II.

II.Alle nove precise il funerale mosse giù per il viale carrozzabile che traversava il giardino.Da un lato del féretro mamma Francesca e Maria Dora scendevano insieme; dall'altro, papà Stefano, tenendo sottobraccio il figlio scemo. Maurizio, Mattia, la piccola Natalissa, il giardiniere, seguivan per primi il carro funebre, con gli occhi rossi di lacrime, accasciati da un semplice ma spontaneo dolore.Solo, pressochè isolato in capo del corteo, camminava Andrea Ferento, a capo nudo, bianco ma impassibile. Aveva impartito gli ordini con una voce breve; poi, quando il carro si mosse, guardò rapidamente in alto, verso una finestra chiusa, dove la cortina ricadde; volse uno sguardo rapidissimo su le persone che aveva intorno, e s'incamminò dietro il carro.Tutti, per un rispetto simultaneo, lo lasciaron solo.Dietro lui si muoveva il corteo bisbigliante, numeroso d'un centinaio di persone, che dal borgo eran salite a casa Landi, o v'eran giunte coi treni del mattino, poichè la morte del Fiesco era stata annunziata in città la sera innanzi dalle ultime gazzette con frettolose necrologie.Tancredo Salvi scendeva tra il sindaco Berra ed il medico Paolieri; studioso di ben recitare la sua parte in quella estrema cerimonia, faceva pompa dell'alta persona e del suo maestoso dolore.Fuor del cancello era una ressa di contadini, che al passaggio del féretro cominciaron a biascicar preghiere; alcuni s'inginocchiavano su la proda erbosa del fossatello, e, passato il carro, si raddrizzavan in piedi senza ripulirsi le ginocchia dalla polvere.Il cielo era limpido, l'aria ventilata, un ridere di pannocchie sbocciava nella biondezza dei campi, scaturiva dalla terra umida una fragranza di mietitura, e quel corteo funebre camminante per la strada polverosa [pg!193] pareva in contrasto singolare con l'allegrezza del mondo.Di là dalla svolta il borgo apparve, con i suoi tetti rossi e decrepiti, che, accesi dal sole, ripercotevan nell'azzurrità un dondolìo balenante.La strada maestra si lanciava diritta nel mezzo della borgata, piegando a valle, di là dall'estreme case, per il declivio della collina. Su l'ingresso del borgo due lunghe siepi di curiosi attendevano il funerale.E il carro camminava piano piano, con un rumor soffice di ruote nella polvere, nereggiando nel soverchio splendore della mattinata, cullandosi nella nenia dei salmi ecclesiastici e nel bisbiglio che faceva sotto il gran sole quel corteo camminante.Altri uomini frattanto s'aggruppavano intorno a Tancredo, al sindaco Berra ed al medico Paolieri; fra gli altri un certo giornalista che Tancredo conosceva benissimo, perchè appartenente come lui a quella brigata clandestina di galantuomini matricolati, che vivon per così dire di tutte le professioni altrui, grattando e scovando per ovunque l'aria sappia di corrotto, e che stanno con gli orecchi tesi fra le quinte della commedia cotidiana, pronti a balzar fuori come bracchi affamati sul primo espediente che loro cápiti a portata di mano. La sua professione confessabile era quella di giornalista, e faceva il redattore estemporaneo di quei giornaletti effimeri nati per vendere il lor silenzio, talvolta per fomentare uno scandalo, per farsi complici d'una equivoca speculazione, talvolta per servire gli odii o per lusingare le ambizioni d'un uomo potente.La sua età poteva essere di quarant'anni, il suo nome: Saverio Metello. Tancredo si maravigliò di non averlo prima veduto.— Che diavolo, Metello? Cosa fai qui?— Mi manda la «Voce», — rispose il Metello; — come vedi, sono costretto ad occuparmi anche della necrologia... Che porco mestiere![pg!194] Tancredo sospirò e prese un'aria di cordoglio melodrammatico.— Vedo che ti sei messo in lutto, — scherzò il Metello. — Che uomo elegante!Allora lo sdegno di Tancredo proruppe:— Diavolo, non lo sai? Giorgio Fiesco era...— Cos'era?— Ma, per bacco, mio fratello! — Poi corresse: — mio fratellastro.— Cáspita, è vero! E non ci avevo pensato! Ti giuro che non mi era neanche passato per la mente! Scusami, veh... Condoglianze!— Oh! figúrati... — fece il Salvi. E tuttavia prese un'aria leggermente sostenuta.Il corteo, giungendo nella piazza ingombra di folla, si fermò davanti alla Chiesa; Tancredo, facendosi largo nella ressa, camminò dietro la bara. Il Metello invece, dopo aver osservato con uno sguardo ironico il suo camerata Salvi, trasse fuori di tasca un largo fazzoletto, e piegatolo a sciarpa se lo mise intorno al collo, poichè sudava. Poi volse uno sguardo circolare per la piazza, cercando un'osteria dove potesse almeno bere una gassosa.Tra l'insegna d'un ciabattino e quella d'un cordaio vide pendere la frasca metallica d'un'osteria; essa teneva sul marciapiede tre tavolini di ferro, con qualche scranna; v'era gente seduta; ma egli colse il destro d'uno che s'alzava e si pose con placidità frammezzo a quegli estranei. Volse lo sguardo in alto, aspettando che lo servissero. L'orologio del campanile segnava le dieci e cinque; le sfere parevan d'oro sul quadrante diviso dalla lor ombra; un vortice di rondini roteava intorno alla guglia.L'ostessa, panciuta, con un bel grembiule fiammeggiante, gli portò la gassosa; egli ne bevve un bicchiere d'un fiato, e la trovò eccellente; poi di nuovo riempì il bicchiere e stette a guardare le bollicine che vi salivano scoppiettando. Cominciò ad imbastir mentalmente l'articolo funebre.