ALESSANDRO MANZONICONFERENZADIROMUALDO BONFADINI.
CONFERENZADIROMUALDO BONFADINI.
È quesito sempre discusso, e che forse non sarà mai risoluto, se giovi più l'ambiente a formare un uomo o l'uomo a disciplinare un ambiente.
Le due cose sono fra loro congiunte da vincoli così stretti e così numerosi, che il discernere quali siano necessari e quali superflui sembra soverchiare l'acutezza dell'ingegno umano, per quanto esso si senta forzato dalla sua dignità a non abbandonare l'esame dell'argomento.
Uno studio di questa indole, nel periodo storico a cui quest'anno avete rivolta la vostra attenzione, potrebb'essere utilmente condotto principalmente intorno a due uomini, Gino Capponi ed Alessandro Manzoni.
Dal 1815 al 1831 si cercherebbero invano in Italia due personalità più complete, più progressive, più dominanti nella regione del pensiero e dell'intelletto.
La società italiana, fatta paurosa dagli sgomenti e dai disastri del ventennio antecedente, andava cercando animosamente delle influenze a cui ubbidire, dei programmi in cui poter riposarsi.
Queste influenze non le voleva dai governi, screditati tutti dall'eccesso degli egoismi e dalle persecuzioni; questi programmi non li accettava da consorterie politiche, venute in uggia dopo le tremende delusioni dei fatti. Era bensì disposta a subire la disciplina di uomini indipendenti e intelligenti, che non avessero goccia di sangue sulle loro mani o rimorso d'inganni sulle loro coscienze. Voleva direttori che avessero nobiltà di studj, perchè troppo lungo era stato il dominio degli uomini volgari; che avessero nobiltà di prosapia, perchè le corruzioni giacobine avevano reso impopolare la democrazia.
A questo complesso di esigenze dello spirito pubblico rispondevano perfettamente due uomini come Gino Capponi ed Alessandro Manzoni; sicchè non è meraviglia se la loro influenza personale grandeggiò a misura che rimpiccioliva il credito degli organismi di Stato, e se dall'ambiente in cui erano cresciuti, la loro disciplina intellettuale e morale s'allargò ben presto al vasto ambiente nazionale, che vide con gioia rivivere in essi due diverse e potenti fisonomie dell'antico e schietto genio italiano.
Usciti entrambi giovanissimi dall'infocata atmosfera in cui si svolse la Rivoluzione francese; avversientrambi, per dignità di spirito equilibrato, così agli eccessi della demagogia come alle reazioni del diritto divino; amici del Foscolo e del Confalonieri; virtuosi per indole e studiosi per abitudine; non temprati, nè l'uno ne l'altro, a vigore di lotte personali, ma avvezzi, e l'uno e l'altro, ad opporre energie tenacissime di bene a qualunque tentativo, a qualunque sopraffazione di male, vi sono tra il Capponi e il Manzoni altrettante analogie di carattere e di azione morale, quante vi sono differenze nell'indole dell'ingegno e nei casi della vita.
Del primo vi parlerà, presto o poi, qualcuno che abbia avuto col gran cieco toscano quella domestichezza che a me non fu consentita. Permettete ch'io cerchi oggi di tracciarvi qualche contorno della vita e delle attitudini del gran vecchio lombardo.
S'era ai primi giorni dopo la battaglia di Marengo, e ad una brillante serata nel maggior teatro di Milano assisteva, nell'interezza del suo prestigio, il Primo Console trionfatore. Gli odj di parte duravano ancora fierissimi in Lombardia; e il generale Bonaparte, dinanzi a cui piegavano tutti gli Stati, ma non tutti gli uomini, nè tutte le donne, lanciava sguardi irritati verso un palco di casa Somaglia, dov'era apparsa una sua costante avversaria politica, la moglie del conte Cicognara, repubblicano intransigente del triennio cisalpino. In quel palco, raggomitolato dietro i merletti della contessa Cicognara,stava un giovinetto quindicenne, a cui quegli sguardi non uscirono più dalla memoria e che li chiamò più tardi in una lirica imperitura «i rai fulminei».
Fu quella forse la prima grande impressione politica di Alessandro Manzoni? Certo è, che da quella corrente di passione, sprigionatasi fra due palchi in una serata di canto, dovette essere singolarmente percossa l'indole già pensosa del futuro scrittore delCinque Maggio. Il genio della guerra, maturo nell'azione, si rivelava con uno scatto umano al genio della pace in elaborazione di pensiero. Chi può dire quali mistiche influenze, quale virtù diuturna di meditazione abbia esercitato un genio sull'altro? Non erano scorsi altri quindici anni, e il genio della guerra, dopo avere stancato il mondo, spariva dall'ambiente politico, inchiodato, come Prometeo, alle asperità d'uno scoglio; mentre il genio della pace stampava già robuste le sue orme in quel regno della letteratura e della morale, in cui sarebbe stato monarca, e da cui nessuno lo avrebbe cacciato più.
Sono contrasti, di cui il mondo è pieno, e a cui la folla degli scrittori non usa, di solito, l'onore dell'attenzione. Pure, le verità nuove, così nell'ordine morale come nell'ordine fisico, escono piuttosto da fenomeni di contrasto che da fenomeni di armonia. Senza gli urti e senza le scosse, il pensiero si lascierebbe intorpidire, la scienza non avrebbe stimolo a scoprire nuove forze per vincere le difficoltà. Non èquando l'aria è cheta e l'onda morbida che il navigante è tratto ad acuire tutti i suoi sforzi per la lotta tra l'uomo e l'Oceano. E soltanto da una lunga esperienza di contrasti e di mutazioni può l'uomo grande trarre intera la coscienza del suo valore ed apparire dinanzi ai contemporanei ed ai posteri nelle vere proporzioni della sua statura intellettuale o politica.
