XII«Fai la ninna, fai la nanna,fantolino della mamma.... . . . . della mamma...»A poco a poco, nell'alta camera dell'infante, anche la nutrice s'addormentò.Egli rimase ancora per qualche attimo, solo, nel buio. Per le connessure dell'uscio filtrava luce dalla camera di Novella. Voleva sentirsi pronto, come nelle ore di battaglia, davanti a questa ch'era l'ultima e la più inattesa fra tutte. Ma invece la volontà non gli bastava per chiudersi ancora una volta in quell'armatura inflessibile che lo rendeva così padrone di sè.Aveva lottato per uccidere — e di questo era stato capace; aveva lottato per nascondere il suo delitto — e di questo era stato capace; aveva lottato prima di distruggere la sua magnifica vita in un fiero esilio — e di questo era stato capace... ma quello che non poteva comandarsi più, era lo sforzo di suggellare nel perpetuo silenzio il grido che gli prorompeva dall'anima. Bisognava dividere questo peso almeno con un'altra creatura, bisognava consumare il delitto fino all'ultimo, facendo sì che investisse lei pure.Quella tentazione crudele che aveva sentita poche ore dopo l'uccisione, lungi dallo spegnersi, era cresciuta continuamente, in ogni giorno di quel tempestoso anno, ed or gli pareva che ogni ulteriore indugio non fosse [pg!357] che una più lunga viltà. Quante volte la parola rivelatrice gli era venuta su l'orlo della bocca!... e sempre, sempre, nei baci più deliranti, quel desiderio s'infiltrava in lui come la tentazione di una più forte voluttà. Qualche volta era perfino giunto al godimento perverso di trascinare l'amante con parole ambigue su l'orlo del sospetto, come su l'orlo d'un abisso, dove il peso dell'ultima complicità li avrebbe fatti cadere, avvinghiati per sempre.Cercava con tal mezzo d'investigare quale sarebbe stato l'animo suo davanti alla rivelazione. Ma ella non mostrava che un'infinita smemoratezza e il desiderio di non rivolgersi mai verso quell'ora lontana.Anche durante i giorni dell'accusa, ella di ciò non gli aveva parlato, se non quel tanto che fosse indispensabile: ne aveva parlato con fretta, sbadatamente, senza guardarlo negli occhi, attenuando con un sorriso femminile ogni parola inavvertita che paresse nascondere un suo pensiero profondo.Egli aveva talvolta immaginato che, nella sua fragilità, ella fosse tuttavia la più forte.Infatti avviene talora che l'anima femminile ci sembri assai lieve in paragone della nostra e non obbediente a quell'ordine logico dal quale si muove il nostro pensare; ma forse quell'anima è solo diversa dalla nostra, e noi spesso non riusciamo ad intravvederne il fondo.Egli era dunque rimasto, fra le rovine d'ogni altra certezza, davanti al suo grande amore; i culti positivi, che aveva liberalmente professati nella vita, erano insorti con ribellione davanti a quel primo atto di vera libertà; rimaneva una sola cosa che non era distrutta nel mondo: l'amore.Ma quando le avesse detto chiaramente: — «Guárdami negli occhi: sono io che l'uccisi!» — qual mutamento avverrebbe in loro e nella passione che li univa? L'amerebbe ancora? Sarebbe amato ancora da lei?Due mortali domande che gli pesavano, da quella tragica notte, sul cuore.[pg!358] Adesso, nella casa dormente, il silenzio era profondo come la fuga d'un fiume sotterraneo. Egli si provò ripetutamente a sospingere l'uscio che lo divideva dalla camera di Novella, ma sentì che ogni volta il coraggio gli veniva meno.Ed allora, come già un'altra volta, quando il pagliaccio rimase inerte nella poltrona di cuoio, e bisognò sollevarlo, diede a sè stesso il comando che lo irrigidiva: — Ubbidisci!Piegandosi alla propria volontà come al potere d'una forza non sua, comprese di non aver più scampo, e si avvicinò a quella soglia. Filtravano per le connessure spiragli di luce; a tastoni cercò la maniglia, sospinse l'uscio, ed entrò.Ella era seduta sull'orlo del letto, in vestaglia, coi tacchi delle sue pianelle aggrappati al cassone di mogano, i gomiti sulle ginocchia, i polsi congiunti, la faccia raccolta nella cavità dei palmi — e lo aspettava.— Non hai udito, — ella disse, — come piangeva poco fa il bimbo?— Ma ora s'è addormentato, — egli rispose. Poi, dopo un silenzio, le domandò: — Gli vuoi bene?La madre aperse le braccia, si abbandonò all'indietro, sui cuscini, e rispose: — Ora sì, ora per la prima volta lo amo.Egli aveva la sua ruga profonda incisa fra i sopraccigli; era smagrito in viso, e nel guardarlo pareva ch'ella se ne dolesse. Allungò il braccio per chiamarlo a sè, indi soggiunse:— Tanto bene gli voglio, Andrea... ma non come a te!Il braccio nudo si dorava nel chiarore della lampada, il polso dolce si muoveva con una specie di naturale insidia, facendo trasalire i tendini.— Sièditi, — ella disse, battendo la mano su la coltre; — sièditi qui sul letto... Pàrlami, bàciami... ti amo.[pg!359] Come quando il loro bimbo era nato, sul tavolino da notte v'erano tre rose, in un bicchiere.Andrea si chinò su lei, cercando con le mani fredde il suo tepore più vivo e più nascosto. Così la teneva, da sentirne contro la persona tutto il corpo discinto; così la teneva, da immergere la bocca ne' suoi caldi e pesanti seni; così da stordirsi nel profumo del suo respiro.Ella scivolò sotto di lui, si volse, come per adagiarsi nel letto supina, e le venne al sommo della gola quel gonfiore contenuto che in lei pareva quasi uno sforzo per resistere alla voluttà. Ma era uno sforzo debole, tantochè subitamente gli occhi le smorivan di un sonno palpitante; un poco di gengiva umida le appariva tra i labbri fermi.— Dormiamo... — ella disse.Andrea non rispose; la guardava, teso, attento, come per contare i battiti d'ogni sua vena.— Perchè non ti spogli?Ella diceva queste parole con una voce assonnata, che trascinava le sillabe con ambiguità, quasichè fosse molto stanca, troppo stanca, e non volesse dormire altrove che nelle sue braccia.Poich'egli non rispondeva, gli mise una mano tra i capelli:— Non vuoi dormire vicino a me? No?... Perchè non vuoi?Gli toccava la fronte, le tempie, gli occhi, le guancie, la gola.— Non sai com'è tardi, amore?... Perchè non hai sonno? Perchè ti stanchi?Le forcine, che le davan noia nella capigliatura, se le tolse ad una ad una, posandole sul marmo del tavolino. Producevan cadendo un rumore sottile, come di spilli sul vetro. Nel muovere la mano faceva brillare contro il lume il suo rubino meraviglioso. Con le dita, come con un pettine, si ravviava i capelli disciolti.— Se tu non ti córichi vicino a me, sai che non dormo... Spógliati...[pg!360] Allora gli disfece la cravatta, e col braccio nudo gli ricinse il collo, attraendolo in modo che la bocca dell'amante s'immerse nella sua gola.Egli cominciò a baciarla piano piano, ed ella con le dita irrequiete si snudava il petto. Irritata, s'aggrappò alle sue spalle, si torse, affondando il capo nel cuscino, sollevando il grembo, tendendo alla sua bocca l'àpice dei seni erti.— No, no... spógliati!... — ripeteva.La sua voce era quasi gemente; con le dita irrequiete lo molestava come se volesse batterlo; era tutta inarcata; il suo grembo si offriva; le pianelle caddero.Ma con ira egli divelse da quel bacio la sua bocca ansante, sollevò il corpo su le due braccia tese: gli occhi suoi bruciavano di febbre, il suo viso era terribilmente contraffatto, i suoi polsi tremavano.— Vuoi, — disse repentinamente, — vuoi che facciamo una cosa?...Ella si rovesciò indietro, abbandonata, con un semiriso d'affanno e di piacere su la bocca; lo guardava traverso il vapore de' suoi occhi sperduti, senza ben comprendere quel che l'amante le diceva.— Quale cosa? — mormorò.— Che andiamo insieme a rivedere la camera di Giorgio?Ella trattenne un grido, rivolse la faccia nel cuscino, gli puntò con forza una mano contro la gola, per respingerlo da sè, quasi volesse punirlo di quella orribile celia.— Sei pazzo, Andrea?... Andrea!Ma egli rideva malvagiamente, e lasciatosi cader sui gomiti raccolse il capo di lei fra le sue mani, con tutta la capigliatura.— Non sono pazzo, no! Guárdami!Ella fissò gli occhi, troppo grandi, ne' suoi: con gli occhi lo ascoltava.— Ti amo, Novella! ti amo più che mai!... più che mai!... — le diceva scuotendole il capo; affondando le [pg!361] falangi nel tepore della sua nuca morbida. — Eppure, chissà, fra un'ora, fra un momento... non sarai più mia!Balbettava queste parole, curvo sulla bocca di lei, quasi piangendo, e le serrava il collo con i polsi, nei quali sentiva battere la veemenza del dolore che pativa.— Andrea, cosa dici?... non so cosa dici? Ma no! ma no!...Egli scuoteva il capo, e scuoteva lei pure, duramente, facendole male.— Ascóltami bene... cerca di bene comprendere questa orribile cosa... Mentre ti amo come un pazzo, bisogna che mi provi a perderti! Mentre ti amerò ancora, e sempre, fino alla disperazione... tu, forse, mi odierai! Amore, amore mio, puoi comprendere? Mi ascolti?...Le abbandonò il capo, la sollevò intera fra le braccia, la strinse convulsamente, gli si empiron gli occhi di lagrime: poi rise. Anch'ella piangeva, lentamente, senza saperne il perchè.— Non importa se dopo mi odierai... Ma devi sapere una cosa che non posso più tacerti. È venuta l'ora nella quale ci dobbiamo conoscere interamente. Non importa se griderai... Solamente lasciami parlare! parlare! perchè ti amo, e sono pazzo... e tu devi essere al pari di me, pazza, pazza!...Nel convulso, ella pure singhiozzava, stremata, soffocata, stringendosi forte alla sua persona come in uno spasimo di voluttà.Allora egli si tese, fece un arco di tutta la sua forza, dai calcagni alla fronte, cercando quasi d'imprigionarla nel suo amore terribile; poi le disse con ira:— Solamente ricórdati questo: — se dopo mi odii, e mi abbandoni, e sei d'un altro, e ti lasci baciare da un altro... io t'uccido! t'uccido! t'uccido...come ho già fatto un'altra volta!E ricaddero avviluppati nella profonda coltre.Poi, nel dubbio che non avesse bene inteso, ripetè, scandendo le sillabe:[pg!362] — Come ho già fatto un'altra volta.Ella era così stordita e soverchiata dalla sua violenza, che, invece di rispondergli, cominciò nervosamente a ridere.— M'hai bene inteso?... Perchè ridi?Ma senz'attendere la risposta, egli, d'un balzo, fu in piedi, si curvò su l'amante, le disse:— Guarda: con queste mani ho ucciso!Gli occhi di lei, stupefatti, si avvinsero alle sue mani, divenendo a poco a poco enormi, vuoti, fermi.— Chi?... — fecero le sue labbra, dopo un lungo silenzio.— Giorgio!Ella, ch'erasi un po' sollevata, si rovesciò indietro, nel solco dei guanciali, come se le avessero rotto il cuore. Le sue mani sperdute brancolarono, quasi per respingere un'ombra; poi, atterrita, si strinse i pugni contro la fronte.— Allora... — mormorò senza fiato, — allora è proprio vero...— Sì, è vero, — egli rispose, ben forte.Ecco: aveva l'impressione d'essersi sparato nel cervello e d'aspettare che la morte cominciasse nelle profonde sue vene. Invece una calma subitanea, una lievità sorprendente gli pervase a poco a poco lo spirito. La vita cominciava un'altra volta, dopo un'attimo d'interruzione.Allora tolse una rosa dal bicchiere, la odorò forte, ne morse il gambo coi denti. Poi fece una riflessione veramente futile, e cioè che quello stelo aveva un sapor brusco, dissimile dal profumo della rosa, e che inacidiva la sua bocca leggermente, come il sapore d'un frutto acerbo.Poi, guardando l'amante, s'accorse che sotto le sue braccia sollevate un seno magnifico ed inverecondo le sbocciava dalla camicia di batista. Lo guardò senza lussuria, come si guarda curiosamente la nudità di un bimbo.[pg!363] Insieme volle conoscere cosa ella sentisse per lui dopo quelle parole irrevocabili, e paurosamente si provò a toccarla. Poichè rimase ferma, una oscura tentazione lo spinse al desiderio di darle ancora un bacio.Su la sua fronte, sopra i suoi pugni serrati, pose le labbra cautamente.— Guárdami!Ella infatti lasciò cadere le braccia, e, pallida come non era mai stata, con tutta l'anima lo guardò. Allora fu egli stesso ad aver quasi paura di quegli occhi; lento, muto, curvo, si ritrasse.La rosa caduta si schiacciò sotto il suo piede.— Andrea...Ma, nel parlare, la mascella le tremava d'un irresistibile tremito; una sensazione di freddo le traversò tutto il corpo; macchinalmente si ricoverse.