XINel breve tratto che percorse dalla camera di Giorgio a quella dove l'aveva ucciso, il suo delitto gli parve già remoto nel tempo, già retrocesso in una di quelle lontananze mentali che l'anima ismemorata varca in un baleno. Sicchè, nell'aprir l'uscio, quella poltrona rimasta nel mezzo della camera l'urtò quasi nel petto, come una realtà impreveduta, e fu sì forte il suo stupore, che da prima non osò inoltrarsi.— «Io sono Andrea Ferento: un uomo che sa di avere ucciso, — raccontò a sè stesso. — Un uomo che dovrà vivere congiunto con la memoria di questo atto incancellabile.»[pg!139] — «Ebbene? — si rispose; — la vita prosegue nella sua necessaria vicenda: il cadere d'una piuma d'ala non turberebbe altrimenti l'equilibrio immutevole delle cose. La terra non fa che ingoiare una bara di più. Ora la tua strada è sgombra: cammina!»Gli avveniva molto spesso di dialogare fra sè medesimo come fra due personaggi discordi, quasi per appurare da qual parte di sè fosse la ragione.La strada è sgombra?... Sì, gli pareva; sgombra e facile, certa e radiosa. Bastava ormai rimuovere da' suoi passi l'ostacolo più immediato: quella poltrona che propagava intorno a sè una così pesante ombra, quel mobile di legno e di cuoio che pareva contenere nelle vuote braccia l'estremo fantasma del suo delitto. Bisognava insomma, dopo tanto coraggio, non vacillare nella propria incoerenza, non attribuire a quella «cosa», nè alle altre che son prive d'anima, un significato umano.E fattosi animo, afferrò l'inerte mobile per le due braccia vuote, lo sospinse con una specie d'iracondia nell'angolo dove abitualmente stava, robusto e quasi benevolo, in attesa di reggere una stanchezza. Poi, sentendo il bisogno d'un felice respiro, aperse intera la finestra e s'affacciò verso la notte imbrillantata, che adagiava su la terra calma i suoi fantastici padiglioni di stelle.Tante ve n'erano e così folte, da parere uno sterminio di mondi luminosi, una polvere cosmica in ardore, una fosforescenza d'atomi dispersi dentro una sfera di cristallo. Le bianche vie planetarie, le immense fiumane del cielo straripavan di luce in praterie stupendamente azzurre, tendevan dall'uno all'altro emisfero un miracoloso arco siderale, che pareva navigar nell'infinito come una vela gonfia d'immensità.Cos'era la fine d'un uomo in quella eterna bellezza? Cos'era più, in quel silenzio parlante, il piccolo silenzio d'una bocca suggellata? Cos'era il senso d'una parola umana dentro quella trasformazione perpetua, che andava [pg!140] dall'inconoscibile verso l'ignoto, travolgendo seco infinite agonìe, facendo scoccare innumerevoli vite nel fulgore d'un istante?Fibrule, atomi, pulviscoli, o uomini, perchè urlate? Cosa scaglierete di voi contro questo immenso andare? O fuscelli nella bufera, o piume nel vortice, cosa importa mai all'Assoluto, che voi diciate: — Vivere... — che voi diciate: — Morire?...Stelle, stelle... vertici di splendore accesi al sommo del nostro pensiero, faville irradiate da noi, parole che brillano!... distanze forse immaginarie chiuse nella nostra pupilla, ombre forse di una luce invisibile, cancelli d'oro invarcabili della umana prigionìa!...O piume nel vortice, o fuscelli nella bufera, cosa può essere il vostro lieve schianto nella ecatombe universale che il Tempo divora camminando, come un affamato mai sazio?L'oblìo, l'oblìo, l'oblìo!... più dolce fra tutte le cose, poichè vuol dire non conoscere, non affaticarsi a conoscere, ma passare...Gli parve che tutto il mondo in quell'attimo avesse un colore di miracolo, e solo percepiva, con una specie di attenta gioia, il fluire del Tempo. Egli lo sentiva trascorrere in sè come l'acqua traverso un filtro; aveva chiara la sensazione che una parte del proprio essere, forse la più immonda, si sperdesse così nell'infinito, e gioiva di questa purificazione con una lunga e lenta voluttà.Il Tempo era un nettare che l'uomo beveva per dimenticarsi dell'attimo anteriore, per allontanarsi dalla sua spoglia vicina.Poi, quando si fu ristorato in quell'aria balsamica e si fu cullato quasi per ozio in questi erranti pensieri, d'un tratto gridò a sè medesimo:— «Non sei che un istrione! Cerchi di recitare la vita perchè hai paura di viverla! No, la tua parola è un'altra, più bella che «Dimenticare...» La tua parola è: «Potere!»[pg!141] Aspirò un largo sorso di quell'aria vivida, così gran sorso quanto spazio era ne' suoi polmoni capaci, e ripetè a sè stesso con la forza di una intimazione:— «Sì, potere! Potere con gioia!»Allora la faccia di colei che amava gli risalì nell'anima come la ghirlanda del suo peccato, e gli parve che affiorasse nel suo pensiero da una profondità quasi remota, per essere la sfera, il cardine, intorno a cui roteava tutto lo splendore dell'universo.Ella era veramente, nel suo spirito, sovrana ed unica: più in là che il senso delle cose, più in là che la negazione. Di lei sola, di questo solo amore, il suo cervello analitico non cercava ragione. S'era preso d'amore e l'amava, senza mai tentare una ribellione qualsiasi contro l'ebbrezza che questo perdimento gli dava. Se tutta la sua vita d'imperio, d'indagine, di lotta, era contro una dedizione così assoluta, se la sua fredda mente poteva sorridere di questo piccolo nome: «l'amore» — un altro spirito nel suo spirito, un altro cuore nel suo cuore, s'eran lasciati stravincere da lei, e non insidiosamente, ma d'un tratto, e non con il terrore di perdersi, ma con un senso di barbara felicità.L'amava!... era pieno il mondo di questo amore esultante!... le cose tutte visibili portavano il segno impresso di questa ebbrezza del suo cuore! Tutto le assomigliava, tutto proveniva da lei; era nel tempo e nello spazio, nell'attimo e nell'eterno, era l'arteria della sua vita molteplice, era, nel suo mondo negativo, la conclusione sintetica ed infinita che il credente riassume in Dio.L'amava! era immischiata ne' suoi sensi come il profumo nella musica della primavera... l'amava come si ama un assurdo, come si professa una follìa.Allora subitamente si sovvenne de' suoi dolci capelli, della sua tepida bocca lasciva, degli occhi suoi, non timidi e non forti, che parevano continuamente mutar colore, soffrendo quasi la gioia di una contenuta voluttà; si risovvenne delle sue bianche spalle, che tramandavan [pg!142] l'odore d'una soavissima cipria e parevan simili a grandi ventagli sparsi di rugiada scintillante. Cominciò a seppellirsi piano piano sotto la memoria delle sue carezze, con l'oblìo di chi s'addormenta sotto una pioggia insensibile di fiori. Ogni ombra, nella notte infinita, conteneva per i suoi occhi una lontana sembianza di lei.D'un tratto, nel pensiero, lucida, gli emerse una certezza:— «È mia!»Comincerebbe da quell'ora tragica un patto indistruttibile fra loro. Egli poteva dirle, doveva dirle senza indugio, che nulla più li separava dalla troppo attesa felicità. E bisognava inoltre chiamarla, per vegliare insieme quella lunga vigilia, soli, serrati, muti, nell'ambigua vicinanza della morte, nel chiarore delle stelle.Era stato verso di lei così nemico in quell'ultimo giorno, ch'ella certo non avrebbe osato avventurarsi fino alla sua camera come faceva nelle trascorse notti, quando l'infermo s'addormentava, o talvolta nelle ore vicine all'alba.— «La chiamerò.»E si mosse.Ma lo turbava il pensiero di trovarla nel suo letto, spogliata, e gli parve a tutta prima inverosimile di potersi ancora una volta ritrovare con lei, parlarle, dirle sopra tutto quella parola ch'era necessario dire. Tuttavia giunse fino alla sua porta, l'aperse, intese il rumore del suo corpo, che al lieve cigolìo dell'uscio si volgeva nelle coltri.— Dormi?... — egli domandò soffocatamente.— Sei tu, Andrea?... Dormivo appena.— Lévati.Ella riconobbe nella sua voce un non so che d'insolito.— Che fai su l'uscio? Entra.Egli ubbidì; ma rimase immobile, un passo oltre [pg!143] la soglia. Sollevata sui cuscini, ella invece lo chiamava a sè allungando un braccio.— Cos'è accaduto?Andrea rispose:— Nulla.— Sta male?— Chi?— Ma... Giorgio...Egli fece una lunga pausa prima di rispondere, poi disse ancora:— Lévati.Ella respinse le coltri, e scivolando giù dalla proda cercava coi piedi bianchissimi le pianelle sul tappeto.— La mia vestaglia... dammi la mia vestaglia, — lo pregò, per non mostrarsi ritta in camicia. E soggiunse: — Là, sull'attaccapanni.Allora egli la vide, la prese e gliela portò. Ma invece di vestirla, ebbe voglia di avvolgerla, così com'era, in un bacio iroso. Non lo fece. Ella si fasciò nella vestaglia, e guardandolo dubitosa, interrogava:— Che hai? Che c'è?— Vieni, — egli disse volgendosi; — vieni.Lieve, movendo un fruscìo di seta che nel silenzio pareva sonoro, lo seguì, scivolandogli appresso, finchè furon entrati nella sua camera, ove si chiusero.Là v'era più luce, ed ella così alterato lo vide, così livido, con gli occhi tanto sbarrati, che non pareva più lo stesso uomo. L'afferrò per le braccia, impaurita:— Che hai? Che hai?Egli volle sorridere, ma la sua bocca si contorse in una smorfia, e tacque.Fino allora egli non s'era trovato che solo. Ma ora, come gli pareva strano aver dinanzi un testimone! Come diversamente suonava la parola «morte», nel passare come un'eco dentro il proprio silenzio interiore, o nel doverla comunicare con la bocca, in forma d'annunzio irreparabile, ad un orecchio che l'ascolti!«Morte...» due veloci sillabe, cinque segni dell'alfabeto, [pg!144] che hanno il più vasto senso di tutta la comprensione umana. Parola che nulla distingue dalle altre quando la si pronunzia come un'immagine, ma che diviene fredda, greve, assoluta, quando è detta in testimonianza del cadavere, quando si abbatte come un'ala senza volo su la materia che giace...Allora ne misurò in sè stesso tutto lo spavento, e gli parve che, più del fatto, fosse impossibile a dirsi la parola. Ma questa risonava dentro il suo cervello, immensa e micidiale, come il rumore d'un grande stormo di corvi che invadessero l'aria buia.Sentiva nel medesimo tempo l'orrore della tragedia e il turbamento della sua presenza feminea, della sua bellezza così poco nascosta, che gli pareva oltremodo impudica, in quella camera, in quella cornice di morte.Ancor prima di parlarle, capì che da quell'annunzio ella si sentirebbe scaturire nell'anima involontariamente una paurosa gioia... Ma egli qual gioia ne avrebbe, ora e mai più, egli che doveva da solo portare il peso dell'orrendo segreto?Le lunghe maniche della camicia da notte, apparendo fra quelle più ampie della vestaglia, le scendevan sino ai polsi, li serravan in una frangia di pizzi; anche sul petto, lungo la scollatura, una trina frivola biancheggiava intorno alla seta; quell'odore del lino tenuissimo ed il vestigio di non so qual profumo impregnatosi nella stoffa parevano stringere la bella creatura in un cerchio d'impurità. Era troppo soave, troppo feminea, per ascoltare la morte.Chiuse gli occhi e la dimenticò. Ma insieme i lievi pizzi della sua manica gli toccarono la fronte.— Che hai? — gli domandava l'amante, carezzandolo. — Parla; mi fai paura.Ed anche nella sua voce continuava quel profumo, quel respiro d'impurità. Egli ebbe un momento la tentazione di farla patire, d'infliggerle un tormento che fosse uguale al suo; ma l'amava, l'amava, era tutto il suo mondo, la vita era piena di lei... Che bel colore [pg!145] avevano le sue guance, come d'un rosato avorio, d'una madreperla venata!... Che dolce disegno, che rossa umidità per le sue labbra! E ne' suoi capelli ed in tutta la persona, dalla fronte al piede, che terribile fascino sensuale, che infinita voluttà!...— «Ora, — egli pensava, — è mia.»L'uomo brutale, che non conosce argini al suo desiderio di possesso, in questo pensiero s'innebriò. Gli corse per le vene, quasi facendo rumore, una potenza nuova, gli battè contro i timpani una musica violenta, piena di vittoria; nelle sue pupille fulse un raggio di luce. Con forza, quasi la ghermisse ad alcuno che fino allora gliel'avesse contesa, la strinse nelle sue braccia e la serrò contro il suo petto virile, fortemente, lungamente, senza dirle nulla, in una specie di convulsione, per appalesare su lei questo pensiero: «È mia!»Ell'amava la sua forza, e si rendeva piccola, si lasciava tutta ravvolgere dalle sue braccia, sopraffare dalla sua violenza, carezzandolo senza far mossa con il suo corpo di velluto. E sentiva con gioia le mani dell'amante farle un nodo quasi doloroso fra le cedevoli spalle, mentre, con la faccia rovesciata sotto il calore della sua bocca, si sentiva percorrere dal suo respiro come da un maraviglioso bacio.Che piccola cosa era per lei, in quell'attimo, tutto il resto del mondo! Com'era sua fino all'ultima vena, senza pensiero, senza lotta, senza dubbio, sua con felicità!— Mi ami?... — bisbigliò. Ella non poteva sospettare altra cosa che l'amore, non cercava che di accrescere la sua gioia, parlandone, costringendolo a parlarne. Ma egli stava muto; aveva un non so che di crudele su gli orli della bocca, nel riso che gli scopriva i denti lucentissimi.L'attrasse, la portò con sè vicino alla finestra, perchè gli pareva di allontanarla dalle cose circostanti affacciandola verso la notte libera.— «Griderà, — pensava — se io le dico...»[pg!146] E preparò la mano per soffocare quel suo grido. Voleva dirlo súbito, e gli pareva tuttavia non possibile a dirsi.Ma il suo viso parlò prima della bocca, le sue pupille arsero d'una luce quasi nefasta.— Odimi... e non gridare! Odimi!...Le teneva ora le tempie, il viso, fra i due palmi, serrato; era curvo su lei per afferrarla nella sua tragica volontà.— Non gridare... bada! Una cosa terribile... bada!E scandì queste parole inesorabili: — «Tuo marito è morto.»Più veloce che nel dirlo, e prima di compiere l'intera frase, le attirò la faccia contro il cavo della propria spalla e col braccio le avvolse il capo come d'un manto, per soffocare il suo grido.Non intese che una specie di rantolo nella sospensione totale del respiro. Allora, sciogliendola da quella stretta, le si curvò presso l'orecchio, e lentamente, con una specie di misura, disse un'altra volta:— È morto: l'ho trovato nel suo letto... morto.Ella barcollò, sopraffatta. Un enorme stupore tenne per un istante immobili tutte le linee del suo viso. Poi si sciolse da lui quasi per istinto e retrocesse nel vano della finestra, urtando contro l'invetriata aperta, senza dare il grido che si mozzò nella sospesa vita.Dietro lei, come un placido specchio, il vetro acceso dalle stelle raccoglieva lo splendore della sua nuca, l'ombra confusa de' suoi capelli, che immersi nel pieno raggio divennero scintillanti. Fra loro, in quella pausa, restò uno spazio vuoto, che parve il limite necessario fra le lor anime distanti.Poi ella fu presa da un tremito, e balbettava come nella febbre parole incoerenti; cercava di ripetere a sè stessa quella frase indicibile, quasi per esaminarne il senso, per radunare davanti all'anima spaventata l'inafferrabile verità.— Morto?... è morto?!...[pg!147] Ed ancor prima che il dolore potesse scenderle fino al cuore, un velo di lacrime le bagnò copiosamente la faccia. Lacrime che si staccavano dagli occhi fermi, cadevan come grosse gocciole senza lasciare un solco; poi, di súbito, cessarono. Allora si mise a ridere d'un riso convulso, e torceva le braccia verso di lui, forse per afferrarlo, forse per allontanarlo da sè, mentre la sua bocca ridente balbettava:— No!... non è vero... no! Dimmi che non è vero!Egli le prese i due polsi, forte, quasichè avesse una irosa gelosia del dolore che vedeva in lei, e disse un'altra volta, scuotendola:— Sì, sì, è morto.In quella scossa, in quel disordine subitaneo, la vestaglia s'era slacciata; si vedeva la camicia lieve scenderle fin su gli stinchi politi; l'ombra del suo corpo ne traspariva, come da un velo tenue che tradisse l'intera nudità; i seni spaziosi, contenenti nella lor distanza la doppia increspatura delle trine, calmi e pur quasi violenti nella loro ertezza, di qua, di là pungevano con l'oscuro vértice il finissimo lino.Egli n'ebbe, anzichè turbamento, una specie di dolore fisico al sommo della fronte, alle radici dei capelli, e nei polsi, e nell'arterie del collo, dove batteva più celere l'impetuosa vita. Gli pareva che sopra le corde vigili de' suoi nervi corressero due sensazioni diverse, che si mescevano e s'uccidevano insieme: una era un brivido, ma di terrore, per quel fantasma del morto; l'altra era un brivido, ma di gioia, che gli veniva dalla bellezza di lei, dall'immagine del suo corpo seminudo — e questa era senza dubbio la paura più forte.Tutto aveva saputo vincere nella vita, e, fin dove può la comprensione dell'uomo, tutto ridurre al piccolo senso effimero, al piccolo valore transitorio d'un fenomeno umano; tutto, ma non la forma di quelle sue membra femminili, ch'erano per lui quasi una tentazione soverchiante, quasi un bene che andasse oltre la possibilità del suo medesimo desiderio, e fosse una [pg!148] specie di potenza maravigliosa, calamitosa, alla quale avrebbe tentato invano di sottrarre il suo spirito e la sua carne.Quand'ella passava, o s'appressava, od un'eco portava la sua voce, o per un filo d'aria si diffondeva il suo profumo, od il suo nome fosse detto da alcuno, o per avventura gli accadesse di vedere inattesamente un oggetto suo, ne riceveva nell'anima e per le vene un tremito che gli faceva male, che gli dava una specie d'inquietudine oscura, di desiderio affaticante; quand'eran soli, quando la baciava, e pur quando nella brevità delle furtive notti ella era nelle sue braccia perduta d'amore, invano cercava di bere dentro quel cálice un sorso che fosse pari alla sua sete, o che potesse, per un poco almeno, placare l'ansia che lo struggeva di lei, spegnere la febbre incontentabile che gli faceva dallo stremo nascere un desiderio più forte.L'amava, sì, ma più grande forse di questo sentimento era il terrore di non poterla amare abbastanza, la paura ch'ella valesse più di quanto poteva il suo desiderio da lei attingere. Breve gli pareva il tempo, la gioia dell'uomo fugace, inane la forza dell'uomo, — e la sua bellezza infinita. Onde l'amava con dolore, con disperazione, come un uomo che si accorga del tempo veloce, e tema, in ogni attimo trascorso, di avere dimenticata una felicità.Ecco, ed egli s'accorse che davanti all'annunzio di quella morte il suo primo impulso era stato un rifiuto, era stato — o gli pareva — un immenso dolore. Ella dunque non voleva che fosse morto. Il suo cuore d'amante non le aveva per prima cosa fatto splendere negli occhi un lampo sinistro di gioia. No; ell'aveva detto per prima cosa: — «Non è vero! Non è vero!...» Per prima cosa ell'aveva tentato quasi di farlo rivivere, anzi aveva retrocesso da lui, da lui s'era sciolta, quasichè sentisse per istinto l'orrore della sua mano micidiale.Egli misurò velocemente le conseguenze più lontane [pg!149] di quello che immaginava, e giunse a non avvedersi del cammino che quella rivelazione faceva nella mente oppressa dell'amante, precisandosi a poco a poco, divenendo per gradi una verità immediata e dandole agio di misurare a sua volta il senso reale di quelle due parole così repentine: — «È morto.»Súbito ella non aveva compreso, od almeno era stata una sensazione così forte, che l'aveva solo accerchiata senza trovar ádito in lei. Ma ora lo vedeva: per comprendere, lo vedeva. Era fermo, steso, freddo, non moverebbe mai più la mano per chiamarla, non direbbe mai più: — Novella...E guardando queste immagini, s'avvicinò di nuovo all'amante. Gli afferrava ora un braccio, si premeva contro di lui, rifugiandosi nella sua forza, nascondendo presso quel ruvido cuore di maschio la sua tremante anima.Poi cominciò a mormorare:— Perchè è morto? Perchè?Ella esprimeva male il suo pensiero; voleva domandargli: — Come? dove? quando? in qual maniera, per qual ragione è morto? E dov'è? — Anzi lo disse:— Dov'è? Ma súbito si ristrinse a lui con più tremito, quasi temendo che fosse lì vicino, lì per intorno, e che nel volgere gli occhi dovesse vederlo d'improvviso.Egli spiegò, senza batter ciglio:— L'ho trovato immobile nel suo letto; l'ho chiamato: non s'è mosso: l'ho toccato: era freddo.Ella disse ancora, ma lo disse altrimenti:— No...Il buon odore del suo petto empiva di fragranza il respiro dell'amante.Senza saperne il perchè, ella ebbe la sensazione che bisognasse non dir nulla ad alcuno, tacere, non svegliare la casa e mantenere nascosto fra loro, come una involontaria colpa, quell'orrendo secreto. Ma appunto perchè aveva questa sensazione, fu tratta a pensare il contrario, a credere che si dovesse gridare, far rumore, chiamarli tutti; balbettò:[pg!150] — Il babbo...Egli le prese forte una spalla:— No, taci.