I MOTI DI NAPOLI DEL 1848

I MOTI DI NAPOLI DEL 1848CONFERENZADIFRANCESCO S. NITTI.

CONFERENZADIFRANCESCO S. NITTI.

Ebbene — poichè l'accoglienza vostra è sì cordiale — permettete che vi dica che io non avrei dovuto parlare del '48 a Napoli. Non posso, non si può forse parlarne con severità; non vi è nemmeno la possibilità di una ricostruzione completa dei fatti. Troppe lacune, troppi errori: sopra tutto le passioni sono ancor vive e gli odii persistono ancora. I miei parenti furono tutti tra i perseguitati, anzi fra i tormentati dalla reazione borbonica. È difficile essere sereno; sopra tutto quando gli archivi conservano, ancora inesplorati, i soli elementi che possano gittare un poco di luce su tante cose che noi non sappiamo.

La difficoltà appare maggiore quando si pensi che sono ancora viventi non pochi di quelli che nel '48 a Napoli ebbero un'azione diretta. Essi sono forse i peggiori giudici: ma sono anche i piùincontentabili. Chi ha operato non può essere un giudice; ma non può nemmeno esser contento di chiunque giudichi senza aver operato.

Le lotte tra i greci e i persiani, le aspirazioni di Filippo il Macedone si prestano alle considerazioni più varie; ma considerarle in un modo o in un altro non indignerà alcuno. Non si parla invece impunemente di quelle cose in cui i nostri padri, a ragione o a torto credettero, e per cui lottarono e soffrirono.

La storia dei fatti di Napoli dal 27 gennaio al 15 maggio non è che la storia di pochi mesi; pure, a chi vi guardi dentro, apparisce la spiegazione di non poche delle difficoltà presenti. Molte cose sono scomparse; permangono tuttavia alcune tristi eredità. E il desiderio di pronte mutazioni, e l'insofferenza di disciplina, e il credere che si possa in pochi chiedere e ottenere trasformazioni, sono mali derivati a noi dalle rivoluzioni liberali tra il '20 e il '60.

La rivoluzione del '48 non ebbe a Napoli nulla di grandioso: non fu molto diversa in altre parti d'Italia, ma la fine tragica diede altrove carattere di grandezza.

La costituzione del 1820, data a Napoli da un re fiacco e di malafede, dipese da un moto incomposto. La costituzione del '48 fu concessa per equivoco, fu soppressa di fatto dallo squilibrio di due paure: la paura che il re avea dei liberali e la paura che i liberali aveano del re.

Durante la dinastia borbonica la sola rivoluzione di Napoli che lasciò tracce durevoli e in cui vi fu il martirio dei migliori e dei più degni, fu quella del 1799: essa fu la condanna della monarchia borbonica; la vera, la terribile accusa che pesò sempre su Ferdinando IV e sui suoi successori.

Il 1820 avea lasciato due dolorose eredità, due idee non ancora scomparse del tutto.

La prima idea, comune alla monarchia e alle classi medie, che il regime politico potesse e dovesse esser mutato non per modificazioni progressive, ma quasi di assalto. Due sottotenenti e un prete aveano infatti nel 1820, per opera e con l'aiuto di una setta, determinato, sia pure fuggevolmente, un mutamento di regime.

Dal 1820 al 1848 appare dovunque l'idea che si deva operare di sorpresa, che pochi uomini di buona volontà bastino a tutto. La massa era indifferente: che importa? Le classi medie non aveano nessuna preparazione: ma era necessario che l'avessero?

I travisamenti della leggenda napoleonica faceano credere che un uomo solo potesse bastare a ogni cosa. Un patriota calabrese, che nei fasti del '48 ebbe gran parte, vedendo passare dei reggimenti della guardia reale, diceva al Settembrini che si sarebbe sentito con centomila baionette di fare più che Napoleone.

Fra il 1830 e il 1848 questo stato di animo determinò dovunque piccoli tentativi di rivolta. Ve ne furono in Sicilia, in Abruzzo, perfino alle porte di Napoli, nei Principati. Due o tre famiglie perseguitate o insofferenti, o che aveano antichi rancori, bastavano qualche volta a determinare rivolte locali.

In alcuni paesi si giunse a proclamare il regime costituzionale, a cantare ilTe Deumin Chiesa; qualche volta si dichiarò perfino decaduto il Re.

Data la mancanza delle strade e l'insufficienza dei funzionari nelle province (accorrevano il più che si potesse nella capitale, che era la sola grande città del Regno nel continente), la monarchia borbonica avea in ogni paese una o più famiglie ricche o potenti, cui concedeva la sua protezione: in un piccolo centro rurale il potere era bilanciato tra il parroco e la famiglia più ricca. Era dunque esercitato assai spesso molto male e con la tracotante e volgare arroganza così comune alle famigliericche nei piccoli centri. La causa dei movimenti carbonari o settari spesso va cercata meno nell'odio per la monarchia che negli odii locali, nella prepotenza di qualche famiglia ricca (ricco volea dir spesso solo meno povero degli altri) che senza la nobiltà e la grandezza avea i pregiudizi e le idee di dominio dei vecchi feudatari.

La seconda idea, non meno dannosa della prima e che non è ancora scomparsa nè a Napoli nè nel resto della penisola, è che si possa ottener tutto dallo Stato in tempi di rivolgimenti. La burocrazia già numerosissima, assorbiva in ogni rivolgimento un certo numero di elementi nuovi. Quando prevalevano i liberali, come quando prevaleva l'assolutismo, vi era sempre lo stesso numero di persone in cerca d'impieghi. Anzi il Re dava per grazia e poteva quindi negare; ma i liberali che avean bisogno di suffragio e di aiuto, parea che non potessero e che non dovessero.

Ferdinando II, fra il '30 e il '48, cioè per diciotto anni, avea dato prova di molta mitezza e di molto accorgimento. Succedendo a un padre inetto e dopo periodi tristissimi per la vita della monarchia e del paese, avea trovato molto da fare, soprattutto moltissimo da disfare. E all'opera benefica di restaurazione si era accinto con ardore.

Pochi principi italiani fecero fra il '30 e il '48 il bene che egli fece. Mandò via dalla Corte una turba infinita di parassiti e d'intriganti; richiamò i generali migliori, anche di parte liberale, e licenziò gl'inetti; ordinò le leve militari; fece costruire, primo in Italia, una strada ferrata; istituì il telegrafo: fece sorgere molte industrie, sopra tutto quelle di rifornimento dell'esercito, che era numerosissimo; ridusse notevolmente la lista civile; mitigò le imposte più gravi. Giovane, forte, scaltro, volea fare da sè, ed era di un'attività maravigliosa. Educato da preti e cattolicissimo egli stesso, osò con grande ammirazione degli intelletti più liberi resistere alle pretese del papato e abolire antichi usi, umilianti per la monarchia napoletana.

Non coraggioso e non nato alle armi, avea compreso che il Regno di Napoli avrebbe avuta una grande importanza nella penisola se avesse avuto un solido potente esercito; e le truppe che avea trovato corrotte e demoralizzate avea cercato di risollevare e avea portato con grandi sacrifizi l'esercito stanziale a una cifra proporzionalmente molto superiore all'esercito attuale del Regno d'Italia.

Avea molti pregiudizi del tempo suo e del suo ambiente; era sopra tutto troppo napoletano; ma avea anche molto desiderio di fare.

È passato alla storia comeRe Bombae non si ricordano di lui che il tradimento della costituzione, le persecuzioni dei liberali, le repressioni di Sicilia e le terribili lettere di Gladstone.

Abbiamo troppo presto dimenticato che, durante quasi due terzi del suo regno, i liberali stessi lo chiamarono Tito e lo lodarono e lo esaltarono per le sue virtù e per il desiderio suo di riforme. Abbiamo troppo presto dimenticato il sollievo che le sue riforme finanziarie produssero nel popolo, e l'ardimento che egli dimostrò nel sopprimere i vecchi abusi.

