GIAMBATTISTA MARINI(1569-1625)CONFERENZADIEnrico Panzacchi
CONFERENZADIEnrico Panzacchi
Conferenza tratta dal resoconto stenografico
Signori! Signore!
In una calda giornata del giugno 1624, il cavalier Giambattista Marino tornava a Napoli, dove era nato nel 1569, e donde era stato lontano molti anni, dimorando molto a Roma e moltissimo in Francia. Ritornava, come suol dirsi, carico di lauri e alla guisa di un trionfatore antico. Ma la forma del suo trionfo era oltre ogni dire spettacolosa e bizzarra.
Fra tanto popolo, egli, sgraziato cavaliere, solo a cavallo. Dintorno a lui, dai lazzaroni ai gentiluomini, tutti facevano calca gridando evviva e tenendo il capo scoperto sotto quel sole cocentissimo. Avanti al corteggio era spiegata una gran bandiera su cui si leggevano in caratteri d'oro queste parole a foggia di epigrafe:Al nome del cavaliere Giovan Battista Marino, mare di incomparabile dottrina, di feconda eloquenza, di faconda erudizione, anima della poesia, spirito delle cetere, norma dei poeti, scopo delle penne,materia degli inchiostri, facondissimo, fecondissimo, tesoro dei preziosi concetti, delle peregrine invenzioni, felice fenice dei letterati, miracolo degli ingegni, splendor delle Muse, decoro della letteratura, gloria di Napoli, degli oziosi cigni principe meritissimo, dell'italica musa Apollo non favoloso, dalla cui gloriosa penna il poema ritrova i proprî pregi, l'orazione i naturali colori, il vero la vera armonia, la poesia il perfetto artifizio, ammirato dai dotti, onorato dai regi, acclamato dal mondo, celebrato dalle cose. In questi pochi inchiostri, picciol tributo di povero rivolo, Donato Facciuti, meritamente dona e consacra.
L'epigrafe è un po' lunga, ma mi pare che serva a metterci, come suol dirsi, nell'ambiente. In sostanza il Marino era il più celebre poeta che vivesse allora nel mondo.
Ricordiamoci che allora viveva anche in Inghilterra un certo Guglielmo Shakespeare. Ma chi l'aveva mai sentito solamente nominare dalle nostre parti? Bisognava che trascorressero molti e molti anni perchè Shakespeare avesse almeno una sinistra reputazione, quando il signor di Voltaire lo ebbe chiamatoun barbaro ubriaco.
Il Marino, ho detto, era unanimemente riconosciuto per il primo poeta del mondo. Claudio Achillini, bolognese, uno dei suoi più celebri imitatori, gli scriveva, quando era in Francia: “Nellapiù pura parte dell'anima, mi sta viva questa opinione che voi siete il maggiore poeta tra quanti ne nascessero o fra i latini, o fra i greci, o fra i caldei, o fra gli ebrei. Questa affermazione difendo e professo colla lingua qualora ne parlo, e colla penna quando ne scrivo. Le api pandee non sanno stillare favi più dolci di quelli che si fabbricano nella vostra bocca, e la vostra fama poetica non sa volare con altre penne che colle vostre.„ E un degno collega dell'Achillini, anch'esso di Bologna, anch'esso scrittore celebratissimo, Girolamo Preti, gli scriveva: “Col vostro ingegno voi avete sorpassato tutti gli scrittori non solamente di questa, ma anche dell'età antica, i quali scrittori dell'età antica (così soglio dire sempre) se vedere potessero gli scritti del signor Marino, io mi fo a credere che gli scritti loro tanto meno piacerebbero a loro stessi, quanto più piacevano al loro secolo....„ E di questo gran concetto del Marino erano partecipi e facevano ad esso eco fedele i letterati più insigni delle altre nazioni. E mi basterà citarne uno solo, il Lopez De-Vega, il più gran poeta spagnuolo di quel secolo, il quale in frequenti passi ha del Marino lodi sperticate, che possono riassumersi in questo suo distico:
Joan Battista Marino es sol del Tasso,Si bien che el Tasso lo servio de aurora.
Joan Battista Marino es sol del Tasso,Si bien che el Tasso lo servio de aurora.
Joan Battista Marino es sol del Tasso,
Si bien che el Tasso lo servio de aurora.
E di questa fama ora dal tempo molto sfrondata, riman pure qualche cosa, o signore! Rimane non solamente nei libri delle storie letterarie, ma anche là dove il sopravvivere dell'opera sembra che sia un infallibile segno di grandezza. Girando per la vostra Toscana, forse non troverete più dei contadini che ricordino le terzine della Divina Commedia; e per la Laguna veneta i gondolieri hanno ormai dimenticate le ottave che celebrano i dolori di Erminia e gli amori di Clorinda; ma in qualunque regione d'Italia, penetrando nelle umili classi popolari e massime delle campagne, voi facilmente troverete ancora un poemetto di Giovanni Battista Marini,La strage degli Innocenti. Per tutte queste ragioni, il trattare di Giovanni Battista Marini parve conveniente a voi quando decideste i temi delle conferenze di quest'anno; ed io, onorato dell'incarico di parlarvene, cercherò di corrispondere come meglio potrò alla fiducia dimostratami, non tralasciando di ricordarvi che è un grande ausiliare di chi parla l'essere animato d'entusiasmo per il proprio argomento. Entusiasmo, ve lo confesso avanti, per il mio soggetto io proprio non ne ho! Mi sta dinanzi un clamoroso e complicato fenomeno letterario; ed io mi propongo di descriverlo in brevi tratti nelle sue origini e nelle sue fasi, lasciando naturalmente a voi il giudizio del come io l'avrò trattato.
Credo bene premettere che bisogna evitare delle confusioni molto dannose in questo argomento. Da alcuni si adoperano con molta facilità, alla rinfusa, i vocaboliseicento,seicentismo,marinismo. Il confondere i significati di questi vocaboli, è di grande ingiuria alla realtà dei fatti.
IlSeicentoè ben altra cosa delseicentismo; o, se volete, il seicentismo non è che degenerazione del seicento, il quale ha lasciato le sue pagine gloriose nella storia d'Italia. Il Cinquecento instaurò nel mondo latino l'intuito, il sentimento del reale, sgombrandolo dalle nebbie del Medio Evo. Ora a questo sentimento, vivo ma sempre un po' vago e indeterminato, il Seicento fece seguire la dimostrazione sperimentale; e questo basterebbe per la gloria di un secolo. A rappresentare poi questa gloria basterà ricordare Galileo Galilei e l'Accademia del Cimento.
