LA GAZZA.
Il semplicista non fece troppe parole; guardò Mezzalana, gli tastò il polso, gli rovesciò le palpebre e scrollò il capo.
— Be’, cosa dite? — mormorò Mezzalana.
— Cosa debbo dire? — rispose il semplicista.
— C’è pericolo?
— Non la vedo chiara.
— Che cosa c’è.... Un tumore?
— No, è il male della lucciola.
— Della lucciola?... Non l’ho mai sentito ricordare.
— Be’, ve lo dico io.
— Siete sicuro di non sbagliarvi?
— Se non mi credete, perchè non chiamate il dottore?
— Il dottore?... Vuol esser pagato!
— Allora state zitto se non volete spendere!
Mezzalana alzò le spalle e mormorò:
— Starò zitto!
L’empirico riprese la mazza che aveva appoggiata al muro, si chinò alla secchia ricolma che era appoggiata sul pozzale, bevve e, asciugata la bocca sulla manica della giacca, si avviò all’uscita dell’aia.
Mezzalana non era contento e già si pentiva del palancone che aveva dato al semplicista per la sua visita; due soldi valevan bene un lungo discorso, s’egli li valutava alla stregua della sua rabbiosa avarizia; così, come vide l’uomo andarsene tranquillamente senza aggiungere parola, gli gridò dietro:
— Be’, non mi dite altro?
L’empirico si fermò e, volgendosi a mezzo, rispose:
— Non ve l’ho detto il male che avete?
— Sì, ma che cosa debbo prendere per guarire?
— La cassa!
— Che cosa?...
Allora Zibaldino, che stringeva tuttavia a dispetto, nel palmo della mano, la scarsa mercede e voleva far notare all’avaro la sua spilorceria, grugnì:
— Dite un po’, pretendereste forse ch’io perdessi tutta la mia giornata per due soldi?
— Due soldi son due soldi — rispose Mezzalana; — costano fatica e voi li guadagnate con delle chiacchiere!
— Ah! sono chiacchiere le mie?
— Non avete mica imparato la vostr’arte vangando la terra!
— Allora perchè mi chiamate se sono chiacchere?...
— Perchè vi contentate di poco.
— Siete uno sciocco!
— Io sarò uno sciocco, ma due soldi son due soldi!... E per due soldi dovreste parlare un po’ di più!...
Zibaldino scuoteva il capo da destra a sinistra squadrando il cocciuto bifolco; poi si decise e parlò chiaro:
— Be’, già che volete farmi parlare: volete proprio saperla tutta?
— Sì.
— Allora vi dico che avrete ancora tre giorni da campare!
— Tre giorni.
— Sì, tre giorni. E ve la dò lunga!...
Mezzalana si guardò attorno, si calcò lagalosafino alle orecchie e mormorò:
— Basta!... Ho capito!...
— Vi saluto — fece Zibaldino.
— Addio — rispose Mezzalana; ma l’empiriconon era giunto ancora sulla strada che il vecchio gli gridò dietro:
— Avete detto che è il male della lucciola?
— Sì, della lucciola!
— E non ci sarebbe qualche erba?
— Sì, l’erba cagninache fa bono ai cani!
— Dite davvero?
Zibaldino non rispose più. Si avviò per la riva del fosso, e camminava forte.
Mezzaluna corse sulla strada, stette in forse un secondo, poi chiamò:
— O Zibaldinoooo?
L’altro affrettava il passo dinoccolato, il cappello sugli occhi e le mani in tasca.
— O Zibaldinoooo?... Non mi sentite?...