— Perchè?Non sapeva rispondere; disse:— Aspettiamo.Ora ella non piangeva più; aveva solo un tremito nervoso dai calcagni alla nuca, e nella gola gonfia un nodo che ogni tanto si scioglieva per rinserrarsi più forte. Andrea s'accorse ch'ella potrebbe avere un qualsiasi dubbio intorno a quel divieto, e cercò di spiegarle perchè fosse conveniente aspettare.— Più tardi li chiameremo, — disse. — Ma ora sono così stordito, che non potrei parlare con altri se non con te. Anzi tu pure...— Sì, sì, io pure... — ella si affrettò a dire, quasi contenta di esaudirlo e di sentire infatti come lui.Ma egli non trovò la spiegazione sufficiente e soggiunse:— Ho voluto prima dirlo a te, perchè stamane, quando lo vedranno, bisogna che noi siamo preparati; noi due che...— Sì, sì, hai ragione.Allora quel lampo ch'egli voleva subito vedere negli occhi dell'amante, le traversò le pupille, facendole stringere più forte il braccio che gli teneva e soffermando il suo tremito in un'altra sospensione, ma vertiginosa, della vita. Ora soltanto aveva guardato, aveva potuto guardare al di là da quella morte.Si nascose ancor più contro la sua persona e disse all'amante, con una specie d'insidia: — Ho paura...Egli ebbe un atto d'amore, d'amore casto, e le posò su la fronte le labbra che l'amavano. Ma quel bacio era per rassicurarla, per proteggerla, ed egli cercava d'essere immemore, onde il suo bacio non rasentasse la colpa.Alte, nel miracolo della notte, le stelle, così numerose che parevan nel deserto cosmico una bufera di [pg!151] polvere in combustione, infuriavano di splendore come fosforo avvampato, come resina in fiamme, come cristallo frantumatosi nella sabbia, quando vi sfólgora il sole. Ciascuna era un lampo ed era un mondo, ciascuna mesceva la sua fiamma, propagava il suo rogo nella raggiera dei mondi vicini.La notte bruciava ne' suoi vertici, aveva, sopra il suo fosco edificio invaso d'ombre una cupola incendiata; l'eternità era espressa in luce, l'infinito aveva i suoi limiti nella magnificenza del fuoco.Avvinti, si affacciarono verso la notte che roteava; e come se il moto dei mondi li afferrasse in un fantastico volo, tutto quanto avevano in sè di greve, d'umano, di turpe, si sciolse in una specie d'annientamento. Entrambi si sentiron così lievi, da credere che la lor materia purificata salisse come fumo, così lievi, da perdere fin la memoria di sè, ma non la memoria d'essere in quel volo congiunti e non la certezza dell'amore che li portava, come liberi spiriti, nell'apoteosi del cielo roteante.La capacità buia delle lor anime diveniva un cerchio di stelle: nei lor sensi ricolmi d'oblìo una sorda felicità sgorgava come un canto...Allora ella chiuse gli occhi ed incominciò a sognare. Un sogno era il suo, dove la morte già era passata oltre; la morte non era più che una parola remota, un volo d'ali nere lontananti senza rombo, nell'oblìo. Qualcosa d'indefinito, e pur di grande, le fluiva nell'anima, già troppo simile ad una paurosa felicità. Non sapeva d'essere precisamente una donna liberata, padrona di offrirsi con pienezza, con veemenza all'amore, ma le pareva che un'altra sua simile, una sua sorella interiore, avesse già cominciato a vivere in un'atmosfera inebbriante, a spaziare in una libertà senza confini, e di lei sentiva battere il cuore gaudioso nel viluppo del suo cuore atterrito. Una bocca, non la sua propria bocca, nascostamente in lei rideva, ma d'un riso involontario; questa esultanza temuta invadeva l'emisfero [pg!152] notturno, percorreva la materia come un'oscillazione lucida, fiammeggiava nell'ombra, cantava nel silenzio, volava nell'infinito, fra le stelle, come un turbinìo di polvere d'oro...Ella era piena fino alla gola di felicità e di spavento: non sapeva quale fosse più forte, non sapeva in cosa la gioia fosse dissimile dal terrore.E poichè nessuna commozione dello spirito può non avere le sue latenti radici nella carne che portiamo, ella si sentì colmata in ogni vena d'una felicità sensuale che l'affaticava come un godimento soverchio e le stordiva il cervello, quasi avesse da poco soggiaciuto ai più violenti baci. La stessa catena li stringeva; questa catena era fatta dal lor medesimo silenzio, era tanto più serrata quanto più s'impaurivano di doverla subire. Creature ultrasensibili, affratellate dalla diuturna colpa, egli avvertiva ogni tremito nella sua compagna, ella ogni tremito in lui.Sapeva di far male stando così aggrappata contro la sua spalla, sentendo l'aspra muscolatura dell'òmero e del fianco virile premere contro la sua persona, entrarle quasi nella carne discinta: però da lui non si poteva staccare, quasichè il contatto le fosse indispensabile per proteggersi dalla paura. Egli a sua volta, pervaso da quella tepida morbidezza, non sapeva respingerla nè interrompere con un moto qualsiasi quella troppo soave corrispondenza, ed anzi gli pareva necessario di avvincersi a lei, di mescersi con lei totalmente, per investirla del suo delitto, imbeverla della sua colpa ed avvogerla quasi d'una inconsapevole complicità, poichè sentiva che mai, mai più potrebbe farlo, se non tosto, se non nell'ambiguo silenzio di quell'ora notturna, lì, nella camera dov'egli aveva ucciso, a pochi passi dal morto.Questa coscienza divenne così forte in lui, che ad un certo momento premeditò d'assoggettarla ad un amplesso, perchè una comunione anche fisica fosse tra loro in quell'attimo di spasimo e di terrore, quand'egli, [pg!153] tenendola fra le braccia, palpitante, come nella stessa prigione del suo delitto, le direbbe su l'orlo della bocca, nell'umido bacio più ansante, le direbbe nel fuoco del piacere, così da insozzarla per sempre, le direbbe in guisa ch'ella dovesse o morirne o riderne, «ch'egli stesso, proprio da sè, con la sua mano, volontariamente, lo aveva ucciso...»Non era questo un legame di complicità che l'avrebbe con lui serrata, per sempre, nel nodo micidiale? Non era questa una profanazione ch'equivaleva all'aver veduta con i suoi propri occhi l'opera criminosa, ed esservi stata consenziente, anzi all'aver data la morte con una più sottile crudeltà? Non avrebbe in tal modo portato anch'ella il cadavere su le braccia? ora e per sempre, il cadavere su le braccia?...Gli pareva che fosse tra loro una disparità incolmabile: quel morto appunto, che a lui solo doveva la morte, che per sempre giacerebbe nel suo solo cuore. Insieme la incolpava d'essere così bella, per lui così bella, da rimaner femmina ed amante anche in quell'ora nefanda, così bella da far sì che il profumo della sua carne viva soverchiasse l'odore nauseabondo del cadavere, l'odore immaginario, che ad intervalli credeva di sentir effondersi nell'aria contaminata. Anzi egli non sapeva scindere una cosa dall'altra: il nudo corpo di lei si vestiva d'un lenzuolo funebre, come, ne' suoi occhi allucinati, la visione macabra del morto non poteva in alcun modo separarsi dalla profana immagine della sua nudità.— «Se tu mi ami, — le diceva senza dirlo, — e se vuoi che t'ami, devi entrare nel mio delitto, farti orrida come io sono, mescolarti con me nel suo feretro, sapere quel che so. Bisogna che tu veda presenti, com'io li vidi, i suoi occhi quando si spensero, e che tu senta nei timpani, inscindibile fra tutti i rumori delle cose, quel rantolo che gli strozzò la gola quando il veleno gli giunse al cuore. Perchè, se io non t'avvinco al mio delitto, forse tu mi odierai...»[pg!154] E la notte passava immemore, nell'alto cielo, con fulgori che parevano tralucere da un continuo dissolvimento. Era quasi una canicola notturna; l'oceano mondiale pareva una sola onda frantumata in milioni di brillanti. Ma ella era per lui più vasta che l'immenso infinito, e gli affluiva per ogni senso nello spirito, colmandolo di un totale oblìo. Per poter ragionare, chiudeva gli occhi davanti al pericolo della sua bellezza, tentava di sottrarsi a lei, come al potere d'una droga meravigliosa, che lentamente l'ubbriacasse. Non vederla, non udirla, recidere i sensi bisognava, per non cadere in lei come in un vortice senza fondo, per non amare al di là d'ogni cosa la sua dolce bocca umida, i suoi labbri cosparsi di peccato.Allora, per quella particolare incoerenza la quale talvolta ci sospinge a fare il contrario di ciò che pensiamo, si volse e la guardò. La guardò con sospetto, come s'ell'avesse potuto sorprendere i suoi pensieri, tanta era l'affinità che li stringeva. Ne' suoi limpidi occhi non vide alcuna lacrima, e solo vide il riflesso della notte stellata che dentro vi splendeva come in un puro cristallo. Ella guardò lui medesimamente, con quel sospetto femminile che traluce dagli occhi della donna turbata; e rattennero entrambi il respiro, quasi temessero che la sensazione del loro fiato li spingesse ad un bacio. Ella fece un atto, come se avesse freddo, e si fasciò la vestaglia intorno alla gola, dove il disegno delle vene, tra la pelle bianchissima, tesseva una illuminata ombra. In quella luce obliqua egli vide brillare come fosse d'oro la vellutatura bionda che le nasceva sul principio del collo, intorno alle radici dei capelli. Il suo profilo si disegnava nella vetrata in una macchia di fulgore.Non mai, non mai come allora comprese la sua bellezza, comprese che la sua bellezza era una cosa malata e lasciva, tutta commisturata di vizio, d'odore, di tepore, e, mentre la guardava, immaginò il pericolo che un altr'uomo la possedesse.[pg!155] Da che l'amava non aveva mai conosciuta gelosia nè creduto ch'ella potesse da lui dividersi; — ma ora che aveva ucciso, per una strana successione d'idee comprendeva che questo fatto poteva strapparla dal suo possesso, far sorgere un'avversità imprevedibile, anche s'ella dovesse non conoscere mai la sua colpa, ma per il solo fatto che ciò era; — e vedendo l'uomo che la toccherebbe, di furore, di spavento rabbrividì.Nell'assedio d'un tal pensiero, subitamente l'attrasse, quasi per custodirla; e furon così vicini ad un bacio ch'egli sentì su le labbra il calore della sua bocca. Il suo dolce seno gli tormentava il petto con insidia; l'ampiezza del suo bacino l'accoglieva in sè, quasi che ritta non fosse, ma supina, e le braccia, le sue lente braccia, facevano quel nodo stanco e forte che contiene l'amore.— Tu... — egli disse, quasi cercando fra le parole una via di salvamento, — hai compreso tu quello ch'è accaduto?Ella solamente rispose: — Taci... — abbassando le palpebre, come quando non si osa, per una specie di superstizione, dare un nome preciso ad una troppo grande felicità. Ma insieme si pentì del suo silenzio.— Ora l'ho compreso, non prima: ora che tu mi baci.— Lo amavi? — egli chiese repentinamente, quasi godesse della propria crudeltà.— Sì, come un povero amico, ed anzi come una schiava rassegnata... — Poi riflettè e soggiunse: — Forse non lo sai?Egli tacque; la sua fronte s'incise di una ruga profonda.— E tu? — ella fece dopo una pausa.— Io? che?— Lo amavi?Egli si raddrizzò, come faceva quando gli era necessario chiudere la sua volontà riottosa in un'armatura di metallo, e disse recisamente, con impeto:[pg!156] — No! l'odiavo!Ella n'ebbe un brivido, un brivido che la curvò, come per un bacio datole su la nuca.— Avrà sofferto, credi?— Nulla o poco; era composto.Allora l'immagine del morto le assediò il pensiero, e lo vide, steso ma calmo: appena appena un po' di saliva agli angoli della bocca, un po' di gonfiore nelle palpebre chiuse... La morte non le parve che una totale stanchezza, e, per la prima volta dopo quell'annunzio, vide nei propri occhi la spenta fisionomia di lui.Questa visione le fece comprendere ch'ella pure non lo amava, poichè, nel guardarlo, più che il dolore poteva in lei un senso di raccapriccio fisico, nel quale involontariamente si rammentava d'essere stata baciata da quella bocca. Onde fece un movimento, uno sforzo, per respingere da sè tutto questo; — ma la visione tornava.Improvvisamente, un'altra volontà che la sua le fece dire: — Andiamo a vederlo...— Sì?... vuoi?... — mormorò egli, come côlto in fallo.Ma intanto pensò ch'era opportuno accertarsi un'ultima volta di quanto aveva compiuto e giudicare da lei, da lei ch'era la più fidata, l'impressione che gli altri ne avrebbero.— Andiamo, — fece risolutamente. E non si mosse,— Sì... — ella rispose, restando immobile a guardarlo con gli occhi sbarrati.Egli si fece violenza, la prese per mano, e mutamente si avviarono.— Fa piano, — egli diceva, — che nessuno si desti...Non certo ella faceva rumore; ma scivolandogli appresso, nell'ombra, quasi nascosta dietro la sua persona, compiva uno sforzo muscolare per vincere la volontà restìa.[pg!157] In lei rombava un grande frastuono; la notte parevale sonora. Curvi entrambi, addossati l'uno all'altra, comunicandosi per la mano serrata la paura ed i sussulti, scivolavan come ladri lungo la parete, sostando, ascoltando, raggruppati in sè stessi, pavidi, con le ginocchia tremanti.Il breve tratto parve loro una lunga distanza, e man mano che andavano, avrebbero voluto ritornare. Vicino a lei, anch'egli si sentiva meno forte che solo. Pure la trascinava, o gli sembrava di trascinarla, sentendo il suo peso riluttante.— Andrea...— Che hai?— Non andiamo...Eran presso l'uscio e sostarono.— Perchè?Ella non rispose; in quel buio non osava stargli presso nè lontana.— Tremi anche tu... — ella disse.— Io?... No! — egli rispose, irrigidendosi, contraendo i muscoli, per non tremare.La luna mandava ora fin lì un albore tenuissimo, che prima era parso tenebra.— Non aprire...— Sì, apro...Girò la maniglia e sospinse l'uscio.Non súbito videro il letto, ma il chiarore azzurro del fascio di luna che imbiancava la camera funeraria d'una chiarezza livida, piena d'irrealità.Poi d'improvviso videro il letto, videro la faccia supina, che a loro sembrò — tanto la temevano — si fosse mossa e li avesse guardati.— Non andargli vicino... — ella balbettava, — non posso...Ma egli, lì, di fronte all'opera che aveva compiuta, riacquistava il suo coraggio; e s'avvicinò al letto trascinandola.Il raggio di luna vestiva il cadavere dal piede alla [pg!158] fronte, poltrendo su l'ampiezza del letto come un fascio di bianca elettricità. Non solo morto pareva, ma deposto sopra un catafalco luminoso, e freddo pareva di quell'algida luce che somigliava stranamente al colore della sua carne, al gelo della sua materia spenta.— Vedi, — egli disse, — com'è tranquillo?Ma ella non rispose, forse non l'udì, assorta com'era nel guardarlo, con gli occhi avvinti, la respirazione ferma, il cuore sospeso.Gli usciva dal lenzuolo una mano, e quella mano pesava nella coltre come fosse piombo.La luce azzurra gli metteva intorno alla fronte, lungo le radici dei capelli, una specie di scintillamento; dal suo viso pareva trasudasse un umor luccicante; un fiotto di saliva faceva due piccoli grumi agli angoli della bocca; il labbro superiore avanzava su l'altro, dando alla fisionomia del morto un non so che di camuso. Qualche macchia d'un tetro color giallastro invadeva la scarnezza delle guance; gli occhi non facevan ombra; le ciglia parevano ingrommarsi. Ogni tanto avevano entrambi la sensazione ch'egli respirasse, poichè la morte non pare immobile, finchè si muove negli occhi nostri l'incredula paura con la quale noi la guardiamo.Egli voleva parlarle, ma indarno cercava nella mente un pensiero da comunicarle; si sentiva sperduto in una specie d'annientamento cerebrale. Ebbe voglia di sedersi a piè del letto e di vegliarlo, in attesa d'un fatto imprevedibile, o forse d'un suggerimento che salirebbe a lui, nello spirito, stando presso quel morto. Allora si accorse dell'estrema fatica fisica ond'era oppresso; gli parve d'aver sonno, ma un infinito sonno ed oblioso, in quella notte così limpida.Ella stava un passo lontano da lui, un passo lontano dal morto; si stringeva le braccia contro il petto, incrociate per i polsi, con le mani sotto la gola, il capo sovr'esse piegato, gli occhi attentissimi. Poi allungò la mano, quasi volesse toccarlo; invece lambì la coltre, lievemente, ritraendola con velocità.[pg!159] — Giorgio... — profferì, non per chiamarlo, ma quasi per riconoscere se veramente fosse lui.Sì, avrebbe voluto, dal suo cuore di sorella, e nonostante la presenza dell'altro, mandargli un ultimo saluto, comunicargli una dolce parola, toccarlo con una carezza lieve, posare la bocca su la sua fronte che non ricordava più... Adesso aveva rimorso, un orrendo rimorso ed una infinita voglia di piangere per lui; adesso le pareva necessario di fargli conoscere il suo dolore, e dirgli, se pur non udisse: — «Povero, povero amico mio, forse non mi perdonerai... no, certo non mi perdonerai!...»E s'avvide che s'erano lasciati senza una parola di commiato, senza un bacio, nè una confidenza, nè un secreto, senza una di quelle parole conclusive che fanno meno buia la morte a chi vi sprofonda ed a chi guarda morire. Si ricordava di lui, ch'era buono, ch'era malato, ch'era un povero essere debole, triste, soave, che a lei voleva bene come forse nessuno al mondo, e come forse nessuno al mondo per lei, per lei sola, soffriva... Si ricordò la pazienza disperata, il disperato amore che appariva nelle sue chiare pupille quando la guardavano, e la dolcezza paurosa della sua voce quando parlava con lei, l'amore di cui l'aveva circondata quell'essere morente, la beatitudine grande che lo trasfigurava se appena, quand'eran soli, ella gli avesse detto una parola buona...In quel momento il suo proprio amore non esisteva più; non si considerava più come la schiava di quell'infermo inguaribile; provava solo un rimorso angoscioso di non essere stata con lui nell'ultima ora, quando il suo pensiero fuggente l'aveva cercata ed il suo cuore cessante l'aveva con sè trascinata nel silenzio della morte...