X.

Mort'è la fonte de la cortesia,Mort'è l'onor de la cavalleria,Mort'è il fior di tutta Lombardia,Ciò è messer Can grande,Che 'l suo gran core e la sua valoriaPer tutto 'l mondo spande!

Mort'è la fonte de la cortesia,Mort'è l'onor de la cavalleria,Mort'è il fior di tutta Lombardia,Ciò è messer Can grande,Che 'l suo gran core e la sua valoriaPer tutto 'l mondo spande!

Mort'è la fonte de la cortesia,

Mort'è l'onor de la cavalleria,

Mort'è il fior di tutta Lombardia,

Ciò è messer Can grande,

Che 'l suo gran core e la sua valoria

Per tutto 'l mondo spande!

Ed un altro rimatore, forse più antico, diceva del pari in un sirventese non pervenutoci intero:

Messer Can de la Scala, franca lanza[è 'l più le]al che sia de qui a Franza,[per tutto] 'l mondo el porta nomenanzade prodeze.

Messer Can de la Scala, franca lanza[è 'l più le]al che sia de qui a Franza,[per tutto] 'l mondo el porta nomenanzade prodeze.

Messer Can de la Scala, franca lanza

[è 'l più le]al che sia de qui a Franza,

[per tutto] 'l mondo el porta nomenanza

de prodeze.

I nipoti Mastino ed Alberto ne ereditarono il dominio e l'ambizione, ma non l'animo nè il senno. La fortuna in principio li favorì coll'acquisto di Brescia, di Parma e di Lucca; ma la loro minacciosa grandezza suscitò nel 1337 una lega capitanata da Venezia e Firenze, coi Visconti, i Gonzaga ed altri signori italiani e stranieria desolazione e rovinadegli Scaligeri. Dicevasi allora, e lo riporta un anonimo cronista romano, che Mastino si fosse procacciata una preziosa corona per farsiincoronare re de Lommardia; una simile accusa, in sul finir del secolo, si ripeterà per Giangaleazzo Visconti: e bastava a stringere momentaneamente in un fascio le forze di tutti, contro il pericolo da tutti temuto. Mastino II e Alberto, vinti ed oppressi, perdettero tre quarti dei loro stati e dovettero nel 38 giurar fedeltà a Venezia, cedendole Treviso, Bassano e altre terre. Dopo di loro, quella casa sì ben cominciata finì malamente tra fratricidi e congiure, e nel 1387 Verona cadde in balìa di Giangaleazzo.

L'istessa sorte toccò l'anno seguente a Padova ed ai Carraresi che avevano imprudentemente aiutato Giangaleazzo contro gli Scaligeri. Marsilio, il quale aveva ottenuto la signoria della città, in premio di aver tradito Mastino per cui trattava la pace, era morto prima di poterne godere, e l'aveva lasciata al cugino non meno fornito d'ingegno che di crudeltà. Avendo questi chiamato a succedergli per testamento un Papafava, l'erede escluso, Giacomo da Carrara, assassinò l'altro nel 1345,e morì assassinato egli stesso cinque anni dopo. Il nipote e il pronipote, Francesco il Vecchio e Francesco Novello, che avevan dovuto nell'88 rinunziare allo Stato, lo ricuperarono dopo alcuni anni, ma finirono nel 1406 strangolati entrambi nelle carceri di Venezia.

Non posso fermarmi sopra altre delle minori signorie lombarde, tutte macchiate di sangue, e pur non prive d'importanza.

Ma voglio ricordare, in grazia d'una canzone del Petrarca, i casi di Parma, la quale era passata da Giberto da Coreggio ai Rossi e da questi, per accordi intervenuti, agli Scaligeri, nel 1335. Sei anni appresso, Azzo da Coreggio, che già era stato avvocato dei nuovi signori, in corte pontificia, patteggiò coi Visconti e coi Gonzaga che se l'aiutavano a cacciare costoro dalla sua patria egli ne terrebbe la signoria per cinque anni e poi la consegnerebbe a Luchino Visconti. La sollevazione promossa da uno de' suoi fratelli e da lui soccorsa riuscì felicemente; ed il Petrarca, che entrò con Azzo medesimo, suo amicissimo, nella città liberata, celebrò il fatto in bellissimi versi

Libertà, dolce e desiato beneMal conosciuto a chi talor no 'l perde,Quanto gradita al buon mondo esser dèi.Da te la vita vien fiorita e verde:Per te stato gioioso si manteneCh'ir mi fa somigliante agli alti dei..... . . . . . . . . . . . . . .

Libertà, dolce e desiato beneMal conosciuto a chi talor no 'l perde,Quanto gradita al buon mondo esser dèi.Da te la vita vien fiorita e verde:Per te stato gioioso si manteneCh'ir mi fa somigliante agli alti dei..... . . . . . . . . . . . . . .

Libertà, dolce e desiato bene

Mal conosciuto a chi talor no 'l perde,

Quanto gradita al buon mondo esser dèi.

Da te la vita vien fiorita e verde:

Per te stato gioioso si mantene

Ch'ir mi fa somigliante agli alti dei....

. . . . . . . . . . . . . . .

E poi, con un giuoco di parole o con allusioni conformi al costume letterario del tempo, così continua:

Cor regiofu, sì come sona il nomeQuel che venne securo a l'alta impresaPer mar per terra e per poggi e per piani;. . . . . . . . . . . . . . . . .E soave raccolseInsieme quelle sparse genti afflitteA le quali interditteLe paterne lor leggi eran per forza,Le quali, a scorza a scorza,Consunte avea l'insazïabil fameDe' Can che fan le pecore lor grame.

Cor regiofu, sì come sona il nomeQuel che venne securo a l'alta impresaPer mar per terra e per poggi e per piani;. . . . . . . . . . . . . . . . .E soave raccolseInsieme quelle sparse genti afflitteA le quali interditteLe paterne lor leggi eran per forza,Le quali, a scorza a scorza,Consunte avea l'insazïabil fameDe' Can che fan le pecore lor grame.

Cor regiofu, sì come sona il nome

Quel che venne securo a l'alta impresa

Per mar per terra e per poggi e per piani;

. . . . . . . . . . . . . . . . .

E soave raccolse

Insieme quelle sparse genti afflitte

A le quali interditte

Le paterne lor leggi eran per forza,

Le quali, a scorza a scorza,

Consunte avea l'insazïabil fame

De' Can che fan le pecore lor grame.

E qui viene una erudita enumerazione di tiranni, per concludere, con esagerazione o meglio con finzione poetica, che Mastino e Alberto erano i peggiori di tutti.

