Lidia mia, il dì che d'Adrian per sorteTi strinse amor con mille nodi l'alma,Io vidi il mar che fu per lui sì in calma,A me turbato minacciar la morte!
Lidia mia, il dì che d'Adrian per sorteTi strinse amor con mille nodi l'alma,Io vidi il mar che fu per lui sì in calma,A me turbato minacciar la morte!
Lidia mia, il dì che d'Adrian per sorte
Ti strinse amor con mille nodi l'alma,
Io vidi il mar che fu per lui sì in calma,
A me turbato minacciar la morte!
Si encomia molto la Vittoria Piissimi, bella maga d'amore, dai moti armonici e concordi, dagli atti maestosi e grati, dalle parole affabili e dolci, dai sospiri ladri e accorti, dai risi saporiti e soavi, dal portamento altiero e generoso (come disse il Garzoni), che fu rivale d'altra ancor più famosa attrice, la Vincenza Armani, in confronto della quale la fama di Sarah Bernhart impallidisce. Lascio la parola al panegirista!... “Ne avendo i tre lustri dell'età sua toccati appena, possedeva benissimo la lingua latina, e felicemente vi spiegava ogni concetto. Scriveva correttamente il latino e l'italiano idioma, ed il carattere che usciva dalla sua penna era bellissimo. Imparò la logica e la rettorica; nella musica fece tale profitto, che non solo cantava sicuramente la parte sua con i primi cantori d'Europa, ma componeva in questa professione meravigliosamente, ponendo in canto quei medesimi sonetti e madrigali, e le parole di cui ella anco faceva, in modo che veniva ad essere cantatrice e poetessa. Suonava varie sorte d'istrumenti musicali,e da sè stessa accompagnava il suo canto; e ciò faceva con tanta dolcezza, che rapiva chiunque avea la sorte d'udirla. Posesi di più ad imparare la scultura, e con sì efficace desiderio vi attese, che scolpiva ogni effigie in cera al naturale. Ben provveduta di meriti e d'eloquenza, diedesi a recitare commedie sulla scena, comparendovi la prima volta nella città di Modena; esprimendo sì prontamente e con tanta grazia i suoi concetti, che sorprese quell'uditorio, la maggior parte composto di letterati di grido. Recitava essa in tre stili differenti, cioè, nel comico, nel pastorale, nel tragico, conservando il decoro di ciascuno tanto drittamente, che l'Accademia degl'Intronati di Siena disse più volte: che questa donna riusciva meglio parlando all'improvviso che i più consumati autori, scrivendo pensatamente. Fece vedersi su i teatri di Roma (che in quel tempo le donne vi comparivano), in Fiorenza e in altre città della Toscana; come pure in Venezia e per tutta la Lombardia; e in ogni luogo rimaneva il nome delle sue virtù impresso nelle menti degli uomini. Nel giungere ch'ella faceva in qualche città , si sparava l'artiglieria (e ciò non è favola) per l'allegrezza del suo arrivo o del suo ritorno, e i principali della terra le andavano incontro, e i dotti portavansi a lei per lo schiarimento di molti dubbi che avevano intorno a questioni filosofiche. I musici, i poeti e i pittori cercavano, con ogni sforzo ed industria, di renderla coll'arti loro immortale: ed i più nobili ed illustri cavalieri, per onor suo, mostravano in giostre, in barriere ed in altri tornei il lor valore; ed ella stessa poneva il premio al vincitore, e dava a molti bellissime imprese con i suoi motti appropriati, che erano da tutti avuti più a caro di qualsivoglia ricco dono. I principali signori d'Italia concorrevano in mandarla a ricercare dovunque ella si fosse, acciò andasse a ricreare le loro città , e a spargerein esse il fecondo seme della sua virtù. Di corpo era bellissima, d'una statura piuttosto grande che no; e con esatta