SIENA NEL SECOLO XVI

SIENA NEL SECOLO XVIDIGIUSEPPE RONDONI.

DI

GIUSEPPE RONDONI.

Carneade, chi era costui? Ecco la domanda, gentili signore, egregi signori, che vi sarete fatta di certo, vedendo annunziato il mio nome nuovo ed oscuro fra tanti nomi chiari ed ammirati. Eppure, solo per un'ora, povero Carneade solitario, vorrei l'arte diresuscitare le cose morte, eppoi ripiombare nell'umile, faticosa operosità della scuola, dalla quale forse avrei fatto meglio a non uscir mai! Vorrei almeno quella che il Bourget chiamafantasia della storia, per evocare vivi e parlanti i grandi quadri della guerra, irradiati dalla luce dell'eroismo e del sacrificio, e i quadri del Beccafumi e del Sodoma sfolgoranti di quella del genio (due luci che non hanno tramonto); far rivivere qui, dinanzi a Voi, la eroica fanciulla, la quale col corsaletto e l'alabarda va a montar la guardia pel fratello impedito; farvi sentire il fremito dell'assalto; il rombo delle artiglierie; i rintocchi della Campana del Mangia, voce di quella Siena, di quella madre che adunava i figli a difenderla nel supremo cimento, e che fino all'ultimo gettava un arcano terrore nell'animo dei nemici; ma, ahimè! temo mi avvenga come all'insolente animale, che per imitaree compiere gli affreschi di un insigne pittore, salito burbanzoso sul palco, ed afferrati colori e pennelli, guastava e disfaceva tutto spietatamente. Oh se il volere fosse sempre potere! Non mi resta dunque che affidarmi alla vostra cortesia, mentre vi trasporto senz'altro nella vecchia Siena, colle sue torri agili e brune, l'una presso l'altra, come guerrieri chiusi nelle armi, e pronti a battaglia.

Ecco Fontebranda colla porta in fondo ad una valle chiusa e pittoresca, e l'erto poggio sul quale torreggia San Domenico, non sai bene se convento o fortezza, coi ricordi della Santa, della quale “la mirabil vita, meglio in gloria del ciel si canterebbe„, e de' sudici bisogni spagnuoli, pieni di cupidigia e di peccati, che al cenno di un triste figuro recano lassù le armi rapite ai cittadini traditi ed oppressi. In quei memori luoghi un'alba estiva del 1487 (per carità non vi spaventate se prendo le mosse un po' troppo dall'alto) scalava le mura Pandolfo Petrucci, introducendo segretamente i suoi partigiani, mentre la città era ancora immersa nel sonno. Indi correvano alla piazza del Campo, che ha viste tante stragi, tante feste e tanti pali, e Siena, destandosi ad un'altra delle tante sue rivoluzioni, acclamava Pandolfo a signore. Apparteneva a nobile, ma povera e numerosa famiglia della fazione de'Nove; aveva sofferti i dolori dell'esilio; ma ora diveniva ricchissimo, e gustava la vendetta, il piacere degli Dei.

La sua effigie è quella dei tiranni del risorgimento; ampia la fronte; oscure, ma non arcigne la ciglia; sguardo fisso e calmo che mentre non esprime nulla, par tutto discernere, labbra voluttuose, eppure compresse con risolutezza più che virile. Quanto all'intelletto il Machiavelli lo stimò prudentissimo, ponendolo in quella classe di cervelli che intendono ciò che altri dimostra. Ora volpe ed ora leone, stimava le cose obbedire allaforza, e Antonio da Venafro, dal segretario fiorentino proclamato “il caffo degli uomini„, era “il cuor suo„, o piuttosto il suo Mefistofele. Ebbe infatti del mefistofelico, ed un giorno al papa che gli chiedeva come facesse a tenere a segno i cervelli bizzarri de' Senesi, rispose franco: “colle bugie, Padre Santo.„ Il Petrucci, arbitro di una Balìa e capo degli stipendiari, soleva convenire in una bottega di piazza insieme con quelli della sua fazione, che poi lo accompagnavano, camminando dietro a lui, a rispettosa distanza. Formavano una specie di società segreta, giurando di esporre l'un per l'altro la vita e la roba, ed il suo governo fu il frutto delle improntitudini democratiche, e della politica de' Nove, dei quali Pandolfo fu il più ambizioso, il più astuto ed il più fortunato. Era in fondo un piccolo Borgia, colle attenuanti dell'ambiente e dell'indole toscana e senese; e se il Pecci lo ammirò per aver saputo (cosa invero mirabile) tener quieti i concittadini, il Tizio contemporaneo scrisse “ch'ei turbava le cose umane e divine, e lo chiamò tiranno colle mani tinte di sangue fraterno„. È vero ch'egli amò e protesse gli studi e le arti belle, e ne fa fede il suo palazzo colle campanelle ed i bracciali del Cozzarelli, un de' sorrisi più cari dell'arte senese, ma nessuno vorrà assolverlo della uccisione di Nicolò Borghesi suo suocero, e perdonargli le immani crudeltà di persone precipitate ne' trabocchetti o sepolte vive nellerazzaieod ossari, e fra gli altri il caso di un infelice spinto a tradimento nel carnaio dell'ospedale, dove se ne udirono per alcuni giorni i lamenti sempre più fiochi, che poi si spensero. Godè il favore della Francia che lo preservò dall'estrema ruina, quando il Valentino, che ambiva Siena, obbligò i Senesi ad allontanarlo; avaro, prestò ad usura al Comune, e ne ottenne terre e castella; invecchiando si tuffò nei più grossolani piaceri, e la figlia di un fabbro, la bella Caterinadi Salicotto, tenne ambo le chiavi del suo gelido cuore. Il popolo soleva chiamarla “spada a due mani„, e di lei si cantava: “questa spada, o giovani, cautamente stringete; per questa vivono gli uomini, per questa periscono.„

Pandolfo non riuscì a fondare la dinastia; i suoi figli ed i parenti con molti de' suoi difetti non ebbero alcuno de' suoi pregi. Si succedono, s'incalzano l'un l'altro a breve intervallo, come percossi da un'arcana maledizione.

