Chapter 12

Sol per veder se il demonio è cotaleE tanto sozzo come egli è dipento;Che non è sempre a un modo in ogni loco:Qua maggior corne, e là più coda un poco.(II,XXIII, 1).

Sol per veder se il demonio è cotaleE tanto sozzo come egli è dipento;Che non è sempre a un modo in ogni loco:Qua maggior corne, e là più coda un poco.(II,XXIII, 1).

Sol per veder se il demonio è cotale

E tanto sozzo come egli è dipento;

Che non è sempre a un modo in ogni loco:

Qua maggior corne, e là più coda un poco.

(II,XXIII, 1).

Il Boiardo non prende adunque la materia cavalleresca propriamente sul serio; ma andrebbe mille miglia lontano dal vero chi immaginasse per ciò che la volesse volgere in canzonatura. Le virtù cavalleresche, vale a dir la prodezza, il coraggio, la lealtà, la cortesia, la generosità, la sete di gloria, il disprezzo delle ricchezze, einsieme con esse l'amore, che le inspira e rinfoca, egli le ammira dal profondo dell'animo. Quindi per esaltarle può anche continuare lungamente a cantare a occhi chiusi con un abbandono propriamente epico. Ma il senso della realtà è troppo vivo in lui, perchè, se appena apre le palpebre, non abbia ad accorgersi che ciò che gli sta davanti son fantasmi, e non componga il volto ad un sorriso. Ad un sorriso, oppure invece anche al pianto, se rivolge la mente a ciò che gli apparisce la vera grandezza; ad Alessandro, a Cesare, e ad altre figure siffatte:

Fama, sequace de gl'imperatori,Nympha che e gesti a dolci versi canti,Che dopo morte anchor gli homini honori,E fai coloro eterni che tu vanti:Ove sei gionta? a dir gli antichi amoriEt a narrar battaglie de giganti,Mercè del mondo, che al tuo tempo è tale,Che più di fama o di virtù non cale.(II,XXII, 2).

Fama, sequace de gl'imperatori,Nympha che e gesti a dolci versi canti,Che dopo morte anchor gli homini honori,E fai coloro eterni che tu vanti:Ove sei gionta? a dir gli antichi amoriEt a narrar battaglie de giganti,Mercè del mondo, che al tuo tempo è tale,Che più di fama o di virtù non cale.(II,XXII, 2).

Fama, sequace de gl'imperatori,

Nympha che e gesti a dolci versi canti,

Che dopo morte anchor gli homini honori,

E fai coloro eterni che tu vanti:

Ove sei gionta? a dir gli antichi amori

Et a narrar battaglie de giganti,

Mercè del mondo, che al tuo tempo è tale,

Che più di fama o di virtù non cale.

(II,XXII, 2).

Del resto importa rilevare che l'atteggiamento del Boiardo in cospetto del mondo della cavalleria non è già qualche cosa di peculiare a lui. In embrione, esso si può cogliere negli stessi rimatori popolari, ai quali, per esempio, non sono estranei nient'affatto i richiami scherzevoli all'autorità del famoso arcivescovo; portato all'estremo, per via d'una speciale conformazione dell'ingegno e dell'animo, ci dà ilMorgante; e che del pari come agli scrittori fosse comune anche al pubblico cui essi si rivolgevano, può mostrare l'intonazione del contrasto tra Isabella d'Este e Galeazzo Visconti, a proposito del quale la parola “umoristico„ mi è già dovuta uscir di bocca. Si tratta dunque di qualcosa, che è dell'ambiente italiano d'allora. Da questo qualcosa, se si va bene al fondo, il nostro romanzo cavalleresco ripete ingenerale quel suo temperamento capriccioso, che rende naturali, nonchè ammissibili per esso, tutte quante le capestrerie di pensiero e di forma.

Esaltatore dei sentimenti cavallereschi, il Boiardo può ridere nondimeno dei personaggi in cui egli stesso li incarnò; grande araldo dell'amore, lo troveremo, o non lo troveremo noi, in atto di adorazione devota, al piede della creatura da cui questa passione si diffonde? Cosa sono le sue donne quando egli ha la libertà di foggiarle a piacimento?

