VI— Sì, Giovanni, — disse Ferento al suo domestico, — sono in ritardo infatti. Ma da qualche giorno soffro d'insonnia e non mi riesce d'addormentarmi sin verso l'alba.Il domestico non rispose parola, ma fissò il padrone con uno sguardo fedele. Aveva notato infatti la grande alterazione del suo viso dopo l'ultimo ritorno dalla campagna, ma pensava che la perdita dell'amico fosse causa per lui d'un soverchio dolore.Come soleva ogni mattino, Andrea scese rapido per le scale, saltò nell'automobile che l'attendeva sotto il porticato.Per recarsi alla Clinica bisognava attraversare diagonalmente la città, uscir fuori dal suburbio, verso l'estrema circonvallazione. Colà, sul primo nascere della campagna collinosa, un edificio limpido sorgeva dal mezzo d'un giardino, come una serena e grande abitazione ove il dolore dell'uomo cercasse pace nel libero sole.Il Ferento l'aveva da tempo fatto sorgere, contribuendovi largamente col suo proprio danaro, per farne un grande Istituto di cura e di preparazione scientifica, un'ara solenne della medicina moderna. Da lunghi anni egli vi dedicava indefessamente ingegno, amore, volontà, con tanto spirito d'abnegazione, con tanto lume d'intelletto, che già da ogni parte il suo chiaro nome v'attraeva gli sguardi fiduciosi di tutta la scienza europea, come ad una di quelle sacre officine ove un uomo di genio, curvo ed investigante su la materia malata, cerca senza posa di emancipare gli uomini dal patimento e rendere migliore la vita alle generazioni future.Questo era veramente, nel suo santo paganesimo, il Tempio Umano.[pg!224] Così limpido era il mattino, che ridendo nelle invetriate bagnava di splendore le contrade, traeva dalla pietra e dal metallo un tremolìo di luce pieno d'ilarità. La città rumorosa e popolosa, consumando i suoi traffici quotidiani, era desta, viva, celere, si affaticava con gioia. In quella chiarezza, ogni singolo movimento assumeva una evidenza particolare; l'insieme di tutte le cose pareva esprimere un senso di forza gioconda.E la Città era veramente un'arteria del mondo, anzichè un aggregamento labile di case provvisorie, costrutte solo per contenere in sè il breve, inutile decorrere di tante vite umane. Era un'arteria del mondo e pulsava come una vela navigante; era un non so che di mostruoso che sbocciava dalla terra, dissimile da tutte le forme della natura; qualcosa d'immane che l'uomo aveva generato senza esempio, foggiando le montagne, piegando le foreste, costringendo i fiumi ad ubbidirgli: era un attendamento dell'uomo nella sua marcia verso l'infinito.Assorto in profondi pensieri, non s'accorse che già, di lontano, su l'altura della collina, appariva la grande villa bianca, dal tetto d'ardesia, con le finestre protette da tendoni di tela quasi rossa. E quando se n'avvide, una sensazione del tutto nuova la percosse, quasi di stupore e d'angustia, una sensazione che per la prima volta gli accadeva di provare, davanti a quella casa veduta nascere pietra su pietra.Quando l'automobile ne varcò il cancello, egli ebbe quasi voglia di tornare indietro, per sottrarsi alla noia di dover discorrere con tutta quella gente: i medici, le infermiere, la Direttrice, i malati, sopra tutto i malati.Allora, in una sola evocazione, rivide le lunghe corsìe, le sale operatorie, le piccole stanze, linde, uguali, con un letto in ferro, anch'esso bianco, due seggiole, un armadietto, un tavolino.Era la prima volta che gli accadeva di provare quel senso di stanchezza, di noia... Perchè la prima volta?[pg!225] Alcuni convalescenti passeggiavano per il giardino, e lo salutarono. Egli guardò la quercia altissima che sorgeva dal mezzo dello sterrato, l'albero calmo e tutelare intorno a cui le vetture compivano il giro per ridiscendere verso la cancellata. Nell'alto fogliame, come in un immenso alveare, le nidiate cantavano.Com'egli era stanco!... Perchè mai così profondamente stanco?La Direttrice gli scese incontro per la piccola scalinata, e con molta esuberanza lo festeggiava. Un infermiere, due medici, uno studente stavano su la porta. «Ben tornato! Ben tornato!...»Egli s'accorse d'un lieve odore d'acido fenico e di cloroformio che usciva dal corridoio; questo lo sorprese, come l'aveva sorpreso l'aspetto della Clinica.Tese la mano a tutti, scambiò alcune veloci parole coi più vicini, mentre la Direttrice, un po' chiacchierona, non ristava dall'esclamare: — Com'è dimagrato, signor professore! Com'è pallido! Non sta bene?— Un po' d'insonnia, signora Maggià; nulla di grave.S'avviò frettoloso verso lo studio, seguìto dal suo primo assistente, un bel giovine biondo, con gli occhi luminosi ed intelligenti, che aveva una così chiara voce da mandar in visibilio tutte le infermiere, quando, nelle ore d'ozio, accompagnandosi con la chitarra, cantava. Una profonda cicatrice, pur visibile tra la barba, gli feriva il principio del collo sotto la mandibola sinistra, ed era il segno d'un'infezione presa nel curare un malato. Egli era così devoto al Ferento, e così ciecamente lo ammirava, che gli avrebbe dato il suo corpo stesso per un esperimento micidiale, s'egli lo avesse domandato. Più che venerazione, questo amore per il suo maestro era una specie di totale soggiacimento, anzi una di quelle fanatiche sottomissioni, che gli uomini di scienza riescono spesso a determinare, per una superiore virtù del loro ingegno, sui discepoli che hanno meglio educati.[pg!226] — Ebbene, Rosales, come va?Il giovine stava ritto davanti alla scrivania, guardandolo chiaramente negli occhi.— Io sto bene, professore. Ma lei ha veramente l'aspetto stanco.— Sì, un po' stanco, un po' stanco... Ed i malati? Come vanno i nostri malati? Nulla di nuovo?Intanto sfogliava la numerosa corrispondenza, lacerando le buste con l'unghia e scorrendo i fogli con nervosa rapidità. Nel medesimo tempo l'assistente gli faceva il suo rapporto, con voce calma, precisa, mettendo nelle sue frasi una brevità quasi soldatesca.— Bene, — mormorava tratto tratto il Ferento; — bene. — Poi lo interruppe: — Qui fa caldo, le pare? Apra la finestra, la prego.Il giovine ubbidì. Lo studiolo terreno dava sul giardino; l'aiuola correva lungo la muraglia; un grande albero d'olea fragrante nasceva poco in là dalla finestra, tutto bianco della sua fioritura; i ramoscelli poggiavano contro i vetri; nell'aprir questi, entravano.— Professore, — disse da ultimo il Rosales, — in questi giorni, che furono per lei così tristi, non ho creduto necessario scriverle parole oziose; ma ora vorrei solo dirle...Il Ferento, levatosi, gli battè leggermente una mano su la spalla: — Grazie, grazie... — Poi soggiunse: — Lei pure in questi giorni avrà avuto un orario faticoso per colpa della mia assenza.— Oh, niente affatto! Desideravo che lei tornasse, ma non per questo, — rispose il giovine con un accento pieno di tenerezza filiale.La Direttrice picchiava discretamente all'uscio.