“La man degli avi seminò l'ingiustizia,I figli l'hanno coltivata col sangue,E omai la terra altra messe non dà.„

“La man degli avi seminò l'ingiustizia,I figli l'hanno coltivata col sangue,E omai la terra altra messe non dà.„

“La man degli avi seminò l'ingiustizia,

I figli l'hanno coltivata col sangue,

E omai la terra altra messe non dà.„

Il cardinale Alfonso fu strangolato in Castel Sant'Angelo da un moro, per ordine di Leone X; Borghese era un giovinastro dissoluto, e fu cacciato dal cugino Raffaello, cui il sentimento popolare inflisse una terribile condanna. Quando il suo cadavere era portato a seppellire in San Domenico facea “uno stranissimo tempo„, talchè parea che “fusse aperta la bocca dell'Inferno„; ma più terribile era la furia de' ragazzi che urlavano che si buttasse allaVetrice, e cioè al luogo delle carogne. “I frati tutti si fuggiro„ (scrisse un cronista), e dovè accorrere il bargello, rimanendo sola la bara in mezzo ai birri. Mentre il giovinetto Fabio sognava il dolce sogno di amore colla bionda e delicata Massaini, si ordiva una congiura, alla quale aderiva il di lei fratello, ed al grido di libertà era per sempre cacciata la rea e sventurata famiglia, mentre alcuno proponeva per ispengerne affatto la memoria d'incrudelire perfino contro i sepolcri. “Prima morir che libertà vi manchi„, scriveva allora un oscuro poeta, mentre Mario Bandini, che ha tratti che ricordano il Mirabeau e gli eroi della Gironda, facea giurare duecento compagni di essere in perpetuo nemici di chiunqueavesse tentato di rinnuovare la tirannide. I Petrucci più non risorsero, ma i Nove scamparono al naufragio, e riuscirono ad imporre un de' loro, Alessandro Bichi, e forse il migliore di tutti loro. Effimero trionfo! Il Bichi cadde crivellato dai pugnali degli emuli che insistentemente, quasi voluttuosamente, lacerarono le aperte sue piaghe, spirando infine, sia detto a sua gloria, col perdono sulle labbra, come aveva incominciato. Un rimpasto de' Monti a vantaggio de' Popolari coronava il nuovo, fragile edificio.

Ho pronunziata la gran parola, ch'è il filo di Arianna nel fosco labirinto delle senesi discordie. I Monti sono i vari ceti, ordini e gruppi della cittadinanza, che, prevalendo una data forma di governo, avevano ottenuti o perduti via via i supremi magistrati o vi aspiravano, dai nobili ai più poveri popolari della costa di Porta Ovile. Ogni ceto formò setta, ed anzi più sette, che si dividono e suddividono all'indefinito, tentando le più svariate combinazioni, e scomponendosi e ricomponendosi senza tregua fra disaccordi sempre più gravi e molteplici. La serie delle contese, dei tumulti, delle riforme dei Monti dei Gentiluomini, dei Nove o borghesia grassa, dei Dodici, dei Riformatori e del Popolo sono come un mare sempre in burrasca, un turbine che dà il capogiro, l'insegna di Dante “che girando correva tanto ratta, che d'ogni posa mi pareva indegna„; con buona pace della gravità istorica, sono come un immenso arcolaio che gira e rigira sempre con una matassa viepiù arruffata tanto da provocare il sorriso, se non lasciasse dietroa sè una traccia sempre più larga e più lunga di sangue. Alcune volte fu proposto di formare un Monte solo; ma parve un attentato alla vita della repubblica, della quale i Monti erano le membra, gli organi più vitali. Ciascuno di essi formava anzi una piccola repubblica, ma sempre ostinata, indomabile, o democratica, o aristocratica, o moderata, o radicale, talchè Siena era un aggregato, o, come scrisse il Varchi, unguazzabuglio di repubbliche. Immaginate quale dovea essere l'affetto e l'orgoglio che nutriva pel suo Monte il senese del buon tempo antico, vedendo come anche oggi la tradizione delle contrade resti viva e indistruttibile in quel popolo, e come si manifesti in occasione del palio, ne' baci al cavallo vincitore che n'è il simbolo e la gloria; l'immagini chi ha veduto, come me, un buon prete in mezzo alla piazza saltare di giubilo, e gittare in aria il tricorno, quando l'anima popolare di Siena si effonde in un immenso fremito misto d'imprecazioni e di evviva che sale assai più in alto dell'agile torre, e disturba le rondini dai rapidi voli. Si effonde su dalla piazza ove curvi sui ronzini trasformati ad un tratto, e per quell'unica circostanza, in ardenti corsieri, volano i fantini nerbandosi di santa ragione, nerbandosi e cadendo, prima uno eppoi due, tre; mentre gli altri, come se nulla fosse, continuano la corsa sfrenata, e il pubblico li segue, intento alle bestie, con un palpito sempre più accelerato, dimentico dei caduti, finchè un urlo, un applauso, un colpo di mortaletto, e tutto è finito; cioè, no, poichè anzi incomincia la scena più originale; i deliri della contrada vincitrice, i commenti fragorosi, i pugni entusiasti; ne buscano i vinti, ed anche un po' i vincitori, sopratutti l'eroe della giornata, il fantino trionfatore, malmenato da baci e carezze peggiori de' pugni, pel troppo bene. Talora un Monte ne figliava un altro; la sola democrazia senese, una delle più audaci, offre una serie, unamoltitudine di gradazioni e di associazioni, dai comodi bottegai ai discendenti dei facchini della compagnia del Bruco, che vollero dipinto come stemma il leone sulle nere casipole; dai Bigi ai Biribatti ed ai Bardotti. Non vi fu accozzaglia di persone che non si trasformasse subito in congrega, in fazione, o almeno in accademia. Di accademie nel secolo XVI su quarantadue che fiorivano in Toscana, ventitrè appartennero a Siena, i Rossi, gl'Intronati, la Corte de' Ferraioli, gli Sborrati, e chi più ne ha più ne metta. E con tante congreghe mai un po' di vera concordia: il che starebbe a dimostrare ch'essa è in ragione inversa del numero delle associazioni, dei comitati, dei fasci più o meno sfasciati; ma per tali dimostrazioni, c'è proprio bisogno di ricorrere alla vecchia Siena? Comunque, quivi bastava un ammasso di terra preparata per un torneo, il cader delle vetrate abbattute dal vento per far saltar fuori gli armati a combattere, e i ragazzi alla pari degli adulti, e con loro le donne, giovani, vecchie e bambine; e non erano pugni e legnate; ma colpi di punta e di taglio, e un lampeggiare terribile di stocchi, di alabarde, di partigiane, di scuri e di pugnali; urli come di fiere, e rantoli di agonizzanti.

Eppure nessun altro Comune ha dipinti nel suo palagio tanti esempi ed allegorie veramente grandiose del buon governo! Nella sala de la Pace (v'era una sala di questo nome, come di tanto in tanto fra una rivoluzione e l'altra si celebrava la messa della pace), avete un poema didascalico sul reggimento politico creato dal Lorenzetti, a tratti di pennello; un bel vecchio maestoso, ch'è appunto il buon governo; le virtù; una gran bilancia, e i cittadini a due a due che reggono un lungo cordone, ch'è quello della concordia, tutti umili e quieti “come i frati minor vanno per via„. In altra sala splendono le immagini dei Savi antichi, Camillo, Curio Dentato, Scipione, Aristotele, Cicerone. Ironiche pitture! Affidatialle mute pareti quei bei propositi, il contrario i Senesi scolpivano nei cuori. Esaltavano la pace, e praticavano la guerra!

