IX.

Facendo ilBergamascoe 'lVeneziano,N'andiamo in ogni parte,E 'l recitar commedie è la nostr'arte....Questi vostri dappochi commediaiCerte lor filastroccole vi fanno,Lunghe e piene di guai,Che rider poco e manco piacer dànno;Tanto che per l'affanno,Non solamente agli uomini e alle donne,Ma verrebbero a noia alle colonne.

Facendo ilBergamascoe 'lVeneziano,N'andiamo in ogni parte,E 'l recitar commedie è la nostr'arte....Questi vostri dappochi commediaiCerte lor filastroccole vi fanno,Lunghe e piene di guai,Che rider poco e manco piacer dànno;Tanto che per l'affanno,Non solamente agli uomini e alle donne,Ma verrebbero a noia alle colonne.

Facendo ilBergamascoe 'lVeneziano,

N'andiamo in ogni parte,

E 'l recitar commedie è la nostr'arte....

Questi vostri dappochi commediai

Certe lor filastroccole vi fanno,

Lunghe e piene di guai,

Che rider poco e manco piacer dànno;

Tanto che per l'affanno,

Non solamente agli uomini e alle donne,

Ma verrebbero a noia alle colonne.

E invitava a più riprese i concittadini a venir

. . . . . alla Stanza ad udirZanni,LaNespola, ilMagnificoe 'lGraziano,EFrancatrippache vale un tesoro,E gli altri dicitor di mano in mano,Che tutti fanno bene gli atti loro!

. . . . . alla Stanza ad udirZanni,LaNespola, ilMagnificoe 'lGraziano,EFrancatrippache vale un tesoro,E gli altri dicitor di mano in mano,Che tutti fanno bene gli atti loro!

. . . . . alla Stanza ad udirZanni,

LaNespola, ilMagnificoe 'lGraziano,

EFrancatrippache vale un tesoro,

E gli altri dicitor di mano in mano,

Che tutti fanno bene gli atti loro!

IlMagnifico Pantaloneera ancora quel medesimo che aveva destata l'ammirazione di EnricoIII. IlGraziano, vale a dire il pedante bolognese, era Lodovico de' Bianchi, il più famoso interprete ma non il creatore di quel tipo dacchè già col Ganassa recitava un Lus Burchiello Gratià. Il Lasca descrive il modo onde si cavava la berretta:

Che gentilmente la piglia con mano,Poi la scuote e dimena con gran fretta;E quanto l'usa più di dimenarePiù vuol amico o signore onorare.

Che gentilmente la piglia con mano,Poi la scuote e dimena con gran fretta;E quanto l'usa più di dimenarePiù vuol amico o signore onorare.

Che gentilmente la piglia con mano,

Poi la scuote e dimena con gran fretta;

E quanto l'usa più di dimenare

Più vuol amico o signore onorare.

Francatrippa, che parlava il dialetto bolognese turbato da qualche toscanesimo, era Gabriello Panzanini. E poi, un altro bolognese, Simone, recitava daArlecchino, e si trova segnalato come osservatore del “vero dicoro de la Bergamasca lingua„. E non mancava una caricatura locale,Zanobio da Piombino, affidata a Girolamo Salimbeni.

Conduceva tutta questa brava gente il pistoiese Francesco Andreini, ilCapitano Spavento. Non contava che trent'anni; ma li aveva molto ben vissuti. Imbarcatosi giovanissimo sulle galee toscane, era caduto nelle mani dei Turchi; donde non riuscì a scappare che dopo otto anni di schiavitù. In grazia della sua coltura e del suo talento, aveva trovata buona accoglienza nella Compagnia dello Scala. Recitò prima da Innamorato, ma rivelò meglio sè stesso nella parte diCapitan Spavento da Vall'inferna(Valdinfernaè una città che occorre sentir nominare nei romanzi cavallereschi); e, a volte, si provava ad inventarne anche qualche altra. A Milano, per esempio, ei racconta d'aver rappresentata “la parte d'unDottor Siciliano, molto ridicola„ e quella “d'un Negromante dettoFalsirone, molto stupenda per le molte lingue ch'egli possedeva, come la francese, la spagnuola, la schiava, la greca, la turchesca„, e “maravigliosamente poi la parte d'un pastore nominatoCorintonelle pastorali, suonando varii e diversi stromenti da fiato, composti di molti flauti, cantandovi sopra versi boscarecci e sdruccioli ad imitazione del Sannazaro„.

