IL BOCCACCIODIADOLFO BARTOLI
DIADOLFO BARTOLI
Il sabato santo del 1334 una giovane e bella donna, d'alto lignaggio, pregava nella chiesa di San Lorenzo a Napoli; e vicino, tutto rapito nella contemplazione di lei, stava un uomo, dal volto gentile ed arguto, i cui occhi scintillanti pareva volessero a forza attrarre a sè quelli della genuflessa. Ed essa infatti o quel giorno stesso o i successivi vide quegli occhi che chiedevano amore, li vide e sentì penetrarsene nel cuore una fiamma, che per lungo tempo non doveva più spengersi.
Era dessa la figlia del conte d'Aquino e di Sibilla di Sabran, una bellissima provenzale, su cui sembra si fosse posato lo sguardo del re Roberto, che ne fece la sua favorita e ne ebbe Maria; e lui, il quadrilustre giovane, Giovanni Boccacci, il figliuolo d'un mercante di Certaldo, mandato a Napoli dal padre, perchè attendesse alla pratica della mercatura, ma che invece fino da quegli anni sognava di amore e di poesia, visitava con entusiasmo la tomba di Virgilio, s'estasiava agli incanti della natura, si sentiva rapire verso ignote speranze, verso luminosi ideali.
Il Boccaccio e l'avvenente Maria si amarono di un irresistibile amore, e l'umile figliuolo del mercante certaldese trovò nel cuore di questa figlia di re tutte le gioie d'un amore corrisposto. Non in lei le ritrosie di Laura, gli accorgimenti astuti, le sottili malizie, i superbidinieghi, ma un abbandono intero di sè al giovinetto dell'amor suo, scelto tra i mille vagheggiatori che a lei certo si affollavano intorno. Si videro, si parlarono, s'intesero, e sia, forse, nelle più celate stanze del palazzo maritale, sia nelle chiese, e per le vie, e alle feste cittadinesche, i due amanti felici ebber convegni che più sempre li strinsero l'uno all'altro.
Felice, intessuta tutta di fantasiosi sogni, di gioie e d'amore, dovè essere le vita del Boccaccio ne' primi anni del suo soggiorno a Napoli, e Napoli colle rive incantevoli del suo golfo, colla sua aria tepida e voluttuosa, collo splendore del suo cielo, colla sua lussureggiante natura dovè potentemente influire su di lui, sullo svolgersi delle sue facoltà poetiche, sull'avviarlo per quelle nuove vie ch'egli scelse all'arte sua. Furono quelli i bei tempi nei quali vagava per il mare seguendo la donna sua:
Sulla poppa sedea d'una barchettaChe il mar segando presto era tirataLa donna mia con altre accompagnata,Cantando or una or altra canzonetta.
Sulla poppa sedea d'una barchettaChe il mar segando presto era tirataLa donna mia con altre accompagnata,Cantando or una or altra canzonetta.
Sulla poppa sedea d'una barchetta
Che il mar segando presto era tirata
La donna mia con altre accompagnata,
Cantando or una or altra canzonetta.
I bei tempi, ritratti in questi versi che dipingono una scena tutta napoletana, che colgono in atto la vita di Baia con le sue soavità e le sue licenze[6]:
Intorno ad una fonte in un pratelloDi verdi fronde pieno e di bei fioriSedeano tre angiolette, i loro amoriForse narrando; ed a ciascuna il belloViso adombrava un verde ramoscelloChe i capei d'or cingea, al qual di fuoriE dentro insieme, due vaghi coloriAvvolgeva un soave venticello.E dopo alquanto l'una alle due disse,Com'io udii: Deh! se per avventuraDi ciascuna l'amante qui venisseFuggiremo noi quinci per paura?A cui l'altre risposer: chi fuggisse,Poco savia sarìa con tal ventura.
Intorno ad una fonte in un pratelloDi verdi fronde pieno e di bei fioriSedeano tre angiolette, i loro amoriForse narrando; ed a ciascuna il belloViso adombrava un verde ramoscelloChe i capei d'or cingea, al qual di fuoriE dentro insieme, due vaghi coloriAvvolgeva un soave venticello.E dopo alquanto l'una alle due disse,Com'io udii: Deh! se per avventuraDi ciascuna l'amante qui venisseFuggiremo noi quinci per paura?A cui l'altre risposer: chi fuggisse,Poco savia sarìa con tal ventura.
Intorno ad una fonte in un pratello
Di verdi fronde pieno e di bei fiori
Sedeano tre angiolette, i loro amori
Forse narrando; ed a ciascuna il bello
Viso adombrava un verde ramoscello
Che i capei d'or cingea, al qual di fuori
E dentro insieme, due vaghi colori
Avvolgeva un soave venticello.
E dopo alquanto l'una alle due disse,
Com'io udii: Deh! se per avventura
Di ciascuna l'amante qui venisse
Fuggiremo noi quinci per paura?
A cui l'altre risposer: chi fuggisse,
Poco savia sarìa con tal ventura.
Alla donna sua messer Giovanni diede il poetico nome di Fiammetta, e per lei scrisse molti libri; primo ilFilocolo, una specie di romanzo, tratto in parte da un vecchio libro francese, noioso veramente nel suo stile involuto e nella sua pesante erudizione; ma a quando a quando appassionato e rivelatore dell'affetto che già il Boccaccio sentiva vivissimo per gli studi classici. Curiosa è veramente quella parte del libro dov'è introdotta Fiammetta, quando egli finge che Filocolo andando in cerca dell'amante sia da una tempesta obbligato a fermarsi a Napoli; e quivi un giorno s'imbatta in una brigata che sta sollazzandosi e a capo della quale è appunto Fiammetta. Entra così in scena la società napoletana del tempo e noi assistiamo in qualche modo al riprodursi delle costumanze provenzali, quando sentiamo ripetersi alcune di quelle questioni che furono già argomento alle tenzoni degli Occitanici: come queste, ad esempio: quale è più infelice fra due donne, quella che ebbe un amante e lo perdè, o quella che non può sperarne di averne mai uno? Quale di tre amanti merita la preferenza, il più cortese, il più forte, o il più saggio? Quale è più verace amore il timido o l'ardito? È preferibile amare una fanciulla, una maritata o una vedova?
