LEONARDO DA VINCI

LEONARDO DA VINCIDIENRICO PANZACCHI.

DI

ENRICO PANZACCHI.

Signore e Signori!

Il pittore francese Paolo della Roche nella più insigne forse delle sue opere, il famosoEmicicloche è nell'Accademia di belle arti a Parigi, riprendendo e imitando liberamente il pensiero di Raffaello, nellaScuola d'Atene, ha inteso di rappresentare e disporre in certi gruppi gerarchici gli artisti principali del Rinascimento italiano ed europeo.

A destra del riguardante attira lo sguardo un gruppo, forse il più riuscito di tutta la composizione. Sul davanti Michelangelo siede solo sopra un frammento di basso rilievo antico e guarda triste dinanzi a sè, voltando le spalle agli altri. Dietro di lui, elegante figura giovanile, si leva Raffaello d'Urbino, e lievemente del capo sovrasta a tutti gli altri. Ma guardando bene, si capisce che il protagonista vero di questo gruppo non è nè Raffaello nè Michelangelo. È invece un bellissimo uomo sontuosamente vestito, con una ricca barba, col gesto largo e con quell'obbliquo atteggiamento dei diti della mano sinistra, proprio del pittore che discorre analiticamente dell'arte sua. E quest'uomo ha l'aria d'insegnare a tutti, e tutti hanno l'aria di ascoltarlo con rispetto. Non è il dottore ascetico e austero del medio-evo; è piuttosto, all'aspetto, uno di quei tipi di gentiluomini culti e compitiche Baldassare Castiglione metteva nei dotti e piacenti colloqui alla corte del duca e della duchessa d'Urbino. E tutti, vi ripeto, lo ascoltano. Lo ascolta attentamente frate Bartolomeo della Porta ritto vicino a lui e guardandolo col volto serio e sereno; lo ascolta più lungi Hans Holbein col profilo teutonico e la chioma arruffata; lo ascolta con gli occhi intenti Alberto Durer nel suo sfarzoso abbigliamento signorile. Anche il Domenichino più d'ogni altro premuroso si accosta a lui per non perdere parola. Con l'orecchio è attentamente inclinato verso il maestro; ma nell'inquietudine del suo eclettismo bolognese si vede che egli erra cogli occhi tra Michelangelo e Raffaello.

Quest'uomo sedente o docente, tutti hanno ben ragione di ascoltarlo perchè egli è Leonardo da Vinci, grandissimo fra i grandi, l'uomo più portentoso del Rinascimento italiano, che di portenti ebbe così grande ricchezza.

Ed io, o signore, dovrò parlarvi di quest'uomo? C'è proprio da sentirsi tremare le vene e i polsi! Tanto più, ve lo confesso, perchè anche dopo le copiose pubblicazioni e illustrazioni che si sono fatte dei manoscritti di Leonardo da Vinci in Inghilterra, in Francia, in Alemagna e in Italia; anche dopo le belle fatiche di tanti eruditi stranieri e nostrani, tra i quali non bisogna scordare Gustavo Uzielli e il vostro Milanesi, un libro sopra Leonardo da Vinci ci sarebbe da arrischiarsi a scriverlo: e non sarebbe forse per me un atto di disperata audacia. Ma parlare di lui nel breve tempo d'una conferenza, ma costringere, ma pigiare entro questo breve circolo tanti elementi così disparati, è cosa che io credo impossibile, o che, a ogni modo supera di troppo le forze di cui posso disporre. Però, o signore, io faccio appello colla più viva instanza alla benevolenza vostra, a quella benevolenza che altre volte esperimentai e di cui serbo sempre così vivo il ricordo e la gratitudine.

Ascoltatemi dunque attente e scusatemi se, per la terribilità e vastità del soggetto, invece di narrare io dovrò procedere per brevi accenni, invece di dimostrare, il più delle volte, dovrò contentarmi di affermare; insomma se invece di rendervi intera e rilevata questa colossale e complessa figura, io sarò costretto a darvene una pallidissima immagine, simile ad ombra di gigante fuggente sul muro in una giornata scarsa di sole.

Egli era l'uomo dei doni. Difficilmente, percorrendo la storia della umanità, ci potremmo imbattere in un uomo che lo valga. Humboldt avrebbe detto di lui ch'egli era un figlio prediletto della natura. Se fosse vero ciò che narra la leggenda, che le fate vanno alla culla degli uomini predestinati a grandi cose, egli è certo che alla culla di questo bastardo di Ser Piero da Vinci accorsero tutte le fate e vi buttarono dentro tutti i loro doni, e nessuna rimase a casa per dispetto o per dimenticanza.

