LA LIRICA DEL RINASCIMENTODIENRICO NENCIONI.
DI
ENRICO NENCIONI.
La più grande lirica del Rinascimento, è la poesia che emana da quell'epoca stessa.
Epoca unica e veramente maravigliosa! I suoi grandi personaggi non vivono isolati, come quelli di altre epoche insigni; ma respirano in un ambiente medesimo, e hanno, dirò così, un'aria di famigliache ce li fa subito riconoscere. La gioventù, la curiosità scientifica, l'aspirazione, ne sono le più spiccate caratteristiche. Quegliumanistinon sono dei dotti pedanti, ma deglieditorientusiasti. Quegli eruditi, come Pico della Mirandola, son dei poeti. È un'epocaaurorale, in cui tutto si intravede in una rosea luce di gioventù e di poesia. Pensate! Lorenzo, il Savonarola, Pico, Brunellesco, Leonardo, Guttemberg, Colombo, Copernico! — Tutto il Mondo moderno è racchiuso in questi gran nomi. Si scuopre il Cielo e la Terra, gli astri e l'America, la stampa e l'Oriente. Si commenta Platone, si stampa Omero e Virgilio. Si rivela e s'adora il volto sempre giovine e raggiante dell'antichità, che si credea tanto vecchia! In un'estasi mistica e estetica, si tenta di conciliare i due grandi antagonismi, Paganesimo e Cristianesimo. Fioriscono di vita nuova la geografia, la storia naturale, la meccanica, la medicina, l'anatomia, la pedagogia. Un Italianocompleta la Terra: un Polacco scuopre l'infinito nel Cielo. Savonarola attesta la coscienza morale e la libertà: Leonardo, la universale parentela della Natura.Simpatia umanaè il motto sacro del Rinascimento — prima che esso degeneri in Accademicismo e precipiti nel Barocchismo — per poi tornare alle sue grandi origini del secolo XIV e XV, e dar la mano al secolo XVIII e al secolo nostro.
Esaminando le opere dei principali lirici del Quattrocento, vediamo che la poesia idillica è la predominante: poi vien quella amorosa, sensuale o elegiaca: poi la popolare, sacra o profana. Vediamo che il Pulci nella sua stravagante e possente fantasia pare un'eco medievole in mezzo al Rinascimento — che il Poliziano è il più essenzialmente greco-latino, e il più artista — che il Magnifico ha più di tutti il senso della realtà, e il Boiardo quello della poesia e della bellezza. In tutti c'è, più o meno, l'intendimento e l'attitudine a rappresentare nel verso la natura esteriore. Sotto un certo aspetto, son tutti poetinaturalisti: ma il metodo descrittivo varia nei diversi poeti. Lorenzo, come in pittura il Ghirlandaio, trascrive la immagine esteriore delle cose, con una grafica precisione. Il Boiardo e il Poliziano, vedono nella figura esteriorequalche altra cosa; e, come il Botticelli, sono immaginosi più che drammatici.
In tutti però, eccetto Lorenzo de' Medici, l'osservazione della natura è piuttosto limitata. Al lettore moderno, che ha letto Rousseau e Goethe, Wordsworth e Shelley, Lamartine e Giorgio Sand, Tennyson e Victor Ugo, pare che quei lirici del Quattrocento non abbian visto che la primavera tra le stagioni, le rose e le viole tra i fiori, e il rosignolo tra gli uccelli. Somigliano unpo' a certi lirici tedeschi, i cuiLiederson composti con un limitatissimo e monotono dizionario poetico:cielo,luna,aprile,sorriso,vergine,rose,gigli,rosignoli,amoreedolore.... Ma la nota monotona, insistente come il ritornello d'un merlo, è sempre la Primavera. Talchè, leggendoli, alla lunga ci prende un desiderio, una simpatia, una voglia irresistibile di un po' di pioggia, di neve e di tramontana....
Il vero realista è Lorenzo. Esso il primo interrompe la convenzionale tradizionaleottimistanelle pitture rurali. Ha visto il grano e le rose, ma anche le ortiche ed il concio — le ghirlandette e i pruneti — i rispetti e le serenate, e il sudiciume e la fame.
Nel suo delizioso poemetto,L'Ambra, la piena del fiume è descritta nei più realistici e dolorosi particolari.
Appena è stata a tempo la villanaPavida a aprire alle bestie la stalla.Porta il figlio che piange nella zana.Segue la figlia grande, ed ha la spallaGrave di panni vili, lino e lana:Va l'altra vecchia masserizia a galla,Nuotano spaventati i porci e i buoi....
Appena è stata a tempo la villanaPavida a aprire alle bestie la stalla.Porta il figlio che piange nella zana.Segue la figlia grande, ed ha la spallaGrave di panni vili, lino e lana:Va l'altra vecchia masserizia a galla,Nuotano spaventati i porci e i buoi....
Appena è stata a tempo la villana
Pavida a aprire alle bestie la stalla.
Porta il figlio che piange nella zana.
Segue la figlia grande, ed ha la spalla
Grave di panni vili, lino e lana:
Va l'altra vecchia masserizia a galla,
Nuotano spaventati i porci e i buoi....
Non pare staccato da una pagina dellaTerredi Emilio Zola? E com'è schiettamente contadinesco il Canto d'amorela Nencia da Barberino! Immagini e favola, tutto è perfettamenterusticanoefiorentino.
Non vidi mai fanciulla tanto onesta,Nè tanto saviamente rilevata:Non vidi mai la più pulita testa,Nè sì lucente nè sì ben quadrata.Ell'ha due occhi che pare una festaQuand'ella li alza, e che ella ti guata:E in quel mezzo ha il naso tanto belloChe par proprio bucato col succhiello.
Non vidi mai fanciulla tanto onesta,Nè tanto saviamente rilevata:Non vidi mai la più pulita testa,Nè sì lucente nè sì ben quadrata.Ell'ha due occhi che pare una festaQuand'ella li alza, e che ella ti guata:E in quel mezzo ha il naso tanto belloChe par proprio bucato col succhiello.
Non vidi mai fanciulla tanto onesta,
Nè tanto saviamente rilevata:
Non vidi mai la più pulita testa,
Nè sì lucente nè sì ben quadrata.
Ell'ha due occhi che pare una festa
Quand'ella li alza, e che ella ti guata:
E in quel mezzo ha il naso tanto bello
Che par proprio bucato col succhiello.
E che efficacia di rappresentazione nei suoi Canti Carnascialeschi! Sia nei Mitologici, come leParche,Bacco e Arianna, ilTrionfo d'Amore; sia nelle Mascherate dei Mestieri, come iCialdonai, leFilatrici d'oro, iCalzolai.... In moltissimi il doppio senso è lubrico, spesso addirittura osceno, quale sarà più tardi in certi Capitoli del Berni, dei Bernieschi, e dell'Aretino — talvolta è velato da una maliziosa ironia, come nel Carro delleMogli giovanie deiMariti vecchi.
I Vecchi.— Deh? vogliateci un po' direQual cagion vi fe' partire,D'aver preso altro amadoreVi farem tutte pentire.Le Mogli.— Deh, andatene al malanno,Vecchi pazzi rimbambiti!Non ci date più affanno!...Contentiam nostri appetiti.Questi giovani pulitiCi dann'altro che vestire....
I Vecchi.— Deh? vogliateci un po' direQual cagion vi fe' partire,D'aver preso altro amadoreVi farem tutte pentire.
I Vecchi.— Deh? vogliateci un po' dire
Qual cagion vi fe' partire,
D'aver preso altro amadore
Vi farem tutte pentire.
Le Mogli.— Deh, andatene al malanno,Vecchi pazzi rimbambiti!Non ci date più affanno!...Contentiam nostri appetiti.Questi giovani pulitiCi dann'altro che vestire....
Le Mogli.— Deh, andatene al malanno,
Vecchi pazzi rimbambiti!
Non ci date più affanno!...
Contentiam nostri appetiti.
Questi giovani puliti
Ci dann'altro che vestire....
