FRANCESCO I e CARLO VDIL. A. FERRAI.
DI
L. A. FERRAI.
Signore e signori.
Non mai spettacolo più imponente vide l'umanità. Dileguavansi appena dalla Germania, dalla Francia, dall'Inghilterra le ultime nebbie del Medio-Evo, e gagliardi di lor giovinezza salutavano i popoli il sole rinascente d'Italia. Le monarchie armate, equilibrantisi sui varii ordini delle nazioni, sembravano associare gli interessi dinastici al trionfo di un nuovo principio di diritto maturatosi nelle scuole. Conformemente alle varietà di stirpe, di linguaggio, di condizioni storiche si erano venuti aggruppando i popoli, e formavano delle unità politiche forti e compatte. Sotto la protezione dei re, che assecondavano i meravigliosi e rapidi progressi della risorta civiltà, le borghesie, già schiacciate sotto il peso dell'oppressione feudale, perfezionavano gli ordinamenti politici e la legislazione degli Stati; spogliavansi dei rozzi costumi di un tempo, vedevano rispecchiato nelle corti già ricche di gentilezze spirituali, e di agiatezze domestiche, un ideale di vita migliore.
Una profonda rivoluzione intellettuale e morale poneva l'Italia alla testa del mondo civile. Per l'umanesimo noi avevamo riacquistata coscienza del nostro passato, ci eravamo di nuovo fatti signori di un patrimonio perduto o disperso; e ravvivate per esso le forze dell'intelletto, avevamo riguadagnato il senso reale della vita, trasformati i metodi della scienza, restituito il mondo all'uomo. La varietà dei nostri ordinamenti politici, il possesso già da tempo rivendicato della sapienza giuridica di Roma ci aveva addestrati, meglio e prima d'ogni altro popolo, nell'arte della diplomazia e della politica, il genio artistico nazionale si era ritemprato e perfezionato nell'imitazione del bello classico. Le ricchezze accumulate nelle nostre laboriose città rendevano possibili le solenni manifestazioni dell'arte, ne assicuravano le nuove vittorie nelle corti signorili italiane, ove con l'ingentilirsi del costume, delle abitudini, della lingua preannunciavasi la vita moderna.
Eppure quel secolo così fecondo di pensiero e d'azione, in cui lo spirito d'avventura congiunto alla stimolatrice curiosità della scienza rivelava di là dall'Oceano un continente inesplorato, in cui la stampa prestavasi al mutuo e rapido scambio della cultura, e abolivasi il privilegio nei campi di battaglia come nelle istituzioni politiche e nella scienza, il fatto politico, che incentra tanto febbrile moto di vita, e ci offre pur l'orditura di tanta parte della storia moderna, presenta tutti i caratteri di un dramma medioevale. Ne sono protagonisti i due principi più potenti del Cinquecento, Francesco I di Valois, Carlo V d'Absburgo. Rivivono in Francesco I le tradizioni cavalleresche della Francia cristiana; soldato e poeta alla fede degli avi, al culto della donna, al sentimento dell'onore sacrificherà troppo spesso gli interessi della dinastia e della Francia. Ridestasi in Carlo V, che ha fatta sua la patria del Cattolicismo e dell'Inquisizionecon le melanconie ascetiche del Medio-Evo, l'ideale politico del passato. Un faro luminoso è la mèta inafferrabile del suo destino. Dagli espedienti volgari della politica quotidiana quel sogno lo distrae e lo conforta: restaurare la monarchia universale a difesa della fede e della Chiesa cattolica. Alle attonite moltitudini il prigioniero di Pavia, che dalla tetra torre di Pizzighettone invia alla madre Luisa di Savoia il famoso messaggio, e versi caldi d'amore alla donna de' suoi pensieri, sembra un cavaliere d'antiche leggende. Il sacco di Roma rievoca la lontana memoria di Alarico e de' Visigoti; la guerra di sterminio contro Firenze provoca su Carlo V le imprecazioni e le ingiurie, che già colpirono il capa del Barbarossa, e quando l'eco di quegli improperii lentamente si spegne nell'Italia lacera e sanguinante, la plebe affamata di Napoli acclamerà il principe poc'anzi maledetto, dopo l'impresa di Tunisi, novello Cesare trionfatore.
Ma in pieno Rinascimento le antiche e sistematiche forme che aveano per tanta parte sterilizzata la vita politica del Medio-Evo, nel tempo stesso in cui la Scolastica avvolgeva di metafisica nube il pensiero, non rifiorirono di fatto che nella fantasia artistica di un popolo assetato di ideali, geloso delle tradizioni classiche e del suo passato. Chi vorrà creder sincero Romolo Amaseo inneggiante a Bologna, innanzi alla maestà di Carlo V, al rinnovamento dell'Impero romano, e alla restaurazione della lingua latina! Chi vorrà scorgere nel poema dell'Ariosto, che rielabora nel nostro volgare le leggende del cielo di Carlo Magno un segreto intendimento politico, o cercarne seriamente il motivo storico nella rinnovata potenza cesarea di Carlo V! Non domandiamo ai poeti, e ai retori delle scuole un aiuto soverchio per apprendere il vero.
Francesco I saliva il trono l'anno stesso (1515) in cui Carlo di Gand, appena quattordicenne, assunse il governo dei Paesi Bassi. Vigente la legge salica, inalienabili i feudi della corona, allo spirito di conquista animavasi la nazione francese, cui Luigi XII lasciava in retaggio prosperità economica, unità di leggi, e promesse di vittorie riparatrici. Come allora sottrarsi alla protezione e all'alleanza del nuovo Re. Incerta la successione per Carlo all'avo materno Ferdinando il Cattolico, debole e distratto dalle resistenze degli Ungheresi e dei Boemi Massimiliano imperatore, già alleati di Francia gli Inglesi e i Veneziani, vassallo della Francia egli stesso. In qual modo schermirsi dalla politica provocatrice del nuovo Re? Tristi ricordi per Carlo V le prime prove tentate nelle gare diplomatiche di quegli anni! Eppure debbonsi cercare in esse le cagioni prime del suo odio implacabile contro la Francia ed il Re. Claudia, la figlia di Luigi XII che gli aveano promessa sin dalla culla, era divenuta regina di Francia, recando in dote a Francesco I due delle più ricche provincie già appartenute ai beni ereditari di casa d'Absburgo. Per guadagnare la mano di Renata, la sorella di lei, gli si crearono tali impacci che il matrimonio non potè più effettuarsi. Erede, come arciduca della Germania orientale, sovrano dei Paesi Bassi e dell'antico ducato della Borgogna, presunto successore della Castiglia e dell'Aragona, di Napoli, e di Sicilia, il possessore di così vasti territorii sentivasi offeso dall'alterigia del Re; nè i ministri fiamminghi si stancavano mai di dipingergli i Valois come nemici acerrimi, e spogliatori dellasua casa. Quale tormento per lui i primi e fortunati successi di Francesco I! Le irrisorie proposte di pace al re cattolico, all'imperatore Massimiliano, agli Svizzeri aveano preannunziata prossima la guerra pel ricupero del Milanese. Celebratesi le nozze di Giuliano de' Medici con Filiberta d'Orleans, Francesco I avea saputo così abilmente tenere a bada Leone X, il quale in favor di Giuliano vagheggiava il possesso feudale del regno di Napoli, che tutta Europa dovè persuadersi di una imminente aggressione francese. E la guerra scoppiò fulminea, e fu tra le più brillanti che mai si combattessero nei piani lombardi. La vittoria di Melegnano assicurò ai Francesi il possesso del ducato Sforzesco; il colloquio di Viterbo e l'incontro di Leone X col vincitore a Bologna tranquillarono a patti ben gravi il pontefice: la cessione ai Francesi di Parma e Piacenza. Che se più tardi la defezione di Enrico VIII, e i nuovi intrighi papali per formare uno Stato, dopo la morte di Giuliano, a Lorenzo de' Medici, e per raffermare la supremazia politica del papato in Italia, crearono seri imbarazzi al dominatore di Lombardia, nè i successi militari di Massimiliano, nè l'interposizione dell'arciduca Carlo nelle trattative di pace valsero a porre un freno alle ambizioni francesi. Nella pace di Noyon del 1516 gli interessi della Francia trionfarono completamente. Carlo vi ottenne assicurata, per la mediazione del re d'Inghilterra, la successione al trono di Spagna, ma le clausole restrittive nell'esercizio della sovranità in Navarra, l'obbligo impostogli di riconoscere i diritti di Francesco I non solo sul ducato di Milano, ma sul regno di Napoli, la ingiunzione a Massimiliano imperatore di restituire Verona alla repubblica veneta, tradirono, a giudizio di Massimiliano stesso, con gli interessi degli Absburgo i diritti della Germania e dell'Impero. L'oratore inglese scriveva di quei giorni al celebre ministro Wolsey: “Se non poniamo riparo alla baldanzafrancese noi vedremo risorgere in Francesco I un nuovo Alessandro.„ Onerosi da vero quei patti se per poco consideriamo che tutti gli sforzi posteriormente tentati, con le conferenze di Cambray a fine di ricomporre in via diplomatica il turbato equilibrio fra gli Stati italiani, fallirono completamente. Di un più grave e generale disequilibrio era stata inoltre cagione la morte di Ferdinando il Cattolico, avvenuta fin dal gennaio del 1516, e la successione a lui di un giovane straniero e inesperto, chiamato al governo di una nazione non ancor doma dell'assolutismo monarchico, turbava i sonni del vecchio imperatore. Ci sembrarono tuttavia ingiuste le gravi accuse che egli scagliava, dopo la stipulazione di quel trattato contro Guglielmo di Croy signore di Chévres, l'aio di Carlo V, rimproverandolo d'essersi lasciato aggirare a Noyon da Arturo Gouffier il devoto maestro del re di Francia. Se bene in difetto di prove noi crediamo che il principe di Castiglia si dimostrasse verso il suo educatore e ministro assai meno severo.