Quando nacque il Manzoni, era morta da pochi anni Maria Teresa. Ed oggi vivono tuttora dozzine d'individui che del Manzoni sono stati negli ultimi anni corrispondenti od amici. Vuol dire dunque che durante questa vita d'uomo si è mutato il mondo; la sola frase adatta ad esprimere le differenze fra l'epoca di Maria Teresa e la nostra. Il Manzoni è nato quando lo spirito di libertà tentava i suoi primi sforzi sul continente europeo, ed è morto allorchè questi sforzi avevano già ottenuto forse il maggiore dei trionfi, l'abolizione del potere temporale. Ha visto la Rivoluzione francese e l'Unità italiana; nove governi in Lombardia e dodici in Francia; ha visto sorgere, brillare e sparire due dinastie napoleoniche; ha visto spegnersi la Polonia, crearsi la Grecia, il Belgio e la Germania; ha visto la civiltà piccina e la scienza gigante; ha acceso il fuoco da fanciullo coll'esca e colla pietra focaja, — vecchio, ha potuto apprezzare i portenti della meccanica, della chimica, dell'elettricità.
E da tutto questo frastuono di casi, da tutta questa vertigine di mutamenti, il Manzoni non è rimasto nè spaurito, nè soffocato; anzi le sue qualità hanno attinto ad ognuna di quelle evoluzioni del pensiero e del fatto agilità e robustezza maggiori; il suo spirito, temprato ad ogni ideale, s'è innalzato man mano che il mondo s'innalzava intorno a lui. Cosicchè oggi che la storia è cominciata per quel secolo formidabile, oggi che la generazione uscita da quelle terribili vicende
Si volge all'onda perigliosa, e guata,
Si volge all'onda perigliosa, e guata,
oggi la figura di Alessandro Manzoni ci appare alta come il suo tempo; e dobbiamo riconoscere che se alcune glorie furono più clamorose della sua, nessuna fu più feconda e più pura.
Questo giudizio parrà forse strano, avventato a quelli che sono avvezzi a misurare la gloria dal numero o dall'entità degli sconvolgimenti che può cagionare. Certo il Manzoni non è stato mai uno di quelli che soglionsi chiamare i grandi del mondo; non ha regnato, non ha vinto battaglie, non ha ucciso nemici, non ha conquistato città, non è stato neanche.... ministro della pubblica istruzione. S'è limitato a scrivere pochi libri e pochi versi. Ma quanta rivoluzione intellettuale in quei versi e in quei libri? quanto soffio di cose nuove, che si sono imposte al suo paese, senz'armi e senza conquiste!
Perocchè, se è facile l'accorgersi di quei mutamenti che una violenza crea ed un'altra distrugge, altrettanto è difficile avvertire e apprezzare di primo acchito quelli che, uscendo dal crogiuolo dell'ingegno e delle idee, s'impadroniscono degli animi nostri e vi svegliano attitudini e sentimenti che poi l'indole assorbe e tenacemente mantiene. I primi passano sopra di noi e difficilmente lasciano traccia, fuorchè di rovine; i secondi si stampano indelebili nel nostro organismo e possono governare un'epoca intera, modificare una serie di generazioni.
È questa gloria che spetta intera al Manzoni; poichè la sua influenza, l'influenza della sua dottrina e del suo metodo, ha lasciato in Italia profonde orme in tre discipline, che sono fondamentali per ogni nazione: la letteratura, la politica, i costumi.
Permettetemi di svolgere brevemente questa triplice affermazione.
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Quando il Manzoni cominciò a scrivere, la letteratura italiana cercava confusamente, ma non trovava un nuovo indirizzo. Potenti ingegni vi si erano consacrati, ma nessuno aveva osato uscire dal solcoin cui l'avevano posta i maestri di molti secoli prima; nessuno aveva osato rompere certe barriere convenzionali, oltre cui pareva che il genio e l'arte fossero impotenti a slanciarsi.
Gli affetti veri, le passioni moderne, le società quali sono, erano escluse dagli onori dell'interpretazione letteraria. La poesia si moveva in un ambiente tutto classico, tutto artificiale, dove soltanto i Greci e i Romani parevano nati per essere cittadini o sapienti od eroi. L'ultra cattolico Metastasio aveva foggiato i suoi cento melodrammi sull'unico tipo delle Semiramidi e delle Didoni. Il Monti saccheggiava l'Olimpo per trovare ogni giorno una deità pagana da bruciare sull'ara del suo Napoleone. Il Foscolo non usciva di Grecia, sia traducendo Omero, sia scrivendo l'Ajace, sia celebrando la chioma di Berenice, sia sostenendo, a proposito di sepolcri moderni, una teoria retriva, dissimulata sotto una splendida mitologia. Gli stessi due poeti che avevano tentato novità maggiori, l'Alfieri e il Parini, avevano troppo sacrificato al pregiudizio antico. Il primo s'era bensì accostato, in alcuna delle sue tragedie, ad argomenti moderni e a passioni più vere; ma s'era fermato nelle reggie e nei palazzi, fuori di cui pareva che non potesse esistere elemento drammatico. Il secondo aveva divinato il concetto civile della poesia educatrice; ma se l'idea era moderna, il verso era rimasto antico; e non sapevaparlare della cipria o della seggiola o del letto o del cibo, senza invocare Giove, Pallade, Marte, Apollo o Citerea.
Tutto ciò staccava i poeti dal popolo; che li udiva e non li comprendeva, li ammirava e non li amava. Il popolo offriva, nelle sue ingenue sensazioni, una folla di argomenti poetici che nessuno trattava. I suoi bisogni, le sue sofferenze, le sue aspirazioni non trovavano nessuna eco nella letteratura nazionale, impastojata fra la cotidiana ammirazione dei principi e dei guerrieri. E il popolo a sua volta non traeva nessuna moralità e nessuna virtù nuova da un linguaggio poetico, irto di miti e di simboli, ma di cui nessuno rispondeva neanche da lungi ai miti ed ai simboli suoi.
