LA GRANDEZZA DI VENEZIA

LA GRANDEZZA DI VENEZIADIPOMPEO MOLMENTI

DIPOMPEO MOLMENTI

Signore e Signori,

Io non posso oggi parlarvi, se non per incidenza, dell'arte veneziana. Nei tempi della grandezza veneta, lo storico non trova alla gloria dei fatti corrisponder quella delle arti di imitazione. Pure quei due secoli di gloria civile e guerriera hanno in sè tanta ideal luce di poesia da valer bene le opere del pennello e dello scalpello. Io vi discorrerò adunque le ragioni, per le quali a Venezia l'arte tardò ad apparire.

È noto che l'infanzia della singolare città fu piena di varî casi e di sanguinosi avvenimenti. Pure, allorchè la tirannide feudale fiaccava in altri paesi gli animi e gli ingegni, qui, con moti incomposti, se vuolsi, in lotte discordi, si rivendicavano col sangue la patria e l'esistenza, in questo remoto angolo d'Italia si tutelavano i diritti della libertà, prima ancora che sulle balze elvetiche balenassero i primi lampi d'indipendenza!

Alla torbida infanzia succede la gagliarda giovinezza di quella città, che ci ha dato, fra le rivolture italiane, il più alto esempio di libero reggimento, non contaminato per quattordici secoli da invasori stranieri.

È questo il periodo più glorioso della potenza veneziana. Le nebbiose congetture finiscono: incomincia la lucida certezza dei fatti. Cessa la triste notte delle iree delle vendette, e già rosseggia dei crepuscoli mattutini la gloria del lavoro e della ricchezza. Questo fecondo lavoro, che smaglia le ire delle fazioni, fu veramente il blasone di famiglia del popolo veneziano.

Gli ultimi eredi del nome latino, spinti a salvamento fra le lagune dalla furia dei barbari, ignari di quella potenza morale, che portavano in sè e vigoreggiava nel cimento delle lotte, nell'attrito delle sventure aveano saputo, o validamente combattendo colle armi o destreggiandosi abilmente con arti sottili, allargare il dominio, rafforzare l'indipendenza, instaurare le leggi.

All'impero d'Oriente, a poco a poco si rivolgevano non più come soggetti, ma talvolta come salvatori, tal altra come fieri vendicatori di tradimenti e d'offese, sempre come eguali, ottenendone privilegi e franchigie. Debellarono i pirati e conquistarono l'Istria e la Dalmazia, facendo dell'Adriatico un mare italiano, mentre su tutti i lidi del Mediterraneo era rispettato e conosciuto il vessillo della Repubblica. Parteciparono alle crociate con fervore di credenti e con prudenza di mercadanti, ponendo un freno agli impeti dell'animo colle caute previdenze della ragione, e ottenendo in quelle imprese, generosamente irriflessive, vantaggi ai loro traffichi e quartieri proprî nelle vinte città, dove si reggevano con leggi veneziane. Nelle contese fra il Papa e il Barbarossa furono scelti a pacieri, e finalmente, nel 1204, essi, gli oscuri profughi della laguna, collegati ai più nobili signori d'Europa, piantarono il vessillo di San Marco sulle torri imperiali di Bisanzio.

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Venezia prorompeva a questo tempo in mirabile amplitudine di vita. Ma intanto che i suoi dominii allargavansi e diveniva il più temuto stato d'Europa, si andavano per converso man mano restringendo gl'interniliberi instituti, quasi la gloria delle conquiste e l'accresciuta potenza esteriore richiedessero più salda unità di governo. Quindi, a impedire i voleri superbi di un potente, o i capricci mutabili della folla, s'instituì, verso la fine del secolo XII, il Maggior Consiglio, destinato ad assumere in sè ogni autorità popolare. E in pari tempo si accrebbero i Consiglieri del Doge, i quali formarono il Minor Consiglio, e si tolse al popolo l'elezione del Capo dello Stato, commesso invece ad undici elettori, scelti dal Consiglio Grande.

Durante il ducato di Pietro Ziani, dal 1205 al 1229, Venezia si raccoglie in sè stessa per rafforzare le ottenute conquiste e godere dei passati trionfi.

L'immenso e ricco bottino fatto a Bisanzio, la più lauta preda, al dire del Villehardouin, eroe e storico di quell'impresa, la più lauta preda dalla creazione in poi, era stato per gran parte trasportato a Venezia. Quei tesori, preziosi per arte e per valore, adornavano i pubblici edifici, scintillavano sugli altari, ma brillavano eziandio, con evidente contrasto, nelle modeste case dei rudi e forti guerrieri dell'Adriatico. Imperocchè al lusso s'era fino allora preferito l'utile. Si erano bensì eretti templi, che servivano al fasto e alla pietà, e la dimora sontuosa dei governanti provava la prosperità della patria, ma le private fabbriche conservavano la primitiva umiltà. Qua e là qualche palazzo di pietra, come quelli del Memmi, dei Molin, dei Quirini, dei Dandolo, ma intorno, casupole coperte di paglia, ponti di legno, campi erbosi, canali tortuosi e, per fondo, la melanconica distesa delle paludi.

Strana la rassomiglianza nelle vicende e nei destini dei popoli grandi! Anche Atene, fino ai tempi di Temistocle, vide alzarsi superba solo l'Acropoli, fra le case umili e basse, dimora d'eroi. E la povera abitazione di Temistocle e quella modesta di Milziade, ricorda Demostenenell'orazione contro Aristocrate, rimproverando a' suoi contemporanei d'innalzare palazzi eguali o superiori in bellezza ai pubblici edifizi.

A poco a poco i veneti isolani, fieri delle vittorie, orgogliosi per le ricchezze acquistate, non furono più contenti di vivere con quella modestia, che alla vita civile si richiede. Come più dall'antica semplicità si allontanavano, doveano, insieme colla brama di goder nel presente il passato, sentire il fastidio della patria umile e angusta.

Ad altri lidi tendevano gli animi ambiziosi, e fra le visioni degli antichi trionfi, e nella tristezza del soggiorno fra le lagune, sfavillavano come un sogno incantato il Bosforo e Bisanzio. Fra lo squallore delle paludi adriache s'era fondata la nazionalità, fra la luce dell'Oriente, in regioni gioconde, essa si sarebbe ben svolta in tutta la sua potenza. Le bellezze e le armonie del mondo antico avrebbero potuto ridestarsi al palpito di una vergine e giovane vita.

Non s'era forse maturata al sole d'Oriente la civiltà veneziana? I veneti lari avrebbero ben trovato un luogo degno sulle sponde dell'Asia, fra le ampie palme e i boschi di mirto. Le vigorose audacie di un popolo nuovo avrebbero potuto infonder vita alle squisitezze raffinate di una civiltà moribonda, e la Sirena antica dell'Asia avrebbe potuto, sulle rive scintillanti del Bosforo, accogliere fra le sue braccia la Najade delle lagune. Sarebbe stato doloroso, è vero, lasciar la patria, santificata dai dolori, dalle sventure, dalle lotte, dai trionfi, doloroso abbandonare il tempio dorato del Santo Patrono, intorno al quale si collegava qualche cosa più che non fosse un semplice simbolo religioso, una effusione di anime credenti, il tempio, che non rappresentava solo la fede, ma la patria.