— Entri, signora Maggià.Era una donna dal volto segaligno, dal corpo assai florido. Grigia, con gli occhiali a stanghetta, portava un abito nero leggermente ricercato.— Vorrei domandarle, professore, se comincerà con le visite o se prima farà il giro delle sale?[pg!227] — C'è molta gente?— Otto o dieci persone.— Allora prima salirò. Venga, Rosales.Depose nel portacenere la sigaretta ed uscì nel corridoio. Assistenti, chirurghi, medici, suore, infermieri, lo aspettavan su gli usci per salutarlo; egli rispondeva, di qua di là, con un cenno del capo, camminando veloce, seguìto a un passo di distanza dal suo primo assistente. Si fermava per stringer la mano ad alcuni, con una rapida cordialità. Mentre stava per salir le scale s'incontrò con un gruppo d'infermieri che ne scendevano, portando sopra una barella un malato verso la sala operatoria. Costoro si fermaron bruscamente per lasciargli il passo.— Avanti, avanti! — egli disse loro. E guardò quella faccia supina, livida, scarna, che sbarrava attonitamente le pupille acquose, piene di paura.— Un tumore al fegato, — gli spiegò sottovoce l'assistente, quando la barella fu passata.Egli non intese, o non comprese; ma vedeva solamente la scala salire, lucida, innanzi a sè, con un tappeto di sole... confusamente salire verso l'invetriata fiammeggiante. Nel fondo de' suoi propri occhi vedeva una cosa futilissima: i gomitoli di lana con i ferri da calza, que' grossi rotondi gomitoli di Marcuccio Landi, e gli pareva udir ronzare dentro di sè il motivo di quella sua certa Canzone, che finiva in uno scoppio di riso tragico sul violino singhiozzante...Ora camminava lentamente per le corsìe piene di luce, da un letto all'altro, visitando, interrogando. I malati gli sorridevano; le suore componevano le coltri sotto i loro menti gialli: l'assistente, con un libro in mano, prendeva nota delle sue prescrizioni. Scriveva rapidamente con una penna stilografica, facendo stridere la carta. Un malato aveva fame, l'altro voleva uscire, un terzo si lamentava, un quarto era gonfio e paonazzo di febbre così da non poter parlare.Tutto questo lo stupiva un poco, gli dava non so [pg!228] quale sensazione d'irrealità, quasi non fosse più così utile come una volta curare i malati, ascoltare quel che dicevano, saper esattamente di che male soffrivano.Anzi uno gli disse una cosa che lo stupì:— Ma mi lasci morire, dottore... Cosa faccio al mondo io?Egli, che prima non lo aveva quasi guardato, allora lo guardò. Era un povero vecchio, asmático, piagato, canceroso, al quale avevan rasa l'ispida barba a chiazze; una orrenda maschera contraffatta, con gli occhi semichiusi, ove permaneva un barlume di vita, la bocca bavosa, tra cui spuntava un po' di lingua nerastra. Lo guardò ed ebbe voglia di rispondergli: — «Hai ragione. Perchè cercherei di salvarti? Non v'è senso comune, quando un uomo vuol morire...»Mentre la suora lo scopriva, egli vide che aveva le mani allacciate da un rosario. Siccome la suora voleva scioglierlo ed egli si rifiutava, le disse di lasciarlo stare e gli fece sollevar le braccia sopra il capo.Di letto in letto la sua sensazione d'inutilità cresceva; e gli sembrò che fosse ozioso andar oltre, perchè i suoi assistenti eran tutti bravi giovani ed il meccanismo della sua Clinica poteva ottimamente camminare anche senza di lui. Egli era stato lontano alcun tempo, e tutto era in ordine, tutto s'era compiuto e si compiva con la regolarità consueta.— «I malati guariscono perchè la natura li fa guarire; muoiono quando la natura li uccide. La nostra scienza non si riduce in fondo che ad una serie di tentativi empirici... Ora, il tentativo d'un altro, che ho pienamente ammaestrato, può valere il mio. Qui essi credono tutti, medici ed infermi, ch'io possieda qualche maravigliosa virtù di salvatore: ma è assurdo! Un giorno s'accorgeranno d'essere ad un dipresso quel ch'io sono, e questo farà nascere uno stupore immenso...»Passava da una camerata nell'altra, meccanicamente, domandando ogni tratto il suo parere al Rosales con un'affabilità che non gli era solita. Entrava ora in [pg!229] una corsìa di donne, più silenziosa, più intima, ove nell'aria vagava un respiro di maternità e di sacrifizio, dove il dolore pareva essere più profondo e tuttavia più contenuto.Le tende abbassate mitigavano il chiarore del giorno; in quella luce dorata i letti s'allineavano tranquilli. Una specie di riposo lo avvolse, come se la sua missione di curatore tornasse a parergli buona e come se un álito di riconoscenza muovesse a lui da ogni coltre su la quale si curvava.— Come?... — domandò improvvisamente al Rosales; — come ha detto? qual'è il suo nome?...L'assistente riaperse il libro che stava per rimettere sotto il braccio, e rilesse:— Novella Júdice, di Urbino; affezione...Egli non ascoltò più oltre; qualcosa di dolce, di soverchiante, gli commosse il cuore, come se da quel nome si partisse una infinita soavità e la donna chiamata con tal nome fosse un'ombra lontana, imprecisabile, di quell'amante che amava.Prese un polso della malata e si curvò su lei pianamente. La faccia pallida riposava nel guanciale, delineata in un contorno di capelli biondi, così radi e lievi che parevano appena un velo fasciato intorno alla sua fronte. Era una giovinetta forse di vent'anni e sorrideva guardando il medico, la suora, comprimendosi la mano libera sul petto, quasi per un senso invincibile di pudore. I suoi docili occhi azzurri parevano domandar perdono d'essere tanto malata, e nel sorridere le guance scarne le facevan agli angoli della bocca due graziose piccole infossature.Egli non contava affatto le pulsazioni dell'arteria, ma provava una strana dolcezza nel toccare quel polso accelerato e fioco, nel guardare quella miserrima fanciulla, che aveva il nome d'un'altra, il nome ch'egli portava in sè.— Vi sentite male? soffrite? — domandò egli, come non avrebbe domandato un medico ma un affettuoso [pg!230] parente. Poi le passò una mano su la fronte per consolarla e disse:— Coraggio! Guarirete presto, molto presto... ve lo assicuro.Il sole, dalla finestra di fronte, dorava i suoi capelli vaporosi, e quel sorriso buono, come d'una bambinella ferita, continuava su la sua bocca smorta...Dopo aver compiuto il giro delle sale, andò a visitare i malati che abitavan nelle camerette solitarie, simili a celle d'un monastero; poi, sceso a pianterreno per un'altra scala, s'indugiò a discorrere con il Rosales in quel breve ándito che da una parte sboccava nel giardino, dall'altro sopra una corte.In quella corte precisamente v'era un carro mortuario, fermo, attaccato con un solo cavallo; il cocchiere, sceso di cassetto, s'era tolto il cappello e facendosi vento discorreva con un cuoco.— Cosa fa quel carro? — domandò il Ferento.— Professore, le ho riferito dianzi ch'è morto il vecchio Celsi, del riparto chirurgico; morto ieri, nove giorni dopo l'operazione.— Ah, infatti... — egli mormorò. — E lo portan via ora?— Credo.