Un altro libro scritto per Fiammetta fu ilFilostrato, poema in ottava rima, anch'esso derivante in parte da fonte francese, e che narra gli amori di Troilo e Griselda. Il suo merito letterario è smisuratamente superiore a quello delFilocolo; e ciò che in esso specialmenteci interessa è che il Troilo e la Griselda della vecchia storia troiana spariscono dagli occhi nostri, e non restano davanti a noi che un uomo e una donna dell'eterno dramma dell'amore. Codesto amore è preso proprio alle origini, è scrutato, analizzato, svolto nei suoi casi molteplici, nella felicità e nel dolore, nell'ebbrezza e nella disperazione. Bellissimo un soliloquio di Griselda, quando ella già cerca pretesti al fallo che sente nel cuor suo ormai fatale: e combattuta, vuole e disvuole, desidera e teme, sogna i nuovi gaudi, trema già dell'abbandono. Mirabilmente dipinta la gioia di Troilo, vittorioso nell'amor suo; arditamente scolpite le intime gioie degli amanti, e nunzie dello splendore delle tinte che il futuro pittore delDecameroneprepara sulla sua tavolozza. Quel domandarsi scambievole: ma è dunque vero ch'io sono con te? E quel raccontarsi le pene sofferte, quell'anelare al ritorno prima della separazione; quel non saziarsi mai della propria beatitudine, tutto questo è vero, è profondo, è sentito dal poeta, che è il vero Troilo narrante l'amor suo per Fiammetta, alla quale il Boccaccio nella invocazione si volge dicendo:
Tu, donna, sei la luce chiara e bellaPer cui nel mondo tenebroso accortoVivo: tu sei la tramontana stellaLa qual io seguo per venire al porto;Ancora di salute tu se' quellaChe se' tutto il mio bene e il mio conforto. . . . . . . . . . . . . . . .
Tu, donna, sei la luce chiara e bellaPer cui nel mondo tenebroso accortoVivo: tu sei la tramontana stellaLa qual io seguo per venire al porto;Ancora di salute tu se' quellaChe se' tutto il mio bene e il mio conforto. . . . . . . . . . . . . . . .
Tu, donna, sei la luce chiara e bella
Per cui nel mondo tenebroso accorto
Vivo: tu sei la tramontana stella
La qual io seguo per venire al porto;
Ancora di salute tu se' quella
Che se' tutto il mio bene e il mio conforto
. . . . . . . . . . . . . . . .
NelFilostrato, il Boccaccio aveva trovata una materia adatta alla sua indole, e subitamente raggiunse una perfezione che appena doveva superare nelDecamerone. Codesta storia d'intrighi amorosi, di seduzione, di gelosia, era una vera novella, malgrado i nomi classici e si confaceva mirabilmente alle attitudini più spiccatedel suo ingegno, che lo portava a rappresentare la realtà con finezza di osservazione, accompagnandola col suo riso beffardo[7].
Anche il lungo poema dellaTeseidefu scritto per Fiammetta e contiene molte allusioni al suo amore. Ma la sua prolissità, la mescolanza di elementi eterogenei, la studiata imitazione degli antichi ed altri difetti ne rendono faticosa la lettura. Ad ogni modo egli fu con quest'opera l'annunziatore del poema romanzesco del secolo XVI, e fu, se non l'inventore, certo il perfezionatore dell'ottava, che doveva poi servire alle immortali creazioni dell'Ariosto e del Tasso.
Un idillio, che nella sua maliziosa ingenuità può quasi (come alcuno ha detto) ricordare ilDon Giovannidi Byron, è ilNinfale Fiesolano, in ottava rima anch'esso e anch'esso scritto durante gli amori del Boccaccio con Maria. Il pastore Africo s'innamora di Mensola, una delle ninfe di Diana, ne è riamato e la povera ninfa perde il fiore del suo pulzellaggio; ma poi, pentita, abbandona l'amante, che disperato si uccide. Essi sono trasformati nei due fiumicelli che scorrono presso la collina di Fiesole, e che mescolano insieme le loro acque.
Un caldo sentimento della natura, un profumo incantevole di gentilezza e un acre fremito di sensualità fanno del Ninfale un'opera d'arte già per sè stessa perfetta. Qui, come dice il Carducci[8], l'idillio d'amore persuaso dalla stessa natura s'intreccia coll'epopea delle origini, e la sensualità in mezzo a' campi e torrenti è selvatica e pura come nel Dafni e Cloe, e la verità di tutti i giorni, un'avventura d'amore forse dell'altro ieri, è carezzata dal canto delle ninfe mitologiche sule cime di Fiesole soavemente illuminate dagli splendori di maggio e della leggenda, nelle fiorenti convalli che saranno poi scena alDecamerone; e viene in fine Atalante il mitico incivilitore, e, a vendetta de' due amanti sacrificati ai voti crudeli di Diana, disperde le ninfe e le costringe ai matrimoni, e fonda la città e la civiltà. Non sembra la parabola del Rinascimento sulle rovine degli istituti ascetici?
Arrivò un giorno nel quale l'amore di Maria parve intiepidirsi. Era andata da Napoli a Baia, e forse la lontananza, o la stanchezza, o altro a noi sconosciuto motivo la resero diversa da quello che era prima. O forse la gelosia faceva credere a messer Giovanni quello che non era. Certo è che di quel tempo abbiamo alcune sue rime nelle quali sentiamo gemere dolorosamente l'anima sua:
C'è chi s'aspetta con piacere i fiori,E di veder le piante rinverdire,E per le selve gli uccelletti udireCantando forse i lor più caldi amori.Io non son quel: ma come sento fuoriZefiro, e veggio il bel tempo venire,Così m'attristo e parmi allor sentireNel petto un duol, il qual par che m'accuori.Ed è di questo Baia la cagione,La quale invita sì col suo dilettoColei che là sen porta la mia pace,Che non mel fa alcun'altra stagione;E che io vada là mi è interdettoDa lei, che può di me quel che le piace.