[pg!195] «Giorgio Fiesco, nato nel... morto di... oh, di cosa è morto poi? Tisi? Paralisi cardiaca? Mah? C'informeremo. Aveva dunque, — fece il conto, — trentanove anni. Laureatosi ingegnere nel... questo non importa; diremo: giovanissimo. Costrusse i ponti di... di... etc., capolavori dell'ingegneria moderna, etc. etc. — Partì con i primissimi pionieri della civiltà in regioni, etc. — famosi disastri minerarii, etc. — costruì diecimila chilometri di strada ferrata... che il diavolo se lo porti... etc.!»Al suo medesimo tavolino eran seduti tre altri uomini, i quali si credevan di parlar piano, accostandosi l'uno all'altro quanto più potevano, con i gomiti poggiati sul tavolino di metallo; ma invece parlavan in guisa da esser uditi e davano al tavolino certe scosse, che il suo bicchiere di gassosa ne traboccava.Uno d'essi ripeteva continuamente:— Ti dico di sì, ti dico di sì!E l'altro:— Impossibile, impossibile!Il terzo:— Ma che impossibile d'Egitto!Poi si guardavan intorno sospettosi. Saverio Metello, che per principio soleva dare un grande peso ai discorsi enigmatici, prese un'aria distratta e ricominciò a guardare in alto, verso le sfere luccicanti, verso il balenante vortice di rondini che roteava intorno al campanile. Onde sorprese questo bel discorso:— Insomma, vediamo un po': che il professore fosse l'amante.— Va vene, va bene, questo lo so, — ammise l'incredulo.— E che fosse incinta, lo sai o no?— Si mormora... Ma non bisogna credere a tutto.— Insomma, — esclamò l'interlocutore, che aveva l'aria d'un ricco mercante, — lo ha detto a mia moglie una persona che bázzica per casa loro; non voglio dire chi, per non compromettere nessuno; ma in una casa è più facile batter falsa moneta che custodire un [pg!196] secreto. E posso aggiungere anche questo: la gravidanza è di qualche mese.— Del resto, — intervenne il terzo, che doveva essere un capomastro a giudicare dal decimetro di legno giallo che gli usciva dal taschino, — questo fra poco si vedrà.— A meno che, — insinuò il denunziatore con aria sibillina, — ora che lui, poveraccio, se n'è andato... a meno che, dico, non provvedano altrimenti! Sai bene, i dottori fanno presto... E, dato che sarebbe difficile, per non dire impossibile, attribuirne al marito la paternità... capirai bene a cosa voglio alludere!— Insomma, ditene quel che volete, ma io non credo! — esclamò quegli che pareva un chierico d'avvocato, con la sua vecchia testa grigia e ascetica.— Allora sei testardo più d'un mulo! Méttiti bene in mente che, quando una voce corre, qualcosa di vero c'è sempre, poichè dal niente non nasce niente.— Se così fosse, guai!— Così è. Del resto, come spieghi tu il fatto che quel povero diavolo non aveva chiuso ancora gli occhi e già tutto il paese mormorava la stessa cosa: — L'hanno?...— Sst!... Io non mi spiego niente, ma non credo, — fece l'altro, caparbio.— D'altronde, — venne a dire quegli che aveva l'apparenza d'un capomastro, — il primo a lasciarselo scappar di bocca è stato il dottor Paolieri, e l'ho inteso io, con queste orecchie. Eravamo in farmacia, quando sono entrati a dare la notizia della morte. Il Paolieri è saltato su di scatto e, senza riflettere, è venuto fuori con una frase che lascio interpretare a voi: «È morto il Fiesco?... Me lo immaginavo! Se l'avessero lasciato curare a me, che sono un asino, campava un pezzo ancora!» Dopo se l'è rimangiata sùbito, anzi ha dato in escandescenze, dicendo che l'avevan capito male... Ma l'ho inteso io, con queste orecchie, dunque non serve che adesso egli neghi per paura.— Insomma, — concluse l'incredulo, — volete un [pg!197] consiglio? Sarà quel che sarà, ma state zitti; perchè in queste faccende v'è caso di buscarsi qualche brutta seccatura, ed io, per me, come vi ripeto, non credo.— Oh, tu, la sai lunga!... — fecero gli altri due, come se volessero tacciarlo d'ipocrisia. Poi s'alzarono, ed insieme con altri sopraggiunti entraron nell'osteria.Saverio Metello aveva ascoltato flemmaticamente, ma senza perder sillaba di quel grave discorso; aveva continuato a darsi l'aria più distratta del mondo, a fissare i voli delle rondini, le sfere dorate che camminavano sul quadrante acceso. La sua faccia restò impassibile, e, quando i tre se ne andarono, altro non fece che sollevare lentamente il bicchiere nel quale scoppiettavano le bollicine, poi tracannare sino all'ultima goccia la fresca bevanda con una specie di lenta voluttà.Era un uomo calmo, scettico, annoiato, che si risolveva difficilmente a trovare alcunchè d'interessante nella vita, un uomo passato al di là da tutte le sorprese, che odiava il mondo intero, ma con un odio neghittoso. L'udire che un tale poteva essere stato ucciso, gli faceva press'a poco lo stesso effetto che leggere nella quarta pagina d'un giornale l'annunzio funebre d'una persona sconosciuta, od il rialzo od il ribasso della rendita italiana, ch'egli, naturalmente, non era in caso di possedere. Perchè una cosa giungesse ad interessarlo, bisognava che toccasse da vicino la sua propria persona; ed allora quest'essere apatico trovata in sè un'improvvisa e feroce gagliardìa per piombare su tutto quello che poteva essergli utile, come sopra una legittima preda. Il resto faceva meccanicamente, con una specie di disinganno anteriore, con una incolmabile noia. Ora, davanti a tutto quello che aveva udito, non trasse che una piccola riflessione.— Adesso capisco meglio perchè Tancredo sia qui.Supponeva naturalmente che l'ottimo Salvi ne fosse informato, e, con la prontezza che gli era solita nell'intravvedere un affar losco, decise d'avvertirlo in via confidenziale che nel disbrigo di quella faccenda voleva mettere il suo zampino ancor lui.[pg!198] «Pazienza! Non sarà stato un viaggio del tutto inutile.»E trasse un enorme sbadiglio.Adesso il funerale usciva di chiesa; la folla sgorgava dalle duplici porte ingombrando la scalinata; una teoria di fanciulle, con il velo della cresima, portavan i ceri funebri; quel brulichìo di smorte fiamme pareva cancellarsi nel fulgore del sole. Ricollocaron la bara sul carro, tra mucchi di corone, poi di nuovo il crocifero mosse in capo del corteo.A malincuore, anche il Metello s'incamminò. L'aver saputo eludere le litanie dei preti non lo scampava da quelle de' conferenzieri.Intanto vedeva Tancredo discorrere con animazione, prodigarsi, fare un grande sperpero d'inchini e di sorrisi. — «Ha tutte le fortune quel birbante! Capace perfino di ereditare...» E davanti al pensiero che Tancredo potesse ereditare, lo riprendeva un odio feroce contro tutta la specie umana.Presso il cancello del cimitero si trovaron lato a lato.