IL POLIZIANO E L'UMANESIMO

IL POLIZIANO E L'UMANESIMODIGUIDO MAZZONI.

DI

GUIDO MAZZONI.

Signore e signori,

Presentarmi a voi, che avete fama meritata di giudici eletti, a voi che pur ne' giorni scorsi udiste Adolfo Bartoli e udirete dopo me altri che io reputo maestri miei, per discorrere del Poliziano e dell'Umanesimo, argomento grave e forse nell'ampiezza sua meno adatto alle strette d'una lettura, sembra audace a me stesso: ma non si conveniva a me fiorentino negar l'opera mia in una impresa di cui Firenze si compiace, come è questa delle pubbliche letture; dirò più schietto, non mi diè l'animo di rifiutare l'onore che mi si fece invitandomi qui. Di che a ottenere più agevole indulgenza, tacerò ogni altro preambolo. Ma prima consentite ch'io vi preghi a unirvi meco in un desiderio di tutti gli studiosi. Isidoro Del Lungo ha da mantenere certa sua promessa: ha da darci quella vita del Poliziano della quale pubblicò saggi per dottrina e per critica eccellenti; promessa giovanile, cui stima sottrarsi affermandola invecchiata con lui; promessa di galantuomo e valente, che vuole essere mantenuta, voi gli rispondete con me. A un libro del Del Lungo non si rinuncia così per fretta; e troppo, nel tornare per voi sul Poliziano, troppo ho risentito quel che importi averne o no la guida sicura.

Dolci gli studii un tempo già m'erano: ahimè che m'incute,la Povertà, co' suoi luridi cenci, orrore!Onde, poi che 'l poeta non è che ludibrio del volgo,stimo più savio cedere a' tempi anch'io.

Dolci gli studii un tempo già m'erano: ahimè che m'incute,la Povertà, co' suoi luridi cenci, orrore!Onde, poi che 'l poeta non è che ludibrio del volgo,stimo più savio cedere a' tempi anch'io.

Dolci gli studii un tempo già m'erano: ahimè che m'incute,

la Povertà, co' suoi luridi cenci, orrore!

Onde, poi che 'l poeta non è che ludibrio del volgo,

stimo più savio cedere a' tempi anch'io.

Questo lamento, che suona troppo più efficace ne' distici latini dell'originale, questo sospiro di Angelo Ambrogini (sarà tra breve il Poliziano) alla quiete e agli agi di una vita, quale egli desiderava la sua, tutta spesa sui libri degli antichi e nell'esercizio dell'arte, è schietto documento dello stato e dell'animo di lui quindicenne. Cinque anni prima, gli avevano ammazzato il padre, per ciechi odii, ferocemente; il padre, messer Benedetto, uomo di legge, onorato d'alti offici nella patria Montepulciano, poi giudice a Pisa, cui non era valso chiedere protezione a Piero di Cosimo de' Medici, che “per l'amore de' suoi piccoli cinque figliuolini, lo sicurasse in modo che potesse starsene sicuro a casa sua senza portar arme, che non era suo mestiere„; nel maggio del 1464, tentando egli invano ripararsene con le mani inermi, l'avean morto più colpi di coltello e di partigiana. Vendetta, come allora si usava, ne era stata presa, due anni dopo, da un nipote che, sangue per sangue, uccise gli uccisori: ma la vedova si era rimasta con que' cinque figliuolini, e avea dovuto mandare il maggiore di essi, Angelo, a Firenze, da un cugino del marito, perchè si cercasse migliori fortune.

Tardavano queste; ed Angelo sentiva ogni dì più, nell'animo vivace, nella mente addestrata alle lettere, il disagio e il cruccio della miseria, onde quel sospiro che dianzi avete ascoltato. Ma come, giovinetto quale era, poveroquale era, potesse dare al sentimento la veste succinta di un epigramma latino, non intenderà chi non rammenti che fosse, a mezzo il secolo decimoquinto, la coltura italiana e più specialmente la fiorentina; non rammenti, cioè, i modi e i luoghi di quell'amore anzi furore per gli studii delle lettere che ebbe allora, con parola ciceroniana, rimasta fino a' dì nostri nell'uso delle scuole, titolo di umanità; delle lettere, anzi di tutta quanta la vita latina e greca; perchè parve che l'Italia, dopo le vicende barbariche, volesse riabbracciarsi stretta alla madre Roma, e quasi per ossequio di lei venerare più da presso gli esemplari della vita e dell'arte che i Romani stessi avevano ammirato nei Greci.

Alla parola Rinascimento non può ormai attribuirsi il senso che anche qualche anno fa le era attribuito: tra la lingua e la civiltà latina, tra la lingua e la civiltà nostra, distacco non fu. Come la persistenza del latino letterario per tutte le scritture nell'età di mezzo basterebbe a dimostrare, se altre testimonianze mancassero, la persistenza dell'insegnamento; come le opere degli antichi, giunte fino a noi su libri copiati nell'uno o nell'altro secolo di quell'età, dimostrano che mai non furono del tutto obliate, e le citazioni e le imitazioni ne dan riprova; così i vanti delle famiglie e delle città che ripetono a gara l'origine degli antichi eroi, e ne onorano i sepolcri che si credono recuperare, e conservano o dànno ai magistrati i nomi d'un tempo gloriosi, affermano che il popolo d'Italia non smarrì mai, e viva e intiera riebbe presto, la coscienza del sangue suo, del latin sangue gentile. Sì che Dante, il quale osava, contro il dispregio delle scuole, levare alle altezze del suo pensiero la parlata del volgo, Dante si stima, proprio perchè fiorentino de' puri, romano, e fa che Virgilio si stringa fra le braccia con amore di compatriotta il recente Sordello, e a Virgilio si fida come a connazionale, dicendolo, con orgogliodi comunanza, nostro. E neppure si era mai spenta, fosse pur fioca e vacillante, la luce degli studii greci, alimentata da quanto la Chiesa d'occidente nei testi e nei riti aveva di greco, da quello che avevano dato e davano a tratti le ragioni politiche, dal più che recavano i commerci continui tra le repubbliche nostre e l'impero orientale. Morte dunque non fu, e parola fallace è perciò quella del Rinascimento; non da sbandirla, ove s'intenda che l'Italia, nei secoli dall'undecimo al decimosesto, rinvigorita, rallietata tutta, ebbe come una nuova gioventù di fede in sè e di gagliardia; quasi una grande quercia che, dopo aver frondeggiato ne' secoli, rotta ed arsa da più fulmini, sembri, per una stagione, destinata a perire; ma le percosse stesse e il riposo le hanno invece giovato, e getta fronde novelle, di verde più gaio, e torna a dare ombre dilette e ghirlande di gloria.

