IX.

Su, su, su, chi vòl la gattaVenga innanzi dal bastione;

Su, su, su, chi vòl la gattaVenga innanzi dal bastione;

Su, su, su, chi vòl la gatta

Venga innanzi dal bastione;

che questa volta diceva

Chi vòle il gattuccioVenga avanti al Ferruccio;

Chi vòle il gattuccioVenga avanti al Ferruccio;

Chi vòle il gattuccio

Venga avanti al Ferruccio;

mentre co'miaudella bestia era salutato il nome di Maramau. E il Maramaldo se ne ricordò a Gavinana.

L'esempio del Ferruccio fece contro Malatesta, che di nessuna occasione mostrava sapersi o volersi valere per aver vantaggio sul nemico, nascere prima impazienze, poi malumori e sospetti nel popolo. Cominciavano a scarseggiare le vettovaglie, e cresceva, pe' disagi e il serpeggiare del morbo, la mortalità: ma anche nel campo Cesareo la difficoltà delle paghe e la pestilenza stremavano o disordinavan le file. Con questo di diverso bensì: che fra gli assedianti s'insinuava in pari tempo la stracchezza e la malavoglia; e le forche che sorgevano accanto al quartiere del Principe in Pian di Giullari avevano occasione a influire le loro salutari efficacie: nei cittadini invece cresceva, col pericolo, la fermezza dei propositi generosa e feroce. Avea scritto il Ferruccio: “Alla guerra non ne nasce; nè bisogna per questo sbigottirsi: chè quando i tre quarti di noi morissimo per non tornare in servitù, il quarto che resterà sarà tanto glorioso, che il resto sarà bene speso„: nè il linguaggio delle cifre e della mercatura fu mai nobilitato ad altezza maggiore. E al cuore di quel magnanimo il cuore della cittadinanza aveva sin da principio risposto con questi altri sentimenti e parole, che stanno, prezioso testamento della libertà, negli atti della Repubblica o nelle lettere dell'Ambasciator Veneto: “Piuttosto tagliar a pezzi anche li padri propri, che voler consentire a condizione alcuna indegna del viver libero.... Non dubitiamo di cosa alcuna, e siam parati e disposti a difendere la nostra libertà; confidando che la Divina Giustizia, laquale non ha rispetto alle grandezze umane, sia per aiutare ad ogni modo la causa nostra ragionevole.... Ci porremo le robe e la vita.... Difenderemo questa città, finchè potremo sostenere in piedi li corpi nostri.... Abbandonati dagli amici, e massime da quelli„ (dicevano all'Ambasciatore della Serenissima; nè fu quella la sola volta che gli rammentassero la libertà repubblicana e l'Italia) “da quelli ai quali più si conviene conservare il viver libero, non saremo però abbandonati dalla grazia di Nostro Signore Iddio, come quelli che giustissimamente difendiamo dalla rapina e dalla tirannide le facoltà nostre, l'onore, la vita, la libertà....: e sempre con maggior costanza ci confermiamo in volere, ovvero conseguir la libertà, ovvero portarci di sorta, che se la perdiamo, speso e consumato tutto l'aver nostro, non sopravviva qui alcuno, e solamente si dica:Qui fu Firenze.„ Così fiduciosa nel proprio diritto e nella giustizia di Dio la repubblica metteva le mani sui beni ecclesiastici in Firenze ed in Pisa, e su quelli dei ribelli, sugli ori delle chiese fino a quelli del caro antico nido di San Giovanni: e con essi, e co' gioielli d'una mitra donata al Capitolo di Santa Maria del Fiore da papa Leone, e con gli altri di che le donne si spogliavano volonterose, si batteva moneta, col Giglio di Firenze da un lato e la Passione di Cristo dall'altro. Era sospeso, in certe ore, il suono delle campane; e come già di quelle, da chiesa a chiesa, così ora quelle valenti donne riconoscevano un ben diverso scampanìo: il trarre delle artiglierie da quel bastione o da questo. Si denunziava, mediante quella che chiamavano tamburazione, papa Chimenti (nome di dileggio) e i cardinali fiorentini ch'erano con lui a Bologna, come cittadini rei di Stato. I frati di San Marco bandivano dal pulpito la difesa della patria; promovevano pubbliche preci, processioni, ostensioni di reliquie e d'imagini tradizionalmente venerate;ricordavano le promesse e le profezie del Savonarola. “Non abbiate paura; perchè Dio è per noi, e sono qui molte migliaia di angeli.... Dio e la Vergine hanno deliberato di reggere e governare questa città.... Italia sarà nelle tribolazioni, e tu, Firenze, comincierai a fiorire: quando le spade voleranno per l'Italia, e tu fiorirai.„ E il popolo traeva dalla chiesa ai bastioni, sicuro che con lui era, contro il Papa e l'Imperatore, la forza di Dio, e scriveva su pe' canti, a grandi lettere, col carbone o col gesso: “Poveri e liberi!„ Eroica plebe, che affamata, ammorbata, deserta d'ogni umano soccorso, leva gli occhi in alto, e afferma col sangue la patria: a Firenze nel 1530; a Venezia nel 1849: e suggella con due difese popolari la storia delle due Repubbliche, sulle cui bandiere, per terra e per mare, il nome d'Italia fu gloria della civiltà.