— Voglio vederlo, — disse con rapidità. E scese per la scaletta sotterranea che conduceva nella sala refrigerante, ove si deponevan i cadaveri dopo averli sottoposti a necroscopìa. L'assistente lo seguiva.— No, lei vada pure, — disse il Ferento.Giunse in fondo; aperse l'uscio; fece qualche passo nella fredda stanza, chiara d'elettricità. De' sei tavolacci di zinco, cinque eran vuoti e risplendevano; su l'altro era steso un grosso involto bianco, simile ad una statua supina ravvolta nella sua tela.L'odore acre dei disinfettanti mordeva l'aria, e gli sembrò di riceverne un senso di stordimento.Fece per avvicinarsi al cadavere, ma, poichè la porta erasi rinchiusa, tornò indietro e l'aperse in bílico.[pg!231] Di nuovo ne' suoi confusi occhi, apparvero que' gonfi e tondi gomitoli dello scemo, con i ferri da calza; di nuovo gli cominciò a ronzare nelle orecchie la nenia del violino singhiozzante.S'accostò al cadavere, ed ebbe voglia di scoprirlo; ma gli parve che le sue mani incontrassero una certa difficoltà nel compiere gli atti necessari.Le sue mani di fatti non si muovevano; ma egli provava un piacere ansante nello star presso a quel cadavere, il piacere pauroso che si prova stando su l'orlo d'un precipizio.«Se chiamassi un guardiano per farlo scoprire?... No, è inutile.»Le lampadine elettriche bruciavano dal soffitto basso in un cerchio di luce immobile, mettendo a nudo il groviglio del lor filo incandescente, il quale pareva complicarsi.«Che idea di voler vedere questo morto? A che serve? No, me ne vado.»E non poteva muoversi di lì; sentiva il bisogno, la tentazione, di guardare quella faccia; tuttavia non sapeva risolversi a mettere la mano su quel lenzuolo.Gli tornò in mente il carro funebre che attendeva nella corte, il cocchiere senza cappello che parlava con il cuoco.«Ho capito: è già pronto per esser chiuso nella cassa; meglio non toccarlo. Me ne vado.»Ma nel medesimo tempo, come se le sue mani ubbidissero ad un'altra volontà che la sua propria, sollevò il rovescio del lenzuolo che gli doppiava sul volto e ne aperse i due lembi, scoprendolo fino a metà del petto.Era una faccia senile, glabra, gonfia, cinerea, che pareva sprofondata nelle sue mascelle, rientrata nel collo quadrato, per insaccarsi entro la convessità delle spalle. Il petto era sezionato da una lunga ferita verticale, nera su gli orli di grumi sanguigni ed imbottita di bambagia.[pg!232] Egli guardava senza ben comprendere, anzi gli pareva di dover cominciare, davanti ad una classe di allievi invisibili, un corso di anatomìa... Poi gli parve di trovarsi, come s'era già trovato un'altra volta, nella necessità di sollevare quel corpo rigido su le sue braccia restìe, per riportarlo a giacere in un letto, ma scivolando, senza far rumore... Gli parve a poco a poco di riacquistare un suo stato d'animo anteriore, di retrocedere in una forma di sè stesso già lontana, già dispersa, e che le lampadine si spegnessero d'un colpo, — le quattro lampadine appese alla volta sotto il riflettore di metallo bianco — e la glabra faccia senile divenisse quella d'un altr'uomo, la faccia serena che lo guardava dalla morte, senza rancore...Rapidamente la ricoverse con il lenzuolo, si battè insieme i due polsi per darsi vita, e risalì.Volse un'occhiata nella corte: il cuoco se n'era andato; il cocchiere, appoggiato al muro in un angolo d'ombra, fumava tranquillamente; il vecchio cavallo nero dondolava la coda per scacciare le mosche.Gli parve che il sole fosse una polvere in fiamme, una rossa nuvola piena d'avvolgimento...«Cosa devo ancor fare?... Ah, sì!...»E rapido si volse; infilò il lunghissimo corridoio che traversava tutta la profondità dell'edificio, rotto nel mezzo da un padiglione vetrato, che imbiancava le stuoie d'una rotonda chiarità; lo percorse velocemente, facendo co' suoi passi un rumor forte sul linoleo brillante; sentiva il bisogno di parlare, di agire, di ridere.La Direttrice gli veniva incontro.— Sì, éccomi, signora Maggià! Li faccia entrare.— Senta, senta, — chiacchierava la Direttrice correndogli appresso; — il professor Damiato e i due chirurghi primari son venuti varie volte per salutarla. Vuole che li chiami?— Sì, li chiami, grazie.Ed entrato nello studiolo, accese una sigaretta, respirandone il fumo con ingorda voluttà.[pg!233] L'olea frascheggiava piano piano, con uno sciacquare di foglie rumorose, facendo piovere le sue minute fioriture candide, sperdendo in larghe ondate il suo voluttuoso buon odore; nel giardino si udiva un passo lento e pesante camminar su la ghiaia; dalla città lontana saliva un rumor confuso, interrotto spesso dal fischio d'una locomotiva, dagli urli vorticosi, lamentosi, che nell'alto sole del mezzodì, con furia lanciavano le sirene.
VI— Sì, Giovanni, — disse Ferento al suo domestico, — sono in ritardo infatti. Ma da qualche giorno soffro d'insonnia e non mi riesce d'addormentarmi sin verso l'alba.Il domestico non rispose parola, ma fissò il padrone con uno sguardo fedele. Aveva notato infatti la grande alterazione del suo viso dopo l'ultimo ritorno dalla campagna, ma pensava che la perdita dell'amico fosse causa per lui d'un soverchio dolore.Come soleva ogni mattino, Andrea scese rapido per le scale, saltò nell'automobile che l'attendeva sotto il porticato.Per recarsi alla Clinica bisognava attraversare diagonalmente la città, uscir fuori dal suburbio, verso l'estrema circonvallazione. Colà, sul primo nascere della campagna collinosa, un edificio limpido sorgeva dal mezzo d'un giardino, come una serena e grande abitazione ove il dolore dell'uomo cercasse pace nel libero sole.Il Ferento l'aveva da tempo fatto sorgere, contribuendovi largamente col suo proprio danaro, per farne un grande Istituto di cura e di preparazione scientifica, un'ara solenne della medicina moderna. Da lunghi anni egli vi dedicava indefessamente ingegno, amore, volontà, con tanto spirito d'abnegazione, con tanto lume d'intelletto, che già da ogni parte il suo chiaro nome v'attraeva gli sguardi fiduciosi di tutta la scienza europea, come ad una di quelle sacre officine ove un uomo di genio, curvo ed investigante su la materia malata, cerca senza posa di emancipare gli uomini dal patimento e rendere migliore la vita alle generazioni future.Questo era veramente, nel suo santo paganesimo, il Tempio Umano.