Ma per pochissimi che delle lettere classiche sapevano tanto da valersene come di nutrimento vitale al pensiero, per pochi che almeno modellavano lingua e stile su questo o su quell'autore de' buoni, quanti (e parlo sempre degli uomini colti) confondevano le forme della grammatica in un gergo strano, dove non era nè il latino corretto nè il volgare schietto, e le cose e gli uomini dell'antichità confondevano in una scienza tutta errori e leggende! Il popolo s'era fatto un Virgilio mago, del quale narrava le arti: come avesse purgata Napoli dall'aria cattiva, dalle sanguisughe che ne guastavano le acque, dalle cicale, dalle mosche, dalle zanzare che la tediavano, dalle serpi che la infestavano; come avesse aperto il monte di Posillipo, e, quel ch'è più, atterrito il Vesuvio dall'erompere, con la statua d'un arciere pronto sempre a saettarlo. Molte di queste e altre tali meraviglie ingrossavano la biografia del poeta ai tempi del Petrarca; e un fiorentino non incolto, Antonio Pucci, ne registrava alcune in un suo zibaldone, avvertendoche “quantunque paiono a grossi huomini favole perchè in loro cuore non le possono comprendere, abbi quelle che udirai per vere„. E un altro poeta, più oltre, sui primi del quattrocento, poteva di Virgilio arditamente affermare che, andato a scuola,

per la testa grossa che lui avia,da' scolari Marone era chiamato.

per la testa grossa che lui avia,da' scolari Marone era chiamato.

per la testa grossa che lui avia,

da' scolari Marone era chiamato.

E già era stato detto innanzi, Virgilio derivare daver gliscens, perchè ei fu vario e fecondo come la primavera, e Marone dal mare, perchè abbondante di scienza come d'acque il mare. Così d'Ovidio e il popolo e i dotti favoleggiavano miracoli; e sul nome facevano, ch'era esercizio consueto, belle fantasie: “Ovidio fu poeta (scriveva uno de' primi commentatori di Dante) et fu chiamato Publio, et per sopranome Ovidioab ovo, perchè aveva tondo il viso, ritratto come un ovo: fu ancora chiamato Nasone, perchè aveva uno grande naso.„ Sallustio era fatto da alcuni zio di Cornelio Nipote; Stazio, contemporaneo di Ennio, e padre di due figliuoli, Archimede e Tebaide, nei quali è facile, con la correzione del primo nome in Achilleide, riconoscere i poemi suoi; e quasi nomi di uomini erano già stati citatiEunuchus comoediaeOrestes tragoedia; Plinio il vecchio, confuso col giovane, aveva ai molti libri suoi la giunta di leggende su Lucifero e su l'Anticristo; e Marziale, per gli epigrammi culinarii, il titolo di cuoco. Nè più si sapeva o si capiva della mitologia: “Venus fue una bellissima donna, regina de Cipri, e fue sì bella che quanti la vedeva di lei innamorava: unde dapuò la sua morte fue deificata e dicta dea de lo amore„; “Apollo nacque in Delo e fue sommissimo astrolegho e tractò del corso del Sole; e per tanto fue deifichato in lo quarto pianeta. Questo Apollo che uno figlio dicto Eschulapio, chegrande tempo medichò per la scienza del padre; imperò che Apollo fue lo primo che trovasse la medicina, et poi stete grande tempo persa, perchè, morto Eschulapio, le grosse giente arsero i libri, perchè trovavano che le cose venenose intravano nelle medicine; et non sapendo considerare l'utele de la scienza, desfecero i libri.„ Basti il saggio breve: tali, su per giù, la conoscenza e l'intelligenza dei miti negli anni in cui il Petrarca e il Boccaccio si affaticavano a restaurarne lo studio, e iniziavano la critica filologica e storica; dove è da notare, per segno dei tempi, che il Petrarca a Roberto re, il quale, presenti molti, lo dimandava sulla grotta di Posillippo, se la credesse anch'egli opera della magia virgiliana, rispose deridendo quelle stoltezze; e il Boccaccio, invece, nel commento all'Inferno dantesco, le ribadiva. Le menti del medio evo, disadatte a uscire dal cerchio del presente, e giorno per giorno seguitando ad allontanarsi inconscie dal modo antico di vedere e di rappresentare, non intendevano più nè l'arte nè la vita de' secoli greci e romani; e quando volevano rappresentarle, le travestivano. Ciò che alla mitologia, accadde alla storia: Teseo diventò duca d'Atene; Atene ebbe una università come avevano allora Parigi e Bologna; Alessandro Magno, dopo aver corso co' suoi baroni e signori tutto l'Oriente, scese in una gabbia di vetro fin giù nel fondo del mare, tentò l'entrata del Paradiso terrestre; Nerone partorì dal fianco una ranocchia; la regina di Fiesole, Belisea, prigioniera di Catilina, andò “la mattina di Pasqua di Pentecosta alla chiesa nella Calonaca di Fiesole alla messa„ (mi è ben lecito citar qui il Malispini); e Catilina, sfidato da Attila “fece con lui sì aspra battaglia, che pochi ne camparo dall'una parte e dall'altra, e Attila fu ritrovato morto presso all'Arno, e Catellina fu ritrovato morto nella costa di Fiesole„.

Tale, fino a non più che cento anni innanzi al Poliziano,e anche più da presso, la dottrina che scrittori non incolti avevano dell'antichità. E quanto sapessero di latino, per quel che è della correzione e dell'eleganza, mostra il latino stesso di Dante, che pur sapeva a mente tutta l'Eneide: dirò di più, il latino stesso del Petrarca, tanto migliore di quel di Dante, e pur tanto lontano ancora dalla retta imitazione de' classici, e spregiato per ciò dagli umanisti più tardi, non senza ragione, come barbarico. E sì che il Petrarca fu davvero, quale lo vantano i frontespizii nelle antiche stampe delle opere sue, “filosofo, oratore e poeta chiarissimo, della rifiorente letteratura e lingua latina, per molti secoli da orrenda barbarie deturpate e quasi sepolte, confermatore e instauratore„. Parole magnifiche, ma non false. Discepoli suoi possono infatti considerarsi e il Boccaccio e il Salutati e il Marsigli e il Malpaghini, co' quali l'erudizione classica meglio si addestrò e si fe' laica e divenne parte necessaria della vita civile e politica. D'allora in poi l'umanesimo, sì bene avviato, avanza ogni anno di spazio, cresce ogni anno d'intensità: Firenze è il focolare; le faville se ne diffondono per tutta Italia, e, secondo i luoghi, suscitano fiamme nuove o dan forza ai fuochi che già ardevano chetamente: a Venezia, Padova, Verona, Milano, Pavia, Genova, Mantova, Ferrara, Bologna, Rimini, Urbino, Pesaro, e Foligno, e Camerino, a Siena, a Roma, a Napoli, là dove era un reggimento aristocratico, repubblicano o principesco o pontificio che fosse, ivi da per tutto chiamare maestri, raccoglier libri, educare i giovani alle lettere con lezioni e con dispute, reputare decoro e utile della città e dello Stato un cancelliere che sapesse vestire consulte e ambasciate di adequati e sonanti ed efficaci periodi. Da queste città in altre attorno minori; dalle corti e da' magistrati supremi nelle famiglie, fino alle donne. Leggesi sulla fine del trecento, di una gentildonna veneziana: “Chostei fulodata et dotata de una piacevole grammaticha (seppe, cioè, di latino), et udio li poeti (i latini, s'intende) in questo muodo, che, essendo lei fanzulla, la madre la mandò a la scola perchè imparasse da legere a ziò che dire potesse lo officio de Nostra Donna; poi, essendo grande, intanto lo padre teneva uno grande maestro in poexia che legieva a li figioli li autori; et chostei, udendo quelli, et udendo latinare, meravigiosamente si fece saputa, et molto si dilectò in Virgilio, et piacevolmente lo intexe, e sì bene che io, che zià la udi' parlare, a pena me'l consento.„ Ben s'intende come, un secolo dopo, il Poliziano, visitata a Venezia Cassandra Fedele, dotta di greco e di latino, sì che la Repubblica gelosa non volle mai che, per inviti di re e di pontefici, lasciasse la terra di San Marco, il Poliziano potesse scriverne a Lorenzo de' Medici: “È cosa mirabile.... Partimi stupito.„ Nè che in Firenze ricambiasse con lui epigrammi greci Alessandra Scala, che in greco recitava l'Elettra di Sofocle.

