LA VIGNA VENDEMMIATA.

LA VIGNA VENDEMMIATA.

C’era, lungo la casa, una riga di ombra e il sole batteva tuttavia sui muri opposti con tanta violenza che l’aria ne era affocata. Le finestre e le porte erano chiuse e per la strada non c’era che Calandra accoccolato lungo la riga di ombra, presso il muro della sua casipola, le ginocchia divaricate, le braccia su le ginocchia e le mani penzoloni.

Sonnecchiava. Ogni suo còmpito era esaurito.

Interrotto il sonno, sul far dell’alba, era sorto dallo stramazzo bell’e vestito come si coricava e, sbirciata l’Amalia, la quale continuava a dormire mezza nuda, appoggiata la larga gota rossa sul braccio ripiegato, era disceso alla vigna.

Uomo di tenace fatica, paziente, placido e resistente come il bue, non aveva badato alla violenza solare, protraendo il lavoro suo finchè la fame imperiosa non lo avesse discacciato di tra i filari.

Ritornato alla casipola sua nel paese, poco dopo mezzogiorno, si era fatto alla madia senza cercar di Amalia, e preso un pane, un boccale di vinello e un bicchiere, seduto su la panca innanzi alla tavola, aveva mangiato il suo pane, pensando ai bei grappoli che avevano alleghito e ai pampini superbi.

Ora sonnecchiava presso la soglia, addossato al muro, lungo l’esigua ombra delle gronde.

Sul principio, come i suoi piedi scalzi erano ancora nel sole e gli ardevano, nè pensava a ritrarli, sul principio aveva udito il ronzìo delle mosche e un malo odore entrargli per le nari insistente, ma nè l’una cosa nè l’altra erano tali da fargli rivolgere gli occhi o da farlo scansare; vi si era adattato calando le ciglia su la sua torpida volontà di sonno e di tregua.

Il rotolìo di uno di quei pesanti plaustri vermigli, antichi come l’arca e la nave, pieni di ferramenta e solidi a simiglianza dei quadrati buoi che li trascinano, non gli fece levar le palpebre di sopra gli occhi suoi grigi e piccoli come quelli del cane; un fanciullo che trascorse gridando come un invaso dal farnetico, ma solo per la barbara gioia di sentirsi vivo, non lo riscosse. Quando Calandra aveva chiuso gli occhi sul suo silenzio, era disceso nel torpor del suo riposo come nell’immensità del nonessere, occorreva una ben diversa ragione a farlo levar di repente, diritto nel sole, con la sua piccola coscienza.

E così ristava nell’ebetudine della siesta, simile ad un cencio gettato sopra una corda tesa, quando, nella casa che gli era dirimpetto, si aprì ad un tratto un usciuolo, un braccio si sporse e gettò in mezzo alla via il contenuto di un grande orcio rossigno.

Il liquido si espanse per l’aria e giunse fino al muro opposto e piovve sul collo, sul petto e su le braccia di Calandra. Questi, al brivido inatteso, levò il capo e grugnì e al grugnito sordo fece seguito una fra quelle sonanti imprecazioni, sì comuni in Romagna, che possono dirsi una più scabra natura di quella gente scabrosa.

Ma Calandra imprecò per l’abito suo di imprecare, così come avrebbe presa la marra o guardato l’aspetto del cielo; il brivido che lo aveva riscosso violentemente dalla sua torpida vacuità aveva ridesta la parte di lui più viva e più inconscia: quella che bestemmiava; era stato come un atto riflesso, la conseguenza necessaria di un’azione indipendente dalla volontà e nulla più. E con l’innocente imprecare tutto sarebbe finito, se la Checca, donna irosa e maligna, non avesse prese per sè le sùbiteparole di Calandra e, riaperto l’usciuolo che già aveva richiuso, non si fosse fatta su la soglia per dimandare a provocazione:

— Che c’è da brontolare?... Con chi l’avete?...

Calandra, che già aveva ripresa la flaccida posa dell’uomo insonnolito, levò lentamente le palpebre e guardò la Checca co’ suoi piccoli occhi di cane, senza capir che si volesse.

E la donnacola ribattè:

— Dico con voi, sapete!... Che c’è da brontolare?...