A Firenze, nei primi mesi di quel 1578, ebbe la fortuna di sposarsi all'artista che ha lasciato il più illustre nome nella storia del nostro teatro, a quella maravigliosa Isabella “bella di nome, bella di corpo e bellissima d'animo„ (lo attesta il marito che lo doveva sapere!) “monarchessa delle donne belle e virtuose„, la quale adoperava “per rocca il libro, per fuso la penna e per ago lo stile„. Aveva allora sedici anni (era nata a Padova nel 1562). E non vorrei sospettaste che nelle parole del comico marito ci fosse dell'esagerazione. Tommaso Garzoni — il lodatore delladivina Vittoria, che pare quindi fosse specialistapei panegirici delle prime donne — la dichiarava “decoro delle scene, ornamento de' theatri, spettacolo superbo non meno di virtù che di bellezza„, e prognosticava che “mentre il mondo durerà, mentre staranno i secoli, mentre havranno vita gli ordini e i tempi, ogni voce, ogni lingua, ogni grido risuonerà il celebre nome d'Isabella„. Il Bayle riferisce ch'essa “chantait bien et joüait admirablement des instrumens„; il Della Chiesa, che “scriveva benissimo in latino, spagnolo e francese, et haveva non poca cognitione delle cose di filosofia„; il Quadrio, che alla sua arte, “riputata universalmente pericolosa per l'onor delle donne, seppe ella una somma pudicizia e un costume innocentissimo accompagnare„. E a lei viva inneggiò il Chiabrera quando l'ebbe sentita recitar a Savona nel 1584; a lei morta, il Marino. E se vi par poco, sappiate ch'ella commosse anche la musa del Tasso; il quale — in un banchetto dal cardinale Aldobrandini dato in onore di lei, a cui erano pure invitati altri sei cardinali, Antonio Ongaro “ed altri poeti chiarissimi„ — potè sederle vicino, ed indirizzarle un sonetto olezzante di raffinata galanteria.

E della signora Vittoria che cosa era mai avvenuto? Non risulta che andasse in Francia coiGelosinè che venisse a Firenze; il che vuol quasi dire che non fosse più con loro: una stella così sfolgorante non sarebbe rimasta inosservata! Nel 1580 la ritroviamo a Mantova, condottrice d'una Compagnia, ch'essa chiamava deiConfidentima il pubblico non sapeva indicare meglio che come la Compagnia della signora Vittoria; e par che godesse tutte le simpatie del Duca. Il quale, per la benedetta smania che avevano un po' tutti quelli della sua famiglia, di rimpastare e rimaneggiare le Compagnie, in quell'anno diede anche qualche dolore alla diva. Commuove anche noi la lettera scrittagli il 22 giugno dal pietoso segretario. Vi si tocca d'una certa donna, forse della Compagnia diPedrolino, a cui il Duca sembra cominciasse a far l'occhiolino.

Andai dalla sig.raVittoria per darli il buon giorno; et la trovai di tanta mala voglia, che quasi mi fece lacrimare, dicendomi che il s.rPrincipe Ser.moha detto ad alcuni della sua Compagnia, con pena della sua disgratia, debano andare nella Compagnia di quella donna(forsi non troppo sana, per quanto mi vien detto), lamentandosi detta sig.ra, dicendo non saper la causa perchè il Ser.mosig.rPrincipe li voglia dare questo danno di smambrare la sua Compagnia, non havendo mai lasciato di servirlo, nè di giorno nè di notte et d'ogni hora, et poi per guiderdone di questo, habbia a meritarsi tale afronte.

Andai dalla sig.raVittoria per darli il buon giorno; et la trovai di tanta mala voglia, che quasi mi fece lacrimare, dicendomi che il s.rPrincipe Ser.moha detto ad alcuni della sua Compagnia, con pena della sua disgratia, debano andare nella Compagnia di quella donna(forsi non troppo sana, per quanto mi vien detto), lamentandosi detta sig.ra, dicendo non saper la causa perchè il Ser.mosig.rPrincipe li voglia dare questo danno di smambrare la sua Compagnia, non havendo mai lasciato di servirlo, nè di giorno nè di notte et d'ogni hora, et poi per guiderdone di questo, habbia a meritarsi tale afronte.

Il Duca, fortunatamente, non aveva il cuore di pietra; e quei dolci ricordi, e fors'anche l'abile insinuazione che la rivale della Vittoria non fosse “troppo sana„, lo piegarono a più umani consigli; e nel dicembre di quello stesso anno, in occasione delle nozze del figliuolo, richiedeva ancora che la signora Vittoria, la quale con la sua Compagnia avea ripreso un giro per le varie città, si trovasse pel carnevale a Mantova.