Io sarei molto imbarazzato se dovessi paragonarlo a qualcuno. Questo re, morto non ancora cinquantenne, ha riempito di sè l'Europa: era un misto strano di avvedutezza e di paura. Avea tutta la volgarità e le finezze del popolo minuto: avea tutte le debolezze della grande maggioranza dei suoi sudditi, cui anzi soverchiava nel desiderio di riforme reali in favore del popolo. Misto di superstizione, di scaltrezza e di intelligenza; bonario, desideroso di assicurare al popolo una vita migliore. Era così poco nato per esser crudele, che quando dovè esserlo fu assai male: e le sue crudeltà furono esagerate e occuparono la stampa europea.

Quando vi furono rivolte contro la monarchia e perfino cospirazioni di soldati per ucciderlo, Ferdinando non usò alcuna ferocia: nessuno fino al 1848 fu condannato a morte per aver messo in pericolo il Re e la monarchia. Anche i poeti non cesarei esaltavanochi il gaudio del perdonar provò.

Da Carlo V in poi, se si faccia eccezione del regno di Carlo III, è impossibile trovare nella storia napoletana un periodo di più utili riforme, di maggior quiete e di maggior libertà di quello tra il 1830 e il 1848. In tutta l'opera di Ferdinando si nota un avviamento progressivo verso un regime più largo. Non era la costituzione liberale che egli sognava: ma un regime autoritario temperato da una serie di riforme. Non avea vedute larghe; ma nemmeno era cieco di mente, sì come han detto i suoi denigratori.

Ma le condizioni del regno delle Due Sicilie e il lievito che la rivoluzione del '20 avea lasciato e le difficoltà nuove che sorgevano per la influenza dei vari partiti e dei vari interessi rendevano non facile la funzione di governo, soprattutto non facile l'opera di riforme progressive voluta dal Re.

Prima di tutto fra le varie classi sociali — tranneforse nel popolo, devoto alla monarchia per antica tradizione monarchica e sopra tutto per avversione da prima ai baroni e poi alle classi medie e ricche — era uno scontento grande; un lievito che facea temere fermentazioni.

L'aristocrazia, diminuita costantemente da sessant'anni per opera dei re, guardava sospettosa. Il re Ferdinando con assai larghezza d'intenti avea chiamato alle cariche più importanti individui che non vantavano grandi casati, anzi nati umilmente. Era stato uno scandalo, n'era offesa soprattutto l'aristocrazia siciliana, così tracotante, così superba, così piena della sua grandezza e del suo passato.

Le classi medie, incitate dagli esempi di Francia, aspiravano a conquiste maggiori. La borghesia, come ho detto altre volte, non sorgeva nel Mezzogiorno dal traffico e dalla industria: ma dal commercio del denaro, dall'intermediarismo agrario e dalle professioni liberali e principalmente dall'avvocatura temuta e potente. Vi era numerosa turba d'impiegati; e sopra tutto di persone in cerca d'impieghi. Nel 1820 e nel 1848 i maggiori errori furon dovuti al grandissimo numero di aspiranti a impieghi, che si unì prima a coloro che volevano mutamenti politici e imposero la costituzione; e poi, non potendo esser contentati se nonin poca parte, furono, con i loro eccessi, la causa maggiore della reazione assolutista diventata più che necessaria, inevitabile.

Non erano i partiti che mancavano nel regno.

Alla vigilia del 1848 fra le classi medie del reame vi erano anzi partiti politici numerosi, e numerose erano anche le gradazioni di ciascun partito.

Il partito di governo, il partito che raccoglieva le maggiori forze, era quello che volea la monarchia assoluta pura:el rey neto, come dicono gli spagnuoli. I fatti del '20 avean lasciato nei più ricchi e nei più desiderosi di pace un triste ricordo. Meno per convinzione politica, che per ignoranza della vita pubblica e per tradizione, i benestanti più ricchi vi aderivano: e vi aderivano anche coloro che per la loro situazione avean più facili e più sicure le carriere. Questo partito, così detto austro-spagnuolo o assolutista, perchè i suoi istinti e le sue tendenze lo spingevano appunto verso l'Austria e verso la Spagna, aveva avuto perleaderil principe di Canosa da prima, il marchese Del Carretto da poi. Si componeva nella maggior parte di nobili, dell'elemento militarista e del clero ricco. Non solo odiava ogni riforma, ma trovava troppo liberale la politica del Re, e volea dighe maggiori a tutte le aspirazioni unitarie e liberali.Per sua natura stessa devoto alla monarchia, non osava discuterne gli atti: ma aspirava a esercitare un'azione più larga. Aderiva a questo partito e n'era l'anima la così dettacamarilla, un partito formatosi tra i bassi fondi di Corte e inviso anche alla parte più moderata per il suo spirito d'intrigo. Non tutti però coloro che del partito austro-spagnuolo facean parte erano assolutisti. Alcuni solo per odio al murattismo e a ogni intervento straniero, preferivano una monarchia assoluta e napoletana.

Imurattisticostituivano a lor volta un partito numeroso. Gioacchino Murat, francese, era stato re di Napoli quasi per un decennio; e benchè l'Almanacco reale del Regno delle Due Sicilie, pubblicato per cura della Corte di Napoli non lo mettesse più tardi nemmeno nellaserie cronologica dei Re di Napoli e Sicilia, considerandolo come un usurpatore, avea lasciato ricordo di sè. Era stato troppo poco per determinare odii profondi: ma avea pubblicato molte leggi buone e cattive, e avea combattuto bene a capo di schiere napoletane. Era bello, forte, arditissimo; forse un po' ciarlatanesco. Ma ciò non gli noceva in alcun modo. La leggenda di Napoleone, rimasta vivissima nel Regno, ripetuta, ingrandita, dava prestigio alla tradizione murattiana. InFrancia con Napoleone III la fortuna di casa Bonaparte risaliva; parea naturale che anche a Napoli dovesse risalire. In alcuni la fede nella italianità era scarsa, anzi mancava addirittura il sentimento; altri credeva che fosse più facile per le riforme legare la politica di Napoli a quella di Francia. Fra imurattistivi erano due fra le personalità più spiccate del reame: il generale Filangieri, che rappresentava tendenze militari, favorevoli a un assolutismo temperato e l'avvocato Bozzelli ch'era fra i desiderosi di costituzione liberale e che fu parte grandissima nei fatti del 1848.

Ma questa soggezione allo straniero, anche negli ordinamenti liberali, questo invocare principe straniero e leggi straniere anche per causa di libertà, offendeva molti. Il senso d'italianità si era venuto formando: anzi si può dire che i moti del 1848 ebbero in generale più tendenza unitaria che liberale, a differenza di quelli del '20, che furono esclusivamente costituzionali. Gli scritti di Gioberti, di Balbo, di D'Azeglio, soprattutto l'opera di Mazzini, infiammavano le menti. Si ebbero monarchici, federalisti, repubblicani: ma il nome d'Italia era ripetuto da tutti.

E vi erano ancora altri partiti e gradazioni infinite dei partiti maggiori.

Era però male grandissimo che il movimento costituzionale e riformista fosse composto di elementi che speravan solo da passioni e da interventi esterni; e che la monarchia o il partito austro-spagnuolo, rimanessero soli a difendere, insieme con la indipendenza del reame, anche la tradizione napoletana. Due fatti derivarono da ciò: da una parte l'avversione della monarchia napoletana a ogni riforma, e dall'altra, quando la unità fu realizzata, una debole partecipazione dei napoletani nei benefizi del nuovo ordine di cose e di tutta la funzione di governo.

La protezione che Ferdinando II parea accordasse ne' primi anni del suo regno agli studi coincideva con un risveglio intellettuale molto notevole. Il giornalismo, fra il '30 e il '48, attirò non pochi uomini di valore; era un giornalismo letterario, ma politicamente ebbe per effetto di far nascere il bisogno di cose nuove. Memorabile soprattutto lo studio del marchese Basilio Puoti, da cui uscirono De Sanctis, Settembrini e quanto di meglio ebbe Napoli; il purista grande, che affezionava gli scolari alla purezza dell'idioma italico e rinverdiva i vecchi testi, lavorava senza sapere, forse senza volere, alla grande opera dell'unità.

Vi era dunque nel Regno, alla vigilia del 1848, un movimento delle idee; vi erano partiti immensi e vi era soprattutto quel fermento che precede i periodi di rivoluzioni.