— Olà, bel giovine! — fece il Metello; — sono al corrente anch'io, sai...— Al corrente?... ma di cosa?— Fa pur l'indiano... se ti garba!— Uhm, non capisco... — grugnì Tancredo.— In ogni modo, — concluse il Metello, — se vuoi che facciamo quattro chiacchiere prima ch'io riprenda il treno...— Volontieri.La bara, portata a spalle, s'incamminò per il piccolo viale: i familiari la seguivano e Tancredo s'affrettò con essi. Quando il feretro fu deposto su l'orlo della fossa, Tancredo si trovò di faccia il Ferento. Entrambi, quasi dimentichi d'ogni altro pensiero, per un lungo attimo si fissarono. Poi Tancredo volse altrove lo sguardo, incapace di sostenere più a lungo la sua bianca tranquillità.Gli affossatori sollevaron la bara, mentre la folla [pg!199] erasi radunata in cerchio presso il luogo del seppellimento. E qualcosa tuttavia di solenne, di solenne anche per l'incredulo, si rinnovava nell'atto semplice che nasconde per sempre sotto il lenzuolo di polvere una spoglia supina e còrica l'uomo anchilosato, putrescente, nella divina zolla piena di palpito che domani rifiorirà.Ognuno intanto s'aspettava che parlasse Andrea Ferento, e nel succedersi degli oratori ogni volta si lasciava un più lungo intervallo, mentre tutti lo guardavano con attesa. Ma il Ferento se ne stava immobile, a piè della tomba, con le due mani entro le tasche della giacchetta, gli occhi fissi al coperchio della bara, e pareva che una grande solitudine si estendesse intorno a lui.Gli sguardi vigili del medico Paolieri non l'abbandonavan un momento, così pure gli occhi d'altre persone disperse fra gli ascoltatori. Egli sentiva con una specie di molestia la tenacità di quegli sguardi e s'accorgeva di farsi continuamente più pallido come se una fredda febbre gli consumasse la faccia. Si avvedeva di quell'attesa nella quale stavan tutti, ch'egli parlasse, ma era ben risoluto a non dissuggellare la bocca. Poi temette che il suo silenzio avesse a parer strano, e da ultimo gli sembrò di parlare infatti, gli sembrò di esser ritto, parlante, gesticolante, su l'orlo di quella fossa, ma di udire che intorno si rideva sgangheratamente, beffando il parlatore, il morto, e la vedova ch'era lontana, lassù, nella sua camera deserta...I discorsi finirono, la gente non si moveva. Gli si avvicinò il sindaco Berra:— Professore, non crede lei pure...— Grazie, no! — rispose il Ferento.Ma la gente non si moveva; e lo guardavano; tutti guardavano lui. Gli si avvicinò un giornalista ch'egli conosceva benissimo. Paolo Giordano, e gli mormorò alcune parole a bassa voce.Allora il Ferento comprese ch'era tuttavia «necessario» parlare; guardò con odio la folla, eresse in un [pg!200] terribile sforzo la sua dura volontà, e disse: — Va bene.Fece qualche passo avanti, rialzò la fronte luminosa, e le sue labbra obbedienti parlarono.«Giorgio Fiesco...» — Limpida suonava la sua voce, senza tradire il convulso che gli torceva l'anima, ed ancora due volte pronunziò questo nome:«Giorgio Fiesco... Giorgio Fiesco, ingegnere della miniera di Haswill, costruttore del più alato ponte sopra la valle di Cimbra, io t'ho salutato altre volte per morto, quando salpavi dal molo atlantico nel meraviglioso pericolo della tua temerità. Senza lacrime allora, senza lacrime ancor oggi, che non puoi tornare, ti saluto. Altro non facemmo in vita che scambiarci nelle ore più forti una rapida stretta di mano ed uno sguardo chiaro, che vedeva la strada fino all'ultima pietra milliare, che non diceva mai: «Férmati» — ma diceva tranquillamente: «Arriverai!» Poichè ti conobbi meglio di chicchessia, risponderò in tua vece a coloro che oggi videro cadere su te la pietra del sepolcro. Le tue parole sono queste: — «Non piangete. Un uomo sereno e stanco è sceso nella morte che non temeva. Non fece che restituire la sua nascita, in un'ora calma. Egli vorrebbe solamente insegnarvi a sciogliere questa parola dal suo dolore, dal suo terrore, dall'inutile angoscia ch'essa propaga in ogni giorno della vita; vorrebbe convincervi che la morte non è una cosa triste, poichè il bene ultimo, l'ultima felicità degli uomini è la pace...«Sì, Giorgio: io che ti conobbi meglio di chicchessia, mi rammento che pronunziavi queste parole poche ore prima di addormentarti. Ed ora che non àbiti più nella spoglia coricata, il tuo fratello non ti deve che uno sguardo chiaro, una stretta di mano, da compagno a compagno, l'ultima, con semplicità.»La sua voce solenne, il suo virile aspetto pieno di una tranquilla magnificenza, parvero in quel momento ravvolgere l'uomo ed il sepolcro nella significazione [pg!201] d'un rito. Un rito laico, ma profondamente umano, che il simbolo del vivo compisse verso l'ombra dell'estinto, e che fosse maggiore, più alto, più leale, di tutte le parodie con cui le religioni accompagnano i morti a sepoltura.Egli era scientificamente un ateo, sapeva i destini della polvere, aveva escluso Dio. Molti, nell'ascoltarlo, si rammentavan le più note pagine de' suoi libri, ed anche se lontani da lui, anche se inadatti a comprenderlo, sentivano raggiare da' suoi occhi una potenza soggiogante, sentivano quasi un'invidia della sua temeraria e mai genuflessa libertà.Era un evangelista laico, un profeta che non vendeva dal pergamo le formule dell'Assoluto, ma sui frantumi di tutti i Pantheon, delle necropoli e delle chiese, innalzava la deità dell'uomo, dell'uomo autocrate nel mondo, sterminatamente orgoglioso del suo nulla più grande che Dio.Era un profeta, non perchè avesse donato ancora una volta la inconoscibile verità, ma perchè predicava la scienza come la sola religione degna del tempo futuro, come quella che, svincolato il pensiero da ogni teosofia, da ogni metafisica imbastita su ipotesi arbitrarie o su telai di parole ingannevoli, guiderebbe ogni spirito ai limiti della conoscenza ed al sereno amore della vita.