Stringevanlo a lui forti legami di affetto e di riconoscenza. Deserta delle materne carezze l'infanzia, quando Carlo V uscì dalle cure diligenti di Margherita d'Austria sua zia, e di Margherita di York, la vedova di Carlo l'Ardito, avea trovato nel signore di Chévres un protettore e un amico. Sotto la guida di lui, Carlo V, dotato di un senso naturale singolarissimo, d'una penetrante finezza di spirito, d'una rara energia intellettuale e morale, si era per la prima volta affacciato alla vita. Gli era debitore insomma di quella scienza che non si trova nei libri, e che è perciò più preziosa e più rara. Riflessivo e prudente nel giudicare, cauto e risoluto nell'operare, egli dovea in gran parte ai consigli del suo precettore l'acquisto di quella precoce dignità principesca, che tutti i biografi gli riconoscono. Ma ben più nell'arte di vivere che nella scienza avea fatto il giovineprincipe meravigliosi progressi. Adriano d'Utrecht, il dotto teologo di Lovanio, che fu poi Adriano VI, non seppe trasfondere in lui alcun amore alle lettere antiche. La pietà del severo fiammingo favorì certo le naturali tendenze ascetiche dell'allievo, non lo rese però gran fatto sensibile alle grandi vittorie dell'arte, che compironsi all'età sua, nè destò in lui eccessivo entusiasmo per il classicismo risorto. Più che il greco e il latino amò Carlo V le lingue viventi; tra le scienze: la matematica, la geografia, e più che tutto si compiacque di conoscere a fondo la storia. Predilesse tra gli antichi scrittori Tucidide, che gli fu noto in una traduzione francese. Gli divennero poi indivisibili compagni de' viaggi, delle imprese di guerra, e conforto prezioso nelle ore delle incertezze e degli scoramenti, due libri: la vita di Luigi XI del Commines, il Principe di Niccolò Machiavelli. Non tra le astratte meditazioni, o nel sepolcrale silenzio di una biblioteca monastica, erasi dunque formato lo spirito di Carlo V, in contatto immediato con la realtà viva del mondo parve quasi ch'egli compisse in Fiandra il noviziato della sua esperienza politica; ma non dal paese nativo di certo egli ritrasse le linee marcate della sua fisionomia morale. All'ambiente storico più vasto, che più tardi lo accolse spettava compiere l'educazione politica e religiosa di Carlo V, e quell'ambiente fu la Spagna, meraviglioso teatro ancora di drammi sanguinosi, e di cavalleresche leggende, la patria di Ximenes, di Torquemada, di Consalvo di Cordova. Strano contrasto! Mentre tutte le nazioni si erano ringiovanite, o ringiovanivano, per una serie di profonde rivoluzioni intellettuali, la Scolastica, la Riforma, il Rinascimento; la Spagna rimaneva indifferente a questo progressivo moto d'Idee. Intrepida amazzone teneva ancora in pugno le armi a difesa dell'altare e del trono, e tra una battaglia e l'altra cantava le proprie vittorie. Le dispute di Abelardo,le dottrine di Ruggero Bacone, la filosofia di S. Tommaso non la commuovono; essa si attiene alla fede tradizionale, s'invanisce e s'inebria di racconti fantastici e storici, burlevoli e pastorali. Non per la Spagna faticheranno i grammatici e i commentatori dell'Umanesimo; essa possiede una lingua bella e sonante, e delle sue romanze si appaga. Prima che lo spirito della Rinascenza conquisti e soggioghi la sua letteratura, all'ideale irrealizzabile del passato presterà ancora le armi, le ricchezze, l'energia che le è propria. Resistente e nemica d'ogni innovazione politica e religiosa, raddoppierà la guardia della sua Inquisizione, diverrà più servile, più devota, a misura che le altre nazioni si emanciperanno; resterà finalmente la nazione superstite del Medio-Evo. Ma tanta forza di resistenza e di reazione gelosa di fronte ai grandi rivolgimenti politici e intellettuali dell'Europa civile, non mosse dalla volontà e dalle profonde convinzioni di un principe. Lo spirito spagnuolo, di cui Ferdinando il Cattolico era stato un esatto interprete, informò il carattere, l'intelletto, la volontà di Carlo di Gand; non impose già egli i proprii ideali a quel popolo. Il conquistatore fortunato di tante stirpi fu alla sua volta soggiogato e vinto, e prima ancora che la sua stella brillasse di sanguigna luce sui campi di Pavia e di Mühlberg, la nazione che lo avea acclamato re, diffidando di lui e della sua schiatta, gli inspirava i suoi proprii entusiasmi, lo rendeva schiavo dei suoi pregiudizii, ravvivava in lui l'ideale di Carlo Magno.
Fatidica da vero l'impresa, che nel celebre torneo di Valladolid del febbraio 1517 assumeva appena diciassettenne il giovane Carlo! Sulla gualdrappa del suo cavallo leggevano i Castigliani, ammirando tanta ricchezza d'oro e di gemme, un motto significato in una sola parola:nondum. Con essa egli forse intese manifestare la sicura coscienza della grandezza avvenire; e due anni appresso,quando appena avea fatta esperienza delle arti dispotiche lasciategli in retaggio dall'avo materno, venne a morte Massimiliano imperatore (12 gennaio 1519).