Ma la tradizione infausta della rivoluzione precedente e gli esempi recenti spingevano gli uomini più dissennati o più entusiasti a tentare da soli o in pochi trasformazioni profonde: e facea credere al sovrano che ogni manifestazione fosse effetto di setta o di organizzazioni tenebrose. Da una parte dunque si credeva che pochi uomini soltanto potessero scuotere le masse; non il martirio nobilmente sopportato, non il lavoro lungo e paziente di educazione progressiva, non l'opera assidua di tutti i giorni, ma i colpi di fortuna improvvisi. Pochi decisi a tutto uscivano in campo: i più numerosi seguivano e gridavano. Si volevatrascinareil pubblico. Le voci eran così alte e numerose, lo scoppio così improvviso, che il Re cedeva. A sua volta il Re esagerava la potenza dei liberali: dieci persone unite, che scendevano in piazza a gridare, credeva rappresentassero setta interminabile e tenebrosa. La storia del '20 non è tutta in questi sospetti e in queste debolezze?

Ora, verso la fine del 1847, nel fermento costituzionale che era in tutta Europa e con l'agitazionesocialistica già vivace in Francia, nel Regno delle Due Sicilie doveano ripercuotersi necessariamente i fatti di oltre Alpe.

Gli annunzi delle riforme di Toscana e di quelle concesse a Roma da Pio IX produssero agitazioni vivissime tra i liberali di ogni gradazione. La condotta del Re era stata tale in passato, che egli pareva più disposto a concedere che a reprimere.

Durante il novembre e il dicembre 1847 vi erano state agitazioni e dimostrazioni. Nelle piazze, e fino sotto il palazzo reale, si era gridato:Viva il Re! viva la costituzione!Il Re non avea mostrato di gradir molto applausi di questa natura, e la polizia avea disperso i dimostranti e arrestato i più accesi tra essi.

La Sicilia, in cui già l'avversione per i napoletani più che per la monarchia borbonica era grande e in cui la tradizione e lo spirito separatista erano vivissimi, si agitava a sua volta ben più gravemente.

I moti di Sicilia, cominciati il 27 novembre con le dimostrazioni del teatro Carolino, al grido di: «viva Ferdinando II! viva Pio IX!» assunsero presto carattere diverso.

Si cominciò col chiedere alcune riforme amministrative: poi si chiesero modificazioni profondenell'ordinamento amministrativo. La libertà non era la vera causa: quest'ultima bisognava trovare soltanto nel desiderio di ottenere con minacce di rivolte una completa divisione da Napoli. Infatti il movimento divenne presto separatista, e si volle che non altra unione vi fosse con Napoli che una unione personale: il Re comune e niente altro.

Come il movimento si allargava non solo si vollero le riforme, ma si vollero a scadenza fissa, quasi con unultimatum: il Re doveva darle entro il 12 gennaio. Il Comitato di Palermo mandò emissari dovunque: si parlava d'indipendenza, più che di libertà. Il Re, per prudenza o per timore, mentre si decise a reprimere l'insurrezione, il 16 gennaio concesse in gran parte ciò che la Sicilia chiedeva: si disse che era troppo tardi, e l'insurrezione divampò.

Truppe furono spedite da Napoli per domare la rivolta di Sicilia: si batterono pigramente, furono battute e si ritirarono.

Trasformatosi il movimento da trasformista in rivoluzionario per colpa della Sicilia, le dimostrazioni di Napoli assunsero un carattere più minaccioso.

Il Re avrebbe potuto opporsi al movimento, mettersi a capo dell'esercito e resistere alle sedizioni ealle rivolte. Ma gli mancava l'audacia, e soprattutto credeva che i liberali, secondati dall'Inghilterra, avessero molto più forze che non avevano in realtà.

Il 26 gennaio, quasi per dar ragione ai dimostranti, licenziò il ministro Del Carretto, capo del partito assolutista, e lo fece imbarcare il giorno stesso per Marsiglia: i liberali che erano in carcere furono liberati e con essi Carlo Poerio.

Il 27 vi fu una grande dimostrazione.

Le concessioni, fatte sotto l'impressione dei movimenti di piazza, non doveano arrestarsi.

Il 28 il Re formò Ministero liberale: all'alba del 29 unAtto sovranoannunziò la costituzione liberale e i capisaldi di essa.

Dal 29 gennaio al 15 maggio, quando la costituzione fu uccisa dalle violenze della piazza, se pure nella forma fu ancora per qualche tempo mantenuta dal Re, non trascorsero che poco più di cento giorni. Ma la storia di quei cento giorni è così piena d'insegnamenti, più che di avvenimenti, che spiega non poca parte dei fatti posteriori.

In quei 100 giorni vi furono tre ministeri, presieduti i primi due dal marchese di Serracapriola, il terzo dall'insigne storico Carlo Trova.

Ferdinando non fece le cose a metà.

A capo della politica fu messo da prima il Tofanoe poi Carlo Poerio, cioè l'anima dei comitati d'azione: Ministro dell'Interno fu chiamato Francesco Paolo Bozzelli, fino alla vigilia perseguitato e ritenuto da tutti il capo dei liberali napoletani; nelle province furono mandati a governare i liberali più noti: Imbriani, D'Ayala, de Tommasis, ecc.

Bisognava redigere lo Statuto: a chi darne incarico? Un uomo pareva più di tutti adatto. Era avvocato ed era autore di opere filosofiche e politiche; avea sofferto dura prigionia per ragioni di Stato; avea nei lunghi viaggi studiato, o si diceva che avesse, gli ordinamenti liberali in Francia, in Svizzera, in Belgio, in Inghilterra. Era o pareva un riformatore audacissimo e l'averlo il Re messo a capo del Ministero dell'Interno, indicava appunto il nuovo indirizzo. Il Bozzelli fu dunque incaricato di scrivere la costituzione.

Chi era quest'uomo che è stato grandissima parte degli avvenimenti del '48, che autore della costituzione e chiamato egli stesso a dare garanzia ai liberali, fu poi ministro di reazione e raccolse le ire de' suoi antichi seguaci? In tre mesi egli passò dalla più grande popolarità alla più estrema impopolarità. Era un avvocato e quindi facile al cavillo, amante della parola, desideroso di trionfi oratorii. Giuseppe Massari, che fu suo amico e suo compagnoe poi gli divenne fiero nemico, quasi per insultarlo lo chiama sensista e materialista, quasi che l'essere materialista significhi non aver coscienza.

Certo era di una vanità senza limiti. E quando, per cedere alle pressioni dei liberali, Ferdinando gli affidò l'incarico della costituzione, credette di dover essere messo a pari dei grandi legislatori dell'antichità.

Chiesto da Carlo Poerio e da altri delle riforme che avrebbe introdotte nel nuovo Statuto, rispose con enfasi da avvocato: — Se Solone avesse discusso le sue leggi con gli amici, non avrebbe fatto opera immortale. —

In realtà Solone si contentò questa volta di scrivere 89 articoli, copiandoli quasi letteralmente e integralmente dalla costituzione di Francia e in parte da quella del Belgio.

Il 10 gennaio il nuovo Statuto fu pubblicato e il Re gli giurò fedeltà dinanzi ai principi, ai ministri e al corpo diplomatico. Volle che la cerimonia fosse solenne, e dicono che nel giurare era commosso. Era in buona fede? Qualcuno ha mostrato di dubitarne, ma gli stessi storici liberali convengono della sincerità delle sue intenzioni.

Proclamata la costituzione, la Sicilia avrebbe dovuto accettarla. Invece la ribellione continuò dovunque,e le truppe del Re furono discacciate e si ritrassero da tutta l'isola, tranne che dalla cittadella di Messina.

A Napoli l'entusiasmo raggiungeva il delirio.

Le dimostrazioni si succedevano alle dimostrazioni, le grida alle grida. Per settimane intere tutta la città imbandierata, uomini e donne con coccarde, spettacoli, rappresentazioni, perfino carri carnevaleschi con rappresentazioni allegoriche in odio al dispotismo e in onore della libertà.

Napoli si trovò di un tratto a passare da un regime di dispotismo quasi assoluto a un regime di libertà quasi illimitata. Libera la stampa, libere le associazioni, libere le riunioni; mancava l'educazione per godere di tanta libertà.