Cominciamo dai doni fisici. Bellissimo della persona, d'una bellezza temperata di grazia e di maestà; e forte come pochi del suo tempo. Con un movimento del pollice storceva un ferro di cavallo; nella danza, nella lotta, nel nuoto vinceva i campioni più rinomati del suo tempo. Le qualità del suo ingegno darebbero luogo ad una amplissima descrizione; ma sopratutto sorprende quella interezza organica che è tutta propria di lui. Egli non ammette soluzione di continuità nello svolgimento del suo ingegno; e la sua mente vi dà l'idea di una grande tastiera d'organo ove i suoni vanno dai più profondi ai più acuti senza il più piccolo salto di tono, senza la più piccola disarmonia. Egli non si contenta mai; vuole approfondire,sviscerare, esaurire tutti gli argomenti. Nella meccanica, per esempio, egli va colla medesima cura dal girarrosto ad elica (che pare egli abbia inventato) fino al più complicato congegno di idraulica, fino ai più ingegnosi strumenti di guerra, che egli offre per la vittoria ai principi ed alle repubbliche italiane. Come artista egli è lo stesso. Per lui nell'arte non esiste parvità di materia; tutta quanta la gamma artistica egli la vuol toccare, e la tocca e la tratta colla medesima scrupolosità, colla medesima maestria elevandosi di grado in grado alle più meravigliose eccellenze. Leonardo mette ugual cura nel rendere col suo pennello la appannatura dell'acqua in una caraffa ed il volto radioso e sorridente d'una Vergine; mette egual delicatezza e minuziosità nel rappresentare le damascature e l'ordito della tovaglia gettata sulla tavola del Cenacolo come a esprimere la soavità accorata dell'apostolo Giovanni, come a significare la divinità attristata e sofferente del Redentore del mondo. In tutto è sempre eguale a sè stesso e rivela un equilibrio stupendo; il quale equilibrio voi cerchereste forse invano in alcun altro dei suoi contemporanei, così completo e così scrupolosamente mantenuto. Colossi sorgono intorno a lui; ma, se li guardate, questi colossi hanno tutti qualche cosa che turba, molto o poco, la loro stupenda economia spirituale e lascia luogo a desiderare.

Onde, più lo si osserva, più si capisce il fascino che doveva esercitare Leonardo da Vinci sopra i suoi coetanei. Alle sue grandi qualità della mente e dell'estro aggiungete certe particolarità nell'essere e nella vita, che realmente dovevano colpire e quasi impaurire. Aveva del bizzarro, del misterioso, dello strano. Se vergava una lettera la vergava da destra a sinistra, alla maniera degli Orientali. Viveva fantastico, ghiribizzoso; mille cose intraprendeva e poi tralasciava, andando continuamentein traccia di nuovi aspetti di verità, di nuove e insolite forme di bellezza. Racconta il suo biografo che si rinchiudeva volentieri in una stanza dove non lasciava entrare alcun uomo; e in quella stanza egli accumulava insetti, farfalle, ramarri, animali morti d'ogni specie, e là spendeva lunghe ore meditando, sperimentando, osservando, fantasticando a sua posta. C'era in lui qualche cosa come del negromante, del Gilberto, del Raimondo Lullo, del Faust; un Faust però, lasciatemi dire, più sereno, più equilibrato di quello tedesco; sopratutto un Faust onesto e benefico, che studiava la vita e scrutava la natura e cercava di indovinarne le leggi, ma non ad appagamento dei suoi egoismi crudeli e superbi, sì per scoprire utili veri, per cogliere i fiori più eletti della verità e della bellezza e gettarli, a consolazione e ad ornamento, sui passi degli uomini.

E a proposito di Faust, vien subito fatto di indicare un altro lato singolare e argomento di molta curiosità nella vita di Leonardo da Vinci. Questo Faust trovò egli la sua Elena o la sua Margherita nella vita mortale?... Fra i tanti punti oscuri della vita di Leonardo, questo è rimasto oscurissimo. In tanti volumi di manoscritti ch'egli ha lasciato non ricorre il nome di una donna. Quest'uomo che aveva tutto per essere amato, che, secondo la bella frase del Vasari, colla voce soave “tirava a sè gli animi delle genti„, che professava così vivo il culto della bellezza, e quindi doveva essere così inclinato a sentirne il fascino, quest'uomo non ha una donna nella sua vita. Tutto ciò naturalmente è spiaciuto ai romanzieri e ai poeti, ai quali è parso che questa grande figura mancasse di qualche cosa senza un romanzo o almeno un idillio d'amore. Alcuni quindi, guardando il sorriso così vivo, così suggestivo e quasi invitante della Lisa del Giocondo, hanno voluto fantasticarci su e fabbricare un romanzetto al quale io non credo; non perchèio lo reputi genericamente inverosimile, ma perchè in storia non bisogna affermare se non ciò che è sorretto da qualche maniera di argomenti. Noto anzi un particolare. Il Vasari racconta che per togliere al bellissimo volto di monna Lisa quella fissità e tristezza che hanno quasi sempre i ritratti pel disagio e la noia che invade l'originale nel posare, Leonardo faceva venire intorno alla bella donna dei sonatori e dei buffoni che la mantenevano sempre graziosa ed allegra.... Oh! se Leonardo e monna Lisa si fossero intesi d'amore, voi ben vedete, che sarebbe bastato il bello e spiritoso pittore a tenere allegra la sua modella; e non avrebbero pensato ad altra compagnia!

Di quanti hanno cercato di definire la figura di Leonardo da Vinci il più vicino al vero mi pare sia stato Gino Capponi, nel primo volume della Storia di Firenze, ove dice che “in Leonardo vennero a far capo le due correnti per le quali s'era condotta l'Italia, da un lato nelle arti e dall'altro nelle scienze.... Con ciò parmi molto fedelmente resa la grande singolarità della figura di Leonardo da Vinci e il suo posto nella storia ideale del nostro Rinascimento. Noi possiamo avere nel medesimo individuo delle attitudini artistiche e delle facoltà scientifiche; può darsi benissimo che tanto le prime quanto le seconde procedano di pari passo in un armonico sviluppo. Ma in Leonardo da Vinci abbiamo qualche cosa di più: abbiamo la compenetrazione di questo doppio ordine di qualità. Non è che lo scienziato vada per la sua via e per la sua via vada l'artista; la via dello scienziato e quella dell'artista non formano che una medesima grande strada regia, che porta verso delle altitudini sconosciute.

