IXRiaccese il lume per guardare il suo delitto.Come uno di que' grandi fantocci meccanici che il burattinaio butta sopra una scranna, flaccido e penzolante, quando ha finito di fargli recitare la sua parte, così appariva l'uomo semisdraiato nella fonda poltrona, con il capo recline da un lato, il mento sovra una spalla, le braccia cadenti fuor dai bracciuoli, le gambe divaricate.Respirava; il suo respiro era visibile, anzi forte.Ogni tanto un tremito assaliva una di quelle mani ciondolanti, ne scuoteva il polso convulsamente, poi quel tremito correva su per il braccio, dando contro la spalla un urto secco. Parimenti i suoi piedi ogni tanto si squassavano, facendo flettere le ginocchia in dentro come fossero gambe di sciancato. Una ciocca di capelli gli era caduta su la fronte, empiva un'orbita molestando la palpebra chiusa.L'ombra della poltrona e di quel corpo informe ingombrava il pavimento irraggiato, saliva obliqua per lo zoccolo del muro.Quando Andrea Ferento ebbe raccolta la siringa, [pg!120] cadutagli a terra nella fretta di sorreggere lo svenuto, quando l'ebbe lavata e rasciugata, ne staccò l'ago sottile, prese un panno e si mise a strofinarlo. Ogni tanto lo provava su l'unghia, quasi per accertarsi che la punta non si fosse rotta. Poi lo esaminò da presso, contro il lume, strizzando l'occhio, e lo mischiò in un mazzo di aghi simili, più grossi e più minuti, ch'erano involti in una carta velina, e li racchiuse dentro una scatola. Riordinò le boccette nell'armadio, avendole tappate con la maggior cautela, poi si volse tranquillo, come se avesse condotto a termine un suo lavoro consueto, e macchinalmente guardò l'ora.Era di poco trascorsa la mezzanotte; ma egli forse non vide le sfere.Allora fece automaticamente un giro intorno alla camera, quasi radendo la parete: si fermò presso la finestra, affondò nei buio lo sguardo vacuo, poi retrocesse verso il mezzo della stanza, dov'era coricato il fantoccio tragico nella poltrona profonda, e, fermo in una specie d'insensibilità, rimase a guardarlo.Respirava: il suo respiro era visibile, tuttavia meno forte.Guardò l'ora un'altra volta, quasi contasse i minuti che ritardavano la morte.Un rombo, lontano, vicino, gli saliva nel cervello impedendogli di pensare. Allora poggiò l'orecchio sul cuore del fantoccio e pronunziò queste due sillabe distintamente:— Batte.Gli raccolse le due mani che penzolavano; il contatto della sua pelle gli dette una sensazione molesta, sicchè gli parve miglior cosa lasciarlo stare. Le due mani ricaddero su le cosce, facendo un rumor soffice come se fossero inguantate, e più non si mossero.Nel suo cervello, qualcuno, forse una voce estranea, pronunziò questa parola quietamente: «La bara.»Egli da prima cominciò a pensarne il solo nome, [pg!121] poi vide la forma della cassa di legno, infine si rese conto che c'era un morto, una lunga forma stecchita, trasudante un lezzo nauseabondo, che bisognava stendere là dentro, nella cassa di legno, nella bara.Morti, egli ne aveva ormai veduti un gran numero; e cominciò a ricordarsi dei tanti cadaveri che aveva toccati con la sua mano ferma, sezionati con la sua mano veloce, e rivide certe fisionomie particolari, delle quali si rammentava in quell'attimo con una precisione sorprendente.A lui, medico, il cadavere non faceva paura; negli ospedali e nelle cliniche s'era avvezzo a parlar forte, a ridere qualche volta vicino ai morti. Ma ora gli sembrò inconsueto, strano, fin questo nome di cadavere; gli parve per la prima volta che morire volesse dire qualcosa più che rimanere immobili e freddi.Siccome l'uomo spento gli era quasi familiare, concepì mentalmente l'orrore della carogna, poichè gli era occorso di vederne assai meno. E per una di quelle astrazioni del pensiero che talvolta ci avvincono quando siamo fortemente presi dal senso d'un'angoscia non ancor bene determinata, gli passò negli occhi l'immagine di un povero cavalluccio che aveva una volta veduto, quando era studente ancora, nel visitare una scuola veterinaria.Era un cavalluccio sardegnolo, decrepito, che d'animale vivente non conservava più se non una parvenza macabra e grottesca. Era stato venduto forse da un carrettiere per il valore della sua pelle, perchè, nemmeno a forza di bastonate, non si poteva più mandarlo innanzi d'un passo. La Scuola lo aveva destinato ad un ufficio non comune: quello di servir da paziente in tutte le operazioni che convenisse mostrare praticamente agli allievi veterinari. Su la sua povera pelle, scucita e ricucita chissà mai quante volte, avevan provato e riprovato per ogni verso tutte le operazioni che l'arte chirurgica insegna. Per quel po' di paglia e di fieno che gli davano di tempo in tempo, durante le sue [pg!122] convalescenze, gli avevan aperto il ventre, fessa la gola, semiaccecati gli occhi, recisi i tendini, sforacchiate le spalle, passandovi dentro certi lunghi tubi che parevan aghi da calza infitti in un gomitolo di stoppa. Ad operazione finita, lo ricucivan su alla bell'e meglio, poi lo cacciavano a guarire davanti una mangiatoia semivuota.Camminava come se