II.Alle nove precise il funerale mosse giù per il viale carrozzabile che traversava il giardino.Da un lato del féretro mamma Francesca e Maria Dora scendevano insieme; dall'altro, papà Stefano, tenendo sottobraccio il figlio scemo. Maurizio, Mattia, la piccola Natalissa, il giardiniere, seguivan per primi il carro funebre, con gli occhi rossi di lacrime, accasciati da un semplice ma spontaneo dolore.Solo, pressochè isolato in capo del corteo, camminava Andrea Ferento, a capo nudo, bianco ma impassibile. Aveva impartito gli ordini con una voce breve; poi, quando il carro si mosse, guardò rapidamente in alto, verso una finestra chiusa, dove la cortina ricadde; volse uno sguardo rapidissimo su le persone che aveva intorno, e s'incamminò dietro il carro.Tutti, per un rispetto simultaneo, lo lasciaron solo.Dietro lui si muoveva il corteo bisbigliante, numeroso d'un centinaio di persone, che dal borgo eran salite a casa Landi, o v'eran giunte coi treni del mattino, poichè la morte del Fiesco era stata annunziata in città la sera innanzi dalle ultime gazzette con frettolose necrologie.Tancredo Salvi scendeva tra il sindaco Berra ed il medico Paolieri; studioso di ben recitare la sua parte in quella estrema cerimonia, faceva pompa dell'alta persona e del suo maestoso dolore.Fuor del cancello era una ressa di contadini, che al passaggio del féretro cominciaron a biascicar preghiere; alcuni s'inginocchiavano su la proda erbosa del fossatello, e, passato il carro, si raddrizzavan in piedi senza ripulirsi le ginocchia dalla polvere.Il cielo era limpido, l'aria ventilata, un ridere di pannocchie sbocciava nella biondezza dei campi, scaturiva dalla terra umida una fragranza di mietitura, e quel corteo funebre camminante per la strada polverosa [pg!193] pareva in contrasto singolare con l'allegrezza del mondo.Di là dalla svolta il borgo apparve, con i suoi tetti rossi e decrepiti, che, accesi dal sole, ripercotevan nell'azzurrità un dondolìo balenante.La strada maestra si lanciava diritta nel mezzo della borgata, piegando a valle, di là dall'estreme case, per il declivio della collina. Su l'ingresso del borgo due lunghe siepi di curiosi attendevano il funerale.E il carro camminava piano piano, con un rumor soffice di ruote nella polvere, nereggiando nel soverchio splendore della mattinata, cullandosi nella nenia dei salmi ecclesiastici e nel bisbiglio che faceva sotto il gran sole quel corteo camminante.Altri uomini frattanto s'aggruppavano intorno a Tancredo, al sindaco Berra ed al medico Paolieri; fra gli altri un certo giornalista che Tancredo conosceva benissimo, perchè appartenente come lui a quella brigata clandestina di galantuomini matricolati, che vivon per così dire di tutte le professioni altrui, grattando e scovando per ovunque l'aria sappia di corrotto, e che stanno con gli orecchi tesi fra le quinte della commedia cotidiana, pronti a balzar fuori come bracchi affamati sul primo espediente che loro cápiti a portata di mano. La sua professione confessabile era quella di giornalista, e faceva il redattore estemporaneo di quei giornaletti effimeri nati per vendere il lor silenzio, talvolta per fomentare uno scandalo, per farsi complici d'una equivoca speculazione, talvolta per servire gli odii o per lusingare le ambizioni d'un uomo potente.La sua età poteva essere di quarant'anni, il suo nome: Saverio Metello. Tancredo si maravigliò di non averlo prima veduto.— Che diavolo, Metello? Cosa fai qui?— Mi manda la «Voce», — rispose il Metello; — come vedi, sono costretto ad occuparmi anche della necrologia... Che porco mestiere![pg!194] Tancredo sospirò e prese un'aria di cordoglio melodrammatico.— Vedo che ti sei messo in lutto, — scherzò il Metello. — Che uomo elegante!Allora lo sdegno di Tancredo proruppe:— Diavolo, non lo sai? Giorgio Fiesco era...— Cos'era?— Ma, per bacco, mio fratello! — Poi corresse: — mio fratellastro.— Cáspita, è vero! E non ci avevo pensato! Ti giuro che non mi era neanche passato per la mente! Scusami, veh... Condoglianze!— Oh! figúrati... — fece il Salvi. E tuttavia prese un'aria leggermente sostenuta.Il corteo, giungendo nella piazza ingombra di folla, si fermò davanti alla Chiesa; Tancredo, facendosi largo nella ressa, camminò dietro la bara. Il Metello invece, dopo aver osservato con uno sguardo ironico il suo camerata Salvi, trasse fuori di tasca un largo fazzoletto, e piegatolo a sciarpa se lo mise intorno al collo, poichè sudava. Poi volse uno sguardo circolare per la piazza, cercando un'osteria dove potesse almeno bere una gassosa.Tra l'insegna d'un ciabattino e quella d'un cordaio vide pendere la frasca metallica d'un'osteria; essa teneva sul marciapiede tre tavolini di ferro, con qualche scranna; v'era gente seduta; ma egli colse il destro d'uno che s'alzava e si pose con placidità frammezzo a quegli estranei. Volse lo sguardo in alto, aspettando che lo servissero. L'orologio del campanile segnava le dieci e cinque; le sfere parevan d'oro sul quadrante diviso dalla lor ombra; un vortice di rondini roteava intorno alla guglia.L'ostessa, panciuta, con un bel grembiule fiammeggiante, gli portò la gassosa; egli ne bevve un bicchiere d'un fiato, e la trovò eccellente; poi di nuovo riempì il bicchiere e stette a guardare le bollicine che vi salivano scoppiettando. Cominciò ad imbastir mentalmente l'articolo funebre.[pg!195] «Giorgio Fiesco, nato nel... morto di... oh, di cosa è morto poi? Tisi? Paralisi cardiaca? Mah? C'informeremo. Aveva dunque, — fece il conto, — trentanove anni. Laureatosi ingegnere nel... questo non importa; diremo: giovanissimo. Costrusse i ponti di... di... etc., capolavori dell'ingegneria moderna, etc. etc. — Partì con i primissimi pionieri della civiltà in regioni, etc. — famosi disastri minerarii, etc. — costruì diecimila chilometri di strada ferrata... che il diavolo se lo porti... etc.!»Al suo medesimo tavolino eran seduti tre altri uomini, i quali si credevan di parlar piano, accostandosi l'uno all'altro quanto più potevano, con i gomiti poggiati sul tavolino di metallo; ma invece parlavan in guisa da esser uditi e davano al tavolino certe scosse, che il suo bicchiere di gassosa ne traboccava.Uno d'essi ripeteva continuamente:— Ti dico di sì, ti dico di sì!E l'altro:— Impossibile, impossibile!Il terzo:— Ma che impossibile d'Egitto!Poi si guardavan intorno sospettosi. Saverio Metello, che per principio soleva dare un grande peso ai discorsi enigmatici, prese un'aria distratta e ricominciò a guardare in alto, verso le sfere luccicanti, verso il balenante vortice di rondini che roteava intorno al campanile. Onde sorprese questo bel discorso:— Insomma, vediamo un po': che il professore fosse l'amante.— Va vene, va bene, questo lo so, — ammise l'incredulo.— E che fosse incinta, lo sai o no?— Si mormora... Ma non bisogna credere a tutto.— Insomma, — esclamò l'interlocutore, che aveva l'aria d'un ricco mercante, — lo ha detto a mia moglie una persona che bázzica per casa loro; non voglio dire chi, per non compromettere nessuno; ma in una casa è più facile batter falsa moneta che custodire un [pg!196] secreto. E posso aggiungere anche questo: la gravidanza è di qualche mese.— Del resto, — intervenne il terzo, che doveva essere un capomastro a giudicare dal decimetro di legno giallo che gli usciva dal taschino, — questo fra poco si vedrà.— A meno che, — insinuò il denunziatore con aria sibillina, — ora che lui, poveraccio, se n'è andato... a meno che, dico, non provvedano altrimenti! Sai bene, i dottori fanno presto... E, dato che sarebbe difficile, per non dire impossibile, attribuirne al marito la paternità... capirai bene a cosa voglio alludere!— Insomma, ditene quel che volete, ma io non credo! — esclamò quegli che pareva un chierico d'avvocato, con la sua vecchia testa grigia e ascetica.— Allora sei testardo più d'un mulo! Méttiti bene in mente che, quando una voce corre, qualcosa di vero c'è sempre, poichè dal niente non nasce niente.— Se così fosse, guai!— Così è. Del resto, come spieghi tu il fatto che quel povero diavolo non aveva chiuso ancora gli occhi e già tutto il paese mormorava la stessa cosa: — L'hanno?...— Sst!... Io non mi spiego niente, ma non credo, — fece l'altro, caparbio.— D'altronde, — venne a dire quegli che aveva l'apparenza d'un capomastro, — il primo a lasciarselo scappar di bocca è stato il dottor Paolieri, e l'ho inteso io, con queste orecchie. Eravamo in farmacia, quando sono entrati a dare la notizia della morte. Il Paolieri è saltato su di scatto e, senza riflettere, è venuto fuori con una frase che lascio interpretare a voi: «È morto il Fiesco?... Me lo immaginavo! Se l'avessero lasciato curare a me, che sono un asino, campava un pezzo ancora!» Dopo se l'è rimangiata sùbito, anzi ha dato in escandescenze, dicendo che l'avevan capito male... Ma l'ho inteso io, con queste orecchie, dunque non serve che adesso egli neghi per paura.