Sono meravigliose le scoperte, le antiveggenze di questo genio che non ristava mai dall'osservare nel volume della natura. Guglielmo Libri nella sua storia delle matematichequando arriva a Leonardo, a questo scultore, a questo pittore, a questo sonatore di cetra, è costretto a fermarsi a lungo e dedicargli quasi un intero capitolo. E le benemerenze di Leonardo verso le matematiche non sono che una parte dei titoli che ha verso la scienza universale. Egli è dei primi, il primo forse, che scuote completamente l'apriorismodella scolastica e che non accetta la concezione del mondo già fatta, già costituita secondo la sentenza degli antichi. — Che importa a me, egli scrive, se non cito gli antichi e se non seguo le loro massime? Io cito la Natura e segno la Natura che è la maestra di quei maestri. — E di tali massime, che esprimono il libero procedimento del suo ingegno nell'osservare, i suoi manoscritti sono pieni. Torna sempre sopra questo concetto: ammira gli antichi, li venera, ma dice che se essi valsero in qualche cosa, se essi scoprirono invidiosi veri, fu perchè essi osservarono la Natura. Dunque egli vuol risalire a questa grande maestra, a questo universale esemplare, e da esso direttamente, non di seconda mano, attingere la verità.

Per questo non è di nulla esagerato il dire che Leonardo da Vinci è il primo a cui completamente si addice il titolo di “uomo nuovo„ secondo il concetto di Giordano Bruno. Egli anticipa sopra tutte le scienze e gli scienziati che vennero dopo. Nella metodologia viene prima di Bacone da Verulamio quasi di cento anni. Quello che v'ho detto circa il metodo suo d'osservazione è, in sostanza, il “nuovo organo„ che di poi con tanta pompa di novità il Cancelliere inglese proclamerà al mondo. Nella idraulica anticipa il Castelli; nella geologia Pomponio Leto; nell'ottica egli precede La Porta,prevenendolo nella scoperta nientemeno che della camera oscura; nella caduta dei gravi anticipa di molti teoremi il lavoro di Galileo Galilei; nella intuizione dei tratti della fisonomia come manifestazione delle interne facoltà dell'animo, egli spiana la strada al La Porta e al Lavater. Un'altra anticipazione importantissima ci dà Leonardo. In un passo molto caratteristico egli dice: “Lascio stare i libri sacri, incoronati di suprema verità„; e procede oltre liberamente nelle indagini della natura, tralasciando ogni preoccupazione dogmatica e teologale. Anche in questo delicato argomento, lo spirito di Leonardo precedette di molti anni il Pomponazzo, il Cremonino e lo stesso Galileo Galilei, che con tanto studio e tanta arte, nella sua famosa letteraAlla granduchessa madre, si adoperò a dimostrare che il procedimento teologico e il procedimento scientifico devono andare avanti di pari passo senza intralciarsi l'uno coll'altro, e senza che i dogmi rivelati gravitassero con troppo frequenti intromissioni nel lavoro e nelle conclusioni dello scienziato.

Se non che, per quanto mi ha dettato lo studio amoroso dei manoscritti leonardeschi ora in molta parte editi, io penso che, mentre lo scienziato pare alle volte che dietro a sè ci nasconda l'artista, l'artista invece tiene sempre il campo. È sempre l'Arte la regina della mente di Leonardo. Basta leggere alcune delle pagine del Trattato in cui celebra le lodi della sua prediletta fra le arti, la pittura, per capire da che sovrano entusiasmo estetico fosse riscaldato e mosso l'animo suo. Per cui tante volte, mentre direste alla prima che la indagine scientifica prepari in Leonardo il lavoro dell'arte; la verità vera è invece il contrario: vale a dire che il lavoro della scienza non è altro che un prolungamento, per dir così, della ricerca artistica. E con questa gran differenza che, mentre gli altri artisti suoi contemporanei si fermavano allaparvenza della cose e quella cercavano di ritrarre secondo le regole dell'arte, Leonardo, spinto da un fervore d'animo tutto suo particolare, andava anche al di là della parvenza artistica, e voleva trovare e trovava in fatto la ragion d'essere di questa in una più alta regione speculativa.