C'è chi s'aspetta con piacere i fiori,E di veder le piante rinverdire,E per le selve gli uccelletti udireCantando forse i lor più caldi amori.Io non son quel: ma come sento fuoriZefiro, e veggio il bel tempo venire,Così m'attristo e parmi allor sentireNel petto un duol, il qual par che m'accuori.Ed è di questo Baia la cagione,La quale invita sì col suo dilettoColei che là sen porta la mia pace,Che non mel fa alcun'altra stagione;E che io vada là mi è interdettoDa lei, che può di me quel che le piace.
C'è chi s'aspetta con piacere i fiori,
E di veder le piante rinverdire,
E per le selve gli uccelletti udire
Cantando forse i lor più caldi amori.
Io non son quel: ma come sento fuori
Zefiro, e veggio il bel tempo venire,
Così m'attristo e parmi allor sentire
Nel petto un duol, il qual par che m'accuori.
Ed è di questo Baia la cagione,
La quale invita sì col suo diletto
Colei che là sen porta la mia pace,
Che non mel fa alcun'altra stagione;
E che io vada là mi è interdetto
Da lei, che può di me quel che le piace.
Allora non sono più gemiti ma sdegni feroci, e propositi di fuga:
Dice con meco l'anima talvolta:Come potevi tu giammai sperareChe dove Bacco può quel che vuol fareE Cerere v'abbonda in copia molta;E dove fu Partenope sepolta,Ov'ancor le Sirene usan cantare,Amor, fede, onestà potesse stare,O fosse alcuna sanità raccolta?E se 'l vedevi, come t'occupareI fals'occhi di quella che non t'amaE la qual tu con tanta fede segui?Destati omai e fuggi il lito avaro,Fuggi colei che la tua morte bramaChe fai? che pensi? che non ti dilegui?
Dice con meco l'anima talvolta:Come potevi tu giammai sperareChe dove Bacco può quel che vuol fareE Cerere v'abbonda in copia molta;E dove fu Partenope sepolta,Ov'ancor le Sirene usan cantare,Amor, fede, onestà potesse stare,O fosse alcuna sanità raccolta?E se 'l vedevi, come t'occupareI fals'occhi di quella che non t'amaE la qual tu con tanta fede segui?Destati omai e fuggi il lito avaro,Fuggi colei che la tua morte bramaChe fai? che pensi? che non ti dilegui?
Dice con meco l'anima talvolta:
Come potevi tu giammai sperare
Che dove Bacco può quel che vuol fare
E Cerere v'abbonda in copia molta;
E dove fu Partenope sepolta,
Ov'ancor le Sirene usan cantare,
Amor, fede, onestà potesse stare,
O fosse alcuna sanità raccolta?
E se 'l vedevi, come t'occupare
I fals'occhi di quella che non t'ama
E la qual tu con tanta fede segui?
Destati omai e fuggi il lito avaro,
Fuggi colei che la tua morte brama
Che fai? che pensi? che non ti dilegui?
E arriva finalmente il grido dell'imprecazione:
Perir possa il tuo nome, Baia, e il loco,Boschi selvaggi le tue piagge sieno!E le tue fonti diventin veleno,Nè vi si bagni alcun molto nè poco!In pianto si converta ogni tuo gioco,E sospetto diventi il tuo bel senoAi naviganti, e il nuvolo e il sereno,In te riversin fumo, zolfo e fuoco!Che hai corrotta la più casta menteChe fosse in donna, con la tua licenza. . . . . . . . . . . . . . .
Perir possa il tuo nome, Baia, e il loco,Boschi selvaggi le tue piagge sieno!E le tue fonti diventin veleno,Nè vi si bagni alcun molto nè poco!In pianto si converta ogni tuo gioco,E sospetto diventi il tuo bel senoAi naviganti, e il nuvolo e il sereno,In te riversin fumo, zolfo e fuoco!Che hai corrotta la più casta menteChe fosse in donna, con la tua licenza. . . . . . . . . . . . . . .
Perir possa il tuo nome, Baia, e il loco,
Boschi selvaggi le tue piagge sieno!
E le tue fonti diventin veleno,
Nè vi si bagni alcun molto nè poco!
In pianto si converta ogni tuo gioco,
E sospetto diventi il tuo bel seno
Ai naviganti, e il nuvolo e il sereno,
In te riversin fumo, zolfo e fuoco!
Che hai corrotta la più casta mente
Che fosse in donna, con la tua licenza
. . . . . . . . . . . . . . .
Nè dell'imprecazione a Baia è contento; ma va più in là, e con parole quasi selvagge urla che sarà felice quando vedrà distrutte le bellezze della donna amata, quando la vedrà vecchia, macilente e vizza:
S'egli avvien mai che tanto gli anni mieiLunghi si faccian, che le chiome d'oroVegga d'argento, onde io m'innamoro,E crespo farsi il viso di costei,E crespi gli occhi bei, che tanto reiSon per me, lasso! ed il caro tesoroDel sen ritrarsi, e il suo canto sonoroDivenir roco sì, com'io vorrei.Ogni mio spirto, ogni dolore e piantoSi farà riso, e pur sarò sì pronto,Ch'io dirò: Donna, Amor non t'ha più cara. . . . . . . . . . . . . . . .
S'egli avvien mai che tanto gli anni mieiLunghi si faccian, che le chiome d'oroVegga d'argento, onde io m'innamoro,E crespo farsi il viso di costei,E crespi gli occhi bei, che tanto reiSon per me, lasso! ed il caro tesoroDel sen ritrarsi, e il suo canto sonoroDivenir roco sì, com'io vorrei.Ogni mio spirto, ogni dolore e piantoSi farà riso, e pur sarò sì pronto,Ch'io dirò: Donna, Amor non t'ha più cara. . . . . . . . . . . . . . . .