Ma l'Evangelista non avrebbe trovato forse onore diculto e devozione di preghiere anche sotto l'immensa cupola di Santa Sofia, nel tempio meraviglioso, che aveva fatto esclamare al suo fondatore Giustiniano: Salomone io ti ho vinto?

Di tal genere, se non tali appunto, doveano essere i pensieri di molti veneziani, non abbastanza veneziani, da formare il proposito di trasportare a Costantinopoli la sede della repubblica.

Narra uno storico, Daniele Barbaro, come il doge Pietro Ziani,considerando li grandi e mirabili progressi che se avevano fatto in Levante, ghe venne pensiero, che se dovesse andar ad abitar in Costantinopoli, e in quella città fermar e stabilir il dominio dei veneziani. Che proprio al solo doge sia venuta questa idea c'è da dubitare, come è da dubitare (e i migliori scrittori non ne fanno alcun cenno) che tale questione si sia dibattuta in Maggior Consiglio e per un solo voto si sia deciso di rimanere a Venezia. Ma non è da revocare in dubbio che molti vagheggiassero di trapiantarsi sul Bosforo, per ragioni d'ambizione e d'utilità. La leggenda attribuì al doge, a questo capo di uno Stato trafficante e positivo, la difesa delle ragioni di pratica utilità e di maturo senso civile.

Il Doge, dinanzi al Consiglio, fece una triste pittura delle condizioni materiali di Venezia. Essa ci prova quali ostacoli si siano vinti per edificare poi una città di così meravigliosa bellezza. Il Doge disse come Venezia fosse continuamente esposta ai pericoli d'inondazione, ricordò le città vicine scomparse. Quando invece il mare lascia scoperte le secche il fetore è insopportabile. Quel che si consuma in città è portato tutto dal di fuori; nelle paludi non frumento, nè uva, nè legna, non si raccolgono altro checappe, granzi et altri pessetimalsani e di cattivo nutrimento. Invece a Costantinopoli si sarebbe statiin un paese comodo, fertile, abbondantissimo,dotado de tutte quasi quelle gratie et quei doni che da Dio et dalla natura se possono maggiori desiderar....

Alla prosa dell'utile, rispose la santa poesia della patria, che anche ai popoli più positivi ricorda come un paese non viva soltanto di dovizie e di commerci, ma sì anche di anima e di affetti. La tradizione incarna la religione della patria in un vecchio di molta autorità. Angelo Falier, procurator di San Marco, il quale rispondendo al doge rammentò come in quelle squallide paludi fossero morti e sepolti i padri, e vivessero i figli e le mogli e ogni cosa più caramente diletta.

Aggiunse la desolazione dei luoghi esser stata la causa della forza dei veneziani,spingendoli alla suprema principal industria: la navigazione. E molte altre nobili cose disse.

Rivoltosi poi— così un vecchio cronista, nella sua cara ingenuità —verso un'immagine di Gesù Cristo, con molto patetica preghiera invocò il suo patrocinio; e con le lagrime agli occhi smontò dalla bigoncia. Quinci ballottata la proposizione, di un solo voto venne deciso, e fu il voto della provvidenza, di non fare la proposta emigrazione.

Il voto della Provvidenza? E chi sa? Forse sarebbero nate altre sorti in Europa: forse la potenza musulmana, trovandosi dinanzi la gagliarda gente veneziana, invece che gli avanzi decrepiti dell'impero bizantino, si sarebbe infranta, nè lo stendardo di Maometto sarebbe sventolato sul Corno d'oro.

Ma, anche fra le lagune, Venezia si andava trasformando: un'altra società sorgeva e con essa nuove idee e nuovi sentimenti.

Mentre la luce dei Comuni andava in Italia estinguendosi e incominciavano le Signorie, e tra i papi, anelantia fondare l'unità teocratica, e i cesari tedeschi, combattenti per la tirannide monarchica, ferveano contese, fra le venete paludi prosperava il più felice Stato della penisola.

Nè fra le prosperità il braccio svigoriva. Pel santo amore di libertà, che, oltre ad interessi commerciali, la stringeva di un vincolo morale ai Comuni italiani, ebbe Venezia gran parte nella prima lega lombarda; a distruggere l'oltracotanza feroce di Ezzelino da Romano, feudatario dell'impero, potè molto Venezia; a debellare i Genovesi, che per abbassare in Oriente la rivale, aveano patteggiato colla perfidia dei Paleologhi, ridivenuti imperatori di Costantinopoli, bastò Venezia; per conservare la supremazia dell'Adriatico contro le gelosie degli Stati confinanti, trovò forze Venezia, che allargò le sue conquiste in Dalmazia; alle scomuniche del papa francese Martino IV, che imponeva ai navigli di San Marco di allearsi coll'armata francese per combattere la guerra del Vespro Siciliano, non badò Venezia.

Nè tante imprese e tanti pericoli la distolsero dall'accorta serenità, con cui ella svolgeva l'elaborazione ultima de' suoi interni ordinamenti politici.

Alla fine del secolo XIII, nel governo veneziano succede una radicale riforma nelle instituzioni dello Stato: l'approvazione della legge proposta dal doge Pietro Gradenigo e comunemente conosciuta col nome di Serrata del Maggior Consiglio, giacchè chi non vi aveva appartenuto nei quattro ultimi anni non poteva più esservi ammesso.

Questa legge, che chiude il periodo democratico, portò anche nel vivere e nelle consuetudini un grande mutamento. I patrizî, che alla ricchezza avevano aggiunto ciò che ne è il compimento, la potenza, incominciarono a formare una casta a sè, lontana dal popolo.

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Ma la riforma del Gradenigo era di lunga mano preparata.

Lo abbiam veduto: fin dal giorno in cui Enrico Dandolo, dopo la conquista di Costantinopoli, prese il titolo di Doge di Venezia, della Dalmazia e della Croazia, Signore di un quarto e mezzo dell'impero di Romania, un grande cangiamento era avvenuto nell'animo dei veneti maggiorenti. È vero: essi curavano più l'utilità della dignità e lasciarono ai Fiamminghi e ai Francesi il titolo imperiale, paghi di accrescere i privilegi commerciali. Anche non chiesero vastità di possedimenti, ma sì, con pratica accortezza, una linea di terra, che dalle isole Jonie costeggiava e dominava tutto il mare fino alla Propontide. Pure, dopo tanta gloria d'imprese, gli animi si cullavano in un compiacimento a cui, come abbiamo detto, non erano estranei il desiderio delle sontuosità di una vita mondana e il sentimento del bello. Infatti Venezia si foggia novellamente.