Così quand'egli studia la prospettiva lineare ecco che egli a poco a poco si incammina e s'ingolfa nel mondo della geometria: quando studia la prospettiva aerea ecco che l'ottica gli apre i suoi grandi orizzonti, e lì spigola e raccoglie verità nuove e spesso mirabili. Medesimamente la pittura del corpo umano lo traeva ad investigare tutto il magistero della nostra struttura corporea; ed ecco che si associa a Marcantonio della Torre e dà al mondo i primi saggi completi e veramente scientifici di anatomia grafica. Lo stesso gli avviene, o signore, in tutti mai i rami dello scibile. Egli è condotto sulla via delle scienze dalla mano dell'arte. Nel libro VI delTrattato della pitturaegli parla delle piante. Pittoricamente parlando, uno si sarebbe fermato alla apparenza di queste piante e ad indicare il modo con cui il pittore deve fedelmente ritrarle giusta i varii stati in cui ce le dimostra ai nostri occhi la natura, sia ch'esse siano sguarnite di foglie nell'inverno o abbiano il primo tenero verde nell'aprile o le foglie diffuse nella pienezza della buona stagione; sia che vengano o battute dalla pioggia o scrollate dal vento o illuminate dal sole e via discorrendo. Invece Leonardo da Vinci vi dà tutto questo per il pittore; ma il suo spirito non può fermarsi qui. Egli procede più oltre investigando e speculando: “La natura ha messo le foglie degli ultimi rami di molte piante in modo che sempre la sesta foglia sia sopra la primiera, e così segue successivamente, se la regola non fu impedita.„ Qui, come vedete, abbiamo qualche cosa di più che una semplice osservazione bastante per gli occhidel pittore. E non è cosa di piccolo momento, o signore, ma una vera e propria legge botanica (lafillotassi) che farà poi la gloria del naturalista Brown. Sempre rimanendo dentro l'ambito della pittura ed andando oltre, Leonardo scrive: “Le parti meridionali della pianta mostrano maggior vigore e gioventù che le settentrionali. Li circoli degli rami segati mostrano il numero degli suoi anni, e mostrano l'aspetto del modo con cui erano volti, poichè più grossi sono a settentrione che a mezzodì. Così il centro dell'albero per tal causa è più vicino alla scorza sua meridionale che alla sua scorza settentrionale.„ Nelle quali parole è pure anticipata una dimostrazione che farà, dopo un secolo, Marcello Malpighi, meritamente salutato dall'universale come l'inventore ed il fondatore della anatomia botanica.

Questi esempi, o signore (e tanti altri che potrei citarvi), riconfermano quello che io vi accennava, cioè che, a guardare bene nella mirabile struttura dell'ingegno di Leonardo da Vinci e in tutti gli atteggiamenti della sua attività, noi vediamo ch'egli si diffonde mirabilmente nel campo dello scibile, ch'egli corre dietro a tutte le forme del vero, ma che la sua stella polare è sempre l'Arte, e che all'Arte egli vuole che convergano gli elementi della sua cultura meravigliosa. Se tale la sua propedeutica artistica, voi avete un primo dato per argomentare subito quale e quanta debba essere stata l'arte di Leonardo da Vinci.

Egli venne in tempi in cui, massime in Italia, la pittura si avvicinava alla sua più alta fioritura, anzi alla sua radiosa maturità. Antonello da Messina aveva già divulgato fra noi il processo della pittura ad olio per il quale delle più smaglianti grazie ed una maggiore evidenza acquistavano i colori; a Firenze nel tempo di Leonardo dipingevano artisti come Sandro Botticelli; nella Umbria tenevano il campo Pinturicchio e il Perugino,preparando Raffaello; a Bologna Francesco Raibolini detto il Francia di grande orafo si mutava in grande pittore; Ferrara aveva avuto il Tura e il Cossa e il Costa. Di là dal Po, Mantegna, svincolatosi dalle dotte pedanterie dello Squarcione, popolava di meraviglie Padova, Verona e Mantova e associandosi e accostandosi al Giambellino, fondeva la robusta evidenza del suo disegno con le grazie del colorito veneziano. Volgeva dunque un momento di grande ricchezza e di grande splendore per l'arte. Egli, Leonardo, doveva coronare e glorificare tutto questo movimento.

E gli si aprivano due vie. Il suolo d'Italia restituiva, come per grazioso miracolo, alcuni dei più bei documenti dell'arte antica: le menti ne rimanevano stupite e irresistibilmente attratte ad imitarli. Leonardo da Vinci, quest'alunno della natura, tutto il tesoro delle osservazioni fatte nel campo della vita portava nel campo dell'arte, e voleva un'arte essenzialmente naturale, che dalla natura prendesse tutto il suo vigore e tutte le sue grazie. È molto notevole, o signore, questo atteggiamento preso di Leonardo nella grande contesa fra il naturale e l'antico, che allora appunto stava per raggiungere il suo momento critico e decisivo. Leonardo portò tutto il peso del suo sapere, tutta la potenza delle sue attitudini artistiche, tutta la sua autorità immensa in favore del movimento naturalista, ampiamente inteso e nobilmente significato.

Osservate in fatti che egli non accetta i “moduli„ che si cominciano ad insinuare nelle pratiche dell'arte, e coi quali si tendeva già a sostituire qualche tipo fisso ed inalterabile al lavoro personale e continuamente vario, al movimento fluido, infaticabile della natura, l'eterno e inesauribile esemplare. Guardate il Cangiasio, il Durer, Leon Battista Alberti escogitano misure e proporzioni determinate al corpo umano; fra Bartolomeo della Portatira fuori dalla sua mente, o piglia dalla Germania, ilmanichino. Leonardo scarta tutto ciò. Egli guarda con diffidenza tutto quello che tende a sostituire nell'arte degli schemi già finiti e per così dire cristallizzati all'incessante mutualità che deve passare fra l'animo dell'artista e la natura. Egli primo fra i moderni, comincia già a tracciarvi la storia dell'arte in un modo che ci fa davvero stupire e che dà ragione della sua maniera di sentirne l'essenza. Ascoltiamolo: “Le arti giacquero in Italia perchè fu negletto ogni studio di imitare la natura, finchè venne Giotto fiorentino, il quale nato in monti solamente abitati da capre e simili bestie, cominciò a segnar su per li sassi gli atti di simili capre, delle quali era guidatore; e così cominciò a fare tutti gli altri animali, che nel paese trovava. In tal modo che questi dopo molto di studio avanzò, nonchè i maestri dell'età sua, tutti quelli di molti secoli passati.„ Ecco il giusto criterio naturalista sostituito ad ogni altro criterio! Il tipo dell'artista per Leonardo infatti è Giotto, l'uomo semplice, quasi primitivo, che non guarda, come Nicola Pisano, il sarcofago antico, ma le cose naturali e vive che stanno dintorno a lui e ingenuamente le ritrae. E prosegue a dire: “Dopo, gli uomini imitarono Giotto, e l'arti decaddero.„ L'imitazione sostituita allo studio diretto della natura, quindi perniciosa all'arte. “Finalmente sorse Tommaso fiorentino cognominato Masaccio, il quale mostrò con opere perfette come quelli che pigliano per autore altri che la natura, maestra de' maestri, si affaticano invano.„