E la bella contrada di TrevigiHa le piaghe ancor fresche d'Azzolino;Roma di Gaio e di Neron si lagnaE di molti Romagna:Mantova duolse ancor d'un Passerino.Ma null'altro destinoNè giogo fu mai duro quanto 'l nostroEra, nè carte e inchiostroBasterebben al vero in questo loco;Onde meglio è tacer che dirne poco.

E la bella contrada di TrevigiHa le piaghe ancor fresche d'Azzolino;Roma di Gaio e di Neron si lagnaE di molti Romagna:Mantova duolse ancor d'un Passerino.Ma null'altro destinoNè giogo fu mai duro quanto 'l nostroEra, nè carte e inchiostroBasterebben al vero in questo loco;Onde meglio è tacer che dirne poco.

E la bella contrada di Trevigi

Ha le piaghe ancor fresche d'Azzolino;

Roma di Gaio e di Neron si lagna

E di molti Romagna:

Mantova duolse ancor d'un Passerino.

Ma null'altro destino

Nè giogo fu mai duro quanto 'l nostro

Era, nè carte e inchiostro

Basterebben al vero in questo loco;

Onde meglio è tacer che dirne poco.

Al che tien dietro, per contrapposto, un cenno, più breve, dei principali fautori di libertà, fra i quali tutti naturalmente Azzo porta la palma:

Non altri al mondo più verace amoreDe la sua patria in alcun tempo accese..... . . . . . . . . . . . . . .E, perchè nulla al sommo valor manche,La patria tolta a l'unghie de' tiranniLiberamente in pace si governa;E ristorando va gli antichi danniE riposando le sue parti stancheE ringraziando la pietà superna,Pregando che sua grazia faccia eterna.E ciò si po sperar ben, s'io non erro;Però ch'un'alma in quattro cori albergaEt una sola vergaÈ in quattro mani et un medesmo ferro.

Non altri al mondo più verace amoreDe la sua patria in alcun tempo accese..... . . . . . . . . . . . . . .E, perchè nulla al sommo valor manche,La patria tolta a l'unghie de' tiranniLiberamente in pace si governa;E ristorando va gli antichi danniE riposando le sue parti stancheE ringraziando la pietà superna,Pregando che sua grazia faccia eterna.E ciò si po sperar ben, s'io non erro;Però ch'un'alma in quattro cori albergaEt una sola vergaÈ in quattro mani et un medesmo ferro.

Non altri al mondo più verace amore

De la sua patria in alcun tempo accese....

. . . . . . . . . . . . . . .

E, perchè nulla al sommo valor manche,

La patria tolta a l'unghie de' tiranni

Liberamente in pace si governa;

E ristorando va gli antichi danni

E riposando le sue parti stanche

E ringraziando la pietà superna,

Pregando che sua grazia faccia eterna.

E ciò si po sperar ben, s'io non erro;

Però ch'un'alma in quattro cori alberga

Et una sola verga

È in quattro mani et un medesmo ferro.

Per gustare artisticamente tal canzone bisogna dimenticare l'occasione per cui fu composta e i fatti che precedettero e susseguirono la celebrata liberazione di Parma. Ma per lo storico invece importa assai il ricordarli; poichè in tal guisa la poesia diventa altresì un documento psicologico, mostrandoci come uno de' più nobili ingegni di quel secolo, pronto ad esaltarsi ai nomi di patria e di libertà, si studiasse di rappresentare quali magnanimi eroi i suoi amici Da Coreggio, purgandoli dalla taccia di traditori. Questo, secondo il Carducci che ha illustrato da par suo l'intiera canzone, è l'intendimento politico con cui fu scritta, e che fa capolino nel congedo:

Tu pôi ben dir, chè 'l sai,Come lor gloria nulla nebbia offosca.E, se va' in terra toscaCh'appregia l'opre coraggiose e belle,Ivi conta di lor vere novelle.

Tu pôi ben dir, chè 'l sai,Come lor gloria nulla nebbia offosca.E, se va' in terra toscaCh'appregia l'opre coraggiose e belle,Ivi conta di lor vere novelle.

Tu pôi ben dir, chè 'l sai,

Come lor gloria nulla nebbia offosca.

E, se va' in terra tosca

Ch'appregia l'opre coraggiose e belle,

Ivi conta di lor vere novelle.

Del rimanente se è vero che nei primi tempi il governo dei quattro fratelli Da Coreggio parve imparziale e paterno, presto andò peggiorando; si mise tra loro la discordia; ed Azzo, assenzienti i più, finì nel 44 con cedere la signoria a Obizzo d'Este per 60 mila fiorini d'oro. Laonde Luchino Visconti, lagnandosi della mancata fede, si unì col Gonzaga e cogli Scaligeri, e ruppe la guerra; sinchè nel 46 convenne con Obizzo che gli retrocedesse la città contro rimborso del denaro da luipagato ad Azzo; il quale poi, riconciliatosi cogli Scaligeri, ne ottenne nuovamente la fiducia, e nuovamente la tradì: “falso ed abietto uomo„ ben dice il Carducci, chè tale va giudicato sebbene il buon Petrarca “seguitasse ad amarlo e lodarlo, e gli dedicasse quasi a conforto i dialoghiDe remediis utriusque Fortunae, e ne compiangesse la morte.„

Laterra tosca, a cui il Poeta indirizzava la canzone (che poi tralasciò peraltro di porre tra le sueRime) e dove i Da Coreggio desideravano apparire amatori di libertà, non era propizia all'impianto di stabili signorie; ma neanche v'attecchivano ordini durevoli d'alcuna sorta. Tutti avete a mente il rimprovero di Dante a Firenze:

....... fai tanto sottiliProvvedimenti, ch'a mezzo novembreNon giugne quel che tu d'ottobre fili,

....... fai tanto sottiliProvvedimenti, ch'a mezzo novembreNon giugne quel che tu d'ottobre fili,

....... fai tanto sottili

Provvedimenti, ch'a mezzo novembre

Non giugne quel che tu d'ottobre fili,

rimprovero che fu suggerito senza dubbio al Poeta dall'acerbo ricordo del suo Priorato (incominciato il 15 ottobre e interrotto anzi tempo il 7 novembre del 1301), ma che si riscontra giusto in tutta quanta la storia del nostro Comune.Legge fiorentina, suonava un vecchio dettato,fatta la sera e guasta la mattina.