proporzione, e conveniente misura erano situate le belle membra. Aveva i capelli lunghi e finissimi del colore dell'oro; e le ciglia nere arcate e sottili, da giusto intervallo divise. La fronte pareva di lucido e terso alabastro: e le nasceva profilato il naso da i confini delle ciglia, scendendo per mezzo il volto con debita convenienza. Fiammeggiavano gli occhi suoi, e tra il bianco e il nero avevano molta vaghezza, ora ridenti, or lusinghevoli, ed ora altieri. Le sue candide guancie rosseggiavano in mezzo senza artifizio alcuno. La bocca, del color di rubino avea le labbra, e mostrava in aprendosi i suoi denti bianchissimi in egual ordine graziosamente disposti. Avea bellissime mani, ed era in tutto graziosa, modesta e gentile. Nel maggior grido della sua fama, portatasi in Cremona a recitare, dopo d'avere esposti per più d'un mese i parti del suo dotto intelletto, infermossi; e nel fiore degli anni, travagliata da breve malattia, munita degli ordini sacri, e piena di rassegnazione, cristianamente, con dispiacere universale, rese l'anima al Creatore il dì 11 settembre l'anno 1569. Adriano Valerini, comico famoso, il quale onestamente amavala, ed era da lei corrisposto, l'assistè sino all'ultimo respiro; unito al quale, da essa udì queste parole: “Adriano, restiti in pace, io me ne vado. Addio!„ Questo comico scrisse e recitò la sua Orazione funebre, che insieme con le rime di diversi autori, in lode di questa celebre comica, fu stampata in Verona l'anno 1570.„
Bisogna convenire che a quel tempo non v'era penuria di calda ammirazione per i degni rappresentanti dell'arte drammatica. Viceversa, per i non eletti, trovo quest'atroce invettiva: “Ma quei profani comici che pervertono l'arte antica introducendo nelle commedie disonestà solamentee cose scandalose, non possono passare senza aperto vitupero, infamando sè stessi e l'arte insieme con le sporcizie che ad ogni parola scappano loro di bocca; e quanto maggiore ornamento acquista l'arte comica dai precedenti, tanto maggiore infamia trae da costoro, ch'anno con l'Aretino o col Franco cambiato la lingua per ragionare solo da sporchi e vituperosi come sono!„ Scusate s'è poco!!! Dopo aver udito le due campane della lode e del biasimo, dobbiamo persuaderci che il mondo fu sempre eguale; che in allora, come oggi, v'era un'eccedente esagerazione nella lode, come troppa acrimonia nel biasimo avventato, licenzioso ed offensivo. Negli omaggi entusiastici prodigati a quelle celebrità , mai si accenna ad una delle migliori prerogative dell'artista drammatico, quale è quella del porgere naturalmente e della dizione nitida e vera, e mi vien fatto perciò domandarmi da quali massime gli attori d'allora erano guidati? Con quali mezzi, e per quali meriti fisici e intellettuali diventarono grandi? Con qual forma, con quale concezione, con quale ispirazione interpretavano e riproducevano i vari caratteri e le diverse passioni? Ignoto! Mistero!... Cominciando da Roscio e da tutta la falange degli illustri artisti più sopra citati, che ne sappiamo noi? Che furono eccelsi attori, e nulla più! Non vi sembra che l'arte rappresentativa, diseredata dal suo nascere d'esemplari ricordi, non abbia diritto, per legge di compensazione, a dimostrazioni più entusiastiche, più esaltate dell'altre sue sorelle, alle quali è dato il vantaggio enorme d'un'analisi costante e d'una ammirazione imperitura? Non dobbiamo quindi meravigliarci se si prodigano ai seguaci di Roscio esuberanti manifestazioni di simpatia, le quali sono destinate ad essere sepolte con chi le promosse.