E che movimento bacchico, che allegra spensieratezza pagana, che gioconda esultanza di ritmo, nelTrionfo di Bacco e Arianna!
Donne e giovinetti amanti,Viva Bacco e viva Amore!Ciascun suoni, balli e canti!Arda di dolcezza il cuore!Non fatica, non dolore!Quel c'ha a esser, convien sia,Chi vuol esser lieto, sia;Di doman non v'è certezza.Quant'è bella giovinezzaChe si fugge tuttavia.
Donne e giovinetti amanti,Viva Bacco e viva Amore!Ciascun suoni, balli e canti!Arda di dolcezza il cuore!Non fatica, non dolore!Quel c'ha a esser, convien sia,Chi vuol esser lieto, sia;Di doman non v'è certezza.Quant'è bella giovinezzaChe si fugge tuttavia.
Donne e giovinetti amanti,
Viva Bacco e viva Amore!
Ciascun suoni, balli e canti!
Arda di dolcezza il cuore!
Non fatica, non dolore!
Quel c'ha a esser, convien sia,
Chi vuol esser lieto, sia;
Di doman non v'è certezza.
Quant'è bella giovinezza
Che si fugge tuttavia.
La figura di Sileno in questo medesimo Canto ha tanto rilievo, che par gettata in bronzo dal Pollaiolo.
Questa soma che vien dretoSopra un asino, è Sileno:Così vecchio, è ebbro e lieto,Già di carne e d'anni pieno.Se non può star ritto, almenoRide, e gode tuttavia....Chi vuol esser lieto, sia:Di doman non v'è certezza.
Questa soma che vien dretoSopra un asino, è Sileno:Così vecchio, è ebbro e lieto,Già di carne e d'anni pieno.Se non può star ritto, almenoRide, e gode tuttavia....Chi vuol esser lieto, sia:Di doman non v'è certezza.
Questa soma che vien dreto
Sopra un asino, è Sileno:
Così vecchio, è ebbro e lieto,
Già di carne e d'anni pieno.
Se non può star ritto, almeno
Ride, e gode tuttavia....
Chi vuol esser lieto, sia:
Di doman non v'è certezza.
Lo stesso Lorenzo scriveva poiLaudieSacre Rappresentazioni. Spesso, una medesima aria serviva a una Lauda divota, comeCrocifisso a capo chino, — e a una lasciva Canzonetta, comeUna donna d'amor fino. Lorenzo è un gran dilettante, pel quale tutti imotivipoetici sono buoni — e passa con intrepida disinvoltura dal Canto sacro dellaMater dolorosa, al Canto carnescialesco deiBericuocolai.
Come poeta, credo che la sostanza, la vera eccellenza del suo ingegno, consista nel suo realismo. Qui sta la sua originalità, e l'attrattiva che esercita sul lettore moderno. È anch'egli unimpressionista(dei buoni) che trova sempre il modo di dar forma artistica — più o meno felice, ma sempre fresca e schietta — a tutto ciò che colpisce il suo occhio, la sua fantasia, il suo sentimento. Invece di Venere o di Lucina, canta la Nenciozza, — invece di figurarsi Cipro e Delo, dipinge dal vero Careggi e il Mugello, — invece degli Auguri o delle Sibille, ritrae i Beoni e i Cialdonai. Non ha nulla dell'accademicismo del Sannazzaro, o della estetica del Poliziano. È spesso rude e scorretto — ma è il più vicino alla natura; e ha un sentimento della campagna così vivo e diretto, che in tutta la storia letteraria dell'Europa(fatte le debite differenze di epoca, di nazione e di carattere) non trovo da paragonargli che Roberto Burns.
Invece, il mondo poetico del Poliziano è un riflesso di Teocrito, di Virgilio, di Ovidio, di Stazio, del Petrarca: ma la sua immaginazione trasforma, trasfigura ciò che raccoglie, in modo così felice, che ci apparisce quasi come una nuova creazione. Egli mette nelle sue reminiscenze classiche l'entusiasmo dell'umanista — e dà moto, vita e passione, ai più freddi fantasmi mitologici. Egli canta Venere e Diana, con l'ardore con cui Swinburne ha cantato oggi Federa e Atalanta.
Di più: come il Boiardo, egli è un insigne decoratore: ha il senso squisito della ornamentazione: la sua tavolozza di colori è maravigliosa. Chi non ricorda il ritratto della Simonetta, il quale è appena inferiore per colorito, e supera, per grazia, quello d'Alcina? Chi non sa a mente certi suoi versi deliziosi, come:
Ridele attorno tutta la foresta.L'erba di sua bellezza ha maraviglia,Gialla, cilestra, candida e vermiglia.
Ridele attorno tutta la foresta.L'erba di sua bellezza ha maraviglia,Gialla, cilestra, candida e vermiglia.
Ridele attorno tutta la foresta.
L'erba di sua bellezza ha maraviglia,
Gialla, cilestra, candida e vermiglia.
e le fragranti strofe della ballataIl giardino delle rose?
Dove poi il Poliziano ha note intense di vera poesia è neiRispetti. Eccone uno, sensuale e delicato ad un tempo:
So' innamorato d'una rosa rossa,E il giorno non mi so da lei partire.Quando ci passo il suo bel petto mostra,Ed è sì bianco, che mi fa morire.
So' innamorato d'una rosa rossa,E il giorno non mi so da lei partire.Quando ci passo il suo bel petto mostra,Ed è sì bianco, che mi fa morire.
So' innamorato d'una rosa rossa,
E il giorno non mi so da lei partire.
Quando ci passo il suo bel petto mostra,
Ed è sì bianco, che mi fa morire.
E che dolore passionato in quest'altro!
Ti vengo a rivedere anima mia,E vengoti a vedere alla tua casa:Pongomi inginocchioni in su la via.Bacio la terra dove sei passata!Bacio la terra ed abbraccio il terreno:Se non m'aiuti, bella, i' vengo meno.
Ti vengo a rivedere anima mia,E vengoti a vedere alla tua casa:Pongomi inginocchioni in su la via.Bacio la terra dove sei passata!Bacio la terra ed abbraccio il terreno:Se non m'aiuti, bella, i' vengo meno.
Ti vengo a rivedere anima mia,
E vengoti a vedere alla tua casa:
Pongomi inginocchioni in su la via.
Bacio la terra dove sei passata!
Bacio la terra ed abbraccio il terreno:
Se non m'aiuti, bella, i' vengo meno.
Dal Poliziano al Rückert, dal Dall'Ongaro alla Robinson, quanti poeti hanno imitato i Rispetti e gli Strambotti Toscani!
Ma non credo che nessuno di questi poeti abbia raggiunto l'altezza lirica di quattro versi, improvvisati in una serenata da un contadino della montagna di Pistoia, raccolti e editi dal Tommaseo:
Una fila di nuvole d'argentoInnamorate al lume della lunaVengon per l'aria portate dal ventoA salutarti, o bella creatura!
Una fila di nuvole d'argentoInnamorate al lume della lunaVengon per l'aria portate dal ventoA salutarti, o bella creatura!
Una fila di nuvole d'argento
Innamorate al lume della luna
Vengon per l'aria portate dal vento
A salutarti, o bella creatura!
Che larghezza di orizzonte, che movimento, e che luce nel verso meraviglioso
Vengon per l'aria portate dal vento!
Vengon per l'aria portate dal vento!
Vengon per l'aria portate dal vento!
È degno di Dante — e ricorda infatti la divina terzina:
Come nei plenilunii sereni,Trivia ride fra le Ninfe eterneChe dipingono il ciel per tutti i seni.
Come nei plenilunii sereni,Trivia ride fra le Ninfe eterneChe dipingono il ciel per tutti i seni.
Come nei plenilunii sereni,
Trivia ride fra le Ninfe eterne
Che dipingono il ciel per tutti i seni.