Per tacere dei mutamenti d'istituzioni, di magistrature e di leggi (alcuni dei quali erano vere rivoluzioni più radicali delle moderne, e, come allor dicevasi, facevano popolo nuovo), il Comune, dove già aveva spadroneggiato nel 1301 Carlo di Valois coi guelfi neri, sotto gli auspicî di Bonifacio VIII, nel 1313 dette lasignoria di sè per cinque anni all'angioino re Roberto di Napoli, e similmente per altri dieci, nel 25 e nel 26, al primogenito di lui Carlo duca di Calabria (che in diciannove mesi fece spendere più di 900 mila fiorini d'oro senz'alcun frutto); ed in fine del 42 elesse Gualtieri di Brienne, duca d'Atene, a capitano e conservatore del popolo; “avventuriere, dice uno storico, di poca fermezza e di meno fede..., cupido, avaro e male grazioso, che pure il popolo stesso, ampliandogli il potere, acclamò signore perpetuo e che dopo una diecina di mesi cacciò con rabbioso furore.„ La ragione di queste frequenti dedizioni sta nella debolezza del Comune, che, riconoscendosi impotente a soddisfare le sue mire ambiziose, si affidava ad un signore di fuorivia nel quale sperava di trovare coll'unità del comando la forza che gli mancava. Tal sentimento è espresso nel caso nostro, forse meglio che da ogni storico, dal rimator popolare Antonio Pucci in un suolamentoper la perdita di Lucca: città che i Fiorentini avevano comprata da Mastino II Scaligero per ben 250 mila fiorini, ma che sol pochi mesi avevano posseduta, avendola i Pisani assediata ed espugnata. Nel lamento dunque che ha per titolo:Come Lucca si perdè, Firenze stessa così si rammarica:

Questa mi fu peggior mercantaziaCh'i' comperasse mai in vita mia;Sì cara mi costò la sensariaA questa volta.Oimè, Lucca d'ogni vertù folta,Che, per averti meco, insieme accolta,Ti comperai, ed altri me t'à tolta,Ond'io rimangoCon tanta pena, ch'ogni dì me 'nfrango,E sospirando giorno e notte piango.. . . . . . . . . . . . . .

Questa mi fu peggior mercantaziaCh'i' comperasse mai in vita mia;Sì cara mi costò la sensariaA questa volta.Oimè, Lucca d'ogni vertù folta,Che, per averti meco, insieme accolta,Ti comperai, ed altri me t'à tolta,Ond'io rimangoCon tanta pena, ch'ogni dì me 'nfrango,E sospirando giorno e notte piango.. . . . . . . . . . . . . .

Questa mi fu peggior mercantazia

Ch'i' comperasse mai in vita mia;

Sì cara mi costò la sensaria

A questa volta.

Oimè, Lucca d'ogni vertù folta,

Che, per averti meco, insieme accolta,

Ti comperai, ed altri me t'à tolta,

Ond'io rimango

Con tanta pena, ch'ogni dì me 'nfrango,

E sospirando giorno e notte piango.

. . . . . . . . . . . . . .

E di questo andare continua un pezzo, poichè la sobrietà non è la qualità propria di siffatti cantari. Ma ciò che qui importa è la lieta speranza che anima la chiusa del componimento:

Or tal signor m'à preso ad aiutareChed i' ò intenzïon di vendicareOgni passata offesa, e racquistareL'onor perduto.Che 'l franco capitan prod'e saputo,Duca d'Atene ch'è per ciò venuto,Mill'anni par che d'onore compiutoCi renfreschi;E seco menerà pochi tedeschi,Ma cavalier taliani e francieschi,Que' che son sempre a ben ferir maneschiCome leoni.

Or tal signor m'à preso ad aiutareChed i' ò intenzïon di vendicareOgni passata offesa, e racquistareL'onor perduto.Che 'l franco capitan prod'e saputo,Duca d'Atene ch'è per ciò venuto,Mill'anni par che d'onore compiutoCi renfreschi;E seco menerà pochi tedeschi,Ma cavalier taliani e francieschi,Que' che son sempre a ben ferir maneschiCome leoni.

Or tal signor m'à preso ad aiutare

Ched i' ò intenzïon di vendicare

Ogni passata offesa, e racquistare

L'onor perduto.

Che 'l franco capitan prod'e saputo,

Duca d'Atene ch'è per ciò venuto,

Mill'anni par che d'onore compiuto

Ci renfreschi;

E seco menerà pochi tedeschi,

Ma cavalier taliani e francieschi,

Que' che son sempre a ben ferir maneschi

Come leoni.

Ma furono vane lusinghe; e l'istesso rimatore, in una ballata scritta per la cacciata del tiranno, con arguto scetticismo fiorentino ne fa la storia sommaria e ne dà la conclusione morale, che vale per tutti i tempi:

Il giorno della Donna (l'8 settembre), ebbe per mannaIl Duca di Firenze signoria;E fu disposto il giorno di sant'AnnaChe è madre della Vergine Maria;E sì come di priaSi disse — viva, viva! — con gran gioia,Si gridò — muoia, muoia! —Comunemente d'una volontade.

Il giorno della Donna (l'8 settembre), ebbe per mannaIl Duca di Firenze signoria;E fu disposto il giorno di sant'AnnaChe è madre della Vergine Maria;E sì come di priaSi disse — viva, viva! — con gran gioia,Si gridò — muoia, muoia! —Comunemente d'una volontade.

Il giorno della Donna (l'8 settembre), ebbe per manna

Il Duca di Firenze signoria;

E fu disposto il giorno di sant'Anna

Che è madre della Vergine Maria;

E sì come di pria

Si disse — viva, viva! — con gran gioia,

Si gridò — muoia, muoia! —

Comunemente d'una volontade.

Se non temessi d'abusare della vostra pazienza vi leggerei anche qualche verso d'un altrolamentoche il Pucci mette in bocca al duca d'Atene, dove egli ricorda che Arezzo, Pistoia, Volterra, Colle San Gemignano gli s'erano date a vita al pari di Firenze (ed è fatto vero), sicchè ei si credette esserre di Toscana; ma s'accorse a sue spese che i Fiorentini “Gente non son da tenercon gli uncini„. Poichè, mentre stavaper montare in su la rota, ricevette tal colpo sullagota, onde rimaselasso!ne la mota, Ispodestato. E il peggio fu per Firenze che a un tratto (dice il Machiavelli),del tiranno e del suo dominio priva rimase; poichè quelle città e terre si ribellarono, e non senza promesse e travagli il Comune potè ricuperarle.

Aveva ragione il vecchio Poeta popolare: per soggiogare i Fiorentini non ci volevano asprezze soldatesche e violenze tiranniche, ma arti raffinate e modi civili; e già in mezzo alle discordie delle arti maggiori e minori, e delle famiglie antiche e delle nuove, fra il breve trionfo dei Ciompi e le vendette dei grandi, si faceva strada una casa di ricchissimi e intelligenti banchieri che doveva nel secolo XV creare una particolare forma di signoria, appropriata all'indole della città e assai più salda delle precedenti.