I Veneziani aveano diviso i pericoli delle battaglie e le glorie del trionfo coi più celebrati cavalieri d'Europa. Pei rudi marinai dell'Adriatico, spiriti pratici che facevano traffichi e leggi, erano spettacolo nuovo certi riti di cortesia e certe gentili usanze, che tenevano in freno la violenza e associavano il culto della donna a quello del dovere militare e della religione. D'altra parte la vita errante e le sue avventure, la vista della natura d'Oriente, eternamente varia e fantastica, adornavano di nuove attrattive queste idee. Però Venezia accolse della cavalleria solo quei sentimenti, che possono anche convenire a popolo libero, ma le cortesie cavalleresche non ammollirono la gagliarda indole natìa. I Veneti rimasero estranei a quell'entusiasmo di galanteriacavalleresca, origine di una poesia di convenute raffinatezze.

E pure, parrebbe, niun aere più del veneziano adatto alla poesia romanzesca. Non ancora, è vero, dalle acque del Canal Grande sorgevano i suntuosi edifizi, sogni di poeta tradotti nel marmo, e nei quali il cesello ruba il mestiere allo scalpello. Ma sulla laguna i tramonti non doveano essere men dolcemente melanconici, nè le notti meno serenamente molli. E per questo i poeti moderni, malati di romanticismo, poterono sognare i dolci canti del trovatore, salienti, nel sereno armonioso delle notti veneziane, al verone della bionda patrizia, e via via tutti i ferravecchi della rettorica medievale al chiaro di luna. No, o signori, troppo fu mietuto dai pittori, dai poeti, dai romanzieri e ahimè! da certi storici nel campo di una Venezia scenografica, convenzionale, malata di scrofola romantica. A noi piace la città vigorosa e sana, ricca di quella gagliarda poesia, che rifugge dalle morbose fantasticherie, e s'inspira così alla sua storia singolare e gloriosa, come al silenzio raccolto delle sue strade e dei suoi canali, al colore meraviglioso, ai monumenti e alle memorie, alle lagrime e ai sorrisi delle cose. Pare, o signori, a Venezia i poeti sieno sempre stati considerati come perdigiorni, poichè nel lungo corso della civiltà veneziana e nel caldo sbocciare dell'arte, non troviamo molti poeti nè illustri. Questo Stato libero e possente, fra le cure di una politica vigilante e battagliera, avea ben altro a fare che incoraggiare il grazioso pispiglio dei poeti. L'anima non svapora in contemplazioni fantastiche. Alla poesia il cittadino veneziano guarda senza troppo amore; egli è affrettato, i suoi negozi lo chiamano, lo invitano gli affari del suo commercio. Perfino il dialetto, così dolce all'orecchio e al cuore nel linguaggio amoroso, meglio si presterà ai gravi movimenti dell'eloquenza politica,alle acute e profonde osservazioni della diplomazia. Nel secolo XIII il nome di un solo poeta giunge fino a noi, quello di Bartolomeo Zorzi, un patrizio mercante, che tra i barili di spezierie, faceva volare nella lingua occitanica il sirventese patriottico e la cobla d'amore. Sorpreso un dì sulla sua nave dai corsari genovesi, fu tratto prigione. Nelle carceri di Genova rispose coraggiosamente con un sirventese a Bonifazio Calvo, trovatore ligure il quale in versi provenzali avea insultato Venezia. E poi che la libertà si faceva attendere, lo Zorzi scrisse ancora contro i Genovesi feroci vituperi. Finalmente ei potè rivedere la patria, e la Repubblica, premiando più i suoi meriti patriottici che quelli poetici, mandò lo Zorzi a Corone in Morea comandante della fortezza.

Fra alcuni nomi di poeti oscuri troviamo più tardi, nel secolo XIV, un altro patrizio, Giovanni Quirini, il quale più che a' suoi versi deve nominanza alla sua amicizia con Dante.

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Ma che i Veneziani, distratti da guerre, da imprese, da traffichi, tributassero pochi omaggi alla gente letterata, è prova la lettera di Dante, la quale però dai più è ritenuta apocrifa. Riferendo a Guido da Polenta l'esito della sua ambasceria, l'esule divino racconta come innanzi a' governanti veneziani avesse incominciato a parlare latino. Fu esortato a cercare un interprete o a mutare favella. Allora, sdegnato, cominciò a parlare italiano, ma capivano poco anche questo.

Vero è che a purgare i Veneziani dalla taccia d'ignoranti bastano le memorie delle scuole fiorenti fra le lagune, e il trattato di fra Paolino minorita, una delle prime prose dialettali italiane, e le opere di scienze naturali dei Trevisan e la mirabile cronaca del doge AndreaDandolo. A lavare i Veneziani dall'accusa di scortesi valgono le accoglienze liete fatte al Petrarca, il quale molto si compiaceva che nelle feste celebrate sulla piazza di San Marco, per la vittoria di Candia, il doge Lorenzo Celsi l'avesse fatto sedere alla sua destra, sulla loggia sovrastante la porta maggiore della basilica. Il Petrarca amava Venezia, si compiaceva, come scrivea al Boccaccio,delle soavi e dolci passeggiatesul mare, e lasciò gran parte dei suoi libri,alla città ricca d'oro, più ricca di fama; potente per facoltà, più potente per virtù; fondata sopra solidi marmi, più solidamente piantata sulle basi della civile concordia; cinta da salsi incorruttibili flutti, protetta da più incorruttibili consigli.

E il giudizio del Petrarca era giusto. Colla prudenza, i Veneti seppero ordinare i favori della fortuna e, come i Romani, essi congiunsero alle fine speculazioni del pensiero la pratica scienza di effettuarle. I nemici esteriori non si temevano, le cause di debolezza interna erano o parevano tolte, mercè i nuovi e rigidi ordinamenti aristocratici. Venezia poteva credere di esser secura.

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Ma dopo la legge del Gradenigo, che toglieva ogni azione popolare nel governo, s'ordirono congiure, scoppiarono rivolte. Però fra le armi dei cittadini, contendenti ad uccidersi, esciva più valida quella aristocrazia, che si tentava di abbattere.

Alla cospirazione di Marin Bocconio, impiccato, insieme coi principali suoi compagni, fra le due colonne, presso la porta del Palazzo Ducale, segue, dopo dieci anni, nel 1310, quella di Bajamonte Tiepolo. Il Tiepolo, con una forte mano di popolo, scende sulle vie gridando: — Morte al doge Gradenigo. — All'insolito romore si affaccia alla finestra una vecchierella, che inavvertitamente lascia cadere un mortaio di bronzo sul capo dell'alfiere,che a bandiera spiegata stava per entrare in piazza San Marco. Cade il vessillo dei ribelli, che perdono baldanza, mentre il doge coi suoi fidi si fa incontro a Bajamonte e lo mette in fuga. La Repubblica non andò lenta nel punire i ribelli. Inflessibile e fredda, Venezia sentiva nella severità delle leggi la salvezza dello Stato, e dopo le celebri congiure del Bocconio e del Tiepolo, s'instituì il Consiglio dei Dieci, destinato a mantenere e a salvaguardare gli ordini stabiliti. Tale Consiglio divenne ben presto il centro del Governo. I patrizi comprendevano quell'alta idea del dovere, che imprime negli animi il sentimento di una fatale necessità. Tutti gli ingegni, tutte le ricchezze, tutte le forze erano rivolte alla patria, alla patria tutto si sacrificava.