Indicibile a quell'annunzio l'agitazione e il fermento di tutta Europa. La Germania sembrava ad un tempo un mercato aperto agli stranieri d'ogni nazione, un campo di guerra alla vigilia della battaglia. Dovunque una gara affannosa di promesse e di offerte da gentiluomini che si spacciavano per potenti, e di mercenarii millantatori. Traversavano del continuo il territorio dell'Impero i corrieri di Spagna e di Francia, recanti dispacci alle corti dei grandi elettori, s'incrociavano ad ogni ora gli agenti diplomatici dei due monarchi con le brillanti scorte degli uomini d'arme, dei carriaggi e dei servi. Ritiratosi dal concorso Enrico VIII ildefensor fidei, dolorosamente convinto che Leone X giuocava a doppia partita, e incoraggiava le pratiche del re di Francia, questi, vivente ancora l'Imperatore, con larghe profferte di denaro, con promesse di titoli, e laute pensioni s'era guadagnato il voto di quattro elettori. Un ardito gentiluomo, Francesco di Sickingen, fattosi in quei tempi di disordine pubblico, e di sanguinose guerre private, il giustiziere, come dice bene il De Leva, di gran parte della Germania, prometteva al re straniero l'appoggio delle sue armi. Dal romito castello di Ebernburg, dove l'audace venturiero, allievo di Reuchlin, si compiaceva tra una mischia e l'altra di accendere tra gli amici di Wittenberg dispute teologiche e letterarie, venivano del continuo i messi di Francia, e vi ritornavano carichi d'oro. Ma il vecchioImperatore vigilava quei passi. Nel convegno d'Absburgo rannodava in segreto le fila de' suoi partigiani con un sacrificio di mezzo milione di fiorini. Più tardi persuase il Sickingen a mancar di fede a Francesco I, e a impugnar la spada contro il duca Ulrico del Würtemberg per assicurare col trionfo della lega Sveva, l'elezione di suo nipote. Non l'appoggio incondizionato del papa, che avversava le pretese del re spagnuolo onde avvantaggiare gli interessi Medicei, e per impedire che un re di Napoli, violando la bolla di Clemente IV, salisse all'Impero, non la fede mantenutagli all'ultima ora da Gian Federico duca di Sassonia e dall'arcivescovo di Treveri, garantivano a sufficienza l'elezione di Francesco I. Nè gran fatto giovò alla sua causa l'orazione efficace, persuasiva, solenne, che nella dieta raccoltasi a Francoforte il 18 giugno 1519 pronunziò in suo favore il dotto arcivescovo, sperando dissipare la forte impressione che le brevi parole pronunziatevi dall'elettore di Magonza aveano lasciato su gli animi dei convenuti. “Se noi dovessimo interpretare alla lettera la bolla d'oro, così l'arcivescovo di Treveri, dovremmo escludere come stranieri e Carlo e Francesco. Voi affermate che è titolo sufficiente di capacità all'elezione per il primo il possesso di molte provincie dell'antico Impero, quasichè il re di Francia non sia signore legittimo del regno di Arles, e del ducato lombardo. Ma eleggendo Carlo voi lo sforzerete a ritoglier Milano ai Francesi, e incoraggerete gli Osmani a invadere l'Ungheria. Quando invece s'imponesse a Francesco I l'impegno di non tentare l'acquisto del reame di Napoli e di non violare le frontiere della Fiandra, egli si troverebbe necessariamente obbligato a impugnare le armi contro i Turchi per la difesa della Germania, divenuta per lui la sentinella avanzata del proprio regno.„ Nè l'arcivescovo di Treveri si ritenne, accennando al riconosciuto valore, e alla saggezza politica del re di Francia,e contrapponendola alla giovinezza inesperta di Carlo, di eccitare ancora una volta il geloso sentimento nazionale tedesco, col pauroso sospetto sulla orgogliosa durezza degli Spagnuoli. Se non che questi argomenti, e la proposta che poteva sembrare più saggia, che cioè esclusi i due rivali, la scelta cadesse su di un principe tedesco, non trovarono favore nell'assemblea. Prevalente la lega sveva, compra dall'oro spagnuolo e fiammingo la maggioranza degli elettori, già segretamente proclive Leone X a non intralciare i disegni di Carlo, se eletto, la vittoria così a lungo contrastata, e comprata a così caro prezzo, finalmente gli arrise. N'ebbe notizia Francesco I a Poissy il 3 luglio 1519, e seppe far buon viso a cattiva fortuna. Dicesi anzi che si compiacesse dello smacco patito come di un evitato pericolo, di cui non avesse misurato abbastanza la gravità e la minaccia.
Ma l'elezione di Carlo V all'Impero recava con sè gravissime conseguenze. Turbata la proporzione di forze tra i due rivali, aprivasi di nuovo l'Italia a teatro di guerra, e ne sarebbe stata ancora Milano la preda agognata. Le condizioni imposte a Carlo V dagli elettori, egli avrebbe potuto impunemente violarle perchè mancavano di ogni efficacia coattiva. Distratti i due principi da ambiziosi ed esterni disegni, avrebbero tentato subito d'accrescere il completo assoggettamento dei loro regni ereditarii, soffocando Carlo gli ultimi aneliti della indipendenza politica della Spagna, tenendo in freno Francesco I gli ardori ribelli dell'antica feudalità. Per più di vent'anni la disputata egemonia dell'Europa, derivante dal possesso d'Italia, terrà lontano Carlo V dalla Germania, e le nuove dottrine religiose, incoraggiando le ribellioni dei principati laici feudali, vi troveranno libero il campo ad una espansione feconda. Francesco I ne diverrà per mire politiche l'interessato difensore, provocherà gli Osmani contro l'Impero, arresterà ancora per qualche tempo il trionfodelle armi e delle idee spagnuole, allontanerà la minaccia della reazione politica e religiosa.
Vano sarebbe fantasticare se la elezione del re di Francia avrebbe serbato un miglior destino all'Europa. Più tosto domanderemo a noi stessi se il persistente concetto della monarchia universale cristiana, sopravvivente in contrasto al diritto pubblico della Germania, giustifichi a sufficienza il nuovo e strano spettacolo di una corona così accanitamente disputata fra i due più potenti principi del Cinquecento. Non orgoglio di monarca, non fervore di fede cattolica destavano nel successore di Clodoveo e di Carlo Magno così forte ambizione. Noi dobbiamo scorgerne i fondamenti in quella generale corrente di simpatia, che era stata ausiliaria efficace delle sue prime fortune. Il secolo dell'Umanità e della Rinascenza parve quasi che a lui, interprete degno del suo stesso spirito, volesse affidata la fase della civiltà nuova. Superiorità morale incontrastata, animo aperto ad ogni senso di modernità, ad ogni forma di bellezza classica, i contemporanei ammiravano Francesco I restauratore della dignità nazionale, e benefattore illuminato di un popolo, che trasformando i suoi rozzi costumi, riformando le leggi, educandosi all'arte, perfezionando i metodi della scienza, traeva dalla conquista i vantaggi più duraturi. Già fin d'allora brillava di vivissima luce la corte di Francesco I, e vi trovavano protezione efficace i dotti d'ogni paese. I più coraggiosi preparatori della Riforma, gli umanisti teologizzanti, che circondavano a Wittenberg Martino Lutero, o ne interpretarono il pensiero nelle tumultuose diete imperiali, serbavano per la maggior parte grato ricordo delle scuole francesi, dell'amicizia di quei dotti, della liberalità di quel Re. Gioachino d'Hohenzollern margravio del Brandeburgo, nel compromesso da lui firmato il 17 agosto 1517 a favore di Francesco I, dichiarava che ad impegnare il suo votoper lui lo inducevano sopra tutto la fama, e l'umanitàdi quel principe, omai nota a tutto il mondo. Omaggio doveroso da vero di un tedesco, già disposto a svincolare la sua coscienza dal dogma cattolico, verso l'amico e il protettore di Erasmo, verso il principe che più tardi fece della Francia un asilo sicuro all'arte e alla libertà italiana.