Di tutt'altra natura fu la dominazione esercitata su Pisa e su Lucca fra il 1313 ed il '16 da Uguccione della Faggiuola, gentiluomo romagnolo, prode capitano, ma anche meno dello Scaligero, degno di rappresentare (come fantasticò qualche studioso) il Veltro dantesco. Più volte podestà d'Arezzo ed anche di Genova, di Gubbio, di Pisa e d'altre città, ora chiamato ed ora remosso, ora campione ora sospettato traditore dei ghibellini, egli mirava a farsi uno Stato; e vi riuscì un momento prendendo Pisa per volontaria dedizione e Lucca per forza. Benchè battesse i guelfi toscani e i reali di Napoli nella gran giornata di Montecatini del 1315 (il quale avvenimento porse occasione in quel tempo ad ma ballata anonima mirabile di fervente ispirazionepartigiana), fu poco dopo cacciato a furia di popolo dalle sue due città, e morì combattendo sotto le bandiere di Cangrande.

I Lucchesi, liberatisi da Uguccione, elessero capitano e poi signore per un anno il loro concittadino Castruccio Castracani, che aveva passato la gioventù trafficando e militando in Francia e in Inghilterra, ed era stato rimesso in patria da Uguccione stesso insieme cogli altri fuorusciti ghibellini. Ma in quel momento era in carcere e condannato a morte, non ostante il valore mostrato a Montecatini, per cagion di certi omicidi e ladronecci commessi in Lunigiana. Era invero una natura d'uomo e di tiranno, tra tanti, originale e singolarissima: feroce ed ardito, accoppiava le arti civili e politiche colle virtù militari; procedeva senza scrupolo in ciò che gli consigliava la ragione di Stato, e riusciva pure a farsi adorare dai soldati e dai sudditi. Meritò insomma che il Machiavelli ne facesse il protagonista d'una specie di romanzetto storico che intitolò dal suo nome. Bandì trecento famiglie, ne sterminò altre (fra le quali i Quartigiani suoi primi fautori), abbattè trecento torri, servendosi dei materiali per costruire una fortezza, riordinò le milizie cittadine e mercenarie, le esercitò alle finte battaglie, e le capitanò vittoriosamente nelle vere. Accorto parlatore, sempre primo a farsi innanzi in ogni frangente, bastò talvolta la sua sola presenza a sedare un tumulto o a ricondurre le schiere all'assalto. Dopo quattro anni si fece attribuire la signoria perpetua; e, ripresa la guerra coi Fiorentini, li sconfisse a Altopascio nel 1325, inseguendoli poi fino a Signa; il che fu cagione che Firenze si desse a Carlo di Calabria. Già si era impadronito di Prato e di Pistoia; Lodovico il Bavaro con cui entrò in Pisa e che accompagnò a Roma, lo aveva fatto duca, ed egli sfidava una crociata banditagli contro dal cardinale legato GiovanniOrsini, quando morì nel 1328. Nè i figliuoli di lui poterono mantenersi in istato.

Troppo lungo sarebbe enumerare le signorie a cui soggiacque Pisa, innanzi e dopo quella di Uguccione; la prima fu, tra il 1284 e l'88, del conte Ugolino della Gherardesca, la cui catastrofe è sì famosa, e sulla cui memoria pesa una taccia di tradimento, che il mio amico Del Lungo con sagaci ragioni persuade, se non a remuover del tutto, almeno ad attenuare; l'ultima fu del tristo Jacopo d'Appiano, che nel 1392 assassinò il suo predecessore Piero Gambacorti, di cui era cancelliere e familiare; il figliuolo Gherardo nel 98 vendette il dominio a Giangaleazzo, riserbandosi Piombino e l'isola dell'Elba, dove la famiglia durò fino al secolo XVI.

Pisa, come avverte giustamente il prelodato storico dei guelfi pisani, è il Comune di Toscana che offre minori dissomiglianze con quelli d'oltre Apennino. E però ci apre la via a dir due parole dei tiranni di Romagna, sui quali ha raccolte molte notizie con lodevole diligenza il conte Pietro Desiderio Pasolini. Questi osserva a ragione ch'essi si distinguono tra loro poco più che pel nome, e generalmente non sono notevoli se non per gli atroci delitti di cui sono autori spietati o vittime miserande, e talvolta l'uno e l'altro successivamente, quasi tutti feroci e perversi, pronti a tradire ed a spegnere amici, parenti e fratelli, senz'alcun fine ideale, senz'alcun principio comune, salvochè la sete di dominio. Aggiungasi che la lontananza dai papi, dopo il 1304, e lo scisma d'Occidente dopo il 1378, favorivano le ambizioni dei signori, in quell'inestricabile sviluppo di guerre, di congiure e di stragi. Mettiamo da parte,innanzi tutto, il buon Guido da Polenta, amico di Dante, a cui rese degne onoranze funebri dopo averlo ospitato negli ultimi anni; protettore di Giotto che chiamò a dipingere due chiese a Ravenna; e gentil rimatore egli stesso. I Polentani si erano fatti grandi col favore del clero e quali vicari arcivescovili; ma dopo il 1282, grazie alle podesterie esercitate e all'autorità acquistata, fondarono pacificamente la signoria di Ravenna e di Cervia, or combattendo, or venendo ad accordi coi pontefici e coi loro conti di Romagna:

Ravenna sta, com'è stata molt'anni:L'aquila di Polenta la si cova,Sì che Cervia ricopre co' suoi vanni.

Ravenna sta, com'è stata molt'anni:L'aquila di Polenta la si cova,Sì che Cervia ricopre co' suoi vanni.

Ravenna sta, com'è stata molt'anni:

L'aquila di Polenta la si cova,

Sì che Cervia ricopre co' suoi vanni.

Se non che, dopo la morte di Dante, accadde un tristo mutamento. Guido Novello e il fratel suo l'arcivescovo Rinaldo troppo dirazzavano dai loro conterranei per poter durare a lungo; e nel 1322, mentre l'uno era capitano del popolo a Bologna, e l'altro teneva il governo senz'alcun sospetto, un cugino, di nome Ostasio, si fece dare da quest'ultimo le chiavi della città, e, introdotto uno stuolo di sicari, lo fece scannare nel proprio letto. Il popolo acclamò costui podestà e sbandì come ribelli Guido e gli amici suoi, che invano sperarono e tentarono di essere richiamati.