Nel secolo XVI, scossa da convulsioni sempre più frequenti ed implacabili, andava Siena incontro alla morte, eppure allora forse più che in altro tempo gl'ingegni e le arti belle vi sorridevano, come i fiori in un bel giardino di primavera. Il Pinturicchio, quell'infelice mingherlino, dall'ingegno sovrano, che solea chiamare la pittura “arte peregrina e da concorrere colla poetica„, faceva esultare di vita immortale le pareti della libreria Piccolomini nel Duomo, co' dipinti ne' quali palpita tutta la giovinezza del rinascimento, e che sono l'apoteosi dell'eleganza e del colorito. Un'onda perenne di armonia virgiliana, un'onda di sole rende perpetuamente giovani quelle figure, quell'oro, quell'azzurro, quel verde, le arie di quelle teste, gli alberi, gli orizzonti fuggevoli, paesi e città, i corteggi sfolgoranti, l'imperatore che muove incontro alla giovine sposa. Domenico Beccafumi, coi lavori di commesso, rendeva il pavimento della cattedrale degno degli angioli, tanto che il nostro piede si perita quasi di sfiorarlo. Antonio Bazzi, il Sodoma, fermava sulla tela, nello svenimento di Santa Caterina, una visione di Paradiso, che, veduta una volta, rimane in fondo al cuore, quasi melodia che “intendere non può chi non la prova„, un'eco di quei concenti che i Santi della leggenda udivano nell'eremo selvaggio, sulle cime de' monti, fra i silenzi dell'alta notte scintillante di stelle; trasformava il solitario convento di Montoliveto in una reggia dell'arte. Il Peruzzi, che nell'arguta geniale fisionomia offre, come nelle opere, l'armonia stupenda del galantuomo col valentuomo, co' suoi edifici “non murati ma veramente nati„, colle sue prospettive leggiadre, e i fregi delle facciate, e le figure che paiono luce di sorriso su di un volto onesto e gentile, cooperava a trasformarela sua città in un solo monumento, ove il bello rifulge nell'altero palagio e nella casa dell'artigiano, negli stalli di un coro e negli angoli oscuri di un trivio; in una finestra solinga occulta sotto un'umida grondaia, in un fondo oscuro di bottega, sulle bare delle confraternite, sui registri e tra le cifre de' buoni trisavoli della burocrazia e della finanza, e infine nella grazia colla quale le contadine si acconciano il cappellone di paglia. Come la città, tal'è la campagna ove quelle pittoresche figure s'incontrano, e che ricorda i paesaggi della scuola umbra, e del Sodoma; le descrizioni del Poliziano e dello Ariosto; quella poesia della natura che il Risorgimento ne trasmise così fresca e salubre, e che i moderni colorirono di così intima e soave mestizia. Agostino Chigi, il gran mercante, era intanto un gran mecenate, degno di Roma e di Raffaello, che ornava per lui la Farnesina delle immortali bellezze di Galatea, dinanzi alla quale ogni fervido cuore, come Pigmalione alla statua, grida spontaneo: vivi, palpita ed ama.

Tornando dal cielo in terra, l'amministrazione della repubblica era allora confusa ed imbrogliata tanto quanto erano armoniose e pure le creazioni dell'arte. Ristretta aiReggenti, alla fazione vincitrice, veniva esercitata da un Senato o Consiglio della General Campana, da un Consiglio del Popolo e da un Concistoro, formato da nove Priori e dal Capitano del Popolo. Le urgenti necessità ed i pericoli avevane poi dato origine ad una Balia, dapprima temporanea ed in seguito ordinaria e permanente; varia per numero e per durata, e nella quale si riflettono via viale vicende dell'instabile governo, come le nuvole di un cielo burrascoso in un limpido specchio d'acqua.

Indi mutamenti continui nella direzione degli affari, insieme col danno di gente che amministrava senza esperienza sufficiente della cosa pubblica. Indi Siena veniva governata (è il Commines che parla) “plus follement que ville d'Italie„; mentre il Malavolti, un senese, bruscamente dichiara che “le novità vi si facevano, non ad altro fine che per robbare il pubblico ed il privato„ e su questorobbare il pubblicoinsistono altri storici e cronisti cittadini; tanto è vero che nulla è nuovo sotto il sole!Bandi di Siena per chi sì e per chi nò, ripetè fino ai dì nostri il proverbio; il contado era sfruttato o negletto; la reputazione della repubblica scossa, compromessa tanto all'estero quanto all'interno. Giovanni di Giorgio, pittore e architetto sulle fortificazioni (e si era alla vigilia della guerra) scriveva ai signori: “Ho servito a ingegnere, a solecitatore, a guastatore tale che so' invecchiato, e mi risolvo a dire che tanto vale dire ingegniere quanto furfante.... questo fumo senza arosto non fa per me, perchè quando mi sento dire signore ingegniere, e mi guardo in borsa e non v'è uno quatrino....„ e basti la citazione quanto al trattamento degl'ingegneri militari della repubblica.

La prima conseguenza di una simile condizione di cose fu di eccitare l'allarme, la vigilanza e la cupidigia de' potenti vicini e lontani, ed anche degli impotenti. La vaga Siena ebbe proci innumerevoli; il Valentino, il papa, l'impero, il re di Francia, e più assiduo ed accorto di tutti il duca Cosimo. Chi l'ambiva, come il duca, per estendere ed assicurare il principato; chi per afforzarsi nel centro della penisola, dominando la strada fra Roma e Firenze, e occupando la Maremma co' suoi lidi fortificati; chi per meglio tener quieta e soggetta l'Italia. A colorire tali ambizioni i fuorusciti erano il mezzo più naturalee diretto, e Clemente VII lo tentava aiutando coi suoi fiorentini i Nove; ma qual disinganno! Come ai giorni di Montaperti, il popolo senese, quasi fiume ingrossato che rompe gli argini e dilaga, dalle porte e dalle mura precipita a innondare il campo nemico; ne inchioda i cannoni, ne rovescia le tende, lo rompe, lo fuga, lo insegue. Scrisse il Vettori che la battaglia di Camollia del 1526 gli parve un fatto straordinario, se non portentoso, tanto da ricordare gli esempi della Bibbia; ora ne resta un vivo ricordo in un dipinto nella chiesa di San Martino, coi particolari del costume cercati indarno nelle istorie e nei documenti ufficiali; la porta coi suoi fortilizi, gli accampamenti; gruppi, squadre di soldati, di popolani, cannoni dalle forme svariate, bizzarre, baracche, bandiere, e perfino le baldracche che accompagnavano l'esercito, seminude, impaurite. Del resto l'imprudenza dei Fiorentini e degli alleati non meritava loro di meglio, nè ebbero tutti i torti i Senesi cantando de' generali sconfitti:

Quel conton di Pitigliano,Mangiafichi, bufalaio;Si armò prima col tribbiano,E poi fece un grand'abbaio.Quel ventron dell'AnguillaraSi fuggì come un poltrone.

Quel conton di Pitigliano,Mangiafichi, bufalaio;Si armò prima col tribbiano,E poi fece un grand'abbaio.Quel ventron dell'AnguillaraSi fuggì come un poltrone.

Quel conton di Pitigliano,

Mangiafichi, bufalaio;

Si armò prima col tribbiano,

E poi fece un grand'abbaio.

Quel ventron dell'Anguillara

Si fuggì come un poltrone.