S'egli avvien mai che tanto gli anni miei
Lunghi si faccian, che le chiome d'oro
Vegga d'argento, onde io m'innamoro,
E crespo farsi il viso di costei,
E crespi gli occhi bei, che tanto rei
Son per me, lasso! ed il caro tesoro
Del sen ritrarsi, e il suo canto sonoro
Divenir roco sì, com'io vorrei.
Ogni mio spirto, ogni dolore e pianto
Si farà riso, e pur sarò sì pronto,
Ch'io dirò: Donna, Amor non t'ha più cara
. . . . . . . . . . . . . . . .
Non dirò, o Signori, che questi sian versi bellissimi; ma son versi che ci dicono quanto fosse vera, profonda, ardente la passione del Boccaccio. Paragonati a quelli del Petrarca, essi rimangono certo molto inferiori per l'eleganza; ma ci rivelano un amore pieno, quasi troppo pieno, di tutte le realtà più sensibili e più terrene. Il futuro novelliere mostra già qui le sue tendenze a ciò che è schiettamente umano, a ciò che si stacca da tutti i misticismi, da tutti i trascendentalismi dei tempi anteriori. Ci riaccostiamo alla natura e alla verità; ed è questo un gran fatto nella storia dell'umano pensiero.
Se Baia tolse per un momento al Boccaccio l'amor di Maria, questo dovè, pare, più tardi, riaccendersi. Era stato Giovanni richiamato imperiosamente dal padre a Firenze. Un giorno che Maria era andata a visitare forse le monache del convento di Bajano dove era stata educata, entrò là dentro un mercante fiorentino, che narrò aver visto pochi giorni prima che partisse entrare nella casa de' Boccacci una bellissima giovane, la quale gli avevano detto esser la sposa di Giovanni. La notizia non era vera. Una giovane sposa era entrata bensì nella casa de' Boccacci, ma sposa del padre; del “vecchio freddo, ruvido e avaro„, rimaritatosi con Bice de' Bostichi.
L'annunzio del mercante però trafisse il cuore a Maria. Lasciate che parli per un momento ella stessa, che ella stessa vi dica le angosce e i furori suoi: “Venuti i nostri ragionamenti, ciascuna si dipartì, ed io con animo pieno di angosciosa ira.... ora nel viso accesa ed ora pallida divenendo, quando con lento passo, e quando con più veloce che la donnesca onestà non richiede, tornai alla mia casa. E poi che lecito mi fu di poter fare di me a mio senno, entrata nella mia camera amaramente cominciai a piangere, e quando per lungo spazio le molte lacrime parte della gran doglia ebbero sfogata,essendomi alquanto più libero il parlare, con voce assai debole cominciai: ora, o misera Fiammetta, sai perchè il Panfilo non ritorna, ora sai quello che tu andavi cercando di trovare: che, misera, chiedi di più? che più addimandi? Panfilo non è più tuo. Gitta via omai i tuoi desideri di riaverlo, abbandona la mal ritenuta speranza, pon giù il fervente amore, lascia i pensieri matti: credi oramai agli auguri e alla tua divinante anima, e comincia a conoscere gli inganni de' giovani. Tu se' a quel punto venuta là dove l'altre sogliono venir che troppo si fidano. E con queste parole mi raccolsi nell'ira e rinforzai il pianto, e da capo con parole troppo più fiere ricominciai così a parlare: o Iddii ove siete? ove ora mirano gli occhi vostri, ov'è la vostra ira? perchè sopra lo schernitore della vostra potenza non cade?... O Iddii rivolgete in lui alcuno di quelli pericoli, o tutti, de' quali io già dubitai: uccidetelo di qualunque generazione di morte più vi piace, acciò che io ad un'ora tutta e l'ultima doglia senta che mai debbo sentire per lui, e me vendichiate ad un'ora.„
Queste parole si leggono in un libro scritto dal Boccaccio; una specie di romanzo d'amore, intitolatoFiammetta, dove i pericoli del primo incontro, la felicità dell'amor diviso, la irrefrenabile forza della passione, il combattimento contro tutti gli ostacoli, i lamenti per la separazione, il desiderio della persona lontana, il destarsi della gelosia, la disperazione dopo la certezza della perdita, tutto è rappresentato con profonda verità, con larga espansione, con tenerezza sincera.
Se non che anche nellaFiammettacerti difetti non mancano. Come già nelFilocolo, come nelFilostrato, nellaTeseidee nell'Ametoe in tutte le opere giovanili del Boccaccio apparisce evidente la tendenza del suo spirito verso l'antichità classica. I lunghi e latineggianti periodi delFilocolo, le reminiscenze degli scrittori antichi,la predilezione per la mitologia, ce lo dicono chiaro; e anche laFiammettaci apparisce troppo erudita, troppo imbevuta di letture classiche, troppo smaniosa di citazioni, troppo diversa da quello che doveva essere una donna del tempo suo.
E questo è sicuramente un difetto. Ma un difetto che trova la sua ragione, e la sua scusa in uno dei caratteri più eminenti dell'ingegno del Boccaccio.
Il quale, mentre amava Maria, mentre scriveva i suoi romanzi amorosi, mentre si dava bel tempo nei lieti ritrovi di Napoli, aveva anche il pensiero ai suoi diletti studi umanistici, e si apparecchiava ad essere dell'umanismo uno dei più operosi fondatori. Il modo appunto col quale il Boccaccio cerca di giustificare e trasfigurare l'impetuosa passione di Fiammetta con modelli e confronti delle antiche leggende d'iddii e d'eroi, mostra che per le più intime disposizioni dell'animo suo, per il suo impulso, forse sfrenato ma profondamente ragionato verso lo svolgimento della piena e intera natura umana, egli non trovava riscontro e risposta se non nella libera e agitata umanità dell'antico mondo greco. E così quando egli nella seconda metà della sua vita si venne con sempre maggior fervore rivolgendo agli studi classici, potè fare il suo ingresso nel mondo antico come persona ad esso legata da intima affinità, e potè condurre quegli studi ad uno svolgimento e a una perfezione che hanno avuto un effetto decisivo per la cultura moderna[9].