Perchè anche gli studii del greco, che fino al secolo undecimo avevano, se non fiorito, perdurato, specialmente nell'Italia meridionale, nè mai si erano inariditi del tutto, si riebbero presto e divennero necessario compimento a quelli del latino. Fino dal 1359 il Boccaccio erasi accolto in casa un maestro di lettere greche, Leonzio Pilato calabrese, e gli avea procurata una cattedra in Firenze e libri greci da interpretare: e il Petrarca, che volle costui a Venezia, gli diede poi a tradurre, per prezzo, l'Iliade e l'Odissea; ormai disperava intendere da sè quei libri greci che aveva imparato a decifrare da un altro calabrese, frate Barlaam, e che, non intendendoli, si compiaceva almeno di possedere. Venne finalmente da Costantinopoli un maestro migliore, Manuele Crisolora; e già nel 97, per merito del Salutati, ne ascoltavano a Firenze le lezioni più giovani volonterosi e ingegnosi:quando, sette anni dopo, il Crisolora se ne tornò in patria, un altro giovane, Guarino veronese, lo accompagnò come servo, pur d'imparare! Anche il greco era ormai riconquistato alla coltura italiana.

Que' giovani si spandono per l'Italia e per la Germania, frugano le biblioteche degli antichi conventi; traggon giù dagli scaffali tarlati, detergono dalla polvere de' secoli, i manoscritti, e gli scorrono qua e là frettolosi, col cuore che batte di desiderio e di speranza; ecco le orazioni di Cicerone, i carmi di Catullo, gli annali di Tacito; ecco le voci degli antichi nostri, che per lungo silenzio parean fioche, levarsi da quelle membrane ingiallite a orecchie bramose e capaci di comprendere. Ed altri scrivono a Costantinopoli per aver libri greci, s'imbarcano essi stessi, comprano, rubano talvolta; ecco Sofocle, ecco Platone, ecco i doni dell'arte e della sapienza ellenica che i nostri antichi tesoreggiarono e che noi vogliamo riammirare, nè ci lasceremo sfuggir più. A Strasburgo, nel 1439, un tale muove lite a un tal altro perchè gli mantenga i patti conchiusi con un suo fratello defunto, nell'esercizio di una certa arte arcana: i testimoni parlano di ordigni strani, torchi, forme, punzoni: il socio citato in processo è Giovanni Gutemberg. La stampa è inventata: l'eredità dei classici è assicurata al pensiero moderno; promesso e assicurato con lei a te, o pensiero moderno (lo dirò col poeta), il trionfo “su l'età nera, su l'età barbara, sui mostri onde tu con serena giustizia farai franche le genti!„

Dopo il Bruni, morto nel 44, il Valla nel 57, Poggio Bracciolini e l'Aurispa nel 59, il Guarino nel 60, Flavio Biondo nel 63, l'umanesimo ha ottenuto, non tutti i frutti suoi, ma tutto quanto il campo che dissoderà: la critica e la interpretazione dei testi, la storia, la geografia, l'epigrafia, la numismatica; l'archeologia insomma o la filologia; e d'altra parte, la grammatica e la retorica comestrumenti all'imitazione delle forme letterarie classiche: la correttezza, cioè, la scioltezza ed eleganza delle prose e dei versi sì latini che greci. Quando nel 1453 cadde l'impero d'Oriente (fo mia una notevole osservazione del Del Lungo) non furono i profughi che ci recassero la scienza, ma sì la scienza nostra li assicurò di accoglienze buone e fraterne.

E intanto Cosimo de' Medici, di quella famiglia di popolani mercanti il cui nome entra nella storia tra le prepotenze di parte Nera nel 1301 con un assassinio, Cosimo, il più ricco uomo d'Italia e il più liberale, padroneggiava Firenze; e attorno a sè, per amor di dottrina e arte di governo, raccoglieva uomini di lettere e codici, e, conversando coi greci, ideava l'accademia platonica. Lo studio fiorentino avea lettori e ordinamenti compiuti; la città si adornava di edifici e di opere stupende; il danaro affluiva; la Signoria stessa si rinnovava di fogge e di suppellettili il corteggio e il Palazzo. Onde Piero, dopo la morte del padre suo che fu titolato padre della patria, potè meglio sentirsi e assumere sembianza di principe; e come principi fece educare nei costumi e nelle lettere i figli Lorenzo e Giuliano. Quando nel 1469 morì, il primogenito non titubò a pigliarsi la cura dello Stato; e Firenze ebbe, e nel bene e nel male, i giorni che già Atene con Pericle. La libera città de' mercanti artisti perdeva nel fatto, se non di nome, le istituzioni repubblicane; in ricambio non buono, acquistava gli splendori della corte medicea e dell'umanesimo.