avesse le quattro zampe di caucciù, e nell'andare dalla sala operatoria fino alla stalla cadeva tre o quattro volte su le ginocchia insensibili...Proprio quel giorno ch'egli lo vide, nel mezzo d'un'operazione il cavalluccio morì. E per tutta la sua vita egli non aveva potuto scordar l'orrore di quella povera piccola carogna, su la quale i veterinari armati di bisturi sanguinanti s'erano messi a ridere.Ora lo rivide, in un lampo fugace, quel decrepito cavalluccio sardegnolo, rappezzato come un mantello da mendicante, ch'era morto legato, senza poter tirare un calcio, rovesciando appena le froge violastre su la dentatura gialla.Ascoltò.Respirava; il suo respiro era visibile, ma fioco.La pelle del viso mutava colore, schiarandosi; la bocca si faceva un po' tumida, gli occhi si enfiavano, benchè serrati.— Giorgio...Egli si provò a profferire il suo nome; non lo disse, ma gli parve di averlo detto: «Giorgio». Questo nome era stato una cosa enorme nella vastità interiore del suo mondo; ma ora pareva un nome strano, stridente, una parola quasi anormale, vuota come una caverna.Gli sembrava che fosse decorso un tempo immemorabile dal principio di quella sera.«Che volete? che volete?... Sì, l'ho ucciso!» — gridava, urlava a' suoi giudici invisibili, ma con la sola voce del suo spirito, — mentre in verità gli pareva di gridare. Nel suo dualismo interiore si ricordava [pg!123] di averlo ammazzato, e non sapeva se fosse morto; provava uno strazio spaventoso, ed era tranquillo come un ebete; aveva la sensazione illusoria di essere davanti alla stessa persona, che fosse viva e morta nel medesimo tempo.«Sì, l'ho ucciso; io! Sì, vedete: con questa mano; io, con questa mano; io!» Era immoto, e gli pareva di agitarsi, di urlare, scagliando il pugno contro un'assemblea di avversari, contro un comizio di giudici che l'accerchiassero da ogni parte.«Fratello, rispondi per me! Lévati e rispondi: — Non era questo il mio diritto?»Intanto, nel suo dualismo interiore, l'altra parte di lui spiava minutamente i segni della morte.«Fratello, rispondi, rispondi!...»Poi gli parve che la casa si destasse, e tutti accorressero, balzati fuori dai letti sconvolti, le donne, gli uomini, scapigliati, e dietro l'uscio gridassero: «Apri! apri! vogliamo vederlo innanzi che sia morto... Apri!» E lo scemo, fra loro, in una camicia da notte che lo faceva sembrare uno spettro, la guancia poggiata contro il violino, suonava con furia, con strazio, finchè le corde saltassero, la Canzone Disperata...Erano fuori dalla porta in gruppo, accaniti; squassavano l'uscio, gridando: «Apri!»L'altr'uomo vigilò, in ascolto, e non intese rumore.Su la poltrona il pupazzo tragico si torse, come se avesse dentro un perno che gli permettesse di svitare il busto dal ventre, il collo da le spalle, in un modo bizzarro. La bocca s'era messa a ridere, le gengive congestionate schiumavano. Per tutta la lunghezza del collo s'incordava una grossa vena tesa come un elastico: le mani convulse annaspavan nell'aria, i piedi si urtavano, producendo con i tacchi uno scricchiolìo sinistro. Gli colò su la giubba un filo di bava, e il medico lo deterse.Fuori, dietro i vetri leggermente appannati, brillavano stelle fra gli alberi, come lucciole in un cespuglio. [pg!124] Bella notte, odorata, ingemmata, ch'era piena di lembi d'azzurrità.«Quanti anni passeranno?...» — Anni voi dite?... — «Sì, anni.» — Prima di che? — «Prima che tu ritorni a vivere.» — Ma non vivo io dunque? — «No, è un incantesimo.» — Un incantesimo?...E l'altr'uomo, il medico, si chinò sopra il cuore del pagliaccio.Respirava, non più visibilmente, con un affanno lieve.— «Ho fame! ho sete! ho sonno! ho voglia di camminare! di fumare, di agitarmi, di ridere!»Egli si disse queste parole con veemenza, osservò questi suoi propri desiderii con chiarezza. Non poteva invece far nulla di tutto ciò; era fermo, incatenato lì, vicino a quella sembianza d'uomo, sotto il potere di una forza incombattibile, che li stringeva entrambi nella stessa notte.Fece sogni.Camminare d'Aprile per la campagna, lungo una bella strada soleggiata, respirando il buon profumo che mandano le siepi cariche di fiori... Scendere giù per un fiume impetuoso, a forza di remi, sentendo l'acqua insorgere gonfia e rapida sotto la chiglia... Addormentarsi in un bosco; vedere i falciatori mietere una messe; balzare in groppa d'un cavallo focoso per una prateria senza termine... Trovarsi preso nel tumulto di una folla, per una strada cittadina piena di fragore e di transito... volare con un treno velocissimo attraverso la doppia fila dei pali telegrafici... essere nella platea d'un teatro, presso i forni d'un'officina... dappertutto, dappertutto, dove ci si muove, ci s'incalza, ci si agita, si vive!...E gli pareva che mai più, mai più farebbe tutto questo, mai più godrebbe di queste inebbrianti gioie, perchè in quella notte, nel carcere di quelle quattro pareti, era accaduto qualcosa di enorme, qualcosa di finale, che soverchiava tutte l'altre possibilità.