Marino tenne il nerbo della ribellione e del guernimento. Rainaldo e Giordano Orsini, quelli delle «ficora fresche», vi condussero con grande ardore le opere: rimondarono il fosso, alzarono doppio steccato intorno, abbertescarono le torri, balestri e manganelle posero per tutto, fecero provvisione d’uomini di danari di armi e di vettovaglie. Il Tribuno, nonstava già su gli avvisi: banchettava tra i suoi giocolari e cavalierotti, commetteva d’ogni sorta drappi ai setaiuoli di Calimala, dettava epistole agli scribi secondo le regole di Boncompagno fiorentino o secondo gli esemplari di Tomaso da Capua. Come i ribelli ebbero fornito l’apparecchio, egli spedì loro un messo che comparissero. Il messo fu rincorso e lasciato mezzo morto tra le vigne di Marino, non altrimenti che quell’altro il quale non avea pur potuto giungere alla corte avignonese e s’era rimasto là su la Durenza con lacerate le scritture e rotte le ossa e la verga. Per risposta Giordano e Rainaldo si presero di osteggiare le terre intorno a Roma e di menar preda ogni giorno fin sotto le mura, con molto sbigottimento dei cittadini. Un’altra volta il Tribuno li citò che venissero a sottomettersi, brandendo le folgori del suo furore; e, per ispaventarli, ordinò che entrambi sopra una parete del Campidoglio fosser dipinticol capo in giù. Allora Giordano si spinse fin su la porta di San Giovanni a prendere uomini femmine bovi pecore porci, ogni cosa trascinando alla ròcca; Rainaldo passò il Tevere, entrò in Nepi, arse e guastò tutto il territorio alla destra del fiume. Spinto dalle strida e dai lagni, il Severo finalmente bandì l’oste sopra Marino con ottocento cavalli e ventimila pedoni. Era tempo di vendemmia; l’uva matura gravava le belle vigne; colava il mosto dai tini. L’esercito raccogliticcio, più di saccomanni che di combattenti, si diede in furia a devastare i campi intorno al castello: tagliò le viti e gli alberi, bruciò le capanne, rubò gli ovili, portò il ferro e il fuoco sin nell’ombra dell’antichissima selva ferentina, sacra alla memoria della confederazione laziale che quivi tenne le assemblee solenni. Ma non fu dato l’assalto alle torri; furono bensì dati dal Tribuno per isfregio i nomi di Giordano e di Rainaldo a due veltri innocenti.
Era giunto intanto a Roma il cardinale Bertrando di Deucio legato del papa e aveva spedito lettere al guastatore intimandogli di presentarsi senza tardanza. Cola levò l’assedio; ma, prima di partirsi, in quel rivo medesimo in cui era perito per la perfidia di Tarquinio Superbo il deputato aricino Turno Erdonio, egli affogò i due «cani cavalieri». Rientrò in città con le genti; disfece le case orsine ch’erano in fronte di San Celso; cavalcò al Vaticano. Tutto armato di piastra e maglia come un paladino che non sappia tregue, con manopole e morione, penetrò nella sacrestia, tolse la dalmatica d’oro e di perle imperiale, se la pose sopra l’arme a guisa di sorcotto; brandì la verga tribunizia, si accese di terribilità fantastica, e tra gli squilli delle trombe marziali comparve innanzi al Legato attonito.
Aveva dal Pontefice il cardinal Bertrando facoltà piena di togliere a Cola ogni dominio, di riporre in Campidogliodue nuovi senatori eletti, di iniziare contro il deposto un processo per eresia, di usare coercizioni sopra i Romani perché lo rinnegassero entro il più breve termine. Il Santo Padre rimproverava al notaro della Camera urbana il titolo di tribuno augusto, il folle bagno nella conca di Costantino, l’alleanza con l’Ungaro contro Giovanna di Napoli, le violenze contro gli ottimati e il vicario, la citazione diretta contro Carlo e i principi dell’Impero, la violazione dei diritti chiesastici, l’abolizione di tutte le leggi sancite.
Al vedere l’uomo ferrato e scettrato in dalmatica da imperatore, il cardinale restò senza voce. Ma Cola molto ingrossò la sua dicendo con arroganza: «Mandaste per noi. Or che volete mai?» Rispose l’altro: «Abbiamo per voi informazioni di Nostro Signore il Papa». Tonò il devastatore delle vigne di Marino: «Che informazioni son queste?» Il Legato con prudenza si tacque, pensando dimettersi al sicuro in Montefiascone ove risiedeva il rettore del Patrimonio. Cola escì dal Vaticano senza deporre la dalmatica in sacrestia, rimontò a cavallo, e fece novamente oste sopra Marino.
Ma la rocca resisteva; e il cavaliere dello Spirito Santo chiamava invano a soccorso contro la duplice stecconaia i Fiorentini e gli altri alleati del primo patto. L’esercito popolesco ansava già nella fatica inconsueta, travagliato dalle balestre orsine, con scarsa vettovaglia e scarsissimo soldo. I cavalierotti mandavano lettere segrete a Stefano Colonna invitandolo a venire sotto le mura con la sua gente, ché gli avrebbero aperte le porte. Allora i Colonnesi, col favore del cardinal legato che macchinava in Montefiascone a danno del disobbediente,raunarono nella cittadella di Palestrina da cinquecento cinquanta cavalli e pedoni quattromila, per tentare lo sforzo. La novella della raunata mise grande spavento addosso al Tribuno, che «diventò come fosse infermo e matto». Non prendeva più cibo né sonno. Smaniava, farneticava, vedeva da per tutto traditori, faceva a ogni tratto sonare la campana patarina, congregava il popolo per raccontargli i suoi sogni e le sue visioni. Il Prefetto, chiamato, mandò innanzi a sé molte carra di frumento e venne di poi con cento lance, seguito da quindici baronetti di Toscana, accompagnato dal suo figliuolo Francesco, che per la prima volta vestiva Tarme. Cola rinnovò con lui l’insidia conviviale, ma senza pentirsi. Lo invitò a mensa co’ suoi; alle frutta lo fece prigione. Gli arnesi e i cavalli distribuì ai Romani. Radunò il popolo una volta per dirgli d’aver udito in sogno San Martino «lo quale fu figlio di tribuno» assicurarela vittoria su i nemici di Dio; un’altra volta per dirgli d’aver udito il santo papa Bonifacio vaticinare la postuma vendetta sopra gli odiati Colonnesi.
Come costoro s’erano accampati a quattro miglia dalla città presso un luogo detto Monumento, l’interprete gridò esser questo il segno certo che non solamente sarebbero sconfitti, ma morti avrebbero quivi il lor monumento sepolcrale. E sùbito fece dar nelle trombe nelle nacchere e nelle ciaramelle, e ordinò le genti con l’aiuto di certi degli Orsini di Campo di Fiore e da Ponte Sant’Angelo, e di Giordano dal Monte. Diede per parola d’ordine «Spirito Santo cavaliere». Si mosse verso la porta di San Lorenzo, contro cui s’apparecchiava Io sforzo ostile.
I baroni, sperando di occultare la marcia, s’eran discosti dalla via di Palestrina volgendo a quella di Tivoli e s’erano accampati in vicinanza del Ponte Mammolo.In su la mezzanotte Stefano Colonna iuniore, capitano di tutta l’oste, condusse fanti e cavalli sino al Monastero fuori le mura. Li travagliava la pioggia dirotta e il crudelissimo vento, di tratto in tratto giungendo con le ràffiche lo stormo delle campane di Campidoglio, segno della riscossa. Sotto il portico della basilica, Stefanuccio — che era infermo di vòmito e batteva i denti per la terzana ma dominava il malore col grande animo — adunò a consiglio i baroni collegati; i quali erano il suo primogenito Gianni, Pietro di Agapito signore di Genazzano, Giordano Orsini, Cola di Buccio Braccia, Sciarretta orfano di quel tremendo Sciarra castigatore di Bonifazio, Petruccio Frangipane e due Caetani di Fondi. Udivasi tuttavia la campana capitolina nello scroscio della pioggia; e Pietro di Agapito, il quale era grassoccio e alquanto più inclinato alle cautele che agli ardimenti per aver lasciato da giovine l’abito dichierico ma non l’indole, cominciò a disanimarsi e a vacillare. Egli aveva veduto in sogno la sua moglie, una degli Annibaldi, scapigliata in gramaglia vedovile; e temeva il presagio. Nel consiglio tenne per l’abbandono dell’impresa e per la rapida ritirata su Palestrina. Ma Stefanuccio gli mozzò le parole in bocca: prese con seco un sol fante, voltò il cavallo, e fu dinanzi alla porta, poiché sperava che taluno dei cavalierotti avrebbe mantenuta la promessa di aprire. Ad alta voce nella notte chiamò la guardia a nome; disse: «Sono cittadino di Roma; voglio a casa mia tornare; vengo pel buono stato». La guardia nominata non faceva motto. Egli batté con la manopola, iterando il grido. E allora un balestriere dall’androne gli rispose la guardia esser mutata, avere egli Paolo Buffa la custodia, non voler tradire la fede. Per segno di sua fermezza, non potendosi la porta aprire se non di dentro, accomandò la chiave a una verrettae con questa la scagliò a forza di balestro di là dall’arco di travertino. Cadde la chiave nella melma di un pantano. Disse il patrizio: «Buono balestriere, di te si ricorderà Stefano Colonna». E spronò verso il monasterio. Ai collegati disse: «Entrare non potiamo per via alcuna, che fummo tratti in inganno. Serrata è la porta e saldissima; difficile abbatterla, difficile appellare quel pazzo alla battaglia fuori mura. Giova rimettere il colpo ad altro giorno con più di forze, ma ritirarsi con onore passando in ordinanza davanti la porta a suon di trombe e a bandiere levate».