Dal naturalismo così altamente inteso doveva sgorgare un'arte individuale, eminentemente soggettiva, un'arte che non procede da formule fatte, ma le desume da queltravaglio incessante che l'occhio e la mente dell'artista non ristanno mai dal proseguire. Perciò con gli aspetti della natura, l'anima dell'artista entra e si rispecchia nell'opera d'arte. Il Vinci esprimeva questo concetto fondamentale nelTrattato della Pitturain un modo che non lascia luogo al più piccolo dubbio. Per lui non solamente l'artista deve ispirarsi al proprio estro, deve conformarsi alle attitudini naturali che egli ha, ma va più oltre. Egli crede che dentro al cervello di ogni artista ci sia “un giudizio proprio„, una specie di facoltà determinata, che la natura mette a disposizione di ogni singolo artista perchè egli ritragga, in una certa guisa particolare, il mondo esteriore. “Questo tal giudizio è di tanta potenza, dice Leonardo, ch'egli muove le braccia al pittore e fagli replicare sè medesimo, parendo a essa anima che quello sia il suo modo di figurare l'uomo; e chi non fa come lei faccia errore.„ A questa individualità poi corrisponde (e ne è come la più luminosa riprova) una specie diunicitànei singoli oggetti generati dall'arte. Niente si assomiglia in arte; questo è il concetto di Leonardo. Ammira le belle e armoniche forme delle statue antiche, dà anch'egli qualche precetto, qualche suggerimento per generalizzare le proporzioni del corpo umano, e andate discorrendo. Ma finisce sempre con l'insistere sulla massima chebisogna proporzionare ogni oggetto particolare con sè medesimo. Non è mai il modello rinnovato degli antichi il quale stabiliva che un corpo umano è alto tante teste e largo tante altre. No, Leonardo invece vi dice: studiate ogni singolo corpo umano, e rilevate e trasferite nella pittura vostra quella data proporzionalità che rappresenti il carattere di quel dato corpo, come voi lo vedete, e non di altro.

Questa la gran differenza che è tra Leonardo da Vinci e Leon Battista Alberti, ed Alberto Durer e Rubens, e tutti gli altri creatori di moduli, fino agli ultimi tedeschi,che hanno voluto rinnovare questa specie di meccanismo geometrico applicato alla pittura. “La bellezza dei visi„ dice Leonardo “mai si trova essere replicata in natura, di modo che se tutte le bellezze, tutte le eccellenzie tornassero vive, esse sarebbero maggior numero di popolo che quello che al nostro secolo si trova. E siccome in esso secolo nessuno precisamente si somiglia, il medesimo interverrebbe alle dette bellezze e per questo, sommo difetto è dei pittori replicare gli medesimi moti, e gli medesimi volti e maniere di panno in una medesima istoria, e via discorrendo.„ Tutto, insomma, ciò che il pittore rappresenta, secondo Leonardo, dee avere un certo carattere di istantaneità, vale a dire vuole che sia ispirato dentro di lui da un particolare stato dell'animo, fuori di lui da una particolare visione che balzi ai suoi occhi, che impressioni i suoi sensi e che per via della mano si trasferisca nella forma elaborata. “Sempre il pittore deve cercare la prontitudine nell'atto naturale fatto dagli uomini all'improvviso e nato da potente affezione dei suoi affetti; e di quelli far breve ricordo nei suoi libretti e poi, a suo proposito, adoperarli.Finalmente la mente del pittore si deve del continuo trasmutare in tanti discorsi quante sono le figure degli oggetti notabili che dinanzi gli appariscono e di quelle fermare il passo e notarle, considerando il luogo e le circostanze, il lume e le ombre.„

È impossibile, o signore, esprimere in termini più esatti gli intendimenti tecnici ed estetici della pittura di sostanza e di ambiente, quale oggi potrebbe vagheggiarla ed esercitarla ogni più progressivo animo d'artista!