Protagonista femminile dell'Innamoratoè Angelica. L'importanza sua non è uguagliata da quella di nessun altro personaggio, compreso lo stesso Orlando. In lei principalmente s'accentra l'azione; l'amore che da lei s'ispira è il motore più potente di tutto quanto il meccanismo. Quali effetti essa produca col suo semplice apparire, avete visto voi stessi. E il Boiardo ha immaginato un modo ingegnosissimo di complicare il giuoco dei sentimenti, facendo che, per virtù di due fonti, l'una delle quali accende, l'altra spegne le fiamme del cuore, Angelica sia aborrita da Rinaldo mentre ella arde per lui, e lo abbia in avversione non appena egli ha mutato d'animo. Che sia incantatrice, mi spiace; una donna è sempre maga abbastanza per il semplice fatto dell'esser giovane e bella! Ma il poeta è troppo avveduto per non accorgersi ottimamente di ciò egli medesimo; quindi di cotale prerogativa fa un uso assai parco, e finisce poi oramai per dimenticarla del tutto. Bensì Angelica rimane sempre una lusinghiera; questo il tratto in cui s'assomma l'indole sua. Che moine sa usare con Orlando, per il quale non prova alcun affetto, e che solo le desta rimorso quando è stato mandato da lei a un'impresa da cui non crede che possa uscir vivo (I,XXVIII, 40)! E al tempo stesso ella tiene a bada altri adoratori, che le giova di avere a suoi comandi. Ce la redimerebbe l'amorenon corrisposto per Rinaldo, che dà luogo a scene d'una passionatezza commovente, se non fosse l'effetto d'una forza soprannaturale, e se non ci rappresentasse, molto tempo prima che l'Ariosto potesse pensare a Medoro, come una punizione di quel farsi giuoco degli amanti:

Chè amor vol castigar questa superba.(I,III, 40).

Chè amor vol castigar questa superba.(I,III, 40).

Chè amor vol castigar questa superba.

(I,III, 40).

Insomma, all'infuori che per la bellezza, Angelica non ha somiglianza alcuna colle Laure, e meno che mai colle Beatrici.

I difetti che si scorgono nella figliuola di Galafrone toccano il colmo in Origille:

Era la dama di estrema beltate,Malicïosa e di losinghe piena;Le lachryme teneva apparecchiateSempre a sua posta com'acqua di vena:Promessa non fè mai con veritate,Mostrando a ciaschedun faccia serena;E se in un giorno havesse mille amanti,Tutti li beffa con dolci sembianti.(I,XXIX, 45).

Era la dama di estrema beltate,Malicïosa e di losinghe piena;Le lachryme teneva apparecchiateSempre a sua posta com'acqua di vena:Promessa non fè mai con veritate,Mostrando a ciaschedun faccia serena;E se in un giorno havesse mille amanti,Tutti li beffa con dolci sembianti.(I,XXIX, 45).

Era la dama di estrema beltate,

Malicïosa e di losinghe piena;

Le lachryme teneva apparecchiate

Sempre a sua posta com'acqua di vena:

Promessa non fè mai con veritate,

Mostrando a ciaschedun faccia serena;

E se in un giorno havesse mille amanti,

Tutti li beffa con dolci sembianti.

(I,XXIX, 45).

Angelica in fondo al cuore non è malvagia: Origille invece è tutta impastata di perfidia, a segno tale da trastullarsi anche colla vita de' suoi disgraziati adoratori.

Possiamo dir buona Tisbina. Amata da due, non frascheggia: riama Iroldo e sente compassione di Prasildo. Che disperazione è la sua quando una promessa a cui Iroldo stesso imprudentemente l'ha spinta, la mette nella necessità di concedere a Prasildo sè medesima! Iroldo vuol morire, ed essa morrà con lui. E i due inghiottono diffatti insieme una bevanda, che credono veleno. Ma veleno non è; e la conclusione della storia viene ad essere, che, dopo una gara mirabile di generosità, Tisbina, mentre è immersa nel sonno per effetto di ciò che ha bevuto, rimane a Prasildo. Che farà essa mai al risentirsi,quando le sarà detto che il suo Iroldo se n'è andato lontano per sempre? È piena di dolore e tramortisce; ma poi, considerando che non c'è rimedio, prende “altro partito„:

Ciascuna dama è molle e tenerinaCosì del corpo come della mente,E simigliante della fresca brina,Che non aspetta il caldo al sol lucente;Tutte siam fatte come fu Tisbina,Che non volse battaglia per nïente,Ma al primo assalto subito se rese,E per marito il bel Prasildo prese.(I,XII, 89).