Mise fanti e cavalli in tre schiere. Comandò che l’una dopo l’altra movessero verso la porta, quella rasentassero, dessero quindi la volta a man ritta per riprendere la via consolare. La prima, condotta da Sciarretta di Sciarra, si mosse ordinata; giunta sotto la porta sonò le trombe a disfida; voltò senza colpo ferire. Il medesimo fece la seconda, condottada Petruccio Frangipane. La terza veniva avanti con più baldanza, ché vi s’accoglieva il fiore della cavalleria colonnese, la più animosa gioventù patrizia, la meglio in arme, la meglio in arcione, montata su romani di gran corpo o su giannetti alla leggiera, esercitata a ogni fazione e tanto ardente al combattere che Stefanuccio prima di muoverla aveva messo bando che sotto pena corporale niuno tentasse l’assalto. Precedevano il grosso gli otto primi feditori in antiguardo, tutti nobili; e tra questi Gianni Colonna il leoncello, arditissimo e fiero oltre misura, occhio del vegliardo.
Cominciava ad albeggiare tra il nuvolo; meno spessa era la pioggia, ma il terreno tutto melma e pozzanghere, sicché vi s’affondavano i cavalli finoalla grascella. Le genti del Tribuno e del popolo, ond’eran capitani Cola Orsini e Giordano dal Monte, avendo già le due volte udito gli squilli e lo scalpitìo sotto la porta, tumultuavano per appiccar la zuffa; e, come la chiave erasi involata con la verretta di Paolo Buffa e serrame e gangheri erano ben saldi all’urto, incominciarono a maneggiar le scuri contro l’imposta dritta. Udirono i feditori il rimbombo e il tumulto; e Gianni Colonna, credendo che i suoi partigiani sopraggiunti movessero quel romore e fossero a dirompere la porta con i mannaresi e le accette, sùbito imbracciò la rotella, abbassò la lancia su la coscia, prese di terreno alquanto per rincorrere, fu pronto alla spronata e all’impeto. Come l’imposta cadde, fulmineo irruppe nel varco con tanta furia che dinanzi a lui solo tutta la cavalleria avversa dié la volta e tutto il popolo sbigottito s’arretrò per una mezza balestrata alla lunga. Lo stendardo tribuniziocadde a terra di schianto nella belletta sotto le calcagna dei fuggiaschi; e il Tribuno bianco di terrore vide il cavaliere lampeggiante, alzò gli occhi al Cielo, credette venuta la sua ultima ora, altra parola non disse se non questa: «Ahi Dio, hammi tu tradito?»
Ma i compagni non aveano seguito il temerario; che si ritrovò solo di là dalla porta, non guardato alle spalle, con in pugno il troncone, su la bestia impennata. Ripreso animo contro l’assalitore singolare, la pedonaglia romana gli si gettò addosso urlando. Il cavallo al clamore spiccò due gran lanci per costa e ricadde in una buca impantanata sul lato manco della porta travolgendo il suo signore che restò preso nella staffa e confitto nella melma negra. Lo sopraffecero i popolari armati di spiedi e di verruti con rabbia grande come quella lor prima paura; e, avidi dell’arme ricca, presero a dispogliarlo innanzi di finirlo. Si dibatteva il giovinetto terribile, sforzandosidi drizzarsi in piedi per tener testa alla canaglia che lo sopraffaceva sol perché atterrato. Gridava sperando essere udito dai suoi: «Colonna, Colonna!» Risonava su lo schiamazzo il grande nome. Strappatogli del capo l’elmetto, di dosso gorzarino spallaccio cosciale, tutto l’arnese pezzo per pezzo, la ferocia ladra lo abbrancava ignudo per dilacerarlo. Fonneraglia di Trevi fu il primo che lo colpì nell’inguinaia, passando il ferro basso tra il viluppo degli abbattitori. Gridava tuttavia l’intrepido: «A me, a me, Colonna!»
Il suo padre dinanzi alla porta domandava ansioso: «Dov’è Gianni mio?» Risposto gli era: «Noi non sappiamo che aggia fatto, né dove sia gito». Allora sospettò Stefano che il suo leoncello fosse balzato pel varco. E, come buon sangue chiama buon sangue, anch’egli spronò, solo entrò nell’androne. Udì l’ultima voce del figlio, vide il figlio stramazzato nella buca melmosa, soprail corpo sanguinante il viluppo degli uccisori. Come la masnada di Cola Orsini gli corse contro, egli voltò il cavallo, ripassò la soglia. Ma l’amore della creatura fu più forte che l’amor della vita. La febbre autunnale gli agghiadava le midolle e gli scoteva le ossa nell’armatura. Egli strinse i denti; silenzioso e disperato, spronò ancora una volta a rientrar nelle mura per soccorrere il figlio abbattuto. Lo vide morto, lo vide supino e ignudo, riverso il bellissimo capo, lorda la chioma di fango e di sangue, lacerato l’inguine pubescente, squarciato il divino coraggio del petto giovenile. I denti non disserrò; silenzioso si rivolse al varco dove splendeva in quel punto il repentino bagliore dei raggi saettati pel rotto dei nuvoli. Dalla torricella del presidio un macigno gli piombò su le spalle, percosse nella groppa lo stallone che impazzato lo sbalzò di sella contro la muraglia. Tramortito dall’urto, restò in terra. Sùbito fu calpesto; trattofu dal popolo in mezzo alla sozzura; ebbe tronco il piè destro, aperto il viso tra occhi e naso come fauce belluina. Gittato sul cadavere figliale, mescolò il suo sangue maturo con quel virgineo ancor caldo di speranza fallace.
Ma il fato dei Colonnesi non era compiuto. Imbaldanzito il popolo per le due uccisioni, da queste aizzato a proseguir la strage l’accanimento degli Orsini di Campo di Fiore e di Ponte Sant’Angelo per inimistà dei consorti e per odio dei competitori, costernati i cavalieri della congiura privi del duce magnanimo e soperchiati dal numero stragrande, le sorti della zuffa si volsero in breve contro questi ultimi che debole sforzo tentarono sotto la porta, respinti non ressero, scavalcati balenarono su la melmasdrucciolevole non potendo fermare il piè in terra, caddero l’un sopra all’altro, e l’uno vendette cara la vita e l’altro la domandò salva, e pochi rimasti in sella tornarono in fuga a briglia abbandonata, come Giordano di Marino e un Caetani di Fondi se bene perdessero sangue dalle ferite mortali. Caduto da cavallo il proposto di Marsiglia Pietro di Agapito Colonna, dove la mischia era men folta, cercava lo scampo. La veracità del sogno l’empiva di spavento. Impacciato dall’arme inconsueta e dalla pinguedine chericale, sfangava e ansimava pe’ pantani cercando di riparare a una vigna vicina. Da ribaldi raggiunto, si buttò ginocchione a pregare per Dio e per la Vergine che tutto gli togliessero ma gli lasciassero la pelle. Dei danari lo spogliarono, e poi del sorcotto a oro, e poi d’ogni arnese. Rimasto nudo e scalzo, pregava tuttavia, sperava tuttavia tornare alla sua donna e mai più ritrovarsi allo sbaraglio. Ma Sgarigliabeccaio con una sguerruccia gli segò la pappagorgia. Giacque nella vigna supino il proposto, grasso bracato, più che sugna bianco, con la calva cotenna nella pozza del sangue grumoso, non uomo da fazioni ma da prebende. E poco di lungi stette il suo cugino Messer Pietro di Belvedere, e un Frangipani e un Caligaro, e un della famiglia di Lugnano, e Camillo bastardo di Stefanuccio. E dei nobili ottanta altri perirono, macellati furono, mozzi e tronchi: giacquero nella mota cruenta nudi al ludibrio della razzumaglia.