Nell'antico castello dei conti Angoulême presso Amboise erasi compiuta l'educazione di Francesco I, e di sua sorella Margherita, che fu poi regina di Navarra. Luisa di Savoia figlia del conte Filippo di Bresse, rimasta vedova giovanissima del conte Carlo di Valois Angoulême, visse lunghi anni coi figli in quel volontario ritiro. Ivi crebbe, vivo ritratto dell'uomo ch'ella avea appassionatamente amato, Francesco I, robusto della persona, pronto d'intelletto, e per indole naturale inclinato ad ogni opera buona e generosa. Qualche anno fa leggevasi ancora in una delle sale di quel castello il motto:Libris et liberis, fattovi dipingere da Luisa negli anni del suo dolore, e quel motto compendia il sacrificio spontaneo di una giovinezza sfiorita senza rimpianto. Dalla libreria d'Amboise sono pervenuti alla Nazionale di Parigi moltissimi codici fatti copiare da Luisa di Savoia per l'istruzione dei figli, e contengono le opere minori del Petrarca e del Boccaccio, l'Epistoledi Ovidio tradotte da Ottaviano, di Saint-Gelais, un esemplare dellaDivina Commedia, e moltissimi romanzi cavallereschi. Nata in Italia, e cresciuta in una corte, dove già era penetrato l'alito del Rinascimento, Luisa volle impartita ai figli un'educazione schiettamente classica. Undotto abate, Francesco di Rochefort, erudì ne' primi elementi della lingua latina e greca i due giovinetti, mentre la madre chiamava Arturo Guffier signore di Boissy a precettore e a governatore di Francesco. In possesso di una ricca cultura classica i due giovani acquistarono ben presto il più fino gusto letterario ed artistico; più tardi i continui rapporti coi nostri grandi maestri, coi letterati italiani, rifugiatisi alla corte di Francia, perfezionarono la accurata educazione impartita loro dalla madre e dai precettori. Così la affettuosa sorella del Re che i poeti aulici di quell'età chiamarono laMargherite des Margherites, fu in grado di dettare, a imitazione del Boccaccio, l'Héptaméron, e i varii poemetti gentili che le danno fama; e Francesco I anche in mezzo ai disagi delle guerre, e alle preoccupazioni della politica, trovò il tempo e la voglia di sottomettere il suo pensiero al giogo della misura e della rima, emulando le glorie del Jamet e di Clemente Marot. Noi non potremo qui dare un quadro completo della vita di Francesco I negli anni ne' quali Luisa di Savoia, trepidando per il suo avvenire, ma pure intravedendo il destino che gli era serbato, procurò ch'egli acquistasse esatta coscienza del proprio grado e de' suoi futuri doveri. Troppo nota è del resto la storia dei suoi trascorsi giovanili, della sua veemente passione per madama di Chateaubriand, delle sue debolezze per mademoiselle d'Héilly, più tardi duchessa d'Étampes, per non riconoscere che non a torto i contemporanei gli rimproverarono di aver troppo spesso trasgrediti i consigli prudenti della madre, e più tardi sacrificato ai suoi capricci, alle sue passioni, con gli interessi della dinastia la dignità della Francia. Ma certo nei tratti salienti della sua figura morale, ne' suoi entusiasmi per l'arte, nel suo amore per il lusso e per il fasto, nelle sue virtù e nei suoi vizi rimangono così al vivo scolpiti i caratteri stessi di quella società spirituale, che primache altrove in Italia preannunziò il rinnovamento della vita sociale, ch'egli acquista maggior diritto di Carlo V alla simpatia nostra, se anche pe' molteplici errori, per le funeste titubanze di una politica sleale ed egoistica, per l'abbandono ingiustificato e colpevole, in cui lasciò una gloriosa repubblica moribonda, noi cademmo vittime degli Spagnuoli.
La rivalità tra Francesco I e Carlo d'Absburgo è determinata infatti da un così complicato intreccio di tendenze morali, e di materiali interessi, che non era dato sempre nemmeno ai due antagonisti misurarne le conseguenze. Grave errore sarebbe imputare solo alle cupidigie loro l'asservimento d'Italia, e non riconoscere che noi stessi fummo artefici sconsigliati della nostra fortuna. Di quanto non si sarebbe, ad esempio, ritardato l'urto formidabile, di cui noi soli dovevamo pagare le spese, se i principi e le repubbliche italiane abbandonando la politica sospettosa e fedifraga seguita fino allora, avessero secondati gli sforzi generosi di Enrico VIII e del Wolsey per formare un'alleanza universale tra gli Stati cristiani! Se non che mentre neicampi dei drappi d'oroil Re inglese induceva a miti consigli Francesco I, e minacciava di abbandonarlo se avesse presa l'offensiva della guerra per far rispettare il trattato di Noyon, il Wolsey stesso si lasciava adescare dall'oro austriaco, e Leone X, che più avrebbe dovuto incoraggiare la diplomazia inglese, raggirava tutti con arti tenebrose, e per un fine non sempre evidente ai suoi stessi negoziatori. La difesa della politica imperialista di papa Leone è statatentata di recente con dottrina pari all'ingegno; ma quante volte non si ammantano di ingannevoli idealità, i documenti ufficiali della diplomazia! Giulio de' Medici ebbe un bel difendere dopo la morte di papa Leone innanzi a Francesco Guicciardini quella complicata tela di raggiri e di frodi, quasichè il pontefice avesse mirato alla salute della penisola. Se egli trattò segretamente con Carlo V, e provocò di nuovo la guerra, dopo aver ampliato, con turpitudini d'ogni maniera, gli Stati della Chiesa, e minacciato il duca di Ferrara, non la preoccupazione del moto religioso in Germania, o le minaccie osmane ve lo aveano indotto, ma la insoddisfatta brama di Parma e Piacenza. La guerra iniziatasi con prosperi successi per la Francia, nei Paesi Bassi, e ai confini di Spagna riuscì a tutto vantaggio degli eserciti confederati imperiale e pontificio. Gli Spagnuoli toglievano Milano al Lautrec il 19 novembre 1521, e pochi giorni appresso ricondotto dalle armi straniere Francesco II Sforza sul ducato paterno, Carlo V pagava al pontefice il prezzo dell'alleanza. Leone X non fece a tempo a misurare la fallacia delle sue previsioni. Sul sepolcro illacrimato che il primo dicembre gli si dischiuse fioccarono gli epigrammi, sghignazzò Pasquino durante il conclave, e i clienti arricchiti dalla Curia romana, durante il lungo tripudio carnevalesco del papato Mediceo, perdettero gravi somme accettando favolose scommesse sul nome di Giulio de' Medici, che non raccolse i suffragi. L'eletto fu Adriano d'Utrecht, il precettore di Carlo V. Alle tanto temute influenze francesi si sostituivano le più caute e pazienti della cancelleria spagnuola, e l'Imperatore rallegravasi di quella scelta, come di una vittoria sua propria. Ma quale eredità non avea lasciata al successore Leone X! Il severo fiammingo, che la ripudiò con disdegno, apparve alla Roma rediviva dei Cesari come un fantasma pauroso e grottesco. Sparve dal Vaticano losciame dei parassiti e dei cortigiani, sospesero le abbozzate pitture gli scolari di Raffaello; e il solitario pontefice in odio al popolo per la sua avarizia, ingannato e deriso da cardinali beffeggiatori, logorò la vita infelice, proseguendo un ideale irrealizzabile di restaurazione morale, politica e religiosa. La fioca voce di Adriano VI morente, era soffocata dal fragore delle armi proprio allora che la guerra si riaccendeva più aspra che mai in Sciampagna e in Piccardia, e la vittoria della Bicocca (dell'aprile del 1522) avea già assicurato il possesso di Milano ad un principe ligio ai voleri di Carlo V. Con nuovi e insperati successi questi raccoglieva il frutto delle due leghe conchiuse coi Veneziani, col papa e con gli Stati minori d'Italia. Respinta nel 1523 l'invasione del general Bonnivet, sgombrata ancora una volta la Lombardia dai Francesi, perchè non avrebbe egli dato ascolto alle sollecitazioni del duca Carlo di Borbone, il ribelle feudatario di Francia, che lo stimolava a penetrare in Provenza, a congiungere le forze tedesche alle spagnuole, a marciare direttamente su Lione per strappare dal capo del suo avversario la mal difesa corona? Se non che la spedizione della Provenza del 1524 non fu più avventurata delle successive. Il duca faceva affidamento sul concorso de' suoi partigiani, e l'odio così gli accendeva la fantasia da non scorgere che ribelli nei popoli devoti e affezionati alla casa di Valois. Onde gravissimi dissapori tra lui e il marchese di Pescara, che sotto le mura di Marsiglia, mirabilmente difesa dalla flotta francese capitanata da Andrea Doria, vedeva dolorosamente svigorirsi l'esercito dell'Impero. Durava ancora l'assedio quando giunse al campo notizia che il re di Francia ritentava in persona l'impresa d'Italia. “Chi vuol cenare all'inferno, esclamò il marchese di Pescara, torni pure all'assalto, ma chi vuol salvare a Cesare la Lombardia farà bene a seguirmi.