mandato? Gli stessicarneficimiei non lo attestano? Dunque quali torti ho io? E perchè egli consentì che mi tramassero l'orribile tradimento? Egli si scusò allegando la cecità sua; ma il cuore è cieco?

Ella vuole non parli del 12 aprile; non ne parliamo; ma io che ho sofferto (ella lo sa) la piùche quadrienne carcere, e i colpi di epilessia, e le poche sostanze rovinate, e con fredda crudeltà il trovarmi esposto alla fucilazione tedesca, e la squisita prigionia con tramogge, ribalte, ecc. ecc., bisogna che lo rammenti; e tanto più lo rammenti perchè credo non aggravarmi la coscienza reputando il Ricasoli, e il Ridolfi capacissimi di farmi assassinare.

Il popolo ha dimenticato: pazienza! Gli auguro ogni bene, e non gli rinfaccio niente, e niente domando da lui. Chi ha avuto, ha avuto, e credo ci possa stare.

E poi venire a chiudermi in una villa! starebonino; seguitare la politica del Governo, come hanno fatto i miei amici, ed implorare la elemosina di potere logorare in prò dei padroni quel po' di vita, di averi, d'intelletto che mi rimangono?

Chi le ha detto che i miei amici seguano la politica del Governo? La oligarchia, che regge costà, ebbe la destrezza di mettersi il piviale delle idee, che fin qui sono la passione del popolo, e con esse dura. Così sembra fautore della Unità, e dell'Annessione al Piemonte, mentre professò sempre massime autonomiste, e zelatrici della dinastia. Tanto vero questo, che il Ricasoli nel febbraio proponeva andare in palazzo a proporre a Leopoldo II la renunzia in prò di Ferdinando IV. E' mi paiono ladri, che avendo rubato la pisside, pretendono passare per sacerdoti. La non può tirare innanzi un pezzo; arriverà ilbargello, e dirà loro: la pisside nel ciborio, e voi altri birbe in galera. — Se togli questi punti nuovi per loro, vecchi per noi: in che vuol ella, sia benedetto, che ci troviamo d'accordo? Quello che hanno fatto fecero tardi con la corda al collo. Essi amano la libertà quanto io e lei Pio IX.

Rispetto a A. e T. mi occorre correggere una sua assertiva assai avventata. A. non mi scrive più, nè io gli scrivo; nè sono uomo da movermi da ciarle senza fondamento; e sperava, che la mi dovesse conoscere. Quanto a T. egli non mi consiglia, nè mi riferisce: lo aiuto, e fa quello che nella sua professione gli ordino.

Ripeto, ho scritto un po' vivo perchè ho creduto di non scrivere a lei, e perchè nel suo foglio trovo giudizi, ed opinioni che non mi si affanno; ed ora basta. Se potremo rivederci a casa, bene, se no, basta che ci rivediamo in paradiso.

Intanto mi scriva un po' lei, o mi faccia scrivere dalla Ersilia; e con un abbraccio di cuore, pregandola dei miei saluti in casa, mi confermo

Suo aff.oam.F. D. G.

P. S. Credo bene avvisarla di una cosa perchè c'intendiamo meglio. Io non cerco, nè cercherò mai deputazioni. Richiesto a Livorno di prova: per mettere il mio nome sul ruolo degli elettori, rifiutai; commisi al signor Mangini, e agli amici, astenersi da qualunque pratica per me. Anche pochigiorni fa il signor Romanelli, nel presagio di una renunzia alla deputazione di Arezzo, me la offeriva, ed io la renunziai. Non ho bisogno di deputazioni, nè di partiti; ho chiesto un po' di amore, e di essere restituito in patria senza trovare sulla soglia la infame sentenza, e la più infame amnistia. — Se alla giustizia dei miei concittadini pare troppo, io durerò in esilio. Forse un giorno mi loderanno di non essermi lasciato avvilire, ed esalteranno quanto ora deprimono.

Cariss.asignora Ersilia

Rispondendo a lei rispondo all'amico Ferdinando. Io non mi guasto per così poco con le persone, che amo, e che mi hanno fatto del bene. — È costume dei signori, che ora obbedite, perseguitare a morte chi non partecipa la loro opinione; non mio: quando non ci possiamo intendere su materie politiche, non se ne discorre più, e rimangonoinalterati gli affetti, gli uffici, e i termini di buona amicizia. D'altronde, se mi commossi un poco fu davvero per le nuove che Ferdinando mi fece la gentilezza mandarmi; anzi sarei veramente obbligato se me le rinnovasse; bensì m'increbbe l'approvazione, che in certo qual modo pareva che il Babbo dèsse a coteste grullerie; egli che vide quale strazio di me si facesse, e sa se lo meritai, e conosce quanto furono e sono crudeli, e superbi, i miei carnefici, come poteva consigliarmi a tornare, farmi piccino, piaggiare il Governo ecc.? — Questo, lo confesso, mi spinse una fiumana di sangue al capo. Lo stesso dicasi dello addebito stolto dell'Apologia. Io dissi questo, ed è vero: dopo Novarapensai, badi bene,pensaiad armare il paese, e poi alla tornata dell'Assemblea orare in questo senso: soli contro Austria non possiamo reggere, bensì fare difesa disperata. Io vi conforto a mandare a dire a Leopoldo che spontaneo uscì, e spontaneo torni, se vuole, a patto che non vengano Tedeschi, e si mantenga lo Statuto; se così farete, l'Inghilterra promette la mediazione, e la garanzia, (io aveva riportata questa promessa); io mi condanno allo esilio, contento di portar meco la vostra affezione; se invece vorrete battervi, e me confermate nell'ufficio, farò il debito.