Calandra non si scompose, richiuse gli occhi e borbottò:

— Chi brontola?

— Voi!... E mandate degli accidenti a chi non v’ha fatto nulla di male. Sarebbe meglio apriste gli occhi sui fatti vostri, povero merlo!...

Calandra non rispose.

— Sì, fate le orecchie da mercante. A voi vi interviene come a quello che dava consigli al vicino perchè si guardasse dal fuoco e aveva il fuoco in casa!

E Calandra muto.

— E la gente dicono che non sapete niente, che nessuno vi ha fatto mai aprir gli occhi!... A crederci!... Ma se ve la fanno sotto il naso!...

Calandra ritrasse le mani sul grembo, levò un poco la testa, chiese lentamente, come segli fosse giunta appena appena la eco di un discorso strano, nel sonno:

— Che cosa mi fanno sotto il naso?

— Quello che non volete sapere! — fece la Checca.

E Calandra con la stessa lentezza beota:

— Che cos’è che non voglio sapere?

— Sì, fate lo smarrito?

— Che smarrito?

La Checca squadrò in tralice il tardigrado, crollò le spalle, disse:

— E chi non lo sa che siete becco e contento? — E su tali parole richiuse violentemente l’usciuolo.

Allora Calandra alzò la grande mano noccoluta, si calcò su la nuca il cappello, che il solfato di rame delle sue viti aveva stinto e ritinto, sputò di traverso e disse, ma placidamente:

— Vacca!

E l’ira sua fu compiuta.

La Checca non c’era più; la strada divenne silenziosa dall’un capo all’altro; Calandra ricadde nella sua immobilità di vegetale che dalle soglie del non essere si affaccia alla vita. Avvertì tuttavia il malo odore e il fitto ronzìo delle mosche, udì il grido di un bifolco a’ suoi bovi, da un prossimo campo, e i tocchi delle ore dalla torre del Palagio. Non voleva darsila fatica di contar le ore, ma le contò senza addarsene. L’orologio della torre aveva suonato il tocco e un quarto; poteva dormire ancora; ma in quel che ridiscendeva verso la profonda beatitudine del riposo, eccoti lo Scancio che giungeva cantarellando lungo la riga d’ombra.

Calandra chiuse gli occhi e non si rimosse.

Lo Scancio era il garzone dei Falistri, un giovinastro cane che non avrebbe portato rispetto neppure all’anima santa di una madre.

Il Calandra non lo temeva, per vero dire, perchè egli non aveva che un timore al mondo ed era quello di Dio; ma la presenza dello Scancio gli dava sempre un malessere inesplicabile, un fastidio inespresso che lo lasciava scontento. Attese senza levar la testa. Lo Scancio si fermò all’osteria del Moro, parlò sommesso, dalla strada, con qualcuno che era oltre la porta, rise forte e proseguì.

Ora Calandra fingeva di essere preso dal più pesante sonno. Lo Scancio gli gridò:

— Buon riposo, Calandra!

Il bifolco non rispose.

E lo Scancio:

— Ti fa buon pro il sonno?... Dormi, dormi, passero, che c’è chi veglia per te!...

Calandra aprì un occhio e poi l’altro e la sua faccia era torva.

— Sei stato alla vigna?

Calandra non rispose.

— Tu vegli la notte perchè non ti rubin l’uva, e il giorno che cosa fai?

Calandra inarcò un sopracciglio in un suo particolar gesto di noia e di stupore.

Fece:

— Perchè?...

— Perchè se tu andassi di giorno troveresti i ladri che non ci sono la notte!

— Quali ladri?...

— E tu va se vuoi sapere! Tu la sentirai la novella!

E lo Scancio rise forte e proseguì lungo la riga d’ombra cantando una canzonettaccia di scherno.

Poi giunse Serafina, la moglie dell’oste, e dalla strada incominciò a chiamare:

— Amalia?... O Amalia?...

Calandra aveva abbassata la faccia fra le grosse mani terrose e udiva il borbottare di Serafina fra il reiterato grido:

— Amalia?... O Amalia?...

La Checca, pronta al rumore, riaprì l’usciuolo e si fece su la soglia. Guardò Serafina e domandò:

— Chi cercate?