Permettetemi ora un breve cenno sui precetti dell'arte drammatica di quel tempo, per poi conchiudere.Il dotto israelita, De Sommi, mantovano, poeta e autore drammatico, nella sua opera in materiadi rappresentazione scenica, nel terzo dialogo, sui recitanti, s'esprime così: “Nell'attore è a ricercare buona pronunzia, e questo più che altro importa: e poi cerco che sieno d'aspetto, rappresentante quello stato che hanno da imitare più perfettamente che sia possibile, come sarebbe, che un innamorato sia bello, un soldato membruto. Pongo poi gran cura alle voci di quelli, perchè io la trovo una delle grandi e principali importanze.... E se io, poniam caso, avessi a far recitare un'ombra in tragedia, cercherei una voce squillante per natura, o almeno atta con unfalsetto tremantea far quell'effetto che si richiede in tal rappresentazione.„ A me sembrerebbe cosa quasi ridicola udire un'ombra parlare infalsetto tremante. E neppure in tutto sono d'accordo con lo scrittore Ingegneri il quale vuole “che l'ombra abbia una voce alta e rimbombante, ma ruvida ed aspra ed in conclusione orribile e non naturale e dello stesso tuono.„ (Dello stesso tuono e non naturale, ne convengo, ma a mio credere la voce dovrebbe essere non alta ma sonora, non ruvida ed aspra, ma cavernosa e monotona). Torno al De Sommi: “Delle fattezze dei visi non mi curerei poi tanto, potendosi agevolmente con l'arte, supplire ove manca natura„ (l'arte non darà mai l'espressione e la vivacità naturale alla fisonomia!) “ma non mai però in caso alcuno mi servirei di maschere, nè di barbe posticce, perchè impediscono troppo il recitare„ (e dovendo rappresentare Barbarossa, lo vorrebbe sbarbato?) “e se la necessità mi costringesse far fare ad uno sbarbato la parte di un vecchio, io gli dipingerei il mento, sì ch'egli paresse raso; con una capigliatura canuta sotto la berretta, e gli darei alcuni tocchi di pennello sulle guancie e sulla fronte, tal che non solo lo farei parere attempato, madecrepito, e grinzo bisognando.„ (I tocchi sulle guancie e sulla fronte, sta bene, ma perchè la capigliatura canuta sotto la berretta? Non era più naturale e semplice il dire,con una parrucca bianca? Seguiamo!).“L'attore dovrà dir forte quanto basti da farsi intendere comodamente a tutti gli spettatori, acciò non cagionino di quei tumulti che fanno sovente coloro, li quali per essere più lontani, non ponno udire, onde ha poi disturbo tutto lo spettacolo.„ (A quanto pare, anche allora il pubblico era talvolta riottoso!) “Bisogna che l'attore s'ingegni di variar gli atti, secondo la varietà delle occasioni; dico, che non basterà ad uno che faccia la parte, poniam caso, d'un avaro, il tener sempre le mani sulla scarsella, il tentar spesso se gli è caduta la chiave dello scrigno, ma bisogna anche che sappia, occorrendo, imitare la smania ch'egli avrà ,exempli gratia, intendendo che il figliuolo gli abbia involato il grano.„ (Ora viene il buono!) “E se farà la parte d'un servo, in occasione d'una subita allegrezza, saper spiccare a tempo un salto garbato: in occasione di dolore stracciare un fazzoletto co' denti: in caso di disperazione trar via il cappello, e simili altriefficacieffetti, che danno spirito al recitare.„ (E che ai tempi nostri farebbero fischiare!) “E se farà la parte d'uno sciocco, oltre il risponder male a proposito, il che gl'insegnerà il poeta con le parole, bisogna che a certi tempi, sappia far anche di più lo scimunito: pigliar delle mosche, cercar delle pulci, e altre siffatte sciocchezze. E se farà la parte d'una serva, saper scuotersi la gonnella lascivamente, se l'occasione lo comporta, ovvero, mordersi un dito per isdegno, e simili cose, che il poeta nella testura della favola, non può esplicatamente insegnare.„ (Per fortuna sua!) In quanto al modo che il De Sommi voleva vestiti gli attori, non è meno curiosa una breve descrizione. Egliscrive: “Io m'ingegno poi quanto più posso, di vestire i recitanti fra loro differentissimi: e questo ajuta assai, sì allo accrescere vaghezza con la varietà loro, e sì anco a facilitare l'intelligenza della favola. Ora, se io avrò (per gratia di esempio), da vestire tre o quattro servi, uno ne vestirò di bianco con un cappello; uno di rosso con un berrettino in capo; l'altro a livrea di diversi colori; e l'altro adornerò per avventura con una berretta di velluta e un paio di maniche di maglia, se lo stato di lui può tollerarlo, parlando però di commedia che l'abito italiano ricerca; e così, avendo da vestire due amanti, mi sforzo, sì nei colori, così nelle fogge degli abiti, farli tra loro differentissimi: uno con la cappa, l'altro colruboncello: uno co' pennacchi alla berretta, e l'altro con oro senza penne: a fine che tosto che l'uomo vegga, non pure il viso, ma il lembo della veste dell'uno o dell'altro, lo riconosca, senza aver da aspettare, ch'egli con le parole si manifesti: avvertendo generalmente, che la portatura del capo è quella che più distingue, ch'ogni altro abito, così negli uomini come nelle donne; però sieno diversi tutti fra loro quanto più si possa, e di foggia e di colori. Nè mi resterei di vestire un servo di velluto o di raso colorato, purchè l'abito del suo padrone fosse con ricami e con ori cotanto sontuoso, che avessero tra loro ladebita proporzione.„ (Così, se una signora caduta al basso e priva di mezzi, fosse costretta a vestire di mussolina, per star ligialla proporzione, qual'altra stoffa dovrebbe usare la sua cameriera? Io non vi vedrei che quella adottata da Eva; e prima del peccato).