In una città ghibellina ed imperiale per antica tradizione, Carlo V acquistava naturalmente un predominio, ch'era in sostanza una poca larvata signoria. Dava consigli ed inviava oratori a riformare, a condividere co' magistrati il governo, a comandare presidii spagnuoli. Siena era altera del suo Cesare, come del suo più forte e leale paladino: si disse che i Senesi fin nel ventre della madre avevano il nome di Cesare in bocca. Quando l'impassibile Carlo la visitava, ed entrato in quei confiniebbe detto, nel discingere le armi: “siamo in casa nostra (vedete che non faceva complimenti!) vada ognuno come più gli aggrada„, i Senesi lo accolsero con vero fanatismo. Si videro giovinetti della più cospicua nobiltà abbracciare e baciare le gambe del suo cavallo: ed egli intanto visitava premuroso le fortificazioni e le mura. Gli agenti imperiali tiravano a far gl'interessi propri e del padrone; e le fazioni pur troppo ne aiutavano l'opera distruggitrice; i Nove sopratutto, esasperati dai contrasti e dalle sventure. Quel Monte aveva dato a Siena un governo prospero e glorioso; ma degenerato poi in un'oligarchia stretta e gelosa, ed avendo fatto capo ad una famiglia di tiranni, eccitava oramai contro di sè tutti gli altri, Riformatori, Gentiluomini e popolo. Ebbero i Nove le qualità e i difetti degli antichi ceti privilegiati, che per le antiche proprie benemerenze, e coll'insistere nel potere orgogliosamente, non soffrono gli altrui meriti nuovi, nè si adattano a cedere, anche quando è prudenza, sapienza, dovere, carità. Volevano ad ogni costo il predominio, magari sacrificando la patria agli Spagnuoli. Nè i popolari andavano senza deplorevoli eccessi. Fra loro era sorta una turba licenziosa, iBardotti, una specie disanculotti(le rivoluzioni come gli uomini che le fanno si somigliano un po' tutte) che avevano formata congiura contro ai nobili ed ai cittadini. Levavano per insegna una scudo tramezzato di bianco e di verde, andavano a squadre la notte, e commettevano ogni sorta d'insolenze, pretendendo i maestrati. Erano macellai, sarti, falegnami, nè tutti d'infima condizione, ed in una città d'ingegni vivissimi, dove la cultura era diffusa nel popolo tanto che l'altra congrega popolare dei Rozzi si adunava a commentare Dante e il Petrarca, e a scriver commedie in prosa ed in versi, non è a stupire che i Bardotti si adunassero a leggere Livio, Vegezio e il Machiavelli, addestrandosi alle armi con finti abbattimenti. Faziosi,irrequieti, protervi forse dai governanti vennero esagerati i loro torti. A buon conto si obbligavano alle pratiche religiose, a soccorrere i compagni poveri ed infermi, a pregare pei loro morti ed accompagnarli al sepolcro. Furono violentemente soppressi, non osando essi resistere, poichè Mario Bandini, il grande agitatore, li sconfessava, gridando loro in collera di tornare a bottega. Chiesero perdono ai Signori, consegnarono la bandiera e vi tornarono. È fra di loro uno dei più bisbetici cervelli nella schiera bizzarra degli artisti, Girolamo Del Pacchia o Pacchiarotti, soprannominato fra i Rozzi ilDondolone. Durante la persecuzione dei compagni egli corse a nascondersi nientemeno che in una sepoltura, dove rimase celato alcuni giorni, uscendone poi tutto pallido, contraffatto e coperto di vermi; uno spaurito insomma che faceva paura (tutto dire!) più di quella che non sentisse.

Di tutti i ministri cesarei i più savi furono il cardinal Granvela e lo Sfrondato, ed i peggiori Don Giovanni De Luna e Don Diego di Mendoza, i quali, credendo venuto il momento di fare coi Senesi a fidanza, li trattarono coi modi più imprudenti e burbanzosi, e, l'ultimo sopratutto, come se comandasse non ad una cittadinanza che aveva saputo innalzarsi un così bel Duomo e un sì fiero ed elegante Palagio; ma ad una turba di servi della gleba o di lanzichenecchi. Feriti nel più vivo dell'animo, nell'amore e nel decoro della città natale, dinanzi alla giustizia villana, immeritata, brutale, quei discordi offrono lo spettacolo commovente di una concordiasublime; hanno un palpito ed un fremito solo, e dopo la prima cacciata o meglio licenziamento di Don Giovanni co' suoi e coi Nove, quasi energico avviso a non ridurli agli estremi, proruppero nell'altra di Don Diego:

ArcimarranoNemico a tutta Italia, al cielo e al mondo;Pensando farsi in Siena a Dio secondo,Fu privo de' favor che aveva in mano.

ArcimarranoNemico a tutta Italia, al cielo e al mondo;Pensando farsi in Siena a Dio secondo,Fu privo de' favor che aveva in mano.

Arcimarrano

Nemico a tutta Italia, al cielo e al mondo;

Pensando farsi in Siena a Dio secondo,

Fu privo de' favor che aveva in mano.

Che Don Diego Urtado di Mendoza avesse proprio il “viso arcegno di un moro bianco coll'occhio porcino; cera proprio di furbo e di assassino„ (come scrisse il Mangia al Riccio pittore), io non so; ma che fosse un furbo di quelli che talora si mostrano goffamente malaccorti, e dei quali il Manzoni ci porge il ritratto nel notaio che vuol portare in carcere il povero Renzo, vel dice la storia. In Siena aveva incominciati, ma non compiuti gli studi legali; aveva fatto il frate; pizzicava di poesia; aveva scritto storie e romanzi, ottenute protezioni e favori, e la carica di oratore di Sua Maestà Cesarea in Roma. Accolto a gloria dai Senesi, comincia dal raffazzonare il governo a modo suo, imponendosi a tutto ed a tutti. Vuoi perfino che si mandi un oratore a Cesare concarta bianca, e i Senesi lascian fare ed obbediscono. Chiama in Sienabisogni, i quali portano via i ferraioli dalle spalle ai viandanti, scassano le botteghe, rubano per le case, impongono taglie, percuotendo coloro che si fossero provati a resistere; ed affinchè quei marrani meglio attendessero al comodo proprio, il degno governatore ordinava il disarmo dei cittadini, che pazientavano ancora, e obbedivano a ritroso. Appena osava lamentarsi la musa popolare dei Rozzi:

La ricolta del vino è trista stata,E l'uva sì non m'ha mezze le tina:Che gli Spagnuoli me l'han tutta scarpata.Essi: “avean fatto tanto„Che Siena era ridotta all'olio santo.

La ricolta del vino è trista stata,E l'uva sì non m'ha mezze le tina:Che gli Spagnuoli me l'han tutta scarpata.Essi: “avean fatto tanto„Che Siena era ridotta all'olio santo.

La ricolta del vino è trista stata,

E l'uva sì non m'ha mezze le tina:

Che gli Spagnuoli me l'han tutta scarpata.

Essi: “avean fatto tanto„

Che Siena era ridotta all'olio santo.