— Andrea, sì, mi ricordo... Una volta mi hai detto: «Così e più forte...» «Così e più forte...» Queste due parole: — «più forte» — mi sono rimaste nella memoria come una promessa funesta e grande. Anche tu forse te ne ricordi... Ma, guarda come tremo... Dammi, dammi uno scialle!...Egli cercò per intorno senza veder nulla; poi prese il piumino di seta sul quale poltrivano i suoi piedi scalzi e le fasciò il corpo. Nello stenderle sotto il mento la seta lucida e soffice, premeva un po' le dita per toccare la sua gola, e per farle sentire che la toccava, quasi provasse una singolare gioia nell'accorgersi che gli era tuttavia lecito carezzarla come un amante.Ella chiuse gli occhi senza guardarlo, rannicchiò sotto la vestaglia i piedi scalzi, e rimase in quella supinità, ferma, addormentata.Andrea, ritto in piedi, assiderato in una specie di attesa immobile, ascoltava dentro di sè, fuori di sè, il volo del tempo. Gli parve di nuovo che la vita cominciasse in quell'ora, ma fosse di una lentezza esasperante, cupa, monotona, quasi ferma. Sul tavolino da notte, fra la [pg!364] lampada e il bicchiere, un piccolo orologio d'oro batteva i minuti secondi; nell'indugio del suo tempo interiore quella velocità lo irritava.Si accorse d'un disegno di luce che la lampada formava su la tappezzeria; si accorse d'un moscerino che ballonzolava intorno al paralume, come se pendesse dal soffitto appeso ad un lungo ragnatelo.Incominciò a ricordarsi di cose lontane, saltuarie, minime: d'una certa satira piena di garbo e di malizia che uno studente aveva messo in voga nella sua Clinica, per farsi beffe della signora Maggià; poi rivide l'aspetto medesimo della Direttrice, e quel suo camminare impettito per le corsìe dell'ospedale, con un'aria da sergente nel corpo di guardia; poi si rammentò di certe canzonette che soleva cantare su la chitarra Egidio Rosales, talvolta, nelle sere d'estate, quando i medici di turno se ne uscivano a fumare una sigaretta sotto gli alberi del giardino... poi d'un seppellimento a bordo, al quale aveva casualmente assistito, molti anni addietro, nel corso d'una lunga navigazione.A quel tempo egli era un oscuro e povero medico, laureatosi appena; traversava sui transatlantici per vedere un po' di mondo. Il morto, egli se ne ricordava, era un cileno erculeo, proprietario di fattorie, forse quarantenne, che aveva per moglie una piccola donna, gracile, miope, senza età, senza ornamento alcuno, tale da non potersi comprendere per qual modo gli fosse piaciuta. In alto mare lo avevano preso le febbri e la dissenterìa; si ricordava ch'era morto bestemmiando, in un accesso di furore che gli fermò l'aorta. Di notte lo portarono sulla tolda ravvolto in un lenzuolo, e quattro marinai, prima di lanciarlo in acqua, lo avevano fatto dondolare cinque o sei volte a forza di braccia, sovra il parapetto lucido...Era precisamente quel dondolìo bianco e lento che ora i suoi occhi rivedevano.— Andrea...Egli udì, ma non rispose. Volontariamente si lasciava [pg!365] sperdere in una ridda continua d'allucinazioni, che a poco a poco assumevano l'evidenza della realtà.Ora gli pareva d'esser lontano, frammezzo ad una notte stellata, per mare, con il vento a prua. D'improvviso irrompeva nell'ombra un'aurora violenta; il confine azzurro del cielo si popolava di città fantastiche; sui moli percossi dal sole infuriava una folla gesticolante...Od era invece una notte profonda, in una città senza lumi, con strade ambigue, con porte sbarrate. Egli l'attraversava correndo, per giungere alla sua casa, che saccheggiavano; ed era notte così folta, che più correva e più smarriva la strada. Nel labirinto dei vicoli, dietro le porte asserragliate si consumava l'orgia fino al sangue; la città era piena di tumulto; per ogni angolo si assassinava.D'un tratto non era più quella; con un guizzo abbacinante l'elettricità scoppiava da migliaia di lampade: era una piazza enorme, con strade senza fondo, e popolo vi accorreva in tumulto con un fragor di tempesta, plebe irta e scatenata, che urlava, da ogni lato, nel travolgerlo: «Ammazza! Ammazza!»— Andrea...Si ricordò che l'aveva già chiamato un'altra volta, forse pochi secondi prima, e vinta quella specie di sonnambulismo che gli offuscava il cervello, guardò l'amante, ancor supina in quel letto sconvolto, e le sue trecce che ingombravano il guanciale, i suoi occhi fermi, il suo volto senza espressione. Si curvò, e disse:— Ora finalmente sono libero. — Poi le chiese: — Hai paura?— No! — ella rispose, splendidamente, con una singolare forza. — No!Nel dirlo, si era sollevata con impeto; e in quel momento ella pure si ricordò che una volta Giorgio le aveva detto: — «Come gli rassomigli!»La sua treccia disfatta le cadeva sopra una spalla; con le dita calme lentamente la riannodò, poi disse:[pg!366] — Quasi lo sapevo.— Tu?— Sì, io. Lo immaginai prima che nessuno lo dicesse, perchè ti amavo e tu mi avevi qualche volta stretta nella tua volontà con tanta forza, ch'io stessa me ne sentivo ardere come fosse mia. Fu negli ultimi giorni, prima... prima che morisse. Ma dopo, ogni volta che questo pensiero mi si affacciava, io lo respinsi, lo annegai nel mio cuore così profondamente, che man mano ero giunta quasi a dimenticarmene. Ma ora, hai fatto bene... sì, hai fatto bene: io lo dovevo sapere come te.Qualcosa di virile, d'implacabile, ora le splendeva nella fisionomia trasfigurata; la sua bocca d'amante, il suo cuore d'innamorata sapevano dire improvvisamente queste limpide parole. Dal gorgo dormente sotto il velo tenue della sua femminilità saliva in lei questo coraggio come un segno barbaro di bellezza.— Sì, hai fatto bene a dirmelo, perchè non era onesto che tu solo dovessi portarne il rimorso.— Non ho rimorso, — egli l'interruppe con una voce sorda.— Chissà, chissà... — ella rispose. — Non bisogna troppo guardare in noi quando l'anima sente il bisogno di vivere nascosta. Vieni, mio povero amore; sièditi, ascòltami... non voler essere più forte di quello che sei. Guarda: io, che sono semplicemente una donna, ho capita la tragedia che si svolgeva in te, giorno per giorno, ed ho taciuto, solo perchè mi parve che tu lo preferissi. Ma ora, perchè seguiteremmo a nasconderci l'uno all'altra, senemmeno questoè bastato a distruggere il nostro amore?Tranquillamente gli tendeva la mano ferma, come per offrirgli un patto che suggellasse la loro complicità.Un'ondata di commozione gli traboccò dal cuore; con i due palmi afferrò quella mano, ed inginocchiatosi, nascose nel suo grembo la faccia scolorata.[pg!367] — Allora, — le diceva, — tu non mi odii? Non mi respingi da te? Non hai paura d'esser mia, dopo quello che sai?— No, no... — ella rispondeva. — Tutto può accadere nel mondo, tranne che io non ti ami.Egli alzò la bocca verso la sua bocca, ed in un bacio mortale si congiunsero, con la gola piena di riso, la faccia bagnata di pianto. Per la prima volta nella sua vita egli provò riconoscenza verso una creatura, e per la prima volta conobbe la gioia dello stare inginocchiato. L'adorava, sentiva per lei quello che nell'estasi religiosa un fanatico sente per il suo Dio; l'adorava come bellezza e come forza, di là da tutte le paure, libero da tutte le catene.Sì, questo era finalmente l'amore ch'egli voleva; non cercherebbe mai più d'andar oltre, poichè aveva toccato il limite. Sopra tutte le bufere di sogni che gli uomini avevano scatenate per giungere ad ingannare con speciose credenze la fondamentale paura dell'anima, c'erauna veritàche divinizzava quest'anima nel suo volo davanti alla morte; l'eternità era il delirio di un lungo istante, la possessione totale del proprio mondo, il senso d'apogeo, — l'amore infinito.Ecco, avevan ucciso e trionfavano: erano il vero simbolo della vita; ubbidivano ad una eterna e spietata logica; riconoscevano il solo dogma che sia davvero padrone del mondo.La terra non vuol essere che un letto d'amanti, ove urge in ogni cosa viva il senso della eternale continuità, la folle speranza d'ogni anima di rinascere nel perpetuo domani...«Fai la ninna, fai la nanna,fantolino della mamma.... . . . . della mamma...»Nell'alta camera il bambinello, forse per fame, si era messo a vagire; la nutrice paziente, dopo avergli [pg!368] tesa la poppa, cantilenava per riaddormentarlo dondolando la cuna.Allora ella disse all'amante:— Se dev'esserci un'espiazione, la consumeremo con uguale fedeltà. Se tu hai avuto il coraggio allora, io l'avrò adesso, che ti sono per la prima volta veramente vicina.— Ma tu credi, Novella, che si debba e si possa dimenticare? — egli le domandò, quasi affidandosi ad una remota speranza.— Non si dimentica, forse, ma cade sopra la memoria un velo d'insensibilità. È il tempo ed è l'amore che lo tessono; bisogna cercare d'aiutarli. Molte volte, in questo lento anno, sono già stata così felice, così pienamente felice, che non mi ricordavo più di nulla... Vedi, è quasi facile...— Forse tu dici questo per ingannarmi.— Invece lo dico perchè sono sicura che ti guarirò. Siamo giovani ancora, e forse potremo avere il coraggio di non riguardare mai più indietro, verso la nostra vita che finì. Non ti sembra che davanti a noi ci sia tanta luce ancora, da permetterci di continuare la strada?Una limpidità s'accese, come un raggio di sole negli occhi di Andrea.— Sì, anima... — disse con ebbrezza, — lo credo, lo credo!— Solamente chi avesse paura, — ella riprese, — non potrebbe far questo. Nè io nè te sappiamo aver paura.Ella brillava, in queste parole, di una luce orgogliosa; veramente gli assomigliava: era nitida, inflessibile come lui.— Ricórdati, — ella disse: — la distanza è quella che meglio seppellisce il passato. Potremo andare assai lontano, e, se ti piace, rimanervi per sempre. Tu non sei fra quegli uomini che davvero possono rinunziare alla vita; fra poco avrai nuovamente bisogno d'esser [pg!369] forte com'eri, buono ed operoso com'eri. Quando mi dicesti che abbandonavi l'Università, la Clinica, i tuoi libri, nulla feci per impedirtelo, ma pensai: — «Tutto questo ricomincerà in una vita nuova, ed io stessa gli dirò: «Andiamo.»Un colore di vita brillò su la fronte dell'uomo che non poteva essere un vinto.— Come sei buona! come sei buona! — esclamò con ardore. — Sì, Novella, hai ragione: voglio vivere ancora! Ho bisogno ancora d'essere, come hai detto, buono e forte.Si serrò nel palmo la fronte accesa, gonfiò il petto in un largo respiro e soggiunse:— Poichè, vedi, anche nell'uccidere fui tale. Se avessi avuta l'anima di un piccolo uomo, avrei potuto sottrarmi alla responsabilità del mio delitto, volgere la schiena mentre lo compivo. Ma non volli. Ora che mi sono accusato apertamente, senza diminuire in alcun modo la mia colpa, posso dirti ancora una cosa, che tu non sai. Ed è questa: — Giorgio mi ha domandato volontariamente di morire, mi ha supplicato, con parole indimenticabili, perchè lo facessi morire.Ella dette un'esclamazione di maraviglia e si levò trepidante, con gli occhi pieni di luce.— No, attendi!... — egli l'interruppe. —Già era tardi. Lo avevo già condannato a spegnersi, avevo già cominciato ad impadronirmi della sua vita. Ma una sera, — quella sera, ti ricordi? che tu fuggisti nell'udirlo venire. — Giorgio entrò nella mia camera e mi disse: — «Novella era qui.» Nel sangue gli camminava già il veleno, era esausto; mi parlò come forse nessun uomo ha mai parlato ad un altro. Mi disse: — «Poichè vi amate e siete due creature vive, io, che sono un morto, debbo scomparire. Aiútami! Tu, che sei stato il mio fratello ed il mio nemico nel mondo, aiútami! Non ho la forza di colpirmi da me stesso: tu solo puoi avere per me questo grande coraggio. Aiútami, Andrea, dammi un veleno!»[pg!370] Ecco quello che avvenne. Te lo racconterò, se vuoi, parola per parola; me ne ricordo con lucidità, come se fosse accaduto ieri. Vedi, è ancora più barbaro che se l'avessi ucciso in un momento solo, mettendogli una mano alla gola. Poichè, sebbene fosse un morto e io sapessi che la natura lo aveva ormai condannato senza scampo, tuttavia sarebbe certo vissuto fino a veder nascere il nostro bimbo, o vedere te, travolta da un atto di disperazione... Era questo, mi capisci, era questo che io non volevo!Egli si fermò concitato. Bianchissima, l'amante lo ascoltava, seduta sull'orlo del letto, un poco protesa verso di lui, con le mani aggrappate alle coltri, i polsi, le braccia, le spalle che parevano irrigidirsi.— Allora? — ella fece ansante, quasi non tollerasse quella pausa.— Egli ti amava e mi amava, Novella, ed aveva compreso quello che un uomo non comprende mai: l'inutilità del proprio amore. In lui tutte le passioni erano giunte al parossismo: la gelosia, l'amore, l'odio, la viltà, la bontà. Voleva chiudere gli occhi per non vedere oltre il nostro peccato. Mi ha detto: — «Non posso più soffrire! abbi compassione di me! fa ch'io muoia...»— E allora?...— Allora, dopo avergli quasi confessato: — Ma, badach'io non posso piùarrogarmi questo inesorabile coraggio... — dopo aver avuta la tentazione di salvarlo ancora, di lasciare che l'uccidesse la morte, ho compreso mentalmente ch'egli aveva ragione, che lui ed io avevamo ragione, che la sua pace era fuori dal mondo... e gli ho preparata l'ultima dose di veleno.Ecco, lo rivedo. Si avvicinò lentamente; senza paura, ma lentamente. «È questo il veleno?» — balbettò. E sopra vi pose un dito, come per toccare la morte.Parlava automaticamente, con un riso a fior di labbro; guardava quasi affascinato la siringa lucente, colma di un liquido senza colore, innocuo, limpido come [pg!371] l'acqua. Poi snudò il braccio sinistro, rimboccando la manica piano piano; torse un poco il viso, la bocca gli si fece obliqua, e prese la siringa fra due dita. — «Come si fa?...» — domandava ridendo.«Così!» — Gli strappai la siringa di mano, e mentre tenevo strettamente il suo polso, con l'ago pronto a pungere su la sua pelle rabbrividita: — «Io— gli dissi, —io debbo finire di ucciderti, non tu!» — E per punirmi, per non volgere la schiena, l'ho avvelenato, io, forte, in un colpo, con la mia propria mano!Ella strinse gli occhi; le sue dita contorsero la coltre; il suo busto barcollò indietro; ma si contenne ancora e soggiunse:— Dopo?...— Dopo l'ho dovuto sollevare, portare nella sua camera, svestirlo, piegare gli abiti, comporlo naturalmente nel letto; poi sono venuto a chiamarti, là, nella tua stanza...Ella rimase immobile, con gli occhi fissi, e rivide forse nella chiara camera funeraria il raggio lunare che vestiva il cadavere dal piede alla fronte, poltrendo su l'ampiezza del letto come un fascio di bianca elettricità.— Báciami! Báciami! — d'improvviso ella gridò, scuotendosi tutta, come se volesse ubbriacare di voluttà la coscienza terribile. — Báciami forte!...Egli si chinò su quel grido, e furiosamente la possedette.. . . . . . .