[pg!125] «Sei morto? No, non sei morto? — Allora non puoi rispondere?... Sì? mi puoi rispondere? — Che dici? — Ah, che t'uccida? — Ma se già t'ho ucciso? — No? non dici questo?... Allora che dici?... Parla più forte; così non mi riesce d'intendere. Ah... sei tu?... Ma chi sei?...E l'altr'uomo, il medico, toccava quella fronte già un po' fredda. «No, no... ucciderti non posso! Lo vedi bene che non posso. — Cos'hai detto? Un veleno? Ripeti; non hai detto un veleno?... Ma che lingua parli? Cos'è questo nome che dici continuamente?... — Ah, sì... Novella! — Ma perchè parli a quel modo, come se avessi la bocca piena d'acqua? Novella, hai detto?... Sì, sì...»E vide la sua faccia bella, null'altro che l'immagine della sua faccia bella, non direttamente, ma quasi rifranta in uno specchio, e lontana, perchè lo specchio stava lontano, e nebulosa, perchè l'aria per dove si mirava era un po' fosca. La vide con i suoi capelli disfatti, così lunghi e folti che la cornice dello specchio non tutti li conteneva, e gli sembrò di volerla guardare negli occhi senza potervi riuscire. Tutte le volte ch'egli cercava d'incontrare le sue pupille, quegli occhi sfuggivano, lo specchio andava sempre più lontano, finiva in un'albore, in una striscia, in un punto...Rimase un nome, un solo nome, vuoto anch'esso come una caverna, pauroso come un incubo: «Novella...»E l'altr'uomo, il medico, gli toccava il polso quasi fermo, il polso ch'era divenuto greve.«Ma io non ho paura! nessunissima paura! Sono libero! Cammino, se voglio; se voglio, rido! — È notte. — Ebbene, se è notte, che fa? — Sono leggero, mi sento agile: posso andarmene dove mi piace! — Fa buio. — Che importa? Domattina si leverà il sole; un bel disco rosso, arroventato come la bocca d'un forno. — Questo è il sole: un bel disco rosso che mi piace assai di vedere.»[pg!126] Il fantoccio si svitò un'altra volta, e questa volta parve che avesse una cerniera proprio nella schiena e che alcuno gli avesse dato un pugno proprio su la nuca, un pugno che tutto lo percosse. Le braccia, con i pugni serrati, si tesero verso le ginocchia, i due piedi s'allungarono quasi per dare un calcio nel vuoto, il ventre si piegò sotto le costole come un mantice vuoto, e trafitto nel fianco da una specie di pugnalata ultima, tutto il corpo ciondolò da quella parte: il mento gli si confisse obliquo contro la sommità del petto.Pareva che il burattinaio avesse dato uno strappo così forte da rompere tutti i fili, — e i fili, schiantando, fecer rumore. Un rumore diverso da tutti quelli che l'orecchio distingue, corto e fioco, ma più persistente che la vibrazione d'un metallo, un rumore atono, pieno di tutti gli altri suoni che insieme producono il ronzìo della vita.Allora nel fantoccio immobile tutto si trasformò visibilmente: il colore, la forma, il peso, l'abito, l'atmosfera che gli stava intorno: tutto.L'altr'uomo, il medico, dopo avergli lungamente cercato nel polso un battito che non c'era più, chinò l'orecchio sul cuore del fantoccio, ed arretrando con un balzo pronunziò distintamente questa sillaba:«No.»Tutta la casa, fra muro e muro, da' solai tenebrosi alle rombanti cantine, gli parve di súbito invasa da una musica furibonda...La canzone diceva:. . . . . . .«...e vado a cercare altri morti, — che sono i miei figli lontani...Cammina: la vita cominciadomani, domani, domani...»[pg!127]
IXRiaccese il lume per guardare il suo delitto.Come uno di que' grandi fantocci meccanici che il burattinaio butta sopra una scranna, flaccido e penzolante, quando ha finito di fargli recitare la sua parte, così appariva l'uomo semisdraiato nella fonda poltrona, con il capo recline da un lato, il mento sovra una spalla, le braccia cadenti fuor dai bracciuoli, le gambe divaricate.Respirava; il suo respiro era visibile, anzi forte.Ogni tanto un tremito assaliva una di quelle mani ciondolanti, ne scuoteva il polso convulsamente, poi quel tremito correva su per il braccio, dando contro la spalla un urto secco. Parimenti i suoi piedi ogni tanto si squassavano, facendo flettere le ginocchia in dentro come fossero gambe di sciancato. Una ciocca di capelli gli era caduta su la fronte, empiva un'orbita molestando la palpebra chiusa.L'ombra della poltrona e di quel corpo informe ingombrava il pavimento irraggiato, saliva obliqua per lo zoccolo del muro.Quando Andrea Ferento ebbe raccolta la siringa, [pg!120] cadutagli a terra nella fretta di sorreggere lo svenuto, quando l'ebbe lavata e rasciugata, ne staccò l'ago sottile, prese un panno e si mise a strofinarlo. Ogni tanto lo provava su l'unghia, quasi per accertarsi che la punta non si fosse rotta. Poi lo esaminò da presso, contro il lume, strizzando l'occhio, e lo mischiò in un mazzo di aghi simili, più grossi e più minuti, ch'erano involti in una carta velina, e li racchiuse dentro una scatola. Riordinò le boccette nell'armadio, avendole tappate con la maggior cautela, poi si volse tranquillo, come se avesse condotto a termine un suo lavoro consueto, e macchinalmente guardò l'ora.Era di poco trascorsa la mezzanotte; ma egli forse non vide le sfere.Allora fece automaticamente un giro intorno alla camera, quasi radendo