E in mezzo a tutto questo fervore di guerra; piena la città di soldatesche; tanta parte di cittadinanza vigilante in armi, e accorrendo alla difesa delle mura persino i vecchi e i fanciulli; col terrore di esecuzioni capitali che su cittadini trovati in difetto scendevano rapide e inesorabili; con l'atroce pericolo, nella penuria estrema delle vettovaglie, che si dovessero da un giorno all'altro, metter fuori le bocche inutili, cioè abbandonare al vitupero de' nemici le donne, i fanciulli, i poveri vecchi; si conservavano tuttavia le forme e le consuetudini della vita cittadina: continuavano i traffici, i luoghi pubblici si frequentavano, si ufiziavano le chiese, sedevano i magistrati; le private differenze e dissensioni si rimandavano a “dopo che ci saremo levati costoro da dosso„: si contrattavano compre e vendite, anche di possessioni occupate dai nemici; e la villa dei Guicciardini in Arcetri, dove alloggiava il Principe, messa all'incanto, trovava compratore, nè più nè meno che presso i Romani il terreno dov'era accampato Annibale. Si solennizzava ilSan Giovanni, salvochè si convertivano in dimostrazioni d'umiliazione a Dio le gazzarre e magnificenze annuali. Si faceva sulla piazza di Santa Croce il giuoco del Calcio, proprio a portata dell'artiglieria nemica, che non mancava da trarvi sopra, ma senza che però il giuoco cessasse. E a cosiffatte dimostrazioni di sicurezza e di baldanza appartiene la sfida di Lodovico Martelli a Giovanni Bandini, uno de' Fiorentini, non pure ribelli ma rinnegati, che stavano pe' Medici contro la patria nel campo nemico: nella quale sfida al ribatter l'onore offeso delle milizie cittadine si mescolavano gelosie di non degno amore; e ne seguiva un doppio duello del Martelli col Bandini, e di Dante da Castiglione con Bertino Aldobrandi, che, dato campo franco dal Principe, si combattè con solennità sfarzosa, in sua presenza, sul piazzale del Poggio, morendone il Martelli da una parte e l'Aldobrandi dall'altra. Ma l'altro duello a morte tra Medici e libertà, rimaneva sulle spade de' due eserciti, sinistramente sospeso dal mal genio d'un uomo che la Repubblica aveva ormai fatto diventare più forte di sè medesima.