Anche nell'arte figurativa il Seicento ha glorie insigni. Fu esso un secolo di generosi contrasti, di sforzi erculei per rattenere nella china fatale le arti che precipitavano. E in questo contrasto le arti erano rappresentate da uomini di grande ingegno e di fortissimo sentire, come il Bernini, il Domenichino, Guido Reni ed altri. Da questo contrasto uscì fuori una nuova forma d'arte italica che intimamente corrisponde al periodo tragico; una conquista importantissima, che, nellaloro artistica serenità, i secoli anteriori non si erano curati di afferrare.
Rimane dunque a parlare del seicentismo letterario; e anche qui, per avere un'idea esatta, bisogna allargare i confini geografici. Non è vero che il seicentismo fosse fenomeno prettamente italiano. Tutte le nazioni ebbero in quel tempo il loro Seicento. Lo ebbero gli Spagnuoli, col nome digongorismo; lo ebbero gl'inglesi col nome dieufuismo; lo ebbero i Francesi col nome dipreziosismo. E quando, per esempio, Filarete Chasles ci dice che il cavalier Marino andò a fare scuola a Parigi chiamatovi dal maresciallo D'Ancre e protettovi da Maria de' Medici, dice una cosa grandemente inesatta. Bisognerebbe anzi invertire i termini del fatto. Fu la gran consonanza fra il gusto del Marino e i gusti prevalenti già da tempo in Francia, che determinò la chiamata del poeta e causò il suo incredibile trionfo. L'Hôtel Rambouilletera già pieno da un pezzo dei suoipreziosie delle suepreziose; ed essi pendevano dalle labbra dell'autore dell'Adoneappunto perchè nelle sue metafore e ne' suoi “concetti„ sentivano quello che era accetto al gusto loro e lusingava le loro più vive predilezioni. Potremo anzi dire di più; e cioè che il Marino stesso (e questo lo si rileva leggendo con ordine cronologico parecchi dei suoi componimenti più importanti) che il Marinostesso attinse dalle preziosità francesi degli elementi nuovi che al focoso napoletano prima erano sfuggiti. È vero che il Cottin e il Voiture e il De Portes e Balzac e gli altri presero da lui senza dubbio; ma se presero dal Marino, qualche cosa anche a lui dettero; e tanto dettero che il Marino, ci ritornò di Francia non solamente come autore delle sperticate metafore e delle smisurate fantasie, ma anche come il poeta di certi vezzi e di certe raffinatezze, che hanno la loro origine nella mente e nel gusto della Francia di quel tempo; tutto un edificio letterario di pessimo gusto, che doveva poi esser assalito dall'umorismo potente di Molière e dagli anatemi del Boileau.
Questo dunque bisogna mettere in chiaro. Ilseicentismonon fu un malanno esclusivo di noi altri Italiani; fu invece una specie di lebbra universale, che invase le letterature europee di quel tempo.
Quale l'origine di questo male comune? Io credo che esso debba considerarsi come una mala conseguenza dell'umanismo, pigliato, ben inteso, non nella sua pura e gagliarda essenza, ma nella sua parte caduca e facilmente degenerativa. Orazio ha detto una sentenza feconda di grandissimi significati:facile est inventis addere. Ora il dare ad un popolo una letteratura che non nasca tutta intera dalle sue viscere, che non sia tutta inspirata dalle condizioni vive e presentidell'epoca, ma che sia formata per la più parte di splendidi e seducenti ricordi, lascia nell'organismo di questo popolo delle facoltà latenti ed inerti, che poi pel vizio stesso dell'inerzia sono tratte o ad intorpidirsi o a sovvraeccitarsi. Da questo doppio difetto nacquero e la rinuncia ad ogni bella e vigorosa iniziativa e un fatuo e sregolato amore di novità. Condotti da questi due istinti viziosi, i poeti si dettero con predilezione a lavorare le materie già loro somministrate dall'antico; poi, come non si può sempre ripetere quello che è stato detto, ma bisogna qualche cosa aggiungere, divenne inevitabile che essi, aggiungendo, guastassero. Per cui a poco a poco si formò un fenomeno semplicissimo e naturalissimo; che cioè l'artista si venne a mano a mano obliando nell'opera sua, facendo a sè stesso spettacolo dilettoso del proprio artifizio. Ed una volta messo su questa strada, si lasciò andare a una specie di degenerazione inavvertita e istintiva. Aggiungete che a questa degenerazione si aggiunse lo stimolo potentissimo dell'emulazione, perchè se uno passava di una linea il giusto segno, l'altro doveva passarlo di due. Pur troppo è con l'aumento e con l'incremento materiale delle proporzioni e dei colori che l'opera d'arte riesce a richiamare l'attenzione del grosso pubblico!
Però non è da meravigliarsi se tutte le nazionimoderne, le quali, per l'esempio e per l'impulso dell'Italia, hanno ricominciato a rivivere nel culto e nell'imitazione di letterature morte, hanno tutte preso la medesima china e se il seicentismo fu un guaio comune.
Credete poi che frugando un po' attentamente entro la letteratura del Medio Evo, non ritrovereste nei residui della bassa latinità, degli eccessivi e puerili artifici ricorrenti ad ogni piè sospinto? Massime gli scritti puramente mistici sono pieni di ogni fatta di manierismi; e a tradurli in italiano ci parrebbe di essere già da un pezzo in pieno Seicento. Lasciamo da parte le preziosità latine eredità dei provenzali, e certe ricercatezze a cui non seppe sfuggire nemmeno il genio austero di Dante Alighieri. Lasciamo da parte i giochetti a cui si lasciò tanto volentieri andare il Petrarca sul nome di Laura, e certi contrasti che fanno parer lui, piuttosto che il principe dei poeti amorosi italiani, l'ultimo arrivato dei trovatori provenzali. Ma fermiamoci a contemplare un aspetto solo dell'arte del dire, quello che più si presta ai ragguagli ed ai confronti istruttivi: il sentimento della natura. Voi vedete come il sentimento della natura nei nostri poeti del Trecento è, in generale, schietto ed efficace. Dante con una terzina ha la potenza di rendervi un paesaggio in termini così sobrii e insieme così rilevati chela fantasia e il gusto non domandano di più. Ma come venite al quattrocento, ecco che già il manierismo comincia a far capolino. Il Poliziano, per esempio, l'adorabile nostro Poliziano, non vorremo noi dire che qualche volta si lascia andare alle vaghezze d'un artificio troppo palese?