— Cerco l’Amalia chè ne ho bisogno.

— O non sapete che non c’è?

— Quando è uscita?

— Saranno tre ore.

— Dov’è? — domandò Serafina e ammiccò a Calandra che non levava la faccia di tra le grosse mani.

— Che volete che sappia io? — fece la Checca. — Domandatelo a Calandra.

Calandra alzò una spalla e non levò la faccia.

— Allora non potrò trovarla? — domandò Serafina.

— Ma sì!... Andate alla vigna che la troverete e non sarà sola!

Le donnacole risero, poi l’una richiuse l’usciuolo della sua tana e l’altra ritornò ciabattando all’osteria.

Calandra incominciò a pensare e l’opera del pensamento gli fu come una mortale fatica.

Sudò sette camicie, ma ormai non poteva più separarsi dal tardo sospetto che si muoveva dentro di lui a simiglianza di un orso inebetito in prigionia. Non era adirato nè prossimo all’ira, e neppure un qualsiasi sdegno per la possibile offesa era per nascergli dentro. In primo luogo non era tuttavia convinto della cosa; in secondo luogo, se pure qualche forte dubbio lo teneva perplesso, egli non vedeva e non sentiva ancora il proprio atteggiamento di fronte all’avvenimento impensato. Eran parole che gli giravan per la mente e non altro. Lafigurazione materiale del tradimento, l’unica che avesse potuto smuoverlo, non gli si presentava. Vedeva tutt’al più la vigna, l’Amalia, la strada affocata dall’ardore, il suo capanno di guardia, i bei tralci delle solide viti, e non quell’alcunchè di preciso che muove la violenta gelosia nell’anima degli uomini. Si traviava dietro le chiacchiere udite, ma non aveva sentimento che lo spingesse ad agire, come avrebbe agito un uomo par suo, a simiglianza di una catapulta. Nello stesso tempo la dolce ebetudine del riposo era scomparsa, epperò si tolse dal muro, aprì l’uscio della casipola, entrò.

Ancora gli sorrise la speranza di trovare l’Amalia addormentata in qualcuna delle quattro stanze e di potersene ritornare così alla sua vigna senza altro pensiero; ma l’Amalia non c’era. Ebbe lo scrupolo di guardare anche negli angoli, di smuovere lo stramazzo dell’enorme letto, di aprire l’armadio, ma non vide la sposa sua dalle rotonde guance vermiglie e dal grande seno bestiale. L’Amalia non c’era, se n’era ita a nozze con Martin della Fratta.

Calandra uscì e chiuse a chiave la porta di casa. Non seppe bene se facesse questo per guardarsi dai ladri o perchè l’Amalia non rientrasse durante l’assenza di lui; gli venne fatto di girar la chiave nella toppa e tirò di lungo.

La stradicciuola del paese sboccava ben presto nella campagna. Calandra si trovò fra le faticate terre degli uomini, senza volerlo. L’abitudine e non la volontà lo aveva avviato lungo il cammino che egli percorreva da quarant’anni: dalla casa alla vigna. Si soffermò. Riconobbe i campi dei Falistri, i campi dei Vicelli; si interessò alle culture; vide che i grani dei Falistri erano i più belli, fece in sè le lodi del capoccio. E udì suonare una campana. Si tolse il cappello a quella che egli riteneva la voce di Dio, inchinò gli occhi e ancora non li aveva tolti di su la terra riarsa che si sentì domandare:

— Dove vai, Calandra?

Levò la faccia e vide don Beniamino, a cavallo della sua rozza.

Calandra si passò il cappello da una mano all’altra. Disse:

— Vado.... andavo.... così....

— Metti il cappello.

— Grazie, don Beniamino.

— Be’ — fece il parroco — come vanno gli affari?

— Ah!... se è per gli affari, non c’è male, si tira innanzi! — rispose Calandra.

— Che altro c’è allora?

Calandra si rimise il cappello e rispose:

— Niente.

Don Beniamino fece girare il parasole color cenere che aveva appoggiato ad una spalla e stava per congedarsi quando Calandra gli si accostò e prese la brenna per la capezza.

— Sentite, don Beniamino, vorrei domandarvi una cosa.

— Di’!

