Chapter 3

Ti sovviene di quella mia cupa stanza da studio, attigua alla biblioteca? Aveva l’aspetto d’una sacrestia; somigliava, benché tanto minore, nella pàtina dei legni e nel sentimento del silenzio a quella sacrestia di San Giovanni in Parma, che m’èsì cara. Un’alta spalliera di noce ricorreva intorno, con le sue panche da sedere e con le sue tavole lunghe occupate dai leggìi. Un solenne leggìo da coro era nel mezzo; e due altri, d’altra forma, erano addossati a una parete, i quali provenivano da Santa Maria Novella; e ognuno reggeva, secondo la sua grandezza, un Antifonario, un Breviario, un Rituale, un Messale o un Ufiziòlo. E, nelle pagine aperte, le quattro linee parallele in rubrica tagliate dai neumi mi ricordavano di continuo che, dov’è l’arte, quivi è il Canto, e che questo mondo non è se non il mondo della Forma misurata.

Or dov’è, or a chi serve e a quale uso, quella semplice e massiccia tavola francescana trovata nel refettorio d’un monastero perugino? E quella gentile scrivania, anche monacale, ad uso di scrivere in piedi, che pareva fatta alla mia statura, con tutte le sue comodità per ricevere il calamaio, le penne, la lampada e ogni altro arnese, con i suoi ripostigli per riporvi le carte, gli inchiostri, i libri utili e ogni altra cosagelosa? Quivi tutta in piedi ardentemente fu scritta laLaus Vitae, con una lena ininterrotta, mentre su l’altra tavola era disteso il ròtolo che recava la figurazione della Sistina, simile per me a quel medesimo che svolge la Sibilla Delfica, simile al

ròtolo santoche come vela quadras’inarca alla banda contraria.

ròtolo santoche come vela quadras’inarca alla banda contraria.

ròtolo santo

che come vela quadra

s’inarca alla banda contraria.

E là io composiL’Otre, con sì fermo polso: e là, con mano sì casta, le sette ballate delFanciullo, e l’odeLungo l’Affrico, e quel trasparenteUlivo, e quella frescaSera fiesolanacinta tre volte col salce come “il fien che odora„.

Non si fenderà un giorno e non renderà sangue o succhio, quel mio buon legname, se tenuto è schiavo da qualche giudìo? E per quante crazie venduto fu dai miei scorticatori quel busto del Machiavelli dinanzi a cui avevo posto per offerta il più difficile dei miei freni, forse nell’intimopregio non troppo dispàri con l’altro consecrato alla Dea cèsia da Cimone, “per acquistare la cavalleria spirituale„?

Debbo, o amico, a tal presenza l’aver descritto con sì strenua sobrietà la fine di Fra Moriale. Il discorso che il Priore tiene ai fratelli per confortarli e per accomiatarli prima d’esser condotto al supplizio, ora che lo rileggo e posso giudicarlo come cosa a me straniera, mi piace quanto l’orazion piccola del Conte di Poppi, abbandonato da Dio e dagli uomini, disceso sopra il ponte di Arno al conspetto di Neri Capponi. “Io morrò, e di mia morte non dubito. Mura di città non istimai se non quando erano da prendere; così la vita mia se non per dovermela conquistare ogni giorno. Ora penso che meglio m’è non avere potuto ricomperarla in contante, ché sempre di poi l’avrei avuta in dispregio come cosa rivendutami da un matto villano....„ È ben questa una maschia parola, se altra mai.

Ma spensi alfine il figlio del taverniere,per il fendente di Treio notaro, e lo diedi al rogo ignominioso nel campo dell’Austa.

Ero sospeso in quella delusa tristezza che sempre accompagna il termine d’ogni mia fatica, quando riconobbi il passo del cruscaio claudicante sul lastrico della corticella, e poco dopo udii picchiare con le nocca alla vetrata della libreria. Balzai in piedi, titubai per qualche attimo, accorsi: travidi pe’ vetri il zimarrino tanè floscio come se fosse appeso a una conocchia: apersi risoluto.

Egli entrò, si soffermò alzando un poco quel piede; e mi guardò di sopra alle lenti sbieche con due occhi che volgendosi in su avevan l’aria di due bocce di porcellana bilicate. Più che mai mi parve un fantoccio fatto di panni e di stecchi. Sbirciai la cimasa dello scaffale per vedere se il mio mazzamurello non si fosse arrampicato lassù a tirare i fili. Non so che vita fantastica ripalpitò fra quelle tre pareti fitte di libri che sembravan di nuovo inarcare egonfiare i dossi come i gatti quando fanno le fusa.

“Mi manda l’Arciconsolo„ scilinguò “caso mai La me la volesse dare per la stacciatura.„

Su l’ultima sillaba la bazza restò aderente al pomo d’Adamo, come se la mascella dislogata non si potesse più chiudere; e la lingua, carnosa come quella d’un pappagallo, s’agitò senza suono.