Uniti in parentela coi Polentani erano i Malatesta di Rimini; parentela che condusse ad una tragedia domestica immortalata da Dante e modernamente posta in iscena dal Pellico; finchè duri al mondo un alito d'amore e di poesia, ogni cuore gentile palpiterà al racconto dei dubbiosi desiri e dell'ardente passione onde furono avvinti Paolo Malatesta e Francesca da Polenta, passione così forte che neanche l'inferno valse a discioglierne i nodi, ed in ciò almeno, la colpa, secondo la fantasia del Poeta, vinse la giustizia divina. Il pietosofatto successe a quanto pare nel 1285, e divise per un tempo le due famiglie; ma pochi anni dopo l'utile comune le riconciliò. Antichi cittadini di Rimini, i Malatesta da Verrucchio, seguivano al pari dei Polentani la parte guelfa; e del pari anche resistevano ai conti pontifici ed ai papi stessi, che due volte, dal 283 al 300, li misero al bando della Chiesa e poi li ribenedirono. Nel 1295 ci furono a Rimini tre giorni di guerra civile tra guelfi e ghibellini, capitanati i primi da Malatesta dei Malatesti, i secondi da Parcitade dei Parcitadi, prode e virtuoso cavaliere. Ma avendo saputo il Malatesta che Guido da Montefeltro (di cui or ora darò notizia), veniva in aiuto agli avversari, finse di voler rappaciarsi col suo competitore. I due infatti si abbracciarono tra gli evviva del popolo, e convennero di radunar le genti assoldate. Il Parcitade mantenne scrupolosamente la parola data; ma l'altro nascose o fece tornare indietro i suoi scherani, coi quali, la mattina seguente, s'impadronì della città facendo strage dei ghibellini. Il Parcitade si salvò a stento, ma due suoi figliuoli un Montagna ed un Ugolino Cignatta furono fatti prigioni, e trucidati da Malatestino, degna progenie di Malatesta. Dante lo ricorda chiamando costoro:

Il Mastin vecchio e 'l nuovo da VerrucchioChe fecer di Montagna il mal governo.

Il Mastin vecchio e 'l nuovo da VerrucchioChe fecer di Montagna il mal governo.

Il Mastin vecchio e 'l nuovo da Verrucchio

Che fecer di Montagna il mal governo.

Malatestino poi, succeduto al padre nel 1312, volendo insignorirsi di Fano, chiamò a parlamento due dei migliori cittadini, e giunti che furono al ritrovo li fece senz'altro uccidere e gettare in mare.

Similmente a Faenza, nel 1285, Alberigo Manfredi che fecesi poi frate di Santa Maria, per meglio vendicarsi del fratello e del nipote da cui aveva ricevuto uno schiaffo, finse di volersi riconciliare con loro e li invitò a desinare al suo castello di Cerata. Verso lafine del banchetto gridò: “Vegna la frutta„ e i suoi sicarii sbucarono dalla cortina dietro la quale erano appostati e li scannarono. Una multa e un breve esilio composero la faccenda; ma Dante lo trova all'inferno, confitto nel diaccio, dove dice:

Io son Frate AlberigoIo son quel dalle frutta del mal orto,Che qui riprendo dattero per figo.

Io son Frate AlberigoIo son quel dalle frutta del mal orto,Che qui riprendo dattero per figo.

Io son Frate Alberigo

Io son quel dalle frutta del mal orto,

Che qui riprendo dattero per figo.

Una particolarità di Maghinardo Pagani che tiranneggiava Imola e Faenza era di recitare scopertamente una doppia parte nella commedia politica fra il due e il trecento: pupillo ed amico del Comune di Firenze, a cui il padre l'aveva raccomandato morendo, e per cui combattè a Campaldino, egli era guelfo in Toscana e ghibellino in Romagna:

Le città di Lamone e di SanternoConduce il lioncel del nido bianco,Che muta parte dalla state al verno.

Le città di Lamone e di SanternoConduce il lioncel del nido bianco,Che muta parte dalla state al verno.

Le città di Lamone e di Santerno

Conduce il lioncel del nido bianco,

Che muta parte dalla state al verno.

Aveva anche il soprannome didemonio; e Dante dice altrove che le buone opere de' suoi discendenti non basteranno a far che “puro giammai rimanga d'essi testimonio„. Non va poi confuso cogli altri tirannelli romagnoli quel valoroso guerriero e feudatario ghibellino che fu Guido da Montefeltro, al cui avo Buonconte, Federigo II aveva concesso la città e contado d'Urbino. Fedele alla casa di Svevia accompagnò nell'infelice impresa il povero Corradino; poi, ritiratosi in Romagna, sfidò e vinse in una gran battaglia nel 1275 i guelfi condotti da Malatesta da Verrucchio; sicchè parve sul punto di dominare l'intera regione; ma la parte avversa riprese il sopravvento dopo l'elezione di papa Martino IV e l'invio di soldatesche francesi; assediato in Forlì da forze preponderanti e ridotto agli estremi, si racconta che Guido si liberasse e facesse strage del nemico conun audacissimo stratagemma: poichè uscì chetamente dalla città cogli uomini validi, lasciando aperta una porta, e dentro i vecchi, le donne e i fanciulli; quindi mentre gli assedianti entrati in Forlì gozzovigliavano, piombò loro addosso improvvisamente; dicesi che vi perissero quasi tutti gli ottomila francesi; al che allude Dante coi noti versi:

La terra che fe' già la lunga provaE di Franceschi il sanguinoso mucchioSotto le branche verdi si ritrova.

La terra che fe' già la lunga provaE di Franceschi il sanguinoso mucchioSotto le branche verdi si ritrova.

La terra che fe' già la lunga prova

E di Franceschi il sanguinoso mucchio

Sotto le branche verdi si ritrova.

Fu questa peraltro una vittoria di Pirro: Forlì, che aveva eroicamente resistito per oltre un anno, ad un tratto si sottomise senza voler più combattere; e così Cesena, Forlimpopoli ed altre terre; Guido, perduto tutto lo Stato, venne a patti col papa, che gli prese in ostaggi due figli e lo confinò prima a Chioggia, poi in Asti, dove era da tutti onorato. Uomo di retto animo lo dice fra Salimbene, costumato, liberale e amico de' Frati Minori. Nel 1289, invitato da Pisa ad assumer l'ufficio di podestà e di capitano del popolo, ruppe il confino; dopodichè, nel 94, tornò in pace colla Chiesa; ribenedetto da Celestino V ed entrato in grazia di Bonifazio VIII, ricuperò i suoi possessi e fu mandato con 500 cavalli a difesa del Regno di Napoli; due anni appresso, stanco della vita e pentito delle colpe commesse, vestì l'abito di san Francesco, e morì santamente in Assisi nel 1298. Il racconto di Dante sul consiglio fraudolento da lui dato a Bonifazio VIII pare una leggenda, da cui il Poeta traesse buon partito per sfogare il suo sdegno contro “lo Principe de' nuovi Farisei„.