Ormai è chiaro in che modo il quindicenne Ambrogini potesse lamentarsi della sua miseria in distici garbati; ci è chiaro anche in che modo potè, indi a poco, rompere la malignità della sorte. La protezione che quel povero messer Benedetto aveva chiesta invano a Piero de' Medici, fu dal figlio dell'invocato protettore conceduta al figlio dell'assassinato, non tanto forse per la pietà dei casi suoi quanto per la stima dell'ingegno e della dottrina. Lorenzo aveva sei anni soli più dell'Ambrogini, e comuni con lui gli studii, del pari che alcune qualità della mente; pregato egli giovine poeta da un poeta giovine, che lo salutava e si diceva tutto suo, s'intende che subito ricambiasse il saluto e l'offerta con benevolenza di signore e cortesia di confratello. Che mai chiedeva in distici latini il minore al confratello magnifico? Prima di tutto un paio di scarpe, chè i diti dei piedi gli si affacciavano dalla rotta prigione alla vista del cielo, e un vestito, fosse pure usato, che non mostrasse le corde e peggio, come quello che lo faceva schernire da' beceri. Delle scarpe non so; il vestito venne; e tali furono, in versi che mi spiace dover guastare, i ringraziamenti:

Ben io volea più volte ne' carmi renderti grazie,Lorenzo, o gloria prima de' tempi tuoi;sì che invocai la Musa Calliope con lunghe preghiere,ed ella venne, e avea seco l'arguta lira.Venne; ma come addosso mi vide le splendide vesti,subito volse a dietro l'isbigottito piede,chè ravvisar la Dea non seppe sì bello il poeta:troppo mi fa mirando questa vermiglia toga!Onde se a te minori dà il verso le debite grazie,colpa ha la Dea che niega regger la penna mia.Oh che leggiadri carmi udrai, sì tosto che avvezzaa' miei splendori nuovi si sia la Musa!

Ben io volea più volte ne' carmi renderti grazie,Lorenzo, o gloria prima de' tempi tuoi;sì che invocai la Musa Calliope con lunghe preghiere,ed ella venne, e avea seco l'arguta lira.

Ben io volea più volte ne' carmi renderti grazie,

Lorenzo, o gloria prima de' tempi tuoi;

sì che invocai la Musa Calliope con lunghe preghiere,

ed ella venne, e avea seco l'arguta lira.

Venne; ma come addosso mi vide le splendide vesti,subito volse a dietro l'isbigottito piede,chè ravvisar la Dea non seppe sì bello il poeta:troppo mi fa mirando questa vermiglia toga!

Venne; ma come addosso mi vide le splendide vesti,

subito volse a dietro l'isbigottito piede,

chè ravvisar la Dea non seppe sì bello il poeta:

troppo mi fa mirando questa vermiglia toga!

Onde se a te minori dà il verso le debite grazie,colpa ha la Dea che niega regger la penna mia.Oh che leggiadri carmi udrai, sì tosto che avvezzaa' miei splendori nuovi si sia la Musa!

Onde se a te minori dà il verso le debite grazie,

colpa ha la Dea che niega regger la penna mia.

Oh che leggiadri carmi udrai, sì tosto che avvezza

a' miei splendori nuovi si sia la Musa!

La valentia che questi epigrammi dimostravano, fu confermata a Lorenzo da' maestri dello Studio, tra i quali Marsilio Ficino che di quello scolaro prometteva grandi cose: anche meglio la confermò, subito dopo, il secondo libro dell'Iliade, recato in esametri latini, di colore e sapore virgiliano, e offerto a Lorenzo medesimo. Il primo libro ne era stato tradotto, per desiderio di Nicolò V, da un segretario della repubblica, il Marsuppini, morto nel 1453: non potea non piacere al Magnifico, che l'impresa fosse continuata a Firenze, sotto gli auspicii suoi; ed Angelo, che secondo l'uso degli umanisti si ribattezzava, dal nome della patria, in Poliziano, lasciò la casuccia di via Saturno, dove il cugino povero lo aveva ospitato, e salì le scale del palazzo mediceo in via Larga. Le salì certo senza borbottare il verso di Dante, che è duro salire le scale altrui: perchè egli era giovane molto, e sapeva la cortesia del protettore; e perchè l'umanesimo aveva raddolcite le asprezze del vivere medievale, ma anche, mi convien dirlo, scemato il vigore degli animi, e adusati i letterati e gli artisti a stimarsi artefici di diletto e di fama ai potenti, anzi che, come Dante fu, gl'interpreti e i vindici della rettitudine e della patria. Fatto sta che il Poliziano, disposto a celebrare, in gloria di Lorenzo, quasi una nuova Iliade, perfino il sacco spietato di Volterra, e sollecito pedagogo ai figli di lui, se ebbe sempre a lodarsi del padrone, si accorse anch'egli che il pane altrui sa di sale quando fu poi preso in uggia dalla padrona, madonna Clarice.

Ma tali fastidii sentì più tardi. Allora, godendosi la quiete operosa di che già avea disperato, attendeva allaversione d'Omero. Dalla quale non gli fu grave distrarsi per ammirare a Mantova le feste che il Gonzaga diede in onore di Galeazzo Sforza e Bona di Savoja sposi, nel luglio del 1471; per ammirarle e farvisi ammirare; poi che quivi, come volle il cardinale di Santa Maria Nuova, che l'avea conosciuto allora allora in Firenze, dovè, entro quarantotto ore e in quella tanta confusione, mettere insieme la favola d'Orfeo. Rammentatevi che il Poliziano, nato il 14 luglio del 1454, compiva proprio in quei giorni 17 anni.

Perchè fosse meglio inteso dagli spettatori, l'Orfeo fu in volgare. E forse spiacque allora al giovine umanista dover piegarsi, oltre all'angustia del tempo, anche a codesta necessità; tanto che poi si doleva, gli amici avessero conservato quell'abbozzo, e, pur assentendo che ormai vivesse, gli volle unita un'epistola a testimonio della sua riluttanza. Vero è che vi aveva cacciato dentro, per amore o piuttosto per forza, almeno una strofe saffica sua, e due distici d'Ovidio accomodati al proposito; ma troppo misero segno era quello della dottrina sua e di latino e di greco! Qualche anno dopo, quando a tutti egli appariva maestro nelle lettere classiche, s'intende invece che non senza un segreto compiacimento concedesse agli amici la favola improvvisata, in quella età e a quel modo, con tanta snellezza ed eleganza di rime. E il compiacimento gli sarebbe stato maggiore se avesse potuto prevedere l'importanza che un tempo si attribuirebbe all'Orfeo, primo esperimento certo di adattare ai metri e alle forme delle sacre rappresentazioni la materia profana. Un palcoscenico, più largo che fondo, diviso, a una certa distanza, da quella che oggi dicesi la ribalta, in due scompartimenti; al modo stesso che oggi vediamo, per esempio, nelRigoletto; salvo che nel melodramma odierno è da un lato l'interno della casa, e dall'altro la via contigua, mentre nella favola antica le selve della Tracia stavano a ridosso dell'Averno, che gli spettatori dovevanoimmaginarsi sotterra; dalle selve e dall'Averno si facevano a mano a mano innanzi sul proscenio i personaggi; e supponevasi determinato il luogo dell'azione dallo scompartimento onde essi erano usciti. L'Averno, nel quale si vedevano vivi Plutone re, e Proserpina e Minos e una Furia, e s'intravedevano per artificio di pitture Issione, Sisifo, Tantalo, le Danaidi, Cerbero, le altre Furie, disse subito agli invitati del Gonzaga che l'arte del giovinetto omerico, come lo chiamava il Ficino, li avrebbe tratti nelle fantasie pagane; e la curiosità della festa, con quella novità, dovè accendersi più. Ed ecco, invece dell'Angelo consueto, Mercurio in persona a esporre l'argomento; e dopo lui, quasi a temperar la tristezza delle morti annunziate, un pastore schiavone, cioè trace, suscitare il riso ribadendo l'ammonizione agli uditori in un suo gergo strano:

State tenta, bragata; bono arguriochè di cievol in terra vien Marcurio.