Questo contrasto fra la civiltà e la poesia, questo bisogno di raccostare più logicamente la seconda alla prima, preoccupava fin dai primi anni del secolo i più perspicaci intelletti.
Già quello spirito gentile di Ippolito Pindemonte aveva risposto aiSepolcridi Ugo Foscolo:
Perchè tra l'ombre della vecchia etadeStendi, lunge da noi, voli sì lunghi?
Perchè tra l'ombre della vecchia etade
Stendi, lunge da noi, voli sì lunghi?
E, concentrando in due versi, con oraziana efficacia, i precetti della nuova scuola che si andava disegnando, gli consigliava:
antica l'arteOnde vibri il tuo stral, ma non anticoSia l'oggetto a cui miri.
antica l'arte
Onde vibri il tuo stral, ma non antico
Sia l'oggetto a cui miri.
Caduto il governo napoleonico, la lotta fra i due manipoli letterari cominciò a farsi più viva; ma si limitava a giornali e a giornalisti, e sotto i nomi diclassicie diromanticiminacciava rifare una di quelle dispute infeconde e iraconde, di cui era piena la tradizione letteraria italiana dei secoli antecedenti. I classici avevano per sè tutti i grandi nomi della poesia, e l'autorità viva e sovrana di Vincenzo Monti. I romantici si appoggiavano piuttosto sulla letteratura tedesca, che per mezzo di Bürger, di Schiller, di Goethe aveva messo in quei giorni
il potente anelitoDella seconda vita.
il potente anelito
Della seconda vita.
Questa lotta avrebbe potuto continuare per un tempo indefinito, se la scuola romantica non avesse trovato modo di provare col fatto la superiorità intellettuale a cui pretendeva. Gli scritti del Manzoni, proprio tra il 1815 e il 1830, furono gli eserciti vincitori della decisiva battaglia.
CogliInni Sacri, dimostrò come il Dio cristiano, il Dio del popolo nostro fosse inspiratore di ben più alta poesia che gli idoli sciupati e vuoti di senso del paganesimo classico. ColleTragedie, fecevibrare una corda patriottica che scosse gli animi e li avviò d'un tratto agli squarciati orizzonti delle grandi commozioni moderne. Finalmente, coiPromessi Sposi, segnò il culmine, non ancora raggiunto, della nuova letteratura, e trasse dalla vita popolare, da personaggi popolari, da una meravigliosa intuizione dei segreti storici e giuridici di un secolo buio, gli elementi di una grand'opera d'arte, a cui la prosa modesta non toglie di essere l'epopea più viva, più vera e più vasta che sia comparsa in Italia, dopo laDivina Commedia.
***
Ed ecco la prima grande influenza che ottenne il Manzoni sul tempo suo. Discusso, come sempre, dalla critica appassionata, i suoi scritti s'imposero però all'opinione letteraria con tanta forza, che nessuno osò più adoperare, scrivendo, quel classico cicaleccio, da cui tanto era giovata la povertà dei pensieri. La lotta finì subitamente. Nel solco aperto da Alessandro Manzoni dovettero, per amore o per forza, incamminarsi tutti quelli che bramarono avere dei lettori; sicchè parve un vaticinio la frase, che, al comparire dell'Uraniaaveva detto il Monti, apostolodel passato, «costui comincia dove io avrei voluto finire.»
Vero è che la nostra generazione ha udito muoversi al Manzoni due obbiezioni, quasi due accuse. Il grand'uomo ha sorriso della prima, e forse non è giunto in tempo a sorridere, o meglio a ridere della seconda. Certo l'una e l'altra sono ormai scivolate sul bronzo della sua fama, e il vanto di risollevarle non frutterebbe riputazione. È proprio del genio trovare i pedanti contro di sè. Il Tasso ebbe fieramente avversi alcuni accademici della Crusca; l'Ariosto s'udì rimproverare di avere scrittetante corbellerie; il Parini fu da un bizzarro ingegno berteggiato come unversiscioltaio; e Carlo Porta fu ad un pelo di spezzare la sua penna per le critiche virulenti di un parrucchiere. Chi si ricorda ora il nome degli avversari del Tasso o di quelli del Porta?
Fu dunque accusata la letteratura del Manzoni di essere nel senso patriotticofiacca; di consigliare la rassegnazione piuttosto che la resistenza alle ingiustizie ed alle oppressioni; di stillare nei cuori popolari le idealità del cielo quasi per deviare la loro attenzione dalle brutalità della terra.
Or bene, ditelo voi, giovani del 31, del 48 e del 59, che siete corsi alle armi, dopo avere per anni balbettato ad ogni Natale, sulle ginocchia materne,Qual masso che dal vertice; dopo avere peranni recitato dinanzi ai vostri professori a memoria i cori dell'Adelchie delCarmagnola; ditelo voi se la letteratura manzoniana vi sia stata feconda di fiacchezze e di rassegnazioni! Ma un'educazione letteraria si deve giudicare dagli effetti che produce, dagli allievi che crea. Ora, non erano manzoniane le due generazioni di uomini che negli ultimi settant'anni hanno consacrato ogni minuto della loro esistenza a fare la patria? non erano manzoniani, nella loro vigoria e nel loro sentimento cristiano, i giovani eroi delle barricate milanesi e romane, i Dandolo, i Morosini, i Manara? non fu manzoniano quel Massimo d'Azeglio che apparve il cavaliere senza macchia e senza paura della rivoluzione italiana? e non si vantarono e non si vantano anche oggi d'essere ammiratori del Manzoni quegli uomini di lettere d'ogni gradazione politica, che si mescolarono a tutte le battaglie nazionali, della penna, della spada o della tribuna, da Cesare Correnti a Giovan Battista Giorgini, da Goffredo Mameli a Felice Cavallotti?