Primeggia, fra tanti feroci uomini, una donna così energica e valorosa che guelfi e ghibellini si uniscono ad ammirarla. È la Cia o Marzia, degna moglie di Francesco degli Ordelaffi, signore di Forlì e di Cesena che un anonimo contemporaneo chiama “perfido cane patarino, ribelle della Santa Chiesa.... uomo disperato„; ed aggiunge che “aveva odio mortale a li prelati.... e non voleva... vivere a discrezione di preti„. Amico del Boccaccio, da trent'anni si rideva così delle scomuniche come delle ribenedizioni pontificie, allorquando nel 1353 venne il cardinale Egidio d'Albornoz, mandato da Innocenzo VI, a sottomettere i tiranni di Romagna, i quali, approfittando della lontananza della Corte pontificia, trasferitasi da 46 anni in Avignone, s'erano fatti sempre più riottosi e indipendenti. L'Ordelaffi, che da principio aveva stretto in lega gli altri signori, rimase poi solo, coi Manfredi di Faenza, a negare obbedienza al legato, che bandì una crociata contro di loro; anche i Manfredi, perduta la lor città, dovettero schierarsi fra i suoi avversari; ma egli aveva seco la moglie, la quale aveva già dato prova di valore combattendo (dice Matteo Villani) “non come femmina ma come virtudioso cavaliere; ed a lei affidò la custodia di Cesena. Essendovi entrato il nemico col favor del popolo levatosi a tumulto, Cia si ritirò nellamurata, o ricinto intorno alla rôcca, e la difese (continua a narrare il cronista fiorentino) “ella sola guidatrice della guerra, stando il dì e la notte coll'arme indosso„. Durò un mese, dal 29 aprile al 28 maggio, a contrastare il passo alle genti del legato; quindi “avendo fatto meravigliosamente d'arme e di capitaneria alla difesa, si ridusse con 400tra cavalieri e masnadieri nella rôcca, acconci a' comandamenti della donna, per singulare amore, sino alla morte„. Otto macchine scagliano una grandine di pietre sì che le torri squarciate minacciano rovina. Il padre di Cia, Vanni Ubaldini, signore di Susinana, che milita nell'esercito pontificio, supplica la figliuola d'arrendersi. “No, risponde essa, quando mi deste in moglie al mio signore, non mi raccomandaste voi di obbedirlo ad ogni costo? Ora egli ha affidata questa rôcca a me: io la difenderò sino alla morte.„ Quando dopo 22 giorni di disperata resistenza i suoi connestabili le dimostrarono non esservi più riparo e dichiararono che non intendevano perir schiacciati tra le macerie, “la valente donna.... non cambiò faccia nè perdè di sua virtù„. Ma prese essa stessa a trattare col legato e ne ottenne che tutti i suoi soldati potessero uscir liberi, portando seco ciò che volevano. Nulla chiese invece per sè nè pei suoi figli e congiunti; e menata con essi in prigione nel castello d'Ancona “così contenne il suo animo non vinto e non corrotto, come se la vittoria fosse stata sua„. Trattata onestamente, ricusò, a quanto affermasi, di essere immediatamente liberata “temendo la subitezza del marito„. Il quale continuò dal canto suo a sostener con eroica fermezza lo sforzo delle armi nemiche, e soltanto dopo ventitrè mesi (il 4 luglio del 1359) sopraffatto dal numero, rese al legato la rôcca di Forlì, e implorò umilmente il perdono che, trascorsi pochi giorni, gli fu largamente concesso a prezzo di tenue penitenza. Assolto dalle condanne e creato vicario pontificio in Forlimpopoli e Castrocaro, tornò a ribellarsi; militò agli stipendi dei Visconti, e quindi della repubblica di Venezia, dove fu raggiunto dalla fida consorte e dove finirono ambedue l'avventurosa lor vita in sì povero stato che ne furono fatte le esequie a spese della Serenissima. I loro nomi restarono popolaritra gli antichi sudditi; i quali tutti, compreso il clero, ne accolsero con grandi onoranze le ossa, quando il figlio Sinibaldo le riportò, l'anno 1381, nella città di cui aveva racquistato l'ereditaria signoria. I Forlivesi, secondo l'espressione del Villani, eranopazzi dell'Ordelaffio; e ne fa testimonianza anche un cronista anonimo che, pur non risparmiando al tiranno ingiurie e calunnie, conchiude col dire: “era incarnato coi Forlivesi ed amato caramente: dimostrava modo come di pietosa caritade; maritava orfane, allocava pulzelle e sovveniva a povera gente di sua amistade.„

In questa coppia, e non è la sola della sua specie, riscontransi in sommo grado l'indomita energia, le ardenti passioni, i subitanei trapassi delle nature medievali. E si vede pure come in mezzo ai casi della fortuna e non ostante le crudeltà necessarie, i tiranni riuscissero a conciliarsi l'affetto delle moltitudini, che preferivano l'arbitrio d'un unico e forte padrone alla discorde e faziosa sovranità comunale. Il bellicoso legato, il quale per ingegno non meno che per prodezza era degno di affrontare i tiranni romagnoli, vinti e umiliati che li ebbe, non trovò miglior partito che restituir loro le antiche signorie perchè le tenessero col titolo di vicari pontificii.

Una fra le cause della sconfitta dell'Ordelaffi furono i mercenari tedeschi del conte Lando e d'altri condottieri ch'egli aveva assoldati nel 1357 colla promessa di 25 mila fiorini, e che quindi l'abbandonarono, essendosi venduti per una somma doppia all'Albornoz; e come prima avevano suscitato colle loro rapine i malumori degli abitanti di Forlì, così poi dettero il guasto alle campagne, amici o nemici ugualmente funesti.