„ Il progetto della rivincita torturavada lungo tempo l'animo di Francesco I; il tradimento infame del duca Carlo di Borbone non fece che ritardarne l'esecuzione. Le serie obbiezioni del La Tremouille non valevano meglio delle preghiere e delle lacrime di Luisa di Savoia per distogliere il re dall'affrettata deliberazione. Il 12 agosto del 1524 nel castello di Gien sulla Loira egli affidava la reggenza del Regno alla madre, e prendeva commiato dalla regina Claudia, dalla sorella, dalle dame della sua corte. Pochi giorni appresso muoveva da Avignone per la Liguria, inseguendo gli Imperiali, che aveano levato a precipizio l'assedio di Marsiglia, e il 20 ottobre passava il Ticino. Milano, spopolata dalla peste, priva d'armi e di denaro, per consiglio di Girolamo Morone gli apriva le porte il 24, e sulla fine del mese il maggior contingente dell'esercito vittorioso, per improvvido suggerimento del Bonnivet, concentravasi sotto le mura dell'infausta Pavia. Chi avrebbe mai preveduto, dopo una così rapida restaurazione delle sorti francesi, la catastrofe del 24 febbraio 1525, la morte sul campo del Bonnivet, del La Palisse, del La Tremouille, la rovina di tanta parte della feudalità francese, l'umiliazione e la prigionia del re? Non ne indagheremo le molteplici cause; ma certo l'immane disastro colpì come fulmine, e disarmò i principi italiani delle speranze fin allora nutrite di rialzare la parte francese per salvar la penisola dalla minacciata soggezione spagnuola. Nel vecchio e pur inevitabile errore di associare alla fortuna di un re straniero le sorti d'Italia ricadevano ben presto il pontefice, i Fiorentini, Venezia. La tela delle simulazioni e degli inganni con tanto accorgimento tramata da Leone X ai danni della Francia, si ritesseva ora a rovescio, e con minore risolutezza ed energia dal nuovo pontefice Clemente VII. Nemici a lui i Colonnesi, fedeli a Cesare, insofferenti del giogo mediceo i Fiorentini, Clemente VII acquetava quelli dandosi a crederelegato ancora a Carlo V dai vecchi patti, appagava questi con false promesse di liberali riforme nel reggimento politico di Firenze, che illudevano i nostri politici, non avvezzi più a limitare l'acuto sguardo entro la ristretta cerchia degli interessi cittadini, ma preoccupati della salute d'Italia. Resistere a Carlo V significava inoltre per il pontefice non impegnare la Chiesa romana in riforme dogmatiche e disciplinari, che ne offendessero le tradizioni, ne minacciassero gli antichi diritti, spogliassero il papato del principato terreno. Gravi preoccupazioni politiche ispirate talvolta ad una idealità di principî, che lasciavano fredde e indifferenti le moltitudini, persuadevano la repubblica veneta a secondare il nuovo indirizzo della politica pontificia. Riconquistato faticosamente il dominio di terraferma, usurpatole dai collegati di Cambray, Venezia acquistava ogni giorno più la coscienza della sua italianità. Estranea per lunghi secoli alle dolorose vicende della penisola, essa offriva all'ammirazione della scienza politica l'organismo meraviglioso della sua costituzione interna proprio allora che dai Principati e dalle sopravvissute repubbliche, impotenti a risolvere il problema politico, le derivarono i benefizi della progredita cultura, e i doni preziosi dell'arte rinnovellata. Se non che i generosi sforzi della Repubblica non impedirono che da funeste titubanze, e da diffidenze reciproche non rimanesse impacciata l'opera nostra. La congiura del Morone incautamente condotta, riuscì a tutt'altro fine da quello che se n'era sperato: accrebbe la impotenza personale di Francesco Sforza, svelò il putridume di corrotte coscienze, rese più che mai sospettosa la vigilanza degli Spagnuoli. Dopo il trattato di Madrid, che immobilizzava le forze francesi, e più che mai turbava il già spostato equilibrio, l'Italia sentì più grave il peso dell'oppressione, e accedendo alla lega di Cognac e alla politica inglese, sembrò con un ultimo sforzo risollevarsidal letto del suo dolore. L'idea generosa di una riscossa ispira la prosa ufficiale del Wolsey, infonde nuovo calore alle lettere diplomatiche del Datario Ghiberti, conforta di pietose illusioni lo spirito travagliato di Niccolò Machiavelli. Ma la Niobe delle nazioni non fece che esporre a nuove e mortali ferite il corpo già flagellato. Piombaronci addosso le coorti indisciplinate del Borbone, i fanatici lanzi del Frunsberg corsero le terre desolate ed arse, traversarono le città spopolate le genti fameliche del Lautrech. Invano il pontefice abbandonato dai Fiorentini, maledetto a Venezia, mancando agli impegni, sconfessava l'opera propria, e implorava misericordia dai nemici furenti. Ministri dell'ira celeste i Tedeschi compivano, col sacco di Roma, il vaticinio di Ulrico di Hutten, detronizzavano il papa, restituivano i diritti su Roma all'Impero, spegnevano la podestà temporale del sacerdozio, preannunciavano al germanesimo sulla risorta civiltà latina una nuova vittoria. Condannò Erasmo, che pur l'avea preparata con l'Elogio della Follia, la rovina di Roma. Ne consacrarono in noiose elegie il funesto ricordo i poeti latineggianti cresciuti alla scuola del Sadoleto e del Bembo. Anticipazione violenta di una legge fatale, il significato storico di quell'orgia di sangue, rimase per gran parte ignoto ai contemporanei, a Carlo V stesso, che non avea voluto impedirla. Sorpreso anch'egli dall'immane disastro, che scompigliava le sue previsioni, ne rendeva responsabile il suo avversario, violatore del trattato di Madrid, ne cercava le cause nella subdola politica inglese, nelle sfrenatezze delle plebi e degli eserciti, nella cupidigia insaziabile del papato. Ma come dissimularsi che il tremendo castigo non fosse commisurato alle colpe di papa Clemente! Come non riconoscere che per punirlo egli si era fatto complice dello spirito ribelle della nazione germanica, e che a lui solo come capo del mondo cristiano, ederede di Carlo Magno, spettava invece reprimerlo e soffocarlo per salvare l'unità della fede? Gli amari rimproveri che il re di Francia, quasi assumendo di fronte a lui la tutela del mondo cristiano, gli scagliava contro, crucciavano il suo animo esacerbato. Più grave si faceva per Carlo l'imbarazzo di uscir con onore da una situazione pericolosa, più temeva il rischio di dover scendere a patti coi Luterani, di non trarre dall'alleanza imposta al Pontefice proporzionati vantaggi, più sentiva ridestarsi in petto formidabile l'odio contro il rivale che non appena libero dalla prigione, mancando alla fede data, lo avea di nuovo trascinato alla guerra. Il linguaggio di Carlo V verso l'avversario, che forte dell'alleanza di Enrico VIII proponeva condizioni di pace inaccettabili, passava oramai i limiti della convenienza, colmava ogni misura. E così proprio allora che la grande lotta sembrava perdere ogni carattere personale e rappresentare un urto formidabile di principî politici e di tradizioni opposte, i due rivali pensavano di deciderla in campo chiuso, e con le armi alla mano. Il sovrano della più cavalleresca delle nazioni sfidava il re cattolico a singolare tenzone, ed il duello avrebbe offerto un episodio di più al tragico dramma se Carlo V avesse saputo moderare le ingiurie, dopo la sfida.