Il Poliziano ha cose eccellenti anche nelle canzonette popolari. In quella — Io vi vo' donne insegnare — Come voi dobbiate fare — vi sono strofe di lepida arguzia; per esempio:
Fate pur che 'ntorno a' lettiNon sien, donne, mai trovatiVostre ampolle e bossoletti;Ma teneteli serrati.I capei, ben pettinati. . . . . . . . .State poi sempre pulite;Io non dico già strebbiate.Sempre il brutto ricuoprite,Ricci e gale sempre usate.Vuolsi ben che conosciateQuel che al viso si conviene:Chè tal cosa a te sta bene,Che a quell'altra ne dispare.Ingegnatevi star liete,Con bei modi ed avvenenti:Volentier sempre ridete,Pur che abbiate netti i denti.. . . . . . . . . . .Imparate i giuochi tutti,Carte e dadi, scacchi e tavole,Perchè fanno di gran frutti,Canzonette versi e favole.Ho veduto certe diavoleChe pel canto paion belle:Ho veduto anco di quelleChe ognun l'ama per ballare.
Fate pur che 'ntorno a' lettiNon sien, donne, mai trovatiVostre ampolle e bossoletti;Ma teneteli serrati.I capei, ben pettinati. . . . . . . . .State poi sempre pulite;Io non dico già strebbiate.Sempre il brutto ricuoprite,Ricci e gale sempre usate.Vuolsi ben che conosciateQuel che al viso si conviene:Chè tal cosa a te sta bene,Che a quell'altra ne dispare.Ingegnatevi star liete,Con bei modi ed avvenenti:Volentier sempre ridete,Pur che abbiate netti i denti.. . . . . . . . . . .Imparate i giuochi tutti,Carte e dadi, scacchi e tavole,Perchè fanno di gran frutti,Canzonette versi e favole.Ho veduto certe diavoleChe pel canto paion belle:Ho veduto anco di quelleChe ognun l'ama per ballare.
Fate pur che 'ntorno a' letti
Non sien, donne, mai trovati
Vostre ampolle e bossoletti;
Ma teneteli serrati.
I capei, ben pettinati
. . . . . . . . .
State poi sempre pulite;
Io non dico già strebbiate.
Sempre il brutto ricuoprite,
Ricci e gale sempre usate.
Vuolsi ben che conosciate
Quel che al viso si conviene:
Chè tal cosa a te sta bene,
Che a quell'altra ne dispare.
Ingegnatevi star liete,
Con bei modi ed avvenenti:
Volentier sempre ridete,
Pur che abbiate netti i denti.
. . . . . . . . . . .
Imparate i giuochi tutti,
Carte e dadi, scacchi e tavole,
Perchè fanno di gran frutti,
Canzonette versi e favole.
Ho veduto certe diavole
Che pel canto paion belle:
Ho veduto anco di quelle
Che ognun l'ama per ballare.
Accanto al Poliziano, metterei il Boiardo; e, come pura immaginazione, forse gli è superiore — anzi, senza forse. È il più essenzialmente immaginoso di tutti i poeti del Rinascimento, non solo nell'Orlando, ma anche nelleRime. In tutti gli altri poeti epici e romanzeschi, dal Poliziano e dal Pulci a Torquato Tasso, c'è qualche cosa di artificioso e di teatrale — vi sono echi delle feste di Mantova e di Firenze, di Roma e di Ferrara — meccanismi e macchine pirotecniche, come nelle feste per Alfonso d'Este, o in quelle di Boboli e Pratolino per Bianca Cappello. Il Boiardo invece vede tutto in un mondo magico e etereo — è il piùorientaledei raccontatori — è il più indigeno abitatore dellaFaery-Landche sia mai esistito — anche più dell'Ariosto, e di Spenser stesso.
Come lirico, unisce alla fiorente immaginazione un vivissimo colorito. Certe sue poesie ricordano nel mondo letterario ilLiebesfrühlingdi Rückert e ilBuch derLiederdi Heine — nel mondo artistico, le facciate smaglianti delle cattedrali di Orvieto e di Siena — e nel mondo naturale, un prato o un campo di maggio, quando tra l'erba alta e verdeggiante brillano fiori candidi e azzurri, e, come intensi e voluttuosi desideri, ardono tra 'l verde, i petali di seta e di fiamma dei rosolacci scarlatti. Ne prendo una tra cento:
Leggiadro veroncello, ov'è coleiChe di sua luce illuminar ti suole?Ben vedo che il tuo danno a te non duole;Ma quanto meco lamentar ti dei!Senza la sua vaghezza, nulla sei.Deserti i fiori e secche le viole,Al veder nostro il giorno non ha sole,La notte non ha stelle senza lei.Pur mi ricordo ch'io ti vidi adorno,Tra bianchi marmi e colorito fiore,Da una ridente candida persona.Al tuo balcone allor si stava AmoreC'or te soletto e misero abbandona,Perchè a quella gentil respira intorno.
Leggiadro veroncello, ov'è coleiChe di sua luce illuminar ti suole?Ben vedo che il tuo danno a te non duole;Ma quanto meco lamentar ti dei!
Leggiadro veroncello, ov'è colei
Che di sua luce illuminar ti suole?
Ben vedo che il tuo danno a te non duole;
Ma quanto meco lamentar ti dei!
Senza la sua vaghezza, nulla sei.Deserti i fiori e secche le viole,Al veder nostro il giorno non ha sole,La notte non ha stelle senza lei.
Senza la sua vaghezza, nulla sei.
Deserti i fiori e secche le viole,
Al veder nostro il giorno non ha sole,
La notte non ha stelle senza lei.
Pur mi ricordo ch'io ti vidi adorno,Tra bianchi marmi e colorito fiore,Da una ridente candida persona.
Pur mi ricordo ch'io ti vidi adorno,
Tra bianchi marmi e colorito fiore,
Da una ridente candida persona.
Al tuo balcone allor si stava AmoreC'or te soletto e misero abbandona,Perchè a quella gentil respira intorno.
Al tuo balcone allor si stava Amore
C'or te soletto e misero abbandona,
Perchè a quella gentil respira intorno.
Fin da ragazzo avevo letto nelle storie letterarie e nelle Antologie che pregio dell'Arcadiadel Sannazzaro era la bellezza delleDescrizioni campestri. Ma anche prima ch'io “fuor di puerizia fossi„ mi accorsi leggendolo che il Sannazzaro descrive.... come può descrivereun cieco. Mi spiego. Un cieco può parlare di oggetti visibili che non gli è dato distinguere — parlare di stature, di misure, di forme, anche di colori: ne ha sentito parlare, e ripete ciò che ha sentito dire. Così il Sannazzaro ci parla di boschi, di luna, di aurora, di uccelli,di laghi, perchè gliene hanno detto qualcosa Virgilio, Ovidio, i Greci, il Boccaccio — ed egli ripete, quasi sempre male, quel che essi hanno detto bene.
A provare che il Sannazzaro non è vero poeta, cioè un veggente, cioè un uomo chevede meglio e più addentro che gli altri, nell'uomo e nella natura — basta guardare i suoi aggettivi. Non ne trovi mai uno, dico uno, che, come fan sempre quelli di Dante, dia vita e fisonomia e colore al suo sostantivo. Son tanto comuni che, dato il sostantivo, s'indovina subito l'epiteto che l'accompagna.
Apro a caso e leggo:
“Gli aratori tutti lieti, convaghiedilettevoligiuochi, intorno aicandidibuoi, per li pieni presepi cantaronoamorosecanzoni. Oltra di ciò livagabondifanciulli (vagabondi, in altro senso, non sarebbe cattivo) con lesemplicetteverginelle se videro per le contrade exercitarepueriligiuochi in segno dicomuneleticia.„
Ecco dei versi d'un'Egloga lodata. Parla il pastore Barcinio a Summonzio.
Barcinio.— Una tabella pose per munuscoloIn su quel pin: se vuoi vederlo, or alzati,Ch'io ti terrò su l'uno e l'altro muscolo.Summonzio.— Quinci si vede ben senz'altro ostacoloFilli, quest'alto pino io ti sacrifico,Qui, Diana ti lascia l'arco e l'jacolo.— Questo è l'altar che in tua memoria edifico,— Quest'è il tempio honorato e questo è il tumuloIn ch'io piangendo il tuo bel nome amplifico.