[pg!224] Così limpido era il mattino, che ridendo nelle invetriate bagnava di splendore le contrade, traeva dalla pietra e dal metallo un tremolìo di luce pieno d'ilarità. La città rumorosa e popolosa, consumando i suoi traffici quotidiani, era desta, viva, celere, si affaticava con gioia. In quella chiarezza, ogni singolo movimento assumeva una evidenza particolare; l'insieme di tutte le cose pareva esprimere un senso di forza gioconda.E la Città era veramente un'arteria del mondo, anzichè un aggregamento labile di case provvisorie, costrutte solo per contenere in sè il breve, inutile decorrere di tante vite umane. Era un'arteria del mondo e pulsava come una vela navigante; era un non so che di mostruoso che sbocciava dalla terra, dissimile da tutte le forme della natura; qualcosa d'immane che l'uomo aveva generato senza esempio, foggiando le montagne, piegando le foreste, costringendo i fiumi ad ubbidirgli: era un attendamento dell'uomo nella sua marcia verso l'infinito.Assorto in profondi pensieri, non s'accorse che già, di lontano, su l'altura della collina, appariva la grande villa bianca, dal tetto d'ardesia, con le finestre protette da tendoni di tela quasi rossa. E quando se n'avvide, una sensazione del tutto nuova la percosse, quasi di stupore e d'angustia, una sensazione che per la prima volta gli accadeva di provare, davanti a quella casa veduta nascere pietra su pietra.Quando l'automobile ne varcò il cancello, egli ebbe quasi voglia di tornare indietro, per sottrarsi alla noia di dover discorrere con tutta quella gente: i medici, le infermiere, la Direttrice, i malati, sopra tutto i malati.Allora, in una sola evocazione, rivide le lunghe corsìe, le sale operatorie, le piccole stanze, linde, uguali, con un letto in ferro, anch'esso bianco, due seggiole, un armadietto, un tavolino.Era la prima volta che gli accadeva di provare quel senso di stanchezza, di noia... Perchè la prima volta?[pg!225] Alcuni convalescenti passeggiavano per il giardino, e lo salutarono. Egli guardò la quercia altissima che sorgeva dal mezzo dello sterrato, l'albero calmo e tutelare intorno a cui le vetture compivano il giro per ridiscendere verso la cancellata. Nell'alto fogliame, come in un immenso alveare, le nidiate cantavano.Com'egli era stanco!... Perchè mai così profondamente stanco?La Direttrice gli scese incontro per la piccola scalinata, e con molta esuberanza lo festeggiava. Un infermiere, due medici, uno studente stavano su la porta. «Ben tornato! Ben tornato!...»Egli s'accorse d'un lieve odore d'acido fenico e di cloroformio che usciva dal corridoio; questo lo sorprese, come l'aveva sorpreso l'aspetto della Clinica.Tese la mano a tutti, scambiò alcune veloci parole coi più vicini, mentre la Direttrice, un po' chiacchierona, non ristava dall'esclamare: — Com'è dimagrato, signor professore! Com'è pallido! Non sta bene?— Un po' d'insonnia, signora Maggià; nulla di grave.S'avviò frettoloso verso lo studio, seguìto dal suo primo assistente, un bel giovine biondo, con gli occhi luminosi ed intelligenti, che aveva una così chiara voce da mandar in visibilio tutte le infermiere, quando, nelle ore d'ozio, accompagnandosi con la chitarra, cantava. Una profonda cicatrice, pur visibile tra la barba, gli feriva il principio del collo sotto la mandibola sinistra, ed era il segno d'un'infezione presa nel curare un malato. Egli era così devoto al Ferento, e così ciecamente lo ammirava, che gli avrebbe dato il suo corpo stesso per un esperimento micidiale, s'egli lo avesse domandato. Più che venerazione, questo amore per il suo maestro era una specie di totale soggiacimento, anzi una di quelle fanatiche sottomissioni, che gli uomini di scienza riescono spesso a determinare, per una superiore virtù del loro ingegno, sui discepoli che hanno meglio educati.[pg!226] — Ebbene, Rosales, come va?Il giovine stava ritto davanti alla scrivania, guardandolo chiaramente negli occhi.— Io sto bene, professore. Ma lei ha veramente l'aspetto stanco.— Sì, un po' stanco, un po' stanco... Ed i malati? Come vanno i nostri malati? Nulla di nuovo?Intanto sfogliava la numerosa corrispondenza, lacerando le buste con l'unghia e scorrendo i fogli con nervosa rapidità. Nel medesimo tempo l'assistente gli faceva il suo rapporto, con voce calma, precisa, mettendo nelle sue frasi una brevità quasi soldatesca.— Bene, — mormorava tratto tratto il Ferento; — bene. — Poi lo interruppe: — Qui fa caldo, le pare? Apra la finestra, la prego.Il giovine ubbidì. Lo studiolo terreno dava sul giardino; l'aiuola correva lungo la muraglia; un grande albero d'olea fragrante nasceva poco in là dalla finestra, tutto bianco della sua fioritura; i ramoscelli poggiavano contro i vetri; nell'aprir questi, entravano.— Professore, — disse da ultimo il Rosales, — in questi giorni, che furono per lei così tristi, non ho creduto necessario scriverle parole oziose; ma ora vorrei solo dirle...Il Ferento, levatosi, gli battè leggermente una mano su la spalla: — Grazie, grazie... — Poi soggiunse: — Lei pure in questi giorni avrà avuto un orario faticoso per colpa della mia assenza.— Oh, niente affatto! Desideravo che lei tornasse, ma non per questo, — rispose il giovine con un accento pieno di tenerezza filiale.La Direttrice picchiava discretamente all'uscio.— Entri, signora Maggià.Era una donna dal volto segaligno, dal corpo assai florido. Grigia, con gli occhiali a stanghetta, portava un abito nero leggermente ricercato.— Vorrei domandarle, professore, se comincerà con le visite o se prima farà il giro delle sale?[pg!227] — C'è molta gente?— Otto o dieci persone.— Allora prima salirò. Venga, Rosales.Depose nel portacenere la sigaretta ed uscì nel corridoio. Assistenti, chirurghi, medici, suore, infermieri, lo aspettavan su gli usci per salutarlo; egli rispondeva, di qua di là, con un cenno del capo, camminando veloce, seguìto a un passo di distanza dal suo primo assistente. Si fermava per stringer la mano ad alcuni, con una rapida cordialità. Mentre stava per salir le scale s'incontrò con un gruppo d'infermieri che ne scendevano, portando sopra una barella un malato verso la sala operatoria. Costoro si fermaron bruscamente per lasciargli il passo.— Avanti, avanti! — egli disse loro. E guardò quella faccia supina, livida, scarna, che sbarrava attonitamente le pupille acquose, piene di paura.— Un tumore al fegato, — gli spiegò sottovoce l'assistente, quando la barella fu passata.Egli non intese, o non comprese; ma vedeva solamente la scala salire, lucida, innanzi a sè, con un tappeto di sole... confusamente salire verso l'invetriata fiammeggiante. Nel fondo de' suoi propri occhi vedeva una cosa futilissima: i gomitoli di lana con i ferri da calza, que' grossi rotondi gomitoli di Marcuccio Landi, e gli pareva udir ronzare dentro di sè il motivo di quella sua certa Canzone, che finiva in uno scoppio di riso tragico sul violino singhiozzante...Ora camminava lentamente per le corsìe piene di luce, da un letto all'altro, visitando, interrogando. I malati gli sorridevano; le suore componevano le coltri sotto i loro menti gialli: l'assistente, con un libro in mano, prendeva nota delle sue prescrizioni. Scriveva rapidamente con una penna stilografica, facendo stridere la carta. Un malato aveva fame, l'altro voleva uscire, un terzo si lamentava, un quarto era gonfio e paonazzo di febbre così da non poter parlare.Tutto questo lo stupiva un poco, gli dava non so [pg!228] quale sensazione d'irrealità, quasi non fosse più così utile come una volta curare i malati, ascoltare quel che dicevano, saper esattamente di che male soffrivano.Anzi uno