Concretando su quanto vi descrissi dei componimenti tragici e comici: degli attori e critici loro, come dei precetti che guidavano gli artisti sul modo d'interpretare ed esporre i caratteri; ed infine, sul gusto d'abbigliarsisulla scena, mi abbisogna vagare su induzioni che potrebbero essere fallaci; pure non mi pèrito ad emettere la mia opinione, dicendo che le aspirazioni artistiche di quel secolo tendevano più alla ricerca del bello nell'arte, anzichè al bello nellanatura; più all'estetica della parola, che a quella dei caratteri e dell'azione: più a soddisfare i sensi, che a convincere l'intelletto.... escludendo però del tutto l'idea in me di menomare con questo, il sovrano ingegno di coloro, che nelle composizioni, come nelle interpretazioni, furono giustamente proclamati sommi. Se esiste l'artebella, vi è pure l'artevera. L'arte bella si discute e si giudica col sentimento convalidato dall'istruzione, dall'educazione e dai costumi filtrati, ed assorbiti nel secolo in cui uno vive. L'arteveraè intangibile in tutte le epoche. Non si giudica; v'incanta, vi affascina, e s'idolatra. La prima è frutto dell'ingegno, la seconda del genio. L'arte vera non è stata, non è, e non sarà cheuna, ed è figlia della natura; e come dice Dante: è quasi nipote a Dio! Lasciando da parte il grado di nobiltà ch'essa occupa, la drammatica, sebbene infelice dal suo nascersi, come dissi più sopra, a parer mio, è l'arte più perfetta e più utile di quant'altre mai. La scultura e la pittura riproducono anch'esse la natura, ma le loro figure, sebbene esprimenti un pensiero, restano immobili: non parlano, non gesticolano, non respirano. Vedute cento volte non vi rivelano che la stessa idea.... immobilmente tacita; nè presto alcuna fede alla favola di Pigmalione, se lo scalpello d'un Michelangelo non ebbe il potere di far parlare il suo Mosè! Ammirando quelle figure, l'effetto morale siete obbligato raccoglierlo nella vostra immaginazione. Così, anche il componimento drammatico, è sterile, inanimato, se non riceve l'alito fecondatore della rappresentazione.
L'arte della scena ha il potere d'insinuare nell'animadegli spettatori quei sentimenti, quelle passioni, quegli entusiasmi, che già intuiti dall'artista, trasfonde all'uditorio, non con mezzi estranei e fittizî, indispensabili alle altre arti, ma con quelli della movenza facciale, della voce, del sentimento e della feconda parola, che sono le legittime, vere, naturali espressioni dell'uman genere. È tanto convincente, persuasiva, insinuante quest'arte, che, in ogni tempo, ma più nel XVI secolo, dal previdente ed astuto clero, fu temuta, quindi osteggiata, non come esempio di pervertimento ai costumi, ma come potente diffonditrice di quella istruzione, di quei liberali sentimenti, di quelle patriotiche aspirazioni e di quelle nobili ed oneste tendenze, per le quali e con le quali soltanto, si formano le grandi Nazioni.
Ma mi avveggo che l'ora assegnatami è di soverchio trascorsa, e non voglio abusare maggiormente della benevolenza de' miei cortesi ascoltatori. A coloro, che per caso avessero qualche piccolo peccatuccio veniale da scontare, dico, che dopo la penitenza da me, ad essi, imposta quest'oggi, vengono del tutto purificati. Gli altri, che per le devote pratiche pasquali la partita deldareeaverehanno liquidata, saranno rimunerati dal sommo Fattore di tutte cose. Ma tanto a gli uni che a gli altri, debbo i sensi della mia riconoscenza che per non tediarvi di più, compendio in una sola parola. Grazie.