Signori, può darsi che vi sia chi confonda l'energia dei pensieri colla violenza delle parole, la profondità dei sentimenti col delirio delle immaginazioni.
Ma quale fra gli scrittori italiani ha lanciato più roventi accuse contro larea progeniedi quegli oppressori:
Cui fu prodezza il numero,Cui fu ragion l'offesa,E dritto il sangue, e gloriaIl non aver pietà?
Cui fu prodezza il numero,
Cui fu ragion l'offesa,
E dritto il sangue, e gloria
Il non aver pietà?
Chi ha destato maggiori simpatie intorno alle vittime dei pregiudizi o delle ingiustizie o delle prepotenze feudali e monacali della dominazione straniera? chi ha flagellato più a sangue i caratterifiacchi, come quelli di Don Abbondio, o la giustiziafiacca, come quella che emanava le gride e tollerava ibravi?
Era proposito di rassegnazione che dettava al Manzoni quei caldi versi del 1821, da lui dedicati a Teodoro Körner, il poeta dell'indipendenza germanica?
E non è chiaro il suo desiderio di vedere la giustizia regnare sulla terra anche prima che in cielo, quando ci fa assistere alla morte di Don Rodrigo, cadavere lurido fra i cenci degli appestati, mentre la coppia ch'egli avrebbe voluto far vittima delle sue passioni s'incammina, religiosa e tranquilla, alla gioia lungamente negata?
Un poeta vivente, o signori, Giosuè Carducci, ha chiamato un giornovilel'Italia, perchè gli pareva che non rispondesse abbastanza a' suoi ideali. L'epiteto ebbe fortuna, e parve che desse fama di energico al colto ingegno che l'aveva lanciato. Ebbene, Giosuè Carducci non è che un plagiario di AlessandroManzoni, il quale aveva scritto dell'Italia, quarant'anni prima:
O risorta per voi la vedremoAl convito dei popoli assisa,O più serva, più vil, più derisa,Sotto l'orrida verga starà.
O risorta per voi la vedremo
Al convito dei popoli assisa,
O più serva, più vil, più derisa,
Sotto l'orrida verga starà.
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D'altra parte, era sorta ad osteggiare il Manzoni la nuova scuolaverista.
Voi lo sapete, o signori; vi fu una scuola, forse già tramontata, che s'illuse di avere inventato recentemente il vero nell'arte. Prima di essa, pare che tutti siano stati nel falso. Omero, Virgilio, Esopo, Anacreonte, Orazio, Lucrezio, Geremia non hanno saputo nulla dei dolori, dei sentimenti e delle debolezze umane; i cavalli di Fidia e di Prassitele non sonoveri: le teste di Raffaello sono false; Molière e Goldoni hanno prodotto sulle scene tipi che non esistono; Dante non seppe congegnare un verso che fossenaturalista, neanche quando fece dire a Francesca:
La bocca mi baciò tutto tremante.
La bocca mi baciò tutto tremante.
Confondere ogni vero col bello parrebbe lo sforzodi questi sacerdoti dell'arte nuova; il cui cardine fondamentale — se almeno si può afferrarlo fra le nebulose onde ancora si circonda la sua dottrina — è che nulla è vero se non quanto cade sotto i sensi. Invano si obbietta che l'uomo è composto di spirito e di materia; che in esso si aggruppano quindi verità fisiche e verità morali. L'arte nuova, se anche non nega lo spirito, non lo vede; ogni fatto è per essa un risultato di forze esterne, un'aggregazione di molecole. E siccome soltanto il fatto è vero, solamente la molecola è degna di poesia.
Pigliamo, per esempio, le due evoluzioni più importanti nell'organismo umano; le due cose che il povero Leopardi trovava belle nel mondo: l'amore e la morte.
Due giovani si amano; si sentono attratti l'uno verso l'altro dall'istinto dei cuori, dal fàscino degli sguardi, dalla comunanza dei pensieri e delle simpatie. Questo amore è un fatto, che determina intero lo svolgimento di due personalità; che può essere nascosto alle osservazioni di tutto il mondo, ma che sostituisce tutto il mondo nella verità delle loro sensazioni. Viene il giorno, in cui questi giovani, dopo essersi lungamente amati, trovano l'occasione di dirselo, di giurarsi fede, di abbracciarsi. Ecco il fatto, grida il seguace dell'odiernoverismo. Tutto il vero di prima non esiste per lui. L'efficacia delle sensazioni intime, che hanno preparata,elaborata, determinata la manifestazione esterna, egli non l'ha vista e non vuole quindi occuparsene. L'importante è per lui l'effetto e non la causa, la conseguenza e non la premessa. Sicchè tutto il dramma dell'anima, che è stato la verità calda ed esclusiva di tanti anni, sparisce dinanzi ad un momento plastico, di cui egli descriverà fino alla nausea i più fuggevoli particolari.... nei quali soltanto comincia e rimane il suo vero.
Allorchè la morte viene, è ancor peggio. Questo fatto è per sè un duplice poema, in cui l'acerbità del dolor fisico si mescola alla crudele coscienza dei propri errori o al mesto ricordo delle proprie illusioni; dove la tenacia con cui il passato avvince ha un riscontro nel dubbio con cui assale il futuro; un poema, in cui le verità appaiono tutte, e giganti, e irresistibili, nella gran lotta fra l'anima che resiste e il corpo che soccombe.
Orbene, che cosa vede ordinariamente ilveristain questa catastrofe materiale e morale? null'altro che la brutalità degli ultimi fatti esterni: la tosse che lacera il petto del morente: l'odore mefitico onde l'atmosfera s'impregna: la secrezione putrida a cui soggiace il cadavere. A che indagare, nell'interesse delle verità morali, se l'infelice muore disperato o rassegnato, se in lui prevale la passione o il dolore o lo scetticismo, se lo governa l'impressione d'un amore antico o d'un odio recente?tutte queste sono idealità non abbastanzavere, secondo la nuova scuola; l'importante è di constatare la cera che sgocciola e i vermi che sbucano.