gli disse una cosa che lo stupì:— Ma mi lasci morire, dottore... Cosa faccio al mondo io?Egli, che prima non lo aveva quasi guardato, allora lo guardò. Era un povero vecchio, asmático, piagato, canceroso, al quale avevan rasa l'ispida barba a chiazze; una orrenda maschera contraffatta, con gli occhi semichiusi, ove permaneva un barlume di vita, la bocca bavosa, tra cui spuntava un po' di lingua nerastra. Lo guardò ed ebbe voglia di rispondergli: — «Hai ragione. Perchè cercherei di salvarti? Non v'è senso comune, quando un uomo vuol morire...»Mentre la suora lo scopriva, egli vide che aveva le mani allacciate da un rosario. Siccome la suora voleva scioglierlo ed egli si rifiutava, le disse di lasciarlo stare e gli fece sollevar le braccia sopra il capo.Di letto in letto la sua sensazione d'inutilità cresceva; e gli sembrò che fosse ozioso andar oltre, perchè i suoi assistenti eran tutti bravi giovani ed il meccanismo della sua Clinica poteva ottimamente camminare anche senza di lui. Egli era stato lontano alcun tempo, e tutto era in ordine, tutto s'era compiuto e si compiva con la regolarità consueta.— «I malati guariscono perchè la natura li fa guarire; muoiono quando la natura li uccide. La nostra scienza non si riduce in fondo che ad una serie di tentativi empirici... Ora, il tentativo d'un altro, che ho pienamente ammaestrato, può valere il mio. Qui essi credono tutti, medici ed infermi, ch'io possieda qualche maravigliosa virtù di salvatore: ma è assurdo! Un giorno s'accorgeranno d'essere ad un dipresso quel ch'io sono, e questo farà nascere uno stupore immenso...»Passava da una camerata nell'altra, meccanicamente, domandando ogni tratto il suo parere al Rosales con un'affabilità che non gli era solita. Entrava ora in [pg!229] una corsìa di donne, più silenziosa, più intima, ove nell'aria vagava un respiro di maternità e di sacrifizio, dove il dolore pareva essere più profondo e tuttavia più contenuto.Le tende abbassate mitigavano il chiarore del giorno; in quella luce dorata i letti s'allineavano tranquilli. Una specie di riposo lo avvolse, come se la sua missione di curatore tornasse a parergli buona e come se un álito di riconoscenza muovesse a lui da ogni coltre su la quale si curvava.— Come?... — domandò improvvisamente al Rosales; — come ha detto? qual'è il suo nome?...L'assistente riaperse il libro che stava per rimettere sotto il braccio, e rilesse:— Novella Júdice, di Urbino; affezione...Egli non ascoltò più oltre; qualcosa di dolce, di soverchiante, gli commosse il cuore, come se da quel nome si partisse una infinita soavità e la donna chiamata con tal nome fosse un'ombra lontana, imprecisabile, di quell'amante che amava.Prese un polso della malata e si curvò su lei pianamente. La faccia pallida riposava nel guanciale, delineata in un contorno di capelli biondi, così radi e lievi che parevano appena un velo fasciato intorno alla sua fronte. Era una giovinetta forse di vent'anni e sorrideva guardando il medico, la suora, comprimendosi la mano libera sul petto, quasi per un senso invincibile di pudore. I suoi docili occhi azzurri parevano domandar perdono d'essere tanto malata, e nel sorridere le guance scarne le facevan agli angoli della bocca due graziose piccole infossature.Egli non contava affatto le pulsazioni dell'arteria, ma provava una strana dolcezza nel toccare quel polso accelerato e fioco, nel guardare quella miserrima fanciulla, che aveva il nome d'un'altra, il nome ch'egli portava in sè.— Vi sentite male? soffrite? — domandò egli, come non avrebbe domandato un medico ma un affettuoso [pg!230] parente. Poi le passò una mano su la fronte per consolarla e disse:— Coraggio! Guarirete presto, molto presto... ve lo assicuro.Il sole, dalla finestra di fronte, dorava i suoi capelli vaporosi, e quel sorriso buono, come d'una bambinella ferita, continuava su la sua bocca smorta...Dopo aver compiuto il giro delle sale, andò a visitare i malati che abitavan nelle camerette solitarie, simili a celle d'un monastero; poi, sceso a pianterreno per un'altra scala, s'indugiò a discorrere con il Rosales in quel breve ándito che da una parte sboccava nel giardino, dall'altro sopra una corte.In quella corte precisamente v'era un carro mortuario, fermo, attaccato con un solo cavallo; il cocchiere, sceso di cassetto, s'era tolto il cappello e facendosi vento discorreva con un cuoco.— Cosa fa quel carro? — domandò il Ferento.— Professore, le ho riferito dianzi ch'è morto il vecchio Celsi, del riparto chirurgico; morto ieri, nove giorni dopo l'operazione.— Ah, infatti... — egli mormorò. — E lo portan via ora?— Credo.— Voglio vederlo, — disse con rapidità. E scese per la scaletta sotterranea che conduceva nella sala refrigerante, ove si deponevan i cadaveri dopo averli sottoposti a necroscopìa. L'assistente lo seguiva.— No, lei vada pure, — disse il Ferento.Giunse in fondo; aperse l'uscio; fece qualche passo nella fredda stanza, chiara d'elettricità. De' sei tavolacci di zinco, cinque eran vuoti e risplendevano; su l'altro era steso un grosso involto bianco, simile ad una statua supina ravvolta nella sua tela.L'odore acre dei disinfettanti mordeva l'aria, e gli sembrò di riceverne un senso di stordimento.Fece per avvicinarsi al cadavere, ma, poichè la porta erasi rinchiusa, tornò indietro e l'aperse in bílico.[pg!231] Di nuovo ne' suoi confusi occhi, apparvero que' gonfi e tondi gomitoli dello scemo, con i ferri da calza; di nuovo gli cominciò a ronzare nelle orecchie la nenia del violino singhiozzante.S'accostò al cadavere, ed ebbe voglia di scoprirlo; ma gli parve che le sue mani incontrassero una certa difficoltà nel compiere gli atti necessari.Le sue mani di fatti non si muovevano; ma egli provava un piacere ansante nello star presso a quel cadavere, il piacere pauroso che si prova stando su l'orlo d'un precipizio.«Se chiamassi un guardiano per farlo scoprire?... No, è inutile.»Le lampadine elettriche bruciavano dal soffitto basso in un cerchio di luce immobile, mettendo a nudo il groviglio del lor filo incandescente, il quale pareva complicarsi.«Che idea di voler vedere questo morto? A che serve? No, me ne vado.»E non poteva muoversi di lì; sentiva il bisogno, la tentazione, di guardare quella faccia; tuttavia non sapeva risolversi a mettere la mano su quel lenzuolo.Gli tornò in mente il carro funebre che attendeva nella corte, il cocchiere senza cappello che parlava con il cuoco.«Ho capito: è già pronto per esser chiuso nella cassa; meglio non toccarlo. Me ne vado.»Ma nel medesimo tempo, come se le sue mani ubbidissero ad un'altra volontà che la sua propria, sollevò il rovescio del lenzuolo che gli doppiava sul volto e ne aperse i due lembi, scoprendolo fino a metà del petto.Era una faccia senile, glabra, gonfia, cinerea, che pareva sprofondata nelle sue mascelle, rientrata nel collo quadrato, per insaccarsi entro la convessità delle spalle. Il petto era sezionato da una lunga ferita verticale, nera su gli orli di grumi sanguigni ed imbottita di bambagia.