Da queste premesse ideali passiamo alle conseguenze pratiche. La pittura di Leonardo è una meravigliosa testimonianza della singolarità del suo modo di intendere l'arte. Aggiungo qui di passaggio, che egli, pure essendocosì scrupoloso e sincero osservatore della natura, non s'acconciò mai ad essere, come Piero di Cosimo e altri del suo tempo, a guisa del letto di un fiume che accoglie indifferentemente tutte le acque, siano esse torbide o chiare. No. Questo naturalista aveva l'istinto della bellezza e procedeva per elettissime selezioni, e tutti i suoi tipi danno, per così dire, ragione veduta della sua scelta. Le figure di Leonardo, per una grande significazione di carattere, appaiono tutte segnate del segnacolo d'una razza distinta. Forse era la studiosa e perseverante scelta del pittore, forse era l'animo suo che infondeva a quelle teste qualche cosa di singolare, che ci innamora e ci esalta, sia ch'egli ci rappresenti la deviazione del tipo umano nelle deformità sue; sia che ci allegri e turbi insieme con quei sorrisi ineffabili di donna che non somigliano a nessun altro sorriso, eppure sono tanto femminili; sia che ci impensierisca e ci commuova colla espressione mistica di certe teste, ove il sentimento del divino è reso come in nessuna altra pittura, prima e dopo, fu reso mai.

E qui dovendo esemplificare mi trovo di fronte a un fatto singolare e ben triste, o signore. Questo nostro Leonardo, del quale tanto parliamo, è un artista in gran parte inedito. Peggio ancora, egli è un artista soppresso dall'opera del tempo. Quanta distruzione ha fatto il tempo sulle opere sue! Un po' per colpa di lui che il Vasari chiamainstabile e vario, che cominciava mille cose e poi le tralasciava a metà, attratto sempre da quella sua eroica inquietudine di conoscere e fare del nuovo; un poco perchè anche gli accidenti della natura e della storia hanno cospirato a suo danno, fatto sta che di Leonardo quasi tutto è scomparso. Intanto dello scultore niente possiamo direde visu. Delle tante opere in plastica di Leonardo, che pur gli diedero, lui vivente, tanta fama che per molti contemporanei suoi egliera massimamente celebre come scultore, che resta a noi? Nulla! Il gran colosso di Francesco Sforza, con cui s'era gratificato l'animo di Lodovico il Moro, fu ben finito (non però fuso in bronzo) e inaugurato a Milano nella piazza del Vecchio Castello. Ma sopraggiungevano i Francesi di Luigi XII vincitore e invadevano Milano. Entrati i balestrieri guasconi in quel castello e visto là grandeggiare in forma di apoteosi il capo della dinastia ch'erano venuti a distruggere, naturalmente furono tratti dalla voglia di balestrarlo; e lo balestrarono, ahimè! tanto bene che il colosso andò in pezzi e non n'è più rimasto che qualche vago e dubbio ricordo in alcuni segni dell'autore, e in alcune miniature del tempo.

E anche della pittura di Leonardo da Vinci poco, ben poco rimane di conservato e di indubbiamente autentico; onde ebbe a dire un critico tedesco che non avrebbe coraggio di giurare che un palmo solo di pittura leonardesca sia arrivato fino a noi veramente intatta.

Rimane fortunatamente un'opera sulla quale, quanto ad autenticità originaria, non può cadere dubbio, benchè sia ridotta anch'essa in così misero stato che fa veramente pietà. Voglio dire il Cenacolo, che Leonardo dipinse nel refettorio di Santa Maria delle Grazie. Anche così malconcio, anche in quel suo stato quasi pauroso di larva in cui ora lo vediamo, esso ferma i nostri occhi, conquide il nostro animo, ci costringe a chinare la fronte. Pensate! Esso è la riprova ancora vivente, la riprova sintetica, eloquentissima della verità ed efficacia di tutte le dottrine che intorno all'arte Leonardo era andato predicando e praticando. Pensate ancora quanti artisti si sono cimentati in questo dramma intimo e sacro, la cena ultima di Gesù Cristo coi suoi discepoli!... I più dei pittori scelsero quel momento in cui Cristo offre ai suoi discepoli e all'umanità tutto sè stesso nel pane e nel vino. Leonardo preferì invece di cogliereun momento meno mistico ma più naturale; e talmente naturale che noi, senza mancare di riverenza ad alcuno, possiamo anche considerare quella sua rappresentazione come una scena puramente umana. Si tratta in sostanza d'un maestro che ha raccolto intorno a sè i suoi discepoli più fidi, mentre ingrossano i tempi e la persecuzione minaccia al di fuori.... Arrivato a un certo punto della cena, a un tratto egli dice:uno di voi mi tradisce. Questa frase, gettata là in mezzo ad animi semplici e devoti, produce come uno scoppio di dramma istantaneo.

Non sono più le immobili figure dei vecchi Cenacoli, colle loro aureole intorno al capo, che assistono misticamente alla mistica consacrazione. Qui abbiamo invece uomini che si sentono feriti nel profondo dell'animo dall'angoscia di sapere che c'è in mezzo ad essi un loro compagno che tradirà l'uomo che vollero seguire a ogni costo, che amano sopra ogni cosa. Non basta: tutti sentono il turbamento e l'irritazione di potersi sapere sospettati di una tanta iniquità. Se guardate a quelle dodici figure d'apostoli, ognuna vi rende questo dramma interiore con una varietà ammirabile. Il volto di Cristo ha una specie di calma costernata. Le sue labbra sono ancora semiaperte, e si capisce che le tristi parole ne sono uscite allora allora; le mani fanno un movimento di tristezza; la calma non è turbata in quel volto divino; ma una lieve increspatura della fronte ci lascia comprendere che la parte umana in lui palpita e si addolora. Tutti gli apostoli alla prima hanno avuto certamente un movimento eccentrico; poi quasi tutte le figure si protendono in avanti verso il maestro. Che varia e potente significazione psicologica in quelle figure e in quei volti! Guardate tutte quelle mani. Ognuna (dando ragione ad un famoso capitolo del Montaigne) ha un significato, un pensiero, un fremito di vita personale. Guardate tutti quei piedi. Visti vagamente sotto la tovaglia,così irrequieti e mossi in vario senso, vi completano l'idea della agitazione espressa dalla parte superiore di quelle dodici figure. Nel mezzo, solo i piedi di Cristo si mostrano queti e composti....