la parete: si fermò presso la finestra, affondò nei buio lo sguardo vacuo, poi retrocesse verso il mezzo della stanza, dov'era coricato il fantoccio tragico nella poltrona profonda, e, fermo in una specie d'insensibilità, rimase a guardarlo.Respirava: il suo respiro era visibile, tuttavia meno forte.Guardò l'ora un'altra volta, quasi contasse i minuti che ritardavano la morte.Un rombo, lontano, vicino, gli saliva nel cervello impedendogli di pensare. Allora poggiò l'orecchio sul cuore del fantoccio e pronunziò queste due sillabe distintamente:— Batte.Gli raccolse le due mani che penzolavano; il contatto della sua pelle gli dette una sensazione molesta, sicchè gli parve miglior cosa lasciarlo stare. Le due mani ricaddero su le cosce, facendo un rumor soffice come se fossero inguantate, e più non si mossero.Nel suo cervello, qualcuno, forse una voce estranea, pronunziò questa parola quietamente: «La bara.»Egli da prima cominciò a pensarne il solo nome, [pg!121] poi vide la forma della cassa di legno, infine si rese conto che c'era un morto, una lunga forma stecchita, trasudante un lezzo nauseabondo, che bisognava stendere là dentro, nella cassa di legno, nella bara.Morti, egli ne aveva ormai veduti un gran numero; e cominciò a ricordarsi dei tanti cadaveri che aveva toccati con la sua mano ferma, sezionati con la sua mano veloce, e rivide certe fisionomie particolari, delle quali si rammentava in quell'attimo con una precisione sorprendente.A lui, medico, il cadavere non faceva paura; negli ospedali e nelle cliniche s'era avvezzo a parlar forte, a ridere qualche volta vicino ai morti. Ma ora gli sembrò inconsueto, strano, fin questo nome di cadavere; gli parve per la prima volta che morire volesse dire qualcosa più che rimanere immobili e freddi.Siccome l'uomo spento gli era quasi familiare, concepì mentalmente l'orrore della carogna, poichè gli era occorso di vederne assai meno. E per una di quelle astrazioni del pensiero che talvolta ci avvincono quando siamo fortemente presi dal senso d'un'angoscia non ancor bene determinata, gli passò negli occhi l'immagine di un povero cavalluccio che aveva una volta veduto, quando era studente ancora, nel visitare una scuola veterinaria.Era un cavalluccio sardegnolo, decrepito, che d'animale vivente non conservava più se non una parvenza macabra e grottesca. Era stato venduto forse da un carrettiere per il valore della sua pelle, perchè, nemmeno a forza di bastonate, non si poteva più mandarlo innanzi d'un passo. La Scuola lo aveva destinato ad un ufficio non comune: quello di servir da paziente in tutte le operazioni che convenisse mostrare praticamente agli allievi veterinari. Su la sua povera pelle, scucita e ricucita chissà mai quante volte, avevan provato e riprovato per ogni verso tutte le operazioni che l'arte chirurgica insegna. Per quel po' di paglia e di fieno che gli davano di tempo in tempo, durante le sue [pg!122] convalescenze, gli avevan aperto il ventre, fessa la gola, semiaccecati gli occhi, recisi i tendini, sforacchiate le spalle, passandovi dentro certi lunghi tubi che parevan aghi da calza infitti in un gomitolo di stoppa. Ad operazione finita, lo ricucivan su alla bell'e meglio, poi lo cacciavano a guarire davanti una mangiatoia semivuota.Camminava come se avesse le quattro zampe di caucciù, e nell'andare dalla sala operatoria fino alla stalla cadeva tre o quattro volte su le ginocchia insensibili...Proprio quel giorno ch'egli lo vide, nel mezzo d'un'operazione il cavalluccio morì. E per tutta la sua vita egli non aveva potuto scordar l'orrore di quella povera piccola carogna, su la quale i veterinari armati di bisturi sanguinanti s'erano messi a ridere.Ora lo rivide, in un lampo fugace, quel decrepito cavalluccio sardegnolo, rappezzato come un mantello da mendicante, ch'era morto legato, senza poter tirare un calcio, rovesciando appena le froge violastre su la dentatura gialla.Ascoltò.Respirava; il suo respiro era visibile, ma fioco.La pelle del viso mutava colore, schiarandosi; la bocca si faceva un po' tumida, gli occhi si enfiavano, benchè serrati.— Giorgio...Egli si provò a profferire il suo nome; non lo disse, ma gli parve di averlo detto: «Giorgio». Questo nome era stato una cosa enorme nella vastità interiore del suo mondo; ma ora pareva un nome strano, stridente, una parola quasi anormale, vuota come una caverna.Gli sembrava che fosse decorso un tempo immemorabile dal principio di quella sera.«Che volete? che volete?... Sì, l'ho ucciso!» — gridava, urlava a' suoi giudici invisibili, ma con la sola voce del suo spirito, — mentre in verità gli pareva di gridare. Nel suo dualismo interiore si ricordava [pg!123] di averlo ammazzato, e non sapeva se fosse morto; provava uno strazio spaventoso, ed era tranquillo come un ebete; aveva la sensazione illusoria di essere davanti alla stessa persona, che fosse viva e morta nel medesimo tempo.«Sì, l'ho ucciso; io! Sì, vedete: con questa mano; io, con questa mano; io!» Era immoto, e gli pareva di agitarsi, di urlare, scagliando il pugno contro un'assemblea di avversari, contro un comizio di giudici che l'accerchiassero da ogni parte.