Barcinio.— Una tabella pose per munuscoloIn su quel pin: se vuoi vederlo, or alzati,Ch'io ti terrò su l'uno e l'altro muscolo.
Barcinio.— Una tabella pose per munuscolo
In su quel pin: se vuoi vederlo, or alzati,
Ch'io ti terrò su l'uno e l'altro muscolo.
Summonzio.— Quinci si vede ben senz'altro ostacoloFilli, quest'alto pino io ti sacrifico,Qui, Diana ti lascia l'arco e l'jacolo.— Questo è l'altar che in tua memoria edifico,— Quest'è il tempio honorato e questo è il tumuloIn ch'io piangendo il tuo bel nome amplifico.
Summonzio.— Quinci si vede ben senz'altro ostacolo
Filli, quest'alto pino io ti sacrifico,
Qui, Diana ti lascia l'arco e l'jacolo.
— Questo è l'altar che in tua memoria edifico,
— Quest'è il tempio honorato e questo è il tumulo
In ch'io piangendo il tuo bel nome amplifico.
Certo, questi pastori hanno avuto sempredieciin latino, e sono stati tutti all'Università.... Paragonate questidottivestiti da pastori, agli schietti e veri e vivi contadini di Lorenzo de' Medici!
Sarebbe però ingiusto il negare al Sannazzaro la facoltàche ha, in qualche scena silvestre o rusticana, di darci una serie di graduali impressioni che han del poetico — il senso della composizione, della euritmia, dellaSymetria prisca. Peccato che egli si compiaccia e si pavoneggi quasi sempre nella imitazioneformale, in una specie di trascrizione dai Latini, quasi a sfoggio di saccenteria.
Un valente critico, anche troppo benevolo al Sannazzaro, scrisse che l'Arcadiafu come un sogno per l'autore, e diventa un sogno per il lettore — che i personaggi son quasi tuttifantasmipiuttosto che veri caratteri. Il Sannazzaro viveva nel più luminoso paesaggio d'Italia; aveva sotto gli occhi il golfo di Napoli, Posilipo, Amalfi, Sorrento; e non sa cheintravedereuomini e cose, come fantasmi in un sogno! Aggiungete che i personaggi d'Arcadia, questi fantasmi che non sappiamo distinguere, e che non ci interessano, nè ci commovono mai, nè per le loro avventure, nè coi loro lamenti, erano, sotto nomi pastorali, personaggi veri eviventi, amici e parenti del Sannazzaro, che egli ha paralizzato con le sue frasi latine, e mummificato coi suoi periodi boccaccevoli. La poesia che in Dante e nei veri poeti mette la vita anche dov'era la morte — nel Sannazzaro mette invece la morte dov'era la vita; perchè l'arte vivifica, e l'artificio dissecca. Sì, pare incredibile, ma è vero e provato. La insipida pastoraMassiliaè la Masina, madre del Sannazzaro, da lui tanta amata —Amaranta, è la sua diletta Carmosina —Meliscoè il Pontano —Fronimoè Gian Francesco Caracciolo — persone vive e vere, che egli vedeva tutti i giorni, e che egli haseppellite per semprenel classico e freddo sepolcro dell'Arcadia.
Se nella poesia e nella prosa, nell'Arcadiae nelleRime, il Sannazzaro imita continuamente gli antichi, da Virgilio a Claudiano, si può dire che saccheggia addirittura il Boccaccio.
Anche quando vuol descrivere lasuaNapoli, il Sannazzaro non sa far altro che trascrivere dal Boccaccio. Ma il Boccaccio che, nonostante i latinismi e l'artificio, e un certo manierismo, è un gran poeta in prosa, rimane il solo vero ed efficace descrittore di Napoli. Il placido, azzurro, tepido mare di Baia, Posilipo e Castelnuovo, la tomba di Virgilio e Pozzuoli, Cuma e Caprea, ce lo rammentan sempre.
Dopo il Boccaccio, chi ha più sentito e meglio tradotto la poesia di Napoli, è Lamartine. Boccaccio e Lamartine — spaventosa concordia! eppure, o Signori, è così. Quell'incanto molle di Napoli, quello spettacolo unico di cielo e di mare, dove in uno sguardo si vede, dirò così, il fiore della Vita — dove la terra è una festa, e il cielo un paradiso — il sensuale amante della Fiammetta lo sentì come lo spirituale poeta di Elvira. Tatti e due avevano respirato l'aria balsamica e luminosa delle notti napoletane — tutt'e due avean errato sul golfo nell'ora ineffabile in cui la luna declina verso il Capo Miseno, e impallidisce e svanisce tra le prime rose dell'aurora.
Nel Sannazzaro già trasparisce il lato debole, anzi cattivo dell'epoca. Come in Lorenzo e in Leonardo è il latodialettico, nel Sannazzaro è il latosofisticodel Rinascimento: la cieca idolatria del classicismo, delle regole consacrate e dommatiche, e quello spirito legislativo e dottrinario, che doveva finalmente soffogare l'immaginazione e la libertà individuale, e precipitare fino ai deliri del grottesco e del barocco, i sistematici adoratori delBello Assoluto. Già fino dalla fine del secolo XV, per molti letterati, ciò che importa non è piùcosas'ha a dire, macomesi deve dire. Una menzogna o una turpitudine in bei periodi Ciceroniani, si preferisce a una verità o a un gran pensiero nel cattivo latino di Abelardo e di san Tommaso. Dei cardinali umanisti raccomandanoa dei giovani prelati di non fermare il pensiero sulle orazioni della Messa o sulle parole dei Salmi, per non sciuparsilo bello stile. Si paganizzano perfino i nomi, e Pietro si muta inPierio, e Giovanni inGioviano. Lo scrittore finisce col non dir più quello che pensa, o immagina, o sente — ma pensa solo a dellefrasi— vede, non più il mondo immenso della Natura, ma il mondo limitato dei classici, e trascrive servilmente questo, come modello assoluto, e quasi sempre lo sciupa nel riprodurlo. La forza trionfante, l'indifferenza nella scelta dei mezzi pur di riuscire, la bellezza sensuale e voluttuosa, il godimento raffinato e egoistico, divennero un nuovo Vangelo — tanto che la Letteratura e l'Arte, queste due confessioni della Società, ne furon finalmente viziate, infette nell'intimo organismo, e mostruosamente pervertite. E si ebbero per ultima conseguenza, poemi cortigianeschi deliranti e snervanti, drammi da macchinisti, pitture e sculture di Dei senza potenza, di Vergini senza pudore, di uomini senza carattere: Santi che paion facchini e odalische — Angeli che somigliano ad acrobati o a ballerine — moli enormi e insolenti di marmo e stucco sciupati, che si chiamano chiese, palazzi e sepolcri.
Il vizio del Rinascimento dopo il suo primo fiore, fu il culto eccessivo e la servile imitazione delle forme antiche. Finì per non guardar più alla Natura, unica e inesausta sorgente d'ogni Vero e d'ogni Bello; e lo vide solo attraverso i libri: e avemmo una letteratura convenzionale, un accademicismo rettorico. Dante, il gran conciliatore della Natura e dell'Arte, della dottrina e della poesia, fu dimenticato. Poi l'ingegno umano, pazzo d'orgoglio, non imitò più neppure i classici, ma pretese ricavare ogni invenzione dalla propria fantasia,crearesenza guardare più nè il Vero nè gli antichi, e avemmo il Marini e ilSecento.