Giovanni nella semplicità amorosa dell'animo suo pare che dica: — Ma questo non è possibile! Di una mostruosità tale niuno di noi può essere capace! — San Pietro allarga violentemente le braccia come porta l'indole sua. È l'uomo che poi tirerà fuori il coltello e taglierà l'orecchio a Malco. Par di sentirlo gridare: — Fuori il nome del traditore! Noi vogliamo saperlo ed esser puri d'ogni sospetto. — Il penultimo degli apostoli, a destra di chi guarda l'affresco, ha un lieve torcimento degli occhi e della bocca e, parlando piano al vicino, fa un accenno.... Si capisce che ha un vago sospetto di Giuda.... Giuda, che incarna la bruttezza del tradimento, si volta repentinamente, come per udire le parole dell'apostolo che parla dietro di lui. Si indovina l'uomo che vorrebbe dissimulare, prendendo un contegno disinvolto; ma intanto con un movimento inconscio del gomito versa la saliera. Il sale si sparge sulla tovaglia e con questo segno sinistro di mal augurio, pare che il triste dramma venga lugubremente suggellato.

Su questa grande parete, Leonardo da Vinci inaugurò lapittura nuovaperchè infuse nell'arte la pienezza della vita, rivendicando insieme ad essa la più completa libertà. Lo sentirono i contemporanei; e ilCenacolofu l'opera che diede più gloria all'artista.

Ma, parlando in genere, se egli ebbe vivendo fama grandissima, possiamo noi anche affermare che riscosse favori corrispondenti al suo merito? Non credo. Chi studiaattento la vita di Leonardo, vede un intimo dissidio fra l'arte sua e lo spirito che ormai domina ne' tempi suoi. Nel grande e risolutivo andazzo che andava a prendere, l'arte italiana, la quale era salita su per tutti i gradi della preparazione e della elaborazione, ormai voleva slanciarsi. Tutti quegli artisti, già così forti nella tecnica e così pieni di fantasia, non volevano più stare alle mosse e cercavano novità. Leonardo invece si mantiene fedele all'ideale artistico della sua epoca gloriosa.

Un senso d'inquietudine trae ogni giorno più gli artisti ad un'arte frettolosa, sommaria e decorativa. Anche la Chiesa, presentendo la grande bufera che si approssima, domanda che l'arte si trasformi, che si spinga ad un fare più largo e magniloquente, come per mettere fra sè e i tempi nuovi un antemurale di bellezza spettacolosa che seduca e fermi la fantasia dei popoli. Aggiungete infine che, per la perdita della indipendenza e delle libertà locali, per l'abbassamento della moralità, per l'invasione, l'amalgama e il bastardume delle costumanze straniere, la vita italiana languiva e precipitava; e l'arte, la nostra grande arte, unica energia ormai rimasta in piedi, era costretta a colmare, ma in fretta, tutti questi vuoti, tutte queste voragini; e le vecchie forme pareva che più non bastassero. Ma Leonardo volle resistere a tutte queste correnti, e star fermo all'arte sua coscienziosa, equilibrata e casta, che era in sostanza l'arte del Botticelli e degli altri migliori di quel secolo, inalzata a una maggiore potenza. Egli volle essere, e fu in fatti, l'ultimo dei quattrocentisti e il più grande di tutti. Ma pagò cara questa gloria. Egli fu uno sconfitto, ed uscì dall'arringo come un vinto. Nella sua vita ebbe molti onori, ebbe amplissime lodi; ma però guardate: i periodi della sua vita finiscono sempre in un modo sinistro. Nel suo primo periodo Lorenzo il Magnifico,che è così largo di protezione a tutti, a Leonardo mostra, non dirò il malo animo e quasi l'odio, come colla sua alfierana fantasia ha supposto il Ranalli nella sua preziosa storia delle belle arti; ma, insomma, Lorenzo il Magnifico non tiene molto conto di Leonardo, e quando il Moro da Milano glielo chiede (se è vero che glielo chiedesse) Lorenzo lo concede volentieri, perchè tra le altre cose l'indole strana, fiera di Leonardo non era probabilmente fatta per gratificarsi l'animo di un principe che, per quanto liberale si fosse, amava però di vedere ricambiata la magnificenza del suo mecenatismo con molta sottomissione e sopra tutto con l'essere richiesto di consiglio. Voi sapete che Lorenzo amava d'andare sopra i lavori degli artisti e proverbiarli e correggerli. Diceva per esempio al giovane Michelangiolo: “Cava un dente a quel vecchio satiro„, e Michelangiolo lo cavava docile. Chi sa se Leonardo avrebbe avuto così pronta arrendevolezza?... Io molto ne dubito; e penso che per questo egli non potè mai entrare appieno nelle grazie del Magnifico. Il suo secondo periodo è il più brillante. Alla corte del Moro egli è riconosciuto, carezzato, festeggiato; ma in sostanza l'utile fruttuoso pare che fosse scarso, se dobbiamo rilevarlo da un frammento di lettera in cui dice, in sostanza, al Moro: — Con tutti questi onori, con tutte queste commissioni io non cavo da vivere, non mi sono avanzato nemmeno quindici lire. — E il frammento chiude con una frase tristissima: “Io non voglio mutare la mia arte.„ Quanta differenza, o signore, tra questa umile e sconsolata lettera e la lettera piena d'onesta baldanza con cui Leonardo si faceva precedere nella sua andata a Milano! Allora egli diceva al duca: — Io so fare questo e questo; tutto ciò che gli altri fanno io lo faccio, e, sia chi voglia, meglio di loro. Mettetemi alla prova! — Anche questo periodo adunque, principiato bene, si chiude con una sconfitta.Leonardo dopo va errando prima agli stipendi del Valentino, poi a Firenze col Soderini. Si cimenta con Michelangiolo ed è molto onorato, perchè in questa gara di due giganti, nessuno ha il coraggio di decidere quale sia il perdente e quale il vincitore. Ma poi, allor che si viene alla esecuzione del cartone celebratissimo, nascono subito dei guai e delle contese; e noi vediamo il Soderini che comincia a non lodarsi più di Leonardo, e Leonardo che comincia a trattar male il Soderini. Insomma, anche quando è fortunato, Leonardo non consegue mai quella specie di alto dominio che esercitarono altri artisti, certamente grandi, ma forse non più grandi di lui, come Michelangiolo, come Raffaello; artisti davanti ai quali i principi e i papi stavano trepidanti, e mandavano delle legazioni per risolvere questioni sorte fra loro, e non avevano pace finchè non li vedevano attratti di nuovo nell'orbita del loro principato.