— Insomma, — concluse l'incredulo, — volete un [pg!197] consiglio? Sarà quel che sarà, ma state zitti; perchè in queste faccende v'è caso di buscarsi qualche brutta seccatura, ed io, per me, come vi ripeto, non credo.— Oh, tu, la sai lunga!... — fecero gli altri due, come se volessero tacciarlo d'ipocrisia. Poi s'alzarono, ed insieme con altri sopraggiunti entraron nell'osteria.Saverio Metello aveva ascoltato flemmaticamente, ma senza perder sillaba di quel grave discorso; aveva continuato a darsi l'aria più distratta del mondo, a fissare i voli delle rondini, le sfere dorate che camminavano sul quadrante acceso. La sua faccia restò impassibile, e, quando i tre se ne andarono, altro non fece che sollevare lentamente il bicchiere nel quale scoppiettavano le bollicine, poi tracannare sino all'ultima goccia la fresca bevanda con una specie di lenta voluttà.Era un uomo calmo, scettico, annoiato, che si risolveva difficilmente a trovare alcunchè d'interessante nella vita, un uomo passato al di là da tutte le sorprese, che odiava il mondo intero, ma con un odio neghittoso. L'udire che un tale poteva essere stato ucciso, gli faceva press'a poco lo stesso effetto che leggere nella quarta pagina d'un giornale l'annunzio funebre d'una persona sconosciuta, od il rialzo od il ribasso della rendita italiana, ch'egli, naturalmente, non era in caso di possedere. Perchè una cosa giungesse ad interessarlo, bisognava che toccasse da vicino la sua propria persona; ed allora quest'essere apatico trovata in sè un'improvvisa e feroce gagliardìa per piombare su tutto quello che poteva essergli utile, come sopra una legittima preda. Il resto faceva meccanicamente, con una specie di disinganno anteriore, con una incolmabile noia. Ora, davanti a tutto quello che aveva udito, non trasse che una piccola riflessione.— Adesso capisco meglio perchè Tancredo sia qui.Supponeva naturalmente che l'ottimo Salvi ne fosse informato, e, con la prontezza che gli era solita nell'intravvedere un affar losco, decise d'avvertirlo in via confidenziale che nel disbrigo di quella faccenda voleva mettere il suo zampino ancor lui.[pg!198] «Pazienza! Non sarà stato un viaggio del tutto inutile.»E trasse un enorme sbadiglio.Adesso il funerale usciva di chiesa; la folla sgorgava dalle duplici porte ingombrando la scalinata; una teoria di fanciulle, con il velo della cresima, portavan i ceri funebri; quel brulichìo di smorte fiamme pareva cancellarsi nel fulgore del sole. Ricollocaron la bara sul carro, tra mucchi di corone, poi di nuovo il crocifero mosse in capo del corteo.A malincuore, anche il Metello s'incamminò. L'aver saputo eludere le litanie dei preti non lo scampava da quelle de' conferenzieri.Intanto vedeva Tancredo discorrere con animazione, prodigarsi, fare un grande sperpero d'inchini e di sorrisi. — «Ha tutte le fortune quel birbante! Capace perfino di ereditare...» E davanti al pensiero che Tancredo potesse ereditare, lo riprendeva un odio feroce contro tutta la specie umana.Presso il cancello del cimitero si trovaron lato a lato.— Olà, bel giovine! — fece il Metello; — sono al corrente anch'io, sai...— Al corrente?... ma di cosa?— Fa pur l'indiano... se ti garba!— Uhm, non capisco... — grugnì Tancredo.— In ogni modo, — concluse il Metello, — se vuoi che facciamo quattro chiacchiere prima ch'io riprenda il treno...— Volontieri.La bara, portata a spalle, s'incamminò per il piccolo viale: i familiari la seguivano e Tancredo s'affrettò con essi. Quando il feretro fu deposto su l'orlo della fossa, Tancredo si trovò di faccia il Ferento. Entrambi, quasi dimentichi d'ogni altro pensiero, per un lungo attimo si fissarono. Poi Tancredo volse altrove lo sguardo, incapace di sostenere più a lungo la sua bianca tranquillità.Gli affossatori sollevaron la bara, mentre la folla [pg!199] erasi radunata in cerchio presso il luogo del seppellimento. E qualcosa tuttavia di solenne, di solenne anche per l'incredulo, si rinnovava nell'atto semplice che nasconde per sempre sotto il lenzuolo di polvere una spoglia supina e còrica l'uomo anchilosato, putrescente, nella divina zolla piena di palpito che domani rifiorirà.Ognuno intanto s'aspettava che parlasse Andrea Ferento, e nel succedersi degli oratori ogni volta si lasciava un più lungo intervallo, mentre tutti lo guardavano con attesa. Ma il Ferento se ne stava immobile, a piè della tomba, con le due mani entro le tasche della giacchetta, gli occhi fissi al coperchio della bara, e pareva che una grande solitudine si estendesse intorno a lui.Gli sguardi vigili del medico Paolieri non l'abbandonavan un momento, così pure gli occhi d'altre persone disperse fra gli ascoltatori. Egli sentiva con una specie di molestia la tenacità di quegli sguardi e s'accorgeva di farsi continuamente più pallido come se una fredda febbre gli consumasse la faccia. Si avvedeva di quell'attesa nella quale stavan tutti, ch'egli parlasse, ma era ben risoluto a non dissuggellare la bocca. Poi temette che il suo silenzio avesse a parer strano, e da ultimo gli sembrò di parlare infatti, gli sembrò di esser ritto, parlante, gesticolante, su l'orlo di quella fossa, ma di udire che intorno si rideva sgangheratamente, beffando il parlatore, il morto, e la vedova ch'era lontana, lassù, nella sua camera deserta...I discorsi finirono, la gente non si moveva. Gli si avvicinò il sindaco Berra:— Professore, non crede lei pure...— Grazie, no! — rispose il Ferento.Ma la gente non si moveva; e lo guardavano; tutti guardavano lui. Gli si avvicinò un giornalista ch'egli conosceva benissimo. Paolo Giordano, e gli mormorò alcune parole a bassa voce.Allora il Ferento comprese ch'era tuttavia «necessario» parlare; guardò con odio la folla, eresse in un [pg!200] terribile sforzo la sua dura volontà, e disse: — Va bene.Fece qualche passo avanti, rialzò la fronte luminosa, e le sue labbra obbedienti parlarono.«Giorgio Fiesco...» — Limpida suonava la sua voce, senza tradire il convulso che gli torceva l'anima, ed ancora due volte pronunziò questo nome:«Giorgio Fiesco... Giorgio Fiesco, ingegnere della miniera di Haswill, costruttore del più alato ponte sopra la valle di Cimbra, io t'ho salutato altre volte per morto, quando salpavi dal molo atlantico nel meraviglioso pericolo della tua temerità. Senza lacrime allora, senza lacrime ancor oggi, che non puoi tornare, ti saluto. Altro non facemmo in vita che scambiarci nelle ore più forti una rapida stretta di mano ed uno sguardo chiaro, che vedeva la strada fino all'ultima pietra milliare, che non diceva mai: «Férmati» — ma diceva tranquillamente: «Arriverai!» Poichè ti conobbi meglio di chicchessia, risponderò in tua vece a coloro che oggi videro cadere su te la pietra del sepolcro. Le tue parole sono queste: — «Non piangete. Un uomo sereno e stanco è sceso nella morte che non temeva. Non fece che restituire la sua nascita, in un'ora calma. Egli vorrebbe solamente insegnarvi a sciogliere questa parola dal suo dolore, dal suo terrore, dall'inutile angoscia ch'essa propaga in ogni giorno della vita; vorrebbe convincervi che la morte non è una cosa triste, poichè il bene ultimo, l'ultima felicità degli uomini è la pace...«Sì, Giorgio: io che ti conobbi meglio di chicchessia, mi rammento che pronunziavi queste parole poche ore prima di addormentarti. Ed ora che non àbiti più nella spoglia coricata, il tuo fratello non ti deve che uno sguardo chiaro, una stretta di mano, da compagno a compagno, l'ultima, con semplicità.»La sua voce solenne, il suo virile aspetto pieno di una tranquilla magnificenza, parvero in quel momento ravvolgere l'uomo ed il sepolcro nella significazione [pg!201] d'un rito. Un rito laico, ma profondamente umano, che il simbolo del vivo compisse verso l'ombra dell'estinto, e che fosse maggiore, più alto, più leale, di tutte le parodie con cui le religioni accompagnano i morti a sepoltura.Egli era scientificamente un ateo, sapeva i destini della polvere, aveva escluso Dio. Molti, nell'ascoltarlo, si rammentavan le più note pagine de' suoi libri, ed anche se lontani da lui, anche se inadatti a comprenderlo, sentivano raggiare da' suoi occhi una potenza soggiogante, sentivano quasi un'invidia della sua temeraria e mai genuflessa libertà.Era un evangelista laico, un profeta che non vendeva dal pergamo le formule dell'Assoluto, ma sui frantumi di tutti i Pantheon, delle necropoli e delle chiese, innalzava la deità dell'uomo, dell'uomo autocrate nel mondo, sterminatamente orgoglioso del suo nulla più grande che Dio.Era un profeta, non perchè avesse donato ancora una volta la inconoscibile verità, ma perchè predicava la scienza come la sola religione degna del tempo futuro, come quella che, svincolato il pensiero da ogni teosofia, da ogni metafisica imbastita su ipotesi arbitrarie o su telai di parole ingannevoli, guiderebbe ogni spirito ai limiti della conoscenza ed al sereno amore della vita.