Trema la mammoletta verginellaCon occhi bassi, onesta e vergognosa,Ma vie più lieta, più ridente e bellaArdisce aprire il seno al sol la rosa.Questo di verde gemme s'incappella;Quella si mostra allo sportel vezzosa,L'altra che in dolce fuoco ardea pur ora,Languida cade e il bel pratello infiora.... L'alba nutrica d'amoroso nemboGialle, sanguigne e candide viole;Descritto ha il suo dolor Giacinto in grembo;Narciso al rio si specchia come suole;In bianca vesta con purpureo lemboSi gira Clizia pallidetta al sole;Adon rinfresca a Venere il suo pianto;Tre lingue mostra Croco, e ride Acanto.
Trema la mammoletta verginellaCon occhi bassi, onesta e vergognosa,Ma vie più lieta, più ridente e bellaArdisce aprire il seno al sol la rosa.Questo di verde gemme s'incappella;Quella si mostra allo sportel vezzosa,L'altra che in dolce fuoco ardea pur ora,Languida cade e il bel pratello infiora.
Trema la mammoletta verginella
Con occhi bassi, onesta e vergognosa,
Ma vie più lieta, più ridente e bella
Ardisce aprire il seno al sol la rosa.
Questo di verde gemme s'incappella;
Quella si mostra allo sportel vezzosa,
L'altra che in dolce fuoco ardea pur ora,
Languida cade e il bel pratello infiora.
... L'alba nutrica d'amoroso nemboGialle, sanguigne e candide viole;Descritto ha il suo dolor Giacinto in grembo;Narciso al rio si specchia come suole;In bianca vesta con purpureo lemboSi gira Clizia pallidetta al sole;Adon rinfresca a Venere il suo pianto;Tre lingue mostra Croco, e ride Acanto.
... L'alba nutrica d'amoroso nembo
Gialle, sanguigne e candide viole;
Descritto ha il suo dolor Giacinto in grembo;
Narciso al rio si specchia come suole;
In bianca vesta con purpureo lembo
Si gira Clizia pallidetta al sole;
Adon rinfresca a Venere il suo pianto;
Tre lingue mostra Croco, e ride Acanto.
Adorabili ottave! ma un principio artifizioso, qua e là, sarebbe impossibile dissimularlo. E quella tanto decantata ottava dell'Ariosto intorno alla rosa, chi negherà che non abbia qualche cosa di eccessivo, quando dice che a questo fiore la terra e il cielo e il sole s'inchinano? Troppo grande atteggiamento dell'Universo intorno a così piccolo oggetto!
Ebbene, a questi accenni e a questi spunti siattaccarono con una specie di furia tutti gl'ingegni minori. E noi in pieno Quattrocento abbiamo un vero e proprio seicentismo, tanto che il mio maestro e amico, vanto non bugiardo dell'erudizione e della critica italiana, Alessandro d'Ancona, descrivendoci le rime del Cariteo, del Tribaldeo, dell'Alunno, di Serafino Aquilano, del Sessa, del Notturno, dell'Altissimo ed altri poeti minori di quell'epoca, non fa altro che venire su bel bello passando dai loro sonetti a quelli dell'Achillini e del Marini. Questa esposizione ci mostra che il trapasso riuscì nella storia agevolissimo; anzi parecchie volte si rimane in forse se, nel confronto, i meno seicentisti non debbono considerarsi il Marini e l'Achillini. Naturalmente poi nel suo ascendere questa artificiosità arriva ad un punto che sa di mostruoso e di grottesco. E per darvi un'idea di questa specie di vertice sciagurato a cui si potè arrivare, non faccio che prendere alcune ottave del nostro Marino attorno alla rosa e vi consiglio di ascoltarle avendo presente l'ottava dell'Ariosto.
Rosa, riso d'amor del ciel fattura,Rosa dal sangue mio fatta vermigliaPregio del mondo e fregio di natura,De la terra e del sol vergine figlia,D'ogni ninfa e pastor delizia e curaOnor de l'odorifera famiglia,Tu tien d'ogni beltà le palme prime,Sopra il volgo de' fior donna sublime.. . . . . . . . . . . . . . . . .Porpora dei giardin, pompa dei prati,Gemma di primavera, occhio d'aprile.Di te le Grazie e gli Amoretti alatiSon ghirlanda alle chiome, al sen monile.Tu, qualor torna agli alimenti usatiApe leggiadra o zeffiro gentile,Dai lor da bere in tazze di rubiniRugiadosi licori e cristallini.. . . . . . . . . . . . . . . . .Non superbisca ambizïoso il SoleDi trionfar fra le minori stelle,Che ancor tu fra i ligustri e le vïoleScopri le pompe tue superbe e belle.Tu sei con tue bellezze uniche e soleSplendor di queste piagge, egli di quelle;Egli nel cerchio suo, tu nel tuo stelo,Tu sole in terra, egli rosa in cielo!
Rosa, riso d'amor del ciel fattura,Rosa dal sangue mio fatta vermigliaPregio del mondo e fregio di natura,De la terra e del sol vergine figlia,D'ogni ninfa e pastor delizia e curaOnor de l'odorifera famiglia,Tu tien d'ogni beltà le palme prime,Sopra il volgo de' fior donna sublime.. . . . . . . . . . . . . . . . .Porpora dei giardin, pompa dei prati,Gemma di primavera, occhio d'aprile.Di te le Grazie e gli Amoretti alatiSon ghirlanda alle chiome, al sen monile.Tu, qualor torna agli alimenti usatiApe leggiadra o zeffiro gentile,Dai lor da bere in tazze di rubiniRugiadosi licori e cristallini.. . . . . . . . . . . . . . . . .Non superbisca ambizïoso il SoleDi trionfar fra le minori stelle,Che ancor tu fra i ligustri e le vïoleScopri le pompe tue superbe e belle.Tu sei con tue bellezze uniche e soleSplendor di queste piagge, egli di quelle;Egli nel cerchio suo, tu nel tuo stelo,Tu sole in terra, egli rosa in cielo!