Il Tribuno non s’era mai ardito escir fuori della porta né distaccarsi dall’ombra dello stendardo bruttato. Sempre la vista e il cozzo del ferro gli davano il tremacuore, perocché assai più famigliareei fosse con gli inchiostri e coi vini che col buon succo delle vene virili. Quando vide Giordano dal Monte ricomparire sotto l’arco ad annunciar col guizzo dello stocco la vittoria piena, egli riprese colore; e rizzatosi dall’arcione fece sonare tutte le sue trombe d’argento a raccolta. Pronta aveva già la corona d’ulivo, e se la pose in capo; pronti già nel suo capo l’ordine e l’apparato del trionfo. Rimise le genti in ischiera e cavalcò a Santa Maria di Araceli con tripudio. Quivi appese in voto alla Vergine la corona d’ulivo e la verga d’acciaio. Rendute le grazie, salì al Campidoglio e si mostrò con la spada in pugno al popolo festante. Non una gocciola rossa interrompeva il nitore della lama imbelle; ma l’eroico mimo fece l’atto di forbirla al lembo della sua cotta cremisina, rotondamente. Disse: «Hai mozzata orecchia di tal capo, che non la poté tagliare Papa né Imperadore». E andò a mensa.
Su l’imbrunire i cadaveri spogli di Stefano, di Gianni e del proposto furon trasferiti pietosamente dalla porta di San Lorenzo alla cappella sepolcrale della casata in Araceli. Coperti furon di coltri d’oro, intorniati di torchietti ardenti. Vennero le gentili donne colonnesi in gramaglia, seguite da una moltitudine di lamentatrici scarmigliata e lacera, per fare la lamentazione e l’ululo sopra i cari morti. Echeggiavano le strida e i pianti per l’erta sacra, e turbavano il convito nel palagio accosto. Montò in furore il Tribuno, e comandò che fossero scacciate le vedove col loro stuolo urlante, e negate le esequie agli uccisi. Parve nella minaccia rammemorar le parole da Stefano il Vecchio profferite quando in San Marcello aveva spregiato l’editto; perché gridò: «Se quei tre mi fanno poco d’ira, io li farò gittare nella fossa degli appesi, come maledetti spergiuri ch’ei sono». Allora i cadaveri nottetempo, senza pompa e senza ploro,furono portati nella chiesa di San Silvestro in Càpite ove i Colonnesi aveano fondato un monasterio per le figliuole di lor sangue. In segreto quivi, tra il virtuosissimo padre e il pusillanime congiunto, ebbe sepoltura e requie dalle pie donne l’imberbe eroe domatore di cavalli, che il Petrarca paragonava a Marcello diletto da Giove Ferètrio.
Era in funeraria solitudine rimasto il seniore, là sul monte di Palestrina consecrato alle distruzioni dalla prima ferocia di Silla. Nella cittadella per lui medesimo ricostrutta su le ruine sconvolte da Bonifacio, egli ricevette l’annunzio. Già tre figli della sua virtù aveva perduti in tre anni. Ora perdeva d’un tratto il primogenito foggiato a sua imagine e il leoncello sortito a superar tutti.Ascoltò, diritto in piedi, senza vacillare. Colore non mutò, non fece motto, non sparse lacrima, non mosse gesto di cruccio né sospiro d’ambascia. Soltanto gli occhi aridi chinò su l’ombra spaziosa che la sua statura non incurvata dal secolo stampava in terra; fissi li tenne in quella terra ingiusta che già tanta stirpe immatura aveva inghiottito e rifiutava la pace alle vecchissime ossa omai polite dai travagli del destino come le selci dal torrente infaticabile. Disse alfine, riscotendosi: «Sia fatta la volontà di Dio. Meglio è morire che sopportare il giogo di un villano».
E, poiché non anche poteva coricarsi nella fossa, rimase in piedi ferrato ad apprestar le vendette.
Che taluno ripetesse al Tribuno, dopo il fatto d’arme compiuto dai due Orsini, l’ammonimento di Maharbale al Cartaginese dopo la battaglia di Canne, non è certo. Certo è bensì, che il dettatore né sapeva vincere né sapeva usare la vittoria. Invece di fare oste senza indugi sopra Marino e Palestrina per quivi sradicar di colpo ogni resistenza e ribellione di nobili, egli adunò la sua cavalleria di cavalierotti da lui chiamata sacra milizia e si credette satisfare all’importuna pretesa del soldo con una nuova facezia. Parlò: «Vògliovi dar paga doppia oggi. Venite meco». Ordinò le schiere. Vestì di drappi bianchi il figliuol suo Lorenzo, lo pose a cavallo, e lo menò seco a suon di nacchere e di trombette. Dov’ei volesse andar a parare con quella mostra,non sapeva alcuno. Cavalcò verso la porta tiburtina, al luogo della zuffa; ov’era rimasta nel terreno la pozza atroce con la melma e con l’acqua arrossate dal sangue magnifico di Stefanuccio Colonna e del feditore adolescente. Dinanzi la pozza smontò, fece smontare il figliuolo; inginocchiare lo fece su l’orlo tristo, attinse di quell’acqua sanguigna, ne asperse il prostrato dicendogli impronto: «Sarai Cavaliere della Vittoria». E gli astanti stupirono e inorridirono. Ed egli volle che i conestabili percotessero col piatto delle spade, secondo l’usanza, l’ignobile battezzato col fango suo pari più che col sangue degli eroi.
Sì grande fu il disgusto, allo spettacolo, che i baroni di parte popolare si vergognarono di vestire arme in pro di tal cialtrone. E i cavalierotti e l’altra soldatesca, omai ristucchi di attendere la paga doppia e pur la mezza paga, mormoravano e si sbandavano; mentre il dannato Giordano Orsini, con le feriteancóra aperte, rinnovava la guerra minuta portando il guasto fin sotto le mura, mentre Sciarretta Colonna collegatosi con Luca Savelli operava senza tregua, sovvenuto di danari e di uomini dal cardinal legato che ne traeva dalle città guelfe d’Umbria e di Toscana.
Roma era affamata. I guerreggiatori chiudevano il passo alle vettovaglie. Rubbio di frumento valeva sette libre di moneta. La plebe dal mormorìo passava al tumulto. Lo spocchione, tutto dato alla crapula e al fasto, non vedeva né udiva. Dì e notte era ai conviti, vestito come un satrapo, grasso e rubicondo, esercitando la ganascia che aveva potentissima, inzeppando la ventresca che già diveniva badiale. Alle badìe infatti toglieva per impinguarsi; sequestrava le entrate delle chiese, le aziende dei mercanti, i beni delle comunità; prendeva l’oro a chi l’aveva, senza ritegno, ammutolendo con le minacce gli spolpati. Il tutto andava in ghiotteria ein scialo, in mantener buffoni e masnadieri.
Così, mentre l’Orsino derubava e angariava di fuori, il medesimo egli faceva di dentro. Intollerabile era divenuto anche al popolo il giogo del villano. Costui non più si ardiva tener parlamento, per paura del furore improvviso. Il cardinal legato da Montefiascone minacciava la scomunica e il bando, il papa da Avignone esortava i cittadini che abbandonassero ai suoi errori l’uomo abominevole «la cui malizia strisciava qual serpe, mordeva qual scorpione, diffondevasi qual tossico». E il Petrarca, riconosciuta non senza rossore la vanità del suo lirico sogno, scriveva moltiplicando nella obiurgazione epistolare le figure e le sentenze: «Oh! che dirti potrei se non quello che Bruto diceva scrivendo a Cicerone? Sento vergogna di coteste vicende, di cotesta fortuna. Te dunque, che ammirò duca de’ buoni, oggi il mondo vedrà fatto satellite de’ ribaldi?Così per noi si mutaron le stelle, così nemico si fece il cielo? Dove n’andò quel Genio tuo salutare, col quale era fama che avessi tu continui convegni? Tanto eran grandi e incredibili le imprese tue. Ma a che m’affanno?... Io verso te correva, or volgo strada. Addio Roma, a te pure addio!»
Senza ciance, i Colonnesi e gli Orsini di Marino lavoravano alla gagliarda. L’aumento su la gabella del sale, imposto dal Tribuno per pagare i mercenarii, esasperò i Romani già tribolati dalla carestia. Allora, pur tra i fumi del vino e i lazzi dei giullari, l’uom delirante udì il rombo della tempesta. E da prima il tremolìo intermesso della paura gli tenne luogo del solletico operato in sommo della gola dalle barbe della penna pervuotar col vomito il sacco e riempierlo ancóra. Ma, poco dopo, il tremolìo gli si converse in serramento che gli attanagliò stomaco e strozza e più non lasciò passar boccone. Finita fu la gran gozzoviglia capitolina. L’uomo non poteva né mangiare né dormire, di continuo agitato dalle larve e dai presagi. A ogni lieve romore, balzava in piedi credendo che crollasse il Campidoglio o che v’irrompessero nemici per uccidere. Al verso degli uccelli notturni, nascondeva il capo sotto i guanciali raggricchiandosi tutto nelle coltri. Per dodici notti un gufo malauguroso, quantunque scacciato dai servi più volte, tornò su la torre campanaria a gufare sinistramente agghiacciando le vene dell’insonne. Egli si sveniva come una femminetta, piagnucolava come un fantolino. Allora, per placare la sorte, cercò di raumiliarsi, di ritrar le corna in dentro, di farsi mansueto e pieghevole. Ricevette per suo compagno nel governoil vicario papale, si protestò obbedientissimo servo del Pontefice, rinunziò le pretese all’elezione dell’Imperatore, annullò i suoi decreti intorno ai diritti maiestatici del Popolo Romano, revocò le citazioni contro i principi alemanni, depose ogni potestà su i sudditi immediati della Chiesa, si spogliò financo dei titoli augusti per chiamarsi modestamente «Cola cavaliere e rettore per Nostro Signore lo Papa», appese all’altare della Vergine in Araceli tutti gli emblemi e tutte le insegne, infine per allontanare ogni sospetto di tirannide si mise allato un Consiglio di trentanove popolani. Ma sùbito scoppiarono dissidii tra costoro circa la gabella del sale e la nomina del capitano di guerra. Il popolo, mal disposto a un nuovo reggimento pontificio, negò l’ossequio al vicario. Questi accusò di doppiezza il Tribuno; minacciando, lasciò anche una volta la città e riparò a Montefiascone. Cola, rimasto solo, affannosamente sidiede a riconciliarsi coi nobili, tolse dal carcere il Prefetto, tentò di stringere le nozze tra il figliuol di costui e la figlia di Giordano dal Monte, negoziò paci alleanze dedizioni. Ma, come più s’agitava, più si sprofondava il pusillo. La sua favola breve era compita.