Del famoso cartello diede lettura Giovanni Robertet nella solenne adunanza del 18 marzo 1528, in cui il Re, assiso sul trono, e circondato dai principi del sangue, dai gentiluomini della corte, dai cardinali, e dai grandi signori del Regno, riceveva in visita di congedo Nicola Perrenot signore di Granvelle, l'ambasciatore di Carlo V.In quella veemente scrittura rimproveravasi l'imperatore di aver rifiutate sdegnosamente le proposte di pace, e giustificavasi il deliberato proposito di continuare la guerra, ricordando con vivaci espressioni le rapine d'Italia, il saccheggio di Roma, la invasione della Germania. “Se ritenere i miei figli ostaggi a Madrid, aggiungeva Francesco I, esigere, prima ancora che mi sieno restituiti, ch'io abbandoni i miei alleati, aver fatto prigioniero il Pontefice, vicario di Dio su la terra, aver offesa la religione, lasciata aperta la Germania ai Turchi, tollerato il trionfo dell'eresia, se tutto ciò, dico, non basta, io non so più quali ingiurie e quali ragioni potranno mai provocarmi, offendermi nel sentimento di padre, richiamarmi ai doveri di Re Cristianissimo.... E poichè voi mi accusate di aver commessa azione disdicevole a un gentiluomo, che abbia sacro l'onore, noi vi rispondiamo che mentite per la gola, e mentirete ogni volta che oserete ripeterlo. Siamo deliberati a difenderlo sino all'estremo di nostra vita. Non una parola ingiuriosa di più.... assicurateci il campo, noi vi porteremo le armi. Quando si viene al cimento doveroso è il silenzio.„ Ma il silenzio, com'è noto, fu rotto dalle nuove ingiurie di un cartello di risposta, di cui fu latore alla corte di Francia l'araldo spagnuolo Bourgogne. Francesco I, che al suo avversario chiedeva la sicurtà del campo, e non altro, non volle lasciarsi offendere impunemente una seconda volta, licenziò dalla corte l'araldo, nè più lo ammise alla sua presenza. Il De Leva non crede che l'Imperatore abbia mai preso sul serio la sfida, onde è probabile che ricambiando il cartello, e rincarando la dose delle provocazioni, intendesse di togliere all'avversario ogni pretesto di nuova querela. Su la strana vertenza si fecero infiniti commenti; si accusava in Spagna Francesco I d'aver evitata la prova con sotterfugi disonorevoli, rimproverava la nobiltà francese l'Imperatore di aver violatopensatamente le consuetudini cavalleresche per trarsi d'impaccio. Ma come non vedere che entrambi preferivano che il duello continuasse a combattersi tra le nazioni, e ne fosse ancora la Lombardia il campo fatto sicuro dalle cime nevose delle Alpi?
Se non che la fortuna delle armi non proteggeva la Francia. Armeggiava ancora intorno a Milano il Saint-Pol, diradavansi ogni giorno più pel contagio le file dell'esercito del Lautrec, e gli alleati che avrebbero dovuto coadiuvare quegli sforzi, mancando agli impegni, correvano dietro ai loro interessi. Andrea Doria abbandonava la parte francese; i duchi di Ferrara e di Milano, nel timore di perdere lo Stato, si umiliavano a Carlo V; Venezia, che per i suoi possedimenti di Puglia sospettava ragionevolmente e Francia e Spagna, schermivasi dagli obblighi assunti, e per mantenere Cervia e Ravenna ritolte alla Chiesa, alienavasi il Papa; questi, sacrificando tutta Italia agli interessi temporali della Chiesa, e alla grandezza di casa sua, s'accostava segretamente all'Impero. La pace che Francesco I avea poco innanzi rifiutata con superbo disdegno bisognava ora accettarla a durissime condizioni. Ne fu principale negoziatrice a Cambray di fronte alla scaltra zia di Carlo V Luisa di Savoia, madre del Re, e sul suo capo piovvero improperii d'ogni maniera. Un sonetto audacemente satirico si diffuse, durante il convegno da Venezia, per tutta Europa, e nelle nostre corti, facendo eco ad un popolo moribondo, cantarono in rima i buffoni la vigliaccheria del Re, di sua madre, dei ministri regi. Eppure l'ultimo e solenneatto diplomatico, cui partecipò Luisa di Savoia, se bene foriero di nuove calamità alla penisola, trovò un difensore in un fiorentino e repubblicano per giunta, Baldassare Carducci. L'oratore della Repubblica, ricostituitasi nel 1527 durante la prigionia del Pontefice, giustificava innanzi alla Signoria la debolezza del Re affermando che si era lasciato indurre a firmare l'umiliante trattato per soddisfare alle lacrime di sua madre. Luisa di Savoia avea voluto salvi dagli insulti degli Spagnuoli i proprii nipoti; nè sono mai vili le lacrime di una donna in difesa del proprio sangue! Quanto più vile di quelle lacrime il sentimento di vendetta che contro la patria animava in quei giorni Clemente VII! Non la gelosa difesa del mondo cristiano, non la salute d'Italia, ma l'odio contro Firenze lo conduceva a Bologna incontro all'Imperatore, dopo aver stipulato con lui il segreto trattato di Barcellona, nell'ottobre del 1529; e in quei mesi di feste clamorose e di tripudii carnevaleschi, circondato dalle giovini speranze della sua casa, egli ne vagheggiava la grandezza futura sulle rovine fumanti della debellata Repubblica. Il vero significato dell'accordo e dell'incoronazione di Bologna sfuggiva infatti ai più forti intelletti di quell'età, e ben pochi sospettavano nella eroica resistenza di Firenze alle armi coalizzate della Chiesa e dell'Impero il trionfo di un'idea santa. Sino dall'aprile del 1529 Claudio Tolomei avea dato alle stampe la sua ampollosa orazione sulla pace; poco appresso inneggerà all'Oranges con la nota e turpe canzone; altri sognerà la restaurazione dell'Impero; Girolamo Casio, il rimatore cortigiano agli stipendii dei Medici, dei Bentivoglio, dei Gonzaga, diffonderà sonetti in lode dei potenti, in biasimo dei morituri. Non mai così profondo e insanabile apparve il dissidio morale della società italiana come in quel solenne momento. Le gentilezze cortigiane di quell'età si erano date convegno a Bologna a ricuopriredel loro splendore le turpitudini della politica. Tutta la fazione oligarchica fiorentina e la clientela di casa Medici tripudiava nella monumentale città, proprio alla vigilia della catastrofe di Firenze. Le forze molteplici, che più efficacemente concorsero alla rovina delle libertà democratiche del Medio-Evo, si erano venute per gran parte educando nelle corti signorili e nei principati. Nella stessa Firenze, dove pure il privilegio politico di una democrazia faziosa e tirannica, più a lungo prevalse, con la rapida trasformazione del costume e delle idee politiche del passato, col progresso dell'arte, con l'abbandono della fede, ogni giorno più grave si era manifestata la disparità degli ideali e degli interessi tra le alte classi sociali ed il popolo. Qui più evidente che altrove il contrasto doloroso tra una vita politica, impacciata tra le vecchie forme di uno Stato ristretto, insofferente d'ogni eguaglianza civile, ed un moto progressivo di idee feconde. Qui l'ampliarsi del concetto di libertà e di patria, qui il sorgere dell'arte di Stato, e di una scienza politica sperimentale, qui la prima ed eccezionale intelligenza delle leggi che regolano la pubblica economia.