Un re che avea un esercito di circa 100 mila uomini e una grossa marina e saldi ordinamenti, avea accordata la costituzione non per lotta lunga e tenace, non per resistenza di popolo, ma perchè impaurito da grida e da dimostrazioni. Si credette che con le grida e le dimostrazioni tutto si potesse ottenere, dal momento che si era ottenuto il libero reggimento.

Era Napoli allora città di 400 mila abitanti, con poche industrie manifatturiere. Rappresentava il grosso centro di consumo di un regno di circa 9 milionidi abitanti. Vi era una corte ricca e fastosa, vi erano principi e principesse; vi era un numeroso corpo diplomatico, v'era una numerosa amministrazione e un numero grandissimo di soldati; circa 30 mila nella capitale e ne' dintorni.

Tutta la popolazione cittadina viveva dunque sullo Stato. Vi era un contingente non ricco e non prospero, e quasi tutto addetto a mestieri, in servizio della gente ricca. Grandissimo era il numero dei servitori; il popolo era vera plebe, cioè massa amorfa, capace di subite impulsioni, non cosciente, fantastico, abituato a servitù lunghe e rivolgimenti improvvisi.

La classe media viveva quasi esclusivamente delle professioni liberali e degli impieghi; avvocati e impiegati nel più gran numero.

Gli avvocati, ipaglietti, quantunque diminuiti dalla pubblicazione dei codici, erano sempre potentissimi: causa di tutte le agitazioni, irrequieti, sempre disposti a sostenere qualunque governo come qualunque opposizione.

Enorme il numero degli impiegati.

Noi parliamo ora di burocrazia e siamo disposti a credere che si tratti di un male nuovo. Uno studio comparativo, fatto su documenti inconfutabili, prova invece che in molti dei vecchi Stati italianivi era maggior numero d'impiegati che non vi sia ora in Italia, proporzionalmente, s'intende, al loro territorio e alla loro popolazione.

Nel reame di Napoli soprattutto e, non v'incresca d'udirlo in Toscana, più grande era il numero degli impiegati. La Toscana è addirittura il paese che ha dato, nella formazione delle pensioni italiane, un maggior contributo; avea anch'essa stuolo grandissimo d'impiegati. Ma, nel reame di Napoli, il cui reddito era quasi esclusivamente agricolo e in cui per il grandissimo numero di avvocati difficile ai timidi e agli onesti riesciva l'avvocatura, non vi era per la borghesia media altro scampo che negli impieghi. Parrà quasi incredibile, ma alcune amministrazioni napoletane aveano non solo relativamente, ma anche assolutamente maggior numero d'impiegati che ora non abbia tutto il regno d'Italia. Il figlio dell'impiegato succedeva al padre, il quale a sua volta era succeduto a suo padre.

Vi era una schiera infinita di postulanti, e il Re, per quieto vivere, a molti concedeva. Ora una costituzione era stata ottenuta con le grida; la massa dei disoccupati della classe media volle impieghi colle grida e con pressioni d'ogni specie.

Il primo ministero, in cui oltre il marchese di Serracapriola e l'avvocato Bozzelli, erano il principedi Torella, il principe Dentice e altra gente onesta e desiderosa di far bene, si trovò di fronte a difficoltà impreviste. La costituzione era data, e con essa il regime liberale; si era creduto che la libertà bastasse a tutto; si vide che a sua volta conteneva cause di malcontento.

La Sicilia, inorgoglita dei primi successi, non solo non accettava la liberalissima costituzione, ma si proclamava autonoma, dichiarava decaduto il Re e i suoi discendenti. Il Parlamento siciliano, vista l'impossibilità di una repubblica, decideva offrire e facea più tardi offrire la corona di Sicilia a Ferdinando di Savoia, duca di Genova, figliuolo secondogenito del re Carlo Alberto.

L'onorevole Crispi vi parlerà della rivoluzione di Sicilia, e vi dirà forse molto diversamente che io ora non dica.

Perchè la Sicilia non accettò la costituzione? perchè tentò in ogni guisa di creare ostacoli al Re? Perchè, si risponde, essa non avea fede nei Borboni.

Questa mancanza di fede non è in alcuna guisa dimostrata. Perchè furono appunto i siciliani che nel 1799 ospitarono il Re, e furono essi, che, durante la monarchia francese di Giuseppe e di Giovacchino, gli furono fedeli.

La Sicilia non era gravata d'imposte eccessive.Mentre adesso paga allo Stato per imposte circa 115 milioni all'anno, allora per le spese generali non contribuiva al bilancio dello Stato che tenuamente. Ancora nel 1860 il contributo della Sicilia alle spese generali del Regno non era che di 17 milioni.

Certamente i magistrati e i funzionari che il Governo mandava non erano sempre irreprensibili e molti erano egualmente sensibili al danaro e devoti alle persone potenti.

Ma le popolazioni siciliane, mantenute in uno stato di grande ignoranza, tutte le volte che potevano, mostravano il loro odio ai napoletani. Napoletano voleva quasi dire straniero. In più di un'occasione di impiegati e gendarmi napoletani fu venduta la carne nelle strade, quasi a selvaggia vendetta.

La Sicilia avea tradizioni separatiste fortissime. Per secoli avea avuta una monarchia propria e reggimento autonomo e istituzioni differenti dagli stati della penisola. L'aristocrazia feudale potentissima e più resistente che altrove, odiava la monarchia da cui era stata diminuita. La classe media, desiderosa d'impieghi, vedeva di mal'occhio i napoletani: ogni impiegato napoletano rappresentava un nemico e un concorrente. Il popolo non si era ancora abituato dal 1734, quando per la quarta volta la Sicilia fu unita a Napoli in uno Stato solo, a considerarei napoletani come connazionali; li considerava come stranieri e come dominatori.

Nel 1848 la Sicilia invitò un principe sabaudo, mandò molte bandiere e pochi uomini in Lombardia: ma in fondo fece un movimento separatista e fu la causa prima, come Settembrini e Massari riconoscono, della caduta del movimento liberale in Italia.

Non solo separazione politica da Napoli; ma i suoi rappresentanti, con eccessivo ardore, dichiaravano dal Re di Napoli non voler accettare nemmeno le cose buone.

Ora Ferdinando II avea creduto e gli era stato fatto credere che, all'annunzio della costituzione, la Sicilia si sarebbe calmata. Avveniva invece il contrario.

D'altra parte i liberali pretendevano che la Sicilia non si dovesse sottomettere con le armi; volevano con la guardia nazionale che vi fosse una specie di nazione armata; pretendevano che il Re proclamasse la lega dei principi italiani e l'unità della penisola.

Ora, tutte queste cose impensierivano il Re. Quasi metà del reame si era distaccato e lo avea dichiarato decaduto; l'esercito era malcontento; lepassioni e le aspirazioni che il nuovo ordinamento avea determinato erano violentissime.

I ministri, la stampa, il pubblico, non educati alla libertà, mancavano non solo di garbo, ma di convenienza.

La stampa si permetteva sul conto della famiglia reale e degli antenati del Re apostrofi irreverenti; in pubbliche dimostrazioni si portavano sotto il palazzo reale i ritratti di Pagano, di Cirillo e di altri, che senza dubbio iniquamente, erano stati fatti uccidere dall'avo del Re. Questi richiami storici non aveano nulla di grazioso, nulla di rassicurante sopra tutto.

Ma i ministri più degli altri mancavano di garbo; ve ne furono molti in cento giorni e tra essi uomini di grande valore come Bavarese, Poerio, Scialoia e altri insigni; ma la più gran parte erano avvocati, incapaci di risoluzioni energiche, sempre disposti a gridare, a concionare, ad apostrofare.

La costituzione rappresentava quanto di più liberale si potesse volere; invece i ministri stessi, pochi giorni dopo la proclamazione dello Statuto, lo discutevano e i giornali dicevano che bisognava modificarlo.

Lo stesso Ministro di grazia e giustizia del secondo ministero liberale, Aurelio Saliceti, invecedi dare esempio di moderazione, proponeva nuova costituzione: voleva fosse conceduto alla Camera dei deputati il diritto di emendare la costituzione, fosse abolita la Camera dei pari, si dichiarasse subito guerra all'Austria, senza nemmeno bisogno di intesa con Carlo Alberto.