State tenta, bragata; bono arguriochè di cievol in terra vien Marcurio.

State tenta, bragata; bono argurio

chè di cievol in terra vien Marcurio.

Ma Aristeo e Mopso, sebbene pastori traci anch'essi, dan principio alla favola ragionando tra loro in rime di squisito eloquio; e Aristeo, perchè il vecchio intenda meglio la forza dell'amore onde è preso, si fa accompagnare da lui sulla zampogna mentre canta una ballata di perfetta toscanità.

Udite, selve, mie dolce parole,poi che la ninfa mia udir non vole.La bella ninfa è sorda al mio lamentoe 'l suon di nostra fistula non cura:di ciò si lagna il mio cornuto armento,nè vuol bagnare il grifo in acqua pura,nè vuol toccar la tenera verdura;tanto del suo pastor gl'incresce e dole.Udite, selve, mie dolce parole,poi che la ninfa mia udir non vole.

Udite, selve, mie dolce parole,poi che la ninfa mia udir non vole.

Udite, selve, mie dolce parole,

poi che la ninfa mia udir non vole.

La bella ninfa è sorda al mio lamentoe 'l suon di nostra fistula non cura:di ciò si lagna il mio cornuto armento,nè vuol bagnare il grifo in acqua pura,nè vuol toccar la tenera verdura;tanto del suo pastor gl'incresce e dole.

La bella ninfa è sorda al mio lamento

e 'l suon di nostra fistula non cura:

di ciò si lagna il mio cornuto armento,

nè vuol bagnare il grifo in acqua pura,

nè vuol toccar la tenera verdura;

tanto del suo pastor gl'incresce e dole.

Udite, selve, mie dolce parole,poi che la ninfa mia udir non vole.

Udite, selve, mie dolce parole,

poi che la ninfa mia udir non vole.

Tirsi, servo d'Aristeo, che si vanta di avere ravviato con suo gran rischio nella mandria di Mopso un vitello smarrito, getta un'altra risata nell'azione che si affretta a mal fine per colpa sua; ha vista una donzella coglier fiori, e la descrive bellissima; onde Aristeo riconosce l'amata e ne va in cerca e la insegue. Passano su la scena correndo; poi si ode di dentro alla selva uno strido; un serpe velenoso ha punto la giovine che là cercava nascondersi dall'inseguitore. Turbati così gli animi degli spettatori, il poeta, quasi a intermezzo di svago, fece che s'inoltrasse Orfeo con in mano la lira miracolosa, e accennasse su questa in saffici latini le lodi del cardinale, figlio secondogenito del marchese Lodovico, augurandogli la tiara; il marchese dava la festa, il cardinale l'aveva voluta più bella per l'arte di lui Poliziano: ma l'ode, già nota, credo, a' lodati, ai quali per ciò quell'accenno bastava, era subito interrotta da un pastore:

Crudel novella ti rapporto, Orfeo,che tua ninfa bellissima è defunta.

Crudel novella ti rapporto, Orfeo,che tua ninfa bellissima è defunta.

Crudel novella ti rapporto, Orfeo,

che tua ninfa bellissima è defunta.

E Orfeo, con dolorosi lamenti, andava davanti all'inferno a impetrare gli fosse resa Euridice, mortagli così crudelmente nel voler serbare la fede coniugale.

Nel Convito di Platone si legge un raffronto di alta idealità tra la sorte d'Alceste e quella d'Orfeo. Alceste, osserva Platone, per salvare il marito suo Admeto, volle morire per lui, e gli Dei le concessero il premio di tornare dall'Ade alla luce e all'amore; ma Orfeo gli Dei “senza effetto rinviaron dall'Orco, dopo avergli soltanto mostrato la imagine della donna per la quale v'era disceso; non già gliela resero, chè giudicarono, si fosse comportato vilmente e da citaredo ch'egli era, per ciò che non avesse avuto il coraggio di morir per amore, come Alceste, ma ingegnato a penetrar vivo nell'Ade:e di ciò certamente lo voller punito, facendo ch'e' fosse morto dalle donne„. Che il Poliziano, discepolo del Ficino, rammentasse il Convito, non è improbabile; l'arte a ogni modo gli suggerì un grido almeno, che, rispettando il mito tradizionale, desse alla parlata d'Orfeo più calore di perorazione. Rendetemi Euridice,

e se pur me la nieghi iniqua sorteio non vo' su tornar, ma chieggio morte!

e se pur me la nieghi iniqua sorteio non vo' su tornar, ma chieggio morte!

e se pur me la nieghi iniqua sorte

io non vo' su tornar, ma chieggio morte!

Proserpina si commuove al lamento di costui genuflesso innanzi a Plutone, al lamento che ha fatti dimentichi i tormentati e i tormentatori dei supplizi infernali; e induce a pietà il marito: Orfeo riavrà Euridice, solo che non si volga a guardarla prima che siano tra i vivi. Ma il citaredo, direbbe Platone, nel cantare a gioia “certi versi allegri che sono d'Ovidio„ dimentica il patto, e perde la donna sua, cui richiede invano, subito spaurito (oh citaredo!), dall'opposizione di una Furia. E peggio fa del lasciarsi atterrire; chè bestemmia (con che ragione? ma la favola portava così) l'amore delle donne, e si propone d'ora in poi farne a meno. Sì che una Baccante non ha torto quando indignata chiama le compagne ad ucciderlo: e fuor dalla vista degli spettatori lo straziano, per recarne in trionfo la testa cantando le lodi di Bacco in una ridda gioiosa.

Ognun segua, Bacco, te!Bacco, Bacco, eù, oè!Chi vuol bever, chi vuol bevere,vegna a bever, vegna qui.Voi imbottate come pevere.Io vo' bever ancor mi.Gli è del vino ancor per ti.Lassa bever prima a me.Ognuno segua, Bacco, te!Bacco, Bacco, eù, oè!

Ognun segua, Bacco, te!Bacco, Bacco, eù, oè!

Ognun segua, Bacco, te!

Bacco, Bacco, eù, oè!

Chi vuol bever, chi vuol bevere,vegna a bever, vegna qui.Voi imbottate come pevere.Io vo' bever ancor mi.Gli è del vino ancor per ti.Lassa bever prima a me.

Chi vuol bever, chi vuol bevere,

vegna a bever, vegna qui.