Il Boccaccio fu il primo che si applicasse con profitto allo studio del greco, fu il primo che possedesse un manoscritto completo di Omero, che egli leggeva col calabrese Leonzio Pilato, a cui diede ospitalità nella sua povera casa, e per il quale ottenne che fosse nello studiofiorentino istituito un pubblico insegnamento di lingua greca. Potè così scrivere il suo trattato dellaGenealogia degli Dei, vasta compilazione nella quale è raccolta la sua erudizione mitologica e che per quei tempi è cosa prodigiosa.
Certo su questo indirizzo dell'operosità del Boccaccio dovè esercitare non piccola influenza il Petrarca. I due grandi uomini s'incontrarono la prima volta nel 1350, quando il Petrarca passò per Firenze, diretto a Roma. E nell'anno seguente, al Petrarca portò il Boccaccio a Padova la lettera del Priore delle Arti, del Popolo e del Comune di Firenze, colla quale gli si rendevano i beni già confiscati al padre suo e s'invitava a ritornare alla patria. — “Vieni, gli scrivevano, vieni, o aspettato. Abbastanza vagasti intorno; città e costumi di straniere nazioni ti furon conti abbastanza. Te ogni privato, te nobili e plebei, te i domestici lari, te i ricuperati poderi invocano e chiamano.„ — Forse questa lettera così abbondante d'affetti fu scritta dal Boccaccio stesso, e noi possiamo figurarci con che gioia egli si movesse per portarla al suo grande amico, in quali dolci colloqui si trattenesse con lui. Essi trascorsero insieme alcuni giorni deliziosi; mentre il Petrarca era allora tutto intento agli studi teologici, il Boccaccio si trascriveva avidamente una parte o l'altra delle opere di lui; verso sera scendevano nel giardinetto ridente nel lusso della vegetazione primaverile, e si ricreavano in isvariati colloqui[10]. Per il Boccaccio, il Petrarca era una specie di divinità; egli lo chiama sempre maestro suo, e lo proclama santissimo esempio di onestà, famosissimo poeta, arca di verità, splendore di virtù, gloria della facoltà poetica; egli, modesto e buono, spera di aver fama dopo la morte sol perchè fu in corrispondenzacol Petrarca “Questo mi fa sicuro, egli dice, che così almeno il mio nome alla più tarda posterità giungerà venerabile, chè non potranno gli assennati creder dappoco e neghittoso un uomo cui tu frequenti e lunghe lettere scrivesti.„ E quelle lettere ordina amorosamente in volume, e si affatica a trascriver per lui opere antiche, e lo circonda di un amore, di un rispetto, di una venerazione, che ci svelano (se pur ce ne fosse bisogno) tutta la bontà di quell'anima. Si fa piccolo davanti a lui, gli scrive che ha bruciate le proprie poesie dopo aver letto le sue. Gli parla de' cari suoi, della figlia, della piccola nipote, del genero, con un affetto candido e vivo, e dal quale apparisce quanto fosse sensibile il suo cuore, quanto squisitamente nei suoi affetti gentile. Non vi dispiaccia sentir questa pagina; colui che scrive è quel Boccaccio che tante volte fu chiamato maestro di lascivie e corruttore del costume. Viveva a Venezia col marito e con una piccola bambina, Francesca figliuola del Petrarca; lei visitò il Boccaccio, e così all'amico ne scrive: “Riposatomi alquanto mi recai alla casa di lei per salutarla, la quale saputo appena ch'io v'era, non altrimenti che fatto avrebbe per il tuo ritorno, lietissima in volto mi corse incontro, e tinta alcun poco di rossore, poichè mi fu accanto, chinati a terra gli occhi in atto di modestia e di filiale affezione, mi fe' un gentile saluto e a braccia aperte mi ricevette. Dio buono! M'accorsi tosto che ella adempieva un tuo ordine, vedi la fiducia che in me voi tutti ponete, e di essere veramente tutto cosa tua io meco stesso mi rallegrai. E poichè d'alquante cose e delle recenti novelle si fu parlato alcun poco, scendemmo nel tuo orticello, ed ivi con più aperte e più tranquille parole, la casa, i libri, e tutto quanto è tuo e quanto è suo con matronale gravità, perchè il prendessi, m'offerse. Ed ecco, mentre noi parlavamo, a passo più posato che a quella età non siconvenga, a noi venire la tua delizia, Eletta tua, che prima di parlarmi mi guardò sorridendo; ed io non lieto soltanto, ma avidamente, tra le braccia la strinsi. Al primo aspetto parvemi rivedere la mia bambina. Eguale a quello della mia figliuoletta è il viso della tua piccola Eletta; eguale il sorriso, eguale la vivezza dell'occhio, il gestire, l'andare, sebbene più grandicella e d'età un poco maggiore fosse la mia, che già toccava cinque anni e mezzo quando la vidi per l'ultima volta.... Ahimè infelice! quanto soventi volte abbracciandola teneramente e prendendomi diletto di favellare con lei, la memoria della mia bambina perduta mi fece prorompere in pianto.„
Se grande però era la venerazione del Boccaccio per il Petrarca, egli sapeva anche a tempo parlargli con quella franchezza ch'era propria di lui. Giunse un giorno all'orecchio del Boccaccio che il Petrarca aveva accettato l'ospitalità dei Visconti, e all'uomo povero e onesto parve ciò imperdonabil delitto, tanto più che egli si ricordava come già nel loro soggiorno a Padova avesse udito l'amico gridare contro le tirannide dei signori di Milano. E presa tosto la penna gli scrisse, ricordandogli prima com'egli a Padova parlasse dello stato infelice dell'Italia, e della tirannia dell'arcivescovo Giovanni Visconti; “ti dirò il vero, io sono rimasto di sasso, ed ho detto, è impossibile. Ma poi da una tua lettera stessa sentii la notizia accertata. Oh Dio! chi mai avrebbe potuto aspettarsi tanta mobilità di carattere? Chi avrebbe creduto che per avidità tu potessi così rinnegare la tua fede? Hai forse fatto ciò per vendicarti dei tuoi concittadini? Ma quale uomo di onore, se anche avesse ricevuto qualche torto dalla sua patria, si unirebbe coi nemici di lei? Oh quanto hai tu mortificato con questo atto i tuoi ammiratori ed amici, che non si stancavano mai di lodarti e di proporti ad esempio a ogni virtù?„
Queste parole franche e fiere, questo rivolgersi con tanto coraggio all'uomo ch'ei chiamava maestro, che circondava di tanto rispetto, ch'era per lui quasi un idolo, ci mostra quanto nobile fosse il carattere del Boccaccio, e come egli sentisse altamente gli obblighi dell'amicizia. Non egli certo, che era pure angustiato dalla povertà e che così infelice si trovava sotto il duro tetto paterno, non egli avrebbe sacrificata la propria dignità e il proprio onore, sino a divenire l'ospite dei più feroci tiranni d'Italia. Vero è che il Petrarca con uno di quei gridi d'orgoglio che gli uscivano di tratto in tratto dalle labbra si giustificava dicendo: non sono già io che vivo presso i principi, sono essi che vivono presso di me. Ma queste non erano che frasi. Il Boccaccio nella sua integrità sentiva che l'amico suo era colpevole, colpevole d'ambizione e di cupidigia, e a viso aperto dicevagli quel ch'era il vero, affrontando così lo sdegno dell'uomo che pur gli era supremamente caro.