Movendosi Lodovico re d’Ungheria a vendicare la vituperosa morte fatta in Aversa del suo fratello Andreasso e a racquistare il reame di Puglia, vennero anche in Roma ingaggiatori con mandato di levar soldati per lui. Un conte di Minerbino e paladino di Altamura, chiamato Giovan Pipino, con suoi fratelli conti di Potenza e di Nocera, stando adunque in Roma ad assoldare bande per l’Ungaro, commetteva ogni sorta di ribalderie e di ladrerie. Collegato conLuca Savelli e protetto dal cardinal vicario, si rideva delle citazioni tribunizie e imperversava con arroganza crescente.
Ora, ai 15 di decembre, il Savelli fece affiggere alla porta della chiesa di Sant’Angelo un suo bando col quale invitava a una adunanza nelle sue case pel quarto giorno i suoi partigiani. Cola mandò un marescalco a lacerare il bando del sovvertitore e ad affiggere in suo luogo un atto d’intimazione a Luca perché comparisse nel termine di tre dì, sotto grave pena. L’officiale capitolino fu colto dalle genti del Pugliese e malmenato. Cola citò allora in giudizio il paladino di Altamura. Costui per risposta si afforzò nel circo Flaminio, alzò serragli e barre sotto l’arco di San Salvatore in Pesoli e in tutta la contrada dei Colonnesi, fece sonare a martello le campane della contrada, ragunò gente assai a cavallo e a piede, gridando: «Popolo! Popolo! Viva la Colonna, e muoia il Tribuno».
Si trattava di menar le mani. Dov’era Giordano Orsini? La paura dirompeva al cavaliere dello Spirito Santo gomiti e ginocchia. Anch’egli fece sonare a stormo le campane. Per un dì e per una notte quella di Pescheria fu sonata del continuo da un giudeo; ma nessuno traeva a disfare le barre. Gli Orsini dal Monte non si mostravano; il popolo al romore si asserragliava nei suoi rioni e aspettava l’evento. Disperato il Tribuno mandò contro la forza dei ribelli un conestabile di nome Scarpetta; che rimase ucciso. E il buon giudeo si scalmanava tuttavia a scampanare a scampanare in Pescheria; e nessuno traeva alle barre; e Cola in Campidoglio «non sapeva che si facesse, sospirava forte, tutto raffreddato piagnea, sbigottito et annullato suo core era, non avea virtude per uno piccolo garzone».
Così l’impresa del Liberatore si discioglieva in lacrimette e in balbettìo. Lacrimava egli e balbettava, lacrimavanoe balbettavano i suoi familiari intorno, mentre il buon giudeo di lungi sonava senza riposo. Escito dal palagio, lasciando la sua camera piena zeppa di epistole dettate e non inviate, il notaro della Regola andò a rifugiarsi in Castel Sant’Angelo; e quivi si stette chiuso e celato alcun tempo, e lo raggiunse la moglie partitasi dalle case dei Lalli in abito di frate minore.
Dopo due dì, rientrò in Roma il vecchio Stefano Colonna con la sua fazione. E diede esempio memorando di magnanimità; ché non corse alle rappresaglie, non rinfocolò le ire, non perseguitò i congiunti del caduto né lui snidò dal suo rifugio, ma per evitare ogni dissenso gli ordinamenti mantenne e per dimostrare la sincerità della sua perdonanzadiede in pubblico il bacio di pace al suocero di colui che aveva osato attinger l’acqua sanguigna dall’orribile pozza ov’era caduto il più bel fiore della virtù colonnese.
Indi a poco rientrò anche Bertrando di Deucio e riformò lo stato abolendo tutti i decreti tribunizii ed eleggendo a senatori Bertoldo Orsini e Luca Savelli. I quali parvero ritrovare in Campidoglio il contagio del folle figuratore, poiché fecero dipingere sul muro Cola di Rienzo col capo in giù e a fianco di costui anche capovolti il cancelliere Cecco Mancino e il nepote Conte che teneva la rocca di Civitavecchia.
A Civitavecchia erasi ricoverato il tremebondo; ma, quando il suo nepote fu dal cardinale costretto alla resa, tornò in Castel Sant’Angelo presso quegli Orsini che avevano combattuto per lui nel tempo delle fortune. Quivi la sua carne saginata, che però in tanto travaglio andava perdendo l’adipe accolto in settemesi di buona pasciona, fu messa a prezzo. E parve così quasi avverarsi quell’augurio dei lepidi patrizii a cena, quando lui presagirono principe di Norcia se non imperator romano. Francesco Orsini, notaro pontificio in Avignone, mercatò per averlo e ingraziarsi il papa col darglielo nelle mani; ma perse tempo a stiracchiar la somma. Il suo nepote Nicolao trattava intanto con quel feroce Rainaldo di Marino che, non avendo perso memoria della trista notte di settembre passata in Campidoglio dopo la cena infida, voleva pagar di contanti la gioia del conficcarlo vivo in uno steccone del suo fosso; ma qui anche soverchio fu l’indugio del contratto. Volle il gioco della sorte che ambo i comperatori morissero di sùbito; sicché il mercatato ebbe salva la pelle. E, prima di mettersi al sicuro, trovò tempo e modo di far dipingere sul fianco della Chiesa di Santa Maria Maddalena in prossimità del Castello un’ultima allegoria d’un angelocalpestatore di draghi e di aspidi. Ma l’allegoria non ebbe effetto, anzi fu bruttata di loto e di sterco. Perduta ogni speranza di riscossa, Cola escì dalla città alla ventura, lasciando dietro sé la guerra civile la Compagnia del duca Guernieri e la pestilenza.
Dove lo condussero il rammarico smanioso della signoria renunziata così stolidamente, il terrore delle persecuzioni papali indette contro l’eretico, la confusa angoscia del peccato, della penitenza, dei castighi celesti? Si bucinò ch’egli entrasse nel reame per chiedere soccorso al re Lodovico che vi aveva già vendicato Andreasso e riformata la terra. E chi disse che andò per mare sconosciuto su un legno; e chi disse che trattò col Nemico di Dio per cavalcar con lui sopraRoma e che, raccolto il denaro occorrente, il patto non ebbe séguito, perché il fratello di Cola si fuggì con la cassa; e chi disse perfino averlo visto in Roma aggirarsi ignoto tra i pellegrini accorsi alla perdonanza del Giubileo ed essere egli medesimo l’instigator segreto del verruto balestrato contro il cardinale Anibaldo.
Il bandito pellegrinava ben più lontano, pei valichi dell’Apennino verso quel Morrone petroso ove s’erano inerpicati i tre vescovi per recare al fraticello scalzo l’annuncio terribile della sua assunzione. Certo, un numero sublime regola i passi dell’eroe colpito dal fato iniquo allorché, dopo avere stampata la sua più dura impronta su l’anima della stirpe, si rivolge verso il deserto, verso la rupe, verso la palude, verso la fiumana, tratto dalla necessità di rientrare nel silenzio originario ov’egli rimarrà solo co’ suoi pensieri inespressi che s’appiglieranno alla terra per infiniteradici, solo con la sua verità disconosciuta che profondamente custodita nella terra si risolleverà domani fra gli uomini operosa quando il suo primo portatore si sarà disciolto e riconfuso nella malinconia del mondo. Ma l’appressarsi di quell’istrione stracco e rauco dall’aver troppe volte con bocca rotonda gittato al vento e alla plebe il nome ineffabile di Roma, l’appressarsi di quel rètore sgonfio a quell’aspra montagna tutta piena di anelito divino è senza alcuna bellezza, senza alcuna grandezza, in vero.