Ciascuna dama è molle e tenerinaCosì del corpo come della mente,E simigliante della fresca brina,Che non aspetta il caldo al sol lucente;Tutte siam fatte come fu Tisbina,Che non volse battaglia per nïente,Ma al primo assalto subito se rese,E per marito il bel Prasildo prese.(I,XII, 89).

Ciascuna dama è molle e tenerina

Così del corpo come della mente,

E simigliante della fresca brina,

Che non aspetta il caldo al sol lucente;

Tutte siam fatte come fu Tisbina,

Che non volse battaglia per nïente,

Ma al primo assalto subito se rese,

E per marito il bel Prasildo prese.

(I,XII, 89).

“Tutte siam fatte„: gli è che queste parole, insieme col racconto a cui servono di conclusione, son poste esse pure in bocca ad una donna. Ma se Fiordalisa modestamente parla così, mettendo sè medesima in mazzo con tutte l'altre, in lei almeno avremo finalmente un esemplare di perfetta lealtà femminile. Chi non ha presente quel suo pietoso andar di continuo in traccia di Brandimarte, che via via ritrova per poi riperderlo di bel nuovo? Se c'è donna amante, quella è lei di sicuro. Ma, ohimè, che ancor essa dà qualcosa a ridire! È troppo, per verità, il compiacimento col quale contempla il bel Rinaldo addormentato (I,XIII, 50), perchè un certo sospetto che il poeta s'è permesso poco prima (st. 48) abbia a parer calunnioso.

Sicchè in conclusione le donne dell'Innamoratoson tutt'altra cosa che le Isotte e le Ginevre. Si capisce che nell'animo del poeta c'è una persuasione analoga a quella che ispira al Leopardi l'Aspasia. Gl'idoli a cui si brucian gl'incensi sono, pur troppo, ben lontani in generale dall'essere quali l'immaginazione li rappresenta. L'amore, maschile e femminile, riposa sopra una continua illusione; ciò che s'adora è un fantasma della propria mente;sennonchè per il Boiardo — e tutti saremo con lui — una volta che l'illusione riesce gradita e feconda di bene, merita di essere tenuta nel medesimo conto in cui si terrebbe la realtà. Questo concetto, mentre ci porta lontano dalle tradizioni consuete dei romanzi cavallereschi, ci riconduce alla vita del nostro Matteo Maria. Si rammenti il Canzoniere; si ricordi Antonia Caprara. Così ci si verrà sempre più persuadendo che l'Innamoratoè altra cosa che una semplice opera d'arte.

Della tela del poema non crederei indispensabile di farvi, sia pur rapidissimamente, l'esposizione, quand'anche al punto in cui sono non dovessi rammentarmi che tra le virtù del Boiardo ce n'è una nella quale giova che io mi specchi: il saper fare i conti colla pazienza di chi sta ad ascoltare. L'orditura ha qui assai poca importanza; l'importanza sta nelle molteplici narrazioni particolari. Queste s'intrecciano, spesso interrotte, più tardi riprese. Il procedimento per cui parecchie azioni camminano di conserva, dando luogo a continue spezzature, viene all'Innamorato dai romanzi della Tavola Rotonda, e segnatamente dalTristano, dalLancillotto, dalGirone il Cortese. Ma ciò che in questi è un mero e impaccioso portato della necessità, nelle mani del Boiardo si converte in un procedimento artistico, mediante il quale la curiosità è stuzzicata, e si consegue una varietà che mai l'uguale.

Ciò che assai mi duole si è che mi sia impedito di mostrarvi le ricchezze meravigliose della poesia del Boiardo, paragonabili a quelle della sua grotta di Morgana,

Che solo a dir di lor seria un volume;E non ha tante stelle il ciel sereno,Nè primavera tanti fiori e rose,Quante ivi ha perle e pietre preciose.(II,VIII, 19).

Che solo a dir di lor seria un volume;E non ha tante stelle il ciel sereno,Nè primavera tanti fiori e rose,Quante ivi ha perle e pietre preciose.(II,VIII, 19).

Che solo a dir di lor seria un volume;

E non ha tante stelle il ciel sereno,

Nè primavera tanti fiori e rose,

Quante ivi ha perle e pietre preciose.