Ma la vera rivale d'arte della signora Vittoria era l'Isabella; e nel maggio del 1589, per le nozze di Ferdinando de' Medici con Cristina di Lorena, ecco che, per volere del Granduca, sono tutte e due a fronte, in Firenze. La Vittoria, “che in quel tempo era il miracolo delle scene„ come attesta anche il Baldinucci, recitò nella commedia sua “favorita„,La Zingana, il 6 maggio; il 13, l'Isabella fece stupir tutti pel suo “valore ed eloquenza„ rappresentando una commedia di sua invenzione,La Pazzia. Dopo, ognuna riprese la sua via: la signora Vittoria coiConfidentie gliUniti, l'Isabella coiGelosi.

Non sarebbe nè agevole nè interessante accompagnar codeste Compagnie in tutte le loro fortunose peregrinazioni e peripezie. Basterà dirvi che, lasciata Firenze nei primi giorni del '79, iGelosiandarono in quel carnevale a Venezia, dove per parecchie sere ebbero tra gli spettatori il principe Ferdinando di Baviera. Era questi un antico ammiratore della commedia italiana, chè aveva già nel '65, in occasione delle nozze di Francesco de' Medici con Giovanna d'Austria, goduta a Verona la recita d'un Zanni, a Mantova d'una commedia, a Firenze una splendida rappresentazione preceduta da un prologo fatto da un dottore montato sur un asinello, e a Verona, nel ritorno, d'un'altra commedia molto ridicola e piacevole. Presero, dopo, la via di Mantova, che allora, in grazia della protezione di quei duchi, era come il quartier generale dei comici. Ma ohimè! qui l'accoglienza non fu lieta! Con la data del 5 maggio un decreto ducale ordinò “che tosto abbiano ad essere cacciati dalla città e dallo Stato di Mantova i comici dettiGelosiche alloggiano all'insegna del Bissone, e similmente il sig.rSimone, che recita la parte di Bergamasco, e il sig.rOrazio e il sig.rAdriano che recitano la parteamantiorum, e Gabriele detto dalle Haste loro amico„. Fortunatamente degli Andreini non si parla. Nè vi saprei direche cosa abbiano fatto gli altri per meritare una tal misura di rigore da un principe che viveva sempre in mezzo ai comici: certo, stinchi di santi questi non erano!

Li ritroviamo a Genova, nel luglio; donde risalirono a Milano. Nel maggio del 1580 vi erano di nuovo, forniti di legale licenza del Governatore; ma nel luglio fu loro proibito di più recitare. Avevano colà un formidabile nemico, nientemeno che il cardinale Carlo Borromeo, che ne avrebbe voluto veder lo sterminio. Ma essi ne seppero dire e far tante, che il Governatore accordò loro di riprendere le rappresentazioni “a partire dal settembre„. Il carnevale dell'81 erano a Venezia; dove tornarono nell'aprile dell'83. Nell'86, a Mantova; e il principe Vincenzo rese alla Isabella “il singolar benefitio et segnalatissimo favore dell'haver accettato Lavinia sua figliola per sua umilissima serva„ cioè di avergliela tenuta a battesimo. Nel gennaio dell'anno appresso, sono a Firenze; dove all'Isabella, feconda oltre che faconda, si presenta l'occasione di richiedere il Granduca di accordarle per una nuova figliuola la grazia che le avea già concessa il principe genero.

Una miglior fortuna toccò alla Compagnia sulla fine del 1602. La novella regina di Francia pur della casa Medicea, Maria, la invitò, con lusinghierapreferenza, d'andare a quella Corte. E fino a che punto l'Isabella vi facesse perdere i lumi e l'intelletto ai nonni di Molière, basteranno a mostrarlo questi versi sciancateli da lei ispirati a un Isaac du Ryer:

Je ne crois point qu'IsabelleSoit une femme mortelle;C'est plutôt quelqu'un des dieuxQui s'est déguisé en femmeAfin de nous ravir l'âmePar l'oreille et par les yeux.

Je ne crois point qu'IsabelleSoit une femme mortelle;C'est plutôt quelqu'un des dieuxQui s'est déguisé en femmeAfin de nous ravir l'âmePar l'oreille et par les yeux.

Je ne crois point qu'Isabelle

Soit une femme mortelle;

C'est plutôt quelqu'un des dieux

Qui s'est déguisé en femme

Afin de nous ravir l'âme

Par l'oreille et par les yeux.