Con garbo non eccessivo, al Re, che gli mostrava la difficoltà di tutte queste cose assieme rispose: — V. M. si ricordi di Luigi XVI e dei re che non concedettero le riforme in tempo. —

Non era un modo molto gentile per ricordare a un re la storia; il richiamo era anche meno rassicurante quando si pensi che l'avola del Re, Maria Carolina, era sorella di Maria Antonietta.

Ferdinando sentiva il bisogno — e si potea dargli torto? — di risolvere prima di tutto la questione siciliana. Si diceva invece dai ministri: — Lasciate in pace i siciliani. Andate in Lombardia e vi troverete la corona di Sicilia. —

Si pretendeva risolvere nello stesso tempo il problema dell'unità e quello della libertà.

Non persuaso, Ferdinando voleva almeno che fosse prima stabilito, in caso di vittoria, quali vantaggi avrebbe avuto il Regno del Piemonte, quali quello di Napoli. I liberali dicevano: — Si vedrà dopo. Bisogna andare senza discutere. —

E il Re a malincuore mandò un suo delegato a Carlo Alberto e truppe in Lombardia sotto il comando di Guglielmo Pepe, che scontò poi nobilmente a Venezia tutti gli errori del '20.

I giornali a Napoli pullulavano: se ne pubblicavano di ogni colore, di ogni gradazione, di ogni tendenza.

Erano di una violenza di linguaggio appena credibile. Insultavano i ministri, non risparmiavano lo stesso Re.

Gl'insulti più grandi erano per l'esercito; si diceva che la guardia nazionale, espressione del popolo, dovesse stare a difesa della libertà; l'esercito stanziale essere per sua natura artefice del dispotismo. I generali si erano opposti alla spedizione di Lombardia: era stata nuova cagione di insulti. Anche i migliori ufficiali rodevano il freno e si sentivano trascinati contro il nuovo ordine di cose.

Mentre il 25 marzo si riuniva il Parlamento siciliano, e il Re, non potendo far altro, si contentava di fare una protesta, due mesi di libertà aveano trasformata Napoli in un alveare in rivoluzione. Si credeva che le istituzioni liberali fosseroun banchetto a cui tutti dovessero partecipare. Cresceva il numero di coloro che voleva impieghi a ogni costo e non umili impieghi, ma funzioni elevate e ben retribuite. Si gridava contro i ministri. Il Bozzelli, esaltato fino al giorno prima, veniva insultato come un traditore e un retrogrado.

A una prima crise ministeriale ne successe una seconda, a una seconda una terza. Si disse che i ministri eran troppi pochi, che bisognava accrescere il numero dei liberali nel Ministero.

Da sette i ministri diventarono dieci. Ma non era possibile contentar tutti, e bisognava intanto quietare i più rumorosi. Qualche ministro fece nominare un sottosegretario di Stato, istituzione inutile, visto che v'erano dieci ministri e il reame non presentava un così grande numero di affari amministrativi, sopra tutto dopo la separazione della Sicilia. I sottosegretari ebbero 150 ducati al mese, e furon dettii centocinquanta. Nessun ministro volle fare a meno del suocentocinquanta, e peggio ancora si trovavano centinaia di persone che volevano esserecentocinquantaa ogni costo.

Bodley dice che se si chiede a cento inglesi se si sentono capaci di governare il loro paese e di far meglio dei governanti, novantanove rispondono no; e laddove si domanda a cento francesi novantanovealmeno rispondono di sì e hanno già una soluzione pronta pei mali del loro paese. Si può soggiungere che cento italiani sono concordi nel rispondere sì. Fra gli italiani lo spirito di anarchia e di indisciplina, che è in basso e in alto, dipende dalla troppa importanza che si attribuisce a sè stessi e dalla poca che si attribuisce agli altri. Nessuno crede da noi che il suo stato sia quello che le proprie attitudini hanno determinato; tutti sono convinti che solo l'ingiustizia della società condanni a una situazione modesta.

Quante volte avete sentito dire da un piccolo avvocato, da un modesto mercante, o addirittura da un cocchiere: — Se io fossi Rudinì! se io fossi Giolitti! se io fossi Pelloux! — E qui una serie di soluzioni.

Nel '48 a Napoli ragionavano tutti allo stesso modo.

Al Settembrini si presentò don Carlo Basile, bidello dell'Università e autore di alcune insulsaggini a stampa. Voleva.... voi penserete che volesse un avanzamento; voleva invece, avendo un programma di riforme scolaresche, essere ministro della istruzione.

Si credeva che la democrazia autorizzasse a tutto. I posti nelle amministrazioni furono moltiplicati;ma nessuna moltiplicazione era sufficiente al numero degli aspiranti. Si era ottenuta la libertà con dimostrazioni e con grida, perchè non si poteva ottenere un impiego?

Le anticamere dei ministri rigurgitavano, e chi non era contentato diventava un denigratore e andava nei caffè e nei ritrovi pubblici, a gridare, a vociare, a minacciare. Parea di essere tra energumeni.

Un'interpetrazione falsa della democrazia aveva rilassata ogni disciplina.

Nessuno veniva risparmiato. Carlo Poerio, che era quasi passato dalla prigione al ministero, e che, ahimè! dovea tornare alla prigione, non potendo accontentare i postulanti veniva insultato. Si spargeva la voce che egli fosse spia del Re, anzi traditore. Il Bozzelli non era che un vanitoso; un avvocato facile più alla parola che pronto all'azione. Si diceva invece che ricevesse danaro dal Re.

Una massa di gente chiedeva di essere restaurata dei danni patiti. «Tutti i ministri, dice il Settembrini, erano oppressi dalle petulanti e superbe dimande di uomini che parevano ubriachi e volevano essere uditi per forza, pretendevano tutto per forza e credevano la libertà un banchetto a cui ciascuno dovesse sedere e farvi una scorpacciata.Salivano tutte le scale, strepitavano in tutte le case; era un'anarchia brutta: e non v'era uomo sennato di qualsivoglia opinione, che non desiderasse di vedere un governo forte e non dei ministri avvocati, che chiacchierando sempre di legalità e di libertà, e avendo fede solo nelle chiacchiere, facevano andare ogni cosa a rotoli, e poi se ne spaventavano e davano le loro dimissioni, come fece il Ferretti, a cui fu sostituito il Manna, e come fecero poi l'Imbriani per onorate cagioni, il Ruggiero che si serbò a tempi migliori.»

Il Ministro degli affari esteri andò ad abitare fuori di Napoli, sperando di mettersi in salvo: la sua casa continuò a essere invasa, come prima, da postulanti.

Il ministro Vignali fu schiaffeggiato da una donna, che chiedeva con arroganza cosa ch'egli non potea concedere.

Il conte Pietro Ferretti, ministro delle finanze, dovendo un giorno recarsi a palazzo reale urgentemente per un consiglio di ministri, fece dire alla folla d'importuni in cerca d'impieghi, che lo attendeva nell'anticamera, che non potea quel giorno, chiamato altrove da urgenti ragioni di Stato, ricevere alcuno: aggiunse anzi che dovea recarsi dal Re, per consiglio dei ministri di grave momento. Laguardia nazionale che faceva da sentinella al Ministero delle finanze, invece di far eseguire il comando, si rivolse al Ministro e gli disse in tono epico: — Prima di essere ministro del Re, voi siete ministro del popolo. Perciò non dovete andare a palazzo reale e dovete star qui ad ascoltare il popolo. —

Il Ferretti cercò invano di reagire: dovè cedere alla singolare apostrofe, e quel giorno non andò in consiglio dei ministri.

L'anarchia delle strade cresceva con l'anarchia del Governo. Il partito assolutista, che aveva visto a malincuore le riforme costituzionali e che ora assisteva allo sfacelo degli ordinamenti liberali, intrigava per accrescere i disordini. Le vecchie spie licenziate, i Merenda, i Barone e altra turba numerosa e spregevole soffiavano ne' disordini, sperando che gli abusi stessi costringessero a tornare all'antico.

Nei ministeri era impossibile il lavoro. La stampa pubblicava nefandezze di ogni genere. I timidi, gli incerti, molti fra i più onesti, quasi cominciavano a desiderare la fine delle forme costituzionali.