— Se un uomo avesse moglie e gli fosse detto che questa moglie gli fa le corna, che cosa avrebbe diritto di fare quest’uomo?...

— Prima di tutto avrebbe il dovere di accertarsi se l’accusa fosse giusta.

— Sì. E poi?

— E poi, una volta che fosse riuscito a procurarsi delle prove inattaccabili, potrebbe separarsi dalla moglie.

— Questo sarebbe il suo diritto?

— Sì.

— E se quest’uomo trovasse la moglie con un altro dentro un capanno in una vigna, che cosa avrebbe diritto di fare?

— La cosa sarebbe grave!

— Potrebbe prendere un randello e rompere le costole a tutti due?

— Eh!...

— Questo sarebbe il suo diritto?

— Forse sì e forse no....

— Bene. Arrivederci, signor parroco.

— Dove vai?

— Alla vigna.

— A quest’ora bruciata?

— Sì.

Si separarono.

Ora Calandra ci vedeva chiaro. Nel mondo della sua angusta coscienza si erano venute formando una convinzione e una risoluzione; le parole del parroco avevano diradate le gravi nebbie. Calandra sapeva la propria strada. Era disposto ad agire perchè riteneva che tale fosse il suo còmpito e nessun altro; ma, nel cuor suo piccolo di bove dai placidi sensi, non era turbamento di sorta. La passione, la gelosia, l’offesa dignità di marito trascurato fino all’ultimo limite non avevan parola che lo commuovesse. Egli avrebbe, con tranquillità in nulla diversa, fermato un bue tragiogante o un gagliardo ladro nella sua florida vigna. Non che l’Amalia fosse una vigna per lui, anzi non era ormai che una maggiatica, una terra in riposo, chè la sterilità di lei glie la faceva maledetta da Dio; ma capiva che l’Amalia era sua come la terra e l’aratro e la sua solida marra e il letame.

Tagliò frattanto, da un querciolo, un suo solido randello e, quando fu presso la vigna, prese una via traversa e preferì aprire un varco nella siepe anzichè entrare dal cancelletto dispine. Ogni cosa era immota nell’accasciante calura. Disseccate le fonti, inariditi i torrenti, la terra si distendeva intorpidita e riarsa fra lo stridere di un mare di cicale.

Calandra proseguì carponi. Era sotto la siepe. Ora aguzzava i piccoli occhi di cane e stava su l’intesa se gli giungesse la voce degli adulteri. E se non c’erano? E s’egli avesse dovuto forzare la sua faticata siepe per nulla? Non si udivano che le cicale, quelle maledette cicale che pareva stridesser più forte tanto da coprire ogni altro suono. Scoprì finalmente, più presso la proda del fosso, un piccolo varco nella siepe, un varco aperto dai polli e dai cani, ma tanto piccolo che appena vi sarebbe passato un fanciullo. Calandra non vi badò; troppo gli sarebbe stato penoso dover aprire la siepe in un altro punto; si distese, infilò la testa nel vano, fece forza di braccia, puntò, cercò di inarcarsi, ma le spine gli entravan per le carni e lo facevan dolorare. Poi, appena era passato con una spalla, e il braccio gli sanguinava, che una gallina si levò dal suo caldo nido fra la terra e urlando e schiamazzando e traendo dal suo beccaccio giallo i più acuti strilli che mai fossero usati, fuggì come una freccia tra i filari delle viti. E lo spavento di quella mosse lo spavento di tutte le galline che dirazzolavano per la vigna, tanto che, nelbatter di un ciglio, fu tale e tanto il frastuono che non solo gli adulteri ne sarebbero venuti in sospetto, ma qualsiasi altra creatura che non avesse ragioni a timore.

Calandra rimase inchiodato alla terra, imprecando, in cuor suo, a tutti i volatili immaginabili, e vedeva, di tra i fusti delle viti, il suo capanno di paglia rilucer nel sole. Vedeva e attendeva un attimo di calma per riprendere l’aspra sua lotta con la siepe che lo teneva prigione, quand’ecco dischiudersi l’usciuolo del capanno e uscirne Martin della Fratta.

