PREFAZIONEUn degno popolano, quando nel 1833 andava prigioniero alla Stella, mi fu cortese, con suo sommo pericolo, e non lieve disturbo, di ogni maniera di benevoli uffici; nel 1848 il dabbene uomo non era punto mutato: gli anni, siccome avviene nelle anime bene disposte, anzichè scrollarlo lo avevano maravigliosamente confermato nelle sue convinzioni, ed anche per questa volta, (che spererei ultima), non mancò di procedere verso di me con coraggio pari all'amorevole volontà. Ora io avrei desiderato secondo le mie modeste sostanze ricompensarlo, ma non osavadirglielo, conciossiachè io conosca a prova come il popolo buono, il vero ed egregio popolo sdegni qualunque moneta che di cuore non sia. Egli però mi prevenne e mi disse avere un figlio giovanetto sacerdote; essere stato scelto a recitare la predica del Venerdì Santo nella Chiesa della Misericordia di Portoferraio; pregarmi in ricompensa dei presenti e dei passati servigi comporgli una predica. — Una predica! esclamai maravigliato. — Una predica, insistè egli, ed a me non sofferse l'animo ricusargliela. Ora come farò io? domandava a me stesso. — Quale oratore imiterò mai? Nei tempi andati aveva letto il Turchi e il Segneri, ma non me ne ricordava siccome avviene delle letture che mi lasciano poca impressione, bene mi rammentava di certo scrittore chiamato Carli il quale mi parve che con modestia pari alla bontà esponesse la dottrina di Cristo, e lo lessi in casa di certo Proposto campagnuolo mio amico, a cui lasciai le opere del Montaigne in memoria di me e certo non fu buono ufficio. Questo scrittore però non consuona alla mia maniera di sentire, onde io privo afatto di modelli da imitare mi rimaneva sgomento. — Ripensandovi sopra io favellava fra me: e che cosa importano le regole, e gli esempi altrui? Non basta lo Evangelo per ispirare? Raccogliendo la mente a contemplare i casi di Cristo forse non mi sentiròcommosso? La commozione non genera forse le parole che valgono a impietosire? La pietà non accende la pietà come scintilla un gran fuoco? E Cristo sempre mi si accostò al cuore soavemente, come colui che bandì la libertà e la fratellanza fra gli uomini, e confermò la sua dottrina col sangue. — Così pensando scrissi di Cristo indegnamente forse, ma con animo pieno di reverenza. — Se in questa orazione manca l'arte, io vo' che sappiano piacermi assai che manchi. Fu scritta come il cuore la dettava, — in carcere per la libertà, mentre dentro e fuori le mura del luogo in cui io mi trovava ristretto risuonavano le grida di libertà. Che cosa importava a me se cotesti gridi non abbattevano la mia prigione? Essi avevano virtù di abbattere i ceppi della umanità, e in questo pensiero esultava. Altre volte la obbrobriosa tirannide mi chiuse in carcere, e uscito fuori mi parve entrare in un carcere più grande. Che giova al prigioniero starsi nel cerchio del carcere, o di una città quando il servaggio contrista la città e il carcere? Ma adesso le porte mi vennero aperte dalle mani della libertà. Chi ha cuore di patria non settanta giorni ma settanta anni di prigionia non vorrebbe avere sofferto per vedere compiti i prodigi che avvennero nel breve periodo di due mesi? Sia pertanto lode a Dio che alfine rivolsea noi i suoi giusti occhi. Altri ambisca altri onori, io mi chiamo contento di portare impresso sopra il mio volto l'ultimo sgraffio degli artigli dell'odiato dispotismo. Se quelli che leggono si sentiranno per metà commossi di quello che io fui quando scrivevo, mi parrà avere conseguito il mio fine, e non cerco altra lode.Livorno. 29 marzo 1848.
Un degno popolano, quando nel 1833 andava prigioniero alla Stella, mi fu cortese, con suo sommo pericolo, e non lieve disturbo, di ogni maniera di benevoli uffici; nel 1848 il dabbene uomo non era punto mutato: gli anni, siccome avviene nelle anime bene disposte, anzichè scrollarlo lo avevano maravigliosamente confermato nelle sue convinzioni, ed anche per questa volta, (che spererei ultima), non mancò di procedere verso di me con coraggio pari all'amorevole volontà. Ora io avrei desiderato secondo le mie modeste sostanze ricompensarlo, ma non osavadirglielo, conciossiachè io conosca a prova come il popolo buono, il vero ed egregio popolo sdegni qualunque moneta che di cuore non sia. Egli però mi prevenne e mi disse avere un figlio giovanetto sacerdote; essere stato scelto a recitare la predica del Venerdì Santo nella Chiesa della Misericordia di Portoferraio; pregarmi in ricompensa dei presenti e dei passati servigi comporgli una predica. — Una predica! esclamai maravigliato. — Una predica, insistè egli, ed a me non sofferse l'animo ricusargliela. Ora come farò io? domandava a me stesso. — Quale oratore imiterò mai? Nei tempi andati aveva letto il Turchi e il Segneri, ma non me ne ricordava siccome avviene delle letture che mi lasciano poca impressione, bene mi rammentava di certo scrittore chiamato Carli il quale mi parve che con modestia pari alla bontà esponesse la dottrina di Cristo, e lo lessi in casa di certo Proposto campagnuolo mio amico, a cui lasciai le opere del Montaigne in memoria di me e certo non fu buono ufficio. Questo scrittore però non consuona alla mia maniera di sentire, onde io privo afatto di modelli da imitare mi rimaneva sgomento. — Ripensandovi sopra io favellava fra me: e che cosa importano le regole, e gli esempi altrui? Non basta lo Evangelo per ispirare? Raccogliendo la mente a contemplare i casi di Cristo forse non mi sentiròcommosso? La commozione non genera forse le parole che valgono a impietosire? La pietà non accende la pietà come scintilla un gran fuoco? E Cristo sempre mi si accostò al cuore soavemente, come colui che bandì la libertà e la fratellanza fra gli uomini, e confermò la sua dottrina col sangue. — Così pensando scrissi di Cristo indegnamente forse, ma con animo pieno di reverenza. — Se in questa orazione manca l'arte, io vo' che sappiano piacermi assai che manchi. Fu scritta come il cuore la dettava, — in carcere per la libertà, mentre dentro e fuori le mura del luogo in cui io mi trovava ristretto risuonavano le grida di libertà. Che cosa importava a me se cotesti gridi non abbattevano la mia prigione? Essi avevano virtù di abbattere i ceppi della umanità, e in questo pensiero esultava. Altre volte la obbrobriosa tirannide mi chiuse in carcere, e uscito fuori mi parve entrare in un carcere più grande. Che giova al prigioniero starsi nel cerchio del carcere, o di una città quando il servaggio contrista la città e il carcere? Ma adesso le porte mi vennero aperte dalle mani della libertà. Chi ha cuore di patria non settanta giorni ma settanta anni di prigionia non vorrebbe avere sofferto per vedere compiti i prodigi che avvennero nel breve periodo di due mesi? Sia pertanto lode a Dio che alfine rivolsea noi i suoi giusti occhi. Altri ambisca altri onori, io mi chiamo contento di portare impresso sopra il mio volto l'ultimo sgraffio degli artigli dell'odiato dispotismo. Se quelli che leggono si sentiranno per metà commossi di quello che io fui quando scrivevo, mi parrà avere conseguito il mio fine, e non cerco altra lode.
Livorno. 29 marzo 1848.