Alle nove precise il funerale mosse giù per il viale carrozzabile che traversava il giardino.

Da un lato del féretro mamma Francesca e Maria Dora scendevano insieme; dall'altro, papà Stefano, tenendo sottobraccio il figlio scemo. Maurizio, Mattia, la piccola Natalissa, il giardiniere, seguivan per primi il carro funebre, con gli occhi rossi di lacrime, accasciati da un semplice ma spontaneo dolore.

Solo, pressochè isolato in capo del corteo, camminava Andrea Ferento, a capo nudo, bianco ma impassibile. Aveva impartito gli ordini con una voce breve; poi, quando il carro si mosse, guardò rapidamente in alto, verso una finestra chiusa, dove la cortina ricadde; volse uno sguardo rapidissimo su le persone che aveva intorno, e s'incamminò dietro il carro.

Tutti, per un rispetto simultaneo, lo lasciaron solo.

Dietro lui si muoveva il corteo bisbigliante, numeroso d'un centinaio di persone, che dal borgo eran salite a casa Landi, o v'eran giunte coi treni del mattino, poichè la morte del Fiesco era stata annunziata in città la sera innanzi dalle ultime gazzette con frettolose necrologie.

Tancredo Salvi scendeva tra il sindaco Berra ed il medico Paolieri; studioso di ben recitare la sua parte in quella estrema cerimonia, faceva pompa dell'alta persona e del suo maestoso dolore.

Fuor del cancello era una ressa di contadini, che al passaggio del féretro cominciaron a biascicar preghiere; alcuni s'inginocchiavano su la proda erbosa del fossatello, e, passato il carro, si raddrizzavan in piedi senza ripulirsi le ginocchia dalla polvere.

Il cielo era limpido, l'aria ventilata, un ridere di pannocchie sbocciava nella biondezza dei campi, scaturiva dalla terra umida una fragranza di mietitura, e quel corteo funebre camminante per la strada polverosa [pg!193] pareva in contrasto singolare con l'allegrezza del mondo.

Di là dalla svolta il borgo apparve, con i suoi tetti rossi e decrepiti, che, accesi dal sole, ripercotevan nell'azzurrità un dondolìo balenante.

La strada maestra si lanciava diritta nel mezzo della borgata, piegando a valle, di là dall'estreme case, per il declivio della collina. Su l'ingresso del borgo due lunghe siepi di curiosi attendevano il funerale.

E il carro camminava piano piano, con un rumor soffice di ruote nella polvere, nereggiando nel soverchio splendore della mattinata, cullandosi nella nenia dei salmi ecclesiastici e nel bisbiglio che faceva sotto il gran sole quel corteo camminante.

Altri uomini frattanto s'aggruppavano intorno a Tancredo, al sindaco Berra ed al medico Paolieri; fra gli altri un certo giornalista che Tancredo conosceva benissimo, perchè appartenente come lui a quella brigata clandestina di galantuomini matricolati, che vivon per così dire di tutte le professioni altrui, grattando e scovando per ovunque l'aria sappia di corrotto, e che stanno con gli orecchi tesi fra le quinte della commedia cotidiana, pronti a balzar fuori come bracchi affamati sul primo espediente che loro cápiti a portata di mano. La sua professione confessabile era quella di giornalista, e faceva il redattore estemporaneo di quei giornaletti effimeri nati per vendere il lor silenzio, talvolta per fomentare uno scandalo, per farsi complici d'una equivoca speculazione, talvolta per servire gli odii o per lusingare le ambizioni d'un uomo potente.

La sua età poteva essere di quarant'anni, il suo nome: Saverio Metello. Tancredo si maravigliò di non averlo prima veduto.

— Che diavolo, Metello? Cosa fai qui?

— Mi manda la «Voce», — rispose il Metello; — come vedi, sono costretto ad occuparmi anche della necrologia... Che porco mestiere!

[pg!194] Tancredo sospirò e prese un'aria di cordoglio melodrammatico.

— Vedo che ti sei messo in lutto, — scherzò il Metello. — Che uomo elegante!

Allora lo sdegno di Tancredo proruppe:

— Diavolo, non lo sai? Giorgio Fiesco era...

— Cos'era?

— Ma, per bacco, mio fratello! — Poi corresse: — mio fratellastro.

— Cáspita, è vero! E non ci avevo pensato! Ti giuro che non mi era neanche passato per la mente! Scusami, veh... Condoglianze!

— Oh! figúrati... — fece il Salvi. E tuttavia prese un'aria leggermente sostenuta.

Il corteo, giungendo nella piazza ingombra di folla, si fermò davanti alla Chiesa; Tancredo, facendosi largo nella ressa, camminò dietro la bara. Il Metello invece, dopo aver osservato con uno sguardo ironico il suo camerata Salvi, trasse fuori di tasca un largo fazzoletto, e piegatolo a sciarpa se lo mise intorno al collo, poichè sudava. Poi volse uno sguardo circolare per la piazza, cercando un'osteria dove potesse almeno bere una gassosa.