«Fai la ninna, fai la nanna,fantolino della mamma.... . . . . della mamma...»Era l'alba; l'alba vaporosa, tenue, come un velo di caligine bianca. Il bambinello, forse per fame, s'era messo a vagire.[pg!372] — Senti?... — mormorò Novella; — ora piange...— Fra poco si riaddormenterà. Mi ami?Un bacio ed ascoltarono.Ma la vocina passava il silenzio, lunga, insistente dannosa. La mamma era inquieta; per la prima volta s'accorgeva d'amarlo, sentiva quella voce risuonare nell'eco della sua propria carne.Improvvisamente una profonda volontà materna le fece dire: — Andiamo a vederlo.— Sì?... vuoi?...E furonole stesse parole, quasila stessa vocedella notte quand'erano andati a vedere il morto.Si levarono; egli la ravvolse nella vestaglia, si mise addosso qualche abito in fretta, e, presala per mano, aperse l'uscio verso il corridoio.— Fa piano, — le diceva come allora, — che nessuno si desti.Addossati l'uno all'altra, scivolando lungo la parete, giunsero fin sul pianerottolo, dove già l'albore pertugiava con qualche striscia di pallido fumo. Cauti salirono le scale.Si udiva il vagito del bimbo tra la cantilena della nutrice affievolire, affievolire... Batterono all'uscio, chiamando la donna per nome affinchè non s'impaurisse:— Lena, Lena...Ed entrarono. Un lumino a olio bruciava tra il letto e la cuna spargendo per la camera un chiarore da presepio; ma la balia erasi levata e camminava in camicia, coi piedi scalzi, ninnando il pargolo su le sue braccia dai gomiti rotondi, e sempre cantilenava con una pazienza infinita:«Fai la ninna, fai la nanna...»— Che c'è? — disse con arroganza, quasi considerasse come due intrusi quei due signori. E tranquilla [pg!373] si fermò nel mezzo della camera, gravando il corpo discinto sui calcagni piatti.— Nulla, — essi risposero con una certa confusione. — Siamo venuti a vedere perchè piange il bimbo.— Voleva il latte. Ora dorme: guárdino.Benchè sorpresa, non mostrava alcun pudore; traverso la camicia ruvida si delineavan controluce le sue forme tozze; dalla sua persona raggiava un certo splendore di robustezza e di maternità.Ogni tanto lo stoppino scricchiolava nell'olio, poi la fiammella mandava intorno un guizzo tremolante, lasciava scappare in su qualche piccola vampa, simile a fiocchi di seta nera.— Dámmelo in braccio, — disse paurosamente la madre.Siccome le imposte non erano chiuse, dietro i vetri stava per nascere un po' di luce azzurra.La nutrice affidò il pargolo malvolentieri alle braccia di Novella, ed anzi teneva le mani sotto i suoi gomiti, quasi per paura che lo lasciasse cadere. La madre lo baciò senza toccarlo, poi disse all'amante: — Guarda!Egli chinò sovra il suo bimbo dormente la persona tragica, ed infatti sentì una sensazione del proprio sangue trascorrere in quella fragile vena.Era ciò che di più bello aveva creato l'uomo: sè stesso; era finalmente la ragione magnifica della vita,la guisa di non morire.Con gli occhi pieni di luce guardò il bimbo addormentato su le braccia della donna che amava; un'ondata barbara di felicità gli travolse l'anima, e come se avesse guardato per la prima volta nella verità, nella bellezza del mondo, l'uomo che cercava il Dio nella materia comprese di averlo infine trovato.Ora, dal cálice della notte, l'alba nasceva come un bianco profumo; nuda usciva dalle braccia d'un amante morto, nuda immergeva la sua bellezza in un [pg!374] colore d'aria e d'infinito. L'alba diceva come il Gran Nomade: —Ieri e domani. Era il momento in cui, dalle case degli uomini, si vedeva il Tempo camminare.Allora, quasi volesse offrirlo ad un battesimo di luce, la madre sollevò il suo bimbo in quella trasparenza che gli somigliava, poi disse all'amante con un sorriso:— Bácialo: è nostro!Ed insieme, attenti, sorridenti, lo deposero nella cuna.Ma d'un tratto, per l'alta casa, malvagiamente, come se scaturisse nel silenzio dalla sonora muraglia, scoppiò la Canzone Disperata sul violino singhiozzante dello scemo.La Canzone diceva:«Io sono il funerale d'un pover'uomo, che è morto di malinconìa;«non c'è nessuno che dica un pater nè un requiem per l'anima mia.«Non c'è nessuno che mi tessa una ghirlanda con le sue mani...«Ahimè!... la campana del Tempo non dice che: — Ieri e domani.»«Allor domando al mio scheletro: — Sai dirmi dove si va?«Lo scheletro ride e risponde: — Lontano, lontano, chissà...«Io sono un viandante senza lena, che torno da un regno di morti portando il mio scheletro su la schiena;[pg!375]«coi piedi mi batte i ginocchi, mi stringe il collo con le mani...«Cammina!... — mi dice ridendo; — la vita comincia domani.«Io sono il funerale d'un pover'uomo, che è morto di nevrastenìa;«non c'è nessuno che mi pianga; neanche l'anima mia...«Allor domando al mio scheletro: — Sai dirmi dove si va?«Risponde: — Nel regno dei vivi, che ha nome l'Inutilità.«Se corri, — mi dice, — si arriva stasera o domani mattina...«Mi dice: — Tu amavi una morta... cammina, cammina, cammina!...«Sei stato a una festa da ballo, — mi dice, — con lei che ballava.«leggera, frusciante, leggera, — vestita, pareva, di biondo...«Perchè — se non vuoi che ti picchi — mi hai fatto ballare nel mondo?«Io sono il funerale d'un pover'uomo, che è morto di misantropìa...«Sei stato in un letto odoroso — con lei che giaceva supina,[pg!376]«tremante, sperduta, tremante, — nel solco del letto profondo...«Perchè, — se non vuoi che ti picchi — mi hai fatto tremare nel mondo?«Io sono un viandante senza meta, che torno da un regno di morti — e vado a cercare altri morti, che sono i miei figli lontani...«Cammina: la vita cominciadomani, domani, domani... »FineCominciato a scrivere quattro volte nella vita nomade; compiuto in Milano, la notte di Natale dell'anno millenovecentododici.————DELLO STESSO AUTORE:L'amore che torna — 1908Ottava edizione — dal 101º al 150º migliaio — RomanzoColei che non si deve amare — 1910Nona ediz. — dal 131º al 180º migliaio — RomanzoLa vita comincia domani — 1912Ottava ediz. — dal 106º al 155º migliaio — RomanzoIl Cavaliere dello Spirito Santo — 1914Quinta ediz. — dal 41º al 70º migliaio Storia di una giornataLa donna che inventò l'amoreOttava ediz. — dal 96º al 145º migliaio — RomanzoMimi Bluette fiore del mio giardino — 1916Settima ediz. — dall' 111º al 160º migliaio — RomanzoIl libro del mio sogno errante — 1919Terza ediz. — dal 51º all' 80º migliaioSciogli la treccia, Maria Maddalena — 1920Terza ediz. — dal 101º al 150º migliaio — RomanzoLe altre opere sono esaurite o fuori commercio e l'A. ne vieta la ristampa.Nota degli Editori————*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOKLA VITA COMINCIA DOMANI***
XII«Fai la ninna, fai la nanna,fantolino della mamma.... . . . . della mamma...»A poco a poco, nell'alta camera dell'infante, anche la nutrice s'addormentò.Egli rimase ancora per qualche attimo, solo, nel buio. Per le connessure dell'uscio filtrava luce dalla camera di Novella. Voleva sentirsi pronto, come nelle ore di battaglia, davanti a questa ch'era l'ultima e la più inattesa fra tutte. Ma invece la volontà non gli bastava per chiudersi ancora una volta in quell'armatura inflessibile che lo rendeva così padrone di sè.Aveva lottato per uccidere — e di questo era stato capace; aveva lottato per nascondere il suo delitto — e di questo era stato capace; aveva lottato prima di distruggere la sua magnifica vita in un fiero esilio — e di questo era stato capace... ma quello che non poteva comandarsi più, era lo sforzo di suggellare nel perpetuo silenzio il grido che gli prorompeva dall'anima. Bisognava dividere questo peso almeno con un'altra creatura, bisognava consumare il delitto fino all'ultimo, facendo sì che investisse lei pure.Quella tentazione crudele che aveva sentita poche ore dopo l'uccisione, lungi dallo spegnersi, era cresciuta continuamente, in ogni giorno di quel tempestoso anno, ed or gli pareva che ogni ulteriore indugio non fosse [pg!357] che una più lunga viltà. Quante volte la parola rivelatrice gli era venuta su l'orlo della bocca!... e sempre, sempre, nei baci più deliranti, quel desiderio s'infiltrava in lui come la tentazione di una più forte voluttà. Qualche volta era perfino giunto al godimento perverso di trascinare l'amante con parole ambigue su l'orlo del sospetto, come su l'orlo d'un abisso, dove il peso dell'ultima complicità li avrebbe fatti cadere, avvinghiati per sempre.Cercava con tal mezzo d'investigare quale sarebbe stato l'animo suo davanti alla rivelazione. Ma ella non mostrava che un'infinita smemoratezza e il desiderio di non rivolgersi mai verso quell'ora lontana.Anche durante i giorni dell'accusa, ella di ciò non gli aveva parlato, se non quel tanto che fosse indispensabile: ne aveva parlato con fretta, sbadatamente, senza guardarlo negli occhi, attenuando con un sorriso femminile ogni parola inavvertita che paresse nascondere un suo pensiero profondo.Egli aveva talvolta immaginato che, nella sua fragilità, ella fosse tuttavia la più forte.Infatti avviene talora che l'anima femminile ci sembri assai lieve in paragone della nostra e non obbediente a quell'ordine logico dal quale si muove il nostro pensare; ma forse quell'anima è solo diversa dalla nostra, e noi spesso non riusciamo ad intravvederne il fondo.Egli era dunque rimasto, fra le rovine d'ogni altra certezza, davanti al suo grande amore; i culti positivi, che aveva liberalmente professati nella vita, erano insorti con ribellione davanti a quel primo atto di vera libertà; rimaneva una sola cosa che non era distrutta nel mondo: l'amore.Ma quando le avesse detto chiaramente: — «Guárdami negli occhi: sono io che l'uccisi!» — qual mutamento avverrebbe in loro e nella passione che li univa? L'amerebbe ancora? Sarebbe amato ancora da lei?Due mortali domande che gli pesavano, da quella tragica notte, sul cuore.[pg!358] Adesso, nella casa dormente, il silenzio era profondo come la fuga d'un fiume sotterraneo. Egli si provò ripetutamente a sospingere l'uscio che lo divideva dalla camera di Novella, ma sentì che ogni volta il coraggio gli veniva meno.Ed allora, come già un'altra volta, quando il pagliaccio rimase inerte nella poltrona di cuoio, e bisognò sollevarlo, diede a sè stesso il comando che lo irrigidiva: — Ubbidisci!Piegandosi alla propria volontà come al potere d'una forza non sua, comprese di non aver più scampo, e si avvicinò a quella soglia. Filtravano per le connessure spiragli di luce; a tastoni cercò la maniglia, sospinse l'uscio, ed entrò.Ella era seduta sull'orlo del letto, in vestaglia, coi tacchi delle sue pianelle aggrappati al cassone di mogano, i gomiti sulle ginocchia, i polsi congiunti, la faccia raccolta nella cavità dei palmi — e lo aspettava.— Non hai udito, — ella disse, — come piangeva poco fa il bimbo?— Ma ora s'è addormentato, — egli rispose. Poi, dopo un silenzio, le domandò: — Gli vuoi bene?La madre aperse le braccia, si abbandonò all'indietro, sui cuscini, e rispose: — Ora sì, ora per la prima volta lo amo.Egli aveva la sua ruga profonda incisa fra i sopraccigli; era smagrito in viso, e nel guardarlo pareva ch'ella se ne dolesse. Allungò il braccio per chiamarlo a sè, indi soggiunse:— Tanto bene gli voglio, Andrea... ma non come a te!Il braccio nudo si dorava nel chiarore della lampada, il polso dolce si muoveva con una specie di naturale insidia, facendo trasalire i tendini.— Sièditi, — ella disse, battendo la mano su la coltre; — sièditi qui sul letto... Pàrlami, bàciami... ti amo.[pg!359] Come quando il loro bimbo era nato, sul tavolino da notte v'erano tre rose, in un bicchiere.Andrea si chinò su lei, cercando con le mani fredde il suo tepore più vivo e più nascosto. Così la teneva, da sentirne contro la persona tutto il corpo discinto; così la teneva, da immergere la bocca ne' suoi caldi e pesanti seni; così da stordirsi nel profumo del suo respiro.Ella scivolò sotto di lui, si volse, come per adagiarsi nel letto supina, e le venne al sommo della gola quel gonfiore contenuto che in lei pareva quasi uno sforzo per resistere alla voluttà. Ma era uno sforzo debole, tantochè subitamente gli occhi le smorivan di un sonno palpitante; un poco di gengiva umida le appariva tra i labbri fermi.— Dormiamo... — ella disse.Andrea non rispose; la guardava, teso, attento, come per contare i battiti d'ogni sua vena.— Perchè non ti spogli?Ella diceva queste parole con una voce assonnata, che trascinava le sillabe con ambiguità, quasichè fosse molto stanca, troppo stanca, e non volesse dormire altrove che nelle sue braccia.Poich'egli non rispondeva, gli mise una mano tra i capelli:— Non vuoi dormire vicino a me? No?... Perchè non vuoi?Gli toccava la fronte, le tempie, gli occhi, le guancie, la gola.— Non sai com'è tardi, amore?... Perchè non hai sonno? Perchè ti stanchi?Le forcine, che le davan noia nella capigliatura, se le tolse ad una ad una, posandole sul marmo del tavolino. Producevan cadendo un rumore sottile, come di spilli sul vetro. Nel muovere la mano faceva brillare contro il lume il suo rubino meraviglioso. Con le dita, come con un pettine, si ravviava i capelli disciolti.— Se tu non ti córichi vicino a me, sai che non dormo... Spógliati...[pg!360] Allora gli disfece la cravatta, e col braccio nudo gli ricinse il collo, attraendolo in modo che la bocca dell'amante s'immerse nella sua gola.Egli cominciò a baciarla piano piano, ed ella con le dita irrequiete si snudava il petto. Irritata, s'aggrappò alle sue spalle, si torse, affondando il capo nel cuscino, sollevando il grembo, tendendo alla sua bocca l'àpice dei seni erti.