Rosa, riso d'amor del ciel fattura,
Rosa dal sangue mio fatta vermiglia
Pregio del mondo e fregio di natura,
De la terra e del sol vergine figlia,
D'ogni ninfa e pastor delizia e cura
Onor de l'odorifera famiglia,
Tu tien d'ogni beltà le palme prime,
Sopra il volgo de' fior donna sublime.
. . . . . . . . . . . . . . . . .
Porpora dei giardin, pompa dei prati,
Gemma di primavera, occhio d'aprile.
Di te le Grazie e gli Amoretti alati
Son ghirlanda alle chiome, al sen monile.
Tu, qualor torna agli alimenti usati
Ape leggiadra o zeffiro gentile,
Dai lor da bere in tazze di rubini
Rugiadosi licori e cristallini.
. . . . . . . . . . . . . . . . .
Non superbisca ambizïoso il Sole
Di trionfar fra le minori stelle,
Che ancor tu fra i ligustri e le vïole
Scopri le pompe tue superbe e belle.
Tu sei con tue bellezze uniche e sole
Splendor di queste piagge, egli di quelle;
Egli nel cerchio suo, tu nel tuo stelo,
Tu sole in terra, egli rosa in cielo!
Vedete a che punto, salendo di grado in grado, può arrivare l'artificiosità. Un altro esempio, perchè io credo che valga meglio valersi degli esempi anzichè procedere per elaborate dimostrazioni teoriche, lo abbiamo in un altro argomento anche più attraente, molto trattato dalla letteratura italiana: il bacio.
Dante Alighieri scolpì e condensò tutta la poesia del bacio con un verso solo:
La bocca mi baciò tutto tremante.
La bocca mi baciò tutto tremante.
La bocca mi baciò tutto tremante.
Quante perifrasi, quanti allungamenti e aggiunte dal manierismo poetico a quel tocco rapido e potente in cui sentiamo tutte le suggestioni del dramma d'amore! Ora andate a leggere(preferisco, o signore, che leggiate voi) come sottilmente teorizzi e pindarizzi sul bacio uno dei poeti più cari alla propria generazione e che mantenne fino a noi una meritata fama, voglio dire G. B. Guarini, Fautore delPastor Fido, l'emulo di Torquato Tasso nella poesia nell'idillio campestre:
Quello è morto bacio a cuiLa baciata beltà bacio non rende......
Quello è morto bacio a cuiLa baciata beltà bacio non rende......
Quello è morto bacio a cui
La baciata beltà bacio non rende......
E tutta quella melliflua onda di baci si chiude col distico di cadenza:
E son come d'amor baci baciati,Gl'incontri di due cori innamorati.
E son come d'amor baci baciati,Gl'incontri di due cori innamorati.
E son come d'amor baci baciati,
Gl'incontri di due cori innamorati.
Contro tutto questo esagerare e sconfinare dell'artificio in Italia, non esisteva un argine sicuro. L'umanismo per sè stesso era stato un forte coefficente di vita italiana, anzi l'aveva eretta e rialzata a più nobili ideali; ma questo accadde soltanto fino che perdurarono in Italia certe date condizioni. Ma pur troppo la vita italiana, voi lo sapete, decadde miseramente per tante cause che sarebbe fuori di luogo qui l'enumerare. La vita italiana si venne rapidamente fatturando e artificiandooltre ogni dire in tutti i suoi elementi. Se voi esaminate tutti gli strati di questa vita, voi vedrete perchè la cultura dovesse diventare inevitabilmente un futile fine a sè stessa. L'Italia mancò al proprio destino, mentre altre Nazioni lo raggiungevano; e avvenne che tutte le forze residuali di questo grande organismo, invece di esercitarsi ed effondersi nel bene, si ripiegarono sopra loro stesse, e in qualche guisa scambievolmente si macerarono e si corruppero. In tutti gli strati della vita italiana, voi vedete l'artificio e la falsità. Mancò il gran tentativo del rifacimento religioso, o riuscì solamente in parte. Mancò in tutto e per tutto il nobile sforzo balenato a qualche mente generosa della ricostituzione politica; e noi rimanemmo un paese che non poteva più bastare a sè stesso, perchè non aveva più un avvenire. Ed è doloroso insieme e curioso il vedere come, più noi penetriamo nella essenza della vita italiana d'allora, più risaltano l'artificio e la corruttela che prende il posto del suo sano e spontaneo svolgimento. Bisogna rifarsi da gli usi della casa, principiando dalla cucina, dove la droga e il pigmento portano una specie di guerra micidiale agli stomachi. Certe morti celebri e poeticamente immaginate (o miseria!) non sono altro che delle morti di indigestioni. Chi oserà più scrivere romanzi e tragedie pietose sulfato di Bianca Capello e di Ferdinanda de' Medici? Poi andate su su per tutte le forme esteriori della vita e sempre e da per tutto si affaccia il medesimo fenomeno sconsolante. Un povero principe di Casa d'Este voleva che i suoi figliuoli intraprendessero un viaggio per l'Italia; dovette rinunziarvi perchè non si riuscì mai a combinar bene le precedenze nel passo degli usi fra lui e i Principi delle altre Case d'Italia!
A questa vita affatturata, ammanierata e finta, doveva corrispondere una falsa poesia, perchè la poesia, non bisogna mai dimenticarlo, è il riflesso ingenuo, spontaneo delle condizioni morali di un popolo. Questa poesia che non aveva più grandi ideali da cantare, dovette profondere i suoi tesori di melodia e di immagini intorno alle frivolezze; e più l'argomento era frivolo e più bisognava che il tono si alzasse, e le immagini si gonfiassero, e i sentimenti fossero manifestati con goffa ostentazione. Mancato lo scopo civile e lo scopo religioso; ossia tenuti in basso luogo l'uno e l'altro; subordinati i grandi e serî uffici della vita alle pompose esteriorità, anche l'arte, anche la poesia dovevano risentirne; e a tutti gli altri ideali doveva essere preferito quello della sorpresa; e a preferenza di tutti gli altri effetti, doveva esserne ricercato uno solo,lo stupore.
La poesia del Seicento non è che una continuaricerca di questo unico intento:lo stupore. Il Marino, a buon dritto, fu salutato il grande poeta dell'epoca, appunto perchè egli diede insieme la poesia e la poetica del suo tempo.