E quanto alla Poesia, ricordiamoci sempre, o Signori, che il primo, il vero, l'insuperatoRinascimento, è in Dante. Dopo lui, non c'è progresso. Come hanno potuto alcuni critici recenti affermare che ilSentimento della Naturae ilSentimento umanocominciano nella nostra poesia col Petrarca? Tutte le volte che Dante dipinge scene naturali, dal cielo stellato alle pecorelle, dal turbine a un uccellino, rimane insuperato non solo dal Petrarca, ma da quanti poeti hanno cantato in Italia per cinque secoli. Solo il Leopardi, qualche rara volta, gli si avvicina. Dante rimane il tipo del vero umanista; perchè adora l'antico, ma non abdica mai nè la sua fede, nè la sua epoca, nè la sua personalità. Egli solo nel suo tempo è grande poeta e grande scienziato — dopo lui la poesia e la scienza fanno in Italia un deplorevole divorzio. Nè si ripeta la solita storia delle dissertazioniteologiche. Dante è sommo e unico nonper, mamalgradoi suoi Canti teologici.
E il Sentimento umano? Non solo egli lo espresse in modo sovrano prima del Petrarca; ma espressetuttii sentimenti umani: talmente che anche oggi, dopo tanti secoli, non possiamo in questo paragonarglinessuno, almeno in Italia. Pensate! Manfredi, Casella, Piccarda, Farinata, Pier delle Vigne, Buonconte, Sapia, Francesca, Ulisse, Ugolino, Filippo Argenti, Sordello, Romeo!
.... “Ma le soavi, divine elegie del Petrarca, ma il colorito del Poliziano....„ Benissimo, — ma in Dante c'è ogni cosa: è una sinfonia orchestrale dove c'è l'organo solenne, e il violino appassionato, e le note ardenti della tromba di guerra, e i sospiri del flauto. Quando Dante è elegiaco, è più soave e più patetico di tutti i Petrarca del mondo — quando Dante colorisce, non gli son paragonabiliche Tiziano e Velasquez — e nei sinistri crepuscoli; o nelle tragiche tenebre, Rembrandt.
IquattroClassici!!... Ma fra Dante, e il più grande degli altri tre che è l'Ariosto, ci sarebbe posto almeno per altri due o tre poeti. Di Dante può dirsi ciò che il Petrarca cantò della Vergine:
Cui nè primo fu, simil, nè secondo.
Cui nè primo fu, simil, nè secondo.
Cui nè primo fu, simil, nè secondo.
Per trovargli uncompagno, bisogna uscire d'Italia — e non ne troviamo cheuno: Guglielmo Shakespeare.
E come impallidisce anche tutta questa Lirica del Quattrocento, paragonata a certi accenti lirici dellaVita Nuovae delPurgatorio, non solo come sentimento e immagini, ma anche come puraformapoetica! Dante resta incomparabilmente primo anche come artefice di versi nel tecnicismo del ritmo, comestilista. Ha certe audaci e felici inversioni, certi effetti di colore e di suono, da fare impallidire i più consumati maestri della parola poetica, da Goethe a Victor Ugo, dal Foscolo a Tennyson, dallo Shelley al Carducci.
Perchè notate, o Signori, che nei poeti del Quattrocento, accanto a versi bellissimi, a strofe perfette, trovate versi deboli o manierati, l'epiteto ozioso e insignificante, lazeppa: un lavoro di mosaico e di tarsia, dove manca la pastosità del cemento, il magistero dell'artista sommo che sa dir tutto, e tutto bene, e sempre bene.
Ah! se insieme ai tanti, aitroppi, commenti filologici, filosofici, teologici, storici, archeologici, che abbiamo dellaDivina Commedia, ne avessimo unoestetico; si vedrebbe come i caratteri essenziali dell'arte moderna, il naturalismo, la malinconia, la passione, son caratteri essenziali della poesia Dantesca — e come Dante, nonostante la sua scolastica e la sua teologia, è il piùmodernodi tutti i poeti italiani. E si deplorerebbe che i poeti che gli succedettero, invece di svolgere quel che era in germe nelDivino Poema, si ostinassero nella sistematica riproduzione delle forme grecolatine. In Dante era l'ode, l'eloquenza, la satira politica, sopratutto il dramma. Non vi si badò. Si preferì di copiare Ovidio e Terenzio, il Decamerone e il Petrarca — e si ebbero due secoli di Canzonieri noiosi, di laide Novelle, e di Commedie copiate. E tutta questa roba si chiama anche oggiletteratura classicae se ne infarciscono le Storie letterarie e le Antologie per le scuole: certe storie letterarie, certiManuali, dove si parla a lungo del Segneri e non è neppur rammentato il Savonarola — dove si parla diffusamente e si danno estratti dellaTancia, e non è neppur ricordato Carlo Goldoni; perchè il Savonarola e il Goldoni scrivono incattiva lingua.... Tanto è vero che da noi, per troppo amor della lingua, si perde spesso ilcervello.
Ho detto che anche comeartefice di verso, Dante è superiore a tutti i poeti del Rinascimento, non escluso il Petrarca.
Mi basti ripresentare alla vostra memoria e alla vostra ammirazione i versi descriventi la fiamma che parla, il gemito di una testa recisa, le piante animate e sanguinanti, le trasformazioni di uomo in serpente, l'uccello mattutino, le pecorelle che escon dal chiuso, l'anima che si dilegua cantando, i versi sull'ora del tramonto, quelli sull'alba di maggio....
E le note di suprema malinconia, i versi patetici, com'egli solo sa fare?
Deh, quando tu sarai tornato al mondo,E riposato della lunga via....Ricorditi di me che son la Pia.Indi partissi povero e vetusto.E se il mondo sapesse il cuor ch'egli ebbeMendicando sua vita a frusto a frustoAssai lo loda e più lo loderebbe.
Deh, quando tu sarai tornato al mondo,E riposato della lunga via....Ricorditi di me che son la Pia.
Deh, quando tu sarai tornato al mondo,
E riposato della lunga via....
Ricorditi di me che son la Pia.
Indi partissi povero e vetusto.E se il mondo sapesse il cuor ch'egli ebbeMendicando sua vita a frusto a frustoAssai lo loda e più lo loderebbe.
Indi partissi povero e vetusto.
E se il mondo sapesse il cuor ch'egli ebbe
Mendicando sua vita a frusto a frusto
Assai lo loda e più lo loderebbe.
Ed è lo stesso poeta che ha scritto:
Quand'ebbe detto ciò, con li occhi tortiRiprese il teschio misero co' dentiChe furo all'osso come d'un can forti.
Quand'ebbe detto ciò, con li occhi tortiRiprese il teschio misero co' dentiChe furo all'osso come d'un can forti.
Quand'ebbe detto ciò, con li occhi torti
Riprese il teschio misero co' denti
Che furo all'osso come d'un can forti.
e:
A te sia rea la sete onde ti crepa. . . . . la lingua e l'acqua marciaChe il ventre innanzi agli occhi sì t'assiepa.
A te sia rea la sete onde ti crepa. . . . . la lingua e l'acqua marciaChe il ventre innanzi agli occhi sì t'assiepa.
A te sia rea la sete onde ti crepa
. . . . . la lingua e l'acqua marcia
Che il ventre innanzi agli occhi sì t'assiepa.
E i versipassionati, dai primi, incerti, deliziosi sogni d'amore, fino all'ebbrezza, fino al delirio?...
Quanti dolci pensier, quanto desio,Menò costoro al doloroso passo!. . . . . . . . . . . . .Questi, che mai da me non fia diviso,La bocca mi baciò, tutto tremante....
Quanti dolci pensier, quanto desio,Menò costoro al doloroso passo!. . . . . . . . . . . . .Questi, che mai da me non fia diviso,La bocca mi baciò, tutto tremante....
Quanti dolci pensier, quanto desio,
Menò costoro al doloroso passo!
. . . . . . . . . . . . .
Questi, che mai da me non fia diviso,
La bocca mi baciò, tutto tremante....
È un grido umano, che cuopre e soffoca tutti i melodici sospiri per tutte le Laure dei centoCanzonieri italiani.