— No, no... spógliati!... — ripeteva.La sua voce era quasi gemente; con le dita irrequiete lo molestava come se volesse batterlo; era tutta inarcata; il suo grembo si offriva; le pianelle caddero.Ma con ira egli divelse da quel bacio la sua bocca ansante, sollevò il corpo su le due braccia tese: gli occhi suoi bruciavano di febbre, il suo viso era terribilmente contraffatto, i suoi polsi tremavano.— Vuoi, — disse repentinamente, — vuoi che facciamo una cosa?...Ella si rovesciò indietro, abbandonata, con un semiriso d'affanno e di piacere su la bocca; lo guardava traverso il vapore de' suoi occhi sperduti, senza ben comprendere quel che l'amante le diceva.— Quale cosa? — mormorò.— Che andiamo insieme a rivedere la camera di Giorgio?Ella trattenne un grido, rivolse la faccia nel cuscino, gli puntò con forza una mano contro la gola, per respingerlo da sè, quasi volesse punirlo di quella orribile celia.— Sei pazzo, Andrea?... Andrea!Ma egli rideva malvagiamente, e lasciatosi cader sui gomiti raccolse il capo di lei fra le sue mani, con tutta la capigliatura.— Non sono pazzo, no! Guárdami!Ella fissò gli occhi, troppo grandi, ne' suoi: con gli occhi lo ascoltava.— Ti amo, Novella! ti amo più che mai!... più che mai!... — le diceva scuotendole il capo; affondando le [pg!361] falangi nel tepore della sua nuca morbida. — Eppure, chissà, fra un'ora, fra un momento... non sarai più mia!Balbettava queste parole, curvo sulla bocca di lei, quasi piangendo, e le serrava il collo con i polsi, nei quali sentiva battere la veemenza del dolore che pativa.— Andrea, cosa dici?... non so cosa dici? Ma no! ma no!...Egli scuoteva il capo, e scuoteva lei pure, duramente, facendole male.— Ascóltami bene... cerca di bene comprendere questa orribile cosa... Mentre ti amo come un pazzo, bisogna che mi provi a perderti! Mentre ti amerò ancora, e sempre, fino alla disperazione... tu, forse, mi odierai! Amore, amore mio, puoi comprendere? Mi ascolti?...Le abbandonò il capo, la sollevò intera fra le braccia, la strinse convulsamente, gli si empiron gli occhi di lagrime: poi rise. Anch'ella piangeva, lentamente, senza saperne il perchè.— Non importa se dopo mi odierai... Ma devi sapere una cosa che non posso più tacerti. È venuta l'ora nella quale ci dobbiamo conoscere interamente. Non importa se griderai... Solamente lasciami parlare! parlare! perchè ti amo, e sono pazzo... e tu devi essere al pari di me, pazza, pazza!...Nel convulso, ella pure singhiozzava, stremata, soffocata, stringendosi forte alla sua persona come in uno spasimo di voluttà.Allora egli si tese, fece un arco di tutta la sua forza, dai calcagni alla fronte, cercando quasi d'imprigionarla nel suo amore terribile; poi le disse con ira:— Solamente ricórdati questo: — se dopo mi odii, e mi abbandoni, e sei d'un altro, e ti lasci baciare da un altro... io t'uccido! t'uccido! t'uccido...come ho già fatto un'altra volta!E ricaddero avviluppati nella profonda coltre.Poi, nel dubbio che non avesse bene inteso, ripetè, scandendo le sillabe:[pg!362] — Come ho già fatto un'altra volta.Ella era così stordita e soverchiata dalla sua violenza, che, invece di rispondergli, cominciò nervosamente a ridere.— M'hai bene inteso?... Perchè ridi?Ma senz'attendere la risposta, egli, d'un balzo, fu in piedi, si curvò su l'amante, le disse:— Guarda: con queste mani ho ucciso!Gli occhi di lei, stupefatti, si avvinsero alle sue mani, divenendo a poco a poco enormi, vuoti, fermi.— Chi?... — fecero le sue labbra, dopo un lungo silenzio.— Giorgio!Ella, ch'erasi un po' sollevata, si rovesciò indietro, nel solco dei guanciali, come se le avessero rotto il cuore. Le sue mani sperdute brancolarono, quasi per respingere un'ombra; poi, atterrita, si strinse i pugni contro la fronte.— Allora... — mormorò senza fiato, — allora è proprio vero...— Sì, è vero, — egli rispose, ben forte.Ecco: aveva l'impressione d'essersi sparato nel cervello e d'aspettare che la morte cominciasse nelle profonde sue vene. Invece una calma subitanea, una lievità sorprendente gli pervase a poco a poco lo spirito. La vita cominciava un'altra volta, dopo un'attimo d'interruzione.Allora tolse una rosa dal bicchiere, la odorò forte, ne morse il gambo coi denti. Poi fece una riflessione veramente futile, e cioè che quello stelo aveva un sapor brusco, dissimile dal profumo della rosa, e che inacidiva la sua bocca leggermente, come il sapore d'un frutto acerbo.Poi, guardando l'amante, s'accorse che sotto le sue braccia sollevate un seno magnifico ed inverecondo le sbocciava dalla camicia di batista. Lo guardò senza lussuria, come si guarda curiosamente la nudità di un bimbo.[pg!363] Insieme volle conoscere cosa ella sentisse per lui dopo quelle parole irrevocabili, e paurosamente si provò a toccarla. Poichè rimase ferma, una oscura tentazione lo spinse al desiderio di darle ancora un bacio.Su la sua fronte, sopra i suoi pugni serrati, pose le labbra cautamente.— Guárdami!Ella infatti lasciò cadere le braccia, e, pallida come non era mai stata, con tutta l'anima lo guardò. Allora fu egli stesso ad aver quasi paura di quegli occhi; lento, muto, curvo, si ritrasse.La rosa caduta si schiacciò sotto il suo piede.— Andrea...Ma, nel parlare, la mascella le tremava d'un irresistibile tremito; una sensazione di freddo le traversò tutto il corpo; macchinalmente si ricoverse.— Andrea, sì, mi ricordo... Una volta mi hai detto: «Così e più forte...» «Così e più forte...» Queste due parole: — «più forte» — mi sono rimaste nella memoria come una promessa funesta e grande. Anche tu forse te ne ricordi... Ma, guarda come tremo... Dammi, dammi uno scialle!...Egli cercò per intorno senza veder nulla; poi prese il piumino di seta sul quale poltrivano i suoi piedi scalzi e le fasciò il corpo. Nello stenderle sotto il mento la seta lucida e soffice, premeva un po' le dita per toccare la sua gola, e per farle sentire che la toccava, quasi provasse una singolare gioia nell'accorgersi che gli era tuttavia lecito carezzarla come un amante.Ella chiuse gli occhi senza guardarlo, rannicchiò sotto la vestaglia i piedi scalzi, e rimase in quella supinità, ferma, addormentata.Andrea, ritto in piedi, assiderato in una specie di attesa immobile, ascoltava dentro di sè, fuori di sè, il volo del tempo. Gli parve di nuovo che la vita cominciasse in quell'ora, ma fosse di una lentezza esasperante, cupa, monotona, quasi ferma. Sul tavolino da notte, fra la [pg!364] lampada e il bicchiere, un piccolo orologio d'oro batteva i minuti secondi; nell'indugio del suo tempo interiore quella velocità lo irritava.Si accorse d'un disegno di luce che la lampada formava su la tappezzeria; si accorse d'un moscerino che ballonzolava intorno al paralume, come se pendesse dal soffitto appeso ad un lungo ragnatelo.Incominciò a ricordarsi di cose lontane, saltuarie, minime: d'una certa satira piena di garbo e di malizia che uno studente aveva messo in voga nella sua Clinica, per farsi beffe della signora Maggià; poi rivide l'aspetto medesimo della Direttrice, e quel suo camminare impettito per le corsìe dell'ospedale, con un'aria da sergente nel corpo di guardia; poi si rammentò di certe canzonette che soleva cantare su la chitarra Egidio Rosales, talvolta, nelle sere d'estate, quando i medici di turno se ne uscivano a fumare una sigaretta sotto gli alberi del giardino... poi d'un seppellimento a bordo, al quale aveva casualmente assistito, molti anni addietro, nel corso d'una lunga navigazione.A quel tempo egli era un oscuro e povero medico, laureatosi appena; traversava sui transatlantici per vedere un po' di mondo. Il morto, egli se ne ricordava, era un cileno erculeo, proprietario di fattorie, forse quarantenne, che aveva per moglie una piccola donna, gracile, miope, senza età, senza ornamento alcuno, tale da non potersi comprendere per qual modo gli fosse piaciuta. In alto mare lo avevano preso le febbri e la dissenterìa; si ricordava ch'era morto bestemmiando, in un accesso di furore che gli fermò l'aorta. Di notte lo portarono sulla tolda ravvolto in un lenzuolo, e quattro marinai, prima di lanciarlo in acqua, lo avevano fatto dondolare cinque o sei volte a forza di braccia, sovra il parapetto lucido...Era precisamente quel dondolìo bianco e lento che ora i suoi occhi rivedevano.— Andrea...Egli udì, ma non rispose. Volontariamente si lasciava [pg!365] sperdere in una ridda continua d'allucinazioni, che a poco a poco assumevano l'evidenza della realtà.Ora gli pareva d'esser lontano, frammezzo ad una notte stellata, per mare, con il vento a prua. D'improvviso irrompeva nell'ombra un'aurora violenta; il confine azzurro del cielo si popolava di città fantastiche; sui moli percossi dal sole infuriava una folla gesticolante...Od era invece una notte profonda, in una città senza lumi, con strade ambigue, con porte sbarrate. Egli l'attraversava correndo, per giungere alla sua casa, che saccheggiavano; ed era notte così folta, che più correva e più smarriva la strada. Nel labirinto dei vicoli, dietro le porte asserragliate si consumava l'orgia fino al sangue; la città era piena di tumulto; per ogni angolo si assassinava.D'un tratto non era più quella; con un guizzo abbacinante l'elettricità scoppiava da migliaia di lampade: era una piazza enorme, con strade senza fondo, e popolo vi accorreva in tumulto con un fragor di tempesta, plebe irta e scatenata, che urlava, da ogni lato, nel travolgerlo: «Ammazza! Ammazza!»— Andrea...Si ricordò che l'aveva già chiamato un'altra volta, forse pochi secondi prima, e vinta quella specie di sonnambulismo che gli offuscava il cervello, guardò l'amante, ancor supina in quel letto sconvolto, e le sue trecce che ingombravano il guanciale, i suoi occhi fermi, il suo volto senza espressione. Si curvò, e disse:— Ora finalmente sono libero. — Poi le chiese: — Hai paura?— No! — ella rispose, splendidamente, con una singolare forza. — No!Nel dirlo, si era sollevata con impeto; e in quel momento ella pure si ricordò che una volta Giorgio le aveva detto: — «Come gli rassomigli!»La sua treccia disfatta le cadeva sopra una spalla; con le dita calme lentamente la riannodò, poi disse:[pg!366] — Quasi lo sapevo.— Tu?— Sì, io. Lo immaginai prima che nessuno lo dicesse, perchè ti amavo e tu mi avevi qualche volta stretta nella tua volontà con tanta forza, ch'io stessa me ne sentivo ardere come fosse mia. Fu negli ultimi giorni, prima... prima che morisse. Ma dopo, ogni volta che questo pensiero mi si affacciava, io lo respinsi, lo annegai nel mio cuore così profondamente, che man mano ero giunta quasi a dimenticarmene. Ma ora, hai fatto bene... sì, hai fatto bene: io lo dovevo sapere come te.Qualcosa di virile, d'implacabile, ora le splendeva nella fisionomia trasfigurata; la sua bocca d'amante, il suo cuore d'innamorata sapevano dire improvvisamente queste limpide parole. Dal gorgo dormente sotto il velo tenue della sua femminilità saliva in lei questo coraggio come un segno barbaro di bellezza.— Sì, hai fatto bene a dirmelo, perchè non era onesto che tu solo dovessi portarne il rimorso.— Non ho rimorso, — egli l'interruppe con una voce sorda.— Chissà, chissà... — ella rispose. — Non bisogna troppo guardare in noi quando l'anima sente il bisogno di vivere nascosta. Vieni, mio povero amore; sièditi, ascòltami... non voler essere più forte di quello che sei. Guarda: io, che sono semplicemente una donna, ho capita la tragedia che si svolgeva in te, giorno per giorno, ed ho taciuto, solo perchè mi parve che tu lo preferissi. Ma ora, perchè seguiteremmo a nasconderci l'uno all'altra, senemmeno questoè bastato a distruggere il nostro amore?Tranquillamente gli tendeva la mano ferma, come per offrirgli un patto che suggellasse la loro complicità.Un'ondata di commozione gli traboccò dal cuore; con i due palmi afferrò quella mano, ed inginocchiatosi, nascose nel suo grembo la faccia scolorata.[pg!367] — Allora, — le diceva, — tu non mi odii? Non mi respingi da te? Non hai paura d'esser mia, dopo quello che sai?— No, no... — ella rispondeva. — Tutto può accadere nel mondo, tranne che io non ti ami.Egli alzò la bocca verso la sua bocca, ed in un bacio mortale si congiunsero, con la gola piena di riso, la faccia bagnata di pianto. Per la prima volta nella sua vita egli provò riconoscenza verso una creatura, e per la prima volta conobbe la gioia dello stare inginocchiato. L'adorava, sentiva per lei quello che nell'estasi religiosa un fanatico sente per il suo Dio; l'adorava come bellezza e come forza, di là da tutte le paure, libero da tutte le catene.Sì, questo era finalmente l'amore ch'egli voleva; non cercherebbe mai più d'andar oltre, poichè aveva toccato il limite. Sopra tutte le bufere di sogni che gli uomini avevano scatenate per giungere ad ingannare con speciose credenze la fondamentale paura dell'anima, c'erauna veritàche divinizzava quest'anima nel suo volo davanti alla morte; l'eternità era il delirio di un lungo istante, la possessione totale del proprio mondo, il senso d'apogeo, — l'amore infinito.Ecco, avevan ucciso e trionfavano: erano il vero simbolo della vita; ubbidivano ad una eterna e spietata logica; riconoscevano il solo dogma che sia davvero padrone del mondo.La terra non vuol essere che un letto d'amanti, ove urge in ogni cosa viva il senso della eternale continuità, la folle speranza d'ogni anima di rinascere nel perpetuo domani...