Fra le congiure, ordite dal popolo con fiero proposito di rivendicazione civile, o meglio tramate da qualche potente, che tentava volgere in suo favore le audacie popolane, la più famosa è quella di Marino Faliero. Intorno alla figura del vecchio doge s'è creata una leggenda, che la splendida musa del Byron, il pennello di Hayez e la facile vena musicale del Donizetti hanno resa popolare.

Il reggimento di ottimati salvò Venezia dal rapido e mutevole governo di tutti e dalla tirannide di un solo. Il buon governo si basa infatti su due negazioni principali: nè l'uno, nè i tutti.

Venezia, fiorente di commercio, forte di navilio, potente in terre lontane, potè svolgere tutte le sue forze complesse in questi tempi, che segnano l'apogeo della sua vera gloria. Anche il popolo andava adattandosi al nuovo ordine di cose, trovando modo di spiegare le sue energie nelle corporazioni delle arti. E i patrizi gli lasciavano alcune imagini non pericolose di governar sè stesso in tante piccole repubbliche, e non trascuravano occasione di ingrazionirsi i popolani, trattandoli conquella affabile famigliarità, che in fondo è il maggior segno di superiorità, ma che servì a poco a poco a far tacere ogni ribelle spirito d'orgoglio e a render temuti e amati i governanti. Per non citar, fra tanti, se non un solo esempio, gliarsenalotti, gli uomini destinati al servizio dell'Arzanà, celebrato da Dante, erano invitati in certi giorni solenni a un banchetto, a cui presiedeva la stessa famiglia ducale.

E fin dai primi tempi, i reggitori dello Stato s'accorsero come all'incremento dello spirito nazionale e alla quiete interna giovassero le solennità religiose congiunte alle feste, che segnavano le date gloriose dell'esistenza politica. Così la festa delle Marie perpetuava le memorie delle spose rapite dai corsari slavi, ricuperate dai Veneti; la solenne festa dell'Ascensione, in cui il doge saliva sul dorato naviglio e affermava il dominio del mare, richiamava alla memoria segnalate vittorie sull'Adriatico; la cerimonia del giovedì grasso ricordava la vittoria sul Patriarca di Aquileia, tutti, in una parola, i trionfi commemoranti vittorie guerresche e prosperi avvenimenti, s'univano alle cerimonie della religione.

Altri spettacoli invece promoveano lo sviluppo delle forze fisiche. Tali, le lotte colle canne d'India, le guerre dei pugni, sovra ponti senza parapetto, per cui molti pesti e malconci cadeano nell'acqua. Queste lotte si combattevano fra le due fazioni ond'era divisa Venezia: i Castellani (abitanti della parte denominata Castello) e i Nicolotti (abitanti della contrada di San Nicolò). Ultimi lampi, forse, degli antichi e fieri antagonismi, ma lampi a cui la folgore non seguiva, giacchè le gare fra Castellani e Nicolotti si limitavano alla supremazia incruenta delle caccie dei tori, delle forze d'Ercole, delle regate. Fra tutti questi spettacoli, che, notate bene, o signori, educavano il popolo a poco a poco al gusto delbello, al sentimento del colore, al bisogno dell'arte, fra tutti questi spettacoli, il più caratteristico era la regata, emulazione educatrice fra i più robusti rematori. Anche oggi, dopo tanto corso di tempo, di vicende, di sventure, il pensiero ritorna ai tempi andati, allora che il Canal Grande s'adorna per le regate di tappeti e d'arazzi antichi, e sulle barche, sulle fondamenta, sui traghetti s'agita un formicolaio di gente. Il tipo tizianesco delle popolane spicca, colla sua eleganza natìa, accanto alla bruna faccia del gondoliere. Qui le livree suntuose, più in là il farsetto sdruscito. A canto alla gondola, ov'è sdraiata l'altera patrizia, una povera barca dove cinguettano le poco linde popolane. Una luce diffusa si riflette sulle acque e sui vetri, illumina le tinte smaglianti delle vesti donnesche: una gaia festa di colore, non so che di magnifico e di elegante, che non ha perduto vaghezza e fa pensare al passato.

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Una mirabile floridezza davano alla città i traffichi, che si stendeano in tutti i porti del Mediterraneo e dell'Oceano europeo e nei principali dell'Asia e dell'Africa. Aveano squadre mercantili del Governo, o, come dicevano, del Comune, che trasportavano annualmente per mare merci per oltre 40 milioni delle nostre lire. Erano composte di otto o dieci navi ciascuna, e percorreano una linea fissa, come dinotava il nome di flotta di Romania, della Tana, di Siria, d'Egitto, di Fiandra. I capitani delle flotte prima di salpare giuravanoai santi Evangeli di Dio — proficuum et honorem Venetiarum eundo et reddeundo.Perdonate, o signori, questo abuso di citazioni, ma nella ingenua semplicità di questo grosso latino, pare aleggi sulla fronte l'aura di quei tempi, pare udir la voce di quei forti, che tenevano il giuramentoad evangelia sancta Dei, anche a prezzo del sangue.

Il flutto non ebbe mai terrori per essi; traevano in salvo la nave per mezzo ai gorghi mugghianti, spingevano la prora su mari inesplorati, toccavano terre sconosciute, e, reduci dai loro viaggi, affidavano allo scritto, a documento dei figli, le loro osservazioni, additavano ai posteri scoperte importantissime.

Marco Polo parve scrittore favoloso e fu verace nel raccontare le prodigiose avventure dei suoi viaggi, e i patrizi Zeno, precedendo Colombo di un secolo, mostravano ancora esistenti nell'America settentrionale gli avanzi di quei coloni scandinavi, che Abramo di Brema aveva ricordati nel secolo XI e Orderico Vitale nel successivo.

Venezia avea il monopolio del sale, e durante i secoli XIII e XIV, provvedeva di sale non pure molta parte delle provincie italiane, ma altresì i Saraceni e i Barbareschi. Altri traffichi: quelli delle spezierie, degli aromi, dei tessuti orientali, e nonostante i divieti e le scomuniche, degli schiavi.

I nobili facevano ancora il commercio direttamente e in persona, e si videro principi e duchi delle isole dell'Arcipelago, ambasciatori, legislatori, generali, capitani di flotte essere in pari tempo navigatori, mercanti di pepe, di zucchero e di scorze di noce moscata.