Molti si ritraevano per le ville; alcuni pel dolore si ammalavano; Tommaso Politi era decapitato; quand'ecco, come fulmine, la nuova che l'imperatore ha deciso di edificare sul colle di Siena,nel cuore del giardino delicato, una fortezza. Doveva sorgere sul poggio di San Prospero, dove ora è il passeggio della Lizza; ma si vociferava perfino che sarebbesi costruita sulle ruine della cattedrale. La città abitualmente sì gaia, par colpita da un pubblico flagello; si chiudono i traffici e le botteghe; ma i Senesi pazientano ancora, fidando nelle suppliche, nelle ambascerie e nella Madonna loro protettrice. Si eleggono commissioni, s'inviano oratori; ma Cesare rispondeva: “Così voglio, così comando, contro ogni ragione sta il voler mio; e se non bastano le torri (già Don Diego ne faceva abbattere alcune) si rovinino i palazzi, purchè il castello si faccia.„ Gli premeva assicurarsi di Siena, posizione importantissima nelle guerre colla Francia; farne un valido presidio spagnuolo; quel che fu più tardi loStato dei Presidi; ed era irremovibile. Orlando Malavolti, lo storico, gli presentava un memoriale firmato da 1032 cittadini di tutti gli ordini. Speravano, vi si legge, che Cesare vorrà considerare che nei “fondamenti del castello ha da star sepolta in eterno la reputazione, l'onore e la gloria del nostro nome, e colla libertà ogni altro nostro bene„; lo scongiuravano, chiamandolo “idolo nostro„, e l'idolo replicava che il castello aveva appunto per fine la libertà e la giustizia. Dipoi agli ultimi oratori che gli s'inginocchiarono dinanzi con abito lugubre e con lacrime, egli in collera rispose: non volereche i tristi, turbando quella città, gli mettessero gli stati suoi d'Italia in pericolo, e additò senz'altro la porta. Anche il papa avea detto che se non bastava un castello, se ne fabbricassero due, e Don Diego spergiurava ch'era per farlo a dispetto degli uomini e di Dio.

Pareva non restasse altra speranza che il cielo, ed infatti si offrirono solennemente le chiavi della città sull'altare della Vergine, e i battuti andavano attorno, dandosi la disciplina; ma anche il cielo era sordo, e “bisogna ingoiare (è un senese che parla) questo treppiede rovente„. Qui rimanendo il pubblico Consiglio “come insensati e fuor di sè„ sorge una voce inspirata, eloquente, l'abate Lelio Tolomei, ad esortare, confortare, ammonire: il suo discorso è una gran fiamma che vien dal cuore e riscalda ed accende gli altri cuori: “le rovine (egli grida) son nate dall'intender la città a monti ed a fazioni; abbiamo empiuto de' nostri cittadini tutte le città d'Italia; abbiamo imbrattate di sangue tutte le strade della città; non più tanti monti e monticelli; uno è il monte dei cittadini; non più Siene; è una Siena; una è la città della Vergine.... La cittadella ci porrà a discrezione della roba, della vita, dell'onore di ogni minimo soldato.... vada tutta la città intiera ai piedi dell'imperatore per tor questa ruina, o morire in qualunque altro modo onoratamente ad arbitrio suo; ma non consenta mai a queste forche così vituperose; si vestano a bruno la signoria, i maestrati, non suonino più le trombe e le campane del palazzo; non si facciano più banchetti, feste, nozze finchè non si tolga tanta ruina.„

Così messer Lelio, ingegno alto e coltissimo di cospicua famiglia, mentre un povero e rozzo contadino, ilpazzo di Cristo, Brandano da Petroio, che il popolino toscano non ha ancora dimenticato, a modo suo esprimeva identici sensi. Egli fu l'ultimo lamento del popolano del medio evo, co' suoi terrori e le sue celesti speranze;e la prima protesta del povero moderno, che sdegna mendicare, tratta i ricchi ed i potenti, come eguali, e spesso minaccia. Avea grandeggiato popolarmente poetico e terribile come una profezia del Savonarola, nella Roma del Risorgimento, offrendo al papa ed ai cardinali stinchi di morto; eppoi, gittato nel Tevere, n'era riapparso come vindice spettro della coscienza, tutto fango e presagi. Era stato peccatore e bestemmiatore, come il Santo Davide di Montelabro, ma quanto diverso per sincerità e fervore di sentimenti dal barrocciaio maligno e corrotto che a' nostri giorni sfruttò i poveri contadini con mascherate ridicole terminate in modo sì tragico! Era andato di luogo in luogo, intimando: “fate penitenza che la morte viene„, e, pieno di amore sviscerato per la sua cara città, fu visto un giorno sui baluardi della nascente fortezza gridare a un capitano che sollecitava col bastone i lavoranti: “fate quanto volete, che non vedrete questa cittadella finita„. Il capitano vuol farlo tacere a furia di bastonate, ed egli sempre più forte: “levati di qui, scellerato, e non tribolare questi poveri uomini.... non vedrai finita questa cittadella per cui tanto ti affatichi„. Straziato con ogni sorta di torture, insisteva nel rispondere: “di aver parlato per ordine di Dio„. Chiuso nella fortezza di Piombino, fugge e torna a Siena, riappare sui lavori della fortezza, e intuona a Don Diego: “Don Diego, se tu ci tradisci, ti rinnego; Don Diego, questa tua tela l'hai ordita male; ti mancherà il ripieno, e non la finirai„. Una volta il romito si pose in seno due buone pietre vive, deliberato di darle in testa allo Spagnuolo, lassù in mezzo alla sua fortezza, ed ai suoi guerrieri. Fallì il colpo, scambiando pel duce supremo un ufficiale col saio rosso; catturato ed interrogato rispose: che voleva dare a Don Diego, “perchè non voglio facci la fortezza ai miei cittadini, che non la meritano„. Il Mendoza, colpito da superstiziosoterrore, osservava ch'egli era un pazzo o un profeta; se pazzo, alle sue parole non si può prestar fede, e se profeta, di necessità seguirebbe tutto quello che avesse detto, ancora che si ammazzasse. Si contentava pertanto di farlo bandire dalla città. Ilpazzo di Cristoè una protesta gagliarda e spontanea del popolo calpestato e tradito dalle fazioni, dai principi e dagli stranieri; è una figura che ricorda i pazzi che grandeggiano talora più sapienti dei savi fra il cozzo delle passioni di un dramma dello Shakespeare, di uno di quei drammi simili ad aurore boreali vaste, terribili, che illuminano ad un tratto i più foschi e misteriosi orizzonti del passato, e gli abissi più imperscrutabili e le tenebre anche più nere del nostro povero e fragile cuore.