Lungi da me il pensiero sacrilego di attenuare l'alto valore morale di quell'audace resistenza, dalle cui gloriose memorie attinsero i padri nostri gli esempi del sacrificio, e trassero la ispirazione della nuova fede; ma certo il memorando assedio non ci apparisce soltanto come una legittima difesa della libertà immolata alle cupidigie di un Papa vendicativo, e alle voglie tiranniche di un Imperatore protervo, ma ci si presenta pure come un'inconscia reazione popolare al rinnovamento civile che pure in mezzo alla spaventosa depravazione delle coscienze, maturavasi nel pensiero italiano. L'illusione nostra fu di credere, che divenuto fra noi impopolare Francesco I, se ne facesse interprete un principe straniero, cattolico, e spagnuolo per giunta. Mentre si ribadivanoin ogni parte d'Italia, dopo la caduta di Firenze, le catene della servitù, noi cacciavamo dalla mente come importuno il sospetto che noi potessimo più liberarcene. Si hanno infinite prove dell'inganno, in cui caddero i migliori intelletti sulla avvenuta restaurazione degli Sforza a Milano, sul titolo di duca concesso al marchese Gonzaga, sulla costituzione promessa da Carlo V di uno Stato nuovo ed indipendente nel centro della penisola, a favore di Alessandro de' Medici. Tra i fautori di lui non ritroviamo solo i beneficati clienti della sua casa, o i Palleschi d'antica fede, ma altresì quei Fiorentini “grandi„, che offesi e ripudiati dal popolo, traevano dalle prevalenti dottrine politiche la persuasione che la indipendenza dello Stato non potesse oramai garantirsi che con la costituzione di un Principato.
Ed ecco innanzi alla maestà di Carlo V, reduce nel dicembre del 1535 dall'impresa di Tunisi, osare in Napoli l'apologia del nuovo governo mediceo Francesco Guicciardini, illuso ancora di restaurare l'opera propria guastatagli da cortigiani corrotti e da un principe inesperto e libertino; ed eccolo nel corteo dell'Imperatore già acclamato dalle plebi di Napoli e di Roma, il primo maggio del 1535, entrare anch'egli solennemente nell'asservita città. Nelle vie decorate dai suntuosi apparati di Giorgio Vasari, di Baccio d'Agnolo, di Rodolfo Ghirlandaio s'assiepa anche qui il popolo plaudente e oblioso delle ingiurie recenti. Non Firenze sola, ma l'Italia tutta s'acqueta in un vano ideale di pace politica e religiosa, che prepara la servile soggezione alla Spagna, e la schiavitù del pensiero. Quando la lotta sta per riaccendersi tra Carlo V e Francesco I, in séguito alla morte dell'ultimo Sforza, noi sembriamo quasi spettatori indifferenti al nuovo atto del dramma, che sta per svolgersi. Se gli esuli fiorentini, genovesi, napoletani, per riguadagnare la patria, ridestano nel re di Francia le sopite ambizioni,come non va assottigliandosi il numero degli epigoni, e non rimane isolata ed incerta l'opera loro! — Carlo V non peccava d'orgoglio se alla vigilia di riprender le armi, nell'estate del 1536, prorompeva in feroci invettive contro l'avversario, ed esortava Paolo Giovio a temperare l'aurea penna, a perpetuo ricordo delle sue gesta. Non l'errore infatti di invadere una seconda volta la Provenza, non la perdita irreparabile di Antonio de Leva, durante quella disastrosa campagna, non i brillanti successi dei mercenari di Guido Rangone, e delle schiere dei fuorusciti in Piemonte bastavano a scuotere la sua potenza in Italia. Fallite ai Francesi le speranze di sottrarre Genova alla signoria di Andrea Doria, sgominati e distrutti da Cosimo de' Medici gli esuli fiorentini nella giornata di Montemurlo, se si eccettua Venezia, gli altri Stati italiani gli erano generosi di obbedienza e di aiuto. Non per così poco avrebbe l'Imperatore investito, come pur tante volte promise, un principe d'Orleans del ducato Lombardo!
Se non che la politica francese tendeva a prendere un indirizzo più audace e risoluto. Per un calcolo di opportunismo Francesco I ostentava a riguardo dei Riformati quell'illuminato spirito di tolleranza, di cui non sempre godettero i benefizi i suoi sudditi, e segretamente stimolava i Turchi ad offendere il litorale del regno di Napoli. E perchè non avrebbe egli, nell'impotenza di rannodare le mal fide alleanze con gli Stati italiani, stimolato lo spirito di conquista di Solimano II, e incoraggiata di consigli e di soccorsi la lega Smalcaldica! — La riforma germanica, abilmente sfruttata per tenere in freno il papato, diveniva oramai uno strumento pericoloso per Carlo V. Sin dal 1529 nella dieta di Augusta i Protestanti aveano osato affermare, per bocca del Melanctone, le loro credenze. Necessitato a valersi delle forze riformate contro i nemici di Cristo, pentivasi amaramentedelle passate tergiversazioni, e faceva sua la sentenza: che in materia di religione non c'è parola che tenga. La vittoria di Cappel de' Cattolici su gli Zwingliani finì per persuaderlo che solo col ferro e col fuoco si sanano le cancrene dell'anima. Giovavagli tuttavia esperire per qualche tempo ancora le vie pacifiche, e perciò rimaneva fermo nel pensiero di un concilio universale, che spauriva il pontefice, e non lo mostrava apertamente avverso alla riforma germanica. La convocazione infatti di un concilio turbava i sonni dell'incerto pontefice. Estremamente geloso del prestigio del papato, e degli interessi temporali della Curia, Clemente VII, mentre si dava a credere zelantissimo di una riforma disciplinare, impacciava di fatto le pratiche di Carlo V, e negli ultimi anni della sua vita infelice si riaccostava alla Francia con le ambiziose nozze di sua nipote col duca d'Orleans. — A battere la stessa via ma con più vigilante scaltrezza inducevano Paolo III Farnese, successore di Clemente, più alti ideali. Divenuta inconcepibile e assurda la ricomposizione dell'unità della fede, da che la Riforma, come torrente impetuoso, dilagava ovunque, e minacciava la Francia e l'Italia, come non avrebbe egli preferito affidare l'opera della restaurazione del cattolicismo a Francesco I, fedele ancora all'alleanza inglese, più tosto che a Carlo V, che signore di tanta parte del mondo e oppressore d'Italia, risognava la monarchia universale di Cristo! Pensava egli in tal modo a tutelar meglio coi presunti diritti del Papato le ambizioni del figlio, e dei nipoti, e se queste non lo avessero trascinato a scambiare i mezzi pei fini di una politica delittuosa, l'idra funesta della reazione avrebbe forse tardato a intristire il mondo. — Solenne momento per Paolo III la riconciliazione a Nizza dell'Imperatore col Re; i due instancabili avversari deponevano simultaneamente le armi, e quella effimera pace, consacrata dalle benedizionisacerdotali, sembrò una nuova tregua di Dio. Per debellare Gand attraversava Carlo V la Francia, e alla proverbiale lealtà di Francesco I affidava nelle delizie di Fontainebleau e di Amiens, la sua persona e il suo onore. Chi avrebbe mai sospettato, dopo quel compromesso, che dovea ridonar per dieci anni la pace all'Europa, così prossima la ripresa delle ostilità, così impetuosa ed audace l'ultima aggressione de' Francesi in Piemonte! Ma nè dalla scienza del duca di Henghien, vincitore a Ceresole, nè dall'eroismo di Piero Strozzi, nè tanto meno dalla congiunzione dei gigli d'oro con la mezzaluna nelle acque di Nizza provennero gli unici vantaggi territoriali che il trattato di Crepy assicurava alla Francia. Alleatosi ancora una volta all'Impero il re d'Inghilterra Enrico VIII, in lite col Papato per il negato divorzio, con Francesco I per le faccende scozzesi, la nazione rispose con nobile slancio all'appello regio, e con la ostinata difesa della Piccardia e della Sciampagna invasa dagli Imperiali e dagli Inglesi, salvava la monarchia. — Come in ogni modo doloroso per il cuore del Re l'epilogo di una lotta, durata più di venti anni! La forte e bellicosa nazione, che sembrava destinata a tener lungi dalla classica terra i profanatori superbi, abbandonava il mondo cristiano alla mercede di un principe oltrepotente, che fatto più sicuro del papato romano, alle tradizioni dinastiche, allo spirito d'intolleranza, alle paure della coscienza sacrificherà le conquiste della civiltà, guadagnate a prezzo di sangue.