«Sì, mi hai chiamata e non c'ero! hai voluto vedermi, e non c'ero! hai voluto forse confidare, a me sola, un ultimo desiderio, e non t'ho potuto ascoltare... Anzi tu sei morto «sapendo!» Oh, come devi aver [pg!160] sofferto, povero cuore! Sì, eri buono, mi tutelavi, mi carezzavi con la tua anima dolce; da te non ho inteso mai, mai, che parole d'amore... Ed io non t'ho fatto che male! io non ho fatto che ucciderti giorno per giorno, senza volerlo... Sì, sono stata infame, povero amore, e non mi perdonerai!...»Si curvò, protese di nuovo la mano per accarezzarlo, e tuttavia non osando, gli passò con la mano sopra il volto in un rapido gesto, che pauroso era solenne.Poi, di schianto, cadde presso il letto, a ginocchi, e pianse.Quand'egli vide la donna genuflessa ed il cadavere supino, gli parve che un legame li unisse, che una simiglianza fosse tuttavia tra le lor dissimili positure, ed offeso da quella concordia che gli era nemica si aderse contro di loro con una ferma violenza, levando tanto più la fronte, quanto più l'amante sua la curvava nella vergogna nel rimorso e nelle lacrime per il morto.Ella era inginocchiata sopra un ginocchio solo; su l'altro teneva un gomito e nei palmi la fronte.Ora, dal lenzuolo inazzurrato, il manto lunare cadeva su lei stupendamente; la bellissima sua nuca scoperta era densa di capelli quasi fulvi, che brillando si arruffavano. Pur così accasciata, il suo dorso conservava una mirabile elasticità; la gamba su cui stava inginocchiata, uscendo fuor dalla balza della vestaglia scopriva il bianco malleolo ed il tendine teso, che s'allentava nella rotondità del polpaccio.Quasi tutto il piede era fuori della pianella, e si vedeva il tallone roseo svanire in un incavo profondo verso le dita flesse, che tenevan ritta la calzatura piegandosi contro l'orlo d'ermellino.Nel medesimo tempo egli guardò il morto e gli parve straordinario che vicino ad un cadavere si trovasse una cosa tanto profana ed avesse, nell'atto che compiva, una qualsiasi comunanza con lui.Voleva parlarle, chiamarla; ma un senso di rispetto [pg!161] più forte non gli consentiva di muover labbro. Ascoltò con una specie di rancore taciturno, ed intese che pregava.Sì, dall'atto delle sue labbra e dalla ferma sua genuflessione indovinò che l'amante pregava. Dunque non sarebbe mai la sua complice, non crederebbe mai che all'uomo sia lecito far morire. Anzi, poichè pregava, qualcosa v'era di non distrutto fra la sua bella gioventù e quella morte infinita, qualcosa v'era in quel silenzio, di più sacro e di più forte che l'amore, poich'entrambi avevano creduto nella parola inverosimile: «Dio».Allora si trasse indietro, e pensò ch'ell'avrebbe trasalito per la paura di rimaner sola in vicinanza del morto. Ma ella non si mosse, non s'accorse, non ebbe un solo tremito nella persona. Investita così dal raggio lunare, prosternata com'era davanti al letto funerario, pareva una monaca seminuda, che, in una notte piena di stelle, si fosse trascinata con delirio verso il marmo dell'altare, affinchè la pietra del sacrario purificasse la sua carne disperata. Ed egli non udiva più nemmeno il bisbiglio della sua preghiera, nè più vedeva il suo petto muoversi, la nuca trasalire, il tallone roseo staccarsi od avvicinarsi al tacco della pianella: ma due sole immobilità perfette occupavano la stanza, un solo raggio le ammantava nel suo fermo splendore.— Novella... — egli chiamò sommessamente.La sua propria voce lo ferì come la voce d'un estraneo, senza che le due creature si movessero. Le andò vicino, ed invece di chinarsi, attese.Era tramortita; ma da presso egli vedeva le sue spalle trasalire insensibilmente. Stando così piegata in avanti, con la fronte che quasi toccava il lenzuolo, la prima vertebra spinale formava tra le piane scapole un forte rilievo; il fascio lunare non impediva che presso l'attaccatura del collo le sue bianche spalle fossero piene d'ombra.Poi d'un tratto la vide roteare sul ginocchio piegato, [pg!162] allentar le braccia ed accasciarsi a terra come un peso inerte, senza quasi far rumore. La pianella scappò via dal piede roseo, fece un piccolo salto, si rovesciò. Era scoverta fino a mezzo il petto; i calmi seni formavano, sollevando la camicia, una profonda incavatura.Dopo di lei fissò il morto, e gli parve strano che la sua faccia non si fosse chinata fuor dalla proda, per guardare in giù.«Vedi? — mormorò in lui una voce estranea. E gli parve di ridere nel cuore sarcastico, ma d'un riso che non gli saliva fino alla bocca.«Vedi?»Gli parve che alcuno avesse aperto l'uscio. Senza maraviglia si volse e guardò.Su l'uscio batteva tagliente l'ombra d'uno stipite; null'altro che l'ombra d'uno stipite. La maniglia luccicava.Un usignuolaccio, fuori, nella notte, nella ramaglia nera e balenante sufolava con ironia collerica, e tanto presso e tanto forte, che lo stordiva. Gli parve che stesse a cantare, lì, sul davanzale. Si volse e guardò. Ma la pietra del davanzale frammista di selce non mandava che lampi ed il vano della finestra pareva un canale azzurro sgorgante nell'immensità.«Uuh!... Fi! Perchè canti? Vattene.»L'usignuolaccio saltava.Era proprio lì, nella grande magnolia; il suo pennaggio faceva rumore contro le foglie sonore.«Vedi?»Un filo d'aria notturna passò su di lui, percorse la lunghezza del letto, soffiò tra i capelli radi del morto, li scompose. Poco dopo una vasta nuvolaglia, correndo sopra la luna, ruppe il filo che portava quel fascio d'elettricità, e, fattasi buia la stanza, egli si sentì serrare nella caligine come fra due pareti che si chiudessero.«Vedi?»E la nuvolaglia se n'andava piano piano; il raggio [pg!163] tornava, più mite, poi più forte, parendo invadere la stanza e colmarla, come un fiume...Allora si chinò su l'amante, la prese per un braccio, la scosse. Ella sbarrò gli occhi, guardò intorno, si risovvenne, lo prese ai polsi e con tutta la forza delle due mani congiunte s'aggrappò a lui per sollevarsi.— Via... via... — balbettò quando fu ritta. E lo sospingeva indietro col peso della sua persona, chiudendo gli occhi, come se non volesse volgersi per riguardare il morto. — Via... portami via!Egli vide lo scendiletto sconvolto e l'accomodò con la punta del piede, resistendo per un poco all'urto dell'amante; poi si lasciò respingere.Uscirono.Camminando senza cautela rifecero il breve cammino, tenendosi avvinti, quasi tornassero dalla consumazione d'un delitto e andassero impuni, lievi, a goderne la preda. Su l'uscio, nell'entrare in quell'altra camera, che a lor parve gioconda, involontariamente si baciarono. Ell'aveva nella gola un riso singhiozzante, negli occhi una febbre luminosa, nelle vene un battito celere che le soverchiava il cuore. A lui pareva di averla rubata quasi dalle mani d'un avversario più forte, o trascinata via da un incubo, via dal talamo di un altro che gliel'avesse rapita.Un lungo trillo melodico empiva la notte incantata, e nel rifugio dell'alto suo ramo il cantore solitario snodava, buttava i suoi gorgheggi con impetuosa magnificenza, come, nell'aria, brillando, lancia i suoi gettiti una fontana. Di tanto in tanto qualche rana grassa metteva nelle pause del canto la sua sgangherata vociaccia, come se le vellicassero il ventre viscido per farla ridere o si fosse ubbriacata fino a creparne del buon odore che mandavano i gelsomini.— Dammi a bere... — ella fece, comprimendosi il petto soffocato: — brucio di sete!— Acqua? egli disse. — Non ho che acqua.[pg!164] — Sì.Prese la caraffa, il bicchiere, lo riempì fino all'orlo, poi, stillante, lo porse alla sua bocca. Ella ne ingoiò un sorso avidamente, facendo gorgogliare l'acqua nel deglutirla; poi guardò l'amante:— E tu non hai sete?— Sì; dopo.— No, bevi, — ella fece, prendendogli la mano che teneva il bicchiere e spingendola verso la sua bocca. Egli ubbidì. Bevve con ingordigia, con ira, due volte, poi guardò il bicchiere vuoto.— Ancora ne vuoi? — diss'ella.— Non più. — Respirò forte, soggiunse: — Lo sai ch'eri svenuta?Ma ella si coverse gli occhi, piegò il mento sul petto, e, come chi si ritrae da una visione paurosa:— Non parlarne... — pregò. — Che orrore! che orrore! Ho bisogno per un momento di scordarlo... Non parlarne più!Egli rimise a posto la caraffa, si andò a sedere sull'orlo del letto, curvo, stanco, tenendo le mani allacciate, fra le ginocchia, la fronte china.Ella fece per la camera un lungo giro e si fermò vicino alla finestra, guardando fuori, curiosa, nella notte stellata.Soffiava ora un poco di vento; i prati lontani mutavano colore; incominciava un dondolìo sonnolento per le alte cime degli alberi; dentro, nelle frasconaie, qua e là, un fruscìo prolungato, uno strepito scorrevole, come se vi rimbalzasse in mezzo, tra foglia e foglia, una lentissima pioggia di sabbia.Ella vide a pochi metri dalla finestra, su l'albero gigantesco, un grande fiore di magnolia sfasciarsi repentinamente, cadere giù, lembo a lembo, ciascun petalo roteando come una spola, finchè si posava disfatto su la ghiaia luccicante. Quel fiore, lo sfacelo di quel grande fiore, l'assorbiva interamente, e, senza ben comprenderne il perchè, non poteva ritrarsi dal [pg!165] guardare l'opulento ramo, che per quella caduta seguitava a dondolarsi oscillando, e quel fiore sparso, rotto in frantumi, che giaceva sotto il vasto albero, come una bianchissima porcellana spezzata.E vide un piccolo rospo che vi saltellava nel mezzo, traversando la ghiaia.Senza volgere il capo ella chiamò per nome l'amante; ma egli non si mosse.Allora, affacciandosi ancor più, si mise a guardare, nella facciata bianca della casa, quella finestra poco lontana, dietro la quale, ma in fondo, contro l'opposta parete, c'era un uomo che dormiva per sempre nel letto illuminato, nel sudario del raggio lunare, di fronte alla magnificenza delle stelle.Vide, o le sembrò, che ne uscisse un fumo azzurro, torbido, il quale navigava per la notte, sperdendosi; e intimorita si ritrasse, onde non respirare nel vento neppure un átomo di quel fumo.Andò vicino all'amante, gli pose una mano sui capelli. Egli non levò il capo, non disse parola. Ed ella, tacendo, prolungava la sua carezza con una specie di voluttà, indugiando nei caldi capelli, un po' chinata su la sua pallida fronte. Infine disse:— Che ora è? tardi?Egli guardò l'orologio, distrattamente:— Le tre passate.— Hai sonno?— Non ho sonno; e tu?— Nemmeno. Guàrdami!...Andrea levò gli occhi. Entrambi, nel fissarsi, parvero maravigliati.— Che faremo? — ella disse, tremando fin nell'anima.— Non so.Stava ritta fra le sue ginocchia, tenendogli ora le mani su le spalle; egli aveva la fronte quasi nascosta contro il suo petto, e, senza toccarla, sentiva tuttavia l'impressione della sua pelle fresca e giovine, sentiva [pg!166] il profumo della stoffa tenue somigliante all'odore stesso di lei.— Tu l'amavi! — gli esclamò d'un tratto, con iracondia, senza levare il capo.— No... taci...— Sì, lo amavi! ora l'ho visto! lo so... — egli disse caparbio.Novella si chinò presso l'orecchio dell'amante, quasi baciandolo, e bisbigliava di continuo:— Taci... taci...Subitamente egli serrò le braccia intorno alle sue reni e l'attrasse, alzando la bocca verso la bocca di lei, che lo cercava.— Sei mia, ora?Ella rise, non colle labbra soltanto, ma con tutta la persona, con tutta l'anima rise.— Rispóndimi!— Sì... sì!— Ma per poco... — egli fece, tetro.— Come?— Ho detto: per poco. Adesso non c'è più divieto, e allora...— E allora? — ella interrogava con la medesima voce.Poi gli prese la faccia tra i palmi, e, quasi per soffocare ogni parola, su la bocca, affannosamente, lo baciò.E rimasero avvinti in quel bacio, disperati, sitibondi, colmi fino alla gola di orrore e di amore, sentendo che in quella voluttà esecrata una coscienza invisibile, quasi, un Dio, li malediva.... . . . . . .... poi, lontano, per l'ultimo cielo, fra i mazzi di stelle che imbiancavano, videro salire una gran fiumana di vapori ondeggianti, quasi una colonna di fumo, che soffiasse non da un incendio ma da un [pg!167] gelido remoto mare, e videro per l'universo effondersi quella specie di scolorimento, quel brivido, quella bianca tenebra che precede il salire del giorno.Un grande velario, di mussola o di tulle, passava su le migliaia di stelle per diminuirne lo splendore; una chiarità nasceva nell'oriente concavo; la notte a poco a poco s'incanalava in quella zona pallida, lasciando portare dal vento le sue gonfie spirali di fumo.Piccole stelle morte, randagie, vi cadevano dentro, scomparivano, lasciavan un solco impercettibile nello spazio dov'erano a migliaia; le grandi costellazioni, luminose come navigli notturni, affondavan nell'oceanica immensità; la luna colava a picco imbiancandosi nella voragine d'una nuvolaglia simile ad un cratere.Lontano, all'alba sopravveniente, un gallo cantò.Ilare, mandava in alto la sua chiacchierata pretensiosa, lisciandosi forse il bel pennaggio lustro, come una donna mattiniera, che alla finestra péttini cantando la sua liscia capigliatura.Entrava, con l'odor fluviale dei narcisi, con l'abbrividire delle foglie che si destavano, un'ondata d'aria fredda, quasi visibile, che faceva il giro della stanza, come un vortice...Egli le ravvolse nella camicia di batista i seni che si ergevan nudi, la fasciò sino alla gola entro la vestaglia di seta, e baciandola su gli occhi pieni d'ombra disse a lei che non parlava:— Dormi?... [pg!168][pg!169]
XINel breve tratto che percorse dalla camera di Giorgio a quella dove l'aveva ucciso, il suo delitto gli parve già remoto nel tempo, già retrocesso in una di quelle lontananze mentali che l'anima ismemorata varca in un baleno. Sicchè, nell'aprir l'uscio, quella poltrona rimasta nel mezzo della camera l'urtò quasi nel petto, come una realtà impreveduta, e fu sì forte il suo stupore, che da prima non osò inoltrarsi.— «Io sono Andrea Ferento: un uomo che sa di avere ucciso, — raccontò a sè stesso. — Un uomo che dovrà vivere congiunto con la memoria di questo atto incancellabile.»[pg!139] — «Ebbene? — si rispose; — la vita prosegue nella sua necessaria vicenda: il cadere d'una piuma d'ala non turberebbe altrimenti l'equilibrio immutevole delle cose. La terra non fa che ingoiare una bara di più. Ora la tua strada è sgombra: cammina!»Gli avveniva molto spesso di dialogare fra sè medesimo come fra due personaggi discordi, quasi per appurare da qual parte di sè fosse la ragione.La strada è sgombra?... Sì, gli pareva; sgombra e facile, certa e radiosa. Bastava ormai rimuovere da' suoi passi l'ostacolo più immediato: quella poltrona che propagava intorno a sè una così pesante ombra, quel mobile di legno e di cuoio che pareva contenere nelle vuote braccia l'estremo fantasma del suo delitto. Bisognava insomma, dopo tanto coraggio, non vacillare nella propria incoerenza, non attribuire a quella «cosa», nè alle altre che son prive d'anima, un significato umano.E fattosi animo, afferrò l'inerte mobile per le due braccia vuote, lo sospinse con una specie d'iracondia nell'angolo dove abitualmente stava, robusto e quasi benevolo, in attesa di reggere una stanchezza. Poi, sentendo il bisogno d'un felice respiro, aperse intera la finestra e s'affacciò verso la notte imbrillantata, che adagiava su la terra calma i suoi fantastici padiglioni di stelle.Tante ve n'erano e così folte, da parere uno sterminio di mondi luminosi, una polvere cosmica in ardore, una fosforescenza d'atomi dispersi dentro una sfera di cristallo. Le bianche vie planetarie, le immense fiumane del cielo straripavan di luce in praterie stupendamente azzurre, tendevan dall'uno all'altro emisfero un miracoloso arco siderale, che pareva navigar nell'infinito come una vela gonfia d'immensità.Cos'era la fine d'un uomo in quella eterna bellezza? Cos'era più, in quel silenzio parlante, il piccolo silenzio d'una bocca suggellata? Cos'era il senso d'una parola umana dentro quella trasformazione perpetua, che andava [pg!140] dall'inconoscibile verso l'ignoto, travolgendo seco infinite agonìe, facendo scoccare innumerevoli vite nel fulgore d'un istante?Fibrule, atomi, pulviscoli, o uomini, perchè urlate? Cosa scaglierete di voi contro questo immenso andare? O fuscelli nella bufera, o piume nel vortice, cosa importa mai all'Assoluto, che voi diciate: — Vivere... — che voi diciate: — Morire?...Stelle, stelle... vertici di splendore accesi al sommo del nostro pensiero, faville irradiate da noi, parole che brillano!... distanze forse immaginarie chiuse nella nostra pupilla, ombre forse di una luce invisibile, cancelli d'oro invarcabili della umana prigionìa!...O piume nel vortice, o fuscelli nella bufera, cosa può essere il vostro lieve schianto nella ecatombe universale che il Tempo divora camminando, come un affamato mai sazio?L'oblìo, l'oblìo, l'oblìo!... più dolce fra tutte le cose, poichè vuol dire non conoscere, non affaticarsi a conoscere, ma passare...Gli parve che tutto il mondo in quell'attimo avesse un colore di miracolo, e solo percepiva, con una specie di attenta gioia, il fluire del Tempo. Egli lo sentiva trascorrere in sè come l'acqua traverso un filtro; aveva chiara la sensazione che una parte del proprio essere, forse la più immonda, si sperdesse così nell'infinito, e gioiva di questa purificazione con una lunga e lenta voluttà.Il Tempo era un nettare che l'uomo beveva per dimenticarsi dell'attimo anteriore, per allontanarsi dalla sua spoglia vicina.Poi, quando si fu ristorato in quell'aria balsamica e si fu cullato quasi per ozio in questi erranti pensieri, d'un tratto gridò a sè medesimo:— «Non sei che un istrione! Cerchi di recitare la vita perchè hai paura di viverla! No, la tua parola è un'altra, più bella che «Dimenticare...» La tua parola è: «Potere!»[pg!141] Aspirò un largo sorso di quell'aria vivida, così gran sorso quanto spazio era ne' suoi polmoni capaci, e ripetè a sè stesso con la forza di una intimazione:— «Sì, potere! Potere con gioia!»Allora la faccia di colei che amava gli risalì nell'anima come la ghirlanda del suo peccato, e gli parve che affiorasse nel suo pensiero da una profondità quasi remota, per essere la sfera, il cardine, intorno a cui roteava tutto lo splendore dell'universo.Ella era veramente, nel suo spirito, sovrana ed unica: più in là che il senso delle cose, più in là che la negazione. Di lei sola, di questo solo amore, il suo cervello analitico non cercava ragione. S'era preso d'amore e l'amava, senza mai tentare una ribellione qualsiasi contro l'ebbrezza che questo perdimento gli dava. Se tutta la sua vita d'imperio, d'indagine, di lotta, era contro una dedizione così assoluta, se la sua fredda mente poteva sorridere di questo piccolo nome: «l'amore» — un altro spirito nel suo spirito, un altro cuore nel suo cuore, s'eran lasciati stravincere da lei, e non insidiosamente, ma d'un tratto, e non con il terrore di perdersi, ma con un senso di barbara felicità.L'amava!... era pieno il mondo di questo amore esultante!... le cose tutte visibili portavano il segno impresso di questa ebbrezza del suo cuore! Tutto le assomigliava, tutto proveniva da lei; era nel tempo e nello spazio, nell'attimo e nell'eterno, era l'arteria della sua vita molteplice, era, nel suo mondo negativo, la conclusione sintetica ed infinita che il credente riassume in Dio.L'amava! era immischiata ne' suoi sensi come il profumo nella musica della primavera... l'amava come si ama un assurdo, come si professa una follìa.Allora subitamente si sovvenne de' suoi dolci capelli, della sua tepida bocca lasciva, degli occhi suoi, non timidi e non forti, che parevano continuamente mutar colore, soffrendo quasi la gioia di una contenuta voluttà; si risovvenne delle sue bianche spalle, che tramandavan [pg!142] l'odore d'una soavissima cipria e parevan simili a grandi ventagli sparsi di rugiada scintillante. Cominciò a seppellirsi piano piano sotto la memoria delle sue carezze, con l'oblìo di chi s'addormenta sotto una pioggia insensibile di fiori. Ogni ombra, nella notte infinita, conteneva per i suoi occhi una lontana sembianza di lei.D'un tratto, nel pensiero, lucida, gli emerse una certezza:— «È mia!»Comincerebbe da quell'ora tragica un patto indistruttibile fra loro. Egli poteva dirle, doveva dirle senza indugio, che nulla più li separava dalla troppo attesa felicità. E bisognava inoltre chiamarla, per vegliare insieme quella lunga vigilia, soli, serrati, muti, nell'ambigua vicinanza della morte, nel chiarore delle stelle.Era stato verso di lei così nemico in quell'ultimo giorno, ch'ella certo non avrebbe osato avventurarsi fino alla sua camera come faceva nelle trascorse notti, quando l'infermo s'addormentava, o talvolta nelle ore vicine all'alba.