Sì! Chi lo sentiva?... Era indispettito. Svoltò per la prima viottola e non si vide più. Allora Mezzalana si grattò un orecchio e incominciò a pensare. Era troppo chiaro che il semplicista si era preso giuoco di lui. Forse con tre palanche avrebbe parlato un po’ più e si rimproverava di non aver arrotondata la grassa mercede. Ma tale rimprovero non resse alla sua critica feroce. Tre palanche per un chiacchierone che veniva a guardarvi negli occhi o a tastarvi il polso? Bisognava essere milionari per darsi a spese simili. E negli occhi che cosa ci vedeva, la fede di nascita?... E a che serviva tastare il polso se egli sentivamale dentro, nelcassone, fra il cuore, lo stomaco e la milza? Spendere due soldi per sentirsi ripetere la bella verità che bisognava morire!... Tante grazie! Credeva forse che Mezzalana non sapesse.... Però aveva solo settant’anni. Che cos’erano settant’anni?... Suo padre era morto a ottantasette e suo nonno a novantaquattro. E aveva sentito dire dalla buon’anima di sua madre che un loro vecchio antico era giunto alla bella età di cento e quindici anni. Oh, sì!... Così bastava!... Dice: — Era ridotto come un uccellino!... Be’, e se era magro, e se mangiava poco non era fra i vivi ugualmente?... Perchè il tutto sta a non dover andarsene troppo presto; per il resto che cosa importa?... Anche se uno non si muove più da una sedia, basta veda....
E qui lo colse un pensiero amaro: e se per davvero egli non avesse potuto veder più?... A settant’anni! E gli pareva di trovarsi di fronte a una smisurata ingiustizia se pensava alla morte alla sua età. Si spinse lagalosasulla nuca; si avviò per l’aia ciondolon ciondoloni; prese una forca appoggiata a un pagliaio e la portò nella capanna. Il cane corse ad annusargli le gambe; lo scacciò.
Una subita incredulità lo invase. Ogni dubbio ne fu travolto. Ma che morire!... A dar retta a certa gente sì, che si sarebbe morti venti volte il giorno. L’ora segnata era nel libro di Dio,non poteva conoscerla faccia d’uomo sulla madre terra. Il nostro destino era ben al disopra dei tetti delle case, in fondo al cielo, e se qualcuno fosse potuto andare e ritornare di lassù dove corrono le stelle, oh! allora gli si sarebbe potuto credere ad occhi chiusi. Ma un chiacchierone che sapeva l’arte di comporre qualche pillola, dove doveva togliersela la misteriosa scienza della vita e della morte? Perchè andava pei boschi, la notte?... Perchè dicevano che l’avevan veduto parlare coi fantasmi?... Chiacchiere che non valevano le sue belle palanche! Richiuse la capanna e si avviò al pozzo.
Era ben vero che non si sentiva bene! Era vero, perchè negarlo?... A volte gli sopravvenivano certi mancamenti che, se non trovava appoggio, andava ruzzoloni per le terre, come gli era accaduto varie volte. E la vista gli si annebbiava sempre più e non aveva appetito. Almeno avesse mangiato!... Fin che si mangia si campa. Ma no, niente!... Appena qualche boccone e stentato che doveva far fatica ad inghiottirlo! Questo era il brutto! Già, perchè con lo stomaco non si ragiona e se lo stomaco sciopera.... Il male della lucciola?... Uhm?! Non l’aveva sentito ricordare mai. Ma che c’entrava la lucciola? Non era mica il tempo dei grani ed egli non soffriva di nessun fenomeno luminoso!
Forse era un tumore. Già se lo sentiva addosso, a porgli mente; si sentiva come una cosa rotonda gravitare fra il cuore, lo stomaco e la milza, e nè Zibaldino, nè tutti i professori della terra potevano saper questo perchè, a voler ragionare, il male è di chi lo ha e chi non ne soffre non ne può sapere proprio nulla.
E tale convinzione gli si accrebbe e gli si perfezionò per quanto più tempo prese a considerarla. Definito il male, pensò al rimedio. Un rimedio doveva esservi. La sua ostinata volontà di vivere non poteva rassegnarsi all’idea dell’inguaribile; così, siccome un poco se ne intendeva di semplici, si dette a rimuginare tutte le virtù delle erbe e da un angolo occulto della sua memoria gli tornò alla mente questo: che cioè l’erbapiastrellaaveva la virtù di sciogliere i nodi che si formavano nel corpo degli uomini in seguito a cadute o a stregonerie. Ci voleva adunque l’erbapiastrellala quale non si trovava nei campi o lungo i fossi, ma nella pineta lontana. Doveva essere raccolta di notte, durante l’interlunio perchè non perdesse le sue proprietà. In quanto all’interlunio il periodo era propizio; in quanto alla notte.... Si grattò un orecchio. A questo punto qualcuno scarpicciò dietro le sue spalle.