Quando il commercio condusse fra le lagune gente d'ogni parte del mondo, l'ospitalità veneziana fu larga e non pure per sentimento d'utilità, ma per gentilezza. Aveano dimora dal pubblico Armeni, Mori, Turchi, Greci, Siri ed erano accolti a festa i cittadini d'ogni parte d'Italia. Solo gli Ebrei, a volta a volta, si cacciavano e si richiamavano, secondo il richiedesse la pubblica utilità, e solo alla fine del secolo XIV, furono definitivamente accettati, non essendovi ancora in Venezia monti di pietà, nè pubblici banchi. Tanto vero che l'interesse è più forte dei più fieri pregiudizi. Qualche voltail pregiudizio e l'interesse s'uniscono in istrano connubio, come avvenne a san Luigi re di Francia, che per la salvazione della sua anima e di quella de' suoi antenati, rimetteva con decreto ai Cristiani una terza parte dei loro debiti cogli Ebrei. Così, se non con gli uomini, si saldavano i conti col cielo.

Nel secolo XIV, Venezia conteneva 190,000 abitanti, contava 38,000 marinai, quasi un terzo della popolazione maschile, 16,000 operai nell'Arsenale e 3300 navi sparse pei mari. La Zecca coniava un milione di ducati d'oro, 200,000 monete d'argento e 80,000 di rame all'anno. Più di mille patrizi possedevano una rendita di 200 a 500 mila lire all'anno. E non si dimentichi quale valore avesse allora il denaro. Le arti prosperavano, ma più che le belle, le utili, quelle disposate all'industria: l'orificeria, la vetraria, la tessitura di stoffe preziose, di damaschi, e tutte le arti più acconcie a una popolazione navigatrice. Per un esempio, i Fiorentini, questo quinto elemento del mondo, com'ebbe a chiamarli Bonifazio VIII, importavano a Venezia 16,000 pezze di stoffa, che si vendevan in Barberia, in Egitto, in Soria, in Cipro, in Rodi, in Romania, in Candia, in Morea, nell'Istria, e ogni mese recavano sul mercato veneziano 70,000 ducati in mercanzie, avendone in cambio dai Veneziani lane, sete, ori, argenti e gioielli.

Nè solo al mare e alle terre lontane d'Oriente la Repubblica volgeva il pensiero. Nel trecento i Veneziani erano signori di Padova, di Treviso, di tutto il Friuli, di Vicenza e di Verona.

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E al pari della potenza politica andavano crescendo la prosperità materiale e il viver lieto.

Mano mano succedevano generazioni più aristocraticamente foggiate e all'ombra della ricchezza il patriziocominciava a riposare. Gli uomini adottavano le eleganti fogge di vestire di Francia, di Allemagna e di Spagna, già in voga in tutta Italia. Parimenti le donne abbandonarono il grave abito orientale. Anche il capo dello Stato, del quale si limitava ogni dì più la potestà, si volle circondato di sfoggiate apparenze, privilegi che dimostravano la magnificenza, non il potere della dignità. Al berretto di velluto rosso fu aggiunto nel 1253 un fregio d'oro, e nel 1361 una croce di diamanti. Le leggi dicono esplicitamente la maestà delle vesti dover accrescere quella del principe, e un decreto del 1320 ordina al doge di portare almeno dieci volte all'anno un bavero d'ermellino con bottoni d'oro. E che la magnificenza delle vesti conferisse alla dignità della persona, meglio d'ogni altro voleano provarlo le gentildonne. Ma pare i reggitori intendessero acqua e non tempesta, giacchè, fin dal 1299, s'iniziarono quelle leggi suntuarie, che vietavano i fastosi ornamenti,dannosi alle facoltà delli gentilhomeni, leggi che scendevano a particolarità da sarti e finivano col non ottener nulla.

A poco a poco tutto che brilla e sembra magnifico diviene oggetto di curiosità e di desiderio: a una maggior civiltà s'accompagna la decadenza del costume. Sempre così: quel che si acquista in cultura si perde in moralità, e le forti gare delle armi e del commercio lasciano il posto a usanze e fogge sempre più polite, e le età allegre succedono al tempo dei forti concepimenti e delle ardite azioni. Il patrizio diserta i negozi e si dedica agli studi eleganti, agli amori, ai piaceri, sorridenti di nuove attrattive. Anche la donna, che avea condotta una vita socchiusamente tranquilla, esce dalle pareti domestiche, splendendole in fronte gli albori di un nuovo dì, e si mescola tra la folla gioiosa. Belle imagini femminili, attraversanti la fervida vita veneziana, il cui ricordo giunge a noi come a traverso lenebbie del crepuscolo! Belle imagini di donne, incedenti gravi sugli altissimi zoccoli, dalle vesti conteste d'oro e a lunghissimo strascico, adorne di monili, di anelli e di armille d'oro e di perle e di gioie preziosissime! Le gale e il lusso degli adornamenti finiscono per trionfare dell'austerità antica.

Ma dinanzi al supremo pericolo della patria, i patrizi sapeano mostrare che le feste, il lusso, le ricchezze non aveano ancora svigorito il braccio e la mente. La guerra di Chioggia ha una grandezza veramente epica e mostra come in Venezia, fra i preludi del decadimento, vibrasse ancora il forte sentire della giovinezza. Perfino il meraviglioso della leggenda, conferisce a rendere più grande questo periodo e più austera e veneranda la figura del doge Contarini, che fra pericoli e rovine condusse la patria a salvezza. Si narra come ad Andrea Contarini, trovatosi per traffichi in Soria, un indovino profetasse che sarebbe divenuto principe di Venezia in un tempo di tremende sventure per la patria. Spaventato del vaticinio, si ritirò nella solitudine della campagna. Dopo alcuni anni fu eletto doge e l'accettazione gli fu imposta come un obbligo ineluttabile. Da quel dì, vinta ogni esitanza, diede tutto sè stesso alla patria.

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Nella lunga guerra tra Genova e Venezia, i Veneziani toccarono, nel 1379, una terribile sconfitta nelle acque di Pola. Comandava l'armata di San Marco Vettor Pisani, al quale le precedenti vittorie non fecero perdonare la recente disfatta. Fu condannato a sei mesi di carcere. I Genovesi, imbaldanziti, si accostarono a Venezia e minacciarono Chioggia. I Veneziani resistevano con indomato coraggio.

Qui permettete, o signori, un particolare, che traggoda un diario della guerra, scritto da un anonimo padovano contemporaneo. È uno splendido esempio di valore italiano, e in queste guerre fratricide, c'è per noi posteri l'orgoglio che il valore, da qualunque parte si affermi, è sempre italiano.

Sì i Veneti, sì i Genovesi disperatamente combattevano e per lungo tempo era alterno il cedere e l'avanzarsi, ma il ponte di Chioggia, difeso dai Veneziani, non si poteva prendere. “Allora„, cito le parole del cronista, “un zenoese di subito spogliato nudo, et entrato in una barchetta con canna, paglia, pegola et polvere de bombarda se cazò al ponte a vogare; dove di subito azonto cacciò fuoco nella barchetta, et gettatosi in acqua quella nodando cacciò sotto il ponte.„ In breve il ponte s'accese e i Veneziani dovettero fuggire. A parte l'intento, colpevole nell'uno, santo e patriottico nell'altro, ma quelzenoese, che si caccia nuotando sotto il ponte, non vi ricorda Canaris, che, con due brulotti, incendia la squadra turca nel porto di Chio?