«Fratello, rispondi per me! Lévati e rispondi: — Non era questo il mio diritto?»Intanto, nel suo dualismo interiore, l'altra parte di lui spiava minutamente i segni della morte.«Fratello, rispondi, rispondi!...»Poi gli parve che la casa si destasse, e tutti accorressero, balzati fuori dai letti sconvolti, le donne, gli uomini, scapigliati, e dietro l'uscio gridassero: «Apri! apri! vogliamo vederlo innanzi che sia morto... Apri!» E lo scemo, fra loro, in una camicia da notte che lo faceva sembrare uno spettro, la guancia poggiata contro il violino, suonava con furia, con strazio, finchè le corde saltassero, la Canzone Disperata...Erano fuori dalla porta in gruppo, accaniti; squassavano l'uscio, gridando: «Apri!»L'altr'uomo vigilò, in ascolto, e non intese rumore.Su la poltrona il pupazzo tragico si torse, come se avesse dentro un perno che gli permettesse di svitare il busto dal ventre, il collo da le spalle, in un modo bizzarro. La bocca s'era messa a ridere, le gengive congestionate schiumavano. Per tutta la lunghezza del collo s'incordava una grossa vena tesa come un elastico: le mani convulse annaspavan nell'aria, i piedi si urtavano, producendo con i tacchi uno scricchiolìo sinistro. Gli colò su la giubba un filo di bava, e il medico lo deterse.Fuori, dietro i vetri leggermente appannati, brillavano stelle fra gli alberi, come lucciole in un cespuglio. [pg!124] Bella notte, odorata, ingemmata, ch'era piena di lembi d'azzurrità.«Quanti anni passeranno?...» — Anni voi dite?... — «Sì, anni.» — Prima di che? — «Prima che tu ritorni a vivere.» — Ma non vivo io dunque? — «No, è un incantesimo.» — Un incantesimo?...E l'altr'uomo, il medico, si chinò sopra il cuore del pagliaccio.Respirava, non più visibilmente, con un affanno lieve.— «Ho fame! ho sete! ho sonno! ho voglia di camminare! di fumare, di agitarmi, di ridere!»Egli si disse queste parole con veemenza, osservò questi suoi propri desiderii con chiarezza. Non poteva invece far nulla di tutto ciò; era fermo, incatenato lì, vicino a quella sembianza d'uomo, sotto il potere di una forza incombattibile, che li stringeva entrambi nella stessa notte.Fece sogni.Camminare d'Aprile per la campagna, lungo una bella strada soleggiata, respirando il buon profumo che mandano le siepi cariche di fiori... Scendere giù per un fiume impetuoso, a forza di remi, sentendo l'acqua insorgere gonfia e rapida sotto la chiglia... Addormentarsi in un bosco; vedere i falciatori mietere una messe; balzare in groppa d'un cavallo focoso per una prateria senza termine... Trovarsi preso nel tumulto di una folla, per una strada cittadina piena di fragore e di transito... volare con un treno velocissimo attraverso la doppia fila dei pali telegrafici... essere nella platea d'un teatro, presso i forni d'un'officina... dappertutto, dappertutto, dove ci si muove, ci s'incalza, ci si agita, si vive!...E gli pareva che mai più, mai più farebbe tutto questo, mai più godrebbe di queste inebbrianti gioie, perchè in quella notte, nel carcere di quelle quattro pareti, era accaduto qualcosa di enorme, qualcosa di finale, che soverchiava tutte l'altre possibilità.[pg!125] «Sei morto? No, non sei morto? — Allora non puoi rispondere?... Sì? mi puoi rispondere? — Che dici? — Ah, che t'uccida? — Ma se già t'ho ucciso? — No? non dici questo?... Allora che dici?... Parla più forte; così non mi riesce d'intendere. Ah... sei tu?... Ma chi sei?...E l'altr'uomo, il medico, toccava quella fronte già un po' fredda. «No, no... ucciderti non posso! Lo vedi bene che non posso. — Cos'hai detto? Un veleno? Ripeti; non hai detto un veleno?... Ma che lingua parli? Cos'è questo nome che dici continuamente?... — Ah, sì... Novella! — Ma perchè parli a quel modo, come se avessi la bocca piena d'acqua? Novella, hai detto?... Sì, sì...»E vide la sua faccia bella, null'altro che l'immagine della sua faccia bella, non direttamente, ma quasi rifranta in uno specchio, e lontana, perchè lo specchio stava lontano, e nebulosa, perchè l'aria per dove si mirava era un po' fosca. La vide con i suoi capelli disfatti, così lunghi e folti che la cornice dello specchio non tutti li conteneva, e gli sembrò di volerla guardare negli occhi senza potervi riuscire. Tutte le volte ch'egli cercava d'incontrare le sue pupille, quegli occhi sfuggivano, lo specchio andava sempre più lontano, finiva in un'albore, in una striscia, in un punto...Rimase un nome, un solo nome, vuoto anch'esso come una caverna, pauroso come un incubo: «Novella...»E l'altr'uomo, il medico, gli toccava il polso quasi fermo, il polso ch'era divenuto greve.«Ma io non ho paura! nessunissima paura! Sono libero! Cammino, se voglio; se voglio, rido! — È notte. — Ebbene, se è notte, che fa? — Sono leggero, mi sento agile: posso andarmene dove mi piace! — Fa buio. — Che importa? Domattina si leverà il sole; un bel disco rosso, arroventato come la bocca d'un forno. — Questo è il sole: un bel disco rosso che mi piace assai di vedere.»