Nei circoli chi più gridava e più insultava era il più applaudito. Si distinguevano i calabresi per violenza di linguaggio e per smodate aspirazioni.

Il popolo che nulla intendeva di costituzione e che avea più fede nel re che nei liberali, si mostrava avverso al nuovo regime. Si diceva: — E se non si lavora e noi stiamo digiuni, che libertà è questa? Prima il re era uno e mangiava per uno; ora sono mille e mangiano per mille. — Alcuni sobillatori troppo esaltati o troppo perversi accendevano le menti popolari. Bisognava che la libertà assicurasse qualcosa. In un paese in cui non v'era nemmeno una classe operaia organizzata, ma un artigianato quasi medievale, si reclamò il diritto al lavoro. Gli operai torcolieri e i sarti fecero dimostrazioni clamorose, proclamando i diritti più strani. Altre dimostrazioni dello stesso genere vi furono nei paesi del territorio, dovunque fossero fabbriche.

A Napoli la naturale mitezza del clima, la facilità della vita, la costituzione economica della città e della regione facevano esistere, fanno esistere tuttavia una gran massa di popolazione che vive quasi alla giornata. Turbe non educate le quali formano la base di ogni rivolgimento. Sono state le bande sanfediste del '99 e prima e dopo la causa più grande di agitazione e di pericoli in tutti i rivolgimenti napoletani: sono anche ora un permanente pericolo. Su queste turbe nessun altro potere esiste tranne quello dei preti.

Ora nel '48 il clero fu trattato con assai poco riguardo, anzi fu messo da parte da prima, offeso di poi ripetutamente. Non potea ispirare e non ispirò che sentimenti ostili alla costituzione.

Il ministro Saliceti volle l'espulsione dei gesuiti. Era una misura per lo meno intempestiva, quando già vi erano tante questioni ardenti.

Fu deciso, invece, che da un giorno all'altro, entro ventiquattro ore, i gesuiti sarebbero usciti dalla città e dal Regno. Era una misura enorme, un inutile atto di prepotenza. I gesuiti, sempre abili, ne profittarono e si vendicarono. Andarono via teatralmente, in aria tristissima, trasportando il più vecchio in una carrozza scoperta, tra i guanciali. Il vecchissimo era agonizzante e dava spettacolo miserando a una turba infinita di popolo, che seguiva commossa e minacciosa.

Non si aveva nè dai ministri nè dalle classi dirigenti alcuna idea precisa dei diritti e dei doveri. Il Ministro dell'interno, in una circolare famosa, mentre prometteva la divisione dei beni comunali ai cittadini, affermava che tuttiaveano diritto di partecipare ai benefizi della proprietà.

Libertà politica, diritto al lavoro, diritto alla proprietà: erano proclamazioni enfatiche e avvocatesche, di cui non si misuravano le conseguenze.

Non si sapeva dove si andasse: lo Stato era una nave senza nocchiero: e se male le cose procedevano nella capitale, peggio procedevano nelle provincie. Gli antichi odii determinati da prepotenze di signori e di ricchi e dall'appropriazione abusiva da parte di costoro delle terre pubbliche, diventavano più terribili. In alcuni paesi i contadini invadevano le terre demaniali e feudali e se le dividevano sommariamente. In provincia di Avellino, in Basilicata, in Calabria, nel Cilento, dovunque erano scene selvagge di violenza. Si formavano bande armate di contadini per rubare e dividersi i beni dei ricchi.

Coloro che il nuovo ordine di cose aveva offesi soffiavano dentro alle rivolte ed eccitavano i contadini ad atti di spoliazione. I coloni si rifiutavano di pagare gli affitti, e non vi era modo di astringerli al dovere. La rapina e i ricatti delle bande armate, scriveva Carlo Poerio, avevano finito con disgustare le masse degli onesti cittadini.

Nella capitale, come nelle campagne il popolo che nulla comprendeva di costituzione, che per istinto e per tradizione odiava la classe media, rimaneva avverso al nuovo regime. La libertà: che cosa dava ad esso la libertà?

I ricordi delle orde sanfediste, la tradizione dell'anno1799 e della restaurazione borbonica, erano ancor vivi, e le masse, sobillate dai preti, non vedendo nessun beneficio dal nuovo ordine di cose, credevano che un ritorno al re assoluto avrebbe dato, sia pure per nuovi rivolgimenti, la possibilità di ricavarne qualche benefizio.

Mentre la rivolta si faceva strada nelle province e la Sicilia aveva costituito un governo proprio; mentre la guerra era in Lombardia e il malumore cresceva; gli avvocati del governo impotenti a far nulla di serio a causa di tante pressioni, agitavano idee e propositi stravaganti. Si pensava più ai partiti che al paese; di ogni questione personale si faceva una question generale. Fu compilata una legge elettorale pessima; a chi si doleva fu risposto che era la migliore per far riescire gli amici.

Le elezioni furono fatte il 15 aprile, e, per fortuna, diedero risultati superiori a ogni aspettativa.

Carlo Poerio, degli Uberti, Ruggiero, Conforti, Imbriani ebbero elezioni multiple. Fra gli eletti vi erano Spaventa, Savarese, Dragonetti, Scialoia, Massari, Pisanelli, De Vincenzi, Mancini e altri degnissimi. Fra i deputati prevalevano coloro chein passato aveano sofferto persecuzioni; molti erano giovanissimi. Così come nel Parlamento del '20 vi era qualche prete, qualche proprietario, qualche nobile, alcuni professori; ma la grandissima maggioranza era di avvocati.

Il Bozzelli, l'idolo della vigilia, l'autore della costituzione non fu nemmeno eletto.

L'apertura del Parlamento era attesa con grande ansia, per lo spettacolo nuovo, per la speranza di vittoria che era in tutti i partiti, per il desiderio che era in moltissimi di battaglie di parole, di cui sempre molto avidi si sono mostrati i meridionali.

Tre correnti si erano determinate: la prima, la più numerosa, raccoglieva i malcontenti, coloro che a pochi giorni dalle nuova costituzione volevano modificarla o abolirla. Si proponevano di rovesciare il Ministero, di fare che la Camera dei Deputati funzionasse da costituente e abolisse la seconda Camera, quella dei pari. Propositi dissennati, conseguenze di letture mal digerite, di esempi mal compresi.

La seconda corrente avea carattere regionalista, era anzi una corrente napoletana. Non vedeva volentieri nè il movimento unitario, nè quindi la spedizione in Lombardia. Si aspettava che il Parlamentofacesse ritornare le truppe dalla Lombardia e le spedisse in Sicilia. Fra questi costituzionali sinceri, ma non unitari, erano appunto Bozzelli, Blanch, Ciancinelli ed altri molti.

L'ultima corrente era rappresentata da coloro che a tutto anteponevano il sentimento d'italianità; volevano che il re mandasse nuove truppe in Lombardia e rinunziasse, almeno per allora, a riconquistare la Sicilia.

Così divisi erano gli animi dei liberali e troppe soluzioni erano escogitate e troppe ventilate con gran leggerezza.

Così avveniva, che verso l'assolutismo, per desiderio di quieto vivere e per odio all'anarchia che invadeva tutti, cominciavano a ripiegare anche gli spiriti più temperati.

I deputati giungevano dalle province. Molti erano seguìti da armati. O era la poca sicurezza delle strade, o era il desiderio di mostrarsi disposti a difendere la libertà, anche con le armi, o ardimento, vanità, o paura, o tutte queste cose assieme, soprattutto dalle Calabrie e dal Cilento giunsero armati e per le vie di Napoli circolavano facce contadinesche in aria spavalda e minacciosa.

La guardia nazionale avea più bandiere che armi, quasi più ufficiali che soldati. Non istruita permancanza di tempo e di disciplina, raccoglieva tutti, pretendeva essere considerata come la sola e la grande milizia della nazione. L'esercito minacciato, insultato, tenuto da parte rodeva il freno: e tra il più gran numero degli ufficiali eran propositi e desiderii di ritorno all'antico.

In queste condizioni dovea aprirsi il Parlamento.

L'apertura solenne fu fissata per il 15 maggio. Ma sette od otto giorni prima di essa vi furono in parecchie case riunioni preparatorie.