Voi imbottate come pevere.

Io vo' bever ancor mi.

Gli è del vino ancor per ti.

Lassa bever prima a me.

Ognuno segua, Bacco, te!Bacco, Bacco, eù, oè!

Ognuno segua, Bacco, te!

Bacco, Bacco, eù, oè!

Così, non senza un po' nelle rime di quello schiavone o trace comico da cui aveva prese le mosse, chiudevasi comicamente la festa. Festa drammatica, non dramma vero, e tanto meno tragedia di tipo classico, quale poi altri la volle per altre feste racconciare alla meglio, con accrescerla e distinguerla in atti. Di drammatico non ha l'Orfeo altro che il dialogo, il quale anche vi si leva sempre che può alla lirica: troppo più efficace il contrasto degli affetti e più rude ma viva la voce d'essi, troppo maggiore insomma la commozione del fatto e dello stile, in alcuna delle rappresentazioni sacre di cui la festa profana aveva accettato i metri e le forme. Se non che, pur lasciando da parte la importanza storica che l'Orfeo ha, appunto per essersi valso di esse forme in argomento profano, oh come dolce vi sonava il volgare, lo spregiato volgare, ripetendo sulle intonazioni degli strambotti popolari le immagini elette de' classici greci e latini! Le Muse antiche tenevano un po' il broncio, nel secolo decimo quinto, alla Musa nostra novella, che ne' due secoli innanzi aveva, non certo volendo, minacciato pareggiarle e superarle in bellezza. Virgilio si era soffermato con Dante sulla spiaggia del Purgatorio, dimentico di sè e del discepolo affidatogli, a udire i versi di Dante medesimo, che aveva musicati e ricantava Casella: e le muse di Grecia e di Roma s'indispettivano più, ripensando quell'omaggio che il loro alunno migliore aveva fatto alla Musa d'Italia. Spettava al diciassettenne toscano, che traduceva Omero in latino, la gioia e la gloria del riconciliarle nella festa italiana d'Orfeo: le antiche, non più gelose, abbracciarono finalmente la giovine sorella; e a lei, cogliendo insieme il destro a premiare chi aveva il merito della pace, a lei promisero splendidi doni: le Stanze del Poliziano stesso, o l'Orlando Furioso di Lodovico Ariosto.

Intonazione popolare, ho detto, e immagini classiche. Sì fatta mistura non poteva riuscir felice, prima che ne fossero separatamente manipolati e affinati gli elementi; e per ciò neppure al Boccaccio, che la tentò ne' poemi, accadde d'ottenerla, se non forse qua e là nel Ninfale fiesolano. Ma i prosecutori dell'opera sua di umanista e di poeta, avevano, dagli ultimi decennii del trecento in poi, quali studiata l'arte su gli antichi, quali invece teso l'orecchio alle canzoni del popolo, quali anche coltivato insieme le canzoni e gli studii. Onde Franco Sacchetti, così schietto popolarmente e grazioso nelle ballate e ne' madrigali che rime sue furono poi attribuite al Poliziano; onde Leonardo Dati, che tenta dottamente in volgare una tragedia a uso Seneca, e in volgare sperimenta, dopo l'endecasillabo già scioltosi dalla rima per imitazione de' latini, il verso esametro e il saffico; onde Leonardo Giustinian, che parla in greco all'imperatore di Costantinopoli, recita in pubblico orazioni latine, e insegna ai liuti veneziani i più cari strambotti, le più dolci canzonette che fossero mai state ascoltate da belle innamorate e da allegri compagni. E, passando da liuto a liuto, da bocca a bocca, queste canzonette veneziane o giustiniane, come le dicevano, scesero giù per l'Italia; e Firenze, correggendole alla parlata toscana, cioè alla lingua nostra letteraria, le fe' sue. Quando il Giustinian morì, che fu nel 1446, la poesia del popolo aveva dunque trovati cultori insigni a raggentilirla; e a Luigi Pulci, nato nel '32, a Lorenzo de' Medici, nato nel '48, e al Poliziano, non mancavano dunque gl'incitamenti e gli esempii a perseverare e a compiere l'impresa leggiadra. D'altra parte, l'imitazione de' classiciaveva anche essa progredito; anzi, era giunta allo sforzo ed alla goffaggine; non tanto, a parer mio, in quei metri del Dati che oggi diciamo barbari, quanto nell'abuso dei vocaboli e dei costrutti latini e delle erudizioni mitologiche e storiche alla pedantesca.

Il poeta dell'Orfeo, che aveva cominciato dagli studii del latino e del greco, vedeva accanto a sè, nel palazzo Mediceo, Lucrezia Tornabuoni, madre di Lorenzo, scrivere laudi a uso del popolo, e Lorenzo piacersi a scrivere sacre rappresentazioni e laudi anche lui, e insieme canzoni a ballo e canti carnascialeschi; udiva Luigi Pulci, per desiderio di madonna Lucrezia, racconciare nel Morgante a stile fiorentinescamente snello e a racconto maliziosamente arguto le rozze storie d'un rimatore plebeo. Provatosi così bene al volgare nella favola mantovana, è da credere che allora, in quella brigata di cui ho detto soltanto i nomi più illustri, tra l'ammirare e il ridere e il dar suggerimenti, meglio si esercitasse nelle rime dei rispetti e delle ballatine, quasi a sollievo dalla versione dell'Iliade e dall'erudizione che accumulava portentosa. E perchè quel rimare gli era un sollievo, non fa meraviglia che si astenesse dagli argomenti e dai metri più alti e più laboriosi, la canzone e il sonetto: di canzoni, una sola ne ha, a imitazione del Petrarca; di sonetti, a quel che sembra, neppure uno; di sirventesi, che era metro popolare, ma troppo soleva andare per le lunghe, non più che uno, prenunziante la prima scena dell'Aminta, in servigio di Giuliano de' Medici, per conto del quale, da coetaneo e amico, scrisse altri versi d'amore. Le ottave dei rispetti, le strofette delle ballate, non chiedevano alla facilità e grazia dell'ingegno e della penna che pochi quarti d'ora, tra la lettura di due codici, la versione di due episodii, e, un po' più tardi, tra una lezione e l'altra a Piero, primogenito di Lorenzo, e a Giovanni.

I sospiri, i dispetti, i vanti, le disperazioni, le maledizioni degli innamorati, le immaginette rusticali e primaverili, gli scherzi e le mariolerie fiorentine, le novellette e le satire, ebber vita così negli accenti variamente affettuosi, gai, rabbiosi di quelle brevi poesie: un mazzo che sopra è di rose fragranti e sotto di spine pungenti. Il Poliziano era di sua natura epigrammatico, nel senso antico della voce; spesso, scrivendo agli amici, se la godeva di sbrigarsene con poche parole: — Ti lamenti che non ti rispondo: non ti lamentar più; t'ho bell'e risposto. — Gran dispiacere, gran piacere ho avuto, della tua malattia, della tua guarigione. — Siete in parecchi a chiedere che vi scriva: ecco fatto: lettera unica, perchè vi amo unicamente; ma le saranno più lettere, poi che a leggerla sarete in parecchi. — Figuratevi poi, con la scaltra lingua toscana, e al bisogno col gergo fiorentino, col verso, con le rime, in argomenti adatti, ammaestrando le donne ad acquistarsi e a mantenersi gli amanti, narrando le sue buone venture e sventure amorose, vituperando una vecchiaccia sfacciata, toccando insomma quasi tutte le corde dell'antica lirica popolare.