Tantochè Leonardo da Vinci negli ultimi anni è costretto ad espatriare; e, bisogna confessarlo, trovò sorte più lieta e più benigno mecenatismo in Francia che in Italia. Questo mi pare che risulti evidentemente dalla sua vita. Come già era stato liberalmente protetto da Luigi XII, fu liberalmente ospitato ed onorato, secondo i meriti suoi, da Francesco I, questo re che non fu certo un modello di buon costume, ma che col suo spirito cavalleresco seppe tanto bene farsi perdonare i difetti; e che noi dobbiamo ricordare con gratitudine. Fatto è che per invito suo Leonardo da Vinci col suo caro alunno Francesco Melzi, col suo fedele Salai va in Francia. Oltre una pensione di 700 scudi d'oro, il Re gli alloga il castello a Cloux presso Amboise; e là può il grande italiano spendere finalmente i suoi ultimi anni di vita nella perfetta quiete dell'animo e darsi intero e libero alle occupazioni predilette del suo spirito.

In Francia Leonardo da Vinci finisce i suoi giorni e li finisce pacifico e riconciliato con tutti. Se lo avevano accusato di poca reverenza verso gli antichi, egli aveva già ordinato al Platina di fargli un epitaffio in cui dice: “Io studiai gli antichi ma non potei però raggiungere la loro divina simmetria. Feci quello che potei. O posterità, siimi indulgente!Veniam da mihi, posteritas.„ E muore riconciliato colla Chiesa, con la quale, a detta del Vasari, non fu sempre in troppo buoni termini; e nel suo testamento raccomanda l'anima sua a Dio, alla Vergine e a non so quanti altri santi del Calendario. Muore riconciliato colla famiglia verso la quale aveva avuto delle liti non piccole per causa di eredità, lasciando ai suoi fratelli 400 scudi che teneva sopra un banco fiorentino.

È cosa singolare, o signore! Finalmente nel suo testamento noi incontriamo un nome di donna. Ma che i romanzieri e i poeti non si esaltino. Non si tratta della Giulia Gallerani nè della Cecilia Crivelli, nè della Lisa del Giocondo, nè della bella Ferroniera; si tratta di una certa Maturina, a cui lascia un po' di denaro e un po' di roba in cambio dei buoni servigi ch'essa gli aveva reso. È dunque il caso d'una povera serva, per giunta forse vecchia e brutta. Ecco l'unico episodio femminile, se così si può chiamare, di quest'uomo che aveva versato nelle sue tele tutte le più squisite e poetiche suggestioni dell'amore. E a me non dispiace. In fondo quella povera vecchia avrà dato all'artista, tanto combattuto e tanto travagliato, gioie e servizi umili ma preziosi, che i potenti coi loro favori, spesso in mal punto dati e sgarbatamente tolti, non gli avevano procurato mai. Lo avrà scaldato negli inverni rigidi di Cloux, gli avrà preparato il desinare, lo avrà curato, confortato, e colle sue goffaggini e facezie di vecchia serva, qualche volta forse anche rallegrato nelle ore più tristi della infermità edel tedio. E allorchè il vecchio pittore sarà morto, non Francesco primo re di Francia e Navarra, come dice la favola, ma lei, lei, questa povera vecchia avrà chiusi quegli occhi che avevano veduto tante meraviglie.... Che importa? Essa glieli avrà chiusi con quel senso di schietta pietà che quaggiù inalza tutti ad un modo, perchè è l'unico attributo, o signore, divinamente dato alla nostra umanità.


Back to IndexNext