Tra l'insegna d'un ciabattino e quella d'un cordaio vide pendere la frasca metallica d'un'osteria; essa teneva sul marciapiede tre tavolini di ferro, con qualche scranna; v'era gente seduta; ma egli colse il destro d'uno che s'alzava e si pose con placidità frammezzo a quegli estranei. Volse lo sguardo in alto, aspettando che lo servissero. L'orologio del campanile segnava le dieci e cinque; le sfere parevan d'oro sul quadrante diviso dalla lor ombra; un vortice di rondini roteava intorno alla guglia.

L'ostessa, panciuta, con un bel grembiule fiammeggiante, gli portò la gassosa; egli ne bevve un bicchiere d'un fiato, e la trovò eccellente; poi di nuovo riempì il bicchiere e stette a guardare le bollicine che vi salivano scoppiettando. Cominciò ad imbastir mentalmente l'articolo funebre.

[pg!195] «Giorgio Fiesco, nato nel... morto di... oh, di cosa è morto poi? Tisi? Paralisi cardiaca? Mah? C'informeremo. Aveva dunque, — fece il conto, — trentanove anni. Laureatosi ingegnere nel... questo non importa; diremo: giovanissimo. Costrusse i ponti di... di... etc., capolavori dell'ingegneria moderna, etc. etc. — Partì con i primissimi pionieri della civiltà in regioni, etc. — famosi disastri minerarii, etc. — costruì diecimila chilometri di strada ferrata... che il diavolo se lo porti... etc.!»

Al suo medesimo tavolino eran seduti tre altri uomini, i quali si credevan di parlar piano, accostandosi l'uno all'altro quanto più potevano, con i gomiti poggiati sul tavolino di metallo; ma invece parlavan in guisa da esser uditi e davano al tavolino certe scosse, che il suo bicchiere di gassosa ne traboccava.

Uno d'essi ripeteva continuamente:

— Ti dico di sì, ti dico di sì!

E l'altro:

— Impossibile, impossibile!

Il terzo:

— Ma che impossibile d'Egitto!

Poi si guardavan intorno sospettosi. Saverio Metello, che per principio soleva dare un grande peso ai discorsi enigmatici, prese un'aria distratta e ricominciò a guardare in alto, verso le sfere luccicanti, verso il balenante vortice di rondini che roteava intorno al campanile. Onde sorprese questo bel discorso:

— Insomma, vediamo un po': che il professore fosse l'amante.

— Va vene, va bene, questo lo so, — ammise l'incredulo.

— E che fosse incinta, lo sai o no?

— Si mormora... Ma non bisogna credere a tutto.

— Insomma, — esclamò l'interlocutore, che aveva l'aria d'un ricco mercante, — lo ha detto a mia moglie una persona che bázzica per casa loro; non voglio dire chi, per non compromettere nessuno; ma in una casa è più facile batter falsa moneta che custodire un [pg!196] secreto. E posso aggiungere anche questo: la gravidanza è di qualche mese.

— Del resto, — intervenne il terzo, che doveva essere un capomastro a giudicare dal decimetro di legno giallo che gli usciva dal taschino, — questo fra poco si vedrà.

— A meno che, — insinuò il denunziatore con aria sibillina, — ora che lui, poveraccio, se n'è andato... a meno che, dico, non provvedano altrimenti! Sai bene, i dottori fanno presto... E, dato che sarebbe difficile, per non dire impossibile, attribuirne al marito la paternità... capirai bene a cosa voglio alludere!

— Insomma, ditene quel che volete, ma io non credo! — esclamò quegli che pareva un chierico d'avvocato, con la sua vecchia testa grigia e ascetica.

— Allora sei testardo più d'un mulo! Méttiti bene in mente che, quando una voce corre, qualcosa di vero c'è sempre, poichè dal niente non nasce niente.

— Se così fosse, guai!

— Così è. Del resto, come spieghi tu il fatto che quel povero diavolo non aveva chiuso ancora gli occhi e già tutto il paese mormorava la stessa cosa: — L'hanno?...

— Sst!... Io non mi spiego niente, ma non credo, — fece l'altro, caparbio.

— D'altronde, — venne a dire quegli che aveva l'apparenza d'un capomastro, — il primo a lasciarselo scappar di bocca è stato il dottor Paolieri, e l'ho inteso io, con queste orecchie. Eravamo in farmacia, quando sono entrati a dare la notizia della morte. Il Paolieri è saltato su di scatto e, senza riflettere, è venuto fuori con una frase che lascio interpretare a voi: «È morto il Fiesco?... Me lo immaginavo! Se l'avessero lasciato curare a me, che sono un asino, campava un pezzo ancora!» Dopo se l'è rimangiata sùbito, anzi ha dato in escandescenze, dicendo che l'avevan capito male... Ma l'ho inteso io, con queste orecchie, dunque non serve che adesso egli neghi per paura.

— Insomma, — concluse l'incredulo, — volete un [pg!197] consiglio? Sarà quel che sarà, ma state zitti; perchè in queste faccende v'è caso di buscarsi qualche brutta seccatura, ed io, per me, come vi ripeto, non credo.

— Oh, tu, la sai lunga!... — fecero gli altri due, come se volessero tacciarlo d'ipocrisia. Poi s'alzarono, ed insieme con altri sopraggiunti entraron nell'osteria.

Saverio Metello aveva ascoltato flemmaticamente, ma senza perder sillaba di quel grave discorso; aveva continuato a darsi l'aria più distratta del mondo, a fissare i voli delle rondini, le sfere dorate che camminavano sul quadrante acceso. La sua faccia restò impassibile, e, quando i tre se ne andarono, altro non fece che sollevare lentamente il bicchiere nel quale scoppiettavano le bollicine, poi tracannare sino all'ultima goccia la fresca bevanda con una specie di lenta voluttà.

Era un uomo calmo, scettico, annoiato, che si risolveva difficilmente a trovare alcunchè d'interessante nella vita, un uomo passato al di là da tutte le sorprese, che odiava il mondo intero, ma con un odio neghittoso. L'udire che un tale poteva essere stato ucciso, gli faceva press'a poco lo stesso effetto che leggere nella quarta pagina d'un giornale l'annunzio funebre d'una persona sconosciuta, od il rialzo od il ribasso della rendita italiana, ch'egli, naturalmente, non era in caso di possedere. Perchè una cosa giungesse ad interessarlo, bisognava che toccasse da vicino la sua propria persona; ed allora quest'essere apatico trovata in sè un'improvvisa e feroce gagliardìa per piombare su tutto quello che poteva essergli utile, come sopra una legittima preda. Il resto faceva meccanicamente, con una specie di disinganno anteriore, con una incolmabile noia. Ora, davanti a tutto quello che aveva udito, non trasse che una piccola riflessione.

— Adesso capisco meglio perchè Tancredo sia qui.

Supponeva naturalmente che l'ottimo Salvi ne fosse informato, e, con la prontezza che gli era solita nell'intravvedere un affar losco, decise d'avvertirlo in via confidenziale che nel disbrigo di quella faccenda voleva mettere il suo zampino ancor lui.

[pg!198] «Pazienza! Non sarà stato un viaggio del tutto inutile.»

E trasse un enorme sbadiglio.