«Fai la ninna, fai la nanna,fantolino della mamma.... . . . . della mamma...»Nell'alta camera il bambinello, forse per fame, si era messo a vagire; la nutrice paziente, dopo avergli [pg!368] tesa la poppa, cantilenava per riaddormentarlo dondolando la cuna.Allora ella disse all'amante:— Se dev'esserci un'espiazione, la consumeremo con uguale fedeltà. Se tu hai avuto il coraggio allora, io l'avrò adesso, che ti sono per la prima volta veramente vicina.— Ma tu credi, Novella, che si debba e si possa dimenticare? — egli le domandò, quasi affidandosi ad una remota speranza.— Non si dimentica, forse, ma cade sopra la memoria un velo d'insensibilità. È il tempo ed è l'amore che lo tessono; bisogna cercare d'aiutarli. Molte volte, in questo lento anno, sono già stata così felice, così pienamente felice, che non mi ricordavo più di nulla... Vedi, è quasi facile...— Forse tu dici questo per ingannarmi.— Invece lo dico perchè sono sicura che ti guarirò. Siamo giovani ancora, e forse potremo avere il coraggio di non riguardare mai più indietro, verso la nostra vita che finì. Non ti sembra che davanti a noi ci sia tanta luce ancora, da permetterci di continuare la strada?Una limpidità s'accese, come un raggio di sole negli occhi di Andrea.— Sì, anima... — disse con ebbrezza, — lo credo, lo credo!— Solamente chi avesse paura, — ella riprese, — non potrebbe far questo. Nè io nè te sappiamo aver paura.Ella brillava, in queste parole, di una luce orgogliosa; veramente gli assomigliava: era nitida, inflessibile come lui.— Ricórdati, — ella disse: — la distanza è quella che meglio seppellisce il passato. Potremo andare assai lontano, e, se ti piace, rimanervi per sempre. Tu non sei fra quegli uomini che davvero possono rinunziare alla vita; fra poco avrai nuovamente bisogno d'esser [pg!369] forte com'eri, buono ed operoso com'eri. Quando mi dicesti che abbandonavi l'Università, la Clinica, i tuoi libri, nulla feci per impedirtelo, ma pensai: — «Tutto questo ricomincerà in una vita nuova, ed io stessa gli dirò: «Andiamo.»Un colore di vita brillò su la fronte dell'uomo che non poteva essere un vinto.— Come sei buona! come sei buona! — esclamò con ardore. — Sì, Novella, hai ragione: voglio vivere ancora! Ho bisogno ancora d'essere, come hai detto, buono e forte.Si serrò nel palmo la fronte accesa, gonfiò il petto in un largo respiro e soggiunse:— Poichè, vedi, anche nell'uccidere fui tale. Se avessi avuta l'anima di un piccolo uomo, avrei potuto sottrarmi alla responsabilità del mio delitto, volgere la schiena mentre lo compivo. Ma non volli. Ora che mi sono accusato apertamente, senza diminuire in alcun modo la mia colpa, posso dirti ancora una cosa, che tu non sai. Ed è questa: — Giorgio mi ha domandato volontariamente di morire, mi ha supplicato, con parole indimenticabili, perchè lo facessi morire.Ella dette un'esclamazione di maraviglia e si levò trepidante, con gli occhi pieni di luce.— No, attendi!... — egli l'interruppe. —Già era tardi. Lo avevo già condannato a spegnersi, avevo già cominciato ad impadronirmi della sua vita. Ma una sera, — quella sera, ti ricordi? che tu fuggisti nell'udirlo venire. — Giorgio entrò nella mia camera e mi disse: — «Novella era qui.» Nel sangue gli camminava già il veleno, era esausto; mi parlò come forse nessun uomo ha mai parlato ad un altro. Mi disse: — «Poichè vi amate e siete due creature vive, io, che sono un morto, debbo scomparire. Aiútami! Tu, che sei stato il mio fratello ed il mio nemico nel mondo, aiútami! Non ho la forza di colpirmi da me stesso: tu solo puoi avere per me questo grande coraggio. Aiútami, Andrea, dammi un veleno!»[pg!370] Ecco quello che avvenne. Te lo racconterò, se vuoi, parola per parola; me ne ricordo con lucidità, come se fosse accaduto ieri. Vedi, è ancora più barbaro che se l'avessi ucciso in un momento solo, mettendogli una mano alla gola. Poichè, sebbene fosse un morto e io sapessi che la natura lo aveva ormai condannato senza scampo, tuttavia sarebbe certo vissuto fino a veder nascere il nostro bimbo, o vedere te, travolta da un atto di disperazione... Era questo, mi capisci, era questo che io non volevo!Egli si fermò concitato. Bianchissima, l'amante lo ascoltava, seduta sull'orlo del letto, un poco protesa verso di lui, con le mani aggrappate alle coltri, i polsi, le braccia, le spalle che parevano irrigidirsi.— Allora? — ella fece ansante, quasi non tollerasse quella pausa.— Egli ti amava e mi amava, Novella, ed aveva compreso quello che un uomo non comprende mai: l'inutilità del proprio amore. In lui tutte le passioni erano giunte al parossismo: la gelosia, l'amore, l'odio, la viltà, la bontà. Voleva chiudere gli occhi per non vedere oltre il nostro peccato. Mi ha detto: — «Non posso più soffrire! abbi compassione di me! fa ch'io muoia...»— E allora?...— Allora, dopo avergli quasi confessato: — Ma, badach'io non posso piùarrogarmi questo inesorabile coraggio... — dopo aver avuta la tentazione di salvarlo ancora, di lasciare che l'uccidesse la morte, ho compreso mentalmente ch'egli aveva ragione, che lui ed io avevamo ragione, che la sua pace era fuori dal mondo... e gli ho preparata l'ultima dose di veleno.Ecco, lo rivedo. Si avvicinò lentamente; senza paura, ma lentamente. «È questo il veleno?» — balbettò. E sopra vi pose un dito, come per toccare la morte.Parlava automaticamente, con un riso a fior di labbro; guardava quasi affascinato la siringa lucente, colma di un liquido senza colore, innocuo, limpido come [pg!371] l'acqua. Poi snudò il braccio sinistro, rimboccando la manica piano piano; torse un poco il viso, la bocca gli si fece obliqua, e prese la siringa fra due dita. — «Come si fa?...» — domandava ridendo.«Così!» — Gli strappai la siringa di mano, e mentre tenevo strettamente il suo polso, con l'ago pronto a pungere su la sua pelle rabbrividita: — «Io— gli dissi, —io debbo finire di ucciderti, non tu!» — E per punirmi, per non volgere la schiena, l'ho avvelenato, io, forte, in un colpo, con la mia propria mano!Ella strinse gli occhi; le sue dita contorsero la coltre; il suo busto barcollò indietro; ma si contenne ancora e soggiunse:— Dopo?...— Dopo l'ho dovuto sollevare, portare nella sua camera, svestirlo, piegare gli abiti, comporlo naturalmente nel letto; poi sono venuto a chiamarti, là, nella tua stanza...Ella rimase immobile, con gli occhi fissi, e rivide forse nella chiara camera funeraria il raggio lunare che vestiva il cadavere dal piede alla fronte, poltrendo su l'ampiezza del letto come un fascio di bianca elettricità.— Báciami! Báciami! — d'improvviso ella gridò, scuotendosi tutta, come se volesse ubbriacare di voluttà la coscienza terribile. — Báciami forte!...Egli si chinò su quel grido, e furiosamente la possedette.. . . . . . .«Fai la ninna, fai la nanna,fantolino della mamma.... . . . . della mamma...»Era l'alba; l'alba vaporosa, tenue, come un velo di caligine bianca. Il bambinello, forse per fame, s'era messo a vagire.[pg!372] — Senti?... — mormorò Novella; — ora piange...— Fra poco si riaddormenterà. Mi ami?Un bacio ed ascoltarono.Ma la vocina passava il silenzio, lunga, insistente dannosa. La mamma era inquieta; per la prima volta s'accorgeva d'amarlo, sentiva quella voce risuonare nell'eco della sua propria carne.Improvvisamente una profonda volontà materna le fece dire: — Andiamo a vederlo.— Sì?... vuoi?...E furonole stesse parole, quasila stessa vocedella notte quand'erano andati a vedere il morto.Si levarono; egli la ravvolse nella vestaglia, si mise addosso qualche abito in fretta, e, presala per mano, aperse l'uscio verso il corridoio.— Fa piano, — le diceva come allora, — che nessuno si desti.Addossati l'uno all'altra, scivolando lungo la parete, giunsero fin sul pianerottolo, dove già l'albore pertugiava con qualche striscia di pallido fumo. Cauti salirono le scale.Si udiva il vagito del bimbo tra la cantilena della nutrice affievolire, affievolire... Batterono all'uscio, chiamando la donna per nome affinchè non s'impaurisse:— Lena, Lena...Ed entrarono. Un lumino a olio bruciava tra il letto e la cuna spargendo per la camera un chiarore da presepio; ma la balia erasi levata e camminava in camicia, coi piedi scalzi, ninnando il pargolo su le sue braccia dai gomiti rotondi, e sempre cantilenava con una pazienza infinita:«Fai la ninna, fai la nanna...»— Che c'è? — disse con arroganza, quasi considerasse come due intrusi quei due signori. E tranquilla [pg!373] si fermò nel mezzo della camera, gravando il corpo discinto sui calcagni piatti.— Nulla, — essi risposero con una certa confusione. — Siamo venuti a vedere perchè piange il bimbo.— Voleva il latte. Ora dorme: guárdino.Benchè sorpresa, non mostrava alcun pudore; traverso la camicia ruvida si delineavan controluce le sue forme tozze; dalla sua persona raggiava un certo splendore di robustezza e di maternità.Ogni tanto lo stoppino scricchiolava nell'olio, poi la fiammella mandava intorno un guizzo tremolante, lasciava scappare in su qualche piccola vampa, simile a fiocchi di seta nera.— Dámmelo in braccio, — disse paurosamente la madre.Siccome le imposte non erano chiuse, dietro i vetri stava per nascere un po' di luce azzurra.La nutrice affidò il pargolo malvolentieri alle braccia di Novella, ed anzi teneva le mani sotto i suoi gomiti, quasi per paura che lo lasciasse cadere. La madre lo baciò senza toccarlo, poi disse all'amante: — Guarda!Egli chinò sovra il suo bimbo dormente la persona tragica, ed infatti sentì una sensazione del proprio sangue trascorrere in quella fragile vena.Era ciò che di più bello aveva creato l'uomo: sè stesso; era finalmente la ragione magnifica della vita,la guisa di non morire.Con gli occhi pieni di luce guardò il bimbo addormentato su le braccia della donna che amava; un'ondata barbara di felicità gli travolse l'anima, e come se avesse guardato per la prima volta nella verità, nella bellezza del mondo, l'uomo che cercava il Dio nella materia comprese di averlo infine trovato.Ora, dal cálice della notte, l'alba nasceva come un bianco profumo; nuda usciva dalle braccia d'un amante morto, nuda immergeva la sua bellezza in un [pg!374] colore d'aria e d'infinito. L'alba diceva come il Gran Nomade: —Ieri e domani. Era il momento in cui, dalle case degli uomini, si vedeva il Tempo camminare.Allora, quasi volesse offrirlo ad un battesimo di luce, la madre sollevò il suo bimbo in quella trasparenza che gli somigliava, poi disse all'amante con un sorriso:— Bácialo: è nostro!Ed insieme, attenti, sorridenti, lo deposero nella cuna.Ma d'un tratto, per l'alta casa, malvagiamente, come se scaturisse nel silenzio dalla sonora muraglia, scoppiò la Canzone Disperata sul violino singhiozzante dello scemo.La Canzone diceva:«Io sono il funerale d'un pover'uomo, che è morto di malinconìa;«non c'è nessuno che dica un pater nè un requiem per l'anima mia.«Non c'è nessuno che mi tessa una ghirlanda con le sue mani...«Ahimè!... la campana del Tempo non dice che: — Ieri e domani.»«Allor domando al mio scheletro: — Sai dirmi dove si va?«Lo scheletro ride e risponde: — Lontano, lontano, chissà...«Io sono un viandante senza lena, che torno da un regno di morti portando il mio scheletro su la schiena;[pg!375]«coi piedi mi batte i ginocchi, mi stringe il collo con le mani...«Cammina!... — mi dice ridendo; — la vita comincia domani.«Io sono il funerale d'un pover'uomo, che è morto di nevrastenìa;«non c'è nessuno che mi pianga; neanche l'anima mia...«Allor domando al mio scheletro: — Sai dirmi dove si va?«Risponde: — Nel regno dei vivi, che ha nome l'Inutilità.«Se corri, — mi dice, — si arriva stasera o domani mattina...«Mi dice: — Tu amavi una morta... cammina, cammina, cammina!...«Sei stato a una festa da ballo, — mi dice, — con lei che ballava.«leggera, frusciante, leggera, — vestita, pareva, di biondo...«Perchè — se non vuoi che ti picchi — mi hai fatto ballare nel mondo?«Io sono il funerale d'un pover'uomo, che è morto di misantropìa...«Sei stato in un letto odoroso — con lei che giaceva supina,[pg!376]«tremante, sperduta, tremante, — nel solco del letto profondo...«Perchè, — se non vuoi che ti picchi — mi hai fatto tremare nel mondo?«Io sono un viandante senza meta, che torno da un regno di morti — e vado a cercare altri morti, che sono i miei figli lontani...«Cammina: la vita cominciadomani, domani, domani... »FineCominciato a scrivere quattro volte nella vita nomade; compiuto in Milano, la notte di Natale dell'anno millenovecentododici.————DELLO STESSO AUTORE:L'amore che torna — 1908Ottava edizione — dal 101º al 150º migliaio — RomanzoColei che non si deve amare — 1910Nona ediz. — dal 131º al 180º migliaio — RomanzoLa vita comincia domani — 1912Ottava ediz. — dal 106º al 155º migliaio — RomanzoIl Cavaliere dello Spirito Santo — 1914Quinta ediz. — dal 41º al 70º migliaio Storia di una giornataLa donna che inventò l'amoreOttava ediz. — dal 96º al 145º migliaio — RomanzoMimi Bluette fiore del mio giardino — 1916Settima ediz. — dall' 111º al 160º migliaio — RomanzoIl libro del mio sogno errante — 1919Terza ediz. — dal 51º all' 80º migliaioSciogli la treccia, Maria Maddalena — 1920Terza ediz. — dal 101º al 150º migliaio — RomanzoLe altre opere sono esaurite o fuori commercio e l'A. ne vieta la ristampa.Nota degli Editori————*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOKLA VITA COMINCIA DOMANI***
«Fai la ninna, fai la nanna,fantolino della mamma.... . . . . della mamma...»