Nell'aprile del 1604 richiesero ed ottennero licenza dal Re; e la graziosa Regina volle provvedere d'un onorevole benservito la non meno graziosa attrice, “vous pouvant assurer„, scriveva alla duchessa di Mantova, “que pendant qu'elle a demeuré de de ça, Elle a donné tout contantement d'elle et de sa troupe au Roy Monseigneur et à moy„. Ma sulla via del ritorno, a Lione, ecco che l'Isabella s'ammala gravemente; e pochi giorni dopo, il 10 giugno, muore, o, se vi piace meglio, il suo spirito “faussa compagnie au corps, qu'il laissa à la terre pour s'envoler au ciel, sans que les vœux et les cris de ceux qui l'avoient admirè le peuvent retenir„, come dice il più autorevole storico di quei tempi. Allora, e per circa due secoli dopo, in Francia era contesa ai comici la sepoltura in terra benedetta;ma la morte d'Isabella commosse perfino il curato, che scrisse nei suoi registri: “Elle est décédée avec le commun bruit d'estre une des plus rares femmes du monde tant pour estro docte que bien disante en plusieurs sortes de langues„. Fu portata al sepolcro con tutti gli onori, “favorita„, come attesta Beltrame, “dalla Communità di Lione.... d'insegne e di mazzieri, e con doppieri da' Signori Mercanti accompagnata, et hebbe un bellissimo epitafio scritto in bronzo per memoria eterna„.

Francesco Andreini, perduta la cara compagna, sciolse anche la Compagnia, e da quel giorno non attese che alla pubblicazione delle proprie opere in versi e in prosa, tutte, più o meno direttamente, consacrate alla memoria della donna adorata.

Ma alla sua gloria e all'onore di quell'arte di cui era stata tanto decoro, l'Isabella avea provveduto meglio da sè stessa; e in verità non colle sue commedie e i suoi poemi, bensì mettendo al mondo, in Firenze, sulla fine di quello stesso anno 1578 in cui il Lasca vi avea così festosamente salutato l'arrivo deiGelosi, il suo primogenito, Giambattista. Erede delle virtù e delle virtuosità materne, questi, rispetto a suo padre, sta come il poeta dell'Amintarispetto a quel dell'Amadigi. Sul teatro si chiamòLelio, e fu lungamente a capo della Compagnia deiFedeli, che nel 1604 siricompose in gran parte con i comici di quella disciolta deiGelosi. Nel 1601 sposò, a Milano, la diciottenne Virginia Ramponi, che, sotto la intelligente direzione del marito, dovea ben presto, col nome diFlorinda, far sembrare non del tutto irreparabile la perdita della suocera. Lo affermava al dolente figliuolo uno di quei tanti rimatori che si sciolsero in lagrime sulla tomba d'Isabella:

Vive la madre tua ne la tua sposa,Chè de lo suo divin dandole parte,In Virginia respira e in lei si cole.

Vive la madre tua ne la tua sposa,Chè de lo suo divin dandole parte,In Virginia respira e in lei si cole.

Vive la madre tua ne la tua sposa,

Chè de lo suo divin dandole parte,

In Virginia respira e in lei si cole.

E con migliore eloquenza lo dissero i fatti. Celebrandosi nella primavera del 1608 in Mantova le nozze del principe Francesco con Margherita di Savoia figlia di Carlo Emanuele I, una delle romanine, la Caterinuccia Martinelli, doveva cantarvi l'Arianna, opera di Ottavio Rinuccini colle arie del Monteverdi e i recitativi del Peri. Nei primi giorni di marzo, colpita di vaiolo, la cantatrice muore. Dove e come trovare in sì poco tempo chi potesse sostituirla? Ecco che si offre la Virginia Andreini! Antonio Costantini, l'amico del Tasso, scriveva di là il 18 marzo:

Iddio ha inspirato di far prova se laFlorindafosse abile in far questa parte; la quale in sei giorni l'ha benissimo a mente, e la canta con tanta grazia ed affetto, che ha fatto maravigliare Madama, il signor Rinuccini e tutti i signori che l'hanno udita.

Iddio ha inspirato di far prova se laFlorindafosse abile in far questa parte; la quale in sei giorni l'ha benissimo a mente, e la canta con tanta grazia ed affetto, che ha fatto maravigliare Madama, il signor Rinuccini e tutti i signori che l'hanno udita.

Tra codesti ultimi c'era fors'anche il Marino, che nell'Adone(VII, 68), parlando degli effetti della Lusinga, ne lasciò ricordo:

E in tal guisaFlorindaudisti, o Manto,Là nei teatri de' tuoi regi tetti,D'Arïanna spiegar gli aspri martiri,E trar da mille cor mille sospiri.

E in tal guisaFlorindaudisti, o Manto,Là nei teatri de' tuoi regi tetti,D'Arïanna spiegar gli aspri martiri,E trar da mille cor mille sospiri.