Altare di sacrificio e d’implorazione tra i più venerandi, sollevato dall’ansia dello spirito sotterraneo verso i cieli troppo remoti, quella mole di sasso pareva nei secoli il fulcro dell’estasi umana. Nelle cavità polite e adorne dall’arte dell’acqua umile e casta, viveva un popolo di asceti perpetuamente rivolto verso l’oriental bagliore dell’Eletto ch’era per venire a purificare e rinnovellare il regno profanato. Il loro cultoera di aspettazione vigile e trepida. Lo sposo novello della Povertà, il pastore angelico, sarebb’egli apparso nell’alba dell’ultimo orizzonte? o subitamente illuminato da un mattino paradisiaco sarebbe egli sorto di su la stuoia nella spelonca, risplenduto agli attoniti sul limitare, indi sceso dal monte alla pianura per compiere l’alta profezia? Essi vivevano aspettando, affrettavano con la preghiera la venuta, con la macerazione assottigliavano l’ingombro carnale perché l’anima potesse più facilmente ricevere il lume. E tuttavia talun dei più semplici dal vertice della rupe aprendo le braccia verso l’aurora ripeteva con bocca fedele il Cantico delle creature, o lo cantava a gran voce di giubilo simulando con due legni il gioco del liuto; e forse a vespro vedeva giungere per le vie dell’aria il Serafico e chinarsi con benigna letizia su la scodelletta di scorza a condirgli con l’olio dell’oliva umbra l’odorata erba alpestre o il legume farinoso.
Cola vestì la lana rozza con la stessa vanità con cui erasi composto nelle guarnacche di sciamito e di vaio. Non dimenticò laregula dictatoriaper laregula paupertatis. Si rimpinzò di cipolle per farsi modello degli Spirituali; si ingombrò di dottrine profetiche per improvvisarsi teologo. La Concordia il Decacordo il Comento, il Vangelo eterno di Gioachimo da Fiore, i vaticinii di Cirillo e della Sibilla, le Cronache delle sette tribolazioni, le glosse di Giovanni da Parma e di Pier Giovanni Ulivi, tutte le visioni e tutti i sogni suscitati dal turbine dell’Apocalisse in quanti affaticava l’ansia del Futuro, tutti si rimescolarono confusamente in quello spirito ventoso e caliginoso. Divenuto Gioachimita ardentissimo, egli per i due primi stadiidel mondo — per il «carnale», compreso tra la creazione di Adamo e la natività di Cristo, per il «sacerdotale» fondato dal divino Figlio — discese al terzo stadio «monacale» che doveva iniziarsi con l’avvento d’un santo uomo eletto a riformar la Chiesa nella povertà. Or chi poteva esser mai questo angelico riformatore se non egli, Cola di Rienzo, lo scavalcato cavaliere del Paràclito? Simulando infatti la voce di un romito annunziatore dell’èra terza, volle egli persuadere a sé medesimo e ad altrui questa elezione. Non il buon frate Angelo da Monte di Cielo messaggero di Dio lo esortò a dipartirsi dall’eremo e a ridiscendere tra gli uomini per operare i novissimi prodigi, sì bene egli medesimo fu l’esortatore della sua follìa ribollita. «O Cola, a che t’indugi? Assai vivesti in solitudine. Or devi ricominciare a vivere per la salute dell’Universo. Il Signore ti ha scelto. Va, rècati all’imperator romano che nell’ordine èil centesimo, e tu assistilo qual precursore col consiglio e con l’opera. E non dubitare che Roma presto s’adorni della papale e imperiale corona, essendo già trascorsi i quarant’anni da che fu tolto a Gerusalemme il tabernacolo del Signore e rimasto per i peccati degli uomini lungi dalla sua vera sede». E l’industre gonfianùgoli imaginò che il romito per vie più incitarlo gli svolgesse sotto agli occhi i rotoli delle profezie di Merlino e quelli ov’eran trascritti i vaticinii incisi nelle due tavole d’argento offerte dall’Angelo a Cirillo sul monte Carmelo.
In verità, anche questa volta la paura fu il più efficace stimolo al viaggio; ché egli seppe come l’arcivescovo di Napoli, conosciuto il rifugio, pensasse di prenderlo e di consegnarlo al cardinal Legato in Roma dove la memoria del Tribuno era tuttora viva e forse faziosa. Il terziario gittò la tonacella in un botro del Morrone e s’incamminò allavolta della Magna; valicate le Alpi, giunse alla città di Praga nel mese di luglio dell’anno 1350.
Quivi capitò nella casa di uno speziale fiorentino; e lo pregò che lo presentasse a messer Carlo eletto imperatore per la Chiesa di Roma, volendo dirgli cosa di suo onore e di sua utilità. Il Boemo ammise al suo conspetto il pellegrino ignoto e gli consentì di esporre il messaggio. Allora Cola disse: «Fa vita santa in Montecelo un romito per nome Frate Angiolo; il quale ha eletto due ambasciatori, e l’uno ha mandato al Papa in Avignone e l’altro a voi Imperatore. Io sono quello». Il Boemo si chinò verso lo strano messo per iscrutarlo con que’ suoi grossi occhi di cane sagace, premendo il collo e il viso innanzi,com’era suo costume. Gli disse: «Parla, adunque». Il gioachimita parlò secondo la dottrina dei tre stadii. «Sappiate, messere Imperatore, che Frate Angiolo vi manda a dire che nel principio regnò sul mondo il Padre e dopo gli succedette il Figliuolo nella possanza; ed ora è la volta dello Spirito Santo, il quale deve regnare sul tempo a venire». Il gobbetto astuto, ch’era rimasto pelato de’ suoi peli per il beveraggio propinatogli dall’amor geloso della regina onesta, cessò dal tagliuzzar le verghette di salcio col coltelluccio, com’era suo costume e suo diletto nelle udienze. Avendo udito quell’uomo separare il Padre e il Figliuolo dallo Spirito Santo e avendo già notizia delle eresie di Cola, disse: «Sei tu colui, il quale io penso?» E l’altro: «Chi pensate voi ch’io sia?» E l’imperatore: «Io penso che tu sia il Tribuno di Roma». E questi: «Veramente io sono quel Cola a cui il Signore diè grazia di poter governare in pacein giustizia e in libertà Roma capo del mondo». E seguitò suo sermone presagendo una prossima strage di principi della Chiesa, la morte del pontefice, l’avvenimento di un pastore angelico, di un redivivo Francesco, che doveva iniziare la rinnovazione portentosa, edificando alla gloria del Paràclito un duomo assai più splendido del tempio di Salomone. «Questo pastore coronerà voi in Roma con un serto d’oro e me Tribuno con un diadema argenteo, a voi lasciando la signoria dell’Occidente, a me quella dell’Oriente. E saremo noi tre in terra l’imagine della santissima Trinità». Il Boemo, udendo tante favole, ricominciò a tagliuzzar le verghette di salcio e a movere i grossi occhi intorno; sì che pareva non attendesse alla diceria. Ma, com’ebbe finito Cola di sermonare, mandò Carlo per l’arcivescovo di Treveri e per altri vescovi molti, e per gli ambasciatori del re di Scozia, e per tutto il corpo de’ dottori, affinchèudissero i savii e giudicassero. Ed eglino giudicarono infette di eresia quelle dottrine e abominarono il dicitore. Il quale fu preso, costretto a distendere per iscritto il messaggio, e dato in custodia all’arcivescovo finché non giungesse la deliberazione del pontefice a cui l’imperatore aveva spedito l’empia scrittura sigillata col suo sigillo.
Stette Cola alcun tempo in Praga, trattato umanamente, passando i giorni a disputare con maestri di teologia. La sua facondia «faceva stordire quelli tedeschi, quelli boemi, quelli schiavoni». L’amico dei conviti, mal disposto alla frugalità francescana, si contentava di mangiare e bere all’alemanna; ché «assai vino, assai vivanda li era data». Peringraziarsi il Boemo, gli disse: «Io sono del vostro sangue. Come Santo Alessio che, dopo il suo ritorno dal pellegrinaggio e sino alla morte sua visse sconosciuto nella casa paterna vituperato dai servi, io ben voleva tacermi. Ora parlo. Sono figliuolo bastardo di Enrico imperatore; sono del vostro sangue». E gli raccontò la favola della taverna, e magnificò anche una volta le sue imprese romane perché il Boemo non avesse a vergognarsi del parentado. Il gobbetto astuto aggrinzò nel sorriso le gote rilevate in colmo, e seguitò a tagliuzzar le verghette di salcio.
Cola fu condotto in un triste castello su l’Elba; ove, afflitto dalla inclemenza dell’aria e dall’incertezza della sua sorte, passò lunghi mesi di prigionia confortandosi con la scrittura d’innumerevoli epistole, finché giunsero in Praga gli atti della inquisizione diretta contro di lui dal legato papale Giovanni vescovo di Spoleto. Il Boemo allora mandò l’ereticoad Avignone con buona scorta; e il papa lo ebbe finalmente nelle mani.