È del poeta il fin la meraviglia.Chi non sa far stupir, vada alla striglia.
È del poeta il fin la meraviglia.Chi non sa far stupir, vada alla striglia.
È del poeta il fin la meraviglia.
Chi non sa far stupir, vada alla striglia.
E fedele a questa sua massima, voi lo vedrete sempre tormentare ed agitare il suo ingegno di poeta nato (perchè sarebbe ingiustizia grande il negare che il Marino fosse poeta nato), lo vedrete arrovellarsi a pungere e a sovreccitare tutte le sue facoltà preziose per non raggiungere che questa esteriorità:lo stupore; per contentare sempre e solo questa facoltà di secondo ordine:lo stupore. Perchè, bisogna riconoscerlo, o signore, la meraviglia, lo stupore se non s'accompagnano ad un grande e nobile sentimento, per sè stesse hanno qualche cosa di puerile e di frivolo, e si confondono facilmente colla curiosità prevalente nelle donnicciuole e nei bambini. Si tratta insomma di una facoltà umana di second'ordine; e ben a ragione Dante ebbe a dire che lo stupore “negli alti cor tosto s'attuta.„
E per raggiungere lo stupore, quali i mezzi? I mezzi furono molti e furono molto ingegnosamente usati; ma prevalsero i così detticoncetti. Che cos'è il concetto, poeticamente parlando? Ecco: una delle grandi magie della tavolozzapoetica è il traslato. Ma il traslato ha in sè stesso una vivacità esauriente, come quello che rampolla nella nostra fantasia momentaneamente eccitata per l'effetto di qualche oggetto esteriore o interiore che ci colpisca. Bisogna dunque che il traslato abbia come una limitazione e una ragion d'essere fuori di sè stesso. Se per il contrario noi prendiamo il traslato come punto di partenza e come fine; se moviamo da esso per procedere alla conquista d'un traslato ulteriore, si forma un soverchio, che ingombra la nostra fantasia e offende il nostro gusto. La immagine invocata opportunamente dall'artista per abbellire e dar rilievo all'oggetto si converte in una specie di miraggio perturbatore, il quale, frapponendosi fra la mente e l'oggetto, induce effetto contrario.
Permettetemi un esempio usuale. Se io di un bel praticello di aprile dico che esso è “ridente„ adopro un traslato che corrisponde perfettamente al caso mio, perchè appunto si collega con quella vivacità di emozione che la cosa ha risvegliato in me. Ma se, attaccandomi a questo traslato, ne adopro un altro e dico che i fiorellini bianchi del prato sono i denti e i fiorellini rossi sono le labbra manifestanti quel sorriso, ecco che do in una goffaggine che abbuia e distrugge l'effetto per cui ho adoprato la prima metafora.
Orbene di queste goffaggini fecero la loro deliziae il loro vanto continuo i poeti seicentisti; ed a tutti loro andò di sopra per ardimento, per audacia, per maliziosa abilità tecnica Giovan Battista Marini.
Alle volte si tratta di semplici allitterazioni, di puerili giuochi di parole:
La vite, onde la vita è sostenuta,D'ogni calamità fia calamita.
La vite, onde la vita è sostenuta,D'ogni calamità fia calamita.
La vite, onde la vita è sostenuta,
D'ogni calamità fia calamita.
Oppure:
Se il crine è un Tago e son due soli i lumi,Non vide mai più bel prodigio il cielo,Bagnar coi soli ed asciugar coi fiumi.
Se il crine è un Tago e son due soli i lumi,Non vide mai più bel prodigio il cielo,Bagnar coi soli ed asciugar coi fiumi.
Se il crine è un Tago e son due soli i lumi,
Non vide mai più bel prodigio il cielo,
Bagnar coi soli ed asciugar coi fiumi.
E qui non c'è solo giuoco di parole, ma c'è appunto quella sovrapposizione e quell'amalgama di più traslati a cui accennavo più sopra, che distrugge tutta la vaghezza della prima immagine.
Ma il Marino non effuse tutta quanta la sua potenza di poeta nel giuoco lirico dei concetti. Egli ambì di trattare i diversi soggetti poetici cogli espedienti dell'arte sua, in modo da potersi cimentare coi poeti più insigni che lo avevano preceduto. E qui egli manifestò, ottenendo un infelice primato sovra i suoi contemporanei, la mancanza di ogni misura, dandoci nel modo più rilevato il secondo carattere del Seicento; voglio dire, oltre l'artificiosità, l'intemperanza.
Confuse lo sfarzo colla forza; confuse l'abbondanza tumultuaria colla ricchezza vera. Il direuna cosa venti, trenta volte, parve a lui vanto migliore che il dirla una volta sola sobriamente ed efficacemente.
Non si stanca mai di amplificare, di gonfiare, di esagerare. E quando è arrivato al vertice della sua infelice piramide, come quel re Salmonèo che voleva imitare Giove, lampeggia e tuona a tutto andare. Ma se guardate bene per entro al bagliore e al fumo, troverete un concettino che mette il burlesco accanto all'elefantesco, accanto al mostruoso il puerile.
Questo il Marinismo ne' suoi punti più decisivi e più caratteristici. Riprendiamo gli esempi. A dare un'idea del grandioso i veri poeti dell'antichità ci avevano avvezzato con tocchi rapidi ed efficacissimi.
Ricordatevi Dante che ci mette davanti vivo e scolpito un gigante smisurato:
E com'albero di nave si levò;
E com'albero di nave si levò;
E com'albero di nave si levò;
oppure ci fa vedere la statura orrenda e gigantesca di Lucifero con due versi:
E più che ad un gigante io mi convegnoChe un gigante non fan colle sue braccia.
E più che ad un gigante io mi convegnoChe un gigante non fan colle sue braccia.
E più che ad un gigante io mi convegno
Che un gigante non fan colle sue braccia.
Il Marino si accinge ad emulare questa potenza di rappresentazione e si illude di riuscirvi, profondendo a piene mani gli epiteti più significativi pigliati alla rinfusa da tutto ciò che può associarsiall'idea di grandezza smisurata. Ecco una sua descrizione a proposito d'Apollo che prostra il serpente Pitone:
Già l'ingordo Piton, che avea pur dianziCo' fiati ardenti e con gli acuti fischiSecche le selve, impoveriti i prati,Decisi i fiori e consumate l'erbe,E con la bocca e con la lingua immondaDistrutti i fonti ed asciugati i fiumi,Infetta l'acqua ed infamati i lidi,Con un bosco di strali in su la scorzaPer man del biondo Dio giacea trafitto.E il superbo Cadavere che, ancoral'ali e la fronte orribilmente adornoD'aurate conche di purpuree cresteE l'aspra coda e lo scoglioso tergoTinta di nera e squallida verdura,La foresta cuopria di fiera pompa,Svolte le immense e smisurate spireDistesi gli orbi e rallentati i nodi,Sotto il suo vasto sen lo spaziò interoOccupato tenea di cento campi.