Nè questo è tutto: a certi superbi disdegni del Petrarca sapeva il Boccaccio opporsi senza tergiversazioni e senza timori. Egli aveva un vero culto per Dante, e doveva sapere che l'amico suo poco l'amava e forse in cuor suo disprezzavalo. Onde un giorno gli mandò un esemplare dellaDivina Commedia, accompagnandolo con un carme latino, nel quale traspare tutto il suo entusiasmo per l'Alighieri, e nel quale, ancora, non manca un po' di maliziosa ironia per il disdegno Petrarchesco. Accogli, dice, accogli quest'opera gradita ai dotti, mirabile al volgo.... nè ti sia duro mirar versi che tengono la loro armonia sol dalla patria favella: sono d'un poeta esule, che, gran peccato della fortuna, non ebbe corone.... Accogli, ti prego, questo tuo concittadino e dotto insieme e poeta; accoglilo, leggilo, uniscilo a' tuoi, onoralo, lodalo....
Questa schiettezza, dice il Gaspary, colla quale il Boccaccioriconosce la grandezza degli altri, ce lo rende specialmente simpatico. E l'amor suo a Dante dimostra com'egli meglio del Petrarca intendesse per quale via oramai, dopo il grande poema dantesco, dovesse porsi la letteratura italiana.
E a porla su quella via contribuì egli potentemente. Il Petrarca spregiava il volgare, non si riprometteva fama che dalle opere latine, si vergognava, da vecchio, di avere scritto il Canzoniere. Che sarebbe accaduto della nascente letteratura, se questo concetto avesse prevalso? Ma il Boccaccio seppe tenere in pregio la lingua italiana, ed egli, così fervido amatore de' greci e de' latini, scrisse in volgare la maggior parte delle opere sue, apparecchiandosi così a quella tra esse, che fa di lui uno de' patriarchi della nostra letteratura.
IlDecameroneè, come ben sapete, una raccolta di cento novelle.
La novella era un genere letterario che piacque grandemente al medioevo: che gli piacque per quell'ardente desiderio dei racconti che era comune a tutti nell'età infantile dei popoli europei; che gli piacque ancora, perchè potè usarne largamente per i suoi istinti e pei suoi scopi di misticismo. Tutta una ricca serie di opere ci mostra questo speciale carattere della novella dell'età di mezzo: il carattere cioè di servire ad una data applicazione morale, o più spesso ad un precetto ascetico: ed è notabile il fatto, che, per servire a ciò, essa non rifugge dalla narrazione delle cose più stravaganti e si tuffa anzi ben spesso in tutto quello che può esserci di più ributtante e di più sconcio, di più sciocco e di più immorale. In quei libri è una mescolanza continua di turpe e di ridicolo. Ma cosiffatto è il misticismo dell'età di mezzo: un idiotismo delle menti, rimpiccolite e annebbiate dall'oltremondano, che non sanno uscir mai da quel ristretto giro d'idee, dove inesorabilmentele confina il falso concetto che si son fatto della vita e del mondo; dove le costringe quel deperimento morale della coscienza, quella mancanza del sentimento umano, tutto insomma quell'insieme di condizioni patologiche onde si compone il medioevo. La reazione contro un tale sonnambulismo dei cervelli non mancò: ben presto il giullare francese intuonò il suo fabliau gaio e mordace. Ma il fabliau è tutto quello che può immaginarsi di più ruvido, di più scopertamente basso e triviale. Esso non conosce nè eleganza, nè delicatezza di forma, nè elevatezza di sentimento. È quasi un grido brutale che si sprigiona dall'anima inconscientemente. Per quale ragione dunque, come scrive il Villari, quei personaggi incerti, fantastici, e astratti de' racconti francesi, che traversan come ombre tutto il medioevo, divengono a un tratto personaggi reali nelDecamerone? In esso troviamo, con la più pura ed elegante favella, descritta la intricata e molteplice vicenda delle cose umane. Il maraviglioso e l'impossibile spariscono e ci viene invece riprodotto quel contrasto di capricciosa fortuna e di umane passioni, che crea la mutabilità della nostra sorte. Il poeta ha una grande esperienza degli uomini, ed un continuo sogghigno sulle labbra, poichè egli vede, sotto la sua penna, un mondo di sogni e di fantasmi trasformarsi nel mondo reale di uomini schiavi delle loro passioni e dei pregiudizi che essi medesimi crearono. Quella tendenza che noi osserviamo continuamente nel Boccaccio di dar carattere storico ai suoi personaggi, di determinare la nascita, la patria, la vita, il nome di uomini che vissero solo nella fantasia del popolo, ci prova chiaro il bisogno di realtà e di verità, che è in lui come in tutti i nostri grandi scrittori.