E in tal guisaFlorindaudisti, o Manto,

Là nei teatri de' tuoi regi tetti,

D'Arïanna spiegar gli aspri martiri,

E trar da mille cor mille sospiri.

La Florinda fu gran parte dei trionfi deiFedeliin Italia e in Francia, fino a che, nel 1627, scomparve dalla scena del mondo. L'infedele capo deiFedelinon seppe però imitare l'esempio paterno, e rimase a diriger la Compagnia fino al 1652, quando, vecchio settantenne e rimaritato per di più alla commediante Lidia, abbandonò finalmente il teatro.

Egli lasciò dietro di sè un gran fardello di poemi lirici ed eroici, commedie, tragedie sacre e profane, tragicommedie, pastorali, sonetti, dialoghi, visioni; e se per essere un gran poeta gli mancaron parecchi numeri, non fu di sicuro uno di questi il numero delle produzioni. Qualcosa però gli sopravvisse; e attira ancora su di sè gli occhi curiosi degli eruditi e dei dilettanti quella sacra rappresentazione l'Adamo, che par certo servisse di scenario alParadiso Perduto. “Il y a souvent„, dice il Voltaire, “dans des choses où tout paraît ridicule au vulgaire, uncoin de grandeur qui ne se fait apercevoir qu'aux hommes de génie„; e Milton “découvrit, à travers l'absurditè de l'ouvrage, la sublimitó cachée du sujet„.

La Commedia dell'arte nè fu un monopolio degli Andreini nè finì con essi. Ed io dovrei parlarvi di comici insigni come i Riccoboni, i Fiorillo, Domenico Biancolelli, Tommaso Visentino dettoTommasino, Carlo Bertinazzi dettoCarlino; di donne celebri come la Maria Malloni dettaCelia, di cui il Marino:

Celias'appella, e ben del Ciel nel voltoPorta la luce e la beltà Celeste;Ed oltre ancor, chè come il Cielo è bellaE ha l'armonia del Ciel nella favella,

Celias'appella, e ben del Ciel nel voltoPorta la luce e la beltà Celeste;Ed oltre ancor, chè come il Cielo è bellaE ha l'armonia del Ciel nella favella,

Celias'appella, e ben del Ciel nel volto

Porta la luce e la beltà Celeste;

Ed oltre ancor, chè come il Cielo è bella

E ha l'armonia del Ciel nella favella,

e laFlaminiaRiccoboni e l'AureliaBianchi; di dilettanti come Salvator Rosa che, diceva il Lippi,

pittor, passa chiunque tele imbiacca,Tratta d'ogni scïenzaut ex professo,E in palco fa sì benCoviel Patacca,Che, sempre ch'ei si muove o ch'ei favella,Fa proprio sgangherarti le mascella,

pittor, passa chiunque tele imbiacca,Tratta d'ogni scïenzaut ex professo,E in palco fa sì benCoviel Patacca,Che, sempre ch'ei si muove o ch'ei favella,Fa proprio sgangherarti le mascella,

pittor, passa chiunque tele imbiacca,

Tratta d'ogni scïenzaut ex professo,

E in palco fa sì benCoviel Patacca,

Che, sempre ch'ei si muove o ch'ei favella,

Fa proprio sgangherarti le mascella,

ed Evangelista Torricelli, il Viviani, il Bernini:

Ma son giunto a quel segno, il qual s'io passo,Vi potria la mia istoria esser molesta.

Ma son giunto a quel segno, il qual s'io passo,Vi potria la mia istoria esser molesta.

Ma son giunto a quel segno, il qual s'io passo,

Vi potria la mia istoria esser molesta.

Devo però aggiungere che letterariamente la nostra Commedia produsse i suoi frutti più duraturi oltre i confini della patria. Avvenne per essa l'inverso di ciò ch'era avvenuto per la poesia cavalleresca; e l'Ariosto che elaborò fuori d'Italia quella materia comica inventata dagl'improvvisatori nostri, fu, voi lo sapete, il Molière. “Nous ne devons jamais oublier que la priorité de ce calque ingénieux et piquant de la nature appartient à l'Italie, et que, sans ce riche et curieux précédent, Molière n'eût pas créé la véritable comédie française„, dice George Sand; e non son mancati i Rajna a frugare nelle reliquie della Commedia dell'arte, e a ritrovarvi abbozzati intrecci, scene, episodi, tipi, personaggi, che nelle mani del geniale commediografo divennero ilTartufe,le Malade imaginaire,George Dandin,Trissotin,Sganarelle,Scapin. Sui cartoni disegnati con la carbonella, il grande artista ha rimesse le tinte, la cui vivacità oramai non è più caduca.