Prima e più largamente che altrove dall'Italia, che n'era stata la culla, se ne diffuse la luce alla corte di Francesco I. Che se il soffio della reazione, negli ultimi anni del regno di lui, preannunciò il turbine delle guerre civili, quale trionfo non ottenne in Francia sotto gli auspici del Re, lo spirito della Rinascenza! Giovanni Battista Strozzi, che passò l'inverno del 1537, a Parigi, e frequentò le sale del Louvre, quando ancora decoravano esternamente il severo palazzo, nell'imitazione dell'arte nostra, Giovanni Goujon e Paolo Ponce, scriveva a Filippo Strozzi: “Io mi trovo presentemente alla corte, dove non si fa altro che giostre, balli, banchetti e maschere, e pare il vivere d'Ottaviano.„ Fra le dame che la abbellivano: Caterina de' Medici, le amanti del re e del Delfino, la figlia del re, vigilava, pur sempre come angelo tutelare, Margherita di Navarra. Alle sue rare virtù, al suo virgineo candore, alla sua ricca cultura rendevano omaggio con eleganti epigrammi il Marot, il Ronsard, l'Alamanni, lo scettico Rabelais. Margherita, che si piaceva d'intrattenere le dame con la lettura dell'Amadigi, o del Boccaccio, quante volte non la interruppe per laDivina Commediae per la Bibbia! Rivaleggiava con lei nel commentar Dante Gabriele Cesano, lei vide spesso col séguito delle sue damigelle nel laboratorio delPetit-NêsleBenvenuto Cellini, corrispondevano con lei, animati dal suo stesso fervore religioso, Erasmo, Marc'Antonio Flaminio, Olimpia Morato. — E quel re bellissimo dall'occhio vivo e penetrante, che pur tanto amava le caccie, i balli, la compagnia con le amabilidame, che viaggiava con un traino di 10,000 cavalli, e vestiva sontuosamente, divideva i gusti e le inclinazioni della sorella. Il Rosso fiorentino e il Primaticcio gli decoravano il castello di Fontainebleau, il Cellini lo entusiasmava colle sue mirabili fusioni in argento, e metteva a cimento coi suoi capricci sovrani d'artista la sua pazienza, lui circondavano gli esuli fiorentini, che dalle nostre corti e da Venezia, ricevitrice d'ogni miseria, teatro meraviglioso del mondo, recavano in Francia le novità della moda, le raffinatezze della vita, le meraviglie dell'arte. — Contro le intemperanze dei teologi della Sorbona, che finirono per forzare la mano al Re contro gli eretici, battagliavano gli umanisti, amici di Erasmo, di Ulrico di Hutten, di Reuclin, e per opera del più attivo tra essi sorgeva in Parigi una università nuova: il Collegio di Francia. Gli studii severi del Budeo, del Dolet, dello Stefano non escludevano le creazioni geniali e grottesche del Rabelais. Egli che avea temprato ed educato in Italia, in mezzo ad una società più colta e più scettica della francese, il sentimento dell'arte, ne tentava proprio allora la felice caricatura. Raffigurasse o no Francesco I in Gargantua, la satira rabelesiana non si arresta certo alla canzonatura del re e della corte. Ricco teatro pe' tempi suoi di figure grottesche, il più burlevole e pazzo poema d'ogni letteratura, preannuncia sotto il velo allegorico le grandi riforme dell'avvenire.
Quanto diversa da quella di Francesco I, cui faceva capo così ricca fioritura d'arte geniale, la corte di Carlo VI! All'accesa fantasia d'uno dei più potenti coloritori dell'età nostra, essa riapparve nel giorno memorando, in cui la popolazione d'Anversa accolse festante l'Imperatore. Main quel quadro magistrale, che è tutta una festa di colori e di forme, Hans Makart non commemora Carlo V, ma scioglie un inno di gloria alle grazie femminili, all'eleganza del costume fiammingo! Per cogliere in qualche modo il carattere della corte imperiale non saprei immaginarmela che il giorno funesto, in cui il vincitore di Mühlberg, tristo e affranto dalla podagra, per sottrarsi alle insidie dell'elettor di Sassonia, lasciò improvvisamente Innsbruck, e traversata in lettiga, tra i rigori del verno, la Germania ribelle, raggiunse faticosamente le Fiandre. Nello scompigliato disordine di quella fuga precipitosa, noi possiamo raffigurarci quasi compendiate le trepidazioni, le ansie, i sospetti, che tormentarono, per lunghi anni, i ministri regi, i grandi prelati, i gentiluomini spagnuoli del séguito di Carlo V, nei disagiati viaggi ch'egli intraprese senza riposo da un capo all'altro del vasto Impero, per raffermare spesso una sovranità, che rafforzata oggi s'infiacchiva domani, e a cui le vittorie non giovavano meglio delle sconfitte. Tribù zingaresca di soldati feroci, di cortigiani servili, di frati fanatici, la corte di Carlo V finì per sdegnare le agiatezze della vita galante, il divino sorriso dell'arte. In essa si rispecchiò mirabilmente lo spirito d'una nazione, che alla gloria delle armi e al trionfo della fede sacrificava allora ogni altro ideale. E quale la corte tale il Principe. Di statura mediocre, pallido in volto, occhi insignificanti, naso aquilino, la sporgenza della mandibola inferiore e la prolissità del mento aggiungevano ai tratti della sua fisionomia una naturale severità. Di complessione robusta e fortificata da continui esercizi, Carlo V amava le armi, e i cimenti delle battaglie. Melanconico d'indole, modesto nei modi, e nelle vesti, parlava poco, e lentamente. Profondamente religioso, più tosto avaro che liberale, nemico d'ogni voluttà e d'ogni fasto, disamabile, talvolta vendicativo, egli ci apparisce quasi l'antitesi viventedell'emulo suo. — Così la gigantesca lotta, combattutasi tra i due principi, potè sembrare ai contemporanei e a loro medesimi originata e nutrita in gran parte da odio personale, da rivalità dinastiche, da insaziata brama di gloria. Stipulato il trattato di Crepy, Carlo V fors'anche s'illuse d'aver finalmente in pugno la sospirata vittoria; ma i due campioni scesero, secondo noi, nel sepolcro nè vincitori nè vinti. La scomparsa dalla scena politica di Francesco I non impedì alla Francia di proteggere ancora i Principi protestanti della Germania, di coltivare in segreto l'alleanza coi Turchi; la soggezione miseranda d'Italia non disarmò i successori di Paolo III di quei sottili artifizi, coi quali fino allora aveano moderato la politica dell'Impero. Quante volte Carlo V, nella solitudine di San Giusto, non dovè ripensare alla fallacia delle previsioni umane, e se è vero ch'egli raramente ingannavasi nel pronosticare l'avvenire, come afferma Marino Cavalli, come tristi e sconsolati gli ultimi giorni della sua vita! Non l'alleanza col Pontefice, non il concilio di Trento, non l'umiliazione della Francia, non i roghi fumanti in tanta parte de' suoi dominii, non la rovina politica dell'Italia varranno a restaurare un passato senza ritorno, e tanto meno a fermare il corso del pensiero umano. — I vinti di Mühlberg, minacciosi ad Augusta, trionferanno a Münster in Westfalia, e prima che da per tutto si udrà dalla Francia, che lo spirito spagnuolo avea pure abbandonato al demone della tirannide religiosa, una voce di pace, promettitrice di libertà. Certo a Carlo V, non fu negato di assicurare per lunghi anni alla casa d'Absburgo e alla Spagna l'egemonia politica sull'Europa, non gli fu tolto di iniziare la restaurazione dell'edificio crollante del Cattolicismo; ma non era questo soltanto, signore e signori, il sogno luminoso della sua giovinezza.