Donne mie, voi non sapetech'i' ho el mal ch'avea quel prete.Fu un prete (questa è vera)ch'avea morto el porcellino.Ben sapete che una seragliel rubò un contadinoch'era quivi suo vicino;(altri dice suo compare):poi s'andò a confessare,e contò del porco al prete.El messer se ne volevapure andare alla ragione:ma pensò che non poteva,chè l'aveva in confessione.Dicea poi tra Le persone:— Ohimè, ch'i' ho un malech'io nol posso dire avale. —Et anch'io ho il mal del prete.

Donne mie, voi non sapetech'i' ho el mal ch'avea quel prete.

Donne mie, voi non sapete

ch'i' ho el mal ch'avea quel prete.

Fu un prete (questa è vera)ch'avea morto el porcellino.Ben sapete che una seragliel rubò un contadinoch'era quivi suo vicino;(altri dice suo compare):poi s'andò a confessare,e contò del porco al prete.

Fu un prete (questa è vera)

ch'avea morto el porcellino.

Ben sapete che una sera

gliel rubò un contadino

ch'era quivi suo vicino;

(altri dice suo compare):

poi s'andò a confessare,

e contò del porco al prete.

El messer se ne volevapure andare alla ragione:ma pensò che non poteva,chè l'aveva in confessione.

El messer se ne voleva

pure andare alla ragione:

ma pensò che non poteva,

chè l'aveva in confessione.

Dicea poi tra Le persone:— Ohimè, ch'i' ho un malech'io nol posso dire avale. —Et anch'io ho il mal del prete.

Dicea poi tra Le persone:

— Ohimè, ch'i' ho un male

ch'io nol posso dire avale. —

Et anch'io ho il mal del prete.

Tra queste malizie il sentimento della vita e della natura, caldo, giulivo, libero, sì da effondersi talvolta in rime che sembrano scheggiare i canti goliardici. Ma qui anche meno abbisognan gli esempii. Chi non sa i conforti ad amare che la fanciulla dà alle compagne?

Quando la rosa ogni sua foglia spande,quando è più bella, quando è più gradita,allora è buona a mettere in ghirlande,prima che sua bellezza sia fuggita:sicchè, fanciulle, mentre è più fioritacogliàn la bella rosa del giardino.

Quando la rosa ogni sua foglia spande,quando è più bella, quando è più gradita,allora è buona a mettere in ghirlande,prima che sua bellezza sia fuggita:sicchè, fanciulle, mentre è più fioritacogliàn la bella rosa del giardino.

Quando la rosa ogni sua foglia spande,

quando è più bella, quando è più gradita,

allora è buona a mettere in ghirlande,

prima che sua bellezza sia fuggita:

sicchè, fanciulle, mentre è più fiorita

cogliàn la bella rosa del giardino.

E chi non sa il canto pel rinnovamento della primavera che Firenze, la città della primavera, salutava con feste? Non eran più, nel quattrocento, le laute accoglienze di che narra il Villani, corti coperte di drappi e zendali, e desinari e cene; ma le schiere de' giovani correvano ancora la città agitando i ramoscelli in fiore, le frondi verdi, i gonfaloni selvaggi.

Ben venga maggioe 'l gonfalon selvaggio!Ben venga primaverache vuol l'uom s'innamori.E voi, donzelle, a schieracon li vostri amadori,che di rose e di fiorivi fate belle il maggio,venite alla frescuradelli verdi arbuscelli.Ogni bella è sicurafra tanti damigelli;chè le fiere e gli uccelliardon d'amore il maggio.

Ben venga maggioe 'l gonfalon selvaggio!

Ben venga maggio

e 'l gonfalon selvaggio!

Ben venga primaverache vuol l'uom s'innamori.E voi, donzelle, a schieracon li vostri amadori,che di rose e di fiorivi fate belle il maggio,

Ben venga primavera

che vuol l'uom s'innamori.

E voi, donzelle, a schiera

con li vostri amadori,

che di rose e di fiori

vi fate belle il maggio,

venite alla frescuradelli verdi arbuscelli.Ogni bella è sicurafra tanti damigelli;chè le fiere e gli uccelliardon d'amore il maggio.

venite alla frescura

delli verdi arbuscelli.

Ogni bella è sicura

fra tanti damigelli;

chè le fiere e gli uccelli

ardon d'amore il maggio.

Ma non c'indugi la dolcezza de' suoni. Nel gennaio del 75, Giuliano de' Medici trionfò in una di quelle giostre che porgevano a' signori l'occasione di ostentare lor valentia cavalcando e armeggiando; spettacolo pomposo e gradito al popolo. Il fratello maggiore, Lorenzo, si era meritato, sette anni innanzi, il premio in una giostra consimile, di cui avea celebrate le gesta e l'eroe, con un poemetto, Luigi Pulci, come si usava sì per le giostre, sì pel giuoco del calcio, sì per altri sollazzi, dai cantastorie; i quali compievano, dati i tempi, l'officio de' cronisti ne' nostri giornali, non so con quanto più di verità, certo con più fatica, perchè le fandonie le strimpellavano in rima. Anche questo genere era dunque ormai caro a' poeti d'arte: se non che il Pulci, come nel Morgante, così nella Giostra, lo aveva accettato, almeno per le apparenze, tal quale, dilettandosi nella parte finta del cantimpanca o d'un suo inspiratore; tanto che diceva dover chiudere il racconto

perchè il compar, mentre ch'io scrivo, aspettaed ha già in punto la sua violetta.

perchè il compar, mentre ch'io scrivo, aspettaed ha già in punto la sua violetta.

perchè il compar, mentre ch'io scrivo, aspetta

ed ha già in punto la sua violetta.

Sapete che il compare aspettava nientemeno che dal 69? ed egli smise di scrivere soltanto allora che si preparava la giostra del 75, in cui spettava a Giuliano il trionfare. Poco più sollecito ma più elegante poeta ebbe questi: poco più sollecito, perchè, se ci pensò prima, e se forse qualcosa ne abbozzò, il Poliziano non si pose a stendere il poema ordinatamente che dopo trascorso un anno dalla giostra. In compenso non cantò le armi soltanto; cantò, più che le armi, gli amori.