Chioggia è presa, Venezia minacciata da presso. I vincitori non vogliono sentire proposizioni di accordi, se prima, com'essi dicevano, non avessero messo il freno ai cavalli, che stanno sulla basilica di San Marco. Ma Venezia ritrova ancora sè stessa: nobili e popolani si stringono in un volere comune: si allestisce un'armata, si riordina l'esercito. Il doge Andrea Contarini, ottantenne, monta sulle galere per combattere. Il popolo si ricorda di Vettor Pisani, corre al carcere e lo trae fuori in trionfo gridando:Viva Pisani!Ed egli, d'ogni offesa dimentico, risponde:No, zighè Viva San Marco!Esistono misteriosi affetti per qualche personaggio storico o leggendario. Fra questi amori retrospettivi, occupa, per me, uno dei primi posti, il puro e modesto eroe veneziano, che ha grandi rassomiglianze con una figura di eroe moderno, Garibaldi, figura chei posteri vedranno raggiar di una luce, non annebbiata da calcolati feticismi.

Questo ravvicinamento non è uno dei luoghi rettorici, di cui s'abbellano la torbida oratoria e l'arcadica volgarità di oggidì, ma scaturisce dagli eventi storici.

In ambedue la santa efficacia del dovere: ambedue semplici ed animosi, pazienti fra gli oltraggi, umili nella gloria. L'eroe moderno, più grande pe' suoi fatti, che per gli altrui detti, che dalle balze del Trentino espugnate, risponde al comando di ritirarsi:Obbedisco, mi par grande quanto l'eroe antico, che, tratto dal carcere fra le grida di Viva Pisani, non d'altro sollecito, se non della cara terra materna, risponde: —No, zighè Viva San Marco!— Quella voce formidabile che avea suonato ira e strage, quando il forte guerriero palpitante, bagnato di sangue nemico imperversava nella pugna, si fa mite e dolce. Tutto per la patria, niente per sè. È questo sublime annientamento dell'uomo nella patria e per la patria, che rendeva compiuta e potente l'antica energia.Zighè Viva San Marco, si direbbe che in queste parole svanissero, insieme a tutti gli orgogli, tutte le passate amarezze e l'eroismo e l'umiltà si unissero in un mirabile connubio.Viva San Marco!Al grido fatidico, che avea accompagnato il prodigioso sorgere della patria, si ripigliano, con santità di ardimenti e tenacia di propositi, le armi, e alternando l'audacia alla prudenza, si riesce a chiudere i Genovesi in Chioggia, con un assedio, reso più efficace da Carlo Zeno, d'animo non minore della perizia, reduce dall'Oriente con diciotto galee. Fierissimo assedio. Cito il mio cronista: “Havevano li cavalli, li cani, le gatte et tutto mangiato, riputandosi beato colui, che potea pigliar un sorzo per mangiarlo.„

Finalmente Chioggia fu riconquistata, e dopo dieci mesi di guerra il vecchio doge ritornò a Venezia, suldorato Bucintoro. Fu un'apoteosi. Si alzavano grida di gioia, clamori di esultanza, inni di trionfo, laudi di ringraziamento, suoni di festa. Tra la folta di barche e di galee, assiepanti la laguna, erano trascinate diciassette galere, rotte, lacere, sanguinose, avanzo della formidabile armata genovese; 4370 prigioni rendevano più glorioso il trionfo. E il sole scintillava sulle acque, corruscava sulle corazze e sulle armi, tripudiava sulle rosse bandiere dal leone dorato, splendeva sui rasi e sui broccati, sfolgorava sull'oro, mandava bagliori come di gloria.

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Vedete, o signori, come, fra questo popolo, il senso del pittoresco e il gusto del colore, svoltisi gradatamente, imperino oramai su ogni azione: come, dopo i pericoli superati, nelle supreme esultanze della patria, le alte consolazioni si manifestino con le bandiere spiegate al vento, colle vesti sfoggiate, coi rossi broccati, colle sete variopinte, in una parola, colle pompose rappresentazioni, che soddisfacevano gli occhi e la vanità. La nazione è fatta civilmente: non le mancano se non le ultime raffinatezze della civiltà, fra le quali, l'arte d'imitazione. Il popolo è già inconsapevolmente artista: la sua percezione ottica è perfetta: egli sa accordare i colori, conosce per istinto l'effetto dei toni e delle gradazioni, ha il senso della decorazione, sa trovare nelle sagre e nelle regate la disposizione di un quadro, unisce atteggiamenti eleganti agli eleganti costumi. A tanta arte in azione non mancano se non gl'interpreti, i cronisti del pennello, ma è vicino il momento in cui le feste e le processioni si trasformeranno in quadri dipinti.

Da questo tempo, Venezia, orgogliosamente sicura della sua potenza e della sua forza, attirata nel vorticedelle ambizioni, prese parte coll'autorevolezza de' suoi instituti e colla fama delle sue armi agli intrighi della politica e delle lotte italiane. Non era passato peranco il tempo degli alti concetti e delle ardite azioni, ma latente, nascosto, sotto apparenze fastose, v'era il germe del prossimo decadimento; la civiltà a poco a poco si facea corruzione e al sentimento della grandezza sottentrava la ostentazione della grandiosità.

E in fatti, i Veneziani aggiungono alle arti utili l'amore di più larghi studi, le compiacenze di un sapere più raffinato e il conoscimento delle arti belle, le quali sono un onesto modo per fiaccare il vigore degli animi. Quella Repubblica, da sì piccolo nido uscita a formare il più gagliardo Stato d'Italia, divenuta ricca di gloria e di quattrini, volle anche il lusso delle arti e tutti i godimenti della vita. Fatta eccezione per l'architettura, essenzialmente pratica, e, fra le arti, la sola congiunta agli ordinamenti civili e politici di un paese, le altre arti chiamate belle rado o mai sorgono nelle età e fra le genti, dove più vigoreggiano le virtù civili e militari. Non vi paia un paradosso, o signori, questa che, bene considerata, è una verità indiscutibile. Il dire che le arti sbocciano al caldo raggio delle virtù civili e del valore guerresco, è ripetere uno di quei luoghi rettorici, così frequenti nei giudizi della critica odierna. Di tai giudizi leggieri, tutti, e primo chi vi parla, o signori, siamo colpevoli. Ma chi ripensi con mente tranquilla si farà convinto che quando finisce la grandezza, incominciano le arti, le quali ornano i riposi dei popoli, accompagnano e confortano la decadenza delle nazioni.