Dopo una riunione tenuta in casa del medico Vincenzo Lanza, uomo sempre disposto a morire per la libertà, ma che poi visse in seguito benissimo sotto il dispotismo, fu deciso di riunirsi l'indomani nel palazzo di città in Monteoliveto.

Fra tante difficoltà i deputati avevano un cómpito molto semplice e chiaro: evitare ogni inutile lotta e rassodare la costituzione. Invece, all'annunzio che il re avrebbe mandata l'indomani una formula di giuramento di fedeltà alla costituzione promulgata, fu grande fermento. Alcuno disse che avrebbe fatto appello al popolo, altri pronunziò parole di biasimo. Si diceva che il Ministero avea promesso di svolgere lo Statuto: e si sottilizzavache svolgere implicava anche il diritto di rifare da capo a fondo.

Una costituzione, che era forse la più liberale di Europa o almeno fra le più liberali, pareva insufficiente e ogni avvocato volea modificarla: quasi si fosse trattato di un atto notorio o di una comparsa conclusionale.

L'indomani vi fu una nuova riunione; e furono propositi anche più violenti. Giunse la formula del giuramento quale il re desiderava; era presso a poco quella attualmente in uso nei parlamenti dei paesi costituzionali: si prometteva fedeltà al re, allo statuto e alla religione. Com'era possibile rifiutarla?

La maggioranza dei deputati non volle saperne. I ministri timidi, invece di appoggiare il re, decidevano che la miglior cosa fosse non giurare affatto.

Il re consentiva ancora a modificare la formula del giuramento; ma nemmeno questa concessione valeva a nulla. I ministri andavano e venivano dal Re al Parlamento e dal Parlamento al Re: i deputati si ostinavano a dire di essere un'assembleacostituente e non costituita. La frase era trovata: la vaghezza del polemizzare e del discutere faceva quasi dimenticare il pericolo. Qualcunofra i deputati annunziava che se si fosse dovuto giurare avrebbe proclamato dinanzi al popolo il tradimento della monarchia.

Il ministero inetto non trovava alcuna soluzione. Il grande storico che lo presiedeva era accidentato e si facea trasportare: conosceva del resto assai più la vita dei Longobardi che le difficoltà de' suoi tempi.

L'agitazione passava intanto nella piazza.

Si diceva: — Il Re tradisce la costituzione! la Camera non è costituita! bisogna che il popolo si faccia valere. —

Le bande armate cominciavano a circolare per le strade a tutela della libertà. Pietro Miletto e Giovanni Andrea Romeo, armati diboccacciol'uno e ditrombonel'altro, e seguìti da altri armigeri, tumultuavano e minacciavano.

Si formavano di nuovo le dimostrazioni. Un deputato gridava ai dimostranti che i rappresentanti della nazione si sarebbero fatti uccidere piuttosto che permettere al Re di tradire.

Nella sala dei deputati, individui estranei eccitavano alla rivolta.

Non si sa bene per opera di chi le prime barricate si formavano. Si disfacevano le insegne, si rovesciavano le carrozze, si smuovevano i pavimentidelle strade. Un individuo che ebbe nome di patriota e di repubblicano, introdottosi abusivamente nella sala dei deputati alla testa di schiamazzatori e in aria di minaccia, propose non si facesse alcunatransazionese prima il Re non consegnasse alla guardia nazionale i castelli e le armi.

Quest'idea temeraria e dissennata fu accolta con un diluvio di applausi. Nella notte fra il 14 e il 15 il Re, sperando di evitare la rivolta, cedeva su tutto, tranne che sulla cessione dei castelli. Accettava perfino che la riunione del Parlamento avvenisse senza che i deputati prestassero il giuramento di fedeltà.

Invece nella notte le barricate erano cresciute. Ve ne erano diciassette in via Toledo da San Ferdinando a Santa Teresa e sessantadue nelle vie adiacenti.

I deputati, avendo ottenuto tutto ciò che volevano, facevano dal vicepresidente affiggere una notificazione, pregando la guardia nazionale di ritirarsi e gli amici della libertà di disfare le barricate, affinchè il Re potesse la mattina andare con il corteo ad aprire la sessione parlamentare della prima legislatura.

La truppa intanto aveva occupato le piazze, temendo violenze da parte dei rivoltosi.

La mattina del 15 vi fu nuova gravissima agitazione. Si pretendeva che il Re ritirasse immediatamente i soldati: solo allora, si diceva, si sarebbero disfatte le barricate.

Ma dietro queste ultime erano alcuni energumeni, moltissimi di quelli che speravano e volevano nuovi rivolgimenti, perchè la libertà non avea data loro nessuna di quelle cose cui aspiravano. Su di essi nulla potè, non l'intervento del vecchio e venerando generale Gabriele Pepe, messo dai deputati a capo della difesa nazionale; non la commissione mandata dai deputati.

Questi ultimi, la mattina del 15, sedevano in Monteoliveto e agitavano propositi disparati. Alcuni di essi erano sicuri che l'inaugurazione sarebbe avvenuta, ed erano in abito nero e cravatta bianca.

I rivoltosi delle strade, non cedendo ad alcuna ragione, avevano invece rafforzate le barricate. Si trovavano di fronte, in parecchi punti, l'esercito e i rivoltosi.

I soldati, che da parecchi giorni e da parecchie notti erano in uno stato di tensione grandissima e avevano a capo ufficiali contro cui più grandi erano le avversioni dei liberali, erano stanchi ed esausti.

A un tratto, dalle barricate in piazza San Ferdinando furon tirati su di essi i primi colpi ecaddero uccisi un granatiere e un capitano della guardia. Fu il segnale della battaglia: gli svizzeri, atterrate le prime barricate, si slanciarono per la via Toledo.

La storia dell'eccidio del 15 maggio è nota. Nel combattimento per le strade parecchi furono uccisi; molti morirono che non avevano colpa alcuna. Gli svizzeri commisero alcuni atti di crudeltà: furono trucidati dei giovani di molto valore e che grandi speranze avean fatto concepire. Il popolo sopra tutto fece peggio dell'esercito, peggio degli svizzeri. Rubò, saccheggiò, incendiò come in tutte le sommosse e in tutte le rivoluzioni di Napoli.

I morti furono molti, qualche centinaio forse: alcuni palazzi furono incendiati.

La sera Napoli era in un silenzio di morte, in quel silenzio che segue le grandi tragedie di un paese.

Chi potè fuggi la città: alcuni, prevedendo repressioni, si misero in salvo immediatamente.

I deputati che avevano mostrato così poche attitudini nelle dubbiezze, o che almeno erano stati soverchiati dalla immonda marea che veniva dal basso, prima di separarsi scrissero gagliarda protestae la consegnarono al più giovane, a Stefano Romeo, affinchè, rifugiandosi all'estero, la divulgasse in tutta Europa.

La protesta, redatta da Mancini, fu sottoscritta da 66 deputati.

Napoli fu prima a insorgere per la costituzione; fu anche la prima a cadere nella reazione.

Dopo il 15 maggio il re non abolì la costituzione; tenne anzi fra i suoi ministri parecchi degli antichi liberali. Fu sciolta la guardia nazionale e il Re, proclamandosi ancora una volta difensore della Statuto, sciolse la Camera e indisse le nuove elezioni.

Ma l'orientamento della politica nuova si vide quando, poco tempo dopo, richiamò le truppe che avea mandato a combattere in Lombardia.

A spingere Ferdinando nella via della reazione contribuì il fatto, che parecchi fra i deputati, partiti immediatamente per le province, si proposero e tentarono di organizzare là rivoluzione.

Qualcuno volle perfino ripetere la spedizione del cardinale Ruffo e mettere questa volta la Santa Fede al servizio della libertà. Furono tentativi e la spedizione di Calabria e le rivolte del Cilento, nonostante gli aiuti di Sicilia, non ebbero alcun risultato.

Nell'anima popolare era assai più grande la fede nel Re che nei liberali. Tutte le volte che il popolo della città, come quello della campagna, si pronunziò liberamente, fu sempre per la causa legittimista, non per criterio o ragione politica, bensì per antica tradizione e per odio alla classe media.