— Come state, Mezzalana?
Gettò un’occhiata in tralice. Era Pignòla, la sua vecchia moglie. Non le rispose.
Pignòla veniva per l’aia con un paniere.
— O Mezzalana, non mi date mente?
Mezzalana volse il viso burbero.
Quando fu vicina al marito si fermò a guardarlo da sotto in su, seria seria, col paniere infilato in un braccio, e nel paniere pigolavano una ventina di anatroccoli appena sgusciati dall’ovo.
— Che cosa volete?
— Vi ho domandato come va!
— Io non lo so! — fece Mezzalana.
— È venuto Zibaldino?
— Sì. Non lo avete visto?
— Non l’ho visto. Be’, che cosa vi ha detto?
— Che debbo morire!
— Sarà matto?!
— È quello che dico io!
— Non gli darete mica retta?...
— No, per Dio....
— Volevo ben dire!...
E tacquero. Mezzalana si guardò i piedi; Pignòla raccolse i pulcini che tentavano di guizzar via dal paniere. Poi Pignòla soggiunse:
— Non sapete neppure la razza del male?
E Mezzalana:
— È una razza cane!
Pignòla scosse la testa:
— Questo sì!
Passò una pausa.
— E sapete che cosa ha avuto core di rispondermi quando gli ho domandato un rimedio?
— Che cosa ancora?
— Mi ha risposto che la medicina era la cassa!
— Dite sul serio?
— Non vedessi più la faccia de’ miei figli!
Pignòla aggrottò le ciglia e scagliò la sua maledizione:
— Facesse Iddio che toccasse a lui!...
E, lanciato che ebbe l’anatema, si dette a rincorrere gli anatroccoli che erano guizzati fuor dal paniere e scorrazzavano per l’aia.
Mezzalana l’aiutò. Quand’ebbero compita l’opera, Mezzalana disse:
— Sapete che male è?
— No.
— È un tumore!
— Ne siete sicuro?
— Sì. E ci vuole l’erbapiastrella!
— L’erbapiastrella?... Che cos’è?
— Come, non la conoscete?... Non sapete se faccia bene?...
— Io no....
Allora Mezzalana guardò la moglie di sbieco e brontolò:
— Già l’ho sempre detto che siete un’ignorante!...
La Pignòla non ribattè, era abituata agli sgarbi del suo signore e padrone, nè si riteneva degna di un trattamento diverso. Quand’era ancora giovine erano state famose bastonature ch’ella aveva inscritto nel capitolo dell’amore e della gelosia e che l’avevan fatta orgogliosa del suo uomo di fronte alle compagne; da vecchia il bastone aveva ceduto l’impero alle violenze ed ella prendeva queste come quelle, con l’intima fierezza di una donna che si sente amata.
Senza scomporsi adunque, e per nulla offesa tirò di lungo, entrò nella capanna e scomparve.
Come Mezzalana fu solo, raccattò uno stecco che vide in mezzo all’aia, lo portò nella catasta delle legna perchè nulla doveva andare disperso, poi si fermò, la testa bassa, tutto assorto in un pensiero.
Così ristette alquanto e, quando si riscosse, la sua decisione era presa.
Egli stesso sarebbe andato in pineta, durante la notte; avrebbe raccolta l’erba che conosceva e sarebbe ritornato innanzi l’alba.
A compire il viaggio gli bastava il suo ciuco. Nessuno doveva saper nulla della decisione presa, neppure la Pignòla.
Però, siccome un certo dubbio gli rimanevain fondo all’anima e capiva di mettersi in un grave rischio, chè il viaggio non era corto, e poteva coglierlo un malore lungo la strada, decise che, prima di partire, avrebbe preso le sue precauzioni. E tali precauzioni erano d’indole affatto particolare. Entrato nel nuovo ordine di idee si affrettò verso la casipola, entrò nella stanza terrena e gridò a Pignòla che era curva su gli alari:
— Questa sera si deve cenar presto!... Spicciatevi!