Adesso il funerale usciva di chiesa; la folla sgorgava dalle duplici porte ingombrando la scalinata; una teoria di fanciulle, con il velo della cresima, portavan i ceri funebri; quel brulichìo di smorte fiamme pareva cancellarsi nel fulgore del sole. Ricollocaron la bara sul carro, tra mucchi di corone, poi di nuovo il crocifero mosse in capo del corteo.

A malincuore, anche il Metello s'incamminò. L'aver saputo eludere le litanie dei preti non lo scampava da quelle de' conferenzieri.

Intanto vedeva Tancredo discorrere con animazione, prodigarsi, fare un grande sperpero d'inchini e di sorrisi. — «Ha tutte le fortune quel birbante! Capace perfino di ereditare...» E davanti al pensiero che Tancredo potesse ereditare, lo riprendeva un odio feroce contro tutta la specie umana.

Presso il cancello del cimitero si trovaron lato a lato.

— Olà, bel giovine! — fece il Metello; — sono al corrente anch'io, sai...

— Al corrente?... ma di cosa?

— Fa pur l'indiano... se ti garba!

— Uhm, non capisco... — grugnì Tancredo.

— In ogni modo, — concluse il Metello, — se vuoi che facciamo quattro chiacchiere prima ch'io riprenda il treno...

— Volontieri.

La bara, portata a spalle, s'incamminò per il piccolo viale: i familiari la seguivano e Tancredo s'affrettò con essi. Quando il feretro fu deposto su l'orlo della fossa, Tancredo si trovò di faccia il Ferento. Entrambi, quasi dimentichi d'ogni altro pensiero, per un lungo attimo si fissarono. Poi Tancredo volse altrove lo sguardo, incapace di sostenere più a lungo la sua bianca tranquillità.

Gli affossatori sollevaron la bara, mentre la folla [pg!199] erasi radunata in cerchio presso il luogo del seppellimento. E qualcosa tuttavia di solenne, di solenne anche per l'incredulo, si rinnovava nell'atto semplice che nasconde per sempre sotto il lenzuolo di polvere una spoglia supina e còrica l'uomo anchilosato, putrescente, nella divina zolla piena di palpito che domani rifiorirà.

Ognuno intanto s'aspettava che parlasse Andrea Ferento, e nel succedersi degli oratori ogni volta si lasciava un più lungo intervallo, mentre tutti lo guardavano con attesa. Ma il Ferento se ne stava immobile, a piè della tomba, con le due mani entro le tasche della giacchetta, gli occhi fissi al coperchio della bara, e pareva che una grande solitudine si estendesse intorno a lui.

Gli sguardi vigili del medico Paolieri non l'abbandonavan un momento, così pure gli occhi d'altre persone disperse fra gli ascoltatori. Egli sentiva con una specie di molestia la tenacità di quegli sguardi e s'accorgeva di farsi continuamente più pallido come se una fredda febbre gli consumasse la faccia. Si avvedeva di quell'attesa nella quale stavan tutti, ch'egli parlasse, ma era ben risoluto a non dissuggellare la bocca. Poi temette che il suo silenzio avesse a parer strano, e da ultimo gli sembrò di parlare infatti, gli sembrò di esser ritto, parlante, gesticolante, su l'orlo di quella fossa, ma di udire che intorno si rideva sgangheratamente, beffando il parlatore, il morto, e la vedova ch'era lontana, lassù, nella sua camera deserta...

I discorsi finirono, la gente non si moveva. Gli si avvicinò il sindaco Berra:

— Professore, non crede lei pure...

— Grazie, no! — rispose il Ferento.

Ma la gente non si moveva; e lo guardavano; tutti guardavano lui. Gli si avvicinò un giornalista ch'egli conosceva benissimo. Paolo Giordano, e gli mormorò alcune parole a bassa voce.

Allora il Ferento comprese ch'era tuttavia «necessario» parlare; guardò con odio la folla, eresse in un [pg!200] terribile sforzo la sua dura volontà, e disse: — Va bene.

Fece qualche passo avanti, rialzò la fronte luminosa, e le sue labbra obbedienti parlarono.

«Giorgio Fiesco...» — Limpida suonava la sua voce, senza tradire il convulso che gli torceva l'anima, ed ancora due volte pronunziò questo nome:

«Giorgio Fiesco... Giorgio Fiesco, ingegnere della miniera di Haswill, costruttore del più alato ponte sopra la valle di Cimbra, io t'ho salutato altre volte per morto, quando salpavi dal molo atlantico nel meraviglioso pericolo della tua temerità. Senza lacrime allora, senza lacrime ancor oggi, che non puoi tornare, ti saluto. Altro non facemmo in vita che scambiarci nelle ore più forti una rapida stretta di mano ed uno sguardo chiaro, che vedeva la strada fino all'ultima pietra milliare, che non diceva mai: «Férmati» — ma diceva tranquillamente: «Arriverai!» Poichè ti conobbi meglio di chicchessia, risponderò in tua vece a coloro che oggi videro cadere su te la pietra del sepolcro. Le tue parole sono queste: — «Non piangete. Un uomo sereno e stanco è sceso nella morte che non temeva. Non fece che restituire la sua nascita, in un'ora calma. Egli vorrebbe solamente insegnarvi a sciogliere questa parola dal suo dolore, dal suo terrore, dall'inutile angoscia ch'essa propaga in ogni giorno della vita; vorrebbe convincervi che la morte non è una cosa triste, poichè il bene ultimo, l'ultima felicità degli uomini è la pace...

«Sì, Giorgio: io che ti conobbi meglio di chicchessia, mi rammento che pronunziavi queste parole poche ore prima di addormentarti. Ed ora che non àbiti più nella spoglia coricata, il tuo fratello non ti deve che uno sguardo chiaro, una stretta di mano, da compagno a compagno, l'ultima, con semplicità.»

La sua voce solenne, il suo virile aspetto pieno di una tranquilla magnificenza, parvero in quel momento ravvolgere l'uomo ed il sepolcro nella significazione [pg!201] d'un rito. Un rito laico, ma profondamente umano, che il simbolo del vivo compisse verso l'ombra dell'estinto, e che fosse maggiore, più alto, più leale, di tutte le parodie con cui le religioni accompagnano i morti a sepoltura.

Egli era scientificamente un ateo, sapeva i destini della polvere, aveva escluso Dio. Molti, nell'ascoltarlo, si rammentavan le più note pagine de' suoi libri, ed anche se lontani da lui, anche se inadatti a comprenderlo, sentivano raggiare da' suoi occhi una potenza soggiogante, sentivano quasi un'invidia della sua temeraria e mai genuflessa libertà.

Era un evangelista laico, un profeta che non vendeva dal pergamo le formule dell'Assoluto, ma sui frantumi di tutti i Pantheon, delle necropoli e delle chiese, innalzava la deità dell'uomo, dell'uomo autocrate nel mondo, sterminatamente orgoglioso del suo nulla più grande che Dio.

Era un profeta, non perchè avesse donato ancora una volta la inconoscibile verità, ma perchè predicava la scienza come la sola religione degna del tempo futuro, come quella che, svincolato il pensiero da ogni teosofia, da ogni metafisica imbastita su ipotesi arbitrarie o su telai di parole ingannevoli, guiderebbe ogni spirito ai limiti della conoscenza ed al sereno amore della vita.


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