Certo, il teatro di Molière fu il più squisito prodotto della Commedia dell'arte; la quale ebbe nell'ospitale Francia quasi una seconda patria. Ma essa può vantare anche altre benemerenze ed altre benevolenze. Ho già accennato alla Spagna ed a Lope de Vega. Un po' prima che colà; nel 1568, un Giovanni Tabarino avea portata lanostra commedia a Linz sul Danubio, dond'egli era passato a Vienna con la qualità ufficiale di comico di Sua Maestà. Vi rimase, pare, fino al '74, facendo nel febbraio '71 una scappata in Francia; ma codesto più antico Tabarino non è da confondere col famoso buffone dello stesso nome che fu di moda a Parigi dal 1618 al '30. E nel tempo ch'egli rimase a Vienna, vi capitarono pure i fiorentini Antonio Soldino, proveniente dalla Francia, e Orazio; e poi Giulio, Giovanni veneziano, Giovan Maria romano, e i trevisani Silvestro e quel Battista che recitava daFranceschina; e, più tardi, Pier Maria Cecchini, poeta e trattatista oltrechè attore col nomignolo diFrittellino, il quale l'imperatore Mathias “fece nobile...., habilitandolo ad ogni essercizio cavalleresco, facendolo capace di quanto ad ogni titolato si concede„.

Nella Corte di Baviera la Commedia dell'arte fu, qualche anno innanzi al 1568, fatta gustare da un musicista fiammingo vissuto per lungo tempo tra noi, Orlando di Lasso, e da un musicista napoletano, Massimo Trojano, che ce ne dà conto. Si celebravan le nozze del duca Guglielmo IV con Renata di Lorena; e un bel giorno al Duca “venne in fantasia.... di udir una commedia la sera seguente„. Ne pregò il maestro Orlando, che a sua volta pregò il collegaTrojano d'aiutarlo. Detto fatto, inventarono “il dilettevole suggetto„ e recitarono la sera appresso una “comedia all'improvisa alla italiana...., in presenza de tutte le serenissime Dame; che, quantunque le più che vi erano non intendevano lo che si dicevano, pure feze tanto bene e con tanta gratia ilMagnifico Venetianomesser Orlando di Lasso, col suoZanne, che smascellare della risa a tutti fece„. Le parti erano state così distribuite: messer Orlando, dunque, “fu ilMagnifico messer Pantalone di Bisognosi; m. Gio. Battista Scolari da Trento, ilZanne; Massimo Trojano fece tre personaggi, il prolago da goffo villano (un villano, alla cavajola, tanto goffamente vestito che parea l'Ambasciatore delle risa), ilPolidoroinnamorato, e lo spagnuolo disperato sotto nome diDon Diego di Mendozza; lo servitore diPolidorofu Don Carlo Livizzano; lo servitore delSpagnuolo, Giorgio Dori da Trento; laCortigianainnamorata diPolidoro, chiamataCamilla, fu il Marchese di Malaspina; la sua serva, Ercole Terzo; et un servo francese„. Per meglio allietare lo spettacolo, alla commedia furono intramezzati dei madrigali musicati dal Lasso.

Ma in Germania non può dirsi che i semi della Commedia dell'arte cadessero su un terrena fecondo. Invece, nel 1577 passò la Manica una Compagnia condotta da unArlecchinomantovano,Drusiano Martinelli, fratello d'un ben più celebreArlecchino, che chiamava sè stessodominus Arlecchinorum, e, per essersi fatta tenere a battesimo dalla regina di Francia una figliuola, le dava della “commare„ e si sottoscriveva “Arlecchino compadre christianissimo„. Alla Corte di Elisabetta è probabile imparassero da lui ad improvvisare su semplici scenari, ed a comporne, i due buffoni rivali Tarleton e Wilson.