[pg!126] Il fantoccio si svitò un'altra volta, e questa volta parve che avesse una cerniera proprio nella schiena e che alcuno gli avesse dato un pugno proprio su la nuca, un pugno che tutto lo percosse. Le braccia, con i pugni serrati, si tesero verso le ginocchia, i due piedi s'allungarono quasi per dare un calcio nel vuoto, il ventre si piegò sotto le costole come un mantice vuoto, e trafitto nel fianco da una specie di pugnalata ultima, tutto il corpo ciondolò da quella parte: il mento gli si confisse obliquo contro la sommità del petto.Pareva che il burattinaio avesse dato uno strappo così forte da rompere tutti i fili, — e i fili, schiantando, fecer rumore. Un rumore diverso da tutti quelli che l'orecchio distingue, corto e fioco, ma più persistente che la vibrazione d'un metallo, un rumore atono, pieno di tutti gli altri suoni che insieme producono il ronzìo della vita.Allora nel fantoccio immobile tutto si trasformò visibilmente: il colore, la forma, il peso, l'abito, l'atmosfera che gli stava intorno: tutto.L'altr'uomo, il medico, dopo avergli lungamente cercato nel polso un battito che non c'era più, chinò l'orecchio sul cuore del fantoccio, ed arretrando con un balzo pronunziò distintamente questa sillaba:«No.»Tutta la casa, fra muro e muro, da' solai tenebrosi alle rombanti cantine, gli parve di súbito invasa da una musica furibonda...La canzone diceva:. . . . . . .«...e vado a cercare altri morti, — che sono i miei figli lontani...Cammina: la vita cominciadomani, domani, domani...»[pg!127]
Riaccese il lume per guardare il suo delitto.
Come uno di que' grandi fantocci meccanici che il burattinaio butta sopra una scranna, flaccido e penzolante, quando ha finito di fargli recitare la sua parte, così appariva l'uomo semisdraiato nella fonda poltrona, con il capo recline da un lato, il mento sovra una spalla, le braccia cadenti fuor dai bracciuoli, le gambe divaricate.
Respirava; il suo respiro era visibile, anzi forte.
Ogni tanto un tremito assaliva una di quelle mani ciondolanti, ne scuoteva il polso convulsamente, poi quel tremito correva su per il braccio, dando contro la spalla un urto secco. Parimenti i suoi piedi ogni tanto si squassavano, facendo flettere le ginocchia in dentro come fossero gambe di sciancato. Una ciocca di capelli gli era caduta su la fronte, empiva un'orbita molestando la palpebra chiusa.
L'ombra della poltrona e di quel corpo informe ingombrava il pavimento irraggiato, saliva obliqua per lo zoccolo del muro.
Quando Andrea Ferento ebbe raccolta la siringa, [pg!120] cadutagli a terra nella fretta di sorreggere lo svenuto, quando l'ebbe lavata e rasciugata, ne staccò l'ago sottile, prese un panno e si mise a strofinarlo. Ogni tanto lo provava su l'unghia, quasi per accertarsi che la punta non si fosse rotta. Poi lo esaminò da presso, contro il lume, strizzando l'occhio, e lo mischiò in un mazzo di aghi simili, più grossi e più minuti, ch'erano involti in una carta velina, e li racchiuse dentro una scatola. Riordinò le boccette nell'armadio, avendole tappate con la maggior cautela, poi si volse tranquillo, come se avesse condotto a termine un suo lavoro consueto, e macchinalmente guardò l'ora.
Era di poco trascorsa la mezzanotte; ma egli forse non vide le sfere.
Allora fece automaticamente un giro intorno alla camera, quasi radendo la parete: si fermò presso la finestra, affondò nei buio lo sguardo vacuo, poi retrocesse verso il mezzo della stanza, dov'era coricato il fantoccio tragico nella poltrona profonda, e, fermo in una specie d'insensibilità, rimase a guardarlo.
Respirava: il suo respiro era visibile, tuttavia meno forte.
Guardò l'ora un'altra volta, quasi contasse i minuti che ritardavano la morte.
Un rombo, lontano, vicino, gli saliva nel cervello impedendogli di pensare. Allora poggiò l'orecchio sul cuore del fantoccio e pronunziò queste due sillabe distintamente:
— Batte.
Gli raccolse le due mani che penzolavano; il contatto della sua pelle gli dette una sensazione molesta, sicchè gli parve miglior cosa lasciarlo stare. Le due mani ricaddero su le cosce, facendo un rumor soffice come se fossero inguantate, e più non si mossero.
Nel suo cervello, qualcuno, forse una voce estranea, pronunziò questa parola quietamente: «La bara.»
Egli da prima cominciò a pensarne il solo nome, [pg!121] poi vide la forma della cassa di legno, infine si rese conto che c'era un morto, una lunga forma stecchita, trasudante un lezzo nauseabondo, che bisognava stendere là dentro, nella cassa di legno, nella bara.
Morti, egli ne aveva ormai veduti un gran numero; e cominciò a ricordarsi dei tanti cadaveri che aveva toccati con la sua mano ferma, sezionati con la sua mano veloce, e rivide certe fisionomie particolari, delle quali si rammentava in quell'attimo con una precisione sorprendente.
A lui, medico, il cadavere non faceva paura; negli ospedali e nelle cliniche s'era avvezzo a parlar forte, a ridere qualche volta vicino ai morti. Ma ora gli sembrò inconsueto, strano, fin questo nome di cadavere; gli parve per la prima volta che morire volesse dire qualcosa più che rimanere immobili e freddi.