In Roma un senese, pur di umile stirpe, il Benedetti, soprannominato Giramondo, eccitava i Francesi a soccorrere la sua infelice città; due congiure si ordivano, e le fila se ne propagavano in Siena e pel suo territorio. Enea Piccolomini ed altri animosi colle bande della montagna eran pronti. Gli Spagnuoli insospettiti ordinano ai cittadini di rimaner chiusi in casa per lunghe ore; cercano di munire il castello; pongono dappertutto vedette. Ed ecco una di queste a gridare dalla torre del Mangia: “Molta gente è arrivata a Porta Nuova!„ Erano i liberatori; dai tetti e dalle torri i poveri Senesi tendevano loro le braccia. Vi fu un momento di ansietà, d'incertezza inesprimibile. In quel lungo e fervido tramonto d'estate tutti i cuori battevano impetuosamente. Ad un tratto è abbruciata una porta; i liberatori sono entrati;un grido si propaga: Francia, Francia; vittoria, vittoria, libertà! Tutte le finestre, calando le grandi ombre notturne, come d'incanto appaiono illuminate “a tal che per tutta la città si andava come se fosse levato il sole„. Gli Spagnuoli in silenzio si schierano nel Campo, presso la fonte; ma già sono assaliti da ogni parte con quell'impeto del quale solo un popolo oppresso ha il terribile segreto; ricacciati via via per le strade tortuose ed anguste, molti balenano e cadono, mentre dai rossi palagi, che a' riflessi delle fiaccole paiono anch'essi ardere di sdegno, dai gotici balconi, dagli alti tetti sporgenti vien giù ogni sorta di proiettili; è una tempesta più formidabile di quelle dell'Oceano; un'ira di Dio; l'aria è piena di grida, di lamenti; il selciato, le case rosseggiano di larghe chiazze di sangue. È sempre deplorevole una zuffa, orrida sempre la strage; ma le battaglie contro lo straniero insolente ed oppressore hanno una poesia, un'armonia che scuote e rapisce come i versi più belli di Omero e di Dante; come gliUgonottidel Meyerbeer ed ilGuglielmo Telldel Rossini.

Pur troppo i frutti principali di tanto valore andarono alla Francia, misera condizione dei deboli che non escono dalle mani di un prepotente se non per cadere in quelle di un altro, che li protegge o li abbandona secondo il proprio tornaconto. Comunque, ebbero quei cittadini la soddisfazione suprema di buttar giù la fortezza; magistrati, preti, nobili e plebei, e, come là dicono,cittiecittecon picconi, martelli e pali di ferro, come se ciascuno andasse a nozze, con quell'unanime entusiasmo del quale essi soli son capaci, la spianarono sì bene che nello spazio d'un'ora ne fu guasta tanta “che non ne saria murata in quattro mesi„.

La splendida epopea che allora i Senesi scrissero col sangue non deve farmi dimenticare la vostra gentile sopportazione, e che al fianco del prolisso narratore si pianta la più insoffribile compagna del mondo, la noia, musa dispettosa, implacabile. Sprono adunque il mioronzinante, e divoro la via. Carlo V manda il Toledo e Don Garzia ad invadere il territorio della repubblica; ma la piccola Montalcino che, perduta fra le balze ed i poggi, ricorda sempre, col profilo severo, quasi terribile, della sua torre oscura quelle storie d'indomito valore, vide l'oste imperiale ritirarsi schernita dai suoi spaldi. Il duca Cosimo, cervello coperto ed uno de' più saggi mondani (scrisse il Montluc) che sia stato ai nostri tempi, rimaneva in disparte ad osservare il giuoco, per cogliere il momento, nel quale il più destro de' litiganti, gode dei travagli degli altri due. Prima ebbe ricorso alle insidie tentando le congiure col Salvi, capitano del popolo e coi Vignali, che furono mandati al patibolo; poi, gittata la maschera a proprie spese, rischio e pericolo, otteneva dall'impero l'accollo della guerra, incominciandola per sorpresa e quasi a tradimento, mentre i Senesi festeggiavano il carnevale, e Brandano ritornato gridava per le vie: “Cardinale, Cardinale (alludeva al Cardinale d'Este, governatore inetto ed incurante); tu ci rechi poco sale; Siena, Siena, verrà il medico, e ti guarirà dal farnetico.„ Il medico era appunto Gian Giacomo de' Medici, marchese di Marignano, dal Brantôme salutato “il più gran capitano di tutti quelli del suo tempo„, e n'era invece il più feroce. Cominciò la carriera con un omicidioproditorio, e padrone del castello di Mus sul lago di Como, aveva fatto il masnadiero, tanto che i Lombardi lo chiamavanoassassino di strada. L'imperatore sospettò ch'ei prolungasse apposta l'assedio di Siena per continuare più a lungo nella sua carica; soffriva di gotta, ed allora si faceva portare in barella pel campo.

Piero Strozzi, comandante supremo delle forze del re di Francia, eppoi maresciallo dopo la presa di Foiano, fuoruscito e nemico di Cosimo, che cercò fino all'ultimo di farlo uccidere magàri a tradimento, era un bell'uomo, colto e studioso tanto che avea, dicono, tradotti in greco i Commentari di Cesare; ma troppo si compiaceva di praticare ciò che andava leggendo nelle istorie. Aveva libreria ed armeria cospicue, e perfino una sala cogli attrezzi per difendere ed espugnare le fortezze. “Più furioso che dolce„ (così il Brantôme) è tutto nell'epigramma che scrisse sulla parete della prigione di Cosimo:

Qui Piero Strozzi a mattana suonòPerchè volevan che dicesse sì,Ed egli sempre rispondeva no.

Qui Piero Strozzi a mattana suonòPerchè volevan che dicesse sì,Ed egli sempre rispondeva no.

Qui Piero Strozzi a mattana suonò

Perchè volevan che dicesse sì,

Ed egli sempre rispondeva no.

Amava ridere, dire il bel motto sopratutto col Brusquet “ch'era (segue il Brantôme) il primo uomo per la buffoneria in corte di Francia„. Riferisce poi non poche di queste burle, a dir vero, molto appannate ed insolenti, e chiama, scherzi a parte, lo Strozzi più abile ad assalire e difender castelli che a combattere in aperta campagna; più abile ad obbedire sotto un gran generale che ad esser generale lui stesso. Forse mirò più agli interessi della Francia ed ai propri che a quelli dei Senesi, ch'erano per lui un mezzo come un altro per offendere il duca abborrito, sebbene scrivesse al Brissac, in uno slancio di entusiasmo, che accorresse in suo aiuto, quando anche, per rendergli la pariglia, “dovesse andare a servirlo qualchemese da semplice soldato con la picca e l'archibugio in ispalla„. Dopo la caduta di Siena, abbandonando la Toscana per mare, stette lungo tempo muto, fissandone le coste; indi ai suoi ricordò le sue imprese, Pompeo a Farsaglia, Bruto a Filippi, accusò l'altrui poca virtù, la viltà altrui; guardò il cielo. Eran rimorsi? Erano legittimi sdegni?