«Fai la ninna, fai la nanna,fantolino della mamma.... . . . . della mamma...»
«Fai la ninna, fai la nanna,
fantolino della mamma...
. . . . . della mamma...»
A poco a poco, nell'alta camera dell'infante, anche la nutrice s'addormentò.
Egli rimase ancora per qualche attimo, solo, nel buio. Per le connessure dell'uscio filtrava luce dalla camera di Novella. Voleva sentirsi pronto, come nelle ore di battaglia, davanti a questa ch'era l'ultima e la più inattesa fra tutte. Ma invece la volontà non gli bastava per chiudersi ancora una volta in quell'armatura inflessibile che lo rendeva così padrone di sè.
Aveva lottato per uccidere — e di questo era stato capace; aveva lottato per nascondere il suo delitto — e di questo era stato capace; aveva lottato prima di distruggere la sua magnifica vita in un fiero esilio — e di questo era stato capace... ma quello che non poteva comandarsi più, era lo sforzo di suggellare nel perpetuo silenzio il grido che gli prorompeva dall'anima. Bisognava dividere questo peso almeno con un'altra creatura, bisognava consumare il delitto fino all'ultimo, facendo sì che investisse lei pure.
Quella tentazione crudele che aveva sentita poche ore dopo l'uccisione, lungi dallo spegnersi, era cresciuta continuamente, in ogni giorno di quel tempestoso anno, ed or gli pareva che ogni ulteriore indugio non fosse [pg!357] che una più lunga viltà. Quante volte la parola rivelatrice gli era venuta su l'orlo della bocca!... e sempre, sempre, nei baci più deliranti, quel desiderio s'infiltrava in lui come la tentazione di una più forte voluttà. Qualche volta era perfino giunto al godimento perverso di trascinare l'amante con parole ambigue su l'orlo del sospetto, come su l'orlo d'un abisso, dove il peso dell'ultima complicità li avrebbe fatti cadere, avvinghiati per sempre.
Cercava con tal mezzo d'investigare quale sarebbe stato l'animo suo davanti alla rivelazione. Ma ella non mostrava che un'infinita smemoratezza e il desiderio di non rivolgersi mai verso quell'ora lontana.
Anche durante i giorni dell'accusa, ella di ciò non gli aveva parlato, se non quel tanto che fosse indispensabile: ne aveva parlato con fretta, sbadatamente, senza guardarlo negli occhi, attenuando con un sorriso femminile ogni parola inavvertita che paresse nascondere un suo pensiero profondo.
Egli aveva talvolta immaginato che, nella sua fragilità, ella fosse tuttavia la più forte.
Infatti avviene talora che l'anima femminile ci sembri assai lieve in paragone della nostra e non obbediente a quell'ordine logico dal quale si muove il nostro pensare; ma forse quell'anima è solo diversa dalla nostra, e noi spesso non riusciamo ad intravvederne il fondo.
Egli era dunque rimasto, fra le rovine d'ogni altra certezza, davanti al suo grande amore; i culti positivi, che aveva liberalmente professati nella vita, erano insorti con ribellione davanti a quel primo atto di vera libertà; rimaneva una sola cosa che non era distrutta nel mondo: l'amore.
Ma quando le avesse detto chiaramente: — «Guárdami negli occhi: sono io che l'uccisi!» — qual mutamento avverrebbe in loro e nella passione che li univa? L'amerebbe ancora? Sarebbe amato ancora da lei?
Due mortali domande che gli pesavano, da quella tragica notte, sul cuore.
[pg!358] Adesso, nella casa dormente, il silenzio era profondo come la fuga d'un fiume sotterraneo. Egli si provò ripetutamente a sospingere l'uscio che lo divideva dalla camera di Novella, ma sentì che ogni volta il coraggio gli veniva meno.
Ed allora, come già un'altra volta, quando il pagliaccio rimase inerte nella poltrona di cuoio, e bisognò sollevarlo, diede a sè stesso il comando che lo irrigidiva: — Ubbidisci!
Piegandosi alla propria volontà come al potere d'una forza non sua, comprese di non aver più scampo, e si avvicinò a quella soglia. Filtravano per le connessure spiragli di luce; a tastoni cercò la maniglia, sospinse l'uscio, ed entrò.
Ella era seduta sull'orlo del letto, in vestaglia, coi tacchi delle sue pianelle aggrappati al cassone di mogano, i gomiti sulle ginocchia, i polsi congiunti, la faccia raccolta nella cavità dei palmi — e lo aspettava.
— Non hai udito, — ella disse, — come piangeva poco fa il bimbo?
— Ma ora s'è addormentato, — egli rispose. Poi, dopo un silenzio, le domandò: — Gli vuoi bene?
La madre aperse le braccia, si abbandonò all'indietro, sui cuscini, e rispose: — Ora sì, ora per la prima volta lo amo.
Egli aveva la sua ruga profonda incisa fra i sopraccigli; era smagrito in viso, e nel guardarlo pareva ch'ella se ne dolesse. Allungò il braccio per chiamarlo a sè, indi soggiunse:
— Tanto bene gli voglio, Andrea... ma non come a te!
Il braccio nudo si dorava nel chiarore della lampada, il polso dolce si muoveva con una specie di naturale insidia, facendo trasalire i tendini.
— Sièditi, — ella disse, battendo la mano su la coltre; — sièditi qui sul letto... Pàrlami, bàciami... ti amo.
[pg!359] Come quando il loro bimbo era nato, sul tavolino da notte v'erano tre rose, in un bicchiere.
Andrea si chinò su lei, cercando con le mani fredde il suo tepore più vivo e più nascosto. Così la teneva, da sentirne contro la persona tutto il corpo discinto; così la teneva, da immergere la bocca ne' suoi caldi e pesanti seni; così da stordirsi nel profumo del suo respiro.
Ella scivolò sotto di lui, si volse, come per adagiarsi nel letto supina, e le venne al sommo della gola quel gonfiore contenuto che in lei pareva quasi uno sforzo per resistere alla voluttà. Ma era uno sforzo debole, tantochè subitamente gli occhi le smorivan di un sonno palpitante; un poco di gengiva umida le appariva tra i labbri fermi.
— Dormiamo... — ella disse.
Andrea non rispose; la guardava, teso, attento, come per contare i battiti d'ogni sua vena.
— Perchè non ti spogli?
Ella diceva queste parole con una voce assonnata, che trascinava le sillabe con ambiguità, quasichè fosse molto stanca, troppo stanca, e non volesse dormire altrove che nelle sue braccia.
Poich'egli non rispondeva, gli mise una mano tra i capelli:
— Non vuoi dormire vicino a me? No?... Perchè non vuoi?
Gli toccava la fronte, le tempie, gli occhi, le guancie, la gola.
— Non sai com'è tardi, amore?... Perchè non hai sonno? Perchè ti stanchi?
Le forcine, che le davan noia nella capigliatura, se le tolse ad una ad una, posandole sul marmo del tavolino. Producevan cadendo un rumore sottile, come di spilli sul vetro. Nel muovere la mano faceva brillare contro il lume il suo rubino meraviglioso. Con le dita, come con un pettine, si ravviava i capelli disciolti.
— Se tu non ti córichi vicino a me, sai che non dormo... Spógliati...
[pg!360] Allora gli disfece la cravatta, e col braccio nudo gli ricinse il collo, attraendolo in modo che la bocca dell'amante s'immerse nella sua gola.
Egli cominciò a baciarla piano piano, ed ella con le dita irrequiete si snudava il petto. Irritata, s'aggrappò alle sue spalle, si torse, affondando il capo nel cuscino, sollevando il grembo, tendendo alla sua bocca l'àpice dei seni erti.
— No, no... spógliati!... — ripeteva.
La sua voce era quasi gemente; con le dita irrequiete lo molestava come se volesse batterlo; era tutta inarcata; il suo grembo si offriva; le pianelle caddero.
Ma con ira egli divelse da quel bacio la sua bocca ansante, sollevò il corpo su le due braccia tese: gli occhi suoi bruciavano di febbre, il suo viso era terribilmente contraffatto, i suoi polsi tremavano.
— Vuoi, — disse repentinamente, — vuoi che facciamo una cosa?...
Ella si rovesciò indietro, abbandonata, con un semiriso d'affanno e di piacere su la bocca; lo guardava traverso il vapore de' suoi occhi sperduti, senza ben comprendere quel che l'amante le diceva.
— Quale cosa? — mormorò.
— Che andiamo insieme a rivedere la camera di Giorgio?
Ella trattenne un grido, rivolse la faccia nel cuscino, gli puntò con forza una mano contro la gola, per respingerlo da sè, quasi volesse punirlo di quella orribile celia.
— Sei pazzo, Andrea?... Andrea!
Ma egli rideva malvagiamente, e lasciatosi cader sui gomiti raccolse il capo di lei fra le sue mani, con tutta la capigliatura.
— Non sono pazzo, no! Guárdami!
Ella fissò gli occhi, troppo grandi, ne' suoi: con gli occhi lo ascoltava.
— Ti amo, Novella! ti amo più che mai!... più che mai!... — le diceva scuotendole il capo; affondando le [pg!361] falangi nel tepore della sua nuca morbida. — Eppure, chissà, fra un'ora, fra un momento... non sarai più mia!
Balbettava queste parole, curvo sulla bocca di lei, quasi piangendo, e le serrava il collo con i polsi, nei quali sentiva battere la veemenza del dolore che pativa.
— Andrea, cosa dici?... non so cosa dici? Ma no! ma no!...
Egli scuoteva il capo, e scuoteva lei pure, duramente, facendole male.
— Ascóltami bene... cerca di bene comprendere questa orribile cosa... Mentre ti amo come un pazzo, bisogna che mi provi a perderti! Mentre ti amerò ancora, e sempre, fino alla disperazione... tu, forse, mi odierai! Amore, amore mio, puoi comprendere? Mi ascolti?...
Le abbandonò il capo, la sollevò intera fra le braccia, la strinse convulsamente, gli si empiron gli occhi di lagrime: poi rise. Anch'ella piangeva, lentamente, senza saperne il perchè.
— Non importa se dopo mi odierai... Ma devi sapere una cosa che non posso più tacerti. È venuta l'ora nella quale ci dobbiamo conoscere interamente. Non importa se griderai... Solamente lasciami parlare! parlare! perchè ti amo, e sono pazzo... e tu devi essere al pari di me, pazza, pazza!...
Nel convulso, ella pure singhiozzava, stremata, soffocata, stringendosi forte alla sua persona come in uno spasimo di voluttà.