— «La chiamerò.»E si mosse.Ma lo turbava il pensiero di trovarla nel suo letto, spogliata, e gli parve a tutta prima inverosimile di potersi ancora una volta ritrovare con lei, parlarle, dirle sopra tutto quella parola ch'era necessario dire. Tuttavia giunse fino alla sua porta, l'aperse, intese il rumore del suo corpo, che al lieve cigolìo dell'uscio si volgeva nelle coltri.— Dormi?... — egli domandò soffocatamente.— Sei tu, Andrea?... Dormivo appena.— Lévati.Ella riconobbe nella sua voce un non so che d'insolito.— Che fai su l'uscio? Entra.Egli ubbidì; ma rimase immobile, un passo oltre [pg!143] la soglia. Sollevata sui cuscini, ella invece lo chiamava a sè allungando un braccio.— Cos'è accaduto?Andrea rispose:— Nulla.— Sta male?— Chi?— Ma... Giorgio...Egli fece una lunga pausa prima di rispondere, poi disse ancora:— Lévati.Ella respinse le coltri, e scivolando giù dalla proda cercava coi piedi bianchissimi le pianelle sul tappeto.— La mia vestaglia... dammi la mia vestaglia, — lo pregò, per non mostrarsi ritta in camicia. E soggiunse: — Là, sull'attaccapanni.Allora egli la vide, la prese e gliela portò. Ma invece di vestirla, ebbe voglia di avvolgerla, così com'era, in un bacio iroso. Non lo fece. Ella si fasciò nella vestaglia, e guardandolo dubitosa, interrogava:— Che hai? Che c'è?— Vieni, — egli disse volgendosi; — vieni.Lieve, movendo un fruscìo di seta che nel silenzio pareva sonoro, lo seguì, scivolandogli appresso, finchè furon entrati nella sua camera, ove si chiusero.Là v'era più luce, ed ella così alterato lo vide, così livido, con gli occhi tanto sbarrati, che non pareva più lo stesso uomo. L'afferrò per le braccia, impaurita:— Che hai? Che hai?Egli volle sorridere, ma la sua bocca si contorse in una smorfia, e tacque.Fino allora egli non s'era trovato che solo. Ma ora, come gli pareva strano aver dinanzi un testimone! Come diversamente suonava la parola «morte», nel passare come un'eco dentro il proprio silenzio interiore, o nel doverla comunicare con la bocca, in forma d'annunzio irreparabile, ad un orecchio che l'ascolti!«Morte...» due veloci sillabe, cinque segni dell'alfabeto, [pg!144] che hanno il più vasto senso di tutta la comprensione umana. Parola che nulla distingue dalle altre quando la si pronunzia come un'immagine, ma che diviene fredda, greve, assoluta, quando è detta in testimonianza del cadavere, quando si abbatte come un'ala senza volo su la materia che giace...Allora ne misurò in sè stesso tutto lo spavento, e gli parve che, più del fatto, fosse impossibile a dirsi la parola. Ma questa risonava dentro il suo cervello, immensa e micidiale, come il rumore d'un grande stormo di corvi che invadessero l'aria buia.Sentiva nel medesimo tempo l'orrore della tragedia e il turbamento della sua presenza feminea, della sua bellezza così poco nascosta, che gli pareva oltremodo impudica, in quella camera, in quella cornice di morte.Ancor prima di parlarle, capì che da quell'annunzio ella si sentirebbe scaturire nell'anima involontariamente una paurosa gioia... Ma egli qual gioia ne avrebbe, ora e mai più, egli che doveva da solo portare il peso dell'orrendo segreto?Le lunghe maniche della camicia da notte, apparendo fra quelle più ampie della vestaglia, le scendevan sino ai polsi, li serravan in una frangia di pizzi; anche sul petto, lungo la scollatura, una trina frivola biancheggiava intorno alla seta; quell'odore del lino tenuissimo ed il vestigio di non so qual profumo impregnatosi nella stoffa parevano stringere la bella creatura in un cerchio d'impurità. Era troppo soave, troppo feminea, per ascoltare la morte.Chiuse gli occhi e la dimenticò. Ma insieme i lievi pizzi della sua manica gli toccarono la fronte.— Che hai? — gli domandava l'amante, carezzandolo. — Parla; mi fai paura.Ed anche nella sua voce continuava quel profumo, quel respiro d'impurità. Egli ebbe un momento la tentazione di farla patire, d'infliggerle un tormento che fosse uguale al suo; ma l'amava, l'amava, era tutto il suo mondo, la vita era piena di lei... Che bel colore [pg!145] avevano le sue guance, come d'un rosato avorio, d'una madreperla venata!... Che dolce disegno, che rossa umidità per le sue labbra! E ne' suoi capelli ed in tutta la persona, dalla fronte al piede, che terribile fascino sensuale, che infinita voluttà!...— «Ora, — egli pensava, — è mia.»L'uomo brutale, che non conosce argini al suo desiderio di possesso, in questo pensiero s'innebriò. Gli corse per le vene, quasi facendo rumore, una potenza nuova, gli battè contro i timpani una musica violenta, piena di vittoria; nelle sue pupille fulse un raggio di luce. Con forza, quasi la ghermisse ad alcuno che fino allora gliel'avesse contesa, la strinse nelle sue braccia e la serrò contro il suo petto virile, fortemente, lungamente, senza dirle nulla, in una specie di convulsione, per appalesare su lei questo pensiero: «È mia!»Ell'amava la sua forza, e si rendeva piccola, si lasciava tutta ravvolgere dalle sue braccia, sopraffare dalla sua violenza, carezzandolo senza far mossa con il suo corpo di velluto. E sentiva con gioia le mani dell'amante farle un nodo quasi doloroso fra le cedevoli spalle, mentre, con la faccia rovesciata sotto il calore della sua bocca, si sentiva percorrere dal suo respiro come da un maraviglioso bacio.Che piccola cosa era per lei, in quell'attimo, tutto il resto del mondo! Com'era sua fino all'ultima vena, senza pensiero, senza lotta, senza dubbio, sua con felicità!— Mi ami?... — bisbigliò. Ella non poteva sospettare altra cosa che l'amore, non cercava che di accrescere la sua gioia, parlandone, costringendolo a parlarne. Ma egli stava muto; aveva un non so che di crudele su gli orli della bocca, nel riso che gli scopriva i denti lucentissimi.L'attrasse, la portò con sè vicino alla finestra, perchè gli pareva di allontanarla dalle cose circostanti affacciandola verso la notte libera.— «Griderà, — pensava — se io le dico...»[pg!146] E preparò la mano per soffocare quel suo grido. Voleva dirlo súbito, e gli pareva tuttavia non possibile a dirsi.Ma il suo viso parlò prima della bocca, le sue pupille arsero d'una luce quasi nefasta.— Odimi... e non gridare! Odimi!...Le teneva ora le tempie, il viso, fra i due palmi, serrato; era curvo su lei per afferrarla nella sua tragica volontà.— Non gridare... bada! Una cosa terribile... bada!E scandì queste parole inesorabili: — «Tuo marito è morto.»Più veloce che nel dirlo, e prima di compiere l'intera frase, le attirò la faccia contro il cavo della propria spalla e col braccio le avvolse il capo come d'un manto, per soffocare il suo grido.Non intese che una specie di rantolo nella sospensione totale del respiro. Allora, sciogliendola da quella stretta, le si curvò presso l'orecchio, e lentamente, con una specie di misura, disse un'altra volta:— È morto: l'ho trovato nel suo letto... morto.Ella barcollò, sopraffatta. Un enorme stupore tenne per un istante immobili tutte le linee del suo viso. Poi si sciolse da lui quasi per istinto e retrocesse nel vano della finestra, urtando contro l'invetriata aperta, senza dare il grido che si mozzò nella sospesa vita.Dietro lei, come un placido specchio, il vetro acceso dalle stelle raccoglieva lo splendore della sua nuca, l'ombra confusa de' suoi capelli, che immersi nel pieno raggio divennero scintillanti. Fra loro, in quella pausa, restò uno spazio vuoto, che parve il limite necessario fra le lor anime distanti.Poi ella fu presa da un tremito, e balbettava come nella febbre parole incoerenti; cercava di ripetere a sè stessa quella frase indicibile, quasi per esaminarne il senso, per radunare davanti all'anima spaventata l'inafferrabile verità.— Morto?... è morto?!...[pg!147] Ed ancor prima che il dolore potesse scenderle fino al cuore, un velo di lacrime le bagnò copiosamente la faccia. Lacrime che si staccavano dagli occhi fermi, cadevan come grosse gocciole senza lasciare un solco; poi, di súbito, cessarono. Allora si mise a ridere d'un riso convulso, e torceva le braccia verso di lui, forse per afferrarlo, forse per allontanarlo da sè, mentre la sua bocca ridente balbettava:— No!... non è vero... no! Dimmi che non è vero!Egli le prese i due polsi, forte, quasichè avesse una irosa gelosia del dolore che vedeva in lei, e disse un'altra volta, scuotendola:— Sì, sì, è morto.In quella scossa, in quel disordine subitaneo, la vestaglia s'era slacciata; si vedeva la camicia lieve scenderle fin su gli stinchi politi; l'ombra del suo corpo ne traspariva, come da un velo tenue che tradisse l'intera nudità; i seni spaziosi, contenenti nella lor distanza la doppia increspatura delle trine, calmi e pur quasi violenti nella loro ertezza, di qua, di là pungevano con l'oscuro vértice il finissimo lino.Egli n'ebbe, anzichè turbamento, una specie di dolore fisico al sommo della fronte, alle radici dei capelli, e nei polsi, e nell'arterie del collo, dove batteva più celere l'impetuosa vita. Gli pareva che sopra le corde vigili de' suoi nervi corressero due sensazioni diverse, che si mescevano e s'uccidevano insieme: una era un brivido, ma di terrore, per quel fantasma del morto; l'altra era un brivido, ma di gioia, che gli veniva dalla bellezza di lei, dall'immagine del suo corpo seminudo — e questa era senza dubbio la paura più forte.Tutto aveva saputo vincere nella vita, e, fin dove può la comprensione dell'uomo, tutto ridurre al piccolo senso effimero, al piccolo valore transitorio d'un fenomeno umano; tutto, ma non la forma di quelle sue membra femminili, ch'erano per lui quasi una tentazione soverchiante, quasi un bene che andasse oltre la possibilità del suo medesimo desiderio, e fosse una [pg!148] specie di potenza maravigliosa, calamitosa, alla quale avrebbe tentato invano di sottrarre il suo spirito e la sua carne.Quand'ella passava, o s'appressava, od un'eco portava la sua voce, o per un filo d'aria si diffondeva il suo profumo, od il suo nome fosse detto da alcuno, o per avventura gli accadesse di vedere inattesamente un oggetto suo, ne riceveva nell'anima e per le vene un tremito che gli faceva male, che gli dava una specie d'inquietudine oscura, di desiderio affaticante; quand'eran soli, quando la baciava, e pur quando nella brevità delle furtive notti ella era nelle sue braccia perduta d'amore, invano cercava di bere dentro quel cálice un sorso che fosse pari alla sua sete, o che potesse, per un poco almeno, placare l'ansia che lo struggeva di lei, spegnere la febbre incontentabile che gli faceva dallo stremo nascere un desiderio più forte.L'amava, sì, ma più grande forse di questo sentimento era il terrore di non poterla amare abbastanza, la paura ch'ella valesse più di quanto poteva il suo desiderio da lei attingere. Breve gli pareva il tempo, la gioia dell'uomo fugace, inane la forza dell'uomo, — e la sua bellezza infinita. Onde l'amava con dolore, con disperazione, come un uomo che si accorga del tempo veloce, e tema, in ogni attimo trascorso, di avere dimenticata una felicità.Ecco, ed egli s'accorse che davanti all'annunzio di quella morte il suo primo impulso era stato un rifiuto, era stato — o gli pareva — un immenso dolore. Ella dunque non voleva che fosse morto. Il suo cuore d'amante non le aveva per prima cosa fatto splendere negli occhi un lampo sinistro di gioia. No; ell'aveva detto per prima cosa: — «Non è vero! Non è vero!...» Per prima cosa ell'aveva tentato quasi di farlo rivivere, anzi aveva retrocesso da lui, da lui s'era sciolta, quasichè sentisse per istinto l'orrore della sua mano micidiale.Egli misurò velocemente le conseguenze più lontane [pg!149] di quello che immaginava, e giunse a non avvedersi del cammino che quella rivelazione faceva nella mente oppressa dell'amante, precisandosi a poco a poco, divenendo per gradi una verità immediata e dandole agio di misurare a sua volta il senso reale di quelle due parole così repentine: — «È morto.»Súbito ella non aveva compreso, od almeno era stata una sensazione così forte, che l'aveva solo accerchiata senza trovar ádito in lei. Ma ora lo vedeva: per comprendere, lo vedeva. Era fermo, steso, freddo, non moverebbe mai più la mano per chiamarla, non direbbe mai più: — Novella...E guardando queste immagini, s'avvicinò di nuovo all'amante. Gli afferrava ora un braccio, si premeva contro di lui, rifugiandosi nella sua forza, nascondendo presso quel ruvido cuore di maschio la sua tremante anima.Poi cominciò a mormorare:— Perchè è morto? Perchè?Ella esprimeva male il suo pensiero; voleva domandargli: — Come? dove? quando? in qual maniera, per qual ragione è morto? E dov'è? — Anzi lo disse:— Dov'è? Ma súbito si ristrinse a lui con più tremito, quasi temendo che fosse lì vicino, lì per intorno, e che nel volgere gli occhi dovesse vederlo d'improvviso.Egli spiegò, senza batter ciglio:— L'ho trovato immobile nel suo letto; l'ho chiamato: non s'è mosso: l'ho toccato: era freddo.Ella disse ancora, ma lo disse altrimenti:— No...Il buon odore del suo petto empiva di fragranza il respiro dell'amante.Senza saperne il perchè, ella ebbe la sensazione che bisognasse non dir nulla ad alcuno, tacere, non svegliare la casa e mantenere nascosto fra loro, come una involontaria colpa, quell'orrendo secreto. Ma appunto perchè aveva questa sensazione, fu tratta a pensare il contrario, a credere che si dovesse gridare, far rumore, chiamarli tutti; balbettò:[pg!150] — Il babbo...Egli le prese forte una spalla:— No, taci.— Perchè?Non sapeva rispondere; disse:— Aspettiamo.Ora ella non piangeva più; aveva solo un tremito nervoso dai calcagni alla nuca, e nella gola gonfia un nodo che ogni tanto si scioglieva per rinserrarsi più forte. Andrea s'accorse ch'ella potrebbe avere un qualsiasi dubbio intorno a quel divieto, e cercò di spiegarle perchè fosse conveniente aspettare.— Più tardi li chiameremo, — disse. — Ma ora sono così stordito, che non potrei parlare con altri se non con te. Anzi tu pure...— Sì, sì, io pure... — ella si affrettò a dire, quasi contenta di esaudirlo e di sentire infatti come lui.Ma egli non trovò la spiegazione sufficiente e soggiunse:— Ho voluto prima dirlo a te, perchè stamane, quando lo vedranno, bisogna che noi siamo preparati; noi due che...— Sì, sì, hai ragione.Allora quel lampo ch'egli voleva subito vedere negli occhi dell'amante, le traversò le pupille, facendole stringere più forte il braccio che gli teneva e soffermando il suo tremito in un'altra sospensione, ma vertiginosa, della vita. Ora soltanto aveva guardato, aveva potuto guardare al di là da quella morte.Si nascose ancor più contro la sua persona e disse all'amante, con una specie d'insidia: — Ho paura...Egli ebbe un atto d'amore, d'amore casto, e le posò su la fronte le labbra che l'amavano. Ma quel bacio era per rassicurarla, per proteggerla, ed egli cercava d'essere immemore, onde il suo bacio non rasentasse la colpa.Alte, nel miracolo della notte, le stelle, così numerose che parevan nel deserto cosmico una bufera di [pg!151] polvere in combustione, infuriavano di splendore come fosforo avvampato, come resina in fiamme, come cristallo frantumatosi nella sabbia, quando vi sfólgora il sole. Ciascuna era un lampo ed era un mondo, ciascuna mesceva la sua fiamma, propagava il suo rogo nella raggiera dei mondi vicini.La notte bruciava ne' suoi vertici, aveva, sopra il suo fosco edificio invaso d'ombre una cupola incendiata; l'eternità era espressa in luce, l'infinito aveva i suoi limiti nella magnificenza del fuoco.Avvinti, si affacciarono verso la notte che roteava; e come se il moto dei mondi li afferrasse in un fantastico volo, tutto quanto avevano in sè di greve, d'umano, di turpe, si sciolse in una specie d'annientamento. Entrambi si sentiron così lievi, da credere che la lor materia purificata salisse come fumo, così lievi, da perdere fin la memoria di sè, ma non la memoria d'essere in quel volo congiunti e non la certezza dell'amore che li portava, come liberi spiriti, nell'apoteosi del cielo roteante.La capacità buia delle lor anime diveniva un cerchio di stelle: nei lor sensi ricolmi d'oblìo una sorda felicità sgorgava come un canto...Allora ella chiuse gli occhi ed incominciò a sognare. Un sogno era il suo, dove la morte già era passata oltre; la morte non era più che una parola remota, un volo d'ali nere lontananti senza rombo, nell'oblìo. Qualcosa d'indefinito, e pur di grande, le fluiva nell'anima, già troppo simile ad una paurosa felicità. Non sapeva d'essere precisamente una donna liberata, padrona di offrirsi con pienezza, con veemenza all'amore, ma le pareva che un'altra sua simile, una sua sorella interiore, avesse già cominciato a vivere in un'atmosfera inebbriante, a spaziare in una libertà senza confini, e di lei sentiva battere il cuore gaudioso nel viluppo del suo cuore atterrito. Una bocca, non la sua propria bocca, nascostamente in lei rideva, ma d'un riso involontario; questa esultanza temuta invadeva l'emisfero [pg!152] notturno, percorreva la materia come un'oscillazione lucida, fiammeggiava nell'ombra, cantava nel silenzio, volava nell'infinito, fra le stelle, come un turbinìo di polvere d'oro...Ella era piena fino alla gola di felicità e di spavento: non sapeva quale fosse più forte, non sapeva in cosa la gioia fosse dissimile dal terrore.E poichè nessuna commozione dello spirito può non avere le sue latenti radici nella carne che portiamo, ella si sentì colmata in ogni vena d'una felicità sensuale che l'affaticava come un godimento soverchio e le stordiva il cervello, quasi avesse da poco soggiaciuto ai più violenti baci. La stessa catena li stringeva; questa catena era fatta dal lor medesimo silenzio, era tanto più serrata quanto più s'impaurivano di doverla subire. Creature ultrasensibili, affratellate dalla diuturna colpa, egli avvertiva ogni tremito nella sua compagna, ella ogni tremito in lui.Sapeva di far male stando così aggrappata contro la sua spalla, sentendo l'aspra muscolatura dell'òmero e del fianco virile premere contro la sua persona, entrarle quasi nella carne discinta: però da lui non si poteva staccare, quasichè il contatto le fosse indispensabile per proteggersi dalla paura. Egli a sua volta, pervaso da quella tepida morbidezza, non sapeva respingerla nè interrompere con un moto qualsiasi quella troppo soave corrispondenza, ed anzi gli pareva necessario di avvincersi a lei, di mescersi con lei totalmente, per investirla del suo delitto, imbeverla della sua colpa ed avvogerla quasi d'una inconsapevole complicità, poichè sentiva che mai, mai più potrebbe farlo, se non tosto, se non nell'ambiguo silenzio di quell'ora notturna, lì, nella camera dov'egli aveva ucciso, a pochi passi dal morto.Questa coscienza divenne così forte in lui, che ad un certo momento premeditò d'assoggettarla ad un amplesso, perchè una comunione anche fisica fosse tra loro in quell'attimo di spasimo e di terrore, quand'egli, [pg!153] tenendola fra le braccia, palpitante, come nella stessa prigione del suo delitto, le direbbe su l'orlo della bocca, nell'umido bacio più ansante, le direbbe nel fuoco del piacere, così da insozzarla per sempre, le direbbe in guisa ch'ella dovesse o morirne o riderne, «ch'egli stesso, proprio da sè, con la sua mano, volontariamente, lo aveva ucciso...»Non era questo un legame di complicità che l'avrebbe con lui serrata, per sempre, nel nodo micidiale? Non era questa una profanazione ch'equivaleva all'aver veduta con i suoi propri occhi l'opera criminosa, ed esservi stata consenziente, anzi all'aver data la morte con una più sottile crudeltà? Non avrebbe in tal modo portato anch'ella il cadavere su le braccia? ora e per sempre, il cadavere su le braccia?...Gli pareva che fosse tra loro una disparità incolmabile: quel morto appunto, che a lui solo doveva la morte, che per sempre giacerebbe nel suo solo cuore. Insieme la incolpava d'essere così bella, per lui così bella, da rimaner femmina ed amante anche in quell'ora nefanda, così bella da far sì che il profumo della sua carne viva soverchiasse l'odore nauseabondo del cadavere, l'odore immaginario, che ad intervalli credeva di sentir effondersi nell'aria contaminata. Anzi egli non sapeva scindere una cosa dall'altra: il nudo corpo di lei si vestiva d'un lenzuolo funebre, come, ne' suoi occhi allucinati, la visione macabra del morto non poteva in alcun modo separarsi dalla profana immagine della sua nudità.