Tutte infatti le figure del Boccaccio sono di rilievo, sono caratteri che egli ha studiato, e che ci mette sotto gli occhi vivi, parlanti. Le sue novelle sono azioni drammaticheritratte dal vero. Noi possiamo scegliere là dentro quel che vogliamo da ser Ciappelletto a Belcore, da Calandrino a Griselda, da Masetto da Lamporecchio a frate Alberto: troveremo sempre una grandezza di rappresentazione, una pittura così oggettiva, dei tratti di pennello così franchi, decisi, presi dal vero; una grandiosità d'insieme e una cura minuta dei particolari che inutilmente si cercherebbero nelle produzioni dei tempi anteriori.
IlDecameroneè una grande opera d'arte, è la commedia umana in tutti i secoli, in tutti i paesi, in tutte le condizioni, disegnata sul fondo della natura al lume della ragione. Niuno dopo Dante e prima dello Shakespeare creò come il Boccaccio tante figure diverse, in tante diverse posizioni[11]. Se in un luogo egli rappresenta scene colte sul vivo nella più abietta vita napoletana, altrove si piace novellando dar prova che amore è fonte d'ogni virtù; e contro il medioevo che malediceva la donna egli se ne fa difensore, e contro il medioevo adoratore de' cherici, egli se ne fa flagellatore indomabile: non flagellatore colla satira terribile dell'Alighieri, ma col riso beffardo, ond'ha reso immortali le figure di frate Alberto, del prete di Varlungo, del proposto di Fiesole e d'altri mille.
Io non posso entrare, davanti a voi, o signore, in particolari minuti sulle novelle delDecamerone, o almeno su quelle che più meriterebbero studio. Ma per darvi un'idea della geniale malizia, della finezza comica di messer Giovanni vi citerò due esempi: quello di ser Ciappelletto e del giudeo Abraam. Ser Ciappelletto (che noi sappiamo oggi essere stata persona reale) è dipinto come un grande bestemmiatore, un falsario, un ladro, un usuraio, il quale persino sul letto di morte ingannail confessore. Eppure ser Ciappelletto quando è morto diventa un santo e tanto cresce la fama della sua santità che a lui tutti si votano: ed affermasi, dice il Boccaccio, “molti miracoli Iddio aver mostrati per lui e mostrare tutto giorno a chi divotamente a lui si raccomanda„: segno questo della infinita misericordia divina. Vedete voi spuntare un sorriso motteggiatore sulle argute labbra di messer Giovanni, mentre scrive quelle parole? Come meglio poteva egli deridere le facili credenze del volgo negli impostori e negli ipocriti, come meglio smascherare le arti dei bricconi che voglion passar per santi?
Più acuta e tagliente ancora la satira nella novella di Abraam, il quale è un giudeo che istigato a farsi cristiano vuol prima andare a Roma “e quivi vedere colui il quale tu di' che è Vicario di Dio in terra e considerare i suoi modi e i suoi costumi, e similmente de' suoi fratelli cardinali; e se essi parranno tali che io possa comprendere che la vostra fede sia migliore che la mia„ io mi farò cristiano. Ora cosa accade? Il Giudeo va infatti a Roma, osserva il papa e i cardinali, vede che essi sono golosi, bevitori, ubriachi, avari, simoniaci, coperti insomma d'ogni più ignominioso peccato; e allora si fa davvero cristiano, poichè, egli dice, se tanti prelati e lo stesso pastore supremo si affaticano instancabilmente a distrugger la Chiesa, e ciò nondimeno essa vive ancora, segno è che lo Spirito Santo ne è fondamento e sostegno.
Se Dante aveva dannati tragicamente papi e cardinali all'inferno, comicamente ora il Boccaccio li metteva alla gogna; più atroce pena, forse, di quella, perchè traentesi dietro uno scroscio di risa, non cessato ancora traverso i secoli.
E se delle risa che suscita ilDecameronesui preti, sui frati, sugli amanti, sui mariti, sulle donne cattive e sugli uomini gonzi, su tutta una turba infinita checi passa davanti viva, vera, sublime nella sua comica realità, io potessi parlarvi, sentireste quanto sia vero quello che disse un moderno, essere stato il Boccaccio il più terribile vendicatore dei diritti umani contro le ascetiche malvagità. Ma il silenzio mi è imposto su questa che è certo la più bella e caratteristica parte delDecamerone. Permettetemi solo ch'io vi dica ancora come sapesse il Boccaccio mirabilmente infondere uno spirito nuovo nell'antica leggenda, e anche qui innestare la nota comica nel tragico racconto, creato dalle malate fantasie medioevali. Tutti i volghi d'Europa tremarono un giorno al racconto della caccia infernale. Un povero carbonaio, mentre vegliava nella sua capanna a guardia della fornace, sentì, a mezzanotte, alte grida di dolore. Uscì per vedere quello che fosse, e vide venir correndo e stridendo una femmina scapigliata e ignuda e dietro le veniva un cavaliere in su un cavallo nero correndo, con un coltello ignudo in mano, e dalla bocca e dagli occhi e dal naso del cavaliere e del cavallo uscia fiamma di fuoco ardente. Giunta alla fornace, la femmina corre intorno ad essa, ed ivi è raggiunta dal cavaliere, che l'afferra per i capelli svolazzanti, la trafigge col coltello nel petto e la getta nella fossa ardente, dalla quale poi la ritrae viva e fugge con essa. Quella donna e quel suo persecutore erano stati nella vita una dama e un cavaliere che si erano amati ardentemente, e per lui la donna aveva ucciso il marito, onde era stata condannata ad essere ogni notte uccisa ed abbruciata dall'amante, che provava egli stesso quei tormenti dei quali era esecutore.
Tale, in una delle sue svariate versioni, la leggenda della caccia infernale, narrata da Elinando, da Vincenzo di Beauvais, dal Passavanti e da altri, e procedente forse dal mito nordico del dio Wuotan cacciatore demoniaco inseguente la donna selvaggia.