Quanta gloria ridonda al Manzoni dal non avere seguìto, nemmeno per un istante, un indirizzo letterario così umiliante per l'umana personalità! come è prova del suo ingegno l'avere bene distinte le verità di un quarto d'ora dalle verità eterne, e l'aver sempre tenuto alta e retta la figura dell'uomo verso l'avvenire e verso Dio!
Nè crediate che l'arte fosse impotente nel Manzoni a ritrarre e a scolpire anche i turpi veri che affliggono l'umanità. Quando ha creduto che potesse trarne vantaggio la causa morale, ha ben provato come sapesse precorrere iveristid'oggi, e superarli nella potente espressione dei fatti d'indole materiale. Vi ricordate del povero Renzo nell'osteria della Luna Piena e di quel meraviglioso crescendo d'ubbriachezza che lo intontisce? vi ricordate di quelle vittime della carestia, che avevano in bocca l'erba mezzo rosicchiata? di quelle vittime della pestilenza che lasciavano spenzolare a dondoloni dal carro funebre le gambe e le braccia, intanto che i monatti, assisi sui loro dorsi, bevevano e cantavano canzoni oscene? vi pare che siano state scritte altrove pagine più efficaci nell'ordine dei fenomeni odiosi e....naturalisti?
Guardate l'episodio della monaca di Monza. Lìil Manzoni doveva dir tutto, e ha detto tutto, ma con che garbo! L'analisi psicologica dell'animo di Geltrude, la via fatale per cui è spinta all'abisso, sono del dominio dei fatti morali, e nessuno disputa al Manzoni la padronanza di siffatti argomenti. Ma si giunge all'episodio di Egidio, e la caduta di Geltrude diventa un fatto d'indole materiale. Non dirlo, rende incompleto il dramma e inverosimili le conseguenze. Dirlo, mette a repentaglio quella casta severità di pensiero che fa deiPromessi Sposiun libro così altamente educativo dei giovani.
Unveristaodierno si sarebbe gettato avidamente su quell'episodio. Non avrebbe risparmiato al lettore nessuno dei consueti particolari di una situazione conosciuta. Avrebbe descritto ad esuberanza le lettere profumate, e i rossori del volto, e il fàscino del tentatore, e il fruscìo delle vesti, e le rapide carezze, e l'oblìo d'un istante, e il postumo pianto.... e l'abitudine della colpa. Il Manzoni nulla di tutto ciò. Gli basta aver detto che Egidio aveva scritta una lettera; poi riassume e chiude il dramma con tre sole parole: «La sventurata rispose.»
Quanta evidenza in così grande sobrietà? V'è qualcuno che possa non avere capito o che possa offendersi di avere capito? La tentazione, la resistenza, la debolezza, il delitto, il rimorso, tutti gli elementi e gli svolgimenti della pietosa catastrofeescono, con verità casta ed energica, da quella semplice frase che la scuola nuova invidierà per molto tempo all'antica.
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La seconda influenza che esercitò Alessandro Manzoni fu sul programma della politica nazionale.
Nè bisogna meravigliarsi, che, non essendo stato mai uomo politico nel senso attivo della parola, abbia però avuto sull'andamento delle cose politiche un'azione decisa.
Ai poeti spettò in ogni tempo una singolare ingerenza sugli avvenimenti dei loro paesi. Tengono, per la loro inspirazione, per la popolarità da cui sono generalmente circondati, un posto che rasenta da vicino quello dei profeti e delle sibille nelle età bibliche o eroiche. I bardi e i trovatori davano l'intonazione all'ingenua politica delle schiatte cavalleresche europee. Il Petrarca dovette alla sua grande riputazione poetica le missioni politiche a cui si trovò mescolato. Milton e Goethe crearono in Inghilterra e in Germania ambienti politici. E ognuno sa che larga parte abbiano avuto nella politica nazionale francese le liriche del Béranger.
Il concetto di Manzoni circa l'ordinamento italianofu radicale e immutabile. Credette possibile l'unità della patria, e la cantò e la sostenne con tutta quella fede ch'egli poneva negli ideali. Forse perchè aveva veduto ed appoggiato il forte organismo del primo Regno d'Italia, si disgustò facilmente di quegli Staterelli fiacchi e pusilli, che sono dall'indole loro condannati sempre a roteare intorno ad un pianeta. A chi gli diceva che l'unità politica era un'utopia, rispondeva col suo bonario e fino sorriso: «È per lo meno un'utopia bella, mentre la Confederazione è un'utopia brutta».
Già fin dagli anni giovanili aveva scritto, con un verso più felice di pensiero che di forma:
Liberi non sarem se non siamuni.
Liberi non sarem se non siamuni.
Ma quando gli amici suoi, che nella setta deiFederatitraevano dal loro nome il loro programma, innalzarono la bandiera costituzionale del 1821, egli li incoraggiò ad allargare le loro aspirazioni, a pensare che l'Italia era
Una d'arme, di lingua, d'altare.
Una d'arme, di lingua, d'altare.
E si augurò che il risultato della loro azione fosse:
Non fia loco ove sorgan barriereTra l'Italia e l'Italia mai più.
Non fia loco ove sorgan barriere
Tra l'Italia e l'Italia mai più.
Sicchè, quando il Mazzini gli fece visita nel 1848, e gli disse: «Solamente io e Lei, don Alessandro,abbiamo serbato fede al culto dell'unità» avrebbe potuto dir con maggiore esattezza: «Lei ed io» poichè il Manzoni era già poeta unitario, quando il Mazzini non era uscito ancora dagli anni della fanciullezza.