Se la parte scolastica e scientifica dellaDivina Commediaci apparisce un po' come natura morta, tutta la parte umana e poetica è immortalmente giovine e viva: perchè la scienza è progressiva, e perciò ha sempre un valore relativo, — ma la Poesia (la vera Poesia) è assoluta, e perciò inalterabile. Copernico offusca Tolomeo, Cuvier eclissa Buffon, Darwin eclissa Lamarke, — ma Dante non scema d'un raggio l'aureola sfolgorante d'Omero — nè Shakespeare attenua di un grado la gloria sovrana di Eschilo. Nè tutti gli splendori del Rinascimento, dal Petrarca all'Ariosto, nè tutta la grande poesia moderna da Goethe al Leopardi, offusca minimamente la gloriatrascendentaledella Divina Commedia.
Il Savonarola è una grande anima, e un vero poeta — ma è più gran poeta in molte sue prediche, che nelle vere e propriePoesie. Nonostante, anche in queste, benchè scorrette, neglette di forma, circola un'aura, un soffio potente, come un'eco ancor calda delle sue ardenti perorazioni, delle sue tragiche visioni, delle sue formidabili apostrofi: ma talvolta, e non di rado, vi son note semplici, fresche, quasi festose, come in questi versi sulNatale, che sembran preludere nella loro ingenuità ai due inni immortali del Milton e del Manzoni.
Venite, Angeli santi.E venite suonando;Venite tutti quantiGesù Cristo laudando,E gloria cantandoCon dolce melodia;Ecco il Messia — ecco il MessiaE la madre Maria.Venitene, ProfetiChe avete profetato,Venite tutti lieti;Vedete ch'egli è nato,Il picciolin Messia!Pastor pien di ventura,Che state voi a vegghiare?Non abbiate paura;Sentite voi cantare?Correte ad adorareGesù con mente pia.I Magi son venutiDalla stella guidati,Con lor ricchi tributi.In terra inginocchiati.Quanto son consolatiAdorando il Messia!
Venite, Angeli santi.E venite suonando;Venite tutti quantiGesù Cristo laudando,E gloria cantandoCon dolce melodia;Ecco il Messia — ecco il MessiaE la madre Maria.
Venite, Angeli santi.
E venite suonando;
Venite tutti quanti
Gesù Cristo laudando,
E gloria cantando
Con dolce melodia;
Ecco il Messia — ecco il Messia
E la madre Maria.
Venitene, ProfetiChe avete profetato,Venite tutti lieti;Vedete ch'egli è nato,Il picciolin Messia!
Venitene, Profeti
Che avete profetato,
Venite tutti lieti;
Vedete ch'egli è nato,
Il picciolin Messia!
Pastor pien di ventura,Che state voi a vegghiare?Non abbiate paura;Sentite voi cantare?Correte ad adorareGesù con mente pia.
Pastor pien di ventura,
Che state voi a vegghiare?
Non abbiate paura;
Sentite voi cantare?
Correte ad adorare
Gesù con mente pia.
I Magi son venutiDalla stella guidati,Con lor ricchi tributi.In terra inginocchiati.Quanto son consolatiAdorando il Messia!
I Magi son venuti
Dalla stella guidati,
Con lor ricchi tributi.
In terra inginocchiati.
Quanto son consolati
Adorando il Messia!
Altre volte, nell'ardore della preghiera, ha qualche cosa di petrarchesco come in questa strofa:
Apri, Signore, il tuo celeste fonte;Quella tua dolce venaChe Maria MaddalenaTrasse di basso loco all'alto monte,Con l'anima serenaPiena di raggi e di splendor divino.Pietà, Signor, di questo peregrino!
Apri, Signore, il tuo celeste fonte;Quella tua dolce venaChe Maria MaddalenaTrasse di basso loco all'alto monte,Con l'anima serenaPiena di raggi e di splendor divino.Pietà, Signor, di questo peregrino!
Apri, Signore, il tuo celeste fonte;
Quella tua dolce vena
Che Maria Maddalena
Trasse di basso loco all'alto monte,
Con l'anima serena
Piena di raggi e di splendor divino.
Pietà, Signor, di questo peregrino!
Amor giovine, deplorò le umane rovine della Chiesa e le morali rovine del Mondo, con versi potenti. La Chiesa di Cristo,
Povera va con membra discoverte,I capei sparsi e rotte le ghirlande:Scorpio la punge ed angue la perverte.E così va per terraLa coronata, e le sue sante mani....Bestemmiata dai caniChe van truffando sabbati e calende....
Povera va con membra discoverte,I capei sparsi e rotte le ghirlande:Scorpio la punge ed angue la perverte.E così va per terraLa coronata, e le sue sante mani....Bestemmiata dai caniChe van truffando sabbati e calende....
Povera va con membra discoverte,
I capei sparsi e rotte le ghirlande:
Scorpio la punge ed angue la perverte.
E così va per terra
La coronata, e le sue sante mani....
Bestemmiata dai cani
Che van truffando sabbati e calende....
Le Poesie sacre del Savonarola, a differenza di quelle di Feo Belcari e del Benivieni, accennano o confermano il concetto d'unaRiforma Cattolica, già prenunziata da Dante. E in alcune strofe si mostra anche artista. Nonostante ilfalòdelle vanità, nel quale è a deplorarsi l'eccesso che pur vi fu, egli aveva vivo il sentimento dell'Arte. Fondò una scuola di pittura nel suo stesso Convento, ove lavorò Fra Bartolomeo, fu agli artisti e ai letterati consigliere e ispiratore, fu intimo amico di Pico della Mirandola e inaugurò con lui gli studi ebraici e orientali — e il genio dei Profeti e di Dante che era inlui, lo comunicò a Michelangiolo, e palpita ancora immortale alla volta e alle pareti dellaSistina. Non facciamo dunque del grande oratore e del grande riformatore, un Erostrato selvaggio e un frate ignorante.
Egli fu in Italia la più gran coscienzamoraledel secolo XV, come Dante lo era stato del XIV, e come Michelangiolo lo fu del XVI. L'ardore con cui il santo monaco fuse insieme i sentimenti di patriottismo e di morale nel popolo di Firenze, non si spense con lui — e i suoi migliori effetti si videro rifulgere nel memorabile Assedio degli anni 1529-30. Il soffio vulcanico del grande oratore che ispirò il poema dellaGiustiziadipinto nella Sistina da Michelangelo, animò egualmente la tragedia dellaLibertàcombattuta a Gavinana da Francesco Ferruccio.
La suafedeeccitava il suo entusiasmo, il suo entusiasmo faceva la sua forza. Nessuno, o Signori, è diventato martire per unaopinione: lafedesola fa i martiri. Egli credeva e vedeva, e tuonava dal pergamo le sue visioni. Chiamatelo pure un fanatico. Era fanatico come Ezechiello, come Geremia, come Arnaldo, come Demostene, come Dante, come Mirabeau, come O'Connell — come tutti quelli che hanno comunicato l'elettricismo d'una parola di fuoco. Era un malato?... Forse. Ogni vera creazione produce uno spostamento, un disequilibrio. Se gli eroi, i martiri, i grandi poeti son tuttimalati— consoliamoci — non c'è mai stata tanta salute come oggi, in Europa!
Le più ammirabili prediche del Savonarola, come ben nota l'illustre Villari nel suo classico libro, son quelle su iSalmi: e quella dove l'impeto lirico è sommo ed unico, dove il Savonarola è veramente poeta, e gran poeta, è lapredica-visionedei flagelli d'Italia. Il Cielo stesso combatte; i Santi, gli Angeli spingono i barbari vendicatori. Son loro che li hanno chiamati, che hannomesso le selle ai cavalli, e affilate le spade. E il diluvio degli stranieri, il gran gastigo italico, comincia. Dove andiamo? San Pietro grida: A Roma! a Roma! San Giovan Battista e Santo Antonino: a Firenze! E San Marco: là verso la città superba e voluttuosa, che inalza le sue cupole d'oro sovra le acque!