Calandra rimase impietrito; guardava come se vedesse l’inverosimile. L’uomo si volgeva intorno, chinandosi poi a mormorar qualcosa a chi era tuttavia fra la paglia. Dopo un istante ecco balzar fuori dal covo l’Amalia, scomposta, scarmigliata, accesa come il ferro su l’ancudine. Ridevano, si baciavano. Poi Martino diceva:

— Hai sete, bellona?

E l’Amalia a ridere fin che Martino non si chinava a vendemmiare i suoi bei grappoli, i suoi bei grappoli conti e adorati come l’immagine della Vergine e come quella del re, su le monete d’oro.

Allora Calandra si smagò. Più valeva un chiccolo della sua vigna anzichè tutte le donne della terra; ed era come se gli strappasseroil cuore il veder lo scempio che ne facevano quei cani. La violenza che non lo aveva tuttavia scombuiato, si levò su, di scatto, dall’anima di lui, squassando le sue fiamme rossigne; egli ne sentì l’impeto, la furia, l’imperiosa volontà e incominciò a urlare e a dibattersi a rovina entro la sua morsa lacerante. Gli adulteri sbiancarono, si guardarono smarriti, riconobbero la voce di Calandra. E, nell’attimo della sorpresa, temendo ch’egli fosse su di loro a stroncarli, non pensarono a fuggire. Lo sbalordimento dell’inatteso li inebetiva, ma poco durò tale sbalordimento, chè Martin della Fratta, vedendo Calandra alle prese con la siepe impervia, gridò all’Amalia:

— Guardalo dov’è!...

E mai non furon presti due cerbiatti a fuggir per le selve come essi si salvarono, balenando via a guisa di razzi. E si udì nel contempo un alto crescere di grida e di risa come di gente che facesse l’abbaiata.

Calandra balzò in piedi alla fine e fra il sangue e il terrame e l’obliquo color del suo volto era orrendo a vedersi. I suoi piccoli occhi di cane sfavillavano sinistri fra i capelli che gli coprivan la fronte e l’ispida barba nascente. Si levò nella sua massa bestiale, tutto lacero nei panni, e raccolse il randello e si lanciò perla vigna. Non vide, nella sua furia, un filo teso a reggere le viti e sì malamente vi incappò da andar ruzzoloni.

Allora l’abbaiata crebbe, le voci si avvicinarono, la gente aveva invaso la vigna. Non si udiva più che un gridìo intermesso da risate omeriche. Da dove sbucava la masnada? Chi l’aveva spinta fin laggiù, nella sua terra benedetta?...

Calandra si rizzò e più non aveva l’aspetto d’uomo; era anzi una bestia orrenda da esserne guardinghi. Ma l’abbaiata non cedeva; ma gli uomini e i fanciulli e le donne non volevano rinunciare alla loro barbara gioia e venivano innanzi per la vigna gridando, ridendo.

Calandra li squadrò senza smuoversi.

Era primo lo Scancio e batteva un sasso sopra una sua pentolaccia di rame traendone un suono stridulo ed assordante; lo seguivano altri uomini e fanciulli, con arnesi simili. Calandra pareva impietrito e lo Scancio non vide la sua faccia perchè proseguì fino a fermarsi a un passo da lui e quando fu fermo fe’ cenno a tutti che tacessero e levò la voce e disse:

— Calandrone, li hai trovati gli storni?...

Si levò una risata grande, ma i fanciulli videro torcersi la faccia di Calandra, videro serrarsi le due mascelle quadrate e gli occhi brillaredi fuoco e le grandi mani terrose stringersi e il randello levarsi e piombare giù diritto, con la forza del toro, su la testa dello Scancio.

Fu per l’aria un solo urlo acutissimo. Un getto di sangue si levò nel sole.

Lo Scancio stralunò, la testa squarciata, girò su sè stesso, strapiombò, finito.

E le facce degli uomini divennero di morte e non si udì più un fiato, di fronte al colosso stravolto, ma solo un busso di passi precipiti, una travolgente fuga.

Un’ora dopo, quando don Beniamino andò alla vigna e primo accostò Calandra e gli domandò smarrito:

— Calandra.... Calandra, che cosa hai fatto?

Questi si volse a guardarlo, torse la bocca e disse:

— Prete, ne avevo il diritto!...

Ed altro più non disse nè allora nè poi.


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