— «Se tu mi ami, — le diceva senza dirlo, — e se vuoi che t'ami, devi entrare nel mio delitto, farti orrida come io sono, mescolarti con me nel suo feretro, sapere quel che so. Bisogna che tu veda presenti, com'io li vidi, i suoi occhi quando si spensero, e che tu senta nei timpani, inscindibile fra tutti i rumori delle cose, quel rantolo che gli strozzò la gola quando il veleno gli giunse al cuore. Perchè, se io non t'avvinco al mio delitto, forse tu mi odierai...»[pg!154] E la notte passava immemore, nell'alto cielo, con fulgori che parevano tralucere da un continuo dissolvimento. Era quasi una canicola notturna; l'oceano mondiale pareva una sola onda frantumata in milioni di brillanti. Ma ella era per lui più vasta che l'immenso infinito, e gli affluiva per ogni senso nello spirito, colmandolo di un totale oblìo. Per poter ragionare, chiudeva gli occhi davanti al pericolo della sua bellezza, tentava di sottrarsi a lei, come al potere d'una droga meravigliosa, che lentamente l'ubbriacasse. Non vederla, non udirla, recidere i sensi bisognava, per non cadere in lei come in un vortice senza fondo, per non amare al di là d'ogni cosa la sua dolce bocca umida, i suoi labbri cosparsi di peccato.Allora, per quella particolare incoerenza la quale talvolta ci sospinge a fare il contrario di ciò che pensiamo, si volse e la guardò. La guardò con sospetto, come s'ell'avesse potuto sorprendere i suoi pensieri, tanta era l'affinità che li stringeva. Ne' suoi limpidi occhi non vide alcuna lacrima, e solo vide il riflesso della notte stellata che dentro vi splendeva come in un puro cristallo. Ella guardò lui medesimamente, con quel sospetto femminile che traluce dagli occhi della donna turbata; e rattennero entrambi il respiro, quasi temessero che la sensazione del loro fiato li spingesse ad un bacio. Ella fece un atto, come se avesse freddo, e si fasciò la vestaglia intorno alla gola, dove il disegno delle vene, tra la pelle bianchissima, tesseva una illuminata ombra. In quella luce obliqua egli vide brillare come fosse d'oro la vellutatura bionda che le nasceva sul principio del collo, intorno alle radici dei capelli. Il suo profilo si disegnava nella vetrata in una macchia di fulgore.Non mai, non mai come allora comprese la sua bellezza, comprese che la sua bellezza era una cosa malata e lasciva, tutta commisturata di vizio, d'odore, di tepore, e, mentre la guardava, immaginò il pericolo che un altr'uomo la possedesse.[pg!155] Da che l'amava non aveva mai conosciuta gelosia nè creduto ch'ella potesse da lui dividersi; — ma ora che aveva ucciso, per una strana successione d'idee comprendeva che questo fatto poteva strapparla dal suo possesso, far sorgere un'avversità imprevedibile, anche s'ella dovesse non conoscere mai la sua colpa, ma per il solo fatto che ciò era; — e vedendo l'uomo che la toccherebbe, di furore, di spavento rabbrividì.Nell'assedio d'un tal pensiero, subitamente l'attrasse, quasi per custodirla; e furon così vicini ad un bacio ch'egli sentì su le labbra il calore della sua bocca. Il suo dolce seno gli tormentava il petto con insidia; l'ampiezza del suo bacino l'accoglieva in sè, quasi che ritta non fosse, ma supina, e le braccia, le sue lente braccia, facevano quel nodo stanco e forte che contiene l'amore.— Tu... — egli disse, quasi cercando fra le parole una via di salvamento, — hai compreso tu quello ch'è accaduto?Ella solamente rispose: — Taci... — abbassando le palpebre, come quando non si osa, per una specie di superstizione, dare un nome preciso ad una troppo grande felicità. Ma insieme si pentì del suo silenzio.— Ora l'ho compreso, non prima: ora che tu mi baci.— Lo amavi? — egli chiese repentinamente, quasi godesse della propria crudeltà.— Sì, come un povero amico, ed anzi come una schiava rassegnata... — Poi riflettè e soggiunse: — Forse non lo sai?Egli tacque; la sua fronte s'incise di una ruga profonda.— E tu? — ella fece dopo una pausa.— Io? che?— Lo amavi?Egli si raddrizzò, come faceva quando gli era necessario chiudere la sua volontà riottosa in un'armatura di metallo, e disse recisamente, con impeto:[pg!156] — No! l'odiavo!Ella n'ebbe un brivido, un brivido che la curvò, come per un bacio datole su la nuca.— Avrà sofferto, credi?— Nulla o poco; era composto.Allora l'immagine del morto le assediò il pensiero, e lo vide, steso ma calmo: appena appena un po' di saliva agli angoli della bocca, un po' di gonfiore nelle palpebre chiuse... La morte non le parve che una totale stanchezza, e, per la prima volta dopo quell'annunzio, vide nei propri occhi la spenta fisionomia di lui.Questa visione le fece comprendere ch'ella pure non lo amava, poichè, nel guardarlo, più che il dolore poteva in lei un senso di raccapriccio fisico, nel quale involontariamente si rammentava d'essere stata baciata da quella bocca. Onde fece un movimento, uno sforzo, per respingere da sè tutto questo; — ma la visione tornava.Improvvisamente, un'altra volontà che la sua le fece dire: — Andiamo a vederlo...— Sì?... vuoi?... — mormorò egli, come côlto in fallo.Ma intanto pensò ch'era opportuno accertarsi un'ultima volta di quanto aveva compiuto e giudicare da lei, da lei ch'era la più fidata, l'impressione che gli altri ne avrebbero.— Andiamo, — fece risolutamente. E non si mosse,— Sì... — ella rispose, restando immobile a guardarlo con gli occhi sbarrati.Egli si fece violenza, la prese per mano, e mutamente si avviarono.— Fa piano, — egli diceva, — che nessuno si desti...Non certo ella faceva rumore; ma scivolandogli appresso, nell'ombra, quasi nascosta dietro la sua persona, compiva uno sforzo muscolare per vincere la volontà restìa.[pg!157] In lei rombava un grande frastuono; la notte parevale sonora. Curvi entrambi, addossati l'uno all'altra, comunicandosi per la mano serrata la paura ed i sussulti, scivolavan come ladri lungo la parete, sostando, ascoltando, raggruppati in sè stessi, pavidi, con le ginocchia tremanti.Il breve tratto parve loro una lunga distanza, e man mano che andavano, avrebbero voluto ritornare. Vicino a lei, anch'egli si sentiva meno forte che solo. Pure la trascinava, o gli sembrava di trascinarla, sentendo il suo peso riluttante.— Andrea...— Che hai?— Non andiamo...Eran presso l'uscio e sostarono.— Perchè?Ella non rispose; in quel buio non osava stargli presso nè lontana.— Tremi anche tu... — ella disse.— Io?... No! — egli rispose, irrigidendosi, contraendo i muscoli, per non tremare.La luna mandava ora fin lì un albore tenuissimo, che prima era parso tenebra.— Non aprire...— Sì, apro...Girò la maniglia e sospinse l'uscio.Non súbito videro il letto, ma il chiarore azzurro del fascio di luna che imbiancava la camera funeraria d'una chiarezza livida, piena d'irrealità.Poi d'improvviso videro il letto, videro la faccia supina, che a loro sembrò — tanto la temevano — si fosse mossa e li avesse guardati.— Non andargli vicino... — ella balbettava, — non posso...Ma egli, lì, di fronte all'opera che aveva compiuta, riacquistava il suo coraggio; e s'avvicinò al letto trascinandola.Il raggio di luna vestiva il cadavere dal piede alla [pg!158] fronte, poltrendo su l'ampiezza del letto come un fascio di bianca elettricità. Non solo morto pareva, ma deposto sopra un catafalco luminoso, e freddo pareva di quell'algida luce che somigliava stranamente al colore della sua carne, al gelo della sua materia spenta.— Vedi, — egli disse, — com'è tranquillo?Ma ella non rispose, forse non l'udì, assorta com'era nel guardarlo, con gli occhi avvinti, la respirazione ferma, il cuore sospeso.Gli usciva dal lenzuolo una mano, e quella mano pesava nella coltre come fosse piombo.La luce azzurra gli metteva intorno alla fronte, lungo le radici dei capelli, una specie di scintillamento; dal suo viso pareva trasudasse un umor luccicante; un fiotto di saliva faceva due piccoli grumi agli angoli della bocca; il labbro superiore avanzava su l'altro, dando alla fisionomia del morto un non so che di camuso. Qualche macchia d'un tetro color giallastro invadeva la scarnezza delle guance; gli occhi non facevan ombra; le ciglia parevano ingrommarsi. Ogni tanto avevano entrambi la sensazione ch'egli respirasse, poichè la morte non pare immobile, finchè si muove negli occhi nostri l'incredula paura con la quale noi la guardiamo.Egli voleva parlarle, ma indarno cercava nella mente un pensiero da comunicarle; si sentiva sperduto in una specie d'annientamento cerebrale. Ebbe voglia di sedersi a piè del letto e di vegliarlo, in attesa d'un fatto imprevedibile, o forse d'un suggerimento che salirebbe a lui, nello spirito, stando presso quel morto. Allora si accorse dell'estrema fatica fisica ond'era oppresso; gli parve d'aver sonno, ma un infinito sonno ed oblioso, in quella notte così limpida.Ella stava un passo lontano da lui, un passo lontano dal morto; si stringeva le braccia contro il petto, incrociate per i polsi, con le mani sotto la gola, il capo sovr'esse piegato, gli occhi attentissimi. Poi allungò la mano, quasi volesse toccarlo; invece lambì la coltre, lievemente, ritraendola con velocità.[pg!159] — Giorgio... — profferì, non per chiamarlo, ma quasi per riconoscere se veramente fosse lui.Sì, avrebbe voluto, dal suo cuore di sorella, e nonostante la presenza dell'altro, mandargli un ultimo saluto, comunicargli una dolce parola, toccarlo con una carezza lieve, posare la bocca su la sua fronte che non ricordava più... Adesso aveva rimorso, un orrendo rimorso ed una infinita voglia di piangere per lui; adesso le pareva necessario di fargli conoscere il suo dolore, e dirgli, se pur non udisse: — «Povero, povero amico mio, forse non mi perdonerai... no, certo non mi perdonerai!...»E s'avvide che s'erano lasciati senza una parola di commiato, senza un bacio, nè una confidenza, nè un secreto, senza una di quelle parole conclusive che fanno meno buia la morte a chi vi sprofonda ed a chi guarda morire. Si ricordava di lui, ch'era buono, ch'era malato, ch'era un povero essere debole, triste, soave, che a lei voleva bene come forse nessuno al mondo, e come forse nessuno al mondo per lei, per lei sola, soffriva... Si ricordò la pazienza disperata, il disperato amore che appariva nelle sue chiare pupille quando la guardavano, e la dolcezza paurosa della sua voce quando parlava con lei, l'amore di cui l'aveva circondata quell'essere morente, la beatitudine grande che lo trasfigurava se appena, quand'eran soli, ella gli avesse detto una parola buona...In quel momento il suo proprio amore non esisteva più; non si considerava più come la schiava di quell'infermo inguaribile; provava solo un rimorso angoscioso di non essere stata con lui nell'ultima ora, quando il suo pensiero fuggente l'aveva cercata ed il suo cuore cessante l'aveva con sè trascinata nel silenzio della morte...«Sì, mi hai chiamata e non c'ero! hai voluto vedermi, e non c'ero! hai voluto forse confidare, a me sola, un ultimo desiderio, e non t'ho potuto ascoltare... Anzi tu sei morto «sapendo!» Oh, come devi aver [pg!160] sofferto, povero cuore! Sì, eri buono, mi tutelavi, mi carezzavi con la tua anima dolce; da te non ho inteso mai, mai, che parole d'amore... Ed io non t'ho fatto che male! io non ho fatto che ucciderti giorno per giorno, senza volerlo... Sì, sono stata infame, povero amore, e non mi perdonerai!...»Si curvò, protese di nuovo la mano per accarezzarlo, e tuttavia non osando, gli passò con la mano sopra il volto in un rapido gesto, che pauroso era solenne.Poi, di schianto, cadde presso il letto, a ginocchi, e pianse.Quand'egli vide la donna genuflessa ed il cadavere supino, gli parve che un legame li unisse, che una simiglianza fosse tuttavia tra le lor dissimili positure, ed offeso da quella concordia che gli era nemica si aderse contro di loro con una ferma violenza, levando tanto più la fronte, quanto più l'amante sua la curvava nella vergogna nel rimorso e nelle lacrime per il morto.Ella era inginocchiata sopra un ginocchio solo; su l'altro teneva un gomito e nei palmi la fronte.Ora, dal lenzuolo inazzurrato, il manto lunare cadeva su lei stupendamente; la bellissima sua nuca scoperta era densa di capelli quasi fulvi, che brillando si arruffavano. Pur così accasciata, il suo dorso conservava una mirabile elasticità; la gamba su cui stava inginocchiata, uscendo fuor dalla balza della vestaglia scopriva il bianco malleolo ed il tendine teso, che s'allentava nella rotondità del polpaccio.Quasi tutto il piede era fuori della pianella, e si vedeva il tallone roseo svanire in un incavo profondo verso le dita flesse, che tenevan ritta la calzatura piegandosi contro l'orlo d'ermellino.Nel medesimo tempo egli guardò il morto e gli parve straordinario che vicino ad un cadavere si trovasse una cosa tanto profana ed avesse, nell'atto che compiva, una qualsiasi comunanza con lui.Voleva parlarle, chiamarla; ma un senso di rispetto [pg!161] più forte non gli consentiva di muover labbro. Ascoltò con una specie di rancore taciturno, ed intese che pregava.Sì, dall'atto delle sue labbra e dalla ferma sua genuflessione indovinò che l'amante pregava. Dunque non sarebbe mai la sua complice, non crederebbe mai che all'uomo sia lecito far morire. Anzi, poichè pregava, qualcosa v'era di non distrutto fra la sua bella gioventù e quella morte infinita, qualcosa v'era in quel silenzio, di più sacro e di più forte che l'amore, poich'entrambi avevano creduto nella parola inverosimile: «Dio».Allora si trasse indietro, e pensò ch'ell'avrebbe trasalito per la paura di rimaner sola in vicinanza del morto. Ma ella non si mosse, non s'accorse, non ebbe un solo tremito nella persona. Investita così dal raggio lunare, prosternata com'era davanti al letto funerario, pareva una monaca seminuda, che, in una notte piena di stelle, si fosse trascinata con delirio verso il marmo dell'altare, affinchè la pietra del sacrario purificasse la sua carne disperata. Ed egli non udiva più nemmeno il bisbiglio della sua preghiera, nè più vedeva il suo petto muoversi, la nuca trasalire, il tallone roseo staccarsi od avvicinarsi al tacco della pianella: ma due sole immobilità perfette occupavano la stanza, un solo raggio le ammantava nel suo fermo splendore.— Novella... — egli chiamò sommessamente.La sua propria voce lo ferì come la voce d'un estraneo, senza che le due creature si movessero. Le andò vicino, ed invece di chinarsi, attese.Era tramortita; ma da presso egli vedeva le sue spalle trasalire insensibilmente. Stando così piegata in avanti, con la fronte che quasi toccava il lenzuolo, la prima vertebra spinale formava tra le piane scapole un forte rilievo; il fascio lunare non impediva che presso l'attaccatura del collo le sue bianche spalle fossero piene d'ombra.Poi d'un tratto la vide roteare sul ginocchio piegato, [pg!162] allentar le braccia ed accasciarsi a terra come un peso inerte, senza quasi far rumore. La pianella scappò via dal piede roseo, fece un piccolo salto, si rovesciò. Era scoverta fino a mezzo il petto; i calmi seni formavano, sollevando la camicia, una profonda incavatura.Dopo di lei fissò il morto, e gli parve strano che la sua faccia non si fosse chinata fuor dalla proda, per guardare in giù.«Vedi? — mormorò in lui una voce estranea. E gli parve di ridere nel cuore sarcastico, ma d'un riso che non gli saliva fino alla bocca.«Vedi?»Gli parve che alcuno avesse aperto l'uscio. Senza maraviglia si volse e guardò.Su l'uscio batteva tagliente l'ombra d'uno stipite; null'altro che l'ombra d'uno stipite. La maniglia luccicava.Un usignuolaccio, fuori, nella notte, nella ramaglia nera e balenante sufolava con ironia collerica, e tanto presso e tanto forte, che lo stordiva. Gli parve che stesse a cantare, lì, sul davanzale. Si volse e guardò. Ma la pietra del davanzale frammista di selce non mandava che lampi ed il vano della finestra pareva un canale azzurro sgorgante nell'immensità.«Uuh!... Fi! Perchè canti? Vattene.»L'usignuolaccio saltava.Era proprio lì, nella grande magnolia; il suo pennaggio faceva rumore contro le foglie sonore.«Vedi?»Un filo d'aria notturna passò su di lui, percorse la lunghezza del letto, soffiò tra i capelli radi del morto, li scompose. Poco dopo una vasta nuvolaglia, correndo sopra la luna, ruppe il filo che portava quel fascio d'elettricità, e, fattasi buia la stanza, egli si sentì serrare nella caligine come fra due pareti che si chiudessero.«Vedi?»E la nuvolaglia se n'andava piano piano; il raggio [pg!163] tornava, più mite, poi più forte, parendo invadere la stanza e colmarla, come un fiume...Allora si chinò su l'amante, la prese per un braccio, la scosse. Ella sbarrò gli occhi, guardò intorno, si risovvenne, lo prese ai polsi e con tutta la forza delle due mani congiunte s'aggrappò a lui per sollevarsi.— Via... via... — balbettò quando fu ritta. E lo sospingeva indietro col peso della sua persona, chiudendo gli occhi, come se non volesse volgersi per riguardare il morto. — Via... portami via!Egli vide lo scendiletto sconvolto e l'accomodò con la punta del piede, resistendo per un poco all'urto dell'amante; poi si lasciò respingere.Uscirono.Camminando senza cautela rifecero il breve cammino, tenendosi avvinti, quasi tornassero dalla consumazione d'un delitto e andassero impuni, lievi, a goderne la preda. Su l'uscio, nell'entrare in quell'altra camera, che a lor parve gioconda, involontariamente si baciarono. Ell'aveva nella gola un riso singhiozzante, negli occhi una febbre luminosa, nelle vene un battito celere che le soverchiava il cuore. A lui pareva di averla rubata quasi dalle mani d'un avversario più forte, o trascinata via da un incubo, via dal talamo di un altro che gliel'avesse rapita.Un lungo trillo melodico empiva la notte incantata, e nel rifugio dell'alto suo ramo il cantore solitario snodava, buttava i suoi gorgheggi con impetuosa magnificenza, come, nell'aria, brillando, lancia i suoi gettiti una fontana. Di tanto in tanto qualche rana grassa metteva nelle pause del canto la sua sgangherata vociaccia, come se le vellicassero il ventre viscido per farla ridere o si fosse ubbriacata fino a creparne del buon odore che mandavano i gelsomini.