Come Giovanna di Napoli, egli comparve dinanzi al collegio dei cardinali; ma non fu, come l’adultera, assolto. Fu rinchiuso nella più massiccia torre del palagio, con la catena al piede; e la catena era murata nella volta incrollabile! Narrava il Petrarca a Francesco dei SS. Apostoli avere il Romano evitato il supplizio per l’opinione che si era sparsa nel volgo esser egli un famoso poeta e come tale e da sì nobile studio santificata non potersi senza sacrilegio offendere la sua persona. Dell’antico laudatore aveva chiesto notizia il prigioniero sul primo entrare nella città, forse sperandone qualche soccorso, o perché la calda amicizia in quegli stessi luoghi nata gli tornasse alla mente; ma erasi ritratto nella solitudine di Valchiusa ad ascoltare la melodia del suo cuore doglioso colui che mirato aveva bella nel bel viso di Laura la morte.
«Poteva egli aver compiuto in gloria i suoi giorni sul Campidoglio, e si ridusse invece con onta immensa della Republica e del nome romano ad essere prima da un Boemo e poi da un Limosino in carcere sostenuto!» deplorava colui che un giorno aveva anelato di avvolgere le mani entro i capegli dell’Italia sonnolenta per isvegliarla. Ma il Limosino, con improvvisa fortuna del catenato che pur riceveva «vitto assai sufficiente dalla scodella del Papa» e poteva leggere Tito Livio, si partì dal dolce mondo tralasciando la pompa decenne dispiegata con larghezza di re. E prese l’ammanto di Pietro il vescovo d’Ostia, sotto il nome d’Innocenzo VI, col proposito di ammendare la disonestà della Curia e di purgarla da ogni vituperio. S’adempiva la profezia di Frate Angiolo? Il nuovo Pastore disposava la Povertà?
Così scaltramente seppe maneggiarsi Cola con questo uomo di buona vita edi non grande scienza, che assoluto perdonato benedetto fu posto a fianco del gran cardinale Egidio Albornozzo cui era commesso l’officio di pacificare l’Italia e di restaurare in Roma i diritti della Chiesa.
In Roma — corsa ogni giorno da quelle novità che non parevano a Matteo Villani degne di memoria «per i lievi e vili movimenti di quell’antica madre e donna del mondo» — era sorta, sul sangue orsino e colonnese versato alle barre nei tumulti d’agosto, una scimmia del Tribuno. Il popolo aveva gridato rettore della città lo scribasenato Francesco Baroncelli detto lo Schiavo «uomo di piccola e vile nazione, e di poca scienza»; ma, dopo quattro mesi di reggimento riformato su gli statuti toscani, lo aveva deposto a furia.
La Signoria fu allora offerta al cardinal di Spagna giunto in Montefiascone; restituita fu al Papa la facoltà di porre suoi vicarii nel seggio senatorio. Se bene la novella della liberazione di Cola e il sentore della sua vicinanza già risollevassero nella parte popolare le memorie del primo tribunato e provocassero un certo fermento, il savio Egidio buon conoscitor d’uomini si guardò dal consentire alla designazione e insediò in Campidoglio Guido Patrizi. Memore dei suoi fatti d’arme innanzi a Taliffa e ad Algesira, il Conchese con ardita celerità, accresciuto dei diecimila uomini raccolti sotto la condotta di Giovanni Conti, sostenuto dalla lega di Firenze, di Siena e di Perugia, rinforzò la guerra contro il Prefetto di Vico pel recupero del Patrimonio. Vittorioso, coi Monaldeschi entrò in Orvieto; ebbe alfine curva ai suoi piedi calzati di ferro la nuca del ribelle, su cui pesavano tre scomuniche.
Cola di Rienzo s’era ritrovato al campocon molti Romani; ai quali il rivederlo sano e salvo fuor di tanti pericoli pareva portento. Lo invitavano a rientrar nelle mura i cittadini «grandi lingue». E parevano ora gonfiarlo con l’arte sua istessa. Gli dicevano: «Torna alla tua Roma, curala di tanto male, siine novamente signore. Noi sovvenirti vorremo di favore e di forza. Non dubitare. Non mai tanto amato e addimandato fosti». Gli davano di queste vesciche i popolari e non un danaro. A parolaio parole, a promettitore promesse.
L’Albornozzo lo tenne in Perugia, con scarsissima provvigione. Il reduce dalle spelonche francescane, il seguace della Povertà, fu preso allora dalla fame querula dell’oro, si diede tutto alla ricerca astuta, fu il sollecitatore insidioso deimercatanti perugini, il frequentatore obliquo dei banchi e dei cambii, l’amico e l’emulo dei barattieri e dei truffardi, non ad altro inteso se non a lavorar buona pània da prendere merlotti. Ma i Perugini delle cinque Porte «feroci e d’agro consiglio», di continuo dediti a fare e a disfare leghe, a prendere e smantellar castella, a ricever terre in obbedienza e a venderle per contante, a batter moneta e a fermar leggi, a erigere Studii ed Archivii, a concedere cittadinanze e podesterìe, a rimetter Guelfi in patria e Priori in palagio, a ordire e a scuoprir congiure, a intraversar di catene e di barre i capi delle strade o a condurre in piazza la vena dell’acqua, a vender grano al papa o a beffarsi dell’interdetto, non aveano tempo né voglia di dare orecchio al cianciere floscio: governavano, guerreggiavano, mercatavano, edificavano: popolo di gran nerbo che pur allora dava consigliere al Legato in Viterbo quel Leggieri di Nicoluccio d’Andreottoforte di senno e di mano che doveva poi farsi capo dei Raspanti contro i Nobili.
Non essendogli riescito di sedurre «con la dolcezza delle parole» i Signori Priori delle Arti che appunto nel giorno della Pentecoste sotto il Magistrato di Leggieri avevano incominciato ad abitare il palagio novellamente fatto, Cola pensò d’introdurre il suo miele e il suo vischio in quello Studio illustre che tra l’imperversare delle passioni civiche fioriva maravigliosamente. Nella scola di Giurisprudenza, già quivi illuminata dall’insegnamento di Cino ed ora dal divino ingegno di Bartolo, egli trovò infatti Messere Arimbaldo dottore di legge e Messere Brettone cavaliero di Narba fratelli carnali di Fra Moriale. L’uccellatorefu in gran giubilo, ché non poteva la sorte mandargli più bella presa. Ben sapeva egli come il friere di San Giovanni avesse dato in deposito ai mercanti di Perugia la molta moneta acquistata con le ruberie e con le taglie. Gli bisognava dunque trovar il modo di spillarne una parte. Se bene il Trivio e il Quadrivio figurati da Nicola Pisano fosser posti a bevere acqua continua intorno la fonte di Fra Bevignate, il notaro teologo si accomandò alla virtù del vin mero. Avviluppando il giovane e litterato Arimbaldo, volle sùbito con lui sedere a cena, trincare con lui. Tra l’una e l’altra coppa, versò la sua liquida eloquenza, rimescolò il latino di Tito Livio e quel dell’Apocalisse nelle celebrazioni della forza romana ripetute ornai sì gran numero di volte che perfino il vecchio leone serrato nella gabbia capitolina avrebbe potuto ruggirle a mente. L’effetto su l’animo giovenile fu prontissimo. Arimbaldocredette avere già in pugno la signorìa di Roma, vide sé già in vetta al Monte Tarpèo, vestito di porpora. Scrisse al devastatore della Marca: «Onorato fratello, più aggio guadagnato io in uno die, che voi in tutto lo tempo di vostra vita». E gli domandò licenza di togliere dal banco quattromila fiorini, perché Cola poneva a ogni sua cantafavola un medesimo ritornello: «A ciò fare bisogna moneta. In ciò moneta per cominciare bisogna, messere». Fra Moriale, uomo solito di far la misura rasa col fil della spada alle moggia dell’oro, tentennò alla richiesta. Egli odorava la follìa nell’avventura. Nondimeno, per amor del fratello, consentì; e il consenso accompagnò con l’ammonimento: «In primamente aggiate guardia che li quattro mila fiorini non si perdano». E anco promise che, in caso di malanno, verrebbe di persona al soccorso e farebbe le cose alla grande, secondo il suo costume.
Intascati i fiorini, Cola non capiva nelle cuoia e nei panni per l’allegrezza. Per ciò panni mutò senza indugio, ma le cuoia serbò ai giudei dell’Austa. Il terziario del Morrone, pomposamente rivestito di guarnacca e cappa scarlatta foderata di vaio, su palafreno con sella alla gianetta e gualdrappa messa a oro, tra il dottore Arimbaldo e il cavalier di Narba, seguito da una turba di fanti e di donzelli, si partì per quella via che il figlio di Bernardone aveva stampata delle sue sante vestigia andandosene coi compagni verso Roma — al tempo di un altro guidapopolo chiamato Giovan Capoccio — per proporre al terzo Innocenzo la parabola della Povertà.