La impressione che riceviamo anche oggi, dopo quattro secoli, e alla semplicelettura, da questa predica, è solo paragonabile a ciò che proviamo al primo ingresso nella Cappella Sistina. Vi ricordate? Un fremito, un tumulto, corre sulle pareti. Non si sa dove riposare lo sguardo. Da tutte le parti, visi minacciosi, e pianti disperati. Ezechiello si volta impetuosamente, in furiosa disputa con un Angelo. Geremia appoggia l'enorme testa sulle mani, come schiacciato dal peso di tutti i dolori di Gerusalemme. La Libica si alza terribile, con in mano il gran libro dei fati. La Persica legge con occhi ardenti. Daniele scrive tremando. Qua, il tronco di Oloferne versa una fiumana di sangue; là, gli adoratori degli idoli si contorcono, ignudi, sotto i morsi dei serpenti divoratori. Madri spaventate urlano e fuggono, stringendo al seno i bambini. Un altro vede passare in uno specchio visioni così terribili, che indietreggia atterrito, e batte la spalla nella muraglia. Par di sentir ruggire di lontano il tuono della vendetta divina. La Giustizia e il Giudizio — riparatore e vendicatore — respirano da ogni angolo della tremenda Cappella.
In quegli anni tragici e sinistri di saccheggi e di incendi, di orgie e di tradimenti, Michelangelo, che doveva assistere ai funerali della libertà e dell'Italia, si ricordò soprattutto del Savonarola, e leggendo assiduamente i Profeti, Dante, e le Prediche e le Liriche del Ferrarese, dipinse i Profeti, e scolpì laNotte, laNotte d'Italia.
In una delle sue ultime prediche, il Savonarola, presago dello imminente martirio, disse queste parole: “OSignore, io non tengo modi di cercar gloria umana. Io non voglio cappelli, nè mitrie piccole o grandi. Non chieggo se non quello che tu hai dato ai tuoi Santi — la morte. Un cappello rosso, un cappello di sangue, questo desidero.„
E l'ebbe. E prima, le agonie dell'infame processo, i dubbi e i terrori, la fune che gli slogò tutte l'ossa, le tenebre della segreta, le smanie e gli scoramenti, e i sudori di sangue dell'eterno Getsemani....
Fu allora che in un momento di tregua, in un'ora di grazia e di respiro, — fra la tortura e il rogo — compose un salmo sublime, che il Tommaseo ammirava tanto, e tradusse.
Eccone alcuni versetti:
Conoscerò dunque, fra poco, Voi, o mio Dio, conoscitore di me.O mio consolatore, mostratevi a me finalmente;Siatemi adiutore — non mi lasciate.Perchè il padre e la madre mia mi lasciarono....Ma il Signore misericordiosamente mi assunse.Non mi date alle animosità di quei che mi tribolano,Poichè insorsero contro me testimoni iniqui — e l'iniquità mentì a sè medesima.
Conoscerò dunque, fra poco, Voi, o mio Dio, conoscitore di me.O mio consolatore, mostratevi a me finalmente;Siatemi adiutore — non mi lasciate.Perchè il padre e la madre mia mi lasciarono....Ma il Signore misericordiosamente mi assunse.Non mi date alle animosità di quei che mi tribolano,Poichè insorsero contro me testimoni iniqui — e l'iniquità mentì a sè medesima.
Conoscerò dunque, fra poco, Voi, o mio Dio, conoscitore di me.
O mio consolatore, mostratevi a me finalmente;
Siatemi adiutore — non mi lasciate.
Perchè il padre e la madre mia mi lasciarono....
Ma il Signore misericordiosamente mi assunse.
Non mi date alle animosità di quei che mi tribolano,
Poichè insorsero contro me testimoni iniqui — e l'iniquità mentì a sè medesima.
Sospeso dal laccio infame sul rogo, e non ancor morto, il Savonarola potè forse vedere le mani impazienti e furiose del popolo, appressare le torce accese alla catasta già sparsa d'olio e bitume; mentre altre mani scagliavano una pioggia di sassi su quel volto tante volte illuminato dalla luce del genio e dalla santità della vita.
Ah! da quando insultò Socrate, e preferì ad alte grida Barabba a Gesù; al giorno in cui sputò in faccia a Bailly e imprecò a Madama Roland moritura — la plebe ingannata e pervertita, o abbandonata al cieco istinto bestiale, ha sempre applaudito all'eccidio dei suoi più insignibenefattori.
Come il lato sofistico del Paganesimo era stato il consacrare la natura umana anche nella sua parte cattiva — il lato sofistico del Cristianesimo medievale fu di gettare un anatema troppo assoluto su la Natura, di vivere come lo Stilita sospesi tra il Cielo e la Terra, guardando a quello con estasi, a questa con un sacro terrore. Il centro della Idealità fu spostato nelRinascimento; e al culto del Dolore spirituale, successe l'apoteosi della plastica Bellezza e della Euritmia. Ma tra le voci armoniose e pagane, dura anche nelQuattrocentoqualche eco della grande, triste e patetica poesia del Cattolicismo. Oltre il Savonarola, vanno ricordati il Benivieni e il Belcari. Il primo essenzialmente lirico, drammatico e trovatore di patetiche situazioni, efficaci, nella loro ingenua espressione. Basti rammentare le parole d'Isaccoal padre che sta per sacrificarlo.
Nella lirica satirica si distinsero il Cammelli e il Burchiello: ma il loro più gran merito consiste forse nella visibile influenza che ebbero sull'ammirabile genio del Berni.
Un soffio veramente lirico spira in alcuni canti epici del rude e possente poeta Luigi Pulci. La suamorte di Orlandoè semplice, patetica, e tocca il sublime. E forse Alfredo Tennyson l'ebbe in mente, quando descrisse, negliIdilli del Re, laMorte di Arturo.
Nelle stanze narranti la catastrofe cavalleresca, Roncisvalle, e la morte del gran Paladino, è commisto in modo mirabile l'elementoliricoall'epico:
Così tutto serafico al ciel fissoUna cosa parea trasfigurata,E che parlasse col suo crocifisso....Il cielo certo allor s'aperse....E come nuvoletta che in su vada,In exitu Israel, cantar,de EgiptoSentito fu, dagli Angeli solenneChè si conobbe al tremolar le penne.Poi si sentì. . . . . . . .Certa armonia con sì soavi accenti,Che ben parea d'angelici istrumenti.
Così tutto serafico al ciel fissoUna cosa parea trasfigurata,E che parlasse col suo crocifisso....Il cielo certo allor s'aperse....E come nuvoletta che in su vada,In exitu Israel, cantar,de EgiptoSentito fu, dagli Angeli solenneChè si conobbe al tremolar le penne.Poi si sentì. . . . . . . .Certa armonia con sì soavi accenti,Che ben parea d'angelici istrumenti.
Così tutto serafico al ciel fisso
Una cosa parea trasfigurata,
E che parlasse col suo crocifisso....
Il cielo certo allor s'aperse....
E come nuvoletta che in su vada,
In exitu Israel, cantar,de Egipto
Sentito fu, dagli Angeli solenne
Chè si conobbe al tremolar le penne.
Poi si sentì. . . . . . . .
Certa armonia con sì soavi accenti,
Che ben parea d'angelici istrumenti.
Versi che certo rammentava l'Ariosto quando cantò con la magia che gli è propria:
E voci e suoni d'angeli concordiTosto in aria s'udîr che l'alma uscìoLa qual, disciolta dal corporeo velo,Fra dolce melodia salì nel cielo.
E voci e suoni d'angeli concordiTosto in aria s'udîr che l'alma uscìoLa qual, disciolta dal corporeo velo,Fra dolce melodia salì nel cielo.
E voci e suoni d'angeli concordi
Tosto in aria s'udîr che l'alma uscìo
La qual, disciolta dal corporeo velo,
Fra dolce melodia salì nel cielo.
Arriva Carlo Magno e benedice al morto Paladino e gli richiede la spada Durlindana.