Siccome l'uomo spento gli era quasi familiare, concepì mentalmente l'orrore della carogna, poichè gli era occorso di vederne assai meno. E per una di quelle astrazioni del pensiero che talvolta ci avvincono quando siamo fortemente presi dal senso d'un'angoscia non ancor bene determinata, gli passò negli occhi l'immagine di un povero cavalluccio che aveva una volta veduto, quando era studente ancora, nel visitare una scuola veterinaria.
Era un cavalluccio sardegnolo, decrepito, che d'animale vivente non conservava più se non una parvenza macabra e grottesca. Era stato venduto forse da un carrettiere per il valore della sua pelle, perchè, nemmeno a forza di bastonate, non si poteva più mandarlo innanzi d'un passo. La Scuola lo aveva destinato ad un ufficio non comune: quello di servir da paziente in tutte le operazioni che convenisse mostrare praticamente agli allievi veterinari. Su la sua povera pelle, scucita e ricucita chissà mai quante volte, avevan provato e riprovato per ogni verso tutte le operazioni che l'arte chirurgica insegna. Per quel po' di paglia e di fieno che gli davano di tempo in tempo, durante le sue [pg!122] convalescenze, gli avevan aperto il ventre, fessa la gola, semiaccecati gli occhi, recisi i tendini, sforacchiate le spalle, passandovi dentro certi lunghi tubi che parevan aghi da calza infitti in un gomitolo di stoppa. Ad operazione finita, lo ricucivan su alla bell'e meglio, poi lo cacciavano a guarire davanti una mangiatoia semivuota.
Camminava come se avesse le quattro zampe di caucciù, e nell'andare dalla sala operatoria fino alla stalla cadeva tre o quattro volte su le ginocchia insensibili...
Proprio quel giorno ch'egli lo vide, nel mezzo d'un'operazione il cavalluccio morì. E per tutta la sua vita egli non aveva potuto scordar l'orrore di quella povera piccola carogna, su la quale i veterinari armati di bisturi sanguinanti s'erano messi a ridere.
Ora lo rivide, in un lampo fugace, quel decrepito cavalluccio sardegnolo, rappezzato come un mantello da mendicante, ch'era morto legato, senza poter tirare un calcio, rovesciando appena le froge violastre su la dentatura gialla.
Ascoltò.
Respirava; il suo respiro era visibile, ma fioco.
La pelle del viso mutava colore, schiarandosi; la bocca si faceva un po' tumida, gli occhi si enfiavano, benchè serrati.
— Giorgio...
Egli si provò a profferire il suo nome; non lo disse, ma gli parve di averlo detto: «Giorgio». Questo nome era stato una cosa enorme nella vastità interiore del suo mondo; ma ora pareva un nome strano, stridente, una parola quasi anormale, vuota come una caverna.
Gli sembrava che fosse decorso un tempo immemorabile dal principio di quella sera.
«Che volete? che volete?... Sì, l'ho ucciso!» — gridava, urlava a' suoi giudici invisibili, ma con la sola voce del suo spirito, — mentre in verità gli pareva di gridare. Nel suo dualismo interiore si ricordava [pg!123] di averlo ammazzato, e non sapeva se fosse morto; provava uno strazio spaventoso, ed era tranquillo come un ebete; aveva la sensazione illusoria di essere davanti alla stessa persona, che fosse viva e morta nel medesimo tempo.
«Sì, l'ho ucciso; io! Sì, vedete: con questa mano; io, con questa mano; io!» Era immoto, e gli pareva di agitarsi, di urlare, scagliando il pugno contro un'assemblea di avversari, contro un comizio di giudici che l'accerchiassero da ogni parte.
«Fratello, rispondi per me! Lévati e rispondi: — Non era questo il mio diritto?»
Intanto, nel suo dualismo interiore, l'altra parte di lui spiava minutamente i segni della morte.
«Fratello, rispondi, rispondi!...»
Poi gli parve che la casa si destasse, e tutti accorressero, balzati fuori dai letti sconvolti, le donne, gli uomini, scapigliati, e dietro l'uscio gridassero: «Apri! apri! vogliamo vederlo innanzi che sia morto... Apri!» E lo scemo, fra loro, in una camicia da notte che lo faceva sembrare uno spettro, la guancia poggiata contro il violino, suonava con furia, con strazio, finchè le corde saltassero, la Canzone Disperata...
Erano fuori dalla porta in gruppo, accaniti; squassavano l'uscio, gridando: «Apri!»
L'altr'uomo vigilò, in ascolto, e non intese rumore.
Su la poltrona il pupazzo tragico si torse, come se avesse dentro un perno che gli permettesse di svitare il busto dal ventre, il collo da le spalle, in un modo bizzarro. La bocca s'era messa a ridere, le gengive congestionate schiumavano. Per tutta la lunghezza del collo s'incordava una grossa vena tesa come un elastico: le mani convulse annaspavan nell'aria, i piedi si urtavano, producendo con i tacchi uno scricchiolìo sinistro. Gli colò su la giubba un filo di bava, e il medico lo deterse.
Fuori, dietro i vetri leggermente appannati, brillavano stelle fra gli alberi, come lucciole in un cespuglio. [pg!124] Bella notte, odorata, ingemmata, ch'era piena di lembi d'azzurrità.
«Quanti anni passeranno?...» — Anni voi dite?... — «Sì, anni.» — Prima di che? — «Prima che tu ritorni a vivere.» — Ma non vivo io dunque? — «No, è un incantesimo.» — Un incantesimo?...