I veri eroi dell'assedio, tacendo de' veterani delle bande nere, di Sampiero da Bastelica, tragica figura riserbata sempre ai più tragici eventi, e de' valorosi mercenari tedeschi, che non aveano altro difetto se non un appetito formidabile, talchè bisognò cavarli dalla città perchè consumavano più loro di tutti gli altri; i veri eroi furono il popolo e Messer Biagio di Montluc, già pieno di collera e di bizzarria (ce lo confessa lui stesso), talchè in Siena non si volea mandare perchè sarebbe stato fuoco contro fuoco; ma che invece si dimostrò tanto prode quanto prudente. Scrisse di aver lasciata la sua collera in Guascogna, e ch'era di quelli che non hanno in corpo retrobottega. Il fuoco contro fuoco si unì quindi in una fiamma d'insuperabile eroismo. Bravo tanto, che il Murat e il Ney lo avrebbero abbracciato come un babbo glorioso; eloquente, vivace, amava la gloria, le belle donne e il vin greco, ma sopratutto e prima di tutto il proprio dovere. Buono di cuore, del prediletto vin greco che, mentre era ammalato e quasi in fin di vita gli fu regalato da un cardinale, faceva larga parte alle Senesi incinte, contento di beversene ogni mattina un bicchierino, religiosamente,come si prende l'ipocrasso. Caricando di maledizioni quelli che mettono nell'impegno le genti dabbene, eppoi le piantano là, uscì di Siena coi patti ch'ei volle, e dopo avere assicurata la vita a' ribelli di Cosimo. Preferì che i Senesi capitolassero per lui, anzichè lui pe' Senesi. I Capitani spagnuoli correvano ad abbracciargli le gambe; in Roma la gente correva adammirarlo sulle porte ed alle finestre, ed egli sentivasi allora vieppiù confortato ad acquistare onore, e, senza un quattrino, com'egli si esprime, sentiva di essere il più ricco signore della Francia.

In questa guerra, che fu la più atroce e l'ultima che desolasse la Toscana, e della quale la Maremma serba ancora le squallide vestigia ed i paurosi ricordi, si erano ravvivati ed accumulati il furore e gli odii fra i due comuni rivali, Siena e Firenze, che dalle nebbie del più folto medio evo erano durati e cresciuti via via, funestando di ruine e di sangue le campagne irrigate dall'Arno, dall'Elsa e dall'Arbia fatale. Con questa guerra il nuovo principato accentratore dava la battaglia suprema al Comune mediovale, che lanciava l'ultima protesta, l'ultimo grido delle sue più fiere passioni, e de' suoi più ardenti entusiasmi; da un lembo glorioso della Toscana si alzavano una speranza, un lungo anelito d'indipendenza contro l'incombente predominio spagnuolo, il peggiore di tutti nella povera Italia! Questa guerra fu l'ultimo tempestoso tramonto dello splendido giorno de' Comuni toscani che formano, nonostante i loro terribili contrasti, una delle più belle armonie della storia. Anzi la nostra storia, la nostra civiltà è così ricca e varia perchè risulta da più civiltà, perchè ogni nostro principale comune ebbe una sua propria fisonomia, un suo proprio e completo organismo, un suo peculiare e completo incivilimento, lettere, arti, politica, costumi, legislazione e perfino superstizioni e pregiudizi propri, quasi alla pari di uno de' più grandi stati e delle più importanti nazioni. Siena fu tra i Comuni ch'ebbero fisonomia piùspiccata, singolare, risentita; vita più completa, originale, tenace. Solamente le repubbliche di Lucca, di Genova, di Venezia e di San Marino durarono più a lungo. Fu tra i Comuni che formarono un elemento essenziale, un'aspirazione, un palpito vigoroso dell'animo e della vita d'Italia. Ebbero i Comuni, ebbe Siena gravissime colpe; peccato supremo la discordia; ma qual fu nel medio evo il feudo, il regno, l'impero, il duca, margravio o barone che non odiò, non uccise, non funestò terre e vassalli col diritto del pugno, colle gare e le ribellioni implacabili? Ma qual è il regno, il ducato ch'ebbe operosità e commerci più floridi, sorriso così divino di arti e di studi, provvedimenti legislativi ed economici molto più liberali e più saggi? La partigianeria, o Signori, non è sempre vizio peculiare delle nostre repubbliche; mentre la cultura e la potenza economica e commerciale fu loro gloria peculiarissima. Non compresero la vera libertà? ma i principi forse la intesero? e chi la intese allora degnamente? Per quanto cieca e partigiana, quella libertà segnava ad ogni modo un progresso; mentre il principato co' suoi livelli e colla sua disciplina, preparando indirettamente la unione, pure non di rado illanguidì, sfibrò i caratteri, e ne tarpò sì bene le ali che dalla Toscana del Ferrucci e dei Senesi dell'assedio si degenera a quella di Cosimo III, di Gian Gastone, dei Ruspandi e di Stenterello! Non è preferibile il Mediterraneo volubile, capriccioso, colle sue brezze riparatrici, colle sue libecciate furibonde, che lo solcano di striscie candide e frementi di spuma, ad un lago, al padule di Bientina e di Massaciuccoli, calmo, uniforme, colla sua quiete sonnolenta ed i suoi pesanti vapori? Torno alla tetra e grande poesia dell'assedio che sembra velare anche oggi di fosca malinconia le antiche mura di Siena, le sue vie, la sua torre comunale che sfida impavida il tempo e i terremoti, come già sfidava le ingiurie nemiche.

Fin da principio fu guerra spietata. Il duca ordinava che leredade' Senesi a balia nel ducato fossero tenuti prigionieri adistanzia sua; verso il fine dell'impresa per dieci miglia intorno a Siena non si trovava più erba, nè paglia, nè grano, nè abitanti; al campo, che pure orribilmente soffriva, i viveri doveano esser portati da Firenze; da questa città fino a Siena, ed a Montalcino non vi era niente sulla terra per dar da mangiare ai cavalli. Fin da principio i soldati, meno feroci dei capitani, protestavano di voler far tra loro a buona guerra, eppoi non vollero consegnare i fuorusciti fiorentini fatti prigionieri, per non aiutare il bargello, talchè la crudeltà si sfogò tutta sui villani. Fu eretto un infame e scellerato tribunale dove si teneva un registro de' villani colti la prima volta con qualche vettovaglia; se incappavano la seconda erano subito appiccati, pagandoli due scudi l'uno a chi li acciuffasse. Ne furono appesi oltre a 1500 ad alberi infecondi appositamente risparmiati, orrendi trofei, quasi maledizione degli uomini, su quella campagna benedetta da Dio. Il Marignano poi condannava alle forche i terrazzani che aspettassero per arrendersi il primo colpo di cannone.