[pg!232] Egli guardava senza ben comprendere, anzi gli pareva di dover cominciare, davanti ad una classe di allievi invisibili, un corso di anatomìa... Poi gli parve di trovarsi, come s'era già trovato un'altra volta, nella necessità di sollevare quel corpo rigido su le sue braccia restìe, per riportarlo a giacere in un letto, ma scivolando, senza far rumore... Gli parve a poco a poco di riacquistare un suo stato d'animo anteriore, di retrocedere in una forma di sè stesso già lontana, già dispersa, e che le lampadine si spegnessero d'un colpo, — le quattro lampadine appese alla volta sotto il riflettore di metallo bianco — e la glabra faccia senile divenisse quella d'un altr'uomo, la faccia serena che lo guardava dalla morte, senza rancore...Rapidamente la ricoverse con il lenzuolo, si battè insieme i due polsi per darsi vita, e risalì.Volse un'occhiata nella corte: il cuoco se n'era andato; il cocchiere, appoggiato al muro in un angolo d'ombra, fumava tranquillamente; il vecchio cavallo nero dondolava la coda per scacciare le mosche.Gli parve che il sole fosse una polvere in fiamme, una rossa nuvola piena d'avvolgimento...«Cosa devo ancor fare?... Ah, sì!...»E rapido si volse; infilò il lunghissimo corridoio che traversava tutta la profondità dell'edificio, rotto nel mezzo da un padiglione vetrato, che imbiancava le stuoie d'una rotonda chiarità; lo percorse velocemente, facendo co' suoi passi un rumor forte sul linoleo brillante; sentiva il bisogno di parlare, di agire, di ridere.La Direttrice gli veniva incontro.— Sì, éccomi, signora Maggià! Li faccia entrare.— Senta, senta, — chiacchierava la Direttrice correndogli appresso; — il professor Damiato e i due chirurghi primari son venuti varie volte per salutarla. Vuole che li chiami?— Sì, li chiami, grazie.Ed entrato nello studiolo, accese una sigaretta, respirandone il fumo con ingorda voluttà.[pg!233] L'olea frascheggiava piano piano, con uno sciacquare di foglie rumorose, facendo piovere le sue minute fioriture candide, sperdendo in larghe ondate il suo voluttuoso buon odore; nel giardino si udiva un passo lento e pesante camminar su la ghiaia; dalla città lontana saliva un rumor confuso, interrotto spesso dal fischio d'una locomotiva, dagli urli vorticosi, lamentosi, che nell'alto sole del mezzodì, con furia lanciavano le sirene.
— Sì, Giovanni, — disse Ferento al suo domestico, — sono in ritardo infatti. Ma da qualche giorno soffro d'insonnia e non mi riesce d'addormentarmi sin verso l'alba.
Il domestico non rispose parola, ma fissò il padrone con uno sguardo fedele. Aveva notato infatti la grande alterazione del suo viso dopo l'ultimo ritorno dalla campagna, ma pensava che la perdita dell'amico fosse causa per lui d'un soverchio dolore.
Come soleva ogni mattino, Andrea scese rapido per le scale, saltò nell'automobile che l'attendeva sotto il porticato.
Per recarsi alla Clinica bisognava attraversare diagonalmente la città, uscir fuori dal suburbio, verso l'estrema circonvallazione. Colà, sul primo nascere della campagna collinosa, un edificio limpido sorgeva dal mezzo d'un giardino, come una serena e grande abitazione ove il dolore dell'uomo cercasse pace nel libero sole.
Il Ferento l'aveva da tempo fatto sorgere, contribuendovi largamente col suo proprio danaro, per farne un grande Istituto di cura e di preparazione scientifica, un'ara solenne della medicina moderna. Da lunghi anni egli vi dedicava indefessamente ingegno, amore, volontà, con tanto spirito d'abnegazione, con tanto lume d'intelletto, che già da ogni parte il suo chiaro nome v'attraeva gli sguardi fiduciosi di tutta la scienza europea, come ad una di quelle sacre officine ove un uomo di genio, curvo ed investigante su la materia malata, cerca senza posa di emancipare gli uomini dal patimento e rendere migliore la vita alle generazioni future.
Questo era veramente, nel suo santo paganesimo, il Tempio Umano.
[pg!224] Così limpido era il mattino, che ridendo nelle invetriate bagnava di splendore le contrade, traeva dalla pietra e dal metallo un tremolìo di luce pieno d'ilarità. La città rumorosa e popolosa, consumando i suoi traffici quotidiani, era desta, viva, celere, si affaticava con gioia. In quella chiarezza, ogni singolo movimento assumeva una evidenza particolare; l'insieme di tutte le cose pareva esprimere un senso di forza gioconda.
E la Città era veramente un'arteria del mondo, anzichè un aggregamento labile di case provvisorie, costrutte solo per contenere in sè il breve, inutile decorrere di tante vite umane. Era un'arteria del mondo e pulsava come una vela navigante; era un non so che di mostruoso che sbocciava dalla terra, dissimile da tutte le forme della natura; qualcosa d'immane che l'uomo aveva generato senza esempio, foggiando le montagne, piegando le foreste, costringendo i fiumi ad ubbidirgli: era un attendamento dell'uomo nella sua marcia verso l'infinito.
Assorto in profondi pensieri, non s'accorse che già, di lontano, su l'altura della collina, appariva la grande villa bianca, dal tetto d'ardesia, con le finestre protette da tendoni di tela quasi rossa. E quando se n'avvide, una sensazione del tutto nuova la percosse, quasi di stupore e d'angustia, una sensazione che per la prima volta gli accadeva di provare, davanti a quella casa veduta nascere pietra su pietra.
Quando l'automobile ne varcò il cancello, egli ebbe quasi voglia di tornare indietro, per sottrarsi alla noia di dover discorrere con tutta quella gente: i medici, le infermiere, la Direttrice, i malati, sopra tutto i malati.
Allora, in una sola evocazione, rivide le lunghe corsìe, le sale operatorie, le piccole stanze, linde, uguali, con un letto in ferro, anch'esso bianco, due seggiole, un armadietto, un tavolino.
Era la prima volta che gli accadeva di provare quel senso di stanchezza, di noia... Perchè la prima volta?
[pg!225] Alcuni convalescenti passeggiavano per il giardino, e lo salutarono. Egli guardò la quercia altissima che sorgeva dal mezzo dello sterrato, l'albero calmo e tutelare intorno a cui le vetture compivano il giro per ridiscendere verso la cancellata. Nell'alto fogliame, come in un immenso alveare, le nidiate cantavano.
Com'egli era stanco!... Perchè mai così profondamente stanco?
La Direttrice gli scese incontro per la piccola scalinata, e con molta esuberanza lo festeggiava. Un infermiere, due medici, uno studente stavano su la porta. «Ben tornato! Ben tornato!...»
Egli s'accorse d'un lieve odore d'acido fenico e di cloroformio che usciva dal corridoio; questo lo sorprese, come l'aveva sorpreso l'aspetto della Clinica.
Tese la mano a tutti, scambiò alcune veloci parole coi più vicini, mentre la Direttrice, un po' chiacchierona, non ristava dall'esclamare: — Com'è dimagrato, signor professore! Com'è pallido! Non sta bene?
— Un po' d'insonnia, signora Maggià; nulla di grave.