Il suo primo comparire dinanzi al cardinale Egidio, all’ossuto Spagnuolo domatore di tirannelli institutore di leggi e costruttor d’acquedotti, fu di paone tronfio che spieghi la coda e rimiri sue penne e dica crai-crai. Eccolo, il gesticolatore, figurato nella prosa dell’antico biografo come in una rozza pitturetta che su una parete della Suburra illustri la scena di un’atellana. «Mostravasi grosso, con suo cappuccio in canna di scarlatto e con cappa di scarlatto fodrata di panze di vari; stava superbo, capezzava, menava lo capo nanti e retro, come dicesse: Chi sono io? io chi sono? Poi rizzavasi ne le punte de li piedi, mo si alzava, mo si abbassava». Allora parlò e disse: «Legato, fammi senatore di Roma. Io vado e pàroti la via». Ilvolto ulivigno del Conchese, forte disciplinato nel dissimulare il pensier suo finché non fosse convertito in atto veloce, non mostrò forse né il disdegno né la pietà. Egli era ben l’uomo che, più tardi, richiesto di rendere i conti, doveva rispondere a Urbano V caricando un carro con le chiavi delle recuperate città e inviandoglielo senza motto. Considerò con l’occhio aguzzo il corpulento plebeo e, fattolo senatore, lo mandò volontieriad bestiasma senza dargli pur un tornese di viatico.
Cola spedì un messo ad assoldare coi fiorini di Messere Arimbaldo duecento cinquanta barbute che, licenziate da Malatesta di Rimino, oziavano in Perugia. Con questi cavalli, con una masnada di fanti toscani e con alquanti perugini egli si mosse per alla volta di Roma. La fama lo precedeva. Il popolo si apparecchiava a festeggiarlo; la nobiltà stavasi in disparte, col piede nella staffa della balestra. Era il ferragosto dell’anno1354, era il settimo anniversario dal giorno del lavacro nella conca di Costantino.
Gli escirono incontro fino a Monte Mario i cavalierotti con rami d’ulivo e lo scortarono alla porta di Castello. L’entrata fu trionfale. Sotto la porta, nella piazza, sul ponte, per la strada ondeggiavano drappi, piovevano frondi, sonavano plausi e clamori. Giunto al Campidoglio, l’uffiziale del papa francioso rimpannucciato col denaro del ladron narbonese fece sua solita concione e si paragonò al re Nabucodonosor che, essendo la sua signoria giunta al cielo e pervenuta fino all’estremità della terra, fu scacciato d’infra gli uomini e per sette stagioni si rimase con le bestie e rugumò l’erba come i buoie bagnato fu dalla guazza, tanto che il pelo gli crebbe come le penne alle aquile e le unghie come agli uccelli. Schiamazzava la plebaglia rimirando il notaro della Regola che imbestiatosi era per certo ma non parea già pasciuto d’erba né beverato di guazza, così ventroso e rubicondo, lucido di lardo e di sudore, con quella collottola e quella mascella più che badiali. Cresciuto bensì gli era il pelo ché aveva la barba lunga; e cresciute gli erano anche a tutto aggranfiare le granfie. Scioltissimo pur sempre lo scilinguagnolo ma molto ingrossato il fiato nella gargozza.
E sùbito ricominciò egli a mandar suoi epistoloni insulsi per l’universo mondo, a spacciar sue spropositate promesse tra i perdigiorni, a spiccar suoi bandi e comandamenti goffi contro i nobili. Nominò capitani di guerra i due merlotti, Arimbaldo e Brettone; fece un tal Cecco da Perugia suo cavaliere e suo consigliere. Ma sopra ogni altra istituzionecurò quella della dispensa, della mensa e della cantina; ché «distemperatissimo bevitore» era diventato, e giustificava la sua spaventevole sete con le scalmane prese nelle prigioni di Boemia. Non volle più conoscer acqua. Non soltanto a ogni ora del giorno e della notte mescolava nel suo otro il dolce e il brusco, il greco e l’ispano, l’albano e il trebbiano, il falerno e la malvasìa, il moscadello e il màmmolo; benanche si lavava con vin pretto le mani e la faccia.
Chiamati all’obbedienza, i baroni non risposero. Dei Colonnesi l’orfano Stefanello, germano di quel Gianni che in un punto aveva lanciato il cavallo e l’animo oltre il limitare di Roma e dell’Eternità, non tralignava dalla sua progenie.Avendo composto nel sepolcro le terribili ossa dell’avo quasi centenni, unico superstite del suo ceppo egli si sforzava di tener ritta sul sasso di Palestrina la gran marmorea colonna contro il secolo procelloso. Come seppe il ritorno del villano battezzatore, si preparò a vendicare il sangue della pozza. Avendogli mandato il beone i cittadini Buccio di Giubileo e Gianni Caffarello per ingiungergli di venire all’omaggio, l’orfano ritenne i due messi, li imprigionò, fece a uno strappare un dente per ispregio, all’altro impose taglia di quattrocento fiorini d’oro. Con guardinga rapidità, condusse fuori della rocca le sue bande di arcieri, corse la campagna fin sotto le mura, menò gran preda di bestiame, si ritrasse, ricomparve, alternò la beffa e il danno, giocò d’astuzia e di destrezza, combattitore espeditissimo. Costretto dal mormorìo dei Romani, tirato su in arcione con gli argani, attorniato da una banda di famigli e di mercenarii Colacavalcò fuor della Porta Maggiore, in ambio, ché il peso e l’ansima non gli consentivano altra andatura. Per la via Prenestina la sua gente sciamannata faceva vista di cercare tra i ruderi dei sepolcri. Tutta la campagna era muta e deserta, senza traccia di uomini e di bestie. La via tagliata nel tufo discendeva alla bassura del bulicame, risaliva pel dorso di Tor de’ Schiavi. E nulla era più miserevole di quella pinguedine pusillanime dondoloni in groppa a quella chinea grossa (sotto gli zòccoli ambianti risonava il lastrico antichissimo battuto un dì dalle coorti di Quinzio Cincinnato) mentre declinava il sole sul silenzio dell’Agro alla cui selvaggia grandezza s’erano talvolta agguagliati i nuovi sangui almeno per la tenacità degli odii per la ferocia delle oppressure per il dispregio della vita e della morte. Mormorava il tardo persecutore: «Che giova gire qua e là per lòcora senza vie?» E aveva paura del silenzio. Ma il buon mastrodi guerra Stefanello co’ suoi lesti arcieri già traversava il taglio della rupe Sabina, passava innanzi alla cella del tempio di Giunone spingendosi innanzi la preda: ricoverava e le bande e le mandre di là dalle ruine dell’acquedotto, nella selva chiamata Pantano, presso il confluente; poi, fatta la notte, traeva il tutto alla ròcca in salvo.
Cola volse per Tivoli; là sostò; là seppe, il giorno di poi, che la preda romana era già in Palestrina; furente, sfogò in millanterie, giurò l’ultima distruzione dei Colonnesi, scrisse gran numero di lettere, chiamò a sé le masnade mercenarie, rialzò il suo vecchio stendardo azzurro col sole e le stelle. Vennero i soldati pochi con bandiere trombe cornamuse e nàcchere molte; vennero Messer Brettone e Messere Arimbaldo capitani generali che avevano appresa l’arte della guerra dai giureconsulti dello Studio perugino per gareggiare col maggior fratello. Ma le barbutee i conestabili, come furono in conspetto del senatore, gli domandarono a gran voce le paghe; gli gridarono che combattere non poteano, avendo lasciato in pegno l’arnese. Prestamente il litteratissimo con una citazione dell’antiche storie foggiò una ciurmeria e per quella fu buono di trarre dalle borse dei due Narbonesi ancora un migliaio di fiorini. «Trovo nelle antiche storie scritto che in diffalta di pecunia il console adunò i baroni di Roma e disse: Noi, che teniamo le dignità e gli offici, esser dobbiamo i primi a donare secondo le forze di ciascuno. Tanta moneta sùbito fu raccolta, che la milizia ebbe tutte le sue paghe. Così voi due cominciate a donare; seguiranno gli altri l’esempio, e avremo denari a furore». I due impaniati nicchiarono ma non si ardirono contraddire alla dotta citazione; sciolsero di mala voglia le borse, e ciascuno diede cinquecento fiorini. La somma fu distribuita a tutta l’oste. Fattala ragunata, Cola mosse all’assedio di Palestrina.
Dinanzi alla cittadella ciclopica l’espugnatore atellano si diede a «capezzare» come dinanzi al chiuso cardinale Albornozzo. Levava dunque il capo, considerava le torri e il càssaro eccelso, rammemorava i più ingegnosi stratagemmi storici; poi diceva: «Questo è quel monte, lo quale mi conviene appianare». Ma le sue genti operavano fiaccamente, a quella calura d’agosto; non tagliavano gli alberi perché si piacevano di meriggiarvi all’ombra sazii di frutta. L’espugnatore seguitava a guatare il monte: vedeva entrar per le porte munite mandre di bestiame, lunghe file di giumenti carichi di salmerie; e domandava: «Quelli somarieri che vonno dicere?» Gli rispondevano: «Portano vettovaglie alla rocca». Ed egli: «Non si poterìa fare che non le portassero?» Gli rispondevano che troppo era aspra la fortezza del monte. Egli giurava allora, senza distogliere losguardo: «Mai non ti lento finché non ti consumo, o Palestrina». Una sera giunse al campo una femminetta e chiese udienza. Era la fante di Fra Moriale sopraggiunto in Roma con quaranta conestabili per mantener la promessa ai suoi fratelli e per vedere se fosse il caso di «far le cose magnifiche» secondo il suo costume. La fante, con l’animo di vendicare i mali trattamenti avuti dal suo padrone, riferì avere udito più volte il Narbonese far proposito di riscuoter suoi crediti pigliandosi la pelle lustra del senatore. D’improvviso il senatore levò l’assedio (era l’ottavo giorno) e di buon portante ritornò a Roma, pensandosi essere a lui più facile ordire la frode che condurre la guerra, e la cassa piena del malvagio friere giovargli assai meglio che il saettame del Colonnese scarno.