Allora egli si tese, fece un arco di tutta la sua forza, dai calcagni alla fronte, cercando quasi d'imprigionarla nel suo amore terribile; poi le disse con ira:
— Solamente ricórdati questo: — se dopo mi odii, e mi abbandoni, e sei d'un altro, e ti lasci baciare da un altro... io t'uccido! t'uccido! t'uccido...come ho già fatto un'altra volta!
E ricaddero avviluppati nella profonda coltre.
Poi, nel dubbio che non avesse bene inteso, ripetè, scandendo le sillabe:
[pg!362] — Come ho già fatto un'altra volta.
Ella era così stordita e soverchiata dalla sua violenza, che, invece di rispondergli, cominciò nervosamente a ridere.
— M'hai bene inteso?... Perchè ridi?
Ma senz'attendere la risposta, egli, d'un balzo, fu in piedi, si curvò su l'amante, le disse:
— Guarda: con queste mani ho ucciso!
Gli occhi di lei, stupefatti, si avvinsero alle sue mani, divenendo a poco a poco enormi, vuoti, fermi.
— Chi?... — fecero le sue labbra, dopo un lungo silenzio.
— Giorgio!
Ella, ch'erasi un po' sollevata, si rovesciò indietro, nel solco dei guanciali, come se le avessero rotto il cuore. Le sue mani sperdute brancolarono, quasi per respingere un'ombra; poi, atterrita, si strinse i pugni contro la fronte.
— Allora... — mormorò senza fiato, — allora è proprio vero...
— Sì, è vero, — egli rispose, ben forte.
Ecco: aveva l'impressione d'essersi sparato nel cervello e d'aspettare che la morte cominciasse nelle profonde sue vene. Invece una calma subitanea, una lievità sorprendente gli pervase a poco a poco lo spirito. La vita cominciava un'altra volta, dopo un'attimo d'interruzione.
Allora tolse una rosa dal bicchiere, la odorò forte, ne morse il gambo coi denti. Poi fece una riflessione veramente futile, e cioè che quello stelo aveva un sapor brusco, dissimile dal profumo della rosa, e che inacidiva la sua bocca leggermente, come il sapore d'un frutto acerbo.
Poi, guardando l'amante, s'accorse che sotto le sue braccia sollevate un seno magnifico ed inverecondo le sbocciava dalla camicia di batista. Lo guardò senza lussuria, come si guarda curiosamente la nudità di un bimbo.
[pg!363] Insieme volle conoscere cosa ella sentisse per lui dopo quelle parole irrevocabili, e paurosamente si provò a toccarla. Poichè rimase ferma, una oscura tentazione lo spinse al desiderio di darle ancora un bacio.
Su la sua fronte, sopra i suoi pugni serrati, pose le labbra cautamente.
— Guárdami!
Ella infatti lasciò cadere le braccia, e, pallida come non era mai stata, con tutta l'anima lo guardò. Allora fu egli stesso ad aver quasi paura di quegli occhi; lento, muto, curvo, si ritrasse.
La rosa caduta si schiacciò sotto il suo piede.
— Andrea...
Ma, nel parlare, la mascella le tremava d'un irresistibile tremito; una sensazione di freddo le traversò tutto il corpo; macchinalmente si ricoverse.
— Andrea, sì, mi ricordo... Una volta mi hai detto: «Così e più forte...» «Così e più forte...» Queste due parole: — «più forte» — mi sono rimaste nella memoria come una promessa funesta e grande. Anche tu forse te ne ricordi... Ma, guarda come tremo... Dammi, dammi uno scialle!...
Egli cercò per intorno senza veder nulla; poi prese il piumino di seta sul quale poltrivano i suoi piedi scalzi e le fasciò il corpo. Nello stenderle sotto il mento la seta lucida e soffice, premeva un po' le dita per toccare la sua gola, e per farle sentire che la toccava, quasi provasse una singolare gioia nell'accorgersi che gli era tuttavia lecito carezzarla come un amante.
Ella chiuse gli occhi senza guardarlo, rannicchiò sotto la vestaglia i piedi scalzi, e rimase in quella supinità, ferma, addormentata.
Andrea, ritto in piedi, assiderato in una specie di attesa immobile, ascoltava dentro di sè, fuori di sè, il volo del tempo. Gli parve di nuovo che la vita cominciasse in quell'ora, ma fosse di una lentezza esasperante, cupa, monotona, quasi ferma. Sul tavolino da notte, fra la [pg!364] lampada e il bicchiere, un piccolo orologio d'oro batteva i minuti secondi; nell'indugio del suo tempo interiore quella velocità lo irritava.
Si accorse d'un disegno di luce che la lampada formava su la tappezzeria; si accorse d'un moscerino che ballonzolava intorno al paralume, come se pendesse dal soffitto appeso ad un lungo ragnatelo.
Incominciò a ricordarsi di cose lontane, saltuarie, minime: d'una certa satira piena di garbo e di malizia che uno studente aveva messo in voga nella sua Clinica, per farsi beffe della signora Maggià; poi rivide l'aspetto medesimo della Direttrice, e quel suo camminare impettito per le corsìe dell'ospedale, con un'aria da sergente nel corpo di guardia; poi si rammentò di certe canzonette che soleva cantare su la chitarra Egidio Rosales, talvolta, nelle sere d'estate, quando i medici di turno se ne uscivano a fumare una sigaretta sotto gli alberi del giardino... poi d'un seppellimento a bordo, al quale aveva casualmente assistito, molti anni addietro, nel corso d'una lunga navigazione.
A quel tempo egli era un oscuro e povero medico, laureatosi appena; traversava sui transatlantici per vedere un po' di mondo. Il morto, egli se ne ricordava, era un cileno erculeo, proprietario di fattorie, forse quarantenne, che aveva per moglie una piccola donna, gracile, miope, senza età, senza ornamento alcuno, tale da non potersi comprendere per qual modo gli fosse piaciuta. In alto mare lo avevano preso le febbri e la dissenterìa; si ricordava ch'era morto bestemmiando, in un accesso di furore che gli fermò l'aorta. Di notte lo portarono sulla tolda ravvolto in un lenzuolo, e quattro marinai, prima di lanciarlo in acqua, lo avevano fatto dondolare cinque o sei volte a forza di braccia, sovra il parapetto lucido...
Era precisamente quel dondolìo bianco e lento che ora i suoi occhi rivedevano.
— Andrea...
Egli udì, ma non rispose. Volontariamente si lasciava [pg!365] sperdere in una ridda continua d'allucinazioni, che a poco a poco assumevano l'evidenza della realtà.
Ora gli pareva d'esser lontano, frammezzo ad una notte stellata, per mare, con il vento a prua. D'improvviso irrompeva nell'ombra un'aurora violenta; il confine azzurro del cielo si popolava di città fantastiche; sui moli percossi dal sole infuriava una folla gesticolante...
Od era invece una notte profonda, in una città senza lumi, con strade ambigue, con porte sbarrate. Egli l'attraversava correndo, per giungere alla sua casa, che saccheggiavano; ed era notte così folta, che più correva e più smarriva la strada. Nel labirinto dei vicoli, dietro le porte asserragliate si consumava l'orgia fino al sangue; la città era piena di tumulto; per ogni angolo si assassinava.
D'un tratto non era più quella; con un guizzo abbacinante l'elettricità scoppiava da migliaia di lampade: era una piazza enorme, con strade senza fondo, e popolo vi accorreva in tumulto con un fragor di tempesta, plebe irta e scatenata, che urlava, da ogni lato, nel travolgerlo: «Ammazza! Ammazza!»
— Andrea...
Si ricordò che l'aveva già chiamato un'altra volta, forse pochi secondi prima, e vinta quella specie di sonnambulismo che gli offuscava il cervello, guardò l'amante, ancor supina in quel letto sconvolto, e le sue trecce che ingombravano il guanciale, i suoi occhi fermi, il suo volto senza espressione. Si curvò, e disse:
— Ora finalmente sono libero. — Poi le chiese: — Hai paura?
— No! — ella rispose, splendidamente, con una singolare forza. — No!
Nel dirlo, si era sollevata con impeto; e in quel momento ella pure si ricordò che una volta Giorgio le aveva detto: — «Come gli rassomigli!»
La sua treccia disfatta le cadeva sopra una spalla; con le dita calme lentamente la riannodò, poi disse:
[pg!366] — Quasi lo sapevo.
— Tu?
— Sì, io. Lo immaginai prima che nessuno lo dicesse, perchè ti amavo e tu mi avevi qualche volta stretta nella tua volontà con tanta forza, ch'io stessa me ne sentivo ardere come fosse mia. Fu negli ultimi giorni, prima... prima che morisse. Ma dopo, ogni volta che questo pensiero mi si affacciava, io lo respinsi, lo annegai nel mio cuore così profondamente, che man mano ero giunta quasi a dimenticarmene. Ma ora, hai fatto bene... sì, hai fatto bene: io lo dovevo sapere come te.
Qualcosa di virile, d'implacabile, ora le splendeva nella fisionomia trasfigurata; la sua bocca d'amante, il suo cuore d'innamorata sapevano dire improvvisamente queste limpide parole. Dal gorgo dormente sotto il velo tenue della sua femminilità saliva in lei questo coraggio come un segno barbaro di bellezza.
— Sì, hai fatto bene a dirmelo, perchè non era onesto che tu solo dovessi portarne il rimorso.
— Non ho rimorso, — egli l'interruppe con una voce sorda.
— Chissà, chissà... — ella rispose. — Non bisogna troppo guardare in noi quando l'anima sente il bisogno di vivere nascosta. Vieni, mio povero amore; sièditi, ascòltami... non voler essere più forte di quello che sei. Guarda: io, che sono semplicemente una donna, ho capita la tragedia che si svolgeva in te, giorno per giorno, ed ho taciuto, solo perchè mi parve che tu lo preferissi. Ma ora, perchè seguiteremmo a nasconderci l'uno all'altra, senemmeno questoè bastato a distruggere il nostro amore?
Tranquillamente gli tendeva la mano ferma, come per offrirgli un patto che suggellasse la loro complicità.
Un'ondata di commozione gli traboccò dal cuore; con i due palmi afferrò quella mano, ed inginocchiatosi, nascose nel suo grembo la faccia scolorata.
[pg!367] — Allora, — le diceva, — tu non mi odii? Non mi respingi da te? Non hai paura d'esser mia, dopo quello che sai?
— No, no... — ella rispondeva. — Tutto può accadere nel mondo, tranne che io non ti ami.
Egli alzò la bocca verso la sua bocca, ed in un bacio mortale si congiunsero, con la gola piena di riso, la faccia bagnata di pianto. Per la prima volta nella sua vita egli provò riconoscenza verso una creatura, e per la prima volta conobbe la gioia dello stare inginocchiato. L'adorava, sentiva per lei quello che nell'estasi religiosa un fanatico sente per il suo Dio; l'adorava come bellezza e come forza, di là da tutte le paure, libero da tutte le catene.
Sì, questo era finalmente l'amore ch'egli voleva; non cercherebbe mai più d'andar oltre, poichè aveva toccato il limite. Sopra tutte le bufere di sogni che gli uomini avevano scatenate per giungere ad ingannare con speciose credenze la fondamentale paura dell'anima, c'erauna veritàche divinizzava quest'anima nel suo volo davanti alla morte; l'eternità era il delirio di un lungo istante, la possessione totale del proprio mondo, il senso d'apogeo, — l'amore infinito.
Ecco, avevan ucciso e trionfavano: erano il vero simbolo della vita; ubbidivano ad una eterna e spietata logica; riconoscevano il solo dogma che sia davvero padrone del mondo.
La terra non vuol essere che un letto d'amanti, ove urge in ogni cosa viva il senso della eternale continuità, la folle speranza d'ogni anima di rinascere nel perpetuo domani...
«Fai la ninna, fai la nanna,fantolino della mamma.... . . . . della mamma...»
«Fai la ninna, fai la nanna,fantolino della mamma.... . . . . della mamma...»
«Fai la ninna, fai la nanna,
fantolino della mamma...
. . . . . della mamma...»
Nell'alta camera il bambinello, forse per fame, si era messo a vagire; la nutrice paziente, dopo avergli [pg!368] tesa la poppa, cantilenava per riaddormentarlo dondolando la cuna.
Allora ella disse all'amante:
— Se dev'esserci un'espiazione, la consumeremo con uguale fedeltà. Se tu hai avuto il coraggio allora, io l'avrò adesso, che ti sono per la prima volta veramente vicina.
— Ma tu credi, Novella, che si debba e si possa dimenticare? — egli le domandò, quasi affidandosi ad una remota speranza.
— Non si dimentica, forse, ma cade sopra la memoria un velo d'insensibilità. È il tempo ed è l'amore che lo tessono; bisogna cercare d'aiutarli. Molte volte, in questo lento anno, sono già stata così felice, così pienamente felice, che non mi ricordavo più di nulla... Vedi, è quasi facile...
— Forse tu dici questo per ingannarmi.
— Invece lo dico perchè sono sicura che ti guarirò. Siamo giovani ancora, e forse potremo avere il coraggio di non riguardare mai più indietro, verso la nostra vita che finì. Non ti sembra che davanti a noi ci sia tanta luce ancora, da permetterci di continuare la strada?
Una limpidità s'accese, come un raggio di sole negli occhi di Andrea.
— Sì, anima... — disse con ebbrezza, — lo credo, lo credo!
— Solamente chi avesse paura, — ella riprese, — non potrebbe far questo. Nè io nè te sappiamo aver paura.
Ella brillava, in queste parole, di una luce orgogliosa; veramente gli assomigliava: era nitida, inflessibile come lui.
— Ricórdati, — ella disse: — la distanza è quella che meglio seppellisce il passato. Potremo andare assai lontano, e, se ti piace, rimanervi per sempre. Tu non sei fra quegli uomini che davvero possono rinunziare alla vita; fra poco avrai nuovamente bisogno d'esser [pg!369] forte com'eri, buono ed operoso com'eri. Quando mi dicesti che abbandonavi l'Università, la Clinica, i tuoi libri, nulla feci per impedirtelo, ma pensai: — «Tutto questo ricomincerà in una vita nuova, ed io stessa gli dirò: «Andiamo.»