Quando ci seduce il giocondo respiro del popolo allietato dall'arte, l'astro di Venezia impallidisce. Finchè fervea in ogni canto della città l'agitazione della gente affaccendata in negozi, che ci aveano a fare, tra quella vita rumorosamente operosa, le gentilezze dellafantasia, le eleganze della cultura? Invece la luce del Bellini e del Carpaccio, di Giorgione e di Tiziano sfavilla quando le ricchezze, che prima servivano alle armi difenditrici del dritto o a provvidi instituti, scemavano a far prosperare le bellezze giocondatrici della vista. Del pari i più bei giorni della libertà milanese furono quelli della maggior decadenza dell'arte, la quale fiorì invece nel secolo XV, quasi conforto della perduta indipendenza.

E pure a voi, cittadini dell'Atene italiana, insieme ai bei tempi dell'antica libertà, appariranno, visioni luminose, i gran nomi dei vostri artisti e dei vostri poeti. Un po' di cronologia, o signori. Firenze difende gagliardamente la propria indipendenza fin dal 1115, nè i tumulti suscitati dall'aristocrazia feudale, introdotta in città, fiaccano la sua energia o la distolgono dall'instituire i suoi ordinamenti, guarentigia di libertà. Il Podestà, succeduto nel 1207, poteva sembrare una concessione fatta ai nobili feudatari, ma nella sua essenza era un magistrato repubblicano. Firenze non cede e non traligna. Continuano le discordie fierissime, ma esse anzichè rimpicciolir l'animo dei popolani, portano alla riforma della constituzione, compiuta sotto il nome di primo popolo. Seguono dieci anni di prodigiosa attività, in cui tutto vive in mirabile rigoglio, forse i dieci anni più gloriosi della storia italiana dell'età di mezzo. La gloria di Venezia durò più a lungo, quella di Firenze fu rapida, ma più intensa e più varia. La battaglia del 1260che fece l'Arbia colorata in rosso, diè il primo crollo alla fortuna fiorentina. Sempre più fiere discordie, invano per un istante ritardate dalla generosa riforma di Giano della Bella, conducono a Firenze prima Carlo di Valois e poi Nicolò da Prato. Papa e imperatore si mescono nei viluppi della travagliata città. Nel 1313, un re straniero, Roberto di Angiò, la protegge, nel 1342un signore straniero la opprime. Ben è vero che ai superbi e ai prepotenti, sapeva all'uopo, far abbassare le corna, e dalla cacciata del duca d'Atene alla morte di Ferruccio, la sua storia luminosamente il dimostra. Ma le sue forze si disperdevano, il valore era vano, la luce dell'ingegno tornava inutile a costituire quell'ordine equilibrato di forze, di valore, di ingegno, di virtù da cui sorgono gli Stati destinati a prosperare e a durare.

Ora, o signori, l'arte più meravigliosa d'Italia, splende appunto negli anni, in cui a poco a poco la libertà fiorentina va declinando. Giotto muore nel 1336, Filippo Brunelleschi nel 1346, Andrea Orcagna nel 1368. Lorenzo Ghiberti nasce nell'81, Donatello nell'83. Nicola Pisano, il Fidia italiano, nasce, è vero, nel secolo XIII, ma la meravigliosa opera sua fu fecondata assai più tardi.

Le sventure della patria si riflettono nellaDivina Commedia. L'arte nasce dai contrasti, dai dolori, dalle difficoltà, dalle sventure! Se Dante fosse nato vent'anni prima, forse noi non avremmo il poema immortale. Allora, osserva il Carlyle, egli sarebbe stato priore o podestà di Firenze, amato e riverito da' suoi concittadini, ed al mondo sarebbe mancata una delle più grandi parole, che mai sieno state dette. Firenze avrebbe avuto un prospero magistrato di più e i secoli non avrebbero inteso laDivina Commedia.

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E pure a Venezia, l'arte splendeva anche nei primi tempi della forte giovinezza: anzi per chi bene osserva v'è uno strano contrasto, un profondo dissidio fra l'arte e la vita.

Parrebbe, a guardare i più antichi mosaici della basilica di San Marco, che nessun'arte sia stata nelle origini più della veneziana mistica e simbolica. In Toscana, la patria di chi imaginò il paradiso come un vasto desertodi luce teologica, ove come in fiamma favilla si vede, passano mistiche configurazioni di ruote, di aquile, di croci, di rose, nascono Giotto e Nicola Pisano, che sentono, studiano e ritraggono il vero. Nel gran tempio della Repubblica veneta, l'arte ha invece manifestazioni simili a quelle del paradiso dantesco; le navate sono piene d'oro, d'azzurro, di astri, di fiori. Sembra che il pensiero si lasci assorbire dalla fede, che il sentimento artistico si trasformi in delirio, che tutte le facoltà della mente sieno dirette alla contemplazione di Dio. Il simbolo si unisce alla visione, e quest'arte, agitata da sogni, non sembra l'arte di un popolo, ricco di salute e di energia, lieto di vivere, felice nella famiglia, orgoglioso della sua patria. Gli è, o signori, che negli albori della vita veneziana, l'arte, checchè ne dicano alcuni scrittori, sedotti dall'orgoglio paesano, non fu nazionale, ma importata da Bisanzio. Venezia sulle sponde del Bosforo portava armi e mercanzie, e Bisanzio mandava architetti e maestri di mosaico sulle rive della laguna. Erano bizantini, come quelli di San Marco, i mosaici della cattedrale di Torcello e di San Cipriano di Murano. L'arte bizantina, così malnota e calunniata, non deve essere considerata, come avviene di solito, quale un seguito del decadimento delle arti romane; essa apre, per converso, un'êra nuova, l'arte romana ringiovanita dallo spirito greco, un periodo grandioso nella vita artistica dell'età di mezzo.

Gli artefici bizantini, che ripararono in Italia, specie dopo la persecuzione degli iconoclasti, lasciarono monumenti insigni a Venezia, Ravenna, Parenzo, Grado, Milano e Roma. Fantastica arte, nella quale lo splendore non è scompagnato dalla grazia! Guardatela solo negli ornati. Una vivida fantasia lega e attorciglia, come in una creazione di sogno, fusarole, groppi, rosoni, caulicoli rampanti, croci, pesci, colombi, pavoni.

Quest'arte, trapiantata in Italia e assimilata dal genio nostrale, diede origine a quello stile, denominato appunto italo-bizantino, il primo frutto dell'arte deimagistri comacini.

L'arte bizantina splendette meglio che altrove a Venezia, nel maggior tempio della Repubblica.

Dopo le crociate, l'architettura s'adorna di nuovi incanti e di una graziosa diversità di forme. Venezia accoglie in sè le tradizioni dell'Oriente a quelle dell'Occidente; l'arte archiacuta, in leggiadra maniera, s'unisce allo stile orientale, e sull'arco bizantino della basilica marciana s'imposta l'arco a sesto acuto, colla sua ricca decorazione di sculture e di cesellature.

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Ma non ancora comparisce la personalità dell'artefice.

L'arte è di solito l'espressione di una potenza individuale, ma a Venezia, in questi tempi civilmente, commercialmente e militarmente gloriosi, e nei quali l'individuo sparisce di fronte alla società, l'arte è collettiva. Non un nome, un solo nome d'artista insigne ci arresta.