E non è a dirsi che avesse piccola efficacia l'opinione di un ingegno così largo, di un pensatore così profondo, che si staccava risolutamente dai programmi politici di tutti gli uomini di Stato, per patrocinare una soluzione di altissima idealità. La fede di quell'uomo penetrava a poco a poco nell'ambiente intellettuale di cui egli era l'oracolo, e di lì usciva, rivestita di un'autorità che non era facile sostituire, ad infiltrarsi negli strati sociali ansiosi di novità e di moto. Quel programma rivoluzionario, accettato con tanta sicurezza dall'uomo tranquillo e severo che aveva scritto laMorale Cattolica, pigliava tono e garbo di soluzione moderata. Vi si accostavano quasi involontariamente i pensatori delle alte classi, attratti dalla gran riverenza per l'uomo che se ne mostrava entusiasta. Sicchè, quando più tardi entrò in lizza il Mazzini, e percosse dal canto suo l'immaginazione delle classi popolari coll'ardente audacia della sua parola, la preparazione degli animi divenne completa, e il passaggio dalla teoria alla pratica non fu più che una questione di tempo.... e di occasione.
Quanto sia stato grande il servigio reso in questoterreno dal Manzoni alla patria, noi soli siamo ora in grado di apprezzare giustamente. E lo possiamo fare, paragonando il sangue e il tempo che ad altre nazioni è costato questo sforzo dell'unità colla mirabile rapidità e concordia con cui s'è compiuto fra noi. Ciò che altrove ha cagionato lotte ostinate fra i partiti conservatori, da noi fu appunto considerato come una base d'accordi e di conciliazioni. Fortunata politica, che ci ha lasciato raggiungere e ci lascia sperare durevole l'assetto della patria, perchè con esso si sono diminuite, non si sono allargate le differenze fra i partiti che l'amano. E gran parte di questo mirabile risultato si deve all'onesta ed acuta divinazione del Manzoni: che attraendo a sè le classi conservatrici italiane ed affezionandole per tempo al pensiero che dal suo genio scattava, contribuì a rendere nazionale una soluzione politica, che altrove, rimasta rivoluzionaria o dispotica, è stata causa di guerre intestine e di implacabili ostilità.
Ma non fu soltanto al programma unitario che l'influenza politica di Alessandro Manzoni si volse con intiero successo. In quell'altra spinosa e delicata questione dei rapporti fra il Papato e l'Italia, l'istinto suo lo guidò meravigliosamente a segnare la via sicura. Era una via che contrastava con tutto il nostro passato di rivoluzioni e di reazioni; una via che a moltissimi pareva troppo ardita, a molti altri troppo timida, ma che soprattutto a nessuno parevapraticamente possibile. In Italia, infatti, soltanto pochi lustri fa, non v'erano che ghibellini, intenti a combattere il Papato, e guelfi a difenderlo. Il Manzoni sentì, forse prima di tutti, che il sentimento religioso e il sentimento nazionale potevano adagiarsi in una soluzione nuova, che non fosse nè guelfa, nè ghibellina. La sua fede robusta nel cattolicismo e nella patria gli fece intravedere possibile quello che ad altri pareva assurdo, la permanenza nella stessa capitale del Re e del Papa, il potere temporale abolito e la religione fatta più pura dalla sua perdita.
È il programma che l'Italia ha adottato e che da ventisei anni fa le sue prove. Certo, non a tutti ancora la soluzione par chiara, e gli spiriti ardenti — guelfi o ghibellini — si ostinano a condannarla. È nell'indole delle cose che hanno avuto una grande esistenza il ribellarsi contro ogni ipotesi di mutazioni. Ma è nell'indole altresì degli uomini savj il rassegnarsi a quelle che lasciano intatto lo spirito, se non le forme, delle istituzioni morali. Il Manzoni, che in ogni argomento preferiva lo spirito alla forma, si avvide presto che il potere temporale era morto nell'efficacia sua, ben prima che gli avvenimenti politici s'incaricassero di seppellirlo. La sua anima religiosa non si smarrì, nè il saldo cattolicismo suo temette fare sfregio a sè stesso, patrocinando, come cittadino autorevole, e votando, come senatore del Regno, il nuovo ordinamento che rendevaa Cesare quanto era di Cesare e a Dio quanto era di Dio.
Certo, l'esempio del Manzoni fu d'immensa efficacia nell'ottenere a siffatta soluzione i larghi consensi del partito che vuol essere liberale senza cessare di essere religioso.
Infatti, chi più cattolico del Manzoni? chi morto più tranquillo di lui nella sicurezza della sua fede e della sua coscienza? Forse oggi duole a qualcuno che un così grande cattolico sia stato anche un così grande amico della libertà onesta e dell'indipendenza completa. Ma l'alta religiosità del Manzoni è affidata a monumenti troppo durevoli, perchè il fanatismo li rompa; e nel medesimo tempo gli Italiani si ricorderanno sempre con gratitudine del giorno in cui, sereno e deciso, il venerando vecchio andò a Torino per affermare il suo voto favorevole alla proclamazione del Regno unitario d'Italia.
Fu anzi in quella occasione che si produsse il noto incidente, memorabile nella sua semplicità, ma interamente caratteristico degli uomini e dei tempi.
Il Manzoni usciva tranquillamente dal palazzo senatorio, appoggiato al braccio del conte Camillo di Cavour. La folla si apriva riverente dinanzi ai due grandi cittadini, e scoppiava in applausi forse quel giorno più clamorosi e più ripetuti del solito. Il Cavour, che a quegli applausi era avvezzo, disse cordialmente al Manzoni: «Questi sono per lei, donAlessandro». — «Tutt'altro» rispose il Manzoni «veda che sono per lei». E staccandosi dal braccio del Conte, gli si pose di rimpetto, battendogli egli pure le mani e gridando: «viva Cavour»! Si può immaginare l'urlo d'applausi che quell'atto sollevò tra la folla, all'indirizzo d'entrambi.