— Dammi a bere... — ella fece, comprimendosi il petto soffocato: — brucio di sete!— Acqua? egli disse. — Non ho che acqua.[pg!164] — Sì.Prese la caraffa, il bicchiere, lo riempì fino all'orlo, poi, stillante, lo porse alla sua bocca. Ella ne ingoiò un sorso avidamente, facendo gorgogliare l'acqua nel deglutirla; poi guardò l'amante:— E tu non hai sete?— Sì; dopo.— No, bevi, — ella fece, prendendogli la mano che teneva il bicchiere e spingendola verso la sua bocca. Egli ubbidì. Bevve con ingordigia, con ira, due volte, poi guardò il bicchiere vuoto.— Ancora ne vuoi? — diss'ella.— Non più. — Respirò forte, soggiunse: — Lo sai ch'eri svenuta?Ma ella si coverse gli occhi, piegò il mento sul petto, e, come chi si ritrae da una visione paurosa:— Non parlarne... — pregò. — Che orrore! che orrore! Ho bisogno per un momento di scordarlo... Non parlarne più!Egli rimise a posto la caraffa, si andò a sedere sull'orlo del letto, curvo, stanco, tenendo le mani allacciate, fra le ginocchia, la fronte china.Ella fece per la camera un lungo giro e si fermò vicino alla finestra, guardando fuori, curiosa, nella notte stellata.Soffiava ora un poco di vento; i prati lontani mutavano colore; incominciava un dondolìo sonnolento per le alte cime degli alberi; dentro, nelle frasconaie, qua e là, un fruscìo prolungato, uno strepito scorrevole, come se vi rimbalzasse in mezzo, tra foglia e foglia, una lentissima pioggia di sabbia.Ella vide a pochi metri dalla finestra, su l'albero gigantesco, un grande fiore di magnolia sfasciarsi repentinamente, cadere giù, lembo a lembo, ciascun petalo roteando come una spola, finchè si posava disfatto su la ghiaia luccicante. Quel fiore, lo sfacelo di quel grande fiore, l'assorbiva interamente, e, senza ben comprenderne il perchè, non poteva ritrarsi dal [pg!165] guardare l'opulento ramo, che per quella caduta seguitava a dondolarsi oscillando, e quel fiore sparso, rotto in frantumi, che giaceva sotto il vasto albero, come una bianchissima porcellana spezzata.E vide un piccolo rospo che vi saltellava nel mezzo, traversando la ghiaia.Senza volgere il capo ella chiamò per nome l'amante; ma egli non si mosse.Allora, affacciandosi ancor più, si mise a guardare, nella facciata bianca della casa, quella finestra poco lontana, dietro la quale, ma in fondo, contro l'opposta parete, c'era un uomo che dormiva per sempre nel letto illuminato, nel sudario del raggio lunare, di fronte alla magnificenza delle stelle.Vide, o le sembrò, che ne uscisse un fumo azzurro, torbido, il quale navigava per la notte, sperdendosi; e intimorita si ritrasse, onde non respirare nel vento neppure un átomo di quel fumo.Andò vicino all'amante, gli pose una mano sui capelli. Egli non levò il capo, non disse parola. Ed ella, tacendo, prolungava la sua carezza con una specie di voluttà, indugiando nei caldi capelli, un po' chinata su la sua pallida fronte. Infine disse:— Che ora è? tardi?Egli guardò l'orologio, distrattamente:— Le tre passate.— Hai sonno?— Non ho sonno; e tu?— Nemmeno. Guàrdami!...Andrea levò gli occhi. Entrambi, nel fissarsi, parvero maravigliati.— Che faremo? — ella disse, tremando fin nell'anima.— Non so.Stava ritta fra le sue ginocchia, tenendogli ora le mani su le spalle; egli aveva la fronte quasi nascosta contro il suo petto, e, senza toccarla, sentiva tuttavia l'impressione della sua pelle fresca e giovine, sentiva [pg!166] il profumo della stoffa tenue somigliante all'odore stesso di lei.— Tu l'amavi! — gli esclamò d'un tratto, con iracondia, senza levare il capo.— No... taci...— Sì, lo amavi! ora l'ho visto! lo so... — egli disse caparbio.Novella si chinò presso l'orecchio dell'amante, quasi baciandolo, e bisbigliava di continuo:— Taci... taci...Subitamente egli serrò le braccia intorno alle sue reni e l'attrasse, alzando la bocca verso la bocca di lei, che lo cercava.— Sei mia, ora?Ella rise, non colle labbra soltanto, ma con tutta la persona, con tutta l'anima rise.— Rispóndimi!— Sì... sì!— Ma per poco... — egli fece, tetro.— Come?— Ho detto: per poco. Adesso non c'è più divieto, e allora...— E allora? — ella interrogava con la medesima voce.Poi gli prese la faccia tra i palmi, e, quasi per soffocare ogni parola, su la bocca, affannosamente, lo baciò.E rimasero avvinti in quel bacio, disperati, sitibondi, colmi fino alla gola di orrore e di amore, sentendo che in quella voluttà esecrata una coscienza invisibile, quasi, un Dio, li malediva.... . . . . . .... poi, lontano, per l'ultimo cielo, fra i mazzi di stelle che imbiancavano, videro salire una gran fiumana di vapori ondeggianti, quasi una colonna di fumo, che soffiasse non da un incendio ma da un [pg!167] gelido remoto mare, e videro per l'universo effondersi quella specie di scolorimento, quel brivido, quella bianca tenebra che precede il salire del giorno.Un grande velario, di mussola o di tulle, passava su le migliaia di stelle per diminuirne lo splendore; una chiarità nasceva nell'oriente concavo; la notte a poco a poco s'incanalava in quella zona pallida, lasciando portare dal vento le sue gonfie spirali di fumo.Piccole stelle morte, randagie, vi cadevano dentro, scomparivano, lasciavan un solco impercettibile nello spazio dov'erano a migliaia; le grandi costellazioni, luminose come navigli notturni, affondavan nell'oceanica immensità; la luna colava a picco imbiancandosi nella voragine d'una nuvolaglia simile ad un cratere.Lontano, all'alba sopravveniente, un gallo cantò.Ilare, mandava in alto la sua chiacchierata pretensiosa, lisciandosi forse il bel pennaggio lustro, come una donna mattiniera, che alla finestra péttini cantando la sua liscia capigliatura.Entrava, con l'odor fluviale dei narcisi, con l'abbrividire delle foglie che si destavano, un'ondata d'aria fredda, quasi visibile, che faceva il giro della stanza, come un vortice...Egli le ravvolse nella camicia di batista i seni che si ergevan nudi, la fasciò sino alla gola entro la vestaglia di seta, e baciandola su gli occhi pieni d'ombra disse a lei che non parlava:— Dormi?... [pg!168][pg!169]
Nel breve tratto che percorse dalla camera di Giorgio a quella dove l'aveva ucciso, il suo delitto gli parve già remoto nel tempo, già retrocesso in una di quelle lontananze mentali che l'anima ismemorata varca in un baleno. Sicchè, nell'aprir l'uscio, quella poltrona rimasta nel mezzo della camera l'urtò quasi nel petto, come una realtà impreveduta, e fu sì forte il suo stupore, che da prima non osò inoltrarsi.
— «Io sono Andrea Ferento: un uomo che sa di avere ucciso, — raccontò a sè stesso. — Un uomo che dovrà vivere congiunto con la memoria di questo atto incancellabile.»
[pg!139] — «Ebbene? — si rispose; — la vita prosegue nella sua necessaria vicenda: il cadere d'una piuma d'ala non turberebbe altrimenti l'equilibrio immutevole delle cose. La terra non fa che ingoiare una bara di più. Ora la tua strada è sgombra: cammina!»
Gli avveniva molto spesso di dialogare fra sè medesimo come fra due personaggi discordi, quasi per appurare da qual parte di sè fosse la ragione.
La strada è sgombra?... Sì, gli pareva; sgombra e facile, certa e radiosa. Bastava ormai rimuovere da' suoi passi l'ostacolo più immediato: quella poltrona che propagava intorno a sè una così pesante ombra, quel mobile di legno e di cuoio che pareva contenere nelle vuote braccia l'estremo fantasma del suo delitto. Bisognava insomma, dopo tanto coraggio, non vacillare nella propria incoerenza, non attribuire a quella «cosa», nè alle altre che son prive d'anima, un significato umano.
E fattosi animo, afferrò l'inerte mobile per le due braccia vuote, lo sospinse con una specie d'iracondia nell'angolo dove abitualmente stava, robusto e quasi benevolo, in attesa di reggere una stanchezza. Poi, sentendo il bisogno d'un felice respiro, aperse intera la finestra e s'affacciò verso la notte imbrillantata, che adagiava su la terra calma i suoi fantastici padiglioni di stelle.
Tante ve n'erano e così folte, da parere uno sterminio di mondi luminosi, una polvere cosmica in ardore, una fosforescenza d'atomi dispersi dentro una sfera di cristallo. Le bianche vie planetarie, le immense fiumane del cielo straripavan di luce in praterie stupendamente azzurre, tendevan dall'uno all'altro emisfero un miracoloso arco siderale, che pareva navigar nell'infinito come una vela gonfia d'immensità.
Cos'era la fine d'un uomo in quella eterna bellezza? Cos'era più, in quel silenzio parlante, il piccolo silenzio d'una bocca suggellata? Cos'era il senso d'una parola umana dentro quella trasformazione perpetua, che andava [pg!140] dall'inconoscibile verso l'ignoto, travolgendo seco infinite agonìe, facendo scoccare innumerevoli vite nel fulgore d'un istante?
Fibrule, atomi, pulviscoli, o uomini, perchè urlate? Cosa scaglierete di voi contro questo immenso andare? O fuscelli nella bufera, o piume nel vortice, cosa importa mai all'Assoluto, che voi diciate: — Vivere... — che voi diciate: — Morire?...
Stelle, stelle... vertici di splendore accesi al sommo del nostro pensiero, faville irradiate da noi, parole che brillano!... distanze forse immaginarie chiuse nella nostra pupilla, ombre forse di una luce invisibile, cancelli d'oro invarcabili della umana prigionìa!...
O piume nel vortice, o fuscelli nella bufera, cosa può essere il vostro lieve schianto nella ecatombe universale che il Tempo divora camminando, come un affamato mai sazio?
L'oblìo, l'oblìo, l'oblìo!... più dolce fra tutte le cose, poichè vuol dire non conoscere, non affaticarsi a conoscere, ma passare...
Gli parve che tutto il mondo in quell'attimo avesse un colore di miracolo, e solo percepiva, con una specie di attenta gioia, il fluire del Tempo. Egli lo sentiva trascorrere in sè come l'acqua traverso un filtro; aveva chiara la sensazione che una parte del proprio essere, forse la più immonda, si sperdesse così nell'infinito, e gioiva di questa purificazione con una lunga e lenta voluttà.
Il Tempo era un nettare che l'uomo beveva per dimenticarsi dell'attimo anteriore, per allontanarsi dalla sua spoglia vicina.
Poi, quando si fu ristorato in quell'aria balsamica e si fu cullato quasi per ozio in questi erranti pensieri, d'un tratto gridò a sè medesimo:
— «Non sei che un istrione! Cerchi di recitare la vita perchè hai paura di viverla! No, la tua parola è un'altra, più bella che «Dimenticare...» La tua parola è: «Potere!»
[pg!141] Aspirò un largo sorso di quell'aria vivida, così gran sorso quanto spazio era ne' suoi polmoni capaci, e ripetè a sè stesso con la forza di una intimazione:
— «Sì, potere! Potere con gioia!»
Allora la faccia di colei che amava gli risalì nell'anima come la ghirlanda del suo peccato, e gli parve che affiorasse nel suo pensiero da una profondità quasi remota, per essere la sfera, il cardine, intorno a cui roteava tutto lo splendore dell'universo.
Ella era veramente, nel suo spirito, sovrana ed unica: più in là che il senso delle cose, più in là che la negazione. Di lei sola, di questo solo amore, il suo cervello analitico non cercava ragione. S'era preso d'amore e l'amava, senza mai tentare una ribellione qualsiasi contro l'ebbrezza che questo perdimento gli dava. Se tutta la sua vita d'imperio, d'indagine, di lotta, era contro una dedizione così assoluta, se la sua fredda mente poteva sorridere di questo piccolo nome: «l'amore» — un altro spirito nel suo spirito, un altro cuore nel suo cuore, s'eran lasciati stravincere da lei, e non insidiosamente, ma d'un tratto, e non con il terrore di perdersi, ma con un senso di barbara felicità.
L'amava!... era pieno il mondo di questo amore esultante!... le cose tutte visibili portavano il segno impresso di questa ebbrezza del suo cuore! Tutto le assomigliava, tutto proveniva da lei; era nel tempo e nello spazio, nell'attimo e nell'eterno, era l'arteria della sua vita molteplice, era, nel suo mondo negativo, la conclusione sintetica ed infinita che il credente riassume in Dio.
L'amava! era immischiata ne' suoi sensi come il profumo nella musica della primavera... l'amava come si ama un assurdo, come si professa una follìa.
Allora subitamente si sovvenne de' suoi dolci capelli, della sua tepida bocca lasciva, degli occhi suoi, non timidi e non forti, che parevano continuamente mutar colore, soffrendo quasi la gioia di una contenuta voluttà; si risovvenne delle sue bianche spalle, che tramandavan [pg!142] l'odore d'una soavissima cipria e parevan simili a grandi ventagli sparsi di rugiada scintillante. Cominciò a seppellirsi piano piano sotto la memoria delle sue carezze, con l'oblìo di chi s'addormenta sotto una pioggia insensibile di fiori. Ogni ombra, nella notte infinita, conteneva per i suoi occhi una lontana sembianza di lei.
D'un tratto, nel pensiero, lucida, gli emerse una certezza:
— «È mia!»
Comincerebbe da quell'ora tragica un patto indistruttibile fra loro. Egli poteva dirle, doveva dirle senza indugio, che nulla più li separava dalla troppo attesa felicità. E bisognava inoltre chiamarla, per vegliare insieme quella lunga vigilia, soli, serrati, muti, nell'ambigua vicinanza della morte, nel chiarore delle stelle.
Era stato verso di lei così nemico in quell'ultimo giorno, ch'ella certo non avrebbe osato avventurarsi fino alla sua camera come faceva nelle trascorse notti, quando l'infermo s'addormentava, o talvolta nelle ore vicine all'alba.
— «La chiamerò.»
E si mosse.
Ma lo turbava il pensiero di trovarla nel suo letto, spogliata, e gli parve a tutta prima inverosimile di potersi ancora una volta ritrovare con lei, parlarle, dirle sopra tutto quella parola ch'era necessario dire. Tuttavia giunse fino alla sua porta, l'aperse, intese il rumore del suo corpo, che al lieve cigolìo dell'uscio si volgeva nelle coltri.
— Dormi?... — egli domandò soffocatamente.
— Sei tu, Andrea?... Dormivo appena.
— Lévati.
Ella riconobbe nella sua voce un non so che d'insolito.
— Che fai su l'uscio? Entra.
Egli ubbidì; ma rimase immobile, un passo oltre [pg!143] la soglia. Sollevata sui cuscini, ella invece lo chiamava a sè allungando un braccio.
— Cos'è accaduto?
Andrea rispose:
— Nulla.
— Sta male?
— Chi?
— Ma... Giorgio...
Egli fece una lunga pausa prima di rispondere, poi disse ancora:
— Lévati.
Ella respinse le coltri, e scivolando giù dalla proda cercava coi piedi bianchissimi le pianelle sul tappeto.
— La mia vestaglia... dammi la mia vestaglia, — lo pregò, per non mostrarsi ritta in camicia. E soggiunse: — Là, sull'attaccapanni.
Allora egli la vide, la prese e gliela portò. Ma invece di vestirla, ebbe voglia di avvolgerla, così com'era, in un bacio iroso. Non lo fece. Ella si fasciò nella vestaglia, e guardandolo dubitosa, interrogava:
— Che hai? Che c'è?
— Vieni, — egli disse volgendosi; — vieni.
Lieve, movendo un fruscìo di seta che nel silenzio pareva sonoro, lo seguì, scivolandogli appresso, finchè furon entrati nella sua camera, ove si chiusero.
Là v'era più luce, ed ella così alterato lo vide, così livido, con gli occhi tanto sbarrati, che non pareva più lo stesso uomo. L'afferrò per le braccia, impaurita:
— Che hai? Che hai?
Egli volle sorridere, ma la sua bocca si contorse in una smorfia, e tacque.
Fino allora egli non s'era trovato che solo. Ma ora, come gli pareva strano aver dinanzi un testimone! Come diversamente suonava la parola «morte», nel passare come un'eco dentro il proprio silenzio interiore, o nel doverla comunicare con la bocca, in forma d'annunzio irreparabile, ad un orecchio che l'ascolti!
«Morte...» due veloci sillabe, cinque segni dell'alfabeto, [pg!144] che hanno il più vasto senso di tutta la comprensione umana. Parola che nulla distingue dalle altre quando la si pronunzia come un'immagine, ma che diviene fredda, greve, assoluta, quando è detta in testimonianza del cadavere, quando si abbatte come un'ala senza volo su la materia che giace...
Allora ne misurò in sè stesso tutto lo spavento, e gli parve che, più del fatto, fosse impossibile a dirsi la parola. Ma questa risonava dentro il suo cervello, immensa e micidiale, come il rumore d'un grande stormo di corvi che invadessero l'aria buia.
Sentiva nel medesimo tempo l'orrore della tragedia e il turbamento della sua presenza feminea, della sua bellezza così poco nascosta, che gli pareva oltremodo impudica, in quella camera, in quella cornice di morte.
Ancor prima di parlarle, capì che da quell'annunzio ella si sentirebbe scaturire nell'anima involontariamente una paurosa gioia... Ma egli qual gioia ne avrebbe, ora e mai più, egli che doveva da solo portare il peso dell'orrendo segreto?
Le lunghe maniche della camicia da notte, apparendo fra quelle più ampie della vestaglia, le scendevan sino ai polsi, li serravan in una frangia di pizzi; anche sul petto, lungo la scollatura, una trina frivola biancheggiava intorno alla seta; quell'odore del lino tenuissimo ed il vestigio di non so qual profumo impregnatosi nella stoffa parevano stringere la bella creatura in un cerchio d'impurità. Era troppo soave, troppo feminea, per ascoltare la morte.
Chiuse gli occhi e la dimenticò. Ma insieme i lievi pizzi della sua manica gli toccarono la fronte.
— Che hai? — gli domandava l'amante, carezzandolo. — Parla; mi fai paura.
Ed anche nella sua voce continuava quel profumo, quel respiro d'impurità. Egli ebbe un momento la tentazione di farla patire, d'infliggerle un tormento che fosse uguale al suo; ma l'amava, l'amava, era tutto il suo mondo, la vita era piena di lei... Che bel colore [pg!145] avevano le sue guance, come d'un rosato avorio, d'una madreperla venata!... Che dolce disegno, che rossa umidità per le sue labbra! E ne' suoi capelli ed in tutta la persona, dalla fronte al piede, che terribile fascino sensuale, che infinita voluttà!...
— «Ora, — egli pensava, — è mia.»
L'uomo brutale, che non conosce argini al suo desiderio di possesso, in questo pensiero s'innebriò. Gli corse per le vene, quasi facendo rumore, una potenza nuova, gli battè contro i timpani una musica violenta, piena di vittoria; nelle sue pupille fulse un raggio di luce. Con forza, quasi la ghermisse ad alcuno che fino allora gliel'avesse contesa, la strinse nelle sue braccia e la serrò contro il suo petto virile, fortemente, lungamente, senza dirle nulla, in una specie di convulsione, per appalesare su lei questo pensiero: «È mia!»
Ell'amava la sua forza, e si rendeva piccola, si lasciava tutta ravvolgere dalle sue braccia, sopraffare dalla sua violenza, carezzandolo senza far mossa con il suo corpo di velluto. E sentiva con gioia le mani dell'amante farle un nodo quasi doloroso fra le cedevoli spalle, mentre, con la faccia rovesciata sotto il calore della sua bocca, si sentiva percorrere dal suo respiro come da un maraviglioso bacio.
Che piccola cosa era per lei, in quell'attimo, tutto il resto del mondo! Com'era sua fino all'ultima vena, senza pensiero, senza lotta, senza dubbio, sua con felicità!
— Mi ami?... — bisbigliò. Ella non poteva sospettare altra cosa che l'amore, non cercava che di accrescere la sua gioia, parlandone, costringendolo a parlarne. Ma egli stava muto; aveva un non so che di crudele su gli orli della bocca, nel riso che gli scopriva i denti lucentissimi.
L'attrasse, la portò con sè vicino alla finestra, perchè gli pareva di allontanarla dalle cose circostanti affacciandola verso la notte libera.
— «Griderà, — pensava — se io le dico...»