Giuliano, che nella tela del Botticelli spira, giovenilmente pensoso, una dolce mestizia, era innamorato, cavallerescamente e platonicamente, com'era la moda, di quella Simonetta Cattaneo, moglie a un Vespucci, chePiero di Cosimo, o altri, dipinse esilmente gentile. Ma la Vespucci visse, dopo la giostra, pochi mesi più. Nell'aprile del 1476, scriveva di lei a Lorenzo un amico ponendola accanto alla Laura del Petrarca: “La benedetta anima della Simonetta se ne andò a paradiso, come so harete inteso: puossi ben dire che sia stato il secondo trionfo della Morte; chè veramente havendola voi vista così morta, come la era, non vi saria parsa manco bella e vezzosa che si fusse in vita:requiescat in pace.„ Lorenzo stesso la pianse in versi; e il Poliziano, già interprete de' sospiri amorosi, ebbe a far distici sulle esequie, co' pensieri che Giuliano gli suggerì. Allora il racconto della giostra dove Giuliano si era cavallerescamente adoperato per amore e onore di lei, si allargò nella mente del poeta e comprese in sè anche la storia di quell'amore. Il genere popolano delle narrazioni in ottava rima di giuochi e apparati, venuto nelle mani d'uno scrittore geniale come il Pulci, passava pertanto da quelle di lui a più squisito artefice, e da questo era volto alla imitazione de' carmi encomiastici antichi; non altrimenti che i racconti romanzeschi, proprio in quelli anni, salivano dalla piazza al palazzo per opera del Pulci medesimo, ed erano da Matteo Maria Boiardo, traduttore d'Erodoto, avviati sulla imitazione de' poemi classici. Ove per altro conviene aggiungere che il Boiardo fu grande poeta, e nel calore dell'invenzione fuse stupendamente l'antico e il moderno in un metallo nuovo; il Poliziano fu grande artista, e nell'agevolezza dell'esecuzione compose dell'antico e del moderno un mirabile mosaico: all'uno mancò l'eleganza della lingua e dello stile, all'altro la virtù delle alte concezioni: l'uno e l'altro erano necessarii a preparare Lodovico Ariosto, poeta ed artista grande.

Ho detto con ciò il difetto e il pregio delle Stanze per la giostra: il difetto è nel disegno generale, il pregio è nel disegno e nell'esecuzione dei particolari. Come fareun poema degli amori cortesi e delle armi cortesi di Giuliano? Ecco il modo. Julio, figlio della etrusca Leda, cioè a dire Giuliano figlio della Tornabuoni, sdegnava d'amare: Cupido volle che amasse, e in una caccia gli fece apparire una cerva bellissima; la quale, trattolo via dalla brigata de' compagni, disparve: ma al giovine non ne importava più, perchè si vedeva innanzi una donna troppo più bella della cerva bellissima: la Simonetta. Inutile dire che se ne innamora, e Cupido torna tutto lieto alla madre Venere. Fin qui il primo libro. Nel secondo, i vanti di Cupido per la vittoria, buona occasione alle lodi della casa medicea: il racconto di un sogno che Venere manda a Julio, perchè si accenda a mostrare all'amata la sua bravura in una giostra, sebbene egli abbia da quel sogno stesso il prognostico della prossima morte di lei; e la preghiera di Julio a Pallade, a Venere, a Cupido, che lo aiutino nell'impresa della gloria e dell'amore. E qui il poema, come il monumento che Michelangelo scolpì a' due fratelli Medici, rimase interrotto. Perchè? Il 26 aprile 1478, una domenica mattina, nella chiesa di Santa Maria del Fiore frequente di popolo, subito che il sacerdote nel celebrare la messa si fu comunicato, Francesco de' Pazzi e Bernardo Bandini si strinsero addosso a Giuliano co' pugnali e l'uccisero: Lorenzo ebbe tempo a trarre lo stocco e, ferito nella gola, difendersi e riparare nella sagrestia. Il colpo era andato a vuoto; Firenze restava ai Medici. Ma Giuliano giaceva morto; e dopo quella tragedia non si potevano più fiorire di rime le sue venture per una giostra bandita a diletto. Il poeta si mutò in istorico, e narrò in latino, a mo' di Sallustio, la congiura de' Pazzi.

Altri osservò: se il poema rimase a mezzo, fu, anzi che un danno, un vantaggio alla fama dell'autore: andando innanzi, egli avrebbe dovuto descrivere vesti, cavalli, armeggiamenti; e già nel secondo libro la poesiascade; in più libri, il tedio sarebbe cresciuto; quel panegirico sarebbe stato letto da' soli eruditi. Io non mi lascio consolare così facilmente. Ammettiamo pure che le Stanze avessero a crescere, pel compimento del secondo e per l'aggiunta d'un terzo libro, che è quanto di più si possa immaginare, di un'altra metà: il disegno generale non si sarebbe sottratto, certo, da giuste censure; ma non gli si muovono a ogni modo, giudicandone dal frammento? e gli episodii ci avrebbero date bellezze, se non maggiori, pari a quelle che nel frammento ammiriamo.

Non le rammenterò. Le lodi della vita rustica, la caccia, la Simonetta, il regno di Venere, gl'intagli della porta nella reggia di lei, l'albergo del Sonno, sono, a tratti almeno, in tutte le antologie, sono, a tratti almeno, in tutte le memorie. La giostra non è più che un pretesto: sembra che il Poliziano prometta di guidarvi a goderne lo spettacolo, soltanto per aver modo di farvi ammirare, così senza parere, d'una in un'altra galleria, la sua meravigliosa raccolta di quadri e di statue. Sono i tempi de' bronzi di Lorenzo Ghiberti, delle terre cotte di Luca della Robbia, dei marmi di Donatello, degli affreschi di Filippino Lippi, delle tele di Sandro Botticelli; e l'arte di tutti costoro si riflette nello specchio finissimo di quelle ottave, che suonano e creano, secondo il precetto, da molti franteso, del Foscolo, il quale più d'una somiglianza ebbe col Poliziano negl'intendimenti e ne' modi dell'arte: suonano, cioè, varie, fluide, eleganti; creano immagini adatte alla plastica e ai colori. Dopo Dante, nessuno aveva posta nel verso tanta efficacia di rappresentazione: nessuno ancora aveva saputo nell'ottava rima alternare, con tanta accortezza di pause e di accenti, di piani e di sdruccioli, il forte col tenue, il dolce con l'aspro. Il primato della lingua letteraria, come da Leon Battista Alberti, sebbene conimportanza minore d'assai, per la prosa, così dal Poliziano era riconfermato alla Toscana per la poesia: dopo le Stanze per la giostra, l'Orlando innamorato doveva di necessità essere offuscato dalla fama del prosecutore che chiese alle labbra di una fiorentina la grazia dei baci e le grazie del nostro volgare; e doveva per ciò di necessità piegarsi, per rivaleggiare col Furioso, al rifacimento toscano di Francesco Berni.


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