Sentite ora il Boccaccio: Nastagio degli Onesti, da Ravenna, amava perdutamente una fanciulla de' Traversari, la quale sempre si era all'amor suo rifiutata, ponendo il giovane alla disperazione. Per tentare di dimenticarla o di mitigare almeno la sua cocente passione, partì egli da Ravenna per Chiassi, e, quasi inconsapevole di quel che faceva, s'inoltrò una sera nella pineta, sempre pensando a colei ch'era verso di lui tanto crudele. “Quando (son le parole stesse del novelliere) subitamente gli parve udire un grandissimo pianto e guai altissimi messi da una donna; perchè rotto il suo dolce pensiero, alzò il capo per vedere che fosse.... e vide venir correndo verso il luogo dov'egli era una bellissima giovane ignuda, scapigliata e tutta graffiata dalle frasche e da' pruni, piangendo e gridando forte mercè; ed oltre a questo le vide ai fianchi due grandissimi e fieri mastini, li quali duramente appresso correndole, spesse volte crudelmente dove la giungevano la mordevano; e dietro a lei vide venire, sopra un corsiero nero un cavalier bruno, forte nel viso crucciato, con uno stocco in mano, lei di morte con parole spaventevoli e villane minacciando.„ Il cavaliere, da Nastagio interrogato, gli disse esser stata quella donna ribelle all'amor suo, ond'ei si uccise: ed essere stati ambedue condannati all'inferno con questa pena: “a lei di fuggirmi davanti, ed a me, che già cotanto l'amai, di seguitarla come mortal nimica, non come amata donna; e quante volte io la giungo, tante con questo stocco col quale uccisi me uccido lei, ed aprola per ischiena, e quel cuor duro e freddo nel qual mai nè amor nè pietà poterono entrare, coll'altre interiora insieme le caccio di corpo e dòlle mangiare a questi cani. Nè sta poi grande spazio ch'ella, sì come la giustizia e la potenza di Dio vuole, come se morta non fosse, risorge, e da capo comincia la dolorosa fuga e i cani ed io a seguitarla; ed avviene che ognivenerdì in su quest'ora io la giungo qui, e qui ne fo lo strazio che vedrai.„ Nastagio degli Onesti, udendo queste parole, pensò di trar profitto per sè della strana avventura, fece in modo che la fanciulla de' Traversari assistesse il venerdì successivo all'orrendo spettacolo; e questa tanto spavento ne ebbe e tanto temè che un giorno potesse accadere a lei il simigliante, che all'amor suo arrendendosi divenne sua moglie. “E non fu, conclude il malizioso Certaldese, non fu questa paura cagione solamente di questo bene, anzi sì tutte le ravignane donne paurose ne divennero, che sempre poi troppo più arrendevoli a' piaceri degli uomini furono, che prima state non erano.„
Questa novella, osserva un moderno, par quasi la parodia della leggenda. Quella finisce col terrore degli ascoltatori, e coll'esortazione alla penitenza; la novella Boccacesca consiglia alle donne d'esser pieghevoli all'amore e si chiude con una risata. Il mondo leggendario tramonta; ciò che prima aveva atterrito i cuori diventa ora un sollazzo per la mente.
Il gran libro del Certaldese è insomma un documento del più alto valore per la storia del pensiero umano. In esso noi troviamo i più forti e caratteristici segni della reazione contro tutte le idee medievali, sia nelle novelle che ci mostrano il Boccaccio ardito propugnatore della libertà di coscienza, sia in quelle dove flagella gli ipocriti, i falsi spacciatori di miracoli, i preti attentatori all'onore delle famiglie, le monache nasconditrici delle loro debolezze nel segreto de' claustri profanati. Ci sono nelDecameronecerti tipi immortali, che a ricordarli solo, si sente come per essi fosse colpita a morte tutta un'età; ser Ciappelletto, fra Cipolla, Martellino, Masetto da Lamporecchio, Rustico Monaco, frate Alberto celebrano il gaio funerale del medioevo, cantano l'alba del mondo moderno. Oramai i nuovi tempisono maturi. Si torna ad avere un concetto più giusto della vita e della natura: il mondo non è più nè disprezzato nè maledetto, non è più fatto antitesi del bene, della felicità, della virtù; dalle nebbie del paludoso misticismo, s'innalzano gli uomini a più serene e luminose regioni, dove la verità e la bellezza si abbracciano, immortali sorelle. L'uomo rinasce, e con lui riprende i suoi diritti l'umana ragione e più vasti orizzonti si aprono al suo emancipato pensiero. Le ricche forme del mondo greco-latino, le sue rosee immagini, i suoi caldi colori, riconciliano natura e spirito, idealità e materia; e al contatto di esso tutto si rinnovella, la politica, la religione, l'arte e la letteratura. Vedete: già sono sulla soglia della storia il magnifico Lorenzo, nel quale così mirabilmente si armonizzeranno la tradizione e l'attualità, e il dotto Poliziano che sarà come la sintesi vivente dell'elemento classico e popolare; il Masaccio che studierà gli effetti del rilievo, il chiaroscuro, lo scorcio, il colorito: il Pollaiuolo che scorticherà i cadaveri per cercare i muscoli. Questo ringiovanire delle forze umane, estenuate nell'affannosità dei sospiri ascetici e dei sillogismi scolastici, questo ricongiungersi del pensiero alla terra e all'umanità e staccarsi dal simbolismo e palpare con mano amorosa la natura ignuda, era ben necessario perchè potessero educarsi alla scuola della ragione e della esperienza i politici, i riformatori, i filosofi, tutti i grandi preparatori della moderna civiltà.
E a questo nuovo mondo, uscente dalla tetra necropoli del medioevo, diede alito vivificatore il Boccaccio; il buono e tranquillo messer Giovanni, che fu dispregiatore degli onori, sempre sereno nella sua grande coscienza di artista, innamorato sopra tutto della gloria e delle belle donne, e che scese nel sepolcro povero, egli che lasciava al mondo i tesori della sua prodigiosa ricchezza.