— Devo cuocere la minestra? — domandò Pignòla rivolgendo la faccia.
— Sì, cuocete!
— E i ragazzi?
— Fatevi alla siepe e chiamateli. Sono nel campo?
— Sì.
La Pignòla andò e tornò, presta come la lepre. Aggiunse legna al fuoco e una grembiulata di canàpuli, accese la lampada, andò ad attingere il vino nel boccale, cosse la minestra.
I figli e le figlie di Mezzalana entrarono senza pronunciar parola e sedettero sulle panche disposte ai due lati della tavola.
La Pignòla si spicciò, la minestra fu servita. Mezzalana non toccò cibo, ma nessuno gli pose mente se non fu la vecchia Pignòla. Questache, dopo essersi pienata la sua verde scodella, preso il nero cucchiaio di legno, si era seduta sopra un sacco di farina, in disparte, a consumare il suo pasto, guardava a quando a quando il marito e mangiava di mala voglia. Poi non potè resistere e disse:
— Mezzalana, non avete fame?
Il vecchio non rispose. E la donna:
— Non fate bene a star sempre digiuno! Vi guasterete la salute!
Mezzalana grugnì in sì malo modo che la vecchia Pignòla abbassò l’insolcata faccia su la scodella e non parlò più.
Compìto che fu il pasto, tutti salirono al piano superiore e Mezzalana rimase solo; allora, come udì spengersi a mano a mano ogni fruscìo, si tolse le scarpe, staccò la lampada appesa sotto una trave e andò ad assicurarsi che tutte le porte fossero ben chiuse. Si fece poi alle scale e stette in ascolto. La sua gente dormiva affranta dalla stanchezza. Ciò piacque al vecchio, il quale si guardò attorno ancóra, chè lo teneva l’eterno sospetto di essere spiato. Stava per compire qualcosa di sacro, qualcosa che gli era come un misterioso rito verso il suo Dio sonante. E per tale rito al quale, dai lontani tempi della sua immemorabile giovinezza, egli si era tenacemente votato, dormiva solo, inuno stambugio attiguo alla cucina e nessuno vi entrava se non Pignòla, rarissimamente, quando il consorte suo non poteva levarsi dal letto.
Entrato che fu nelSancta sanctorum, tirò il catenaccio, posò la lampada sopra una sedia e, presa una piccola scala a piuoli, l’appoggiò ad una trave e vi salì. Nel corpo di detta trave, per mezzo di certi suoi nuovi congegni, egli aveva aperto un rifugio capace di contenere comodamente le cose che voleva riporvi; e tale rifugio era sì ben chiuso che, dal basso, nessuno avrebbe potuto sospettarne l’esistenza. Vi salì adunque, ne tolse la chiusura, l’ispezionò e come fu sicuro dell’affar suo, vi depose la sacra mercanzia ch’egli aveva presa antecedentemente da un ripostiglio praticato nel muro, dietro l’arca. Compìta ch’ebbe la faccenda, ridiscese, portò la scala altrove, uscì su l’aia a specular la notte. Era sereno. Tempo calmo. Il Carro saliva nello spazio verso i sommi cieli, con le sue sette stelle. Allora, trasse dalla stallaSimone, l’attaccò alla carretta e se ne andarono per le strade silenziose verso la pineta marina.
E l’alba non ancóra era per nascere quando Mezzalana eSimoneritornavano con l’erbapiastrella. Ma seSimoneera tranquillo circa la sua sorte, altrettanto non lo era Mezzalana,chè sentiva il suo male crescergli dentro a dismisura e arroncigliarlo e morderlo e tormentarlo con lena sempre maggiore dilagando dal confine suo consueto a tutto il corpo. Il nodo maligno, confinato fra lo stomaco, il cuore e la milza si moltiplicava, tanto che Mezzalana aveva ferma fede di sentirlo crescere dentro di sè e radicarsi per ogni dove fino alla cima delle dita. Epperò un certo sudor freddo gli bagnava la fronte e il petto; e il dolore lo toglieva di senno.