Un colore di vita brillò su la fronte dell'uomo che non poteva essere un vinto.
— Come sei buona! come sei buona! — esclamò con ardore. — Sì, Novella, hai ragione: voglio vivere ancora! Ho bisogno ancora d'essere, come hai detto, buono e forte.
Si serrò nel palmo la fronte accesa, gonfiò il petto in un largo respiro e soggiunse:
— Poichè, vedi, anche nell'uccidere fui tale. Se avessi avuta l'anima di un piccolo uomo, avrei potuto sottrarmi alla responsabilità del mio delitto, volgere la schiena mentre lo compivo. Ma non volli. Ora che mi sono accusato apertamente, senza diminuire in alcun modo la mia colpa, posso dirti ancora una cosa, che tu non sai. Ed è questa: — Giorgio mi ha domandato volontariamente di morire, mi ha supplicato, con parole indimenticabili, perchè lo facessi morire.
Ella dette un'esclamazione di maraviglia e si levò trepidante, con gli occhi pieni di luce.
— No, attendi!... — egli l'interruppe. —Già era tardi. Lo avevo già condannato a spegnersi, avevo già cominciato ad impadronirmi della sua vita. Ma una sera, — quella sera, ti ricordi? che tu fuggisti nell'udirlo venire. — Giorgio entrò nella mia camera e mi disse: — «Novella era qui.» Nel sangue gli camminava già il veleno, era esausto; mi parlò come forse nessun uomo ha mai parlato ad un altro. Mi disse: — «Poichè vi amate e siete due creature vive, io, che sono un morto, debbo scomparire. Aiútami! Tu, che sei stato il mio fratello ed il mio nemico nel mondo, aiútami! Non ho la forza di colpirmi da me stesso: tu solo puoi avere per me questo grande coraggio. Aiútami, Andrea, dammi un veleno!»
[pg!370] Ecco quello che avvenne. Te lo racconterò, se vuoi, parola per parola; me ne ricordo con lucidità, come se fosse accaduto ieri. Vedi, è ancora più barbaro che se l'avessi ucciso in un momento solo, mettendogli una mano alla gola. Poichè, sebbene fosse un morto e io sapessi che la natura lo aveva ormai condannato senza scampo, tuttavia sarebbe certo vissuto fino a veder nascere il nostro bimbo, o vedere te, travolta da un atto di disperazione... Era questo, mi capisci, era questo che io non volevo!
Egli si fermò concitato. Bianchissima, l'amante lo ascoltava, seduta sull'orlo del letto, un poco protesa verso di lui, con le mani aggrappate alle coltri, i polsi, le braccia, le spalle che parevano irrigidirsi.
— Allora? — ella fece ansante, quasi non tollerasse quella pausa.
— Egli ti amava e mi amava, Novella, ed aveva compreso quello che un uomo non comprende mai: l'inutilità del proprio amore. In lui tutte le passioni erano giunte al parossismo: la gelosia, l'amore, l'odio, la viltà, la bontà. Voleva chiudere gli occhi per non vedere oltre il nostro peccato. Mi ha detto: — «Non posso più soffrire! abbi compassione di me! fa ch'io muoia...»
— E allora?...
— Allora, dopo avergli quasi confessato: — Ma, badach'io non posso piùarrogarmi questo inesorabile coraggio... — dopo aver avuta la tentazione di salvarlo ancora, di lasciare che l'uccidesse la morte, ho compreso mentalmente ch'egli aveva ragione, che lui ed io avevamo ragione, che la sua pace era fuori dal mondo... e gli ho preparata l'ultima dose di veleno.
Ecco, lo rivedo. Si avvicinò lentamente; senza paura, ma lentamente. «È questo il veleno?» — balbettò. E sopra vi pose un dito, come per toccare la morte.
Parlava automaticamente, con un riso a fior di labbro; guardava quasi affascinato la siringa lucente, colma di un liquido senza colore, innocuo, limpido come [pg!371] l'acqua. Poi snudò il braccio sinistro, rimboccando la manica piano piano; torse un poco il viso, la bocca gli si fece obliqua, e prese la siringa fra due dita. — «Come si fa?...» — domandava ridendo.
«Così!» — Gli strappai la siringa di mano, e mentre tenevo strettamente il suo polso, con l'ago pronto a pungere su la sua pelle rabbrividita: — «Io— gli dissi, —io debbo finire di ucciderti, non tu!» — E per punirmi, per non volgere la schiena, l'ho avvelenato, io, forte, in un colpo, con la mia propria mano!
Ella strinse gli occhi; le sue dita contorsero la coltre; il suo busto barcollò indietro; ma si contenne ancora e soggiunse:
— Dopo?...
— Dopo l'ho dovuto sollevare, portare nella sua camera, svestirlo, piegare gli abiti, comporlo naturalmente nel letto; poi sono venuto a chiamarti, là, nella tua stanza...
Ella rimase immobile, con gli occhi fissi, e rivide forse nella chiara camera funeraria il raggio lunare che vestiva il cadavere dal piede alla fronte, poltrendo su l'ampiezza del letto come un fascio di bianca elettricità.
— Báciami! Báciami! — d'improvviso ella gridò, scuotendosi tutta, come se volesse ubbriacare di voluttà la coscienza terribile. — Báciami forte!...
Egli si chinò su quel grido, e furiosamente la possedette.
. . . . . . .
«Fai la ninna, fai la nanna,fantolino della mamma.... . . . . della mamma...»
«Fai la ninna, fai la nanna,fantolino della mamma.... . . . . della mamma...»
«Fai la ninna, fai la nanna,
fantolino della mamma...
. . . . . della mamma...»
Era l'alba; l'alba vaporosa, tenue, come un velo di caligine bianca. Il bambinello, forse per fame, s'era messo a vagire.
[pg!372] — Senti?... — mormorò Novella; — ora piange...
— Fra poco si riaddormenterà. Mi ami?
Un bacio ed ascoltarono.
Ma la vocina passava il silenzio, lunga, insistente dannosa. La mamma era inquieta; per la prima volta s'accorgeva d'amarlo, sentiva quella voce risuonare nell'eco della sua propria carne.
Improvvisamente una profonda volontà materna le fece dire: — Andiamo a vederlo.
— Sì?... vuoi?...
E furonole stesse parole, quasila stessa vocedella notte quand'erano andati a vedere il morto.
Si levarono; egli la ravvolse nella vestaglia, si mise addosso qualche abito in fretta, e, presala per mano, aperse l'uscio verso il corridoio.
— Fa piano, — le diceva come allora, — che nessuno si desti.
Addossati l'uno all'altra, scivolando lungo la parete, giunsero fin sul pianerottolo, dove già l'albore pertugiava con qualche striscia di pallido fumo. Cauti salirono le scale.
Si udiva il vagito del bimbo tra la cantilena della nutrice affievolire, affievolire... Batterono all'uscio, chiamando la donna per nome affinchè non s'impaurisse:
— Lena, Lena...
Ed entrarono. Un lumino a olio bruciava tra il letto e la cuna spargendo per la camera un chiarore da presepio; ma la balia erasi levata e camminava in camicia, coi piedi scalzi, ninnando il pargolo su le sue braccia dai gomiti rotondi, e sempre cantilenava con una pazienza infinita:
«Fai la ninna, fai la nanna...»
«Fai la ninna, fai la nanna...»
«Fai la ninna, fai la nanna...»
— Che c'è? — disse con arroganza, quasi considerasse come due intrusi quei due signori. E tranquilla [pg!373] si fermò nel mezzo della camera, gravando il corpo discinto sui calcagni piatti.
— Nulla, — essi risposero con una certa confusione. — Siamo venuti a vedere perchè piange il bimbo.
— Voleva il latte. Ora dorme: guárdino.
Benchè sorpresa, non mostrava alcun pudore; traverso la camicia ruvida si delineavan controluce le sue forme tozze; dalla sua persona raggiava un certo splendore di robustezza e di maternità.
Ogni tanto lo stoppino scricchiolava nell'olio, poi la fiammella mandava intorno un guizzo tremolante, lasciava scappare in su qualche piccola vampa, simile a fiocchi di seta nera.
— Dámmelo in braccio, — disse paurosamente la madre.
Siccome le imposte non erano chiuse, dietro i vetri stava per nascere un po' di luce azzurra.
La nutrice affidò il pargolo malvolentieri alle braccia di Novella, ed anzi teneva le mani sotto i suoi gomiti, quasi per paura che lo lasciasse cadere. La madre lo baciò senza toccarlo, poi disse all'amante: — Guarda!
Egli chinò sovra il suo bimbo dormente la persona tragica, ed infatti sentì una sensazione del proprio sangue trascorrere in quella fragile vena.
Era ciò che di più bello aveva creato l'uomo: sè stesso; era finalmente la ragione magnifica della vita,la guisa di non morire.
Con gli occhi pieni di luce guardò il bimbo addormentato su le braccia della donna che amava; un'ondata barbara di felicità gli travolse l'anima, e come se avesse guardato per la prima volta nella verità, nella bellezza del mondo, l'uomo che cercava il Dio nella materia comprese di averlo infine trovato.
Ora, dal cálice della notte, l'alba nasceva come un bianco profumo; nuda usciva dalle braccia d'un amante morto, nuda immergeva la sua bellezza in un [pg!374] colore d'aria e d'infinito. L'alba diceva come il Gran Nomade: —Ieri e domani. Era il momento in cui, dalle case degli uomini, si vedeva il Tempo camminare.
Allora, quasi volesse offrirlo ad un battesimo di luce, la madre sollevò il suo bimbo in quella trasparenza che gli somigliava, poi disse all'amante con un sorriso:
— Bácialo: è nostro!
Ed insieme, attenti, sorridenti, lo deposero nella cuna.
Ma d'un tratto, per l'alta casa, malvagiamente, come se scaturisse nel silenzio dalla sonora muraglia, scoppiò la Canzone Disperata sul violino singhiozzante dello scemo.
La Canzone diceva:
«Io sono il funerale d'un pover'uomo, che è morto di malinconìa;«non c'è nessuno che dica un pater nè un requiem per l'anima mia.«Non c'è nessuno che mi tessa una ghirlanda con le sue mani...«Ahimè!... la campana del Tempo non dice che: — Ieri e domani.»«Allor domando al mio scheletro: — Sai dirmi dove si va?«Lo scheletro ride e risponde: — Lontano, lontano, chissà...«Io sono un viandante senza lena, che torno da un regno di morti portando il mio scheletro su la schiena;[pg!375]«coi piedi mi batte i ginocchi, mi stringe il collo con le mani...«Cammina!... — mi dice ridendo; — la vita comincia domani.«Io sono il funerale d'un pover'uomo, che è morto di nevrastenìa;«non c'è nessuno che mi pianga; neanche l'anima mia...«Allor domando al mio scheletro: — Sai dirmi dove si va?«Risponde: — Nel regno dei vivi, che ha nome l'Inutilità.«Se corri, — mi dice, — si arriva stasera o domani mattina...«Mi dice: — Tu amavi una morta... cammina, cammina, cammina!...«Sei stato a una festa da ballo, — mi dice, — con lei che ballava.«leggera, frusciante, leggera, — vestita, pareva, di biondo...«Perchè — se non vuoi che ti picchi — mi hai fatto ballare nel mondo?«Io sono il funerale d'un pover'uomo, che è morto di misantropìa...«Sei stato in un letto odoroso — con lei che giaceva supina,[pg!376]«tremante, sperduta, tremante, — nel solco del letto profondo...«Perchè, — se non vuoi che ti picchi — mi hai fatto tremare nel mondo?«Io sono un viandante senza meta, che torno da un regno di morti — e vado a cercare altri morti, che sono i miei figli lontani...
«Io sono il funerale d'un pover'uomo, che è morto di malinconìa;
«non c'è nessuno che dica un pater nè un requiem per l'anima mia.
«Non c'è nessuno che mi tessa una ghirlanda con le sue mani...
«Ahimè!... la campana del Tempo non dice che: — Ieri e domani.»
«Allor domando al mio scheletro: — Sai dirmi dove si va?
«Lo scheletro ride e risponde: — Lontano, lontano, chissà...
«Io sono un viandante senza lena, che torno da un regno di morti portando il mio scheletro su la schiena;
[pg!375]
«coi piedi mi batte i ginocchi, mi stringe il collo con le mani...
«Cammina!... — mi dice ridendo; — la vita comincia domani.
«Io sono il funerale d'un pover'uomo, che è morto di nevrastenìa;
«non c'è nessuno che mi pianga; neanche l'anima mia...
«Allor domando al mio scheletro: — Sai dirmi dove si va?
«Risponde: — Nel regno dei vivi, che ha nome l'Inutilità.
«Se corri, — mi dice, — si arriva stasera o domani mattina...
«Mi dice: — Tu amavi una morta... cammina, cammina, cammina!...
«Sei stato a una festa da ballo, — mi dice, — con lei che ballava.
«leggera, frusciante, leggera, — vestita, pareva, di biondo...
«Perchè — se non vuoi che ti picchi — mi hai fatto ballare nel mondo?
«Io sono il funerale d'un pover'uomo, che è morto di misantropìa...
«Sei stato in un letto odoroso — con lei che giaceva supina,
[pg!376]
«tremante, sperduta, tremante, — nel solco del letto profondo...
«Perchè, — se non vuoi che ti picchi — mi hai fatto tremare nel mondo?
«Io sono un viandante senza meta, che torno da un regno di morti — e vado a cercare altri morti, che sono i miei figli lontani...
«Cammina: la vita cominciadomani, domani, domani... »
«Cammina: la vita comincia
domani, domani, domani... »
Fine
Cominciato a scrivere quattro volte nella vita nomade; compiuto in Milano, la notte di Natale dell'anno millenovecentododici.
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DELLO STESSO AUTORE:
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Nota degli Editori
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*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOKLA VITA COMINCIA DOMANI***