La sessione parlamentare che si tenne dopo i fatti del 15 maggio non poteva avere una grande importanza. Le elezioni avevano mandato uomini degni in grandissima parte, ma la sfiducia era in tutti.

Il Re non abolì la costituzione; ma non l'applicò. Il Parlamento fu tollerato fin quando la causa della reazione in Europa non parve sicura, e fino a quando si temette l'intervento straniero.

La stampa fu per poco tollerata anch'essa.

I partigiani dell'assolutismo e alcuni che volevano far dimenticare la parte avuta nei moti liberali, fecero girare una sottoscrizione in cui si chiedeva al Re di abolire la costituzione.

La stampa liberale era stata indegna: più indegna ancora fu la stampa che sorse in difesa del militarismo e dell'assolutismo. Invocava persecuzioni, repressioni, violenze, additava persone fra le più stimabili all'odio soldatesco e alle vendette del Re.

Vi furono esempi mirabili di carattere da parte di quelli che, con la moderazione e con infiniti sacrifizi, cercarono di salvare la libertà pericolante.

La prima cosa che il re volle, dopo il richiamo delle truppe di Lombardia, fu domare la rivoluzione di Sicilia. Quella sciagurata rivoluzione, troppo forse esaltata e contro cui nobilissime parole scrisse Vincenzo Gioberti, fu la vera causa, la causa intima e reale dei rovesci del 1848.

La riconquista dell'isola non fu facile; vi furono combattimenti sanguinosi e qualche volta crudeli. I soldati lanciarono bombe sugli edifizi e Ferdinando fu dettore Bomba.

Nell'animo del re si operò una trasformazione profonda. Fra il '30 e il '48 era stato principe liberale e vago di cose nuove e desideroso di assicurare la grandezza del suo paese.

Quelli eran dunque i frutti della libertà? La libertà non produceva che disordini? la libertà era dunque la rivoluzione in permanenza? Lo incitavano, lo adulavano, lo stimolavano con l'adulazione bassa, con l'intrigo maligno a sbarazzarsi di chiunque fosse sospetto.

Volle essere il difensore dell'assolutismo.

Non era un fulmine di guerra, come suo padre e come il suo avo non erano; volle andare non di meno nel territorio romano a combattere la repubblica e a restaurare la monarchia pontificia. Quasi non vide il nemico, cui di molto soverchiava in forze e fuggì.

L'umiliazione e gli scherzi che la stampa europea fece sul suo conto lo eccitarono: divenne più sospettoso, più timoroso.

In altri tempi avea limitata la potenza dei preti: volle mettersi nelle loro mani più che potè. Mandò e fece mandare predicatori dovunque sospettava vi fossero liberali.

Sospettoso di tutti si mostrò avverso a ogni novità, ad ogni riforma, ad ogni mutamento: gli parevano roba dapaglietti, cioè da avvocati, e alle chiacchiere degli avvocati attribuiva i fatti dolorosi di cui egli e il regno soffrivano.

In seguito alla repressione del 15 maggio, furono processati moltissimi cittadini e vi erano fra essi gli uomini più illustri della città, deputati che avevano fatta opera di moderazione e perfino i ministri, che fino quasi alla vigilia sedevano nei consigli del Re costituzionale.

Ferdinando è stato ritenuto finora un tiranno: le sue crudeltà (se la paura è crudeltà) sono stateesagerate e quella grossolana malizia di cui egli stesso si compiaceva e che era la sua forza e la sua debolezza, è parsa un'arte di dispotismo e di intrigo.

Ma, a giudicare con serenità, dopo quarant'anni dalla sua morte, egli non fu se non un uomo buono e mediocre, intelligente e grossolano, animato dalle migliori intenzioni e rovinato dalla paura. I suoi ministri, i suoi cortigiani, perfino i suoi avversari furono spesso inferiori a lui.

Come può essere chiamato crudele chi non fece, dopo i fatti del 15 maggio, eseguire condanne di morte? La causa contro i rei di Stato durò otto mesi ed ebbe 74 udienze pubbliche. Gli avvocati parlarono ampiamente, gli accusati furono giudicati non dai tribunali militari, ma dalle corti criminali. I giornali dell'alta Italia riproducevano i resoconti del processo, e il tribunale diventava in tal modo un mezzo di propaganda.

Molte condanne vi furono, e molto inique. Ma la più gran parte furon poi commutate. Il Re era migliore della classe di governo e le colpe maggiori vanno imputate non a lui, ma ad altri.

Quando noi ci ripieghiamo sulla nostra coscienza, vediamo che Ferdinando II fece meno di quello che governi liberi e in tempi di maggiore civiltàfecero per ragioni di ordine interno in periodi di rivolte.

Le accuse su di lui sono state tante! Si è detto perfino che la prova più grande della corruzione e del disordine del suo reame si trova nel romanzo di Ranieri:L'orfana dell'Annunziata, pietosissima storia dei fanciulli esposti e ricoverati nella casa dell'Annunziata. Eran queste cose colpa del Re? Dopo mezzo secolo, e in regime liberale, un'inchiesta eseguita pochi anni or sono ha mostrato che queste torture non sono più possibili, poichè i bambini preferiscono, senza dubbio per loro volontà, morire tutti nel primo anno di età.

Ferdinando è stato ritenuto responsabile di colpe non sue, e quella che era in lui pochezza o insufficienza, determinata dai pregiudizi dell'ambiente è stata giudicata ben altrimenti.

La rovina della dinastia borbonica è stata determinata meno dall'essersi opposta alla libertà che dall'essersi opposta all'unità, movimento allora irresistibile e rispondente a un bisogno di tutta la civiltà europea.

Ma anche in questa opposizione Ferdinando non fu cieco: e fin dopo il 15 maggio non escluse recisamente l'idea federativa. Volea solo assicurare al suo reame, che era il più grande, quella egemoniache, per insipienza de' suoi ministri e per mancanza d'iniziativa da parte sua, andò poi al Piemonte.

Che cosa diede Napoli, nel 1848 e fra il '48 e il '60, all'Italia? Diede l'impulso, diede l'irrequietezza, diede ciò che è più, l'esempio.

Il sapere all'ergastolo o nell'esilio, tormentati o profughi, i più alti intelletti d'Italia, una schiera illustre quale nessun paese d'Italia ebbe: Poerio, Settembrini, Scialoja, Pisanelli, De Sanctis, Mancini, Spaventa, Ciccone, De Meis, e tanti altri degnissimi era ragione continua di agitazione. Questa schiera illustre, o soffrendo nell'ergastolo, o nell'esilio combattendo nel giornalismo e dalle cattedre, eccitava le menti e l'autorità dei loro nomi, pareva ed era garanzia della causa.

Fra il 1849 e il 1860 si può dire che l'agitazione sia stata fatta esclusivamente dai meridionali. Il giornalismo inglese non si occupava che del Regno di Napoli, che Gladstone avea visitato e in cui i processi clamorosi nei quali si battevano più per la causa italiana che per sè stessi uomini insigni, assumevano proporzioni di avvenimenti.

Le colpe del Re erano esagerate, e quelle dei liberalidimenticate: ma l'esagerazione e l'oblio sono due mezzi di lotta antichi e servivano anch'essi alla causa.

Solo, a mezzo secolo di distanza, noi abbiamo il dovere di una maggiore giustizia e non possiamo più attribuire a una dinastia, a un uomo le responsabilità di tutto un paese.

Noi abbiamo ancora, anzi più che mai, il difetto di voler trovare nella storia deitipi: cioè uomini che hanno rappresentato in bene o in male un'epoca. Quando giudichiamo il passato non amiamo i chiaroscuri, non amiamo la storia della folla.

Il '48 in Italia ci pare raffigurato da Carlo Alberto, da Mazzini, da Garibaldi, da Ferdinando II, da Pio IX, da Pellegrino Rossi, dalla schiera illustre dei perseguitati di Napoli.

Eppure noi intenderemo il '48 solo quando seguiremo il processo inverso, quando lasceremo di parlare di alcuni individui e scenderemo in basso e studieremo le passioni e i bisogni che agitavano le folle. Solo allora ci spiegheremo la diversa condotta di alcuni uomini, la incapacità di altri: solo allora vedremo con ampiezza e giudicheremo con serenità.


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