S'avviò frettoloso verso lo studio, seguìto dal suo primo assistente, un bel giovine biondo, con gli occhi luminosi ed intelligenti, che aveva una così chiara voce da mandar in visibilio tutte le infermiere, quando, nelle ore d'ozio, accompagnandosi con la chitarra, cantava. Una profonda cicatrice, pur visibile tra la barba, gli feriva il principio del collo sotto la mandibola sinistra, ed era il segno d'un'infezione presa nel curare un malato. Egli era così devoto al Ferento, e così ciecamente lo ammirava, che gli avrebbe dato il suo corpo stesso per un esperimento micidiale, s'egli lo avesse domandato. Più che venerazione, questo amore per il suo maestro era una specie di totale soggiacimento, anzi una di quelle fanatiche sottomissioni, che gli uomini di scienza riescono spesso a determinare, per una superiore virtù del loro ingegno, sui discepoli che hanno meglio educati.
[pg!226] — Ebbene, Rosales, come va?
Il giovine stava ritto davanti alla scrivania, guardandolo chiaramente negli occhi.
— Io sto bene, professore. Ma lei ha veramente l'aspetto stanco.
— Sì, un po' stanco, un po' stanco... Ed i malati? Come vanno i nostri malati? Nulla di nuovo?
Intanto sfogliava la numerosa corrispondenza, lacerando le buste con l'unghia e scorrendo i fogli con nervosa rapidità. Nel medesimo tempo l'assistente gli faceva il suo rapporto, con voce calma, precisa, mettendo nelle sue frasi una brevità quasi soldatesca.
— Bene, — mormorava tratto tratto il Ferento; — bene. — Poi lo interruppe: — Qui fa caldo, le pare? Apra la finestra, la prego.
Il giovine ubbidì. Lo studiolo terreno dava sul giardino; l'aiuola correva lungo la muraglia; un grande albero d'olea fragrante nasceva poco in là dalla finestra, tutto bianco della sua fioritura; i ramoscelli poggiavano contro i vetri; nell'aprir questi, entravano.
— Professore, — disse da ultimo il Rosales, — in questi giorni, che furono per lei così tristi, non ho creduto necessario scriverle parole oziose; ma ora vorrei solo dirle...
Il Ferento, levatosi, gli battè leggermente una mano su la spalla: — Grazie, grazie... — Poi soggiunse: — Lei pure in questi giorni avrà avuto un orario faticoso per colpa della mia assenza.
— Oh, niente affatto! Desideravo che lei tornasse, ma non per questo, — rispose il giovine con un accento pieno di tenerezza filiale.
La Direttrice picchiava discretamente all'uscio.
— Entri, signora Maggià.
Era una donna dal volto segaligno, dal corpo assai florido. Grigia, con gli occhiali a stanghetta, portava un abito nero leggermente ricercato.
— Vorrei domandarle, professore, se comincerà con le visite o se prima farà il giro delle sale?
[pg!227] — C'è molta gente?
— Otto o dieci persone.
— Allora prima salirò. Venga, Rosales.
Depose nel portacenere la sigaretta ed uscì nel corridoio. Assistenti, chirurghi, medici, suore, infermieri, lo aspettavan su gli usci per salutarlo; egli rispondeva, di qua di là, con un cenno del capo, camminando veloce, seguìto a un passo di distanza dal suo primo assistente. Si fermava per stringer la mano ad alcuni, con una rapida cordialità. Mentre stava per salir le scale s'incontrò con un gruppo d'infermieri che ne scendevano, portando sopra una barella un malato verso la sala operatoria. Costoro si fermaron bruscamente per lasciargli il passo.
— Avanti, avanti! — egli disse loro. E guardò quella faccia supina, livida, scarna, che sbarrava attonitamente le pupille acquose, piene di paura.
— Un tumore al fegato, — gli spiegò sottovoce l'assistente, quando la barella fu passata.
Egli non intese, o non comprese; ma vedeva solamente la scala salire, lucida, innanzi a sè, con un tappeto di sole... confusamente salire verso l'invetriata fiammeggiante. Nel fondo de' suoi propri occhi vedeva una cosa futilissima: i gomitoli di lana con i ferri da calza, que' grossi rotondi gomitoli di Marcuccio Landi, e gli pareva udir ronzare dentro di sè il motivo di quella sua certa Canzone, che finiva in uno scoppio di riso tragico sul violino singhiozzante...
Ora camminava lentamente per le corsìe piene di luce, da un letto all'altro, visitando, interrogando. I malati gli sorridevano; le suore componevano le coltri sotto i loro menti gialli: l'assistente, con un libro in mano, prendeva nota delle sue prescrizioni. Scriveva rapidamente con una penna stilografica, facendo stridere la carta. Un malato aveva fame, l'altro voleva uscire, un terzo si lamentava, un quarto era gonfio e paonazzo di febbre così da non poter parlare.
Tutto questo lo stupiva un poco, gli dava non so [pg!228] quale sensazione d'irrealità, quasi non fosse più così utile come una volta curare i malati, ascoltare quel che dicevano, saper esattamente di che male soffrivano.
Anzi uno gli disse una cosa che lo stupì:
— Ma mi lasci morire, dottore... Cosa faccio al mondo io?
Egli, che prima non lo aveva quasi guardato, allora lo guardò. Era un povero vecchio, asmático, piagato, canceroso, al quale avevan rasa l'ispida barba a chiazze; una orrenda maschera contraffatta, con gli occhi semichiusi, ove permaneva un barlume di vita, la bocca bavosa, tra cui spuntava un po' di lingua nerastra. Lo guardò ed ebbe voglia di rispondergli: — «Hai ragione. Perchè cercherei di salvarti? Non v'è senso comune, quando un uomo vuol morire...»
Mentre la suora lo scopriva, egli vide che aveva le mani allacciate da un rosario. Siccome la suora voleva scioglierlo ed egli si rifiutava, le disse di lasciarlo stare e gli fece sollevar le braccia sopra il capo.
Di letto in letto la sua sensazione d'inutilità cresceva; e gli sembrò che fosse ozioso andar oltre, perchè i suoi assistenti eran tutti bravi giovani ed il meccanismo della sua Clinica poteva ottimamente camminare anche senza di lui. Egli era stato lontano alcun tempo, e tutto era in ordine, tutto s'era compiuto e si compiva con la regolarità consueta.
— «I malati guariscono perchè la natura li fa guarire; muoiono quando la natura li uccide. La nostra scienza non si riduce in fondo che ad una serie di tentativi empirici... Ora, il tentativo d'un altro, che ho pienamente ammaestrato, può valere il mio. Qui essi credono tutti, medici ed infermi, ch'io possieda qualche maravigliosa virtù di salvatore: ma è assurdo! Un giorno s'accorgeranno d'essere ad un dipresso quel ch'io sono, e questo farà nascere uno stupore immenso...»
Passava da una camerata nell'altra, meccanicamente, domandando ogni tratto il suo parere al Rosales con un'affabilità che non gli era solita. Entrava ora in [pg!229] una corsìa di donne, più silenziosa, più intima, ove nell'aria vagava un respiro di maternità e di sacrifizio, dove il dolore pareva essere più profondo e tuttavia più contenuto.
Le tende abbassate mitigavano il chiarore del giorno; in quella luce dorata i letti s'allineavano tranquilli. Una specie di riposo lo avvolse, come se la sua missione di curatore tornasse a parergli buona e come se un álito di riconoscenza muovesse a lui da ogni coltre su la quale si curvava.
— Come?... — domandò improvvisamente al Rosales; — come ha detto? qual'è il suo nome?...
L'assistente riaperse il libro che stava per rimettere sotto il braccio, e rilesse:
— Novella Júdice, di Urbino; affezione...