Già l'ingordo Piton, che avea pur dianziCo' fiati ardenti e con gli acuti fischiSecche le selve, impoveriti i prati,Decisi i fiori e consumate l'erbe,E con la bocca e con la lingua immondaDistrutti i fonti ed asciugati i fiumi,Infetta l'acqua ed infamati i lidi,Con un bosco di strali in su la scorzaPer man del biondo Dio giacea trafitto.E il superbo Cadavere che, ancoral'ali e la fronte orribilmente adornoD'aurate conche di purpuree cresteE l'aspra coda e lo scoglioso tergoTinta di nera e squallida verdura,La foresta cuopria di fiera pompa,Svolte le immense e smisurate spireDistesi gli orbi e rallentati i nodi,Sotto il suo vasto sen lo spaziò interoOccupato tenea di cento campi.
Già l'ingordo Piton, che avea pur dianzi
Co' fiati ardenti e con gli acuti fischi
Secche le selve, impoveriti i prati,
Decisi i fiori e consumate l'erbe,
E con la bocca e con la lingua immonda
Distrutti i fonti ed asciugati i fiumi,
Infetta l'acqua ed infamati i lidi,
Con un bosco di strali in su la scorza
Per man del biondo Dio giacea trafitto.
E il superbo Cadavere che, ancora
l'ali e la fronte orribilmente adorno
D'aurate conche di purpuree creste
E l'aspra coda e lo scoglioso tergo
Tinta di nera e squallida verdura,
La foresta cuopria di fiera pompa,
Svolte le immense e smisurate spire
Distesi gli orbi e rallentati i nodi,
Sotto il suo vasto sen lo spaziò intero
Occupato tenea di cento campi.
Il verso di Dante ci ha dato una pittura viva; i diciannove versi del Marino ci danno una farraggine di particolari sconfinata ed inverosimile, che lascia la nostra fantasia fredda e vuota.
E questa sua emulazione nei temi ove meglio prevalsero i grandi poeti che lo avevano preceduto, è realmente un suo infelice proposito. Infatti egli non tralascia nelle lettere che scrive agli amici di vantarsi d'aver messo il piede dovel'avevano messo i poeti grandi suoi predecessori, e di essersela cavata con molto onore! Per esempio, egli scrive all'Achillini che è molto contento del suo idillioL'Orfeo, e che gli pare di averlo trattato in guisa che egli non abbia a scapitare, per quanti poeti, e sono tanti e così insigni, si possano ricordare che hanno trattato il medesimo soggetto.
Alla mente qui subito si affaccia, come una ironica condanna, quel gioiello d'ispirazione e di freschezza poetica che è l'Orfeodel Poliziano. Voi ricordate certo la semplicità melodica, l'effusione passionata e schietta del lamento di Aristeo:
Udite selve mie dolci parolePoichè la bella Ninfa udir non vuole!La bella Ninfa sorda al mio lamentoIl suon di nostra fistola non cura;Però si lagna il mio cornuto armentoNè vuol bagnare il ceffo in acqua puraNè toccar la tenera verdura,Tanto del suo pastor gl'incresce e duole.
Udite selve mie dolci parolePoichè la bella Ninfa udir non vuole!
Udite selve mie dolci parole
Poichè la bella Ninfa udir non vuole!
La bella Ninfa sorda al mio lamentoIl suon di nostra fistola non cura;Però si lagna il mio cornuto armentoNè vuol bagnare il ceffo in acqua puraNè toccar la tenera verdura,Tanto del suo pastor gl'incresce e duole.
La bella Ninfa sorda al mio lamento
Il suon di nostra fistola non cura;
Però si lagna il mio cornuto armento
Nè vuol bagnare il ceffo in acqua pura
Nè toccar la tenera verdura,
Tanto del suo pastor gl'incresce e duole.
Udite selve mie dolci parole Poichè la bella Ninfa udir non vuole!
Ebbene, al Marino pareva di aver fatto qualche cosa di meglio dell'Orfeodel Poliziano! Ed io vi darò per tutto saggio dello stile alcuni versi nei quali descrive la fuga di Euridice. Euridice fugge davanti al pastore Aristeo, che ha cercato invano di espugnare il suo cuore con un interminabile estucchevolissimo lamento. La bella Ninfa per tutta risposta, si mette a fuggire e incontra la morte, perchè, come sapete, trovò per istrada il serpente che la punse e la mandò al di là delle acque di Lete dove lo sposo doveva poi andare a riconquistarla. Ecco ora come il Marino descrive la fuga di Euridice:
Facean le bionde trecce(Amorosi trofei de' bianchi ordegni)Lacerate, grondanti ai negri bustiDe le ruvide querce aurei monili;E volando d'intornoA quelle belle e lucide cateneVi restò prigionier più d'un augello....
Facean le bionde trecce(Amorosi trofei de' bianchi ordegni)Lacerate, grondanti ai negri bustiDe le ruvide querce aurei monili;E volando d'intornoA quelle belle e lucide cateneVi restò prigionier più d'un augello....
Facean le bionde trecce
(Amorosi trofei de' bianchi ordegni)
Lacerate, grondanti ai negri busti
De le ruvide querce aurei monili;
E volando d'intorno
A quelle belle e lucide catene
Vi restò prigionier più d'un augello....
Che ne dite, o signore, di questi capelli della Ninfa convertiti in un paretaio?