Era, in simil forma, una nuova forza malefica, sopravvenuta da quindici anni, ad accrescere la confusione della vita politica italiana: stava per diventare una vera e propria istituzione nazionale che doveva nel secolo XV sorgere ad insperate fortune. Il primo germe, a dir vero, risale al feudalismo, che essendo, sotto apparenze gerarchiche, una costituzione sociale sciolta e disordinata, richiedeva il braccio e favoriva le ambiziose voglie di venturieri. E venturieri ungheri e saraceni si ritrovano in Italia fin dai tempi carolingi; come erano venturieri i Normanni che conquistarono le due Sicilie. Alla medesima specie appartengono, dopo il 200, le guardie sveve che aiutarono i ghibellini in Toscana stessa, in Romagna e in Piemonte. Con quelle schiere avvezze al mestiere delle armi, le quali fecero da battistrada alle compagnie di ventura, mal potevano competere le milizie cittadine; scemato l'antico ardore che un tempo chiamava grandi e popolani sotto le insegne, per correr gualdane, per far cavalcate, per andare a oste intorno al carroccio, invalse, nel trecento, fra i Comuni come fra i Signori il più comodo costume di assoldare mercenari: in tal modo i più doviziosi apparvero i più potenti, e Venezia colle ricchezze de' suoi traffici, Firenze che (come disse Bonifazio VIII) era lafonte dell'oro, poterono stare a fronte di sovrani che possedevano molto più vasti dominii. Le guerre del secolo XIV furono quasi esclusivamente condotte da soldatesche prezzolate, specialmente tedesche. Alcune di queste masnade, licenziate da Pisa, nel 1342, pensarono di stare unite in compagnia, per andar guerreggiando i più deboli e facoltosi, mettendo in comune i guadagni da distribuirsi secondo il merito e il grado di ciascuno. Guarnieri duca d'Urslingen, che aveva fatto l'accorta proposta, ne fu eletto capo; Pisa gli offrì di soppiatto le paghe di quattro mesi; da varie parti lo aizzaronocontro i signori di Romagna e contro i comuni di Siena e di Perugia; ingrossato d'altre genti, traversò la Toscana, taglieggiando, saccheggiando e devastando ogni luogo. Similmente passò in Lombardia e, fatti grassi accordi, con ricco bottino, tornò in Germania. A far pompa della sua ferocia costui portava sul petto una scritta a lettere d'argento che diceva: “Duca Guarnieri, signore della Gran Compagnia, nimico di Dio, di pietà e di misericordia.„

Il bell'esempio naturalmente trovò imitatori; e questo fu il principio delle compagnie di ventura straniere; perchè non ebbero la stessa natura le precedenti dette del Ceruglio e della Colomba; nè ebbe importanza il primo tentativo italiano della Compagnia di Siena. Bensì alle straniere si sostituirono le italiane dopo che nel 1377 il giovane conte Alberto da Barbiano fondò la sua sotto il titolo di San Giorgio, e la mise ai servigi di Urbano VI. La grande rotta ch'egli dette in Marino alle masnade dei Brettoni che minacciavano Roma, risollevò l'onore delle armi italiane e iniziò un nuovo periodo nelle vicende della milizia.

Ma io non dovevo qui se non indicarne le origini; poichè la storia dei condottieri italiani, se incomincia nella seconda metà del secolo XIV, si svolge e si compie nel XV; nè le due parti si possono separare.

Tutti i signori si servirono di mercenari, ma niuna casa quanto quella dei Visconti, che con Matteo, cacciati per sempre i Torriani, nel 1315, si erano stabilmente insediati a Milano. Accadde al successore di lui, Galeazzo, che le sue masnade gli si ribellarono, e lo spodestarono nel 1322, ad istigazione del suo cugino Lodrisio Visconti; il quale, dopo un mese, mutato proposito, coll'aiutodelle stesse soldatesche, lo rimise in seggio. Per il che Galeazzo chiese ed ottenne di assoldare 600 cavalieri tedeschi a quel Lodovico il Bavaro che doveva poi, cinque anni appresso, imprigionarlo per un tempo nei famosifornidi Monza.

Altri già v'intrattenne, meglio ch'io non potrei fare, delle origini di questa casa e delle sue gare coi Torriani. Or qui ricorderò soltanto come Azzo figlio di Galeazzo, ingrandisse coll'acquisto di Brescia lo stato che aveva ricomprato da Lodovico il Bavaro; e come poi l'arcivescovo Giovanni v'aggiungesse Bologna vendutagli da Taddeo Pepoli e Genova ricevuta in dedizione. Morendo nel 1354 egli lasciò tre nipoti, Matteo, Galeazzo e Bernabò; gli ultimi due avvelenarono il primo e si divisero i dominii, tenendo in comune Milano e Genova. Giangaleazzo, succeduto al padre Galeazzo, incominciò, secondo le tradizioni domestiche, con carcerare e assassinare lo zio Bernabò e due suoi figli; così riunì le varie parti dello Stato; e parve ancora raccogliere in sè tutti i vizi e le qualità di quella singolare famiglia. Gli altri tiranni, pur servendosi di mercenari, solevano guidar l'esercito in campo e combattere di persona. Egli invece, rinchiuso nel suo castello, coll'opera di ministri e di condottieri, volse l'animo a fondare una grande monarchia. Bensì col sagace ingegno aveva inteso l'importanza di crearsi un esercito nazionale che capitanato da soli italiani, Ugolotto Biancardo, Facino Cane, Ottobuono Terzo, i due Dal Verme, e il maestro di tutti, Alberico di Barbiano, gli dette infatti la vittoria sulle milizie straniere. Profondo dissimulatore e destro statista, spiava ogni occasione propizia, non risparmiando denaro nè sangue, per conseguire il proprio intento. La sua crudeltà non può mettersi al paragone con quella del suo zio Bernabò, tristamente famoso per l'uffizio dei canie per quellequaresime, che erano40 giorni di lenti tormenti, cui sottometteva le sue vittime prima di finirle; mentre egli dimostrò pure il suo gusto per la scienza e per l'arte istituendo un'accademia di architettura e di pittura, raccogliendo codici, ampliando l'università e fondando la certosa di Pavia, iniziando la costruzione del Duomo di Milano. Prese Verona e Vicenza agli Scaligeri, Padova e Treviso ai Carraresi; occupò Siena e Pisa; poi Perugia ed Assisi, ed infine Spoleto e Bologna; anche Lucca stava per cadere in sua balìa. Firenze sola resisteva gagliarda, ma incominciava a sgomentarsi. Egli aveva comprato, per 100 mila fiorini, dall'imperatore Venceslao il titolo di duca; ma ambiva quello di re; e già ne aveva ordinato la corona, quando improvvisamente morì nel 1402; e l'edifizio da lui innalzato andò in isfacelo.