Io benedico il dì che tu nascesti,Io benedico la tua giovinezza.Io benedico i tuoi concetti onesti,Io benedico la tua gran prodezza.E se tu hai di me nel ciel mercede,Come solevi al mondo, alma diletta,Rendimi se Dio tanto ti concede,Ridendo, quella spada benedetta.. . . . . . . . . . . . . .Come a Dio piacque, intese le parole,Orlando, sorridendo, in piè rizzossi;Con quella reverenza che far suole,E innanzi al suo Signore inginocchiossi,E poi distese, ridendo, la mana,E resegli la spada Durlindana.. . . . . . . . . . . . . .Carlo tremar si sentì tutto quantoPer maraviglia e per affezione,E a fatica la strinse col guanto....
Io benedico il dì che tu nascesti,Io benedico la tua giovinezza.Io benedico i tuoi concetti onesti,Io benedico la tua gran prodezza.E se tu hai di me nel ciel mercede,Come solevi al mondo, alma diletta,Rendimi se Dio tanto ti concede,Ridendo, quella spada benedetta.. . . . . . . . . . . . . .Come a Dio piacque, intese le parole,Orlando, sorridendo, in piè rizzossi;Con quella reverenza che far suole,E innanzi al suo Signore inginocchiossi,E poi distese, ridendo, la mana,E resegli la spada Durlindana.. . . . . . . . . . . . . .Carlo tremar si sentì tutto quantoPer maraviglia e per affezione,E a fatica la strinse col guanto....
Io benedico il dì che tu nascesti,
Io benedico la tua giovinezza.
Io benedico i tuoi concetti onesti,
Io benedico la tua gran prodezza.
E se tu hai di me nel ciel mercede,
Come solevi al mondo, alma diletta,
Rendimi se Dio tanto ti concede,
Ridendo, quella spada benedetta.
. . . . . . . . . . . . . .
Come a Dio piacque, intese le parole,
Orlando, sorridendo, in piè rizzossi;
Con quella reverenza che far suole,
E innanzi al suo Signore inginocchiossi,
E poi distese, ridendo, la mana,
E resegli la spada Durlindana.
. . . . . . . . . . . . . .
Carlo tremar si sentì tutto quanto
Per maraviglia e per affezione,
E a fatica la strinse col guanto....
Ma il personaggio più magneticamente poetico delQuattrocento, quello la cuivitaè una veraliricadi bellezza, di aspirazioni e di entusiasmi, è Pico della Mirandola: e non vi dispiaccia, o Signori, che ioconcludacol suo simpatico nome, questi miei rapidi cenni su la poesia del Quattrocento.
Marsilio Ficino ci ha narrato come lo vide la prima volta in Firenze. Era il 1480, l'anno in cui il Ficino aveva compiuto la sua grande opera, la traduzione di Platone. Una bella giornata di settembre, verso l'ora del tramonto, il dotto ellenista meditava nel suo studio. La lampada votiva che egli teneva accesa dinanzi al busto di Platone brillava vivace nella languente luce vespertina. Entrò un giovane alto e bello, dagli occhi grigio-cerulei, dai capelli di un biondo acceso, scendentigli sulle spalle sotto un berretto di velluto nero: vestiva una cotta di raso violaceo, listato d'argento: aveva al collo la collana d'oro di Principe. Era Giovanni Pico della Mirandola.
Parlarono di filosofia — di Platone, naturalmente. E il giovine Principe suggerì al vecchio filosofo di tradurre Plotino, il mistico panteista dell'Antichità. Parlò dell'Oriente;il mio Oriente, diceva, l'alma materd'ogni scienza e poesia. Parlò della Bibbia e del Cristianesimo, di un Cristianesimo eterno, indistruttibile, conciliabile col Platonismo. Parlò dell'Uomo, che è un piccolo Mondo, una sintesi portentosa e divina, “dov'è, diceva, l'essenza angelica e il senso del bruto, e la vegetale anima delle piante, e il fuoco e il mercurio„. Disse al Ficino di un Commento che intendeva fare alla Canzone del Benivieni su l'Amor divino: e ne discorse con una stupenda profusione di immagini colorite e poetiche, prese dall'Astrologia, e dalla Cabala, da Salomone e da Omero.
E la notte calava sulle grandi vetrate dello studio, ela lampada votiva illuminava il marmoreo volto di Platone e i capelli d'oro di Pico.
Era allora poco più che ventenne: ma avea già provato le tempeste della passione e n'era restato disilluso, e abitualmente un po' mesto.
Aveva scritto molti versi d'amore, e gli aveva, un giorno, tutti bruciati. (Grande e raccomandabilissimo esempio!...) Aveva viaggiato, visto uomini e cose. Veniva ora a Firenze, attratto dalla fama del Magnifico Lorenzo, e dall'amicizia per il Ficino.
Una bellissima bruna, una ardenteSavonaroliana, soprannominata laprofetessa, Camilla Rucellai, s'innamorò perdutamente di lui.... ma non fu corrisposta. La irrequieta curiosità teologica e scientifica, la triste sazietà dei piaceri, preservarono Pico da nuove passioni. La Rucellai gli predisse che sarebbe mortoal tempo dei gigli.... E il giorno che Pico della Mirandola spirava tra le braccia del Savonarola, Carlo VIII entrava in Firenze preceduto dalla bandiera con li aurei gigli di Francia. Fu sepolto in San Marco. Aveva 32 anni. I contemporanei lo chiamarono laFenicedegli ingegni. Per noi è una Fenice soprattutto in questo, che fu unErudito poetico. Non si è visto ancora il secondo.
Sapeva e scriveva il greco, l'arabo, l'ebraico, il caldaico. All'età di ventisette anni, trasse dai suoi immensi studi novecento tesi di fisica, filosofia, teologia, astronomia, magia naturale, comprendenti quasi tutto lo scibile del suo tempo, e le pubblicò in Roma, proferendosi pronto cavallerescamente a sostenerle contro chiunque osasse oppugnarle. Poeta e filologo, filosofo e mistico, ebbe un'ardente curiosità dell'ignoto, del miracoloso, intravedendo e indagando ilSoprannaturalenell'intima essenza delNaturale; come Leonardo, Paracelso, Fichte, Novalis, Carlyle. Simpatizzava con tutto quello che le morte generazioni hanno sinceramente e passionatamentecreduto: e studiava, rievocava, resuscitava le antiche mitologie. Vedeva in esse l'eternoIodell'umanità, vi leggeva un motto del grande Enimma. Egli disse pel primo la feconda parola: in ognifede, è una parte diverità.
La sua teoria è essenzialmente poetica e consolante, e rammenta la teoria Browninghiana. — Tutto quello che rettamente si volle e nobilmente si amò sulla Terra, non andrà mai perduto. Dovremo traversare altri mondi — molto avrem da imparare, molto da dimenticare, ma quel momento verrà. Tutto quello che ardentemente aspiravamo ad essere, e non potemmo essere su la Terra, ed a cui pure ci sentivamo chiamati; tutto ciò che era in noi e che il mondo ignorò, la poesia muta, l'amore represso, il momento fatale perduto, tutto avrà un giorno, altrove, sviluppo e trionfo. Pico della Mirandola serbò intatte, nel suo poetico naturalismo, la coscienza individuale, e la libertà morale dell'anima umana. Nel suo trattatoDe Hominis dignitate, scrisse queste belle e memorande parole: “I bruti sono eternamente bruti, gli angeli, essenze angeliche eternamente. Tu solo, o Uomo, puoi degenerare fino a divenire un bruto, e rigenerarti e sollevarti fino a parere un Dio. Tu solo hai un incessante sviluppo; tu solo porti in te i germi di ogni specie di Vita.„
Se Pico della Mirandola distrusse i suoi versi, restò poeta nella vita, nel sentimento, nell'intelletto. Nè mi è parso inopportuno parlare di lui, in una lettura su la poesia delRinascimento. Per esserne il più poetico simbolo, non gli è mancato nulla. Ha avuto l'ingegno, la dottrina, la bellezza, la gioventù, la nobiltà, l'entusiasmo, la morte precoce; e finalmenteun certo misteroche avvolge il suo nome, la sua vita, e tutti i suoi scritti.