Però, dopo avere enumerati tanti difetti, non si può negare al Marino di aver portato qualche cosa di suo e di buono nella poesia italiana; ed è, a mio creder, una seducente musicalità, per cui fu detto che egli deve considerarsi come il vero ispiratore di Pietro Metastasio, che trovò poi modi e forme così confacenti allo svolgersi della melodia italiana nel secolo passato. Veramente io questo particolare merito al Marino non mi pareche con giustizia possa esser fatto. Maestri di Metastasio furono piuttosto i greci e Torquato Tasso, della cui indole tanto egli risentiva, della cui più sobria e più nitida musicalità tanto hanno impronta i suoi versi, massime dove, lasciato il movimento degli sciolti, si riassumono e si condensano in quelle eleganti strofette, le quali così a ragione ci sorprendono per quella che il poeta chiamava “la sua difficile facilità.„
Ad ogni modo nel poetare di Gian Battista Marini c'è veramente qualche cosa di nuovo; c'è una gamma musicale che la poesia italiana può vantare come una nuova conquista:
Io chiamo te, per cui si volle e muoveLa più benigna e mansueta sfera,Santa madre d'amor figlia di Giove,Bella Dea d'Amatunta e di CiteraTe la cui stella, onde ogni grazia piove,De la notte e del giorno è messaggera,Te lo cui raggio limpido e profondoSerena il cielo ed innamora il mondo.. . . . . . . . . . . . . . . . .Dettami tu del giovinetto amatoLe venture e le glorie alte e superbe;Qual teco in prima vissi, indi qual fatoL'estinseetinsedel suo sangue l'erbe,E tu m'insegna del tuo cor piagatoA dir le pene dolcemente acerbe,E le dolci parole e il dolce pianto;E tu de' cigni tuoi m'impetra il canto.
Io chiamo te, per cui si volle e muoveLa più benigna e mansueta sfera,Santa madre d'amor figlia di Giove,Bella Dea d'Amatunta e di CiteraTe la cui stella, onde ogni grazia piove,De la notte e del giorno è messaggera,Te lo cui raggio limpido e profondoSerena il cielo ed innamora il mondo.. . . . . . . . . . . . . . . . .Dettami tu del giovinetto amatoLe venture e le glorie alte e superbe;Qual teco in prima vissi, indi qual fatoL'estinseetinsedel suo sangue l'erbe,E tu m'insegna del tuo cor piagatoA dir le pene dolcemente acerbe,E le dolci parole e il dolce pianto;E tu de' cigni tuoi m'impetra il canto.
Io chiamo te, per cui si volle e muove
La più benigna e mansueta sfera,
Santa madre d'amor figlia di Giove,
Bella Dea d'Amatunta e di Citera
Te la cui stella, onde ogni grazia piove,
De la notte e del giorno è messaggera,
Te lo cui raggio limpido e profondo
Serena il cielo ed innamora il mondo.
. . . . . . . . . . . . . . . . .
Dettami tu del giovinetto amato
Le venture e le glorie alte e superbe;
Qual teco in prima vissi, indi qual fato
L'estinseetinsedel suo sangue l'erbe,
E tu m'insegna del tuo cor piagato
A dir le pene dolcemente acerbe,
E le dolci parole e il dolce pianto;
E tu de' cigni tuoi m'impetra il canto.
E tutta quella pròtasi del poema è veramenteuna magnifica sinfonia. A quest'onda melodiosa il senso del lettore si lascia trascinare e volentieri oblia.... Tante cose oblia!
Oblia per esempio la finezza più riposta, ma tanto più pregevole dei variati e melodici atteggiamenti che i poeti avevano saputo indurre nei loro versi. Non c'è più quella indefinita, varia, libera accentuazione che tanto piace nei trecentisti e nei quattrocentisti. Si direbbe che il Marino è come il precursore di certi musicisti superficiali del suo paese, e che con un mezzo solo, al par di essi, egli vuol trascinare e conquidere il sentimento del suo lettore.
Un altro pregio è certo la affettività, la esuberanza del sentimento tutta meridionale che trabocca dall'animo del Marino, massime quando descrive certi affetti e certe commozioni di un'indole, a dir vero, non nobilissima. Talvolta egli ha realmente una foga di sensualità che nessun poeta italiano aveva ancora raggiunto. E qui vi chiedo, o signore, che mi crediate sulla parola anzichè indurmi a citarvi degli esempi!
Dopo avere emulate le pagine soavissime, seducentissime del suo conterraneo il Pantano che, per dir vero, aveva stracciato quasi tutti i veli che cuoprivano l'amore, Giovan Battista Marini, volendo mantenere il primato fra i poeti del suo tempo, non poteva mancare ad un assunto, cheera ancora, pur troppo, obbligatorio dinanzi al pubblico italiano. Anch'egli, il poeta lirico che tutti i paesi acclamavano ed invidiavano all'Italia, non si sentiva completo se non impugnando l'epica tromba, dando all'Italia il suo poema epico.
Tutti già da tempo l'aspettavano. Ed egli lasciava dire promettendolo; e di mano in mano faceva vedere con molta diplomazia qualche saggio di quello che sarebbe stato il suo lavoro, enunciandolo come il coronamento dell'edificio. E venne l'Adone. Ed è appunto in questo poema, o signore, che appare manifesta la grande deficenza di questo poeta; e la grande sproporzione che esistè fra la sua fortuna e il suo merito.
La macchina dell'Adoneè tuttociò che si può pensare di più frivolo e di più meschino. Tutto si riduce alle peripezie ed alle avventure amorose della Dea del piacere col giovinetto figlio di Mirra. E poichè da questo magro idillio non si poteva cavare un poema, se non gonfiandolo ed imbottendolo in tutti i sensi, così la macchina è ingrandita ed allargata introducendo le più strane e futili immaginazioni che mai si possano escogitare dalla mente di un poeta perdigiorni.
E non crediate che per questo il Marino declinasse da nessuna pretesa degli epici suoi contemporanei e predecessori. Egli crede di aver fatto un vero poema epico in tutta la serietàdella sostanza e con tutte le grazie della forma. A nulla egli rinuncia; nemmeno al concetto dell'allegoria. Voi sapete che al Tasso, fatta laGerusalemme Liberata, i suoi critici dicevano: non c'è poema epico perfetto, se non ha la sua allegoria, che dia ragione dell'insieme e di tutte le sue parti. Dov'è la allegoria dellaGerusalemme? E il povero Torquato dovette stillarsi il cervello e contentarli!
Al suo poema il Marino diede dunque un'allegoria; e la diede eminentemente morale. Ci voleva davvero tutta quanta la sua sfacciataggine! Il poema è tessuto di scene tutt'altro che eccellenti per morale austerità, come potete immaginare; ma egli sa così bene trar partito dalla disinvoltura del suo ingegno che riesce a cavar fuori delle formule morali da quel soggetto.