Shakespeare non venne a Londra che circa otto anni dopo. È risaputo com'avesse famigliari i nostri novellieri e i nostri commediografi, e come a quella fonte attingesse intrecci, scene, situazioni. GliEquivociderivano daiMenechmiattraverso un'imitazione italiana; laSelvatica ammansataè ricalcata in gran parte suiSuppositidell'Ariosto; e perfin laGiulietta e Romeoricorda in più d'un luogo (pel lodevole zelo di parer discreti non bisogna esser poi ingiusti!) l'Hadrianadi Luigi Groto. Nè sono scarse od occulte nel suo teatro le tracce dell'imitazione dalla nostra commedia popolare. Già, quando nell'Otello(I, 2) Jago chiama Brabanzio “ilMagnifico„, a me pare ch'ei gli voglia dare delPantaloneanzichè indicare con quel titolo semplicemente il grado senatoriale di lui, come gli annotatori interpretano. Ma c'è ben di meglio. Il capitanoParolle, nella commediaÈ tutto bene quel che ben finisce,il quale porta “tutta quanta la dottrina teorica della guerra nel nodo della sua sciarpa, e tutta l'arte pratica nel fodero della daga„, non è che il nostroCapitano Spavento; e la scena in cui, essendo per vigliaccheria caduto nelle mani dei propri soldati che gli hanno fatto paura e che affettano un linguaggio barbaresco, è trascinato con la benda sugli occhi innanzi al proprio generale ch'ei crede quel dei nemici, e spiattella i segreti del campo e svilisce i colleghi, si direbbe addirittura desunta da uno scenario. Com'è in fondo il nostroCapitano spagnuoloquello spagnuolo fanfarone e galante dellePene d'amore perdute. Basta sentirlo come del suo amore dà conto al valletto:

Voglio farti una confidenza: io sono innamorato; e com'è cosa abbietta in un soldato l'amore, così mi sono innamorato d'una vile contadina. Se potessi sguainar la spada contro codesta mia trista affezione, per sottrarmi a tali reprobi pensieri, farei prigioniera la mia passione amorosa, e la cederei a qualche cortigiano francese in cambio d'una riverenza alla moda. Mi par cosa spregevole il sospirare, e penso che dovrei rinnegare Cupido. Consolami tu, paggio mio: quali furono i grandi uomini schiavi d'amore?

Voglio farti una confidenza: io sono innamorato; e com'è cosa abbietta in un soldato l'amore, così mi sono innamorato d'una vile contadina. Se potessi sguainar la spada contro codesta mia trista affezione, per sottrarmi a tali reprobi pensieri, farei prigioniera la mia passione amorosa, e la cederei a qualche cortigiano francese in cambio d'una riverenza alla moda. Mi par cosa spregevole il sospirare, e penso che dovrei rinnegare Cupido. Consolami tu, paggio mio: quali furono i grandi uomini schiavi d'amore?

Il pedanteOlofernedella medesima commedia è talquale il nostroGraziano; ed è curioso ch'ei citi con malinconica ammirazione il principio d'un'egloga latina d'un oscuro umanista mantovano,cui fa seguire in italiano due versi d'una canzonetta:

Ah, buon vecchio mantovano! io di te posso dire quel che di Venezia il viaggiatore:Vinegia, Vinegia,Chi non te vede, ei non ti pregia.Vecchio mantovano! vecchio mantovano! Chi non ti intende non ti ama!

Ah, buon vecchio mantovano! io di te posso dire quel che di Venezia il viaggiatore:

Vinegia, Vinegia,Chi non te vede, ei non ti pregia.

Vinegia, Vinegia,Chi non te vede, ei non ti pregia.

Vinegia, Vinegia,

Chi non te vede, ei non ti pregia.

Vecchio mantovano! vecchio mantovano! Chi non ti intende non ti ama!

NellaSelvatica ammansatapoi, oltre alle tante parole italiane che vi ricorrono e perfino un po' di dialogo (“Con tutto il core ben trovato„, dice un amico all'altro; o questi: “Alla nostra casa bene venuto, molto amato signor mio Petronio„), ed oltre pure un certoPedagogoche della nostra maschera non ha che la pusillanimità e l'improntitudine, c'è una scena a cui della Commedia dell'arte non manca neppure il nome d'uno dei suoi più caratteristici tipi. Un giovane s'è gabellato maestro di grammatica per dichiarare il suo amore alla giovinetta amata. È presente un vecchio galante, cotto anch'esso.

Bianca.Dove eravamo?Lucenzio.Qui, signorina:Hic ibat Simois; hic est Sigeia tellus,Hic steterat Priami regia celsa senis.Bianca.Vogliate spiegarlo.Lucenzio.Hic ibat, come prima v'ho detto —Simois, io sono Lucenzio —hic est, figlio di ser Vincenzo di Pisa —Sigeia tellus, così travestito per ottenere l'amor vostro —Hic steterat, e quel Lucenzio che vennea corteggiarvi —Priami, è il mio valletto Tranio —regia, che ha pigliato il mio luogo —celsa senis, per ingannar meglio il vecchioPantalone....Bianca.Ora vediamo se riesco a tradurre:Hic ibat Simois, io non vi conosco —hic est Sigeia tellus, non mi fido di voi —Hic steterat Priami, badate ch'egli non ci senta —regia, non presumete di troppo —celsa senis, non disperate.

Bianca.Dove eravamo?

Lucenzio.Qui, signorina:

Hic ibat Simois; hic est Sigeia tellus,Hic steterat Priami regia celsa senis.