E l'altr'uomo, il medico, si chinò sopra il cuore del pagliaccio.
Respirava, non più visibilmente, con un affanno lieve.
— «Ho fame! ho sete! ho sonno! ho voglia di camminare! di fumare, di agitarmi, di ridere!»
Egli si disse queste parole con veemenza, osservò questi suoi propri desiderii con chiarezza. Non poteva invece far nulla di tutto ciò; era fermo, incatenato lì, vicino a quella sembianza d'uomo, sotto il potere di una forza incombattibile, che li stringeva entrambi nella stessa notte.
Fece sogni.
Camminare d'Aprile per la campagna, lungo una bella strada soleggiata, respirando il buon profumo che mandano le siepi cariche di fiori... Scendere giù per un fiume impetuoso, a forza di remi, sentendo l'acqua insorgere gonfia e rapida sotto la chiglia... Addormentarsi in un bosco; vedere i falciatori mietere una messe; balzare in groppa d'un cavallo focoso per una prateria senza termine... Trovarsi preso nel tumulto di una folla, per una strada cittadina piena di fragore e di transito... volare con un treno velocissimo attraverso la doppia fila dei pali telegrafici... essere nella platea d'un teatro, presso i forni d'un'officina... dappertutto, dappertutto, dove ci si muove, ci s'incalza, ci si agita, si vive!...
E gli pareva che mai più, mai più farebbe tutto questo, mai più godrebbe di queste inebbrianti gioie, perchè in quella notte, nel carcere di quelle quattro pareti, era accaduto qualcosa di enorme, qualcosa di finale, che soverchiava tutte l'altre possibilità.
[pg!125] «Sei morto? No, non sei morto? — Allora non puoi rispondere?... Sì? mi puoi rispondere? — Che dici? — Ah, che t'uccida? — Ma se già t'ho ucciso? — No? non dici questo?... Allora che dici?... Parla più forte; così non mi riesce d'intendere. Ah... sei tu?... Ma chi sei?...
E l'altr'uomo, il medico, toccava quella fronte già un po' fredda. «No, no... ucciderti non posso! Lo vedi bene che non posso. — Cos'hai detto? Un veleno? Ripeti; non hai detto un veleno?... Ma che lingua parli? Cos'è questo nome che dici continuamente?... — Ah, sì... Novella! — Ma perchè parli a quel modo, come se avessi la bocca piena d'acqua? Novella, hai detto?... Sì, sì...»
E vide la sua faccia bella, null'altro che l'immagine della sua faccia bella, non direttamente, ma quasi rifranta in uno specchio, e lontana, perchè lo specchio stava lontano, e nebulosa, perchè l'aria per dove si mirava era un po' fosca. La vide con i suoi capelli disfatti, così lunghi e folti che la cornice dello specchio non tutti li conteneva, e gli sembrò di volerla guardare negli occhi senza potervi riuscire. Tutte le volte ch'egli cercava d'incontrare le sue pupille, quegli occhi sfuggivano, lo specchio andava sempre più lontano, finiva in un'albore, in una striscia, in un punto...
Rimase un nome, un solo nome, vuoto anch'esso come una caverna, pauroso come un incubo: «Novella...»
E l'altr'uomo, il medico, gli toccava il polso quasi fermo, il polso ch'era divenuto greve.
«Ma io non ho paura! nessunissima paura! Sono libero! Cammino, se voglio; se voglio, rido! — È notte. — Ebbene, se è notte, che fa? — Sono leggero, mi sento agile: posso andarmene dove mi piace! — Fa buio. — Che importa? Domattina si leverà il sole; un bel disco rosso, arroventato come la bocca d'un forno. — Questo è il sole: un bel disco rosso che mi piace assai di vedere.»
[pg!126] Il fantoccio si svitò un'altra volta, e questa volta parve che avesse una cerniera proprio nella schiena e che alcuno gli avesse dato un pugno proprio su la nuca, un pugno che tutto lo percosse. Le braccia, con i pugni serrati, si tesero verso le ginocchia, i due piedi s'allungarono quasi per dare un calcio nel vuoto, il ventre si piegò sotto le costole come un mantice vuoto, e trafitto nel fianco da una specie di pugnalata ultima, tutto il corpo ciondolò da quella parte: il mento gli si confisse obliquo contro la sommità del petto.
Pareva che il burattinaio avesse dato uno strappo così forte da rompere tutti i fili, — e i fili, schiantando, fecer rumore. Un rumore diverso da tutti quelli che l'orecchio distingue, corto e fioco, ma più persistente che la vibrazione d'un metallo, un rumore atono, pieno di tutti gli altri suoni che insieme producono il ronzìo della vita.
Allora nel fantoccio immobile tutto si trasformò visibilmente: il colore, la forma, il peso, l'abito, l'atmosfera che gli stava intorno: tutto.
L'altr'uomo, il medico, dopo avergli lungamente cercato nel polso un battito che non c'era più, chinò l'orecchio sul cuore del fantoccio, ed arretrando con un balzo pronunziò distintamente questa sillaba:
«No.»
Tutta la casa, fra muro e muro, da' solai tenebrosi alle rombanti cantine, gli parve di súbito invasa da una musica furibonda...
La canzone diceva:
. . . . . . .
«...e vado a cercare altri morti, — che sono i miei figli lontani...
«...e vado a cercare altri morti, — che sono i miei figli lontani...
Cammina: la vita cominciadomani, domani, domani...»
Cammina: la vita comincia
domani, domani, domani...»
[pg!127]