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V'è finalmente una terza influenza, meno apparente, ma non meno benefica, che noi dobbiamo tutti riconoscere, e di cui dobbiamo esser tutti grati ad Alessandro Manzoni. È l'influenza che esce dall'austera semplicità della vita, dal modesto riserbo, dalla dignità tranquilla e costante dei pensieri e dei modi. Siffatte qualità, a cui non venne meno il Manzoni in nessuna epoca della sua lunga carriera, hanno rialzato in Italia la riputazione di un'intera classe d'uomini, sui quali è ordinariamente più fiso lo sguardo dei nazionali e degli esteri, la classe dei letterati.
Pur troppo in Italia questa riputazione aveva bisogno d'ajuti. Le tradizioni dei secoli antecedenti pesavano dolorosamente sovr'essa. In troppi casi il letterato italiano aveva accettato di essere, per amor di gaudio e di lucro, lo stipendiato dei grandi, oaveva cercato, nello sciupío della vita e nell'affettazione delle originalità romorose, un po' di fama che le lettere sole non dessero.
Nel cinquecento e nel seicento, i letterati della prima maniera erano i più. Uno scrittore che si rispettasse non poteva essere che un commensale dei Medici o degli Estensi. E tra un giullare ed un poeta, l'etichetta di quelle Corti non permetteva grandissima differenza.
Nel settecento, il letterato italiano s'emancipò alquanto dai grandi.... forse perchè i grandi si occupavano piuttosto di eserciti che di libri. Ma lo spirito torbido, la smania delle avventure cominciarono ad essere un'altra caratteristica degli uomini di lettere. Comparvero il Gorani, il Casanova, l'eccentrico ed irrequieto Baretti. Vittorio Alfieri, austero nel patriottismo, fece assistere l'Europa allo spettacolo delle sue bizzarre iracondie, de' suoi amori principeschi, de' suoi cavalli inglesi. Ugo Foscolo balzò dalle armi alla cattedra, dalla cattedra al giornalismo, insultando gli avversari, bisticciandosi cogli amici, cospirando, emigrando, giuocando, pronto sempre a pagare di persona, e meno di borsa. Pareva che il privilegio dell'ingegno non potesse allearsi colla dignità della vita.
Il Manzoni ruppe in viso ad entrambe queste biasimevoli tradizioni. Dai grandi non volle accettar nulla, pur riservandosi anche il diritto di dirnebene; le eccentricità romorose schivò accuratamente, chiudendosi nella famiglia o nella biblioteca. Parve quasi voler dimostrare che si può essere un grand'uomo, coricandosi ogni sera nel proprio letto.
Certo, il Manzoni non ebbe questa condotta per un proposito spiccato di pedagogia nazionale. L'ebbe perchè rispondeva all'indole sua; perchè non avrebbe potuto, senza un grande sforzo, fare diversamente. Ma il servigio che vi rende un uomo non è meno grande per ciò che l'uomo ignora perfino di avervelo reso.
Noi italiani avevamo bisogno di questo tipo intellettualmente e moralmente completo. Avevamo bisogno di un letterato che non fosse nè un abate, nè un precettore, nè un accademico, nè un bibliotecario di principi; di un letterato, che respingesse decorazioni, che non facesse duelli, che pagasse i debiti, che non fuggisse colle ballerine, che passeggiasse a piedi, non potendo mantenere carrozza. Irrequieti necessariamente in politica, perchè da secoli ci era negata quella giustizia organica onde gli altri popoli erano provveduti, avevamo bisogno che gli stranieri vedessero in noi, al di fuori della politica, l'attitudine a quella serietà di vita che è l'igiene dell'anima. D'ingegno, tutto il mondo ne riconosceva dovizia all'organismo italiano; era la virtù ed il carattere che ci venivano spesse volte negati. Ora, l'efficacia di una letteratura è quasisempre in ragione della stima che si guadagnano i suoi sacerdoti; ed era veramente necessario che al Metastasio cortigiano, all'Aretino corrotto e al Tasso nevrotico l'Italia moderna contrapponesse un ingegno maggiore di quelli, e nel tempo stesso educato al più alto equilibrio di tutte le qualità rispettabili.
E non è a dirsi che quest'indole sobria e modesta uscisse nel Manzoni da una mansuetudine disadatta a risoluzioni virili. Se l'opportunità veniva a chiedergli il coraggio nel tranquillo asilo della sua famiglia, ve lo trovava, semplice e vero, come tutte le altre virtù. E quando, per esempio, l'arciduca Massimiliano, principe equo e colto, condannato dalla sorte a missioni impossibili, fece esprimere al Manzoni il desiderio di visitarlo, l'uomo venerando trovò nella coscienza della propria situazione personale e della propria influenza politica l'obbligo di declinare questo atto clamoroso di omaggio; che accettò invece pochi anni dopo dal patriota illustre, tanto benemerito del suo programma unitario, il generale Garibaldi.
Forse che il Manzoni osava poco, opponendo questo rifiuto? Nessuno potrebbe dirlo. L'Austria d'allora era sempre l'Austria, cioè un governo straniero fatalmente costretto a reprimere colla forza ogni parvenza di ribellione politica. Per assai meno di così, Gian Domenico Romagnosi era stato incarcerato;e la sorte di Silvio Pellico dimostra che contro le ragioni di Stato neanche la sovranità dell'ingegno diventava titolo di privilegio.