Sotto colore d’amicizia mandò egli a chiamare il fresco ospite, che venisse in Campidoglio co’ suoi fratelli e conestabili. Adoprato aveva la pania per invescare i due merli implumi; preparò la tagliuola per prendere il lupo rapace. Andò Fra Moriale, senza alcun sospetto, alla lieta accoglienza. Come fu giunto, si accorse d’esser incappato nell’ordigno e bestemmiò la sua balordaggine; ma non ebbe neppur tempo di mordersi le dita ché fu stretto in manette e in ceppi, legato inferrato imprigionato prestissimamente insieme con Brettone e con Arimbaldo. Cola ritrovava la celerità cesàrea. Dissimulando la cupidigia sotto la toga della giustizia, processò senza impaccio e indugio di procedura il friere di San Giovanni «come publico principedi ladroni, il quale aveva assalite le città della Marca, e di Romagna, e le città di Firenze, di Siena e di Arezzo in Toscana, e fatte arsioni e violenze e ruberie senza cagione in catuna parte, e molte uccisioni di uomini innocenti». Conobbe il friere come quello sbracato plebeo avesse più sete dell’oro che del sangue, e cercò maniera di fargli intendere che avrebbe comperata la libertà a qualunque prezzo. Consolava i fratelli con la speranza del riscatto. Rispondevano egli sospirando: «Deh faccialo per Dio!» Discesa la notte, il condottiero si addormentò raccolto in tondo alla guisa dei veltri, com’era uso nel campo sotto la tenda, facendo alla gota sostegno del braccio nerbuto; ché il manigoldo lo aveva alleggerito dei ferri infami. Scosso fu di sùbito nel primo sonno, condotto al tormento. Come vide la corda, si sdegnò contro l’audacia dei villani, attestò a gran voce la sua qualità di cavaliere spron d’oro, drizzò control’oltraggio il corpo e l’anima; né li curvò più mai fino al trapasso. Fece il novero delle sue imprese. «Capo della Grande Compagnia fui; e, perché cavaliere, venir volli ad onore. Prendere seppi e rivendere città, mettere taglie, terre guastare, uomini uccidere, femmine priemere. Quanto pesi mia spada sanno la Puglia la Toscana e la Marca». Dinanzi alla morte, la pervicacia del predone si accendeva di magnanimità. Ricondotto nel carcere, il priore dei Gioanniti domandò penitenza; e gli fu dato un confessore per acconciarsi con Domeneddio. Brettone e Arimbaldo nell’ombra si sforzavano di soffocare il singulto e il gemito, ma non tanto che non l’udisse il primogenito. «Cari fratelli, non vi dolete» parlò a conforto pacata e grave quella voce sì potente in levare e infrenare l’impeto dell’assalto e del saccheggio. «Voi siete anco in sul fiore come io era quando con la galèa di Provenza me ne andava in Levante, e la fortunacacciò il legno arrenato nella bocca di questo antico Tevere ov’ella oggi m’ha pur ricondotto a perire. Predata e rotta fu la galèa, roba e arnese perdetti, ignudo scampai per la piaggia; dopo cinqu’anni fui vicario del Re d’Ungheria, tenni la città d’Aversa e il tesoro accolto. Di prima barba siete anco, dolci fratelli, e non conoscete ciò che è fortuna: i forti aiuta sebbene è fallace. Pregovi dunque che siate forti e savii e animosi al mondo come io fui, e che vi amiate e vi onoriate. Non temete, ché voi non morirete ora. Io morrò, e di mia morte non dubito. Mura di città non istimai se non quando erano da prendere; così la vita mia se non per dovermela conquistare ogni giorno. Ora penso che meglio m’è non avere potuto ricomperarla in contante, ché sempre di poi l’avrei avuta in dispregio come cosa rivendutami da un matto villano. Sono contento morire in quella terra dove transirono i beati Pietro e Paolo, nellamisericordia di Dio avere pace, sul santo petto di Sire santo Giovanni posare. Su, fratelli, su, sangue mio buono! Per tua colpa, Arimbaldo, io uomo fui condotto in questo inganno come fantolino. Ma non ti dolere di me, non lacrimare. Sì bene vi sovvenga che non v’era pur ieri sopra me, o fratelli, meglio ammaestrato guerriero né meglio in arme né meglio a cavallo né di più sano consiglio né più ridottato». In questi conforti, la notte s’avvicinava al dì e cominciava l’alba ad apparire. Il friere sorse e volle udir messa. Ci stette scalzo, a gambe nude.
Su l’ora di mezza terza sonò la campana, fu congregato il popolo. Condotto alla scalea del Campidoglio ov’era la gabbia del leone, il Provenzale ebbe pietà della fiera e fu allegro di morire. S’inginocchiò dinanzi all’imagine di Nostra Donna. Tre fraticelli lo assistevano. Il popolo silenzioso mirava la gentilesca grandigia del cavaliere vestito d’una robadi velluto fosco a liste d’oro. In piedi egli ascoltò la sentenza. Interruppe il lettore gridando: «Ahi Romani, e come consentite alla mia morte? Quale ingiuria da me aveste? E chi mai potrebbe oggi riformare a buono stato la città vostra miserabile, se non io che ridussi all’obbedienza col senno e col ferro Puglia, Marca e Toscana? Per la vostra miseria e per la mia ricchezza debbo oggi morire; ma trist’a voi, trist’a quel sozzo can traditore che m’ha fatto frode». Sentì fremito del popolo intorno; placato s’inginocchiò novamente innanzi alla Vergine. Come parvegli udire nella sentenza mentovar le forche, balzò di sùbito in piedi, pallido di corruccio, ergendosi di tutta la statura come per respingere l’infamia. Quelli che intorno gli stavano lo confortarono, che non dubitasse, che condannato era certo nel capo. Si acquetò allora; camminò con passo fermissimo al supplizio, verso la spianata del Monte Tarpeo. Il luogoera tristo e selvaggio, aduggiato dall’ombra delle alte forche, pascolo di capre, scalo di cordai, sparso di colonne infrante e d’oleastri contorti; onde scorgevasi la faccia travagliata dell’Urbe con le sue basiliche e i suoi chiostri, con le sue terme e i suoi circhi, con i suoi archi imbertescati e i suoi fori trincerati, col biancicore dei suoi marmi mezzo sepolti su cui le opere di mattone rosseggiavano quasi fossero costrutte di grumo impietrato. Egli volse in giro gli occhi grifagni; poi li affisò nella torre caetana delle Milizie fondata con possa ciclopica sopra il foro di Traiano. Il suo sogno di dominazione ripalpitò per un attimo su la cima del propugnacolo formidabile. Egli vide la sua Grande Compagnia, condotta dal conte Lando, cavalcare verso le terre lombarde a nuove prede, ignara della iniqua sorte. Disse: «Risollevare io voleva questa città vostra, o Romani. Ingiustamente muoio». Si accostò al ceppo, s’inginocchiò interra, posò il capo a prova sul legno; poi si levò e disse: «Non sto bene». Si volse verso Oriente, a Dio si accomandò; di nuovo pose in terra i ginocchi; baciò il ceppo, e disse: «Dio ti salvi, santa Giustizia». Fece con la mano il segno della croce là dov’era per lasciar la vita, il segno baciò; si tolse il cappuccio bruno listato d’oro e lo gittò. Come la mannaia gli fu aggiustata sul collo, disse: «Non sto bene». E chiamò il suo medico di piaghe, ch’eragli presso con altri familiari. Il cerusico gli ritrovò la giuntura dell’osso e la indicò al carnefice. Tutto il popolo era intorno sospeso, rattenendo il respiro; i pastori guatavano da lungi attoniti; i mazzi della canapa risplendevano al sole d’agosto in cima delle aste tenute dai cordai; sì alto era il silenzio che si udiva il brucar delle capre negli sterpi. Al primo colpo mozza, la testa sbalzò. Al getto veemente del sangue si conobbe la potenza di quella vita. Pochi peli dellabarba rimasero nel ceppo. Sì netto fu il taglio che, quando i frati minori rappiccarono al busto il teschio, parve la grande spoglia avere intorno al collo un fil vermiglio. Tumulata fu in Araceli.