Per esempio, al canto VIII vi descrive le più intime scene d'amore tra i due eroi del poema. Immaginate voi di che possa trattarsi. Ebbene: anche il canto VIII ha in testa la sua brava allegoria, così spiegata dal Marino:
Il Piacere, che nel giardino del Tatto sta in compagnia della Licenza, allude alla scellerata opinione di coloro che danno al Senso una indebita signoria sulla Ragione.
Il Piacere, che nel giardino del Tatto sta in compagnia della Licenza, allude alla scellerata opinione di coloro che danno al Senso una indebita signoria sulla Ragione.
Il che ci fa pensare a quel gesuitismo artistico tanto di moda a quel tempo, in virtù del quale si dipingevano, per esempio, delle Veneri licenziosetteanzi che no e poi, messoci accanto un teschio di morto, si facevano passare per Maddalene pentite e penitenti. A che non s'arriva sottilizzando e distinguendo? Ricordiamoci di quel frate che trovandosi di venerdì con avanti un cappone arrosto sclamava:baptipzo te carpam! E battezzatolo per pesce se lo mangiava con la coscienza tranquilla.
Il fatto è che viene un senso di profondo dolore a pensare come la materia epica, così nobilmente materiata di spiriti cavallereschi dall'anima di Torquato Tasso, potesse cadere tanto in basso. Veramente fa pena il doverlo dire, ma bisogna pur dirlo. Ogni paese, ha il poema che si merita; e se l'Adoneè il poema delle classi colte dalla società italiana del Seicento, è forza convincersi che queste classi erano troppo scadute e meritavano e doveano aspettarsi ogni peggior castigo.
Vi basti sapere, o signore, che quest'eroe, di cui nella protasi il poeta si propone di cantare le gesta “alte e superbe„ in sostanza non ha che due sentimenti che in lui prevalgono: la cupidità e la paura.
La paura di Adone è descritta dal Marino con termini che fanno stupore veramente, perchè non si intende come mai il poeta non abbia avuto l'accorgimento di dissimularla per quel naturalee pietoso amore che doveva professare al proprio eroe.
Sopraggiunge Marte geloso. Sentite come l'eroe s'atteggia dinanzi al suo rivale, sotto gli occhi della donna amata.
Pallido più che marmo, è freddo e mutoMentre ch'apre le braccia e parlar vuole,In quella guisa che talor, vedutoDalla lupa del bosco il pastor suole!Ed è sì oppresso dal dolor che l'angeChe al pianto della Dea punto non piange!
Pallido più che marmo, è freddo e mutoMentre ch'apre le braccia e parlar vuole,In quella guisa che talor, vedutoDalla lupa del bosco il pastor suole!
Pallido più che marmo, è freddo e muto
Mentre ch'apre le braccia e parlar vuole,
In quella guisa che talor, veduto
Dalla lupa del bosco il pastor suole!
Ed è sì oppresso dal dolor che l'angeChe al pianto della Dea punto non piange!
Ed è sì oppresso dal dolor che l'ange
Che al pianto della Dea punto non piange!
Miserabile vigliacco! Vi ricordate in Omero Paride sfuggito al telo d'Aiace e piangente al cospetto di Elena? Ma Paride è un vero eroe di fronte a questo Adone che non sa che piagnucolare all'appressarsi del suo rivale; ed è tanto preoccupato della sua paura che nemmeno lo tocca il pianto della Dea che egli ama!
Vi ripeto: se il poemaAdonedovesse essere simbolo dell'Italia del proprio tempo, bisognerebbe spiegare un altro grande miracolo; cioè come un popolo caduto così in basso abbia potuto trovare delle vie recondite e meravigliose per rialzarsi.
Fatto è, o signore, che l'Italia si rialzò dal suo grande decadimento politico, morale ed artistico. Come questo sia avvenuto non è assunto mio il dimostrare. Il miracolo avvenne; e noi dobbiamocompiacerci che sia avvenuto, e tanto più quanto la nostra caduta era stata più miserevole e profonda.
La poesia apparve rinvigorita dalla cultura dell'umanesimo, quando dietro ad esso vi era il nerbo di una vita forte nazionale consapevole di sè e degna di un grande avvenire. La poesia mancò completamente a sè stessa quando non rimasero avanti a lei che dei modelli freddi, non più animati dai forti spiriti di una vita attuale.
Noi avevamo profusi i tesori della nostra vita arricchendone le altre nazioni; avevamo comunicate ad esse tutte le forze del nostro risorgimento; e quella che seguì al di là delle Alpi fu una resurrezione in molta parte aiutata dall'opera degl'Italiani. Ma le altri nazioni, accanto e sotto alle spoglie del vecchio umanismo, sentivano vigoreggiare una giovane vita, e seppero innestare gagliardamente il nuovo sull'antico.
La Spagna, l'Inghilterra, la Francia, ebbero la loro vita nuova. Noi, pur troppo, l'avevamo avuta. Nessuna meraviglia quindi che delle fiorenti letterature sorgessero in quei paesi; e la nostra declinasse e quasi si spegnesse. Ma quelle nazioni non dovevano troppo inorgoglirsi e non dovevano dimenticare l'Italia. Noi avevamo dato, per così dire, l'olio della nostra lampada per illuminare le lampade altrui, rimanendo quasi al buio. Ma pervie provvidenziali a poco a poco la coscienza nazionale si rifece anche in noi; si rifece dapprima in forma effimera ed appena osservabile, poi, a poco a poco, si venne determinando e rafforzando. La vita tornò ad avere uno scopo civile per l'Italia, e la sua coscienza si rinnovò.
Ed allora vedemmo insieme alla coscienza della nazione risorgere la poesia vera. Ilmarinismorimase un fenomeno patologico degno d'essere studiato dagli storici. La poesia italica riprese le sue grandi tradizioni con Vittorio Alfieri, con Giuseppe Parini, con Vincenzo Monti. E dico appositamente, anche con Vincenzo Monti, poichè, per opera sua e del suo gruppo, riannodandosi agli spiriti dell'antico umanesimo, mostrò come l'anima moderna di tutti i gloriosi ricordi dell'antico anzichè indebolirsi si fortifichi e trovi in essi un aiuto alle nuove energie che le abbisognano per dare origine ad un'arte veramente nuova e vitale.