Egli non ascoltò più oltre; qualcosa di dolce, di soverchiante, gli commosse il cuore, come se da quel nome si partisse una infinita soavità e la donna chiamata con tal nome fosse un'ombra lontana, imprecisabile, di quell'amante che amava.
Prese un polso della malata e si curvò su lei pianamente. La faccia pallida riposava nel guanciale, delineata in un contorno di capelli biondi, così radi e lievi che parevano appena un velo fasciato intorno alla sua fronte. Era una giovinetta forse di vent'anni e sorrideva guardando il medico, la suora, comprimendosi la mano libera sul petto, quasi per un senso invincibile di pudore. I suoi docili occhi azzurri parevano domandar perdono d'essere tanto malata, e nel sorridere le guance scarne le facevan agli angoli della bocca due graziose piccole infossature.
Egli non contava affatto le pulsazioni dell'arteria, ma provava una strana dolcezza nel toccare quel polso accelerato e fioco, nel guardare quella miserrima fanciulla, che aveva il nome d'un'altra, il nome ch'egli portava in sè.
— Vi sentite male? soffrite? — domandò egli, come non avrebbe domandato un medico ma un affettuoso [pg!230] parente. Poi le passò una mano su la fronte per consolarla e disse:
— Coraggio! Guarirete presto, molto presto... ve lo assicuro.
Il sole, dalla finestra di fronte, dorava i suoi capelli vaporosi, e quel sorriso buono, come d'una bambinella ferita, continuava su la sua bocca smorta...
Dopo aver compiuto il giro delle sale, andò a visitare i malati che abitavan nelle camerette solitarie, simili a celle d'un monastero; poi, sceso a pianterreno per un'altra scala, s'indugiò a discorrere con il Rosales in quel breve ándito che da una parte sboccava nel giardino, dall'altro sopra una corte.
In quella corte precisamente v'era un carro mortuario, fermo, attaccato con un solo cavallo; il cocchiere, sceso di cassetto, s'era tolto il cappello e facendosi vento discorreva con un cuoco.
— Cosa fa quel carro? — domandò il Ferento.
— Professore, le ho riferito dianzi ch'è morto il vecchio Celsi, del riparto chirurgico; morto ieri, nove giorni dopo l'operazione.
— Ah, infatti... — egli mormorò. — E lo portan via ora?
— Credo.
— Voglio vederlo, — disse con rapidità. E scese per la scaletta sotterranea che conduceva nella sala refrigerante, ove si deponevan i cadaveri dopo averli sottoposti a necroscopìa. L'assistente lo seguiva.
— No, lei vada pure, — disse il Ferento.
Giunse in fondo; aperse l'uscio; fece qualche passo nella fredda stanza, chiara d'elettricità. De' sei tavolacci di zinco, cinque eran vuoti e risplendevano; su l'altro era steso un grosso involto bianco, simile ad una statua supina ravvolta nella sua tela.
L'odore acre dei disinfettanti mordeva l'aria, e gli sembrò di riceverne un senso di stordimento.
Fece per avvicinarsi al cadavere, ma, poichè la porta erasi rinchiusa, tornò indietro e l'aperse in bílico.
[pg!231] Di nuovo ne' suoi confusi occhi, apparvero que' gonfi e tondi gomitoli dello scemo, con i ferri da calza; di nuovo gli cominciò a ronzare nelle orecchie la nenia del violino singhiozzante.
S'accostò al cadavere, ed ebbe voglia di scoprirlo; ma gli parve che le sue mani incontrassero una certa difficoltà nel compiere gli atti necessari.
Le sue mani di fatti non si muovevano; ma egli provava un piacere ansante nello star presso a quel cadavere, il piacere pauroso che si prova stando su l'orlo d'un precipizio.
«Se chiamassi un guardiano per farlo scoprire?... No, è inutile.»
Le lampadine elettriche bruciavano dal soffitto basso in un cerchio di luce immobile, mettendo a nudo il groviglio del lor filo incandescente, il quale pareva complicarsi.
«Che idea di voler vedere questo morto? A che serve? No, me ne vado.»
E non poteva muoversi di lì; sentiva il bisogno, la tentazione, di guardare quella faccia; tuttavia non sapeva risolversi a mettere la mano su quel lenzuolo.
Gli tornò in mente il carro funebre che attendeva nella corte, il cocchiere senza cappello che parlava con il cuoco.
«Ho capito: è già pronto per esser chiuso nella cassa; meglio non toccarlo. Me ne vado.»
Ma nel medesimo tempo, come se le sue mani ubbidissero ad un'altra volontà che la sua propria, sollevò il rovescio del lenzuolo che gli doppiava sul volto e ne aperse i due lembi, scoprendolo fino a metà del petto.
Era una faccia senile, glabra, gonfia, cinerea, che pareva sprofondata nelle sue mascelle, rientrata nel collo quadrato, per insaccarsi entro la convessità delle spalle. Il petto era sezionato da una lunga ferita verticale, nera su gli orli di grumi sanguigni ed imbottita di bambagia.
[pg!232] Egli guardava senza ben comprendere, anzi gli pareva di dover cominciare, davanti ad una classe di allievi invisibili, un corso di anatomìa... Poi gli parve di trovarsi, come s'era già trovato un'altra volta, nella necessità di sollevare quel corpo rigido su le sue braccia restìe, per riportarlo a giacere in un letto, ma scivolando, senza far rumore... Gli parve a poco a poco di riacquistare un suo stato d'animo anteriore, di retrocedere in una forma di sè stesso già lontana, già dispersa, e che le lampadine si spegnessero d'un colpo, — le quattro lampadine appese alla volta sotto il riflettore di metallo bianco — e la glabra faccia senile divenisse quella d'un altr'uomo, la faccia serena che lo guardava dalla morte, senza rancore...
Rapidamente la ricoverse con il lenzuolo, si battè insieme i due polsi per darsi vita, e risalì.
Volse un'occhiata nella corte: il cuoco se n'era andato; il cocchiere, appoggiato al muro in un angolo d'ombra, fumava tranquillamente; il vecchio cavallo nero dondolava la coda per scacciare le mosche.
Gli parve che il sole fosse una polvere in fiamme, una rossa nuvola piena d'avvolgimento...
«Cosa devo ancor fare?... Ah, sì!...»
E rapido si volse; infilò il lunghissimo corridoio che traversava tutta la profondità dell'edificio, rotto nel mezzo da un padiglione vetrato, che imbiancava le stuoie d'una rotonda chiarità; lo percorse velocemente, facendo co' suoi passi un rumor forte sul linoleo brillante; sentiva il bisogno di parlare, di agire, di ridere.
La Direttrice gli veniva incontro.
— Sì, éccomi, signora Maggià! Li faccia entrare.
— Senta, senta, — chiacchierava la Direttrice correndogli appresso; — il professor Damiato e i due chirurghi primari son venuti varie volte per salutarla. Vuole che li chiami?
— Sì, li chiami, grazie.
Ed entrato nello studiolo, accese una sigaretta, respirandone il fumo con ingorda voluttà.
[pg!233] L'olea frascheggiava piano piano, con uno sciacquare di foglie rumorose, facendo piovere le sue minute fioriture candide, sperdendo in larghe ondate il suo voluttuoso buon odore; nel giardino si udiva un passo lento e pesante camminar su la ghiaia; dalla città lontana saliva un rumor confuso, interrotto spesso dal fischio d'una locomotiva, dagli urli vorticosi, lamentosi, che nell'alto sole del mezzodì, con furia lanciavano le sirene.