Uno stuolo di poeti in Lombardia, in Toscana, nell'Emilia celebrava il gran principe e lo stimolava a compiere il suo vasto disegno; e vorrei potervi dare qualche maggior saggio di tal letteratura viscontea, così ricca che ha dato materia ad una speciale bibliografia. Persino la vita e la morte dell'odioso Bernabò aveva acceso la fantasia di novellieri e di cantastorie; a lui non mancarono rime politiche, che lo animassero nelle sue imprese dicendogli: “Al punto se' d'Italia dominare„; nèlamentiche moralizzassero poi sulla sua misera fine o che ne facessero l'epico racconto. Ma anche più numerosi e importanti sono i versi indirizzati a Giangaleazzo. La canzone di Saviozzo, che abbiam citata in principio, lo invitava senz'altro a prender la corona d'Italia, col favore delle stelle, dei Numi, dei Santi e dei Beati, anzi faceva che l'Italia stessa gliela offerisse:

Ecco qui Italia che ti chiama padre,Che per te spera omai di trionfare,E di sè incoronareLe tue benigne e preziose chiome.

Ecco qui Italia che ti chiama padre,Che per te spera omai di trionfare,E di sè incoronareLe tue benigne e preziose chiome.

Ecco qui Italia che ti chiama padre,

Che per te spera omai di trionfare,

E di sè incoronare

Le tue benigne e preziose chiome.

Similmente un Tommaso da Rieti lo esortava a seguire il leggiadro e bel destino a cui i Cieli lo chiamavano

Per onorare il gran nome latino,E far vendetta della lunga offesaD'Italia nostra, dopo lunghi affanni.

Per onorare il gran nome latino,E far vendetta della lunga offesaD'Italia nostra, dopo lunghi affanni.

Per onorare il gran nome latino,

E far vendetta della lunga offesa

D'Italia nostra, dopo lunghi affanni.

E ripetevagli:

Correte alla coronaChe vi promette chi corrusca e tona.

Correte alla coronaChe vi promette chi corrusca e tona.

Correte alla corona

Che vi promette chi corrusca e tona.

Un anonimo rimatore gli rappresentava le città lombarde, che schiave ed afflitte, aspettavano salute da lui:

Stan le città lombarde con le chiaviIn man, per darle a voi, Sir di Virtute.

Stan le città lombarde con le chiaviIn man, per darle a voi, Sir di Virtute.

Stan le città lombarde con le chiavi

In man, per darle a voi, Sir di Virtute.

e Roma stessa lo chiamavaCesar mionovello e gli chiedeva di coprire la sua nudità, per dar principio all'affrancazione di tutta Italia.

Infine, riproducendo sott'altra forma la stessa idea, un padovano, Francesco di Vannozzo, gli dedicava una corona di otto sonetti, il primo a nome d'Italia, gli altri delle principali città: Padova, Vinegia, Ferrara, Bologna, Firenze, Rimini, Udine, Viterbo, Roma, tutte unanimi di una sognata concordia; per cui il poeta concludeva:

Dunque, correte insieme, o sparse rime,E gite predicando in ogni viaChe Italia ride e che è giunto il Messia.

Dunque, correte insieme, o sparse rime,E gite predicando in ogni viaChe Italia ride e che è giunto il Messia.

Dunque, correte insieme, o sparse rime,

E gite predicando in ogni via

Che Italia ride e che è giunto il Messia.

Ma il Messia di Francesco di Vannozzo, come il Veltro di Dante, erano di là da venire. Spirato che fu Giangaleazzo, nel 1402, apparve chiara la vanità di quelle speranze e di quelle profezie. I valorosi capitani che lo avevano servito passarono subito agli stipendi de' suoi nemici: il Barbiano fu assoldato dai Fiorentini, il DelVerme da Venezia, Carlo Malatesta dal Papa; altri si fecero signori di alcune città ribellatesi, come Facino Cane a Alessandria, Ottobono Terzi a Parma, Pandolfo Malatesta a Brescia. La vedova di lui, Caterina, morì in prigione: ai due figliuoli legittimi, che si erano diviso lo Stato, restò soltanto un'ombra d'autorità; ed un terzo, naturale, che comandava in Pisa, ne vendette la cittadella ai Fiorentini. In tal modo si avverò pure questa volta il detto del Villani sulla formazione e sulla fine delle signorie.

Anche per noi è tempo di por fine al discorso e di raccoglier le vele. Abbiamo veduto come, dopo essersi sostituito al feudo, il Comune, travagliato da fazioni interne e circondato da potenti nemici, avendo oppresso parte de' suoi abitanti ed escluso dal governo le genti soggette, fosse tratto necessariamente a perdere le proprie libertà ed a trasformarsi in signoria; e come trovasse molti ambiziosi pronti ad assumerne o a usurparne la sovranità col favore d'una fazione o dei più. Abbiamo veduto come questi signori o tiranni sorti cogli accorgimenti, colle violenze o più spesso con gli uni e le altre, fossero costretti a servirsi degli stessi mezzi per mantenersi, e governassero generalmente senza alcuno scrupolo nè freno morale, creando una forma originale di Stato, che per altro conteneva in sè il germe della propria rovina. Abbiamo veduto infine come con tale condizione di cose si collegasse per varii rispetti l'uso delle armi mercenarie e l'origine delle compagnie di ventura; e come le minori signorie andassero a mano a mano inghiottite dalle maggiori.

Questo moto di fatti storici, a cui fa riscontro in altripaesi d'Europa, la costituzione di monarchie nazionali, non produsse in Italia il medesimo effetto; perchè incontrò un invincibile intoppo, non tanto nel papato (come sentenziò il Machiavelli), quanto nell'indole individuale degli Italiani, contrastando alla unità il sentimento proprio delle diverse città e regioni, e mancando tuttavia una coscienza politica nazionale. E qui mi fermo. Non temete che, raffrontando il passato al presente, io vi ripeta ciò che sta scritto nel cuore d'ogni italiano. Qualsiasi più gustoso sapore, diventerebbe stucchevole, se fosse ammannito a tutto pasto.

Aimez-vous la muscade? on en a mis partout!

Aimez-vous la muscade? on en a mis partout!

Aimez-vous la muscade? on en a mis partout!

Dirò soltanto che occorreva si avverasse, per tutta quanta la patria nostra, la profezia predicata a Firenze dal Savonarola. Bisognava che l'Italia per rinnovarsi fosse flagellata a sangue; e la flagellazione doveva durare più secoli. Così possano le memorie del passato e lo studio della storia (per amor del quale avete oggi dato una prova di longanime pazienza), spronandoci ad emulare la feconda operosità intellettuale e la mirabile spontaneità artistica del primo rinascimento, premunirci dal rinnovare, sott'altri nomi, le discordie intestine e le intolleranze faziose dei Comuni, le crudeltà e le perfidie dei tirannelli, le male arti e le interessate scorrerie degli avventurieri senza patria, senza fede, senza ideali!


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