Hic ibat Simois; hic est Sigeia tellus,Hic steterat Priami regia celsa senis.

Hic ibat Simois; hic est Sigeia tellus,

Hic steterat Priami regia celsa senis.

Bianca.Vogliate spiegarlo.

Lucenzio.Hic ibat, come prima v'ho detto —Simois, io sono Lucenzio —hic est, figlio di ser Vincenzo di Pisa —Sigeia tellus, così travestito per ottenere l'amor vostro —Hic steterat, e quel Lucenzio che vennea corteggiarvi —Priami, è il mio valletto Tranio —regia, che ha pigliato il mio luogo —celsa senis, per ingannar meglio il vecchioPantalone....

Bianca.Ora vediamo se riesco a tradurre:Hic ibat Simois, io non vi conosco —hic est Sigeia tellus, non mi fido di voi —Hic steterat Priami, badate ch'egli non ci senta —regia, non presumete di troppo —celsa senis, non disperate.

E pur nelleDonne allegre di Windsor, quel medico francese che lardella il suo discorso di frasi e parole della sua lingua, e quel parroco che cinguetta l'inglese da buon gallese, e quello scioccherello che parla sempre in punta di forchetta, han tutti i loro prototipi nella commedia nostra improvvisata.

Con la quale Shakespeare ebbe comune anche qualche vizio. Beltrame, per esaltare i suoi colleghi, dichiarava, nei primi decenni del Seicento, che essi “studiano et si muniscono la memoria di gran farragine di cose, come sentenze, concetti, discorsi d'amore, rimproveri, disperazioni e deliri, per haverli pronti all'occasioni„. Di qui quel loro stile così colorito; e forse di qui ancora, per lo meno in parte, lo stile enfatico ed ampolloso che il gran drammaturgo mette sempre in bocca ai personaggi italiani. Non era certo nei nostri novellieri ch'egli trovava il modello di quelle caricature.

Ma non son da porre sulla coscienza dei nostripoveri comici, già così aggravata, tutte le scurrilità onde son lerci i primi lavori del capocomico inglese. I buffoni di Elisabetta, quanto a facezie grossolane e sboccate, non avean bisogno di maestri! E chi sa che non appartengano a loro, per lo meno in gran parte, quelle che son passate alla posterità di contrabbando, appiattate nei ricchi bauli del sommo poeta? Il quale avrà lasciato che in certe scene i buffoni si sbizzarrissero a loro agio, per contentare il pubblico grosso, sempre avido di quei motti salati che magari si sentiva ripetere da anni: alla stessa guisa che i predecessori di Rossini abbandonavano i trilli e le rifioriture alla virtuosità dei cantanti. Dopo, quelle trivialità saranno state trascritte sui copioni e tutte gabellate come opera del commediografo. Cresciuto in autorità ed ammaestrato dall'esperienza, anche questi, come Rossini i trilli, avrà provveduto a disciplinare le scene buffonesche, perchè non turbassero l'azione del dramma, e perchè almeno avessero quel sapore tra ariostesco e rabelaisiano che hanno, per esempio, nell'Otelloe nell'Amleto. Ricordate gli ammaestramenti del principe danese ai comici:

Badino quelli che fan da buffoni a non dir nulla di più di quel che devono. C'è tra essi qualcuno che si mette a snocciolar buffonerie, per far ridere un certo numero di spettatori idioti, proprio nel punto che ildramma richiederebbe che si stesse ad ascoltarlo con la maggiore attenzione. Ciò è indegno, e rivela nel commediante una miserevole ambizione.

Badino quelli che fan da buffoni a non dir nulla di più di quel che devono. C'è tra essi qualcuno che si mette a snocciolar buffonerie, per far ridere un certo numero di spettatori idioti, proprio nel punto che ildramma richiederebbe che si stesse ad ascoltarlo con la maggiore attenzione. Ciò è indegno, e rivela nel commediante una miserevole ambizione.

Erano abusi codesti a cui certo anche la nostra Commedia dell'arte avviava; poichè ogni libertà può degenerare in licenza quando sia concessa anche a chi non trovi il necessario freno nella propria indole o nella propria educazione. Ma non si vogliano, per i cattivi effetti della licenza, dimenticare gl'ineffabili benefizi della libertà. Tra mezzo all'ossequioso servilismo delle nostre lettere a un passato irrevocabile, quei nostri comici apostoli corsero il mondo predicando e praticando la libertà: umili ma rumorosi ed efficaci guastatori di quella via per cui poi dovevan trionfalmente passare Lope de Vega, Shakespeare e Molière.


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