Chi fu l'autore di San Marco? Chi del Palazzo Ducale?

Il popolo, non il cittadino — l'associazione, non l'individuo.

Il pensiero individuale spariva, imperavano la fede e la patria, due concetti, che tutti gli altri assorbivano.

Così il Palazzo Ducale sorge a significare il concetto del governo, non l'idea di un artefice. L'edifizio sul quale, in pagine di marmo, è scritta la storia repubblicana, esprime l'aperta baldanza di quei guerrieri mercanti. La feudalità sospettosa, il comune ringhioso non lasciano la loro impronta sulla veneta architettura, la quale non inspira nulla di fiero e di severo. Il palazzo della Signoria di Firenze esprime un unico concetto,energico, determinato: si comprende che il disegno meravigliosamente severo scaturì dal cervello di Arnolfo, tutto di un pezzo, senza indecisioni, senza dubbi, senza incertezze. Quei merli doveano servire di schermo e di offesa; quella porta poderosa dovea serrarsi in faccia agli invasori della patria.

La residenza dei dogi si compone invece, contro tutte le regole statiche e architettoniche, di una ampia muraglia, che gravita su leggerissime logge a fori quadrilobati. Vi sorridono le stupende e diverse bizzarrie di molti architetti: l'eleganza maschia e fiera dell'arte del trecento e le meraviglie gentili del quattrocento: capitelli ingegnosamente svariati, modanature eleganti, cornici frastagliate, colonne attorcigliate, volute e viticci, fogliami e festoni, mostri e chimere, tutta una ricchezza di vegetazione marmorea, una decorazione stranamente fantastica.

Così, sul tempio di San Marco ogni generazione depone il suo strato: le arti bizantina, araba, gotica, romana, si fondono in una sublime armonia, come i palpiti dei cuori veneziani si univano nel puro, alto, sublime sentimento della patria. È un'opera sociale, non individuale, e l'architetto è il popolo, il quale ha nella basilica il suo libro e il suo poema. Gli artefici scendeano innominati nella gran calma del sepolcro e si succedevano lasciando le seste e lo scarpello, santa eredità, ad altri artefici, non curando se il loro nome andasse perduto nella gran luce collettiva, emanante dal tempio, ma fieri nel gaudio supremo di aver cooperato all'incremento dell'arca sacra della fede e della patria. Allora l'edifizio appariva come un'opera semplice e maestosa, da cui ogni seduzione artistica era bandita. Ma giunge il giorno, in cui l'arte sorride al primo incolorarsi delle tavole dipinte. E allora, sotto le vaste cupole, nella penombra dorata, fra simboli, animali fantastici, creazioni di sogno,fiammeggiamenti d'apoteosi, a canto ai santi e ai patriarchi lividi e stecchiti dei mosaici bizantini, alle vergini cadaveriche, appaiono dolci profili femminili, qualche bel San Giorgio, Apollo del Cristianesimo, recanti là entro, in quell'aura misteriosa, in quella pace solenne, come un soffio di gaia vita esteriore.

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Venezia non comparisce degnamente nel campo dell'arte, che all'aprirsi del secolo quintodecimo. Finchè Giotto compiva la divina opera del Santuario d'Assisi, Venezia era occupata in traffichi ed armi. Mentre Lorenzo Ghiberti rapiva al Paradiso le porte del vostro bel San Giovanni, e Masaccio scopriva il segreto della bellezza antica, l'arte veneziana bamboleggiava ancora.

Coi Vivarini, coi Bellini, col Carpaccio, con Cima da Conegliano, l'arte si eleva a maggior dignità di forma e di concetto; con essi veramente s'inizia la fulgida pittura veneziana. Ma essi nascono ed operano tutti nel quattrocento, nei tempi giocondi, in cui il fasto cela la decadenza.

Pure c'è ancora nella loro anima come l'eco del vecchio secolo, le amabili peritanze associate agli ardimenti giovanili del trecento. Quella poesia soave, che nasce nel cuore guardando le loro opere, esciva ancora dalla vita e ogni forma pare si espanda ad un sorriso mite, misurato. L'ideale era nelle cose. Nelle tavole di quei pittori c'è come l'ultimo sospiro di un'età moribonda, essi sono dominati da questa poesia, non la dominano come altri pittori veneziani, i quali si limitano a manifestare un sentimento individuale. Sono ingenui e veri, candidi e forti. Alla natura s'accostano come a donna desiderata, ma rispettata, e nelle cose intorno e nelle forme, nei colori, nelle linee, scorgono una significazionealta e nobile, come un'anima, che alla loro anima si accordi, accordo di bellezza, di soavità, di commozione, di meditazione.

Al loro sentimento sembra quasi sieno di impaccio gli artifizi del disegno; al loro ingegno, le lusinghe dell'arte.

Altri artefici manifesteranno tutta la pompa e il vigore della salute, ma nessun capolavoro di un'arte più avanzata e più raffinata lascia nell'anima una impressione più sincera e profonda di queste opere primitive, che hanno tutti i soavi candori dell'infanzia.

Rapido lo svolgersi, il maturare e il decadere dell'arte veneziana. Giovanni Bellini muore nel 1516 — l'ultima opera del Carpaccio è segnata dall'anno 1522 — Tiziano nasce nel 1477 — Paolo Veronese nel 1530. Bene, non sembra che i due primi sieno cresciuti nello stesso paese dei secondi, e nati a così poca distanza di tempo. Basta confrontare nelle tavole degli uni e degli altri il tipo della donna, d'ogni arte il più efficace termine di paragone. In Bellini e in Carpaccio un chiaro volto ovale, la fronte alta, candida, un po' convessa, la bocca piccola e sottili le labbra, il naso diritto e lo sguardo modesto e pensoso — tutta una casta eleganza, irradiata da uno spirito interiore, che molto ricorda il vostro Sandro divino. Le vergini e le sante di Tiziano e di Paolo — maghi del colore, fascinatori della vista — hanno la fronte superbamente levata e coronata da una gran massa di capelli d'oro filato, lo sguardo fiammeggiante d'ardente desio, nuda la giunonia abbondanza del seno, l'epidermide di latte e di rosa, sotto la quale fluisce il sangue ricco di vigoria e di salute — tutto il profumo della bellezza e della seduzione, reso con una meravigliosa abilità di mano, non sempre guidata dal pensiero. Così a poco a poco, svanito il giusto e placido sentimento della vita, le arti imitatrici sono dalla licenzadei tempi fortemente sospinte a una tendenza lasciva. I pittori, nell'acuta ricerca del piacere, si compiacciono delle baccanti ignude, delle Veneri procaci, delle donne bionde, esuberanti di gioventù e d'allegrezza. Quando tutte le poesie dell'animo finiscono nell'unica poesia della voluttà, e l'arte non cerca se non il fasto e manifesta le ardenti sensazioni con tutta la sovrabbondanza di una gioia possente, dite pure, o signori, che anche nella vita, ogni sentimento forte e gentile è perduto.


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