In più volte furono cacciate dalla città lebocche inutili; erano donne del popolo con un bambino al petto ed uno per mano, col fagotto de' poveri cenci sul capo; erano trovatelli dell'ospedale dai 6 ai 10 anni entro a barelle, a cestarelle, o giovinetti dai 10 ai 15 anni, piangenti, a piedi, con una canna in mano. Ahimè! Appena usciti sono rincalciati indietro, colle mani e gli orecchi tagliati, e i più piccini rimanevano “semivivi a diacereper terra con strida e lamenti che avrebbero fatto piangere un Nerone; ed io (esclama il Sozzini) avrei pagati 25 scudi a non li aver visti; per tre giorni non poteva mangiare nè bere che pro mi facesse„. Il rettore dell'ospedale, un Venturi, andò a trovare lo Strozzi, e con lacrime generose di pietà e di sdegno, disse “a buona ciera„ che non volea cavarne più, piantò l'ufficio, e si tappò in casa senza più ricevere alcuno. Di quelle povere bocche inutili, beate quelle ch'esalavano subito l'ultimo fiato! Non poche ne rimasero a pascer l'erba a guisa di selvaggi animali, fra le mura e i bastioni,quasi fra taglienti forbici(così il Bargagli, novelliere, ch'ebbe il coraggio mostruosamente rettorico di far novellare le sue gentildonne fra quegli spettacoli) finchè spiravano ed erano lasciate insepolte, talchè si videro cani tornare a Siena cogli stinchi e i teschi scarniti, ed una madre estinta col bambino ancor vivo all'esausta, fredda, lacerata mammella. Ho taciute le vergogne: basti che un ragazzo, afferrato il pugnale di uno spagnuolo, lo cacciava nel seno alla sorella bellissima. Eppure quali esempi di fede e di abnegazione in quei poveri, in quei contadini!

A Torrita una vecchia di 75 anni cadeva in mano dei Tedeschi; più per burla che per altro volevano che gridasse: duca, duca; ed essa negava, e gridava: lupa, lupa. I Tedeschi cominciano a montare in collera, ella sempre: lupa. Spogliata nuda, condotta ad una porta del castello è minacciata di crocifissione; ma non fu possibile indurla ad altro che a dire: lupa, lupa. “Con quattro buoni e grossi aguti (son parole d'un contemporaneo) conficcarono a braccia ed a gambe aperte la vecchia su quella porta, e mai non volle dir altra parola che lupa. Con una sbarra di legno le sbarrarono la bocca; ma ben si vedea dalle dimostrazioni del viso e degli occhi, che tuttavia dicea: lupa, lupa.„ Siena, come i grandi ideali, ebbe adunque i suoi martiri!

I gentiluomini davano e ricevevano esempi che i Greci ed i Romani stessi non dettero. È nota l'apostrofe del Montluc alle Senesi, che posseggono così squisito quel supremo ornamento della bellezza, il segreto dell'eterno femminile, la grazia, la eleganza soave, carezzevole delle forme, dello sguardo e del sorriso. Eppure quanta forza in quei petti delicati! “Alcuni gentiluomini (così il bravo generale) mi additarono un gran numero di gentildonne con delle ceste piene di terra sul capo. Non sarà mai, dame senesi, che io non renda immortale il vostro nome fino a che il libro del Montluc vivrà, perchè in verità siete degne di lode immortale quanto mai donne al mondo. Al principio della bella risoluzione che questo popolo fece di difendere la sua libertà, tutte le donne della città si divisero in tre schiere: la prima era condotta dalla signora Forteguerra, vestita di violetto, e tutte quelle che la seguivano adottarono lo stesso colore, con un guarnello corto a guisa di ninfe; la seconda da una Piccolomini, e vestiva d'incarnato; la terza da Livia Fausti, con abiti bianchi e concordi insegne.„ Erano tremila, nobili e borghesi, con vaghi motti ed imprese, ed andavano attorno collo instancabile vigore del quale la donna è capace, così tra i vortici inebrianti della danza, come fra i dolori di un ospedale e di un assedio, portando corbe, picche, terra e fascine, e lavorando ai bastioni, mentre cantavano un inno in onore della Francia. Il Termes assicurava “di non aver mai vista in vita sua cosa più bella„. “Vorrei aver dato (così il Montluc) il miglior cavallo per aver quell'inno, e poterlo qui riferire.„ E soggiunge: “non conobbi pur un solo di quei cittadini temere„; gentiluomini, contadini, preti, frati, donne e fanciulli, al suono di un campanello, o al grido:forza, forza, correvano a lavorare ai terrapieni, di giorno e di notte, e una volta fin quaranta ragazzi fecero una sortita con frombole epartigianelle. Presto cominciarono gli stenti. Non vuo' tediarvi colla enumerazione de' prezzi delle cose più necessarie alla vita: due grappoli d'uva in un fazzoletto erano un gran dono; i topi e i gatti divennero un cibo di lusso; un'insalata squisita l'erbacce che crescono a piè delle mura. Ognuno avea in casa il suo bravo mulino con certe macinelle piccole a mano; eppure, fra tanta penuria, non mancarono a Siena i dolci e il pan pepato: “bericuocoli e pan pepati (narra il Sozzini) appena cotti si portavano in piazza, ed erano subito spacciati caldi, caldi„. Un soldato ne mangiò una cesta piena, e si lagnava di non essere satollo.

Come Gavinana decise delle sorti di Firenze, i tristi poggi di Scanagallo furono la tomba della Repubblica Senese. Piero Strozzi, uscendo dalla città, si proponeva di unirsi coi rinforzi che attendeva, di porgere una mano al fratello Leone, che dovea giunger per mare, di allargare l'assedio, di far la raccolta in quelle campagne e di ribellare gli Stati al duca. Nessuno di quest'intenti gli riusciva efficacemente. Rimasto ucciso Leone presso Scarlino, dopo una grande aggirata pel Volterrano, il Pisano, il Lucchese, dopo aver passato e ripassato l'Arno, scendeva Piero in Val di Chiana, occupava Marciano e Foiano, provocava il nemico a battaglia. Infine i due eserciti si trovarono a fronte sulle alture fra le quali scorre il capo torrente di Scannagallo; già pativano di tutto, e i capitani esortavano lo Strozzi a sloggiare di notte; ma egli coll'ostinazione propria de' caratteri più avventati, accecato da unafatale pazzia, volle batterein ritirata alla luce del giorno, sfoggiando bravura, come in una giostra. All'ultimo momento il Bentivoglio offriva di sacrificarsi per assicurargli la marcia, e lo Strozzi, per tutta risposta: “chi ha paura fugga, io voglio combattere„. “Signore, fuggirò„, rispose in collera quel prode, e corse nelle prime file.

Erano circa le 11 del mattino del 2 agosto, e il sole sfolgorava implacabile. Gli squadroni della cavalleria imperiale si avanzano, alzando le visiere, e con faccie allegre mostrando alle fanterie il desiderio della vittoria. “Parevano (scrive il Montalvo, un testimone oculare) una montagna di ferro con piume al cielo, vista non meno brava che bella.„ La cavalleria francese, con armi e sopravvesti dorate, e molti paggi, sembrava “un bellissimo torneo„. Intorno allo Strozzi stringevansi i fuorusciti suoi concittadini, levando bandiera verde col verso dantesco: “libertà vo cercando ch'è si cara„. Tre sagri imperiali tuonavano; due falconetti davano loro poca o nessuna risposta. Già l'onda dei cavalli cesarei irrompe al di là del fosso, quando l'alfiere dei Francesi gitta il grido infame del tradimento e della paura! scampa, scampa! Era stato comprato dal nemico con alcuni fiaschi di monete d'oro, che si erano fatti credere di tribbiano. Lo splendido squadrone si divide, si rompe, fugge a spron battuto; fuga maledetta anche dalle cantilene dei contadini che destano pur oggi l'eco triste della solitaria campagna:


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