Fermarsi no, e correre non poteva. Inoltre l’austera indifferenza diSimonetanto lo inaspriva che, nelle rare tregue alla sua sofferenza si vendicava con certe gigantesche legnate le quali avrebbero atterrato un toro, non che un ciuco.Simonesi limitava a ritrarre un poco la parte offesa, che era quella dove la coda s’impianta, e tirava di lungo senza commozione nessuna, come se l’ossa sue e le carni fossero del più saldo metallo. Tutt’al più levava il muso e raggrinziva le froge in quella diabolica risata muta che solo gli asini sanno. Comunque fosse, la distanza fu superata e Mezzalana giunse alla sua casa.
Già cantavano le capinere e il cielo si tingeva di rosa. Le finestre erano chiuse tuttavia. La sua gente dormiva. Bene: tutto era riuscitosecondo il suo piano; ma il più gran male sorse quando egli tentò di scendere dalla carretta nella quale si era disteso fra l’erbapiastrella. Non vi riuscì. Solo che avesse tentato di sollevarsi gli sopravveniva tale spasimo da togliergli la luce. FrattantoSimone, che non si sentiva più dominato dal morso, se ne andava per l’aia a suo piacimento e avrebbe senz’altro rovesciata la carretta e Mezzalana nella buca del letame, se il vecchio egoista non si fosse dato a gridare:
— Pignòla?... O Pignòla?...
E appena aveva levata la voce angosciata dal male che una finestra si aprì e fra un vaso di basilico e un geranio fiorito apparve la scarmigliata testa della donna.
Si guardò intorno, domandò:
— Che cos’è?
— Vieni!... — urlò il sofferente.
— Siete voi, Mezzalana?...
Il vecchio le rispose con un’imprecazione classica tanto che Pignòla, di un sùbito ridesta, si tolse dalla finestra, chiamò i figliuoli e corse nell’aia.
Dopo Pignòla giunse Stecco, il figlio maggiore, e Mezzalana fu preso e portato nel suo stambugio ad attendervi l’ora dell’ultima passeggiata.
Tornò Zibaldino; giunsero le attinenti vestite di nero; i figliuoli e le figliuole non andarono ai campi.
Zibaldino disse:
— Chiamate il prete. Tira lo sgambetto!...
E, fra quanti erano nella camera, solamente una donna incominciò a piangere e fu Pignòla. Si tirò la pezzola su gli occhi e si perse, non seppe più far nulla. Ella soffriva davvero perchè si era affezionata al suo aguzzino e le doleva di vederlo partire per la dimora vegliata da una croce.
Mezzalana non parlava più. Aveva una gran sete, beveva sempre, tanto che Stecco disse:
— Diventerà una botte!... — E lo guardò morire perchè la morte era una cosa nuova per lui e gli procurava una certa sensazione strana.
Giunsero altre attinenti abbrunate; ne fu piena la camera e la cucina, tantochè quando il prete fu sulla porta dovette farsi largo per entrare.
Mezzalana fu unto, ma non se ne addiede e il prete ripartì senza avergli tratto una sola parola di bocca. Non che il morituro fosse fuori di senno, ma non parlava, non badava a nessuno, gli occhi fissi al soffitto e le mani conserte sul petto.
Solo ad un punto, quando già la sera stava per ritornare, le donne che gli eran vicine, l’udiron mormorare:
— Li vedo.... li vedo!...
E volsero gli occhi intorno e si guardarono stupite. La Pignòla si fece innanzi, stranita:
— Ha parlato?
— Sì.
— Che cosa ha detto?
— Ha detto che li vede!
— Li vede?...
E un terrore superstizioso invase le donne che guardaron per l’aria e temettero di vedere a loro volta una paurosa apparizione.