Ecco quello che divisava fare. — Sostenere che gli Aristocratici hanno fatto ma non detto prima, è scempiezza, perchè il fatto basta e ne avanza; ma non è vero: lo dissero ancora e fu pei loro proclami, e assicurazioni che il popolo si rivoltò.Essi dicevano: col resistere, e coll'imporre garanzie, il Granduca vi chiama i Tedeschi a casa, e viassicuriamolibertà, immunità da occupazione straniera ecc. ecc. Questa è storia; i documenti avanzano a centinaia, ed a negarli ci vuole fronte più che di bronzo.

E del Capponi ancora mi urta quell'aria di moderazione. — Chi consigliò il Granduca a pigliarmi ministro? Lui. Chi orò solo perchè mi deferissero il Governo provvisorio? Lui. Feci il debito? Tutti con giuramento risposero: sì. Dunque dove va a pescar torti? Torti sono i suoi, quando tradì l'antico amico, quando lo lasciò in mano dei suoi carnefici, quando lo espose ad esser fucilato dai Tedeschi. E, quando stava in prigione, mandò a scusarsi allegando la sua cecità; ma le cattive azioni muovono dal cuore, e il cuore non accieca. — Ferdinando queste cose sa, ha viste, ne fu parte; però doveva così rispondere e difendere l'amico perseguitato, e il parente?

Sul rimanente della sua lettera non risponderò. Solo le dico, che alle mie mani avreste avuto meno lumicini e più schioppi.

Le cose sono tutt'altro, che tranquille, e sicure. La libertà, cosa cara, caramente si acquista, e se pensano averla senza sagrifici, e atti virili, e risoluti, dubito assai se riusciranno. Ad ogni modo questo non ha da essere pensiero mio: ci provveda a cui tocca.

Tanti saluti a tutti in casa; e di nuovo accerti Ferdinando ch'io l'ho per buono e caro amico, elo prego e lo conforto a mandarmi le nuove di quello che vede, ed intende, chè io di certo me ne gioverò nella via, che rimane a fare. Addio; anche Maria saluta.

Affezionatissimo amicoF. D. Guerrazzi.

Genova, 26 Ottobre 1859.

Caro Amico

Rispondo tardi perchè stetti parecchi giorni a Torino. E' pare che Pandora versi il vaso dei mali sopra la sua famiglia: non può credere quanto questo ci affligge; ma a questa ora speriamo risanata la Signora Teresa, e gli altri mali attutiti. In questa speranza passo ad altro.

Conferii parecchie ore con Vittorio Emanuele; e co' ministri più volte. Il Carignano non può venire; Napoleone lo vieta; chè vuole restituito il Granduca con territorio accresciuto: pure non lo metterà per forza, riproporrà il cimento del suffragio universale perchè lo avvenuto (egli dice)è ristretto, e spremuto da unafazione. Dunque tutto sta adesso nel disporre il paese a sostenere lo assalto del nuovo voto. Non si crede l'attuale Governo capace a ciò; è un po' logoro, corbellerie ne ha commesse, e asperità non poche, vecchie e nuove. Però si vedrà di convocare l'Assemblea, ed eleggere reggente il Gen. Fanti, buona e valente persona, prediletta al Re; no Ricasoli, perchè le sue rigidezze voglionsi temperare, perchè capo imporrebbe i suoi concetti, e così non si farebbe guadagno, e perchè Napoleone lo detesta; onde non si vorrebbe urtare con lui. Il Gen. Fanti comporrebbe il nuovo Ministero, conservando del vecchio quanto è popolare ed ha valore vero, l'altro licenzierebbesi onestamente. Il Governo così ricomposto avrebbe a proporsi questo fine precipuo: tenere il Paese ben disposto perchè, interpellato da capo, dicesse:

1 Non voglio Lorena e servitù 2 Voglio Savoia e libertà.

Il Governo Sardo fa pratiche per questo: costà la pubblica opinione avrebbe a secondare con tutte le forze; e presto, perchè, com'ella bene avverte: in mal tempo arriva l'affare delle Dogane che, ledendo molti, li alienerà di certo, e queste cose vanno fatte a tempo e a luogo, e dopo molte avvertenze: e in tempo peggiore gli arresti (segue una parola inintelligibile), perchè scompigliano, lasciano zizzanie, e sono tanti voti contrari a Vittorio Emanuele che non ne ha una colpa al mondo. Se rimarrete neghittosi, vi trovereteper la seconda volta Austria in casa. Addio. Mi scriva presto per darmi nuove della salute sua, e dei suoi.

AffezionatissimoF. D. Guerrazzi.


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