(II,VIII, 19).

Che attitudine a concepire figure caratteristiche e a metterle in moto! che intuizione degli uomini e delle cose!che fecondità di concepimenti! che sentimento delle bellezze naturali! che musicalità di ritmo! che amabile semplicità di forma! È una poesia fresca che noi qui abbiamo: la poesia d'un prato fiorito, in un bel mattino di maggio. E nelle nostre tazze la fantasia vien mescendo a profusione vini scintillanti, che parrebbero spremuti da altre uve che dalle terrene.

Sicuro che anche nel Boiardo ci son le sue pecche. Di certe particolarità non è opportuno che discorra, una volta che ai particolari devo qui rinunziare anche per il resto. E non gli farò colpa alcuna del molto intrattenersi a descriver colpi di lancia e di spada, non di rado uniformi. Queste descrizioni, che a noi paion monotone e stucchevoli, tali non parevano a uditori diversamente disposti che noi non siamo; alla maniera come non riesce monotono per una signora elegante il minuto ragguaglio dei cento vestiti e delle cento acconciature che si son sfoggiati a una festa. Bensì non è dubbio che nell'Innamoratoc'è difetto di lima, sicchè aguzzando gli occhi si scorgono a ogni tratto piccole mende, che si vorrebber corrette. Quanto alla lingua, il vizio è quasi tutto alla superficie, ossia nella fonetica; e bisogna non conoscere la nostra storia letteraria per muoverne al Boiardo la più piccola colpa. Esso può rendere per il più dei lettori necessaria una spolveratura, non altro; ma certo non giustifica la manomissione commessa dal Berni. Sennò dovrà esser lecito ad un pittore moderno di ridipingere un Giotto, un Beato Angelico, un Botticelli, per la ragione che il disegno non vi è propriamente corretto.

Vi farò forse meravigliare, terminando, col dire che il poema del Boiardo ha ai miei occhi un alto valore morale. In quell'Italia perfida che gli storici soglion descriverci — l'Italia di Lodovico il Moro e di Alessandro VI —, una voce che esalta col più sincero convincimento le virtù cavalleresche, e prima tra esse la lealtà, significami par bene, qualcosa. E più significa perchè non è voce che scenda da un pulpito, nè voce di popolo. Sicchè l'Innamoratoviene a indicare che il marcio non era poi tanto profondo come in generale si afferma e si crede.

Certo tuttavia non era più questa la poesia che propriamente convenisse all'Italia, una volta che su di essa venne a rovesciarsi quella sequela di bufere, che al finire del secolo XV prese a devastare i campi, a sradicar gli alberi, ad abbattere case e palagi per tutto il bel paese. Di quella bufera il Boiardo non vide che i prodromi; ma essi bastarono per strozzargli il canto in gola e dissipare le immagini ridenti che gli danzavano davanti alla fantasia. L'opera fu interrotta; ed è legittimo il supporre che il poeta non l'avrebbe ripigliata nemmeno se al passaggio delle genti di Carlo VIII, avviate verso il regno di Napoli, non fosse tenuta dietro quasi subito la sua morte. Quanto differenti le guerre ch'egli aveva vagheggiato e rappresentato da quelle che allora si vennero a combattere! Ma io mi rallegro che gli ultimi versi di questo poema, tutto letizia e apparente spensieratezza, gli ultimi probabilmente che il Boiardo abbia scritto, siano rivolti alla patria:

Mentre che io canto, o Iddio redentore,Vedo la Italia tutta a ferro e a foco,Per questi Galli che con gran valoreVengon per disertar non scio che loco.

Mentre che io canto, o Iddio redentore,Vedo la Italia tutta a ferro e a foco,Per questi Galli che con gran valoreVengon per disertar non scio che loco.

Mentre che io canto, o Iddio redentore,

Vedo la Italia tutta a ferro e a foco,

Per questi Galli che con gran valore

Vengon per disertar non scio che loco.

Son parole condite d'ironia, alle quali servono di efficace commento quelle che si sono raccolte dalle labbra del poeta in un'altra occasione, consimile, ma a saper leggere nel futuro, assai meno lagrimosa[99]. E noi da questa interruzione ci si sente attratti verso il poeta e l'opera sua più che non saremmo dal più splendido dei coronamenti.


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