[pg!146] E preparò la mano per soffocare quel suo grido. Voleva dirlo súbito, e gli pareva tuttavia non possibile a dirsi.
Ma il suo viso parlò prima della bocca, le sue pupille arsero d'una luce quasi nefasta.
— Odimi... e non gridare! Odimi!...
Le teneva ora le tempie, il viso, fra i due palmi, serrato; era curvo su lei per afferrarla nella sua tragica volontà.
— Non gridare... bada! Una cosa terribile... bada!
E scandì queste parole inesorabili: — «Tuo marito è morto.»
Più veloce che nel dirlo, e prima di compiere l'intera frase, le attirò la faccia contro il cavo della propria spalla e col braccio le avvolse il capo come d'un manto, per soffocare il suo grido.
Non intese che una specie di rantolo nella sospensione totale del respiro. Allora, sciogliendola da quella stretta, le si curvò presso l'orecchio, e lentamente, con una specie di misura, disse un'altra volta:
— È morto: l'ho trovato nel suo letto... morto.
Ella barcollò, sopraffatta. Un enorme stupore tenne per un istante immobili tutte le linee del suo viso. Poi si sciolse da lui quasi per istinto e retrocesse nel vano della finestra, urtando contro l'invetriata aperta, senza dare il grido che si mozzò nella sospesa vita.
Dietro lei, come un placido specchio, il vetro acceso dalle stelle raccoglieva lo splendore della sua nuca, l'ombra confusa de' suoi capelli, che immersi nel pieno raggio divennero scintillanti. Fra loro, in quella pausa, restò uno spazio vuoto, che parve il limite necessario fra le lor anime distanti.
Poi ella fu presa da un tremito, e balbettava come nella febbre parole incoerenti; cercava di ripetere a sè stessa quella frase indicibile, quasi per esaminarne il senso, per radunare davanti all'anima spaventata l'inafferrabile verità.
— Morto?... è morto?!...
[pg!147] Ed ancor prima che il dolore potesse scenderle fino al cuore, un velo di lacrime le bagnò copiosamente la faccia. Lacrime che si staccavano dagli occhi fermi, cadevan come grosse gocciole senza lasciare un solco; poi, di súbito, cessarono. Allora si mise a ridere d'un riso convulso, e torceva le braccia verso di lui, forse per afferrarlo, forse per allontanarlo da sè, mentre la sua bocca ridente balbettava:
— No!... non è vero... no! Dimmi che non è vero!
Egli le prese i due polsi, forte, quasichè avesse una irosa gelosia del dolore che vedeva in lei, e disse un'altra volta, scuotendola:
— Sì, sì, è morto.
In quella scossa, in quel disordine subitaneo, la vestaglia s'era slacciata; si vedeva la camicia lieve scenderle fin su gli stinchi politi; l'ombra del suo corpo ne traspariva, come da un velo tenue che tradisse l'intera nudità; i seni spaziosi, contenenti nella lor distanza la doppia increspatura delle trine, calmi e pur quasi violenti nella loro ertezza, di qua, di là pungevano con l'oscuro vértice il finissimo lino.
Egli n'ebbe, anzichè turbamento, una specie di dolore fisico al sommo della fronte, alle radici dei capelli, e nei polsi, e nell'arterie del collo, dove batteva più celere l'impetuosa vita. Gli pareva che sopra le corde vigili de' suoi nervi corressero due sensazioni diverse, che si mescevano e s'uccidevano insieme: una era un brivido, ma di terrore, per quel fantasma del morto; l'altra era un brivido, ma di gioia, che gli veniva dalla bellezza di lei, dall'immagine del suo corpo seminudo — e questa era senza dubbio la paura più forte.
Tutto aveva saputo vincere nella vita, e, fin dove può la comprensione dell'uomo, tutto ridurre al piccolo senso effimero, al piccolo valore transitorio d'un fenomeno umano; tutto, ma non la forma di quelle sue membra femminili, ch'erano per lui quasi una tentazione soverchiante, quasi un bene che andasse oltre la possibilità del suo medesimo desiderio, e fosse una [pg!148] specie di potenza maravigliosa, calamitosa, alla quale avrebbe tentato invano di sottrarre il suo spirito e la sua carne.
Quand'ella passava, o s'appressava, od un'eco portava la sua voce, o per un filo d'aria si diffondeva il suo profumo, od il suo nome fosse detto da alcuno, o per avventura gli accadesse di vedere inattesamente un oggetto suo, ne riceveva nell'anima e per le vene un tremito che gli faceva male, che gli dava una specie d'inquietudine oscura, di desiderio affaticante; quand'eran soli, quando la baciava, e pur quando nella brevità delle furtive notti ella era nelle sue braccia perduta d'amore, invano cercava di bere dentro quel cálice un sorso che fosse pari alla sua sete, o che potesse, per un poco almeno, placare l'ansia che lo struggeva di lei, spegnere la febbre incontentabile che gli faceva dallo stremo nascere un desiderio più forte.
L'amava, sì, ma più grande forse di questo sentimento era il terrore di non poterla amare abbastanza, la paura ch'ella valesse più di quanto poteva il suo desiderio da lei attingere. Breve gli pareva il tempo, la gioia dell'uomo fugace, inane la forza dell'uomo, — e la sua bellezza infinita. Onde l'amava con dolore, con disperazione, come un uomo che si accorga del tempo veloce, e tema, in ogni attimo trascorso, di avere dimenticata una felicità.
Ecco, ed egli s'accorse che davanti all'annunzio di quella morte il suo primo impulso era stato un rifiuto, era stato — o gli pareva — un immenso dolore. Ella dunque non voleva che fosse morto. Il suo cuore d'amante non le aveva per prima cosa fatto splendere negli occhi un lampo sinistro di gioia. No; ell'aveva detto per prima cosa: — «Non è vero! Non è vero!...» Per prima cosa ell'aveva tentato quasi di farlo rivivere, anzi aveva retrocesso da lui, da lui s'era sciolta, quasichè sentisse per istinto l'orrore della sua mano micidiale.
Egli misurò velocemente le conseguenze più lontane [pg!149] di quello che immaginava, e giunse a non avvedersi del cammino che quella rivelazione faceva nella mente oppressa dell'amante, precisandosi a poco a poco, divenendo per gradi una verità immediata e dandole agio di misurare a sua volta il senso reale di quelle due parole così repentine: — «È morto.»
Súbito ella non aveva compreso, od almeno era stata una sensazione così forte, che l'aveva solo accerchiata senza trovar ádito in lei. Ma ora lo vedeva: per comprendere, lo vedeva. Era fermo, steso, freddo, non moverebbe mai più la mano per chiamarla, non direbbe mai più: — Novella...
E guardando queste immagini, s'avvicinò di nuovo all'amante. Gli afferrava ora un braccio, si premeva contro di lui, rifugiandosi nella sua forza, nascondendo presso quel ruvido cuore di maschio la sua tremante anima.
Poi cominciò a mormorare:
— Perchè è morto? Perchè?
Ella esprimeva male il suo pensiero; voleva domandargli: — Come? dove? quando? in qual maniera, per qual ragione è morto? E dov'è? — Anzi lo disse:
— Dov'è? Ma súbito si ristrinse a lui con più tremito, quasi temendo che fosse lì vicino, lì per intorno, e che nel volgere gli occhi dovesse vederlo d'improvviso.
Egli spiegò, senza batter ciglio:
— L'ho trovato immobile nel suo letto; l'ho chiamato: non s'è mosso: l'ho toccato: era freddo.
Ella disse ancora, ma lo disse altrimenti:
— No...
Il buon odore del suo petto empiva di fragranza il respiro dell'amante.
Senza saperne il perchè, ella ebbe la sensazione che bisognasse non dir nulla ad alcuno, tacere, non svegliare la casa e mantenere nascosto fra loro, come una involontaria colpa, quell'orrendo secreto. Ma appunto perchè aveva questa sensazione, fu tratta a pensare il contrario, a credere che si dovesse gridare, far rumore, chiamarli tutti; balbettò:
[pg!150] — Il babbo...
Egli le prese forte una spalla:
— No, taci.
— Perchè?
Non sapeva rispondere; disse:
— Aspettiamo.
Ora ella non piangeva più; aveva solo un tremito nervoso dai calcagni alla nuca, e nella gola gonfia un nodo che ogni tanto si scioglieva per rinserrarsi più forte. Andrea s'accorse ch'ella potrebbe avere un qualsiasi dubbio intorno a quel divieto, e cercò di spiegarle perchè fosse conveniente aspettare.
— Più tardi li chiameremo, — disse. — Ma ora sono così stordito, che non potrei parlare con altri se non con te. Anzi tu pure...
— Sì, sì, io pure... — ella si affrettò a dire, quasi contenta di esaudirlo e di sentire infatti come lui.
Ma egli non trovò la spiegazione sufficiente e soggiunse:
— Ho voluto prima dirlo a te, perchè stamane, quando lo vedranno, bisogna che noi siamo preparati; noi due che...
— Sì, sì, hai ragione.
Allora quel lampo ch'egli voleva subito vedere negli occhi dell'amante, le traversò le pupille, facendole stringere più forte il braccio che gli teneva e soffermando il suo tremito in un'altra sospensione, ma vertiginosa, della vita. Ora soltanto aveva guardato, aveva potuto guardare al di là da quella morte.
Si nascose ancor più contro la sua persona e disse all'amante, con una specie d'insidia: — Ho paura...
Egli ebbe un atto d'amore, d'amore casto, e le posò su la fronte le labbra che l'amavano. Ma quel bacio era per rassicurarla, per proteggerla, ed egli cercava d'essere immemore, onde il suo bacio non rasentasse la colpa.
Alte, nel miracolo della notte, le stelle, così numerose che parevan nel deserto cosmico una bufera di [pg!151] polvere in combustione, infuriavano di splendore come fosforo avvampato, come resina in fiamme, come cristallo frantumatosi nella sabbia, quando vi sfólgora il sole. Ciascuna era un lampo ed era un mondo, ciascuna mesceva la sua fiamma, propagava il suo rogo nella raggiera dei mondi vicini.
La notte bruciava ne' suoi vertici, aveva, sopra il suo fosco edificio invaso d'ombre una cupola incendiata; l'eternità era espressa in luce, l'infinito aveva i suoi limiti nella magnificenza del fuoco.
Avvinti, si affacciarono verso la notte che roteava; e come se il moto dei mondi li afferrasse in un fantastico volo, tutto quanto avevano in sè di greve, d'umano, di turpe, si sciolse in una specie d'annientamento. Entrambi si sentiron così lievi, da credere che la lor materia purificata salisse come fumo, così lievi, da perdere fin la memoria di sè, ma non la memoria d'essere in quel volo congiunti e non la certezza dell'amore che li portava, come liberi spiriti, nell'apoteosi del cielo roteante.
La capacità buia delle lor anime diveniva un cerchio di stelle: nei lor sensi ricolmi d'oblìo una sorda felicità sgorgava come un canto...
Allora ella chiuse gli occhi ed incominciò a sognare. Un sogno era il suo, dove la morte già era passata oltre; la morte non era più che una parola remota, un volo d'ali nere lontananti senza rombo, nell'oblìo. Qualcosa d'indefinito, e pur di grande, le fluiva nell'anima, già troppo simile ad una paurosa felicità. Non sapeva d'essere precisamente una donna liberata, padrona di offrirsi con pienezza, con veemenza all'amore, ma le pareva che un'altra sua simile, una sua sorella interiore, avesse già cominciato a vivere in un'atmosfera inebbriante, a spaziare in una libertà senza confini, e di lei sentiva battere il cuore gaudioso nel viluppo del suo cuore atterrito. Una bocca, non la sua propria bocca, nascostamente in lei rideva, ma d'un riso involontario; questa esultanza temuta invadeva l'emisfero [pg!152] notturno, percorreva la materia come un'oscillazione lucida, fiammeggiava nell'ombra, cantava nel silenzio, volava nell'infinito, fra le stelle, come un turbinìo di polvere d'oro...
Ella era piena fino alla gola di felicità e di spavento: non sapeva quale fosse più forte, non sapeva in cosa la gioia fosse dissimile dal terrore.
E poichè nessuna commozione dello spirito può non avere le sue latenti radici nella carne che portiamo, ella si sentì colmata in ogni vena d'una felicità sensuale che l'affaticava come un godimento soverchio e le stordiva il cervello, quasi avesse da poco soggiaciuto ai più violenti baci. La stessa catena li stringeva; questa catena era fatta dal lor medesimo silenzio, era tanto più serrata quanto più s'impaurivano di doverla subire. Creature ultrasensibili, affratellate dalla diuturna colpa, egli avvertiva ogni tremito nella sua compagna, ella ogni tremito in lui.
Sapeva di far male stando così aggrappata contro la sua spalla, sentendo l'aspra muscolatura dell'òmero e del fianco virile premere contro la sua persona, entrarle quasi nella carne discinta: però da lui non si poteva staccare, quasichè il contatto le fosse indispensabile per proteggersi dalla paura. Egli a sua volta, pervaso da quella tepida morbidezza, non sapeva respingerla nè interrompere con un moto qualsiasi quella troppo soave corrispondenza, ed anzi gli pareva necessario di avvincersi a lei, di mescersi con lei totalmente, per investirla del suo delitto, imbeverla della sua colpa ed avvogerla quasi d'una inconsapevole complicità, poichè sentiva che mai, mai più potrebbe farlo, se non tosto, se non nell'ambiguo silenzio di quell'ora notturna, lì, nella camera dov'egli aveva ucciso, a pochi passi dal morto.
Questa coscienza divenne così forte in lui, che ad un certo momento premeditò d'assoggettarla ad un amplesso, perchè una comunione anche fisica fosse tra loro in quell'attimo di spasimo e di terrore, quand'egli, [pg!153] tenendola fra le braccia, palpitante, come nella stessa prigione del suo delitto, le direbbe su l'orlo della bocca, nell'umido bacio più ansante, le direbbe nel fuoco del piacere, così da insozzarla per sempre, le direbbe in guisa ch'ella dovesse o morirne o riderne, «ch'egli stesso, proprio da sè, con la sua mano, volontariamente, lo aveva ucciso...»
Non era questo un legame di complicità che l'avrebbe con lui serrata, per sempre, nel nodo micidiale? Non era questa una profanazione ch'equivaleva all'aver veduta con i suoi propri occhi l'opera criminosa, ed esservi stata consenziente, anzi all'aver data la morte con una più sottile crudeltà? Non avrebbe in tal modo portato anch'ella il cadavere su le braccia? ora e per sempre, il cadavere su le braccia?...
Gli pareva che fosse tra loro una disparità incolmabile: quel morto appunto, che a lui solo doveva la morte, che per sempre giacerebbe nel suo solo cuore. Insieme la incolpava d'essere così bella, per lui così bella, da rimaner femmina ed amante anche in quell'ora nefanda, così bella da far sì che il profumo della sua carne viva soverchiasse l'odore nauseabondo del cadavere, l'odore immaginario, che ad intervalli credeva di sentir effondersi nell'aria contaminata. Anzi egli non sapeva scindere una cosa dall'altra: il nudo corpo di lei si vestiva d'un lenzuolo funebre, come, ne' suoi occhi allucinati, la visione macabra del morto non poteva in alcun modo separarsi dalla profana immagine della sua nudità.
— «Se tu mi ami, — le diceva senza dirlo, — e se vuoi che t'ami, devi entrare nel mio delitto, farti orrida come io sono, mescolarti con me nel suo feretro, sapere quel che so. Bisogna che tu veda presenti, com'io li vidi, i suoi occhi quando si spensero, e che tu senta nei timpani, inscindibile fra tutti i rumori delle cose, quel rantolo che gli strozzò la gola quando il veleno gli giunse al cuore. Perchè, se io non t'avvinco al mio delitto, forse tu mi odierai...»
[pg!154] E la notte passava immemore, nell'alto cielo, con fulgori che parevano tralucere da un continuo dissolvimento. Era quasi una canicola notturna; l'oceano mondiale pareva una sola onda frantumata in milioni di brillanti. Ma ella era per lui più vasta che l'immenso infinito, e gli affluiva per ogni senso nello spirito, colmandolo di un totale oblìo. Per poter ragionare, chiudeva gli occhi davanti al pericolo della sua bellezza, tentava di sottrarsi a lei, come al potere d'una droga meravigliosa, che lentamente l'ubbriacasse. Non vederla, non udirla, recidere i sensi bisognava, per non cadere in lei come in un vortice senza fondo, per non amare al di là d'ogni cosa la sua dolce bocca umida, i suoi labbri cosparsi di peccato.
Allora, per quella particolare incoerenza la quale talvolta ci sospinge a fare il contrario di ciò che pensiamo, si volse e la guardò. La guardò con sospetto, come s'ell'avesse potuto sorprendere i suoi pensieri, tanta era l'affinità che li stringeva. Ne' suoi limpidi occhi non vide alcuna lacrima, e solo vide il riflesso della notte stellata che dentro vi splendeva come in un puro cristallo. Ella guardò lui medesimamente, con quel sospetto femminile che traluce dagli occhi della donna turbata; e rattennero entrambi il respiro, quasi temessero che la sensazione del loro fiato li spingesse ad un bacio. Ella fece un atto, come se avesse freddo, e si fasciò la vestaglia intorno alla gola, dove il disegno delle vene, tra la pelle bianchissima, tesseva una illuminata ombra. In quella luce obliqua egli vide brillare come fosse d'oro la vellutatura bionda che le nasceva sul principio del collo, intorno alle radici dei capelli. Il suo profilo si disegnava nella vetrata in una macchia di fulgore.
Non mai, non mai come allora comprese la sua bellezza, comprese che la sua bellezza era una cosa malata e lasciva, tutta commisturata di vizio, d'odore, di tepore, e, mentre la guardava, immaginò il pericolo che un altr'uomo la possedesse.
[pg!155] Da che l'amava non aveva mai conosciuta gelosia nè creduto ch'ella potesse da lui dividersi; — ma ora che aveva ucciso, per una strana successione d'idee comprendeva che questo fatto poteva strapparla dal suo possesso, far sorgere un'avversità imprevedibile, anche s'ella dovesse non conoscere mai la sua colpa, ma per il solo fatto che ciò era; — e vedendo l'uomo che la toccherebbe, di furore, di spavento rabbrividì.
Nell'assedio d'un tal pensiero, subitamente l'attrasse, quasi per custodirla; e furon così vicini ad un bacio ch'egli sentì su le labbra il calore della sua bocca. Il suo dolce seno gli tormentava il petto con insidia; l'ampiezza del suo bacino l'accoglieva in sè, quasi che ritta non fosse, ma supina, e le braccia, le sue lente braccia, facevano quel nodo stanco e forte che contiene l'amore.
— Tu... — egli disse, quasi cercando fra le parole una via di salvamento, — hai compreso tu quello ch'è accaduto?
Ella solamente rispose: — Taci... — abbassando le palpebre, come quando non si osa, per una specie di superstizione, dare un nome preciso ad una troppo grande felicità. Ma insieme si pentì del suo silenzio.
— Ora l'ho compreso, non prima: ora che tu mi baci.
— Lo amavi? — egli chiese repentinamente, quasi godesse della propria crudeltà.
— Sì, come un povero amico, ed anzi come una schiava rassegnata... — Poi riflettè e soggiunse: — Forse non lo sai?
Egli tacque; la sua fronte s'incise di una ruga profonda.
— E tu? — ella fece dopo una pausa.
— Io? che?
— Lo amavi?
Egli si raddrizzò, come faceva quando gli era necessario chiudere la sua volontà riottosa in un'armatura di metallo, e disse recisamente, con impeto:
[pg!156] — No! l'odiavo!
Ella n'ebbe un brivido, un brivido che la curvò, come per un bacio datole su la nuca.
— Avrà sofferto, credi?
— Nulla o poco; era composto.
Allora l'immagine del morto le assediò il pensiero, e lo vide, steso ma calmo: appena appena un po' di saliva agli angoli della bocca, un po' di gonfiore nelle palpebre chiuse... La morte non le parve che una totale stanchezza, e, per la prima volta dopo quell'annunzio, vide nei propri occhi la spenta fisionomia di lui.
Questa visione le fece comprendere ch'ella pure non lo amava, poichè, nel guardarlo, più che il dolore poteva in lei un senso di raccapriccio fisico, nel quale involontariamente si rammentava d'essere stata baciata da quella bocca. Onde fece un movimento, uno sforzo, per respingere da sè tutto questo; — ma la visione tornava.
Improvvisamente, un'altra volontà che la sua le fece dire: — Andiamo a vederlo...
— Sì?... vuoi?... — mormorò egli, come côlto in fallo.