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Tale fu l'uomo; indagatore acuto dell'età che non vide, educatore austero dell'età che fu sua. Letterariamente, deriva da quel nucleo brillante del Rinascimento lombardo, che dai Verri, dal Beccaria, dal Parini traeva il desiderio e il sentimento del nuovo. Ben presto però si lasciò addietro la nobile schiera e si lanciò d'un balzo agli estremi confini intellettuali del secolo successivo. Politicamente, è un precursore, che nel più fitto dei pregiudizj religiosi e sociali, ha fatto balenare il raggio di luce che doveva illuminare la patria mezzo secolo dopo. Moralmente, è solo artefice di sè stesso, poichè non ha tratto da nessuno dei predecessori suoi quegli elevati criterj della vita, che poi ha diffuso largamente intorno a sè.
Nelle varie e importanti evoluzioni dello spirito suo, il Manzoni non subì mai influenze di fatti o di uomini; le indovinò e le precorse. Cresciuto nei primi anni in un ambiente pedagogico saturo di incredulità religiosa, non tardò a rigettare le dottrinedegli enciclopedisti; e proprio a Parigi, dove tanti perdevano la fede, egli la riacquistò. La riacquistò intera e fervente, senza cadere in quegli eccessi di zelo che ai neofiti si sogliono rimproverare. Tracciò a se stesso, e luminosamente, i confini dell'obbligo religioso. S'inchinava al dogma nellaMorale Cattolicae ne rigettava le false applicazioni, contrarie alla libertà civile e politica del suo paese.
Aveva cominciato, giovanissimo, a scrivere versi di sapore mitologico e classico. Gli elogi del Foscolo e del Monti non ebbero però efficacia a trattenerlo su quella via. A così grandi autorità poetiche oppose lo schietto e vigoroso istinto che gli additava i progressi dell'arte e le vie dell'avvenire. Si staccò dai maestri senza aver cercato discepoli, e soltanto quando i discepoli gli si affollarono intorno, s'accorse d'essere diventato un maestro.
La stessa indipendenza d'animo lo sorreggeva nelle questioni politiche. Avverso, per dottrina e per esperienza, a dominazioni straniere, aveva firmato nel 1814 la petizione contro il principe Eugenio e firmava nel 1848, durante la fiera mischia delle cinque giornate, la petizione a Carlo Alberto. Ma tre mesi dopo ricusava di sottoscrivere la domanda di fusione colla monarchia piemontese, perchè temeva di recar pregiudizio con essa al suo programma unitario. Nè valsero a rimuoverlo dalla negativa le istanze affettuose del conte Cesare Balbo.
Fu questo complesso di qualità, questo fulgore d'ingegno, questa dignità di carattere che fecero del Manzoni, dopo il 1815, il beniamino di due generazioni. La sua fama aveva presto passate le Alpi. Gl'Inni Sacrierano subito piaciuti al Goethe, che nel 1821 tradusse ilCinque Maggioe ne mandò la versione all'autore. Quando le indiscrezioni degli amici rivelarono che il Manzoni stava occupandosi di un romanzo storico, Victor Cousin ne scrisse in Francia e in Germania, destando intorno al lavoro grande aspettazione. La quale poi fu superata dall'effetto della pubblicazione deiPromessi Sposinel 1825. Il Giordani, il Leopardi, il Niccolini, il Giusti, il Rosmini ne furono entusiasti. Il Goethe scriveva ad un suo amico: «Manzoni non si mostrò tutto intero che nel romanzo; in esso vi si leva tant'alto, che difficilmente si può trovare opera ed autore che gli stia a pari». L'illustre autore dell'Ivanhoesi recava a Milano appositamente per conoscere l'autore deiPromessi Sposi. E «come il Manzoni modestamente schermivasi dagli elogi, dichiarando non avere fatto col suo romanzo che imitare i capolavori del romanziere inglese, Walter Scott, gli rispose sorridendo: «Vuol dire che iPromessi Sposisono il mio più bel romanzo».
In mezzo a queste ammirazioni e all'affetto riverente della sua città, passò il Manzoni gli ultimianni della sua vita, studiando molto, pubblicando poco, non uscendo quasi mai dalla sua villa di Brusuglio o dal suo salotto di Milano. In questo salotto, a cui accorrevano illustrazioni d'ogni maniera, pareva ch'egli solo non fosse un uomo grande, tanta era la sua cordialità, la sua modestia, la timidezza, quasi, colla quale, richiesto, esponeva opinioni sue. Si animava più sovente, parlando dei Longobardi o della lingua italiana o della Rivoluzione francese. Di questa conosceva le più riposte cagioni e i fatti più intimi, rivelatigli dal Sergent, che dimorò lungamente a Milano ed era stato segretario del Robespierre. Dei vantati corifei di quel dramma sanguinoso aveva pochissima stima. Chiestogli un giorno, forse troppo audacemente, quale fosse stato il sentimento più diffuso in Francia durante la Rivoluzione, mi rispose senza esitare: «la paura». Poche pagine di alto valore figurano, su questo argomento, nei suoi scritti postumi. Se non gli fosse mancata, cogli anni, la lena, probabilmente avrebbe dato in Italia agli studj critici su quel movimento, la stessa intonazione che vi diede in Francia Ippolito Taine.
Sventure famigliari funestarono la sua tarda vecchiezza, ma gli furono risparmiate le amarezze dell'ingratitudine e dell'oblio. Pochi uomini anzi scomparvero dalla vita, così largamente e lungamente compianti. I suoi funebri furono solenni pel luttovero e profondo, di cui volle essere vessillifero un illustre Principe di Savoja. Parve che colla morte di Alessandro Manzoni si lacerasse un titolo di nobiltà per l'Italia. Egli però certamente avrebbe potuto dire di sè: «non omnis moriar». Lasciava in retaggio al suo paese un patrimonio di virtù, di carattere, d'ingegno, che si traduceva in un beneficio durevole di fede nazionale. Poichè i popoli che, ad intervalli di secoli, producono uomini come Dante, come Galileo, come Manzoni, possono essere alteri della propria costituzione organica e lasciar passare, sicuri dell'avvenire, anche periodi amareggiati dallo scetticismo e dalla volgarità.