Da quel punto Mezzalana incominciò ad agonizzare; ma ebbe un’agonia gaia, senza scosse, senza grida o stravolgimenti, senza orrori. Se ne andava per il suo destino, come una stella in fondo ai cieli e pareva fosse contento. Il suo viso si illuminava sempre più, si componeva in una pace gaudiosa come se la morte gli parlasse dentro con parole amorose, narrandogli di un riposo eterno in un paese sonante di un infinito tintinnìo metallico.
Non erano, le stelle, sì grandi quanto uno scudo d’argento?... E bene erano di argento e d’oro le belle monete di Dio!... D’argento e d’oro.... cosparse per l’immensa contrada dovenon è neve, o pioggia, o solleone: ma solo l’Eterno Patriarca, e gli uomini che non hanno peccato, e le inutili vergini, e i poppanti, e i santi impolverati, e gli uccelli!... Forse la morte gli additava la contrada celeste e la fiumana sonante perchè Mezzalana più si accostava al valico e più sorrideva. E come fino a quel punto non aveva parlato, incominciò a parlare e le donne lo ascoltarono abbrividendo perchè esse vedevano la morte ben diversamente.
Mezzalana adunque non tolse più gli occhi dal soffitto o, con maggior precisione, dalla trave nella quale era richiamato il suo cuore e, come l’aria veniva a mancargli sempre più, incominciò da prima a borbottare, sì che nessuno intese ciò che diceva, poi scandì le parole.
— Io li vedo.... nessuno li vede!... Sono là.... là.... bianchi.... gialli.... neri!... Duemila, quattromila!... — E una grande luce gli si distendeva sul volto. — Quattromila.... diecimila.... die.... ci.... mi.... la!...
Le donne si portavano le mani alla faccia; gli uomini si stringevano alle pareti e il panico superstizioso cresceva.
— Nessuno li vedrà.... nessuno li toccherà!...
Allora una donna piccina, ossuta, che più tremava di sacro orrore, levò la faccia rigata di lacrime e gridò:
— Vede gli angeli!...
Quel grido si ripercosse in tutti i cuori e ne trasse un’emozione violenta. Di un sùbito tutti furono convinti della stessa verità e si inginocchiarono e nascosero la faccia. E la piccola donna gridò:
— Muore come un santo!... Ha la grazia del Signore!... È un santo!...
Le lugubri prefiche ripeterono:
— È un santo!...
E tutti piansero, toltone i figli di Mezzalana, che non credettero a niente perchè ricordavano troppo bene la vita, le prepotenze, le angherie e la sordida avarizia del padre. Ma Pignòla era fra le più convinte; Pignòla piangeva e perdonava tutto perchè aveva amato.
E Mezzalana morì mormorando:
— Li vedo!... Li vedo!...
Era notte quando se ne andò dal mondo, tantochè le ammantate, che rimasero a pregare presso la salma di lui, videro in realtà un grande chiarore nella notte e gli angeli che portavano in cielo l’anima di San Mezzalana.
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Ora, quando il vecchio non fu più nel suo stambugio, i figli suoi gettarono all’aria tutto e cercarono e frugarono senza trovar neppure un centesimo. E la voce corse per il contado:
— È morto e non ha lasciato niente!... È una famiglia alla miseria!...
Qualcuno susurrò ch’egli avesse dotato del suo un convento delle montagne.
Comunque fosse, anche Pignòla morì e i figliuoli vendettero la casa e si dispersero per il mondo. Dieci anni dopo, quando al fatto non si pensava più, volendo il nuovo proprietario della casa ampliarla, cominciò con l’abbatterne una parte e un giorno, in cui i muratori erano intenti a far discendere una trave dalle mura disfatte, avvenne un prodigio: questa trave si aperse e lasciò cadere un rivolo; una pioggia di monete d’oro e d’argento.
Furono conte: erano diecimila lire, quelle stesse che il vecchio avaro aveva nascoste lassù prima di andarsene a raccogliere l’erbapiastrellae che avevano illuminata la morte di lui.
Ma il fatto non fu risaputo che da pochi; e ancóra si parlò per le veglie della santa morte di San Mezzalana, mentre i figli di lui andavano poveri e raminghi per le vie della terra.