Ma intanto pensò ch'era opportuno accertarsi un'ultima volta di quanto aveva compiuto e giudicare da lei, da lei ch'era la più fidata, l'impressione che gli altri ne avrebbero.
— Andiamo, — fece risolutamente. E non si mosse,
— Sì... — ella rispose, restando immobile a guardarlo con gli occhi sbarrati.
Egli si fece violenza, la prese per mano, e mutamente si avviarono.
— Fa piano, — egli diceva, — che nessuno si desti...
Non certo ella faceva rumore; ma scivolandogli appresso, nell'ombra, quasi nascosta dietro la sua persona, compiva uno sforzo muscolare per vincere la volontà restìa.
[pg!157] In lei rombava un grande frastuono; la notte parevale sonora. Curvi entrambi, addossati l'uno all'altra, comunicandosi per la mano serrata la paura ed i sussulti, scivolavan come ladri lungo la parete, sostando, ascoltando, raggruppati in sè stessi, pavidi, con le ginocchia tremanti.
Il breve tratto parve loro una lunga distanza, e man mano che andavano, avrebbero voluto ritornare. Vicino a lei, anch'egli si sentiva meno forte che solo. Pure la trascinava, o gli sembrava di trascinarla, sentendo il suo peso riluttante.
— Andrea...
— Che hai?
— Non andiamo...
Eran presso l'uscio e sostarono.
— Perchè?
Ella non rispose; in quel buio non osava stargli presso nè lontana.
— Tremi anche tu... — ella disse.
— Io?... No! — egli rispose, irrigidendosi, contraendo i muscoli, per non tremare.
La luna mandava ora fin lì un albore tenuissimo, che prima era parso tenebra.
— Non aprire...
— Sì, apro...
Girò la maniglia e sospinse l'uscio.
Non súbito videro il letto, ma il chiarore azzurro del fascio di luna che imbiancava la camera funeraria d'una chiarezza livida, piena d'irrealità.
Poi d'improvviso videro il letto, videro la faccia supina, che a loro sembrò — tanto la temevano — si fosse mossa e li avesse guardati.
— Non andargli vicino... — ella balbettava, — non posso...
Ma egli, lì, di fronte all'opera che aveva compiuta, riacquistava il suo coraggio; e s'avvicinò al letto trascinandola.
Il raggio di luna vestiva il cadavere dal piede alla [pg!158] fronte, poltrendo su l'ampiezza del letto come un fascio di bianca elettricità. Non solo morto pareva, ma deposto sopra un catafalco luminoso, e freddo pareva di quell'algida luce che somigliava stranamente al colore della sua carne, al gelo della sua materia spenta.
— Vedi, — egli disse, — com'è tranquillo?
Ma ella non rispose, forse non l'udì, assorta com'era nel guardarlo, con gli occhi avvinti, la respirazione ferma, il cuore sospeso.
Gli usciva dal lenzuolo una mano, e quella mano pesava nella coltre come fosse piombo.
La luce azzurra gli metteva intorno alla fronte, lungo le radici dei capelli, una specie di scintillamento; dal suo viso pareva trasudasse un umor luccicante; un fiotto di saliva faceva due piccoli grumi agli angoli della bocca; il labbro superiore avanzava su l'altro, dando alla fisionomia del morto un non so che di camuso. Qualche macchia d'un tetro color giallastro invadeva la scarnezza delle guance; gli occhi non facevan ombra; le ciglia parevano ingrommarsi. Ogni tanto avevano entrambi la sensazione ch'egli respirasse, poichè la morte non pare immobile, finchè si muove negli occhi nostri l'incredula paura con la quale noi la guardiamo.
Egli voleva parlarle, ma indarno cercava nella mente un pensiero da comunicarle; si sentiva sperduto in una specie d'annientamento cerebrale. Ebbe voglia di sedersi a piè del letto e di vegliarlo, in attesa d'un fatto imprevedibile, o forse d'un suggerimento che salirebbe a lui, nello spirito, stando presso quel morto. Allora si accorse dell'estrema fatica fisica ond'era oppresso; gli parve d'aver sonno, ma un infinito sonno ed oblioso, in quella notte così limpida.
Ella stava un passo lontano da lui, un passo lontano dal morto; si stringeva le braccia contro il petto, incrociate per i polsi, con le mani sotto la gola, il capo sovr'esse piegato, gli occhi attentissimi. Poi allungò la mano, quasi volesse toccarlo; invece lambì la coltre, lievemente, ritraendola con velocità.
[pg!159] — Giorgio... — profferì, non per chiamarlo, ma quasi per riconoscere se veramente fosse lui.
Sì, avrebbe voluto, dal suo cuore di sorella, e nonostante la presenza dell'altro, mandargli un ultimo saluto, comunicargli una dolce parola, toccarlo con una carezza lieve, posare la bocca su la sua fronte che non ricordava più... Adesso aveva rimorso, un orrendo rimorso ed una infinita voglia di piangere per lui; adesso le pareva necessario di fargli conoscere il suo dolore, e dirgli, se pur non udisse: — «Povero, povero amico mio, forse non mi perdonerai... no, certo non mi perdonerai!...»
E s'avvide che s'erano lasciati senza una parola di commiato, senza un bacio, nè una confidenza, nè un secreto, senza una di quelle parole conclusive che fanno meno buia la morte a chi vi sprofonda ed a chi guarda morire. Si ricordava di lui, ch'era buono, ch'era malato, ch'era un povero essere debole, triste, soave, che a lei voleva bene come forse nessuno al mondo, e come forse nessuno al mondo per lei, per lei sola, soffriva... Si ricordò la pazienza disperata, il disperato amore che appariva nelle sue chiare pupille quando la guardavano, e la dolcezza paurosa della sua voce quando parlava con lei, l'amore di cui l'aveva circondata quell'essere morente, la beatitudine grande che lo trasfigurava se appena, quand'eran soli, ella gli avesse detto una parola buona...
In quel momento il suo proprio amore non esisteva più; non si considerava più come la schiava di quell'infermo inguaribile; provava solo un rimorso angoscioso di non essere stata con lui nell'ultima ora, quando il suo pensiero fuggente l'aveva cercata ed il suo cuore cessante l'aveva con sè trascinata nel silenzio della morte...
«Sì, mi hai chiamata e non c'ero! hai voluto vedermi, e non c'ero! hai voluto forse confidare, a me sola, un ultimo desiderio, e non t'ho potuto ascoltare... Anzi tu sei morto «sapendo!» Oh, come devi aver [pg!160] sofferto, povero cuore! Sì, eri buono, mi tutelavi, mi carezzavi con la tua anima dolce; da te non ho inteso mai, mai, che parole d'amore... Ed io non t'ho fatto che male! io non ho fatto che ucciderti giorno per giorno, senza volerlo... Sì, sono stata infame, povero amore, e non mi perdonerai!...»
Si curvò, protese di nuovo la mano per accarezzarlo, e tuttavia non osando, gli passò con la mano sopra il volto in un rapido gesto, che pauroso era solenne.
Poi, di schianto, cadde presso il letto, a ginocchi, e pianse.
Quand'egli vide la donna genuflessa ed il cadavere supino, gli parve che un legame li unisse, che una simiglianza fosse tuttavia tra le lor dissimili positure, ed offeso da quella concordia che gli era nemica si aderse contro di loro con una ferma violenza, levando tanto più la fronte, quanto più l'amante sua la curvava nella vergogna nel rimorso e nelle lacrime per il morto.
Ella era inginocchiata sopra un ginocchio solo; su l'altro teneva un gomito e nei palmi la fronte.
Ora, dal lenzuolo inazzurrato, il manto lunare cadeva su lei stupendamente; la bellissima sua nuca scoperta era densa di capelli quasi fulvi, che brillando si arruffavano. Pur così accasciata, il suo dorso conservava una mirabile elasticità; la gamba su cui stava inginocchiata, uscendo fuor dalla balza della vestaglia scopriva il bianco malleolo ed il tendine teso, che s'allentava nella rotondità del polpaccio.
Quasi tutto il piede era fuori della pianella, e si vedeva il tallone roseo svanire in un incavo profondo verso le dita flesse, che tenevan ritta la calzatura piegandosi contro l'orlo d'ermellino.
Nel medesimo tempo egli guardò il morto e gli parve straordinario che vicino ad un cadavere si trovasse una cosa tanto profana ed avesse, nell'atto che compiva, una qualsiasi comunanza con lui.
Voleva parlarle, chiamarla; ma un senso di rispetto [pg!161] più forte non gli consentiva di muover labbro. Ascoltò con una specie di rancore taciturno, ed intese che pregava.
Sì, dall'atto delle sue labbra e dalla ferma sua genuflessione indovinò che l'amante pregava. Dunque non sarebbe mai la sua complice, non crederebbe mai che all'uomo sia lecito far morire. Anzi, poichè pregava, qualcosa v'era di non distrutto fra la sua bella gioventù e quella morte infinita, qualcosa v'era in quel silenzio, di più sacro e di più forte che l'amore, poich'entrambi avevano creduto nella parola inverosimile: «Dio».
Allora si trasse indietro, e pensò ch'ell'avrebbe trasalito per la paura di rimaner sola in vicinanza del morto. Ma ella non si mosse, non s'accorse, non ebbe un solo tremito nella persona. Investita così dal raggio lunare, prosternata com'era davanti al letto funerario, pareva una monaca seminuda, che, in una notte piena di stelle, si fosse trascinata con delirio verso il marmo dell'altare, affinchè la pietra del sacrario purificasse la sua carne disperata. Ed egli non udiva più nemmeno il bisbiglio della sua preghiera, nè più vedeva il suo petto muoversi, la nuca trasalire, il tallone roseo staccarsi od avvicinarsi al tacco della pianella: ma due sole immobilità perfette occupavano la stanza, un solo raggio le ammantava nel suo fermo splendore.
— Novella... — egli chiamò sommessamente.
La sua propria voce lo ferì come la voce d'un estraneo, senza che le due creature si movessero. Le andò vicino, ed invece di chinarsi, attese.
Era tramortita; ma da presso egli vedeva le sue spalle trasalire insensibilmente. Stando così piegata in avanti, con la fronte che quasi toccava il lenzuolo, la prima vertebra spinale formava tra le piane scapole un forte rilievo; il fascio lunare non impediva che presso l'attaccatura del collo le sue bianche spalle fossero piene d'ombra.
Poi d'un tratto la vide roteare sul ginocchio piegato, [pg!162] allentar le braccia ed accasciarsi a terra come un peso inerte, senza quasi far rumore. La pianella scappò via dal piede roseo, fece un piccolo salto, si rovesciò. Era scoverta fino a mezzo il petto; i calmi seni formavano, sollevando la camicia, una profonda incavatura.
Dopo di lei fissò il morto, e gli parve strano che la sua faccia non si fosse chinata fuor dalla proda, per guardare in giù.
«Vedi? — mormorò in lui una voce estranea. E gli parve di ridere nel cuore sarcastico, ma d'un riso che non gli saliva fino alla bocca.
«Vedi?»
Gli parve che alcuno avesse aperto l'uscio. Senza maraviglia si volse e guardò.
Su l'uscio batteva tagliente l'ombra d'uno stipite; null'altro che l'ombra d'uno stipite. La maniglia luccicava.
Un usignuolaccio, fuori, nella notte, nella ramaglia nera e balenante sufolava con ironia collerica, e tanto presso e tanto forte, che lo stordiva. Gli parve che stesse a cantare, lì, sul davanzale. Si volse e guardò. Ma la pietra del davanzale frammista di selce non mandava che lampi ed il vano della finestra pareva un canale azzurro sgorgante nell'immensità.
«Uuh!... Fi! Perchè canti? Vattene.»
L'usignuolaccio saltava.
Era proprio lì, nella grande magnolia; il suo pennaggio faceva rumore contro le foglie sonore.
«Vedi?»
Un filo d'aria notturna passò su di lui, percorse la lunghezza del letto, soffiò tra i capelli radi del morto, li scompose. Poco dopo una vasta nuvolaglia, correndo sopra la luna, ruppe il filo che portava quel fascio d'elettricità, e, fattasi buia la stanza, egli si sentì serrare nella caligine come fra due pareti che si chiudessero.
«Vedi?»
E la nuvolaglia se n'andava piano piano; il raggio [pg!163] tornava, più mite, poi più forte, parendo invadere la stanza e colmarla, come un fiume...
Allora si chinò su l'amante, la prese per un braccio, la scosse. Ella sbarrò gli occhi, guardò intorno, si risovvenne, lo prese ai polsi e con tutta la forza delle due mani congiunte s'aggrappò a lui per sollevarsi.
— Via... via... — balbettò quando fu ritta. E lo sospingeva indietro col peso della sua persona, chiudendo gli occhi, come se non volesse volgersi per riguardare il morto. — Via... portami via!
Egli vide lo scendiletto sconvolto e l'accomodò con la punta del piede, resistendo per un poco all'urto dell'amante; poi si lasciò respingere.
Uscirono.
Camminando senza cautela rifecero il breve cammino, tenendosi avvinti, quasi tornassero dalla consumazione d'un delitto e andassero impuni, lievi, a goderne la preda. Su l'uscio, nell'entrare in quell'altra camera, che a lor parve gioconda, involontariamente si baciarono. Ell'aveva nella gola un riso singhiozzante, negli occhi una febbre luminosa, nelle vene un battito celere che le soverchiava il cuore. A lui pareva di averla rubata quasi dalle mani d'un avversario più forte, o trascinata via da un incubo, via dal talamo di un altro che gliel'avesse rapita.
Un lungo trillo melodico empiva la notte incantata, e nel rifugio dell'alto suo ramo il cantore solitario snodava, buttava i suoi gorgheggi con impetuosa magnificenza, come, nell'aria, brillando, lancia i suoi gettiti una fontana. Di tanto in tanto qualche rana grassa metteva nelle pause del canto la sua sgangherata vociaccia, come se le vellicassero il ventre viscido per farla ridere o si fosse ubbriacata fino a creparne del buon odore che mandavano i gelsomini.
— Dammi a bere... — ella fece, comprimendosi il petto soffocato: — brucio di sete!
— Acqua? egli disse. — Non ho che acqua.
[pg!164] — Sì.
Prese la caraffa, il bicchiere, lo riempì fino all'orlo, poi, stillante, lo porse alla sua bocca. Ella ne ingoiò un sorso avidamente, facendo gorgogliare l'acqua nel deglutirla; poi guardò l'amante:
— E tu non hai sete?
— Sì; dopo.
— No, bevi, — ella fece, prendendogli la mano che teneva il bicchiere e spingendola verso la sua bocca. Egli ubbidì. Bevve con ingordigia, con ira, due volte, poi guardò il bicchiere vuoto.
— Ancora ne vuoi? — diss'ella.
— Non più. — Respirò forte, soggiunse: — Lo sai ch'eri svenuta?
Ma ella si coverse gli occhi, piegò il mento sul petto, e, come chi si ritrae da una visione paurosa:
— Non parlarne... — pregò. — Che orrore! che orrore! Ho bisogno per un momento di scordarlo... Non parlarne più!
Egli rimise a posto la caraffa, si andò a sedere sull'orlo del letto, curvo, stanco, tenendo le mani allacciate, fra le ginocchia, la fronte china.
Ella fece per la camera un lungo giro e si fermò vicino alla finestra, guardando fuori, curiosa, nella notte stellata.
Soffiava ora un poco di vento; i prati lontani mutavano colore; incominciava un dondolìo sonnolento per le alte cime degli alberi; dentro, nelle frasconaie, qua e là, un fruscìo prolungato, uno strepito scorrevole, come se vi rimbalzasse in mezzo, tra foglia e foglia, una lentissima pioggia di sabbia.
Ella vide a pochi metri dalla finestra, su l'albero gigantesco, un grande fiore di magnolia sfasciarsi repentinamente, cadere giù, lembo a lembo, ciascun petalo roteando come una spola, finchè si posava disfatto su la ghiaia luccicante. Quel fiore, lo sfacelo di quel grande fiore, l'assorbiva interamente, e, senza ben comprenderne il perchè, non poteva ritrarsi dal [pg!165] guardare l'opulento ramo, che per quella caduta seguitava a dondolarsi oscillando, e quel fiore sparso, rotto in frantumi, che giaceva sotto il vasto albero, come una bianchissima porcellana spezzata.
E vide un piccolo rospo che vi saltellava nel mezzo, traversando la ghiaia.
Senza volgere il capo ella chiamò per nome l'amante; ma egli non si mosse.
Allora, affacciandosi ancor più, si mise a guardare, nella facciata bianca della casa, quella finestra poco lontana, dietro la quale, ma in fondo, contro l'opposta parete, c'era un uomo che dormiva per sempre nel letto illuminato, nel sudario del raggio lunare, di fronte alla magnificenza delle stelle.
Vide, o le sembrò, che ne uscisse un fumo azzurro, torbido, il quale navigava per la notte, sperdendosi; e intimorita si ritrasse, onde non respirare nel vento neppure un átomo di quel fumo.
Andò vicino all'amante, gli pose una mano sui capelli. Egli non levò il capo, non disse parola. Ed ella, tacendo, prolungava la sua carezza con una specie di voluttà, indugiando nei caldi capelli, un po' chinata su la sua pallida fronte. Infine disse:
— Che ora è? tardi?
Egli guardò l'orologio, distrattamente:
— Le tre passate.
— Hai sonno?
— Non ho sonno; e tu?
— Nemmeno. Guàrdami!...
Andrea levò gli occhi. Entrambi, nel fissarsi, parvero maravigliati.
— Che faremo? — ella disse, tremando fin nell'anima.
— Non so.
Stava ritta fra le sue ginocchia, tenendogli ora le mani su le spalle; egli aveva la fronte quasi nascosta contro il suo petto, e, senza toccarla, sentiva tuttavia l'impressione della sua pelle fresca e giovine, sentiva [pg!166] il profumo della stoffa tenue somigliante all'odore stesso di lei.
— Tu l'amavi! — gli esclamò d'un tratto, con iracondia, senza levare il capo.
— No... taci...
— Sì, lo amavi! ora l'ho visto! lo so... — egli disse caparbio.
Novella si chinò presso l'orecchio dell'amante, quasi baciandolo, e bisbigliava di continuo:
— Taci... taci...
Subitamente egli serrò le braccia intorno alle sue reni e l'attrasse, alzando la bocca verso la bocca di lei, che lo cercava.
— Sei mia, ora?
Ella rise, non colle labbra soltanto, ma con tutta la persona, con tutta l'anima rise.
— Rispóndimi!
— Sì... sì!
— Ma per poco... — egli fece, tetro.
— Come?
— Ho detto: per poco. Adesso non c'è più divieto, e allora...
— E allora? — ella interrogava con la medesima voce.
Poi gli prese la faccia tra i palmi, e, quasi per soffocare ogni parola, su la bocca, affannosamente, lo baciò.
E rimasero avvinti in quel bacio, disperati, sitibondi, colmi fino alla gola di orrore e di amore, sentendo che in quella voluttà esecrata una coscienza invisibile, quasi, un Dio, li malediva...
. . . . . . .
... poi, lontano, per l'ultimo cielo, fra i mazzi di stelle che imbiancavano, videro salire una gran fiumana di vapori ondeggianti, quasi una colonna di fumo, che soffiasse non da un incendio ma da un [pg!167] gelido remoto mare, e videro per l'universo effondersi quella specie di scolorimento, quel brivido, quella bianca tenebra che precede il salire del giorno.
Un grande velario, di mussola o di tulle, passava su le migliaia di stelle per diminuirne lo splendore; una chiarità nasceva nell'oriente concavo; la notte a poco a poco s'incanalava in quella zona pallida, lasciando portare dal vento le sue gonfie spirali di fumo.
Piccole stelle morte, randagie, vi cadevano dentro, scomparivano, lasciavan un solco impercettibile nello spazio dov'erano a migliaia; le grandi costellazioni, luminose come navigli notturni, affondavan nell'oceanica immensità; la luna colava a picco imbiancandosi nella voragine d'una nuvolaglia simile ad un cratere.
Lontano, all'alba sopravveniente, un gallo cantò.
Ilare, mandava in alto la sua chiacchierata pretensiosa, lisciandosi forse il bel pennaggio lustro, come una donna mattiniera, che alla finestra péttini cantando la sua liscia capigliatura.
Entrava, con l'odor fluviale dei narcisi, con l'abbrividire delle foglie che si destavano, un'ondata d'aria fredda, quasi visibile, che faceva il giro della stanza, come un vortice...
Egli le ravvolse nella camicia di batista i seni che si ergevan nudi, la fasciò sino alla gola entro la vestaglia di seta, e baciandola su gli occhi pieni d'ombra disse a lei che non parlava:
— Dormi?... [pg!168]
[pg!169]