Mosso da non so che sentimento di necessità, mi volsi; andai verso la tavola, raccolsi tutti i quaderni, ne feci un fascio; tornai con esso verso il cruscaio. “Ecco.„

Egli aveva aperto sul burattello del suo cuore con le due mani ossute il zimarrino, a quel modo che s’apre un tabernacoletto di due usciuoli.

“Ecco il Componimento„ dissi, forzando la voce come per farmi intendere da un sordo, giacché egli era doventato mutolo.

E, dopo avergli introdotto in corpo il manoscritto caldo, sul quale il zimarrinosi chiuse e abbottonò, volli dargli un leggero sorgozzone per rimettergli al posto la mascella. Sùbito la lingua, che si moveva a vuoto, rifavellò con un rumore di frullone, a salti, a intoppi. “Tre sono i luoghi, o libri, ne’ quali può essere il Componimento registrato; tratti i nomi sempre dal frumento che si macina, l’uno detto lo Stacciato, l’altro il Farina, il terzo il Fiore. Quando il Componimento non passa, si pone nello Stacciato, ove, come nell’infimo luogo, vien condannato. Quando ha ottenuto la maggior parte de’ voti favorevoli, si pone nel Farina, per di quindi, quando che sia, dopo un’altra stacciatura, salire nel Fiore.„

Su l’ultima sillaba la bazza ricascò, si ricongiunse al pomo d’Adamo.

“Salir nel Fiore, salir nel Fiore!„ sospirai dal profondo. E gli diedi un secondo sorgozzone più netto, per rincastrarlo ricongegnarlo e riarticolarlo meglio.

La non disperi, sa. La non disperi„ squittì dileguandosi come lo spaventacchiod’un orto portato via da un colpo di vento. E mi parve che il mio mazzamurello si desse a inseguirlo, di sotto alle magnolie e alle camelie, passando a traverso il ragnatelo di ferro battuto.

Eccoti dunque, o amico, questa mia bene stacciata prosa. La mando, per testimonianza d’una maniera d’amore che non si può rompere, a te che mi fosti sempre congiunto di compagnia da non potere dividere, come direbbe il Beato. Pur quando ero a comporla, mi sembrava da me distante; e nondimeno ogni frase così polita, se la rileggevo attento, mi ammaestrava su la conoscenza di me medesimo; ché sempre lo stile non è se non una incarnazione illuminante, ed ogni pittura non è se non l’imagine del pittore. Sentirai qui più d’una volta, sin nell’ordine sintattico, la stessa mano che stropicciava e soffregava con arte i muscoli del sensibile levriere.

Ora, ahimè, per questa mano comprendocome quel nostro antico sonatore di liuto smanioso di superarsi fosse disperato di non somigliare le due figliuole di Marco Volcatio, ciascuna delle quali aveva sei e sei dita! Chi troverà la nuova intavolatura?

Giunto al colmo degli anni, avendo già vissuto tante vite, io mi preparo tuttavia a novellamente vivere e a conoscere nuove deità, se la forza m’assista. Ogni notte sento con un brivido l’ora della rugiada, quando l’anima non è contaminata da alcuna grassezza di carne, come direbbe il Beato.

Se Lapo di Castiglionchio mandò in dono al Petrarca un buon manoscritto, tu a me hai mandato un raro volgarizzamento dellaVita solitariaricordandomi come esso Poeta fosse solito dire, secondo Leonardo Aretino, che solo il tempo della sua vita solitaria poteva chiamar vita, perché l’altro non gli era stato vita ma pena ed affanno. Questo anch’io so. E so che ancóra v’ha per me molte altre maniere d’esser compreso e incompreso, amato e abominato, glorificato e vituperato. E so che, d’origine libero,fattomi liberissimo, ho ancor da conquistarmi una più ardua libertà. E so che, sempre avendo più che arditamente operato, ancóra a più grandi ardiri ho da trascendere.

Forse un discepolo potente e discosto mi rivolgerà domani il detto che gli parrà avere io meritato meglio di Servilio Vatia. “Solus scis vivere.„ Intanto una vecchia canzone a ballo della Grande Landa mi ripete nel suo metro barbarico la medesima cosa.

“Iou ’n sréy tustém lou mésteMenoun,Iou ’n sréy tustém lou méste.„

“Iou ’n sréy tustém lou mésteMenoun,Iou ’n sréy tustém lou méste.„

“Iou ’n sréy tustém lou méste

Menoun,

Iou ’n sréy tustém lou méste.„

Addio, amico mio lene e invitto. Assai mi son piaciuto di teco rivivere al tempo di già. Ecco, anche stanotte, l’ora della rugiada; che forse non è se non quella “ottima tenebria„ o quel “lucente tenebrore„ del povero gesuato in cui riecheggiava per le vie d’Italia il canto del tuo Iacopone.

Ognissanti, 1912.

G. d’A.


Back to IndexNext