“Mostrano quei di fuori„ scriveva l'Orator Veneto “di voler venire all'assalto: il quale non solamente da questi non si teme, ma si desidera sopra modo, insieme con la battaglia, come certissima salute di questa città.„ Ma di battaglia non concesse mai il Baglioni (e il Colonna si rimetteva) altro che le apparenze, in parziali sortite, le quali se dimostrarono il valore de' cittadini, e de' soldati, e de' capi altresì, non escluso il Capo supremoche ormai, o si stesse o facesse, tradiva, lasciarono inalterata cotesta condizione di cose, senza che la città si levasse d'addosso, con l'assedio, la minacciata rovina della sua libertà. Allegava Malatesta (il quale intanto menava pratiche col Papa e con l'Orange), essere lui responsabile della salvezza della città, e non volere arrisicarla per improntitudini di giovani: quasi che Firenze gli si fosse costituita in curatela, e col bastone del comando sulle armi gli avesse altresì delegato ch'e' sentisse e pensasse e volesse per lei. E il più iniquo di tale condizione di cose si fu, che quando essa finalmente ingenerò, come troppo prima avrebbe dovuto, sospetti di tradimento, cotesti sospetti erano soffocati, il meglio si potesse, dalla Signoria, pel timore che, risapendoli il Baglione, egli e la gente sua voltassero le armi contro la città che gli giaceva ormai nelle mani. La più coraggiosa parola dei magistrati al Capitano traditore, fu di ammonirlo ch'e' non ricevesse più ambasciate dal Papa, e “voltasse l'animo alla gloria„. Ma il Petrarca aveva già ammonito che questo non era sentimento da mercenarii:

vederete comeTien caro altrui chi tien sè così vile.

vederete comeTien caro altrui chi tien sè così vile.

vederete come

Tien caro altrui chi tien sè così vile.

Ed invero, nessuna più dolorosa nè più vituperosa dimostrazione dettero mai di ciò che veramente esse erano, coteste venderecce milizie, le quali in quella meravigliosa canzone, che rimase come l'elegia perpetua della libertà nazionale, il Poeta aveva denunziate all'Italia:

In cor venale, amor cercate e fede:Qual più gente possiedeColui è più da' suoi nemici avvolto.. . . . . . . . . . . . . . . .Se dalle proprie maniQuesto n'avviene, or chi fia che ne scampi?

In cor venale, amor cercate e fede:Qual più gente possiedeColui è più da' suoi nemici avvolto.. . . . . . . . . . . . . . . .Se dalle proprie maniQuesto n'avviene, or chi fia che ne scampi?

In cor venale, amor cercate e fede:

Qual più gente possiede

Colui è più da' suoi nemici avvolto.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Se dalle proprie mani

Questo n'avviene, or chi fia che ne scampi?

Scampo unico e supremo tutti sentivano essere il Ferruccio: i cittadini con angosciosa speranza, con bieco terrore Malatesta, con isgomento i nemici. E il Ferruccio si mosse.

Sostituitigli Commissari valenti in Volterra, egli, poichè il Valdarno da Empoli a Signa, e la Valdelsa, erano ormai terra di nemici, fece capo a Pisa (ci arrivò il 18 luglio), col disegno d'ingrossarsi colà, e poi volgersi a Pistoia, per riprenderla, se si potesse, a ogni modo, secondo le contingenze, minacciare il campo Cesareo, ovvero da' monti, per Val di Bisenzio, riuscir sotto Fiesole, donde, sforzato il passo, entrare in Firenze; le cui forze intanto avrebber secondato il disegno, spiando e cogliendo il punto di gettarsi sul nemico, distratto verso il nuovo assalto esteriore. È da taluni attribuito al Ferruccio un altro disegno: voltarsi a Roma, con quale animo verso papa Medici è agevole a pensarsi, e così svolgere dall'assedio l'Orange, ovvero chiudere al campo assediante i varchi della Valdichiana e dell'Umbria per le provvigioni; mentre altri moti diversivi si tentassero in Pistoia e in Romagna, e si colorissero le speranze che da Genova il fedele Alamanni dava di là e, con più illusione, dalla Francia. Ma il disegno che fu attuato, rapido e violento, è troppo più verosimile fosse il solo che arridesse al Ferruccio. Se non che troppa parte di questo doveva esser coadiuvata dal di dentro della tradita città; e la febbre che inchiodò in Pisa per una diecina di giorni l'eroe dell'impresa, dette malauguratamente il tempo a' nemici di prepararsi. I Commissari di Pisa, dal letto del valoroso che si consumava del suo non potere, scrivevano ai Dieci della guerra: “Dio, per sua misericordia, non ci darà tale impedimento.„ E fra l'1 e il 2 di agosto, scrive egli “dal paese di Pescia„: “Io mi trovo in sul fatto, e guarito, Dio grazia„; e che procede come per paese nemico, e che il Maramaldo lanciatoglia' fianchi è sul Pistoiese, e “se li nimici faranno sperienza di noi, allora faremo vedere chi noi siamo„. Quel giorno stesso batteva, con la solita ferocia, in San Marcello la parte Panciatica, e s'incamminava a Gavinana, verso dove per parti diverse erano rivolti i nemici.

Ne' Consigli intanto, e fin da quando egli si era mosso da Volterra, prevalevano i partiti del furor disperato: si desse a Malatesta la licenza ch'egli minacciava, infintamente, di volere: e al primo opportuno avviso dal Ferruccio, serrar le botteghe, armarsi, primo e alla testa del popolo il Gonfaloniere, “mantenere il giuramento fatto a Dio quando lo eleggemmo re di Firenze„, combattere e vincere; e se così non avvenisse, “quelli che resteranno alla custodia delle porte e dei ripari, abbiano con le mani loro, subito, a uccidere le donne e i figliuoli, por fuoco alle case, o poi uscire all'istessa fortuna degli altri, acciocchè distrutta la città non ne resti se non la memoria, ed un esempio immortale a coloro che nati liberi, liberi voglion morire.„ E il 2 di agosto, mentre il Ferruccio scriveva quella che fu la sua ultima lettera, il Gonfaloniere riferiva che alle sollecitazioni rinnovate presso il Baglioni e il Colonna, di dare addosso al campo, questi avevano nuovamente rifiutato, sebbene si sapesse che la notte innanzi il principe d'Orange, guadato Arno con buon nerbo di gente scelta, era uscito a incontrare il Ferruccio, lasciando in sua vece don Ferrante Gonzaga; il quale veramente si aspettava d'ora in ora essere assalito. Il Baglione, mutata stanza, si era di su' Renai ridotto presso Boboli ne' quartieri delle sue soldatesche più strettamente fidate; mentre, doloroso a dirsi, nelle file della milizia cittadina, avvezza al maestrato del valente Colonna, s'insinuava col sentimento della deferenza a lui, la sfiducia verso la condannata causa della libertà.

Il 3 d'agosto, entravano nel villaggio di Gavinana, adieci miglia da Pistoia, quasi ad un tempo, dai lati opposti, il Ferruccio e l'Orange: il Vitelli soprarrivava ad assalire la retroguardia de' nostri: il Maramaldo, sforzata di fianco la terra, calava loro addosso nel centro della battaglia. Cadeva fra la sua cavalleria, che il Ferruccio avea sbaragliata, l'Orange per due colpi d'archibugio: ma il piccolo esercito repubblicano, preso di fianco dai Lanzi freschi del Maramaldo, era ormai disfatto e quasi distrutto. Il Ferruccio, voltosi a Giampaolo Orsini che con lui sin da Pisa partecipava valorosamente al comando, stringendosi loro intorno i nemici e confortandoli si arrendessero, disse, conservateci autentiche da uno de' suoi come se le ascoltassimo dalla propria bocca di lui, queste parole: “Vogliamci arrendere sì tristamente? Io voglio morire.„ E di nuovo (prosegue la ricordanza dell'armigero) “e di nuovo si mise innanzi il primo, com'era stato sempre„.

Fu trovato fra i cadaveri degl'imperiali con la spada in mano, lacero di ferite, ma vivo ancora. Fatti prigioni egli e l'Orsini (pure ferito, ma che sopravvisse e si riscattò), il Maramaldo, che aveva dato bando gli fosse il Ferruccio consegnato o vivo o morto, avutolo fra le mani, “Tu sei or qui, che mi volevi appiccare?„ gli disse, e gli ricordò Volterra, e tornò a rinfacciargli, sciagurato, la condizione sua di mercante, cioè di cittadino glorioso, egli vilissimo servitore armato di chi lo pagava, o saccomanno de' paesi infelici che trascorreva. “Effetti della guerra!„ rispose il Ferruccio; e disarmato da quelli scherani, “Fabrizio, tu darai a un morto!„ gettò sulla faccia al Maramaldo; e ricevè nella gola il pugnale. “Era ragione„ scrive un altro di quei mercanti fiorentini, Filippo Sassetti, “era ragione, che il maggiore uomo che nella guerra avesse la Repubblica, avesse per sepoltura il monte Appennino„. Con lui, fra quelle montagne che non esse sole dividevano la penisola, avea sepoltura la libertà italiana: e quando dopo tre secoli spirarono leaure della risurrezione, la bandiera tricolore, innanzi di sventolare sui campi lombardi alla prima guerra d'indipendenza, si era inchinata in Gavinana su quella polvere sacra.

La disfatta del Ferruccio consegnava Firenze a' nemici, mani e piedi legata. La signoria stette sino all'ultimo coi più arditi e i più fermi; rinnovando altresì i quattro cittadini Commissari della milizia, e chiamandovi il Carducci e altri simili a lui, in luogo di corrotti o accecati da Malatesta. Questi allora strinse col Gonzaga e con Baccio Valori, fiorentino, Commissario del Papa nel campo Cesareo, le pratiche sempre mantenute; secondo le quali propose alla città si accordasse, promettendole, anche tornando i Medici, libertà. Rispose la Signoria, ufficio di lui e debito essere il combattere non il negoziare: uscisse in campo, o rassegnasse il comando. Allora Malatesta Baglioni, forte ormai non più solamente di soldati ma di cittadini che fra lui e la patria (di lui più infami) sceglievano lui, rifiutò di rendere il bastone del comando, ferì di pugnale uno de' due commissari che gliene avevan recata l'intimazione, con partito de' Dieci di guerra (incredibile oggi a dirsi!) onorevolissimo, e voltò le artiglierie contro la città.

Il 9 agosto si deponevano le armi; il 12 “nel felicissimo campo Cesareo„ si sottoscrivevano i Capitoli della resa: ne' quali (difesa estrema, almen dell'onore) la città si rendeva non ai Medici nè al Papa, ma a Cesare che era fatto arbitro di ordinare e stabilire entro quattro mesi la forma del governo, “intendendosi sempre che sia conservata la libertà.„ Non era finito l'anno, e Firenze aveva suo signore Alessandro de' Medici: i due ultimi gonfalonieri della Repubblica erano, il Carducci con altri decapitato, il Girolami gettato in prigione perpetua con pronto sopraggiunger di morte: altre condanne, di scure e d'esilio, assicuravano la città divenuta ducale.Malatesta Baglioni, prima di partirsi a bandiere spiegate da Firenze ch'egli aveva secondo le sue promesse salvata, onorato di privilegi dai novelli Signori e dal Pontefice, mandava a questo in dono un frate, Benedetto Tiezzi di Foiano, uno de' predicatori che avevano durante l'assedio rinfocolati gli spiriti religiosi del Savonarola. E al teologo pio e dottissimo il profferirsi a Clemente, che, lasciate le cure e le passioni civili, combatterebbe con l'autorità de' Libri Santi l'eresia luterana, non impetrò grazia della atroce morte, per la quale in una segreta di Castel Sant'Angelo finì consunto di fame.

L'assedio di Firenze è nella storia d'Italia come lo sfavillare estremo d'una fiaccola (la virtù d'intelletto e di braccio de' nostri Comuni), che soffocata si estingue. La caduta della Repubblica fiorentina segna l'aggravarsi della tirannide, domestica e straniera, sotto la quale la nazione italiana prostrata espierà le sue colpe, e ne parrà come morta. Ma le nazioni non muoiono: e anche ne' trionfi della forza che le ha schiacciate, Dio matura la rinnovazione de' loro destini. È una vittoria spagnuola, ventisett'anni appena da quella caduta, una vittoria d'armi imperiali, che a San Quintino, sotto la spada poderosa d'Emanuel Filiberto, affranca da quei ladronecci stranieri di Spagna e di Francia un angolo predestinato di terra italiana, il Piemonte. E quando, di lì a tre secoli, da quel lembo di patria moverà l'impresa della liberazione e dell'unità d'Italia, Firenze avrà già consegnati fiduciosa all'invocato avvenire i tesori delle sue grandi memorie. L'Assedio di Firenze sarà una dellebandiere prime ad essere agitate nel nome della libertà italiana. Un patriotta, che nell'anima di poeta, burrascosa come il suo mar di Livorno, accoglie il fremito delle nostre antiche democrazie, farà di quell'Assedio un libro, non potendo combattere una battaglia. Un gentiluomo del vecchio Piemonte, pittore e romanziere, statista e galantuomo, cavaliere d'Italia e ministro del Re, ritrarrà su quel fondo di storia italiana, e renderà popolari, le figurazioni ideali della virtù cittadina. E un poeta eroe (due delle maggiori grandezze della umana personalità) un poeta eroe, che reca il tributo del generoso sangue napoletano alla difesa di Venezia; Poerio, le cui ossa deposte nell'isoletta di San Michele “con affetto di sorelle„, come le gentildonne veneziane vi scrissero sopra, furono una delle anticipate consacrazioni della nostra unità,

dalle vette ghiacciatedell'Alpi, al monte onde Sicilia fuma;

dalle vette ghiacciatedell'Alpi, al monte onde Sicilia fuma;

dalle vette ghiacciate

dell'Alpi, al monte onde Sicilia fuma;

Alessandro Poerio canterà la gesta del Ferruccio, auspicando la nuova Italia:

Questa ed altre frementi ombre placatefian, quando raggi, come sol che sale,non più la fiorentinal'itala libertate.

Questa ed altre frementi ombre placatefian, quando raggi, come sol che sale,non più la fiorentinal'itala libertate.

Questa ed altre frementi ombre placate

fian, quando raggi, come sol che sale,

non più la fiorentina

l'itala libertate.

Oggi le colline che furono desolate da quella guerra, lussureggiano di oliveti e di vigne, si ammantano a festa nelle soavi primavere fiorentine: e dove scalpitarono i cavalli di Lamagna e di Spagna, e si piantarono le artiglierie anche di città sorelle, la vaporiera trasvola di vetta in vetta, lungo le bellezze che natura ed arte hanno accolto nella sottoposta convalle, e porta seco la letiziadelle paesane brigate, l'ammirazione degli ospiti benaccetti. Nel seno verde della florida pendice, Pitti e Boboli sono la reggia del Re d'Italia, il giardino della nostra graziosa e diletta Sovrana. Ma, degnamente vicino a tal reggia, San Miniato, col suo vecchio campanile mitragliato gloriosamente, torreggia tuttora: ed ivi presso, il genio di Michelangiolo, nelle forme gigantesche, eternamente